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L'Iraq: le vere ragioni di una guerra insensata
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Cap.I Perché la nuova guerra contro l’Iraq?
Premessa: la crisi
Il libro di Ricardo E. Rodríguez affronta molti dei misteriosi retroscena dell’11 settembre, alla ricerca di tracce del coinvolgimento diretto di settori dell’apparato statale degli USA nella distruzione delle Twin Towers e dell’attacco al Pentagono. Altri autori hanno esaminato molte altre contraddizioni delle versioni ufficiali, le reticenze da un lato, gli eccessi di particolari “rivelati” immediatamente dopo, la selezione di certe immagini e la scomparsa di altre nella documentazione televisiva e perfino fotografica.
Anche se ci si avvicina sempre più a smontare le versioni ufficiali di quegli avvenimenti, non c’è dubbio che alcuni elementi verranno occultati per sempre, come è accaduto per vicende relativamente più semplici come l’uccisione del presidente Kennedy. I servizi, che non sono mai in grado di prevenire i crimini, sono efficientissimi nel cancellare le tracce che porterebbero ai responsabili. Ne sappiamo qualcosa anche in Italia, a proposito di Piazza Fontana, della stazione di Bologna, perfino di quel modesto “infortunio” di qualche militare (italiano? francese? statunitense?) che ha portato all’abbattimento dell’aereo sui cieli di Ustica, imprevisto e involontario, ma ugualmente coperto con zelo degno di miglior causa.
Anche senza seguire le tracce dei molteplici collegamenti più recenti (a parte quelli del periodo della lotta contro l’URSS in Afghanistan) tra fondamentalisti islamici e servizi segreti occidentali, e quindi anche “senza prove” certe, possiamo avere alcune certezze.
Altri crolli: la Enron...
Friedman negava perfino che ci fossero state collusioni tra la società di Houston e il mondo politico di Washington, e che i finanziamenti della Enron alla campagna elettorale di Bush, Cheney e praticamente di tutti i senatori e deputati dei due partiti fossero stati finalizzati a ottenere protezione, visto il risultato finale: ancora una volta una banalità e una menzogna, dato che erano serviti in ogni caso a rinviare il crollo, ingannando i piccoli azionisti e consentendo a quelli grossi di liquidare in tempo i loro pacchetti azionari. Inoltre, grazie alla protezione politica, erano stati possibili scandali come la crisi energetica californiana, provocata artificialmente dalla Enron tra il maggio 2000 e la primavera 2001, facendo salire i prezzi dell’energia elettrica di tredici volte rispetto all’anno precedente, smentendo la propaganda menzognera che nel 1998 aveva preparato la privatizzazione del settore “per ridurre i prezzi”. Oltre a tutto le società pubbliche a cui era stato lasciato il solo compito di distribuire l’energia prodotta dalla Enron, nell’impossibilità di applicare i prezzi imposti dal monopolio Enron, avevano fatto fallimento, scaricando sui contribuenti perdite pari a 40 miliardi di dollari.
In ogni caso quella crisi, i cui retroscena sono venuti alla luce perché alcuni quadri intermedi delle Enron, trascinati alla rovina dai propri dirigenti, hanno vuotato il sacco davanti a una corte federale, ha avuto effetti a catena: nel giro di pochi mesi sono stati travolti giganti come la WorldCom, la seconda società americana di telefonia sulla lunga distanza. Le sue azioni, che avevano toccato un massimo di 64 $ e che si erano assestate per qualche tempo sui 15 $, sono scese a 9 centesimi! E poi è toccato a due colossi del settore farmaceutico come la Merck e la Bristol-Myers Squibb, alla francese Vivendi, alla FIAT, ora alla Cirio.
I salvataggi pubblici hanno evitato finora il vero e proprio fallimento anche alla WorldCom (se ci fosse toglierebbe alla Enron la palma della più grande società dichiarata fallita), ma la situazione rimane appesa a un filo e ha già distrutto i risparmi di milioni di cittadini. Va detto che anche per la WorldCom la società che ne attestava la buona salute e la correttezza dei bilanci era la solita Andersen.
Ma che c’entrano queste crisi finanziarie con la guerra all’Iraq?
Uno dei più grandi economisti del ventesimo secolo, non a caso non altrettanto esaltato dai “padroni del vapore” e dai mass media, John Kenneth Galbraith, nel 1990 aveva domandato maliziosamente all’amministrazione del presidente Bush (senior) come mai il bilancio militare non era stato ridotto di un cent dopo il pesante ridimensionamento del tradizionale nemico, l’URSS, e lo sgretolamento del Patto di Varsavia, nonostante gli Stati Uniti conoscessero ormai condizioni da “terzo mondo” per il 30% degli abitanti della stessa New York, avessero distrutto l’educazione pubblica e il sistema sanitario statale, e tagliato drasticamente le spese per l’assistenza ai vecchi e ai bisognosi...
Il documento era del febbraio 1990. Non era ancora stato scelto il nemico, ma era stato deciso che occorreva trovarne uno che prendesse il posto del declinante “impero del male”, per consentire di non ridurre di un dollaro le spese militari che, se per gli Stati e i contribuenti figurano alla voce “uscite”, per il complesso militare industriale rappresentano “entrate”.
La spiegazione suggerita dalla domanda retorica di Galbraith e confermata indirettamente dal documento di Cheney è tuttavia solo una delle possibili chiavi di interpretazione di una guerra decisa prima di aver deciso quale sarebbe stato il nemico. Lo stesso Galbraith nel 1991, a conflitto iniziato, aveva scritto che la volontà del clan di Bush di arrivare alla guerra vera e propria respingendo i tentativi di mediazione dell’URSS, di Arafat e dell’ONU si spiegava con l’illusione di bloccare la recessione incipiente. Il grande economista aveva osservato che “a parte ogni altra considerazione, la convinzione di arrestare la recessione con la guerra è profondamente errata e si basa su una falsa analogia con la seconda guerra mondiale. Allora i sottomarini tedeschi e gli aerei guidati dai kamikaze giapponesi, infliggendo dure perdite alla flotta navale e aerea degli Stati Uniti, avevano avuto l’effetto indiretto e certo imprevisto di provocare un enorme sforzo dell’industria bellica per colmare i vuoti e reggere alla sfida, con effetti di ricaduta a cascata su tutta l’industria americana”, mentre nel 1991 “l’enorme sproporzione tra il potenziale bellico e la tecnologia delle due parti” escludeva un analogo “effetto tonificante”.
Viene da tremare pensando che la maggior parte dello staff del vecchio Bush appare oggi perplesso di fronte a questa nuova guerra: di fatto quel gruppo era di gran lunga più preparato di molti dei più stretti collaboratori di George W. Bush, che si è lanciato in una guerra afghana appena un anno dopo la sua campagna elettorale, in cui aveva confessato in una conferenza stampa di non aver mai “ascoltato i talebani”, che credeva fossero un gruppo musicale!
La logica della corsa agli armamenti
Abbiamo già detto che anche la guerra del 1991 era legata alla necessità di giustificare spese militari che dopo il crollo dell’Impero del male apparivano poco verosimili. Quella che si sta preparando lo è ancora di più. Il massacro di quanto rimaneva dell’Afghanistan dopo oltre venti anni di guerre combattute sul suo suolo dalle più diverse bande armate, da un lato ha dimostrato l’assoluta inconsistenza militare del “nemico” prescelto, dall’altro che i bombardamenti massicci non sono serviti, come ogni persona in grado di ragionare poteva capire preventivamente, a catturare la sfuggente e mitizzata cupola di al Qaeda. Nonostante la selezione e manipolazione delle immagini, è apparso chiaro che nelle gallerie di Tora Bora c’erano solo sassi e sacchetti di sabbia, e non le favoleggiate attrezzature elettroniche con cui Bin Laden avrebbe dovuto guidare le sue legioni contro l’impero del bene. Una guerra feroce e devastante per la popolazione, dunque, ma inutile per i fini annunciati.
Ma la corsa agli armamenti sofisticati prosegue: Chalmers Johnson ha scritto (prima dell’aggressione all’Afghanistan) che “nonostante tutto il denaro profusovi, lo sconfinato orgoglio con cui i mass media ne parlano, e i problemi di iperespansione e di ritorno di fiamma che crea, i militari chiedono sempre di più”. E per spiegare come nel decennio successivo alla fine della guerra fredda i bilanci militari hanno dato costantemente priorità a una “corsa agli armamenti che non contava altri partecipanti”, fornisce un esempio concreto:
Ad esempio, il bilancio del Pentagono per l’anno fiscale 2000 prevedeva la sostituzione dell’F-15; “l’aereo più avanzato del mondo”, con l’F-22, anch’esso “l’aereo più avanzato del mondo”. L’areonautica voleva 339 F-22 a 188 milioni di dollari l’uno, tre volte il costo dell’apparecchio che andava a sostituire. Gli Stati Uniti dispongono già di 1094 F-15, un aereo che oggi non ha eguali al mondo.
In realtà la frase “non si vede nessuna necessità” è solo in parte esatta: effettivamente non può esserci nessun utilizzo odierno, contro quelli che vengono additati all’opinione pubblica come nemici, facendo un inverosimile amalgama tra Saddam, Bin Laden, i ceceni o il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (d’altra parte l’Italia non aveva mandato per la missione in Afghanistan la flotta, con la portaerei Garibaldi in testa, nonostante quello sfortunato paese disti molte centinaia di chilometri dal mare?). Ma rivela che queste guerre locali servono a preparare le guerre del futuro, contro ex alleati che potrebbero diventare infidi dopo essere stati riforniti di armi moderne, come l’Arabia Saudita e come è stato ieri per l’Iran dello Scià, passato imprevedibilmente da principale gendarme dell’area a “Stato canaglia” (contro di esso tuttavia non fu possibile un intervento diretto nel 1979 perché c’erano ancora le ferite brucianti lasciate dalla sconfitta nel Vietnam). Ma soprattutto servono a prepararsi a fronteggiare la Russia, qualora dalla sua crisi un domani emergesse, dopo tante umiliazioni subite, un governo disposto a tutelare la dignità nazionale e a reagire al saccheggio delle sue risorse, o a “contenere” e intimidire la Cina, se riuscisse a consolidarsi come pericolosa concorrente economica.
Inventare il nemico da fronteggiare domani
Non sarà facile a uno storico futuro distinguere le fasi di questa guerra: in realtà è cominciata nel 1991 e non si è mai spenta, spostandosi volta a volta – per ragioni “umanitarie” o per combattere un insidioso nemico - da una zona all’altra di una vasta area, che si estende dal corno d’Africa ai Balcani, dal Vicino Oriente all’Afghanistan, ma che potrebbe estendersi ancora di più in base all’incredibile catalogo di “organizzazioni terroriste” da combattere.
Molte di queste imprese si sono rapidamente rivelate fallimentari, soprattutto per l’incapacità dei servizi di intelligence. Una cosa è preparare un’operazione sul piano propagandistico per un’opinione pubblica di bocca buona (e che in genere viene a sapere dell’esistenza di un paese solo nel momento in cui i suoi governanti hanno deciso di invaderlo), altra cosa riuscire a portare a termine il progetto stabilendo un saldo controllo sul territorio occupato. Il caso classico è quello della Somalia, che si doveva andare a “salvare dall’anarchia e dalla fame”, e nelle cui vicende interne si tentò invece di intervenire senza avere la minima conoscenza della realtà. In Somalia hanno fatto pena non solo i tanto decantati servizi segreti statunitensi, ma anche quelli italiani, dato che la lunga presenza coloniale non aveva formato quadri preparati, con buona conoscenza della realtà del paese, della lingua, della cultura., e i pochi italiani rimasti nel paese più che imprenditori o commercianti possono essere considerati più o meno dei “magliari”, fin troppo integrati nel malaffare locale (non a caso uno di loro è stato sospettato di aver partecipato all’agguato in cui fu uccisa la testimone scomoda Ilaria Alpi).
Una cosa è mandare in avanscoperta Sofia Loren ad accarezzare un bambino malato e denutrito davanti alle telecamere per preparare gli italiani all’idea di un “obbligo morale” di intervenire, altra destreggiarsi tra gruppi politici e clan locali ed evitare scontri inutili e pericolosi. Per questo, dopo tanto dispiegamento di forze, e la messa in scena televisiva di uno sbarco trionfale degno di un filmaccio di propaganda, le perdite subite hanno costretto a una fuga ignominiosa senza raggiungere nessun obiettivo, neppure quello principale, che non era il controllo delle insignificanti risorse (la produzione di banane, buone ma poco commerciabili perché di dimensioni ridottissime, un’agricoltura di sussistenza e una pastorizia nomade che al massimo esporta qualche migliaio di cammellini di latte per le tavole dei ricchi yemeniti o sauditi), ma l’installazione di basi permanenti per il controllo a breve distanza della penisola arabica, i cui possibili sviluppi politici preoccupano fortemente gli Stati Uniti.
Anche la guerra all’Afghanistan ha ottenuto risultati modesti, soprattutto se si tiene conto dei mezzi impiegati: la caduta del regime dei Talebani non era così importante in sé, dato che avevano manifestato la disponibilità a trattare e a sbarazzarsi della presenza ingombrante di Bin Laden, e che sono stati sostituiti da una coalizione non meno retrograda, lacerata da conflitti interni acutissimi, e il cui premier sopravvive solo grazie a una robusta guardia del corpo tutta occidentale; molti aderenti alla rete di al Qaeda, compresi i massimi dirigenti, hanno potuto dileguarsi grazie all’appoggio (spontaneo o acquistato a caro prezzo) delle truppe afgane mandate a ripulire Tora Bora; il paese rimane caratterizzato da una forte instabilità, che si manifesta nei ripetuti regolamenti di conti tra ministri e signori della guerra.
L’unico obiettivo raggiunto non è interno all’Afghanistan: in nome della “lotta al terrorismo” e grazie alla inevitabile complicità di Putin, costretto ad accettare come buona questa motivazione della guerra, pur di ottenere l’avallo alla sua personale campagna di sterminio di quanto resta del popolo ceceno, è stata possibile l’installazione di basi militari nelle repubbliche dell’Asia centrale ex sovietica, approfittando della presenza per realizzare anche accordi per lo sfruttamento di risorse minerarie e petrolifere, per oleodotti, ecc. La consigliera militare di Bush, Condoleezza Rice, era in realtà già di casa da queste parti, in qualità di rappresentante di industrie del settore, prima di essere chiamata a così alta responsabilità.
Questa presenza, al di là dei possibili vantaggi diretti, soprattutto per il clan di petrolieri che costituisce il nucleo duro dello staff di Bush, corrisponde in realtà a esigenze di controllo di un’area molto instabile. Se i presidenti delle cinque repubbliche, tutti senza eccezione ex “segretari generali” dei locali partiti “comunisti”, continuano per ora a vincere le elezioni con percentuali del 98 o 99%, devono però fare i conti con robuste tendenze islamiche radicali, e con le difficoltà di economie erose da corruzione e clientelismi, sicché non si sa cosa possa riservare loro il futuro prossimo, anche come ripercussione indiretta di un maldestro intervento degli Stati Uniti in Iraq. Ma soprattutto la presenza di basi militari statunitensi in quei paesi asiatici dell’ex URSS ha un’evidente funzione di controllo dell’Iran, un nemico che per ora si preferisce non nominare, e soprattutto di preparazione a un confronto diretto con una Cina che continua la sua crescita economica, e che già nei primi otto mesi del 2002 ha superato gli Stati Uniti come meta preferita degli investitori stranieri (compresi quelli americani), per la sicurezza che offre loro, sia pure al prezzo di ben 26 milioni di operai licenziati perché scarsamente produttivi.
L’esplosione dell’URSS infatti ha rappresentato un innegabile vantaggio per gli Stati Uniti, ma ha creato nuovi problemi: prima si trattava di analizzare gli scontri dietro le quinte a Mosca, di stabilire rapporti con una leadership bene o male centralizzata, ora si tratta di analizzare almeno quindici gruppi dirigenti, di trovare i loro punti deboli, di stabilire accordi con ciascuno di essi senza suscitare reazioni pericolose, negli altri. Un compito non facile. Ne ha parlato con franchezza già nel 1992 il colonnello Dennis Long, che era a capo del reparto speciale di intervento rapido con base a Fort Knox:
Perché ancora una volta viene scelto come bersaglio Saddam?
Ma alla fine, dopo molte esitazioni (Iran? Corea del Nord? Libia? Siria?) il nemico è stato trovato, ed è lo stesso che era stato trovato undici anni fa: Saddam Hussein. Perché proprio lui, perché un Iraq ormai distrutto da undici anni di ferocissimo embargo e da bombardamenti quasi quotidiani, fatti senza la minima autorizzazione dell’ONU?
La spiegazione è la stessa che era stata data nel 1990. Perché è “antipatico” e quindi poco difendibile, anche da chi non vorrebbe la guerra, per i suoi molti crimini (compiuti, è vero, in prevalenza quando era ancora amico dell’Occidente, ma poco importa), e soprattutto perché il suo regime oggi è indubbiamente molto meno forte di quello dell’Iran, che pure rimane sgraditissimo a Washington.
Che i veri motivi siano inconfessabili risulta dalla pretestuosità e inconsistenza delle accuse formulate da Bush e Blair, che hanno ripetuto di “avere le prove” dei legami di Saddam Hussein e Bin Laden, e inoltre di avere la certezza che entro sei mesi l’Iraq sarebbe in grado di avere armi atomiche.
Le prove, naturalmente, “non possono essere rese pubbliche per ragioni di sicurezza”. Ma i governi alleati o clienti, a cui ovviamente potevano essere benissimo fornite, ammettono che non ci sono. Anche quasi tutti i consiglieri del padre di Bush hanno espresso forti dubbi (e certo, se hanno affiancato quello che era il presidente degli Stati Uniti al momento delle guerra del Golfo del 1991, non dovrebbero essere stati oggi tenuti all’oscuro per “motivi di sicurezza”).
Le “prove” sui tentativi iracheni di dotarsi di armi atomiche sono assolutamente risibili: i satelliti spia avrebbero rilevato attività edilizie in zone dove in precedenza c’erano impianti militari smantellati. Anche il superfalco Cheney sostiene che Saddam “cerca attivamente e aggressivamente armi atomiche”. Cerca: ma dove? Al supermercato?
Tutti gli esperti sanno bene che il reattore nucleare (sperimentale) di Tamuz, distrutto con un azione di pirateria aerea israeliana nell’aprile 1981, era stato allestito da tecnici francesi, e aveva bisogno di una costante assistenza esterna. Anche se Saddam Hussein volesse veramente predisporre le strutture edilizie per accoglierne uno nuovo, la messa in opera di un simile impianto dipenderebbe da fornitori occidentali da cui sarebbe semplice ottenere informazioni. Ammesso che qualche impresa statale francese o russa o tedesca avesse stabilito accordi per fornire impianti di questo genere (cosa inverosimile in questo contesto), intervenire per bloccare tutto sarebbe facilissimo, senza infliggere nuove sofferenze allo sventurato popolo iracheno. E poi, ammesso che qualcuno riesca a trasformare un reattore sperimentale in un impianto capace di produrre un’atomica, gli iracheni – ridotti come sono - come la invierebbero negli Stati Uniti o in Europa? Per posta prioritaria?
Nel 1990-1991, quando molti ingenui (compresi alcuni “padri nobili” della sinistra italiana come Vittorio Foa) ripetevano che Saddam era il nuovo Hitler e l’Iraq la nuova Germania con il quarto esercito mondiale, risultò presto evidente che si trattava di una frottola grottesca, data l’arretratezza di partenza del paese, interamente dipendente dalle forniture militari di paesi più sviluppati, tra cui gli stessi Stati Uniti, la Germania e anche l’Italia.
Pierre Salinger ha documentato che alla vigilia della Guerra del Golfo 207 ditte avevano fornito a Saddam “materiale bellico non convenzionale”: di queste 86 erano tedesche, 18 statunitensi, altrettante britanniche, 16 francesi, 12 italiane. Tra queste ultime spiccava la Snia Tecnint (Fiat), che aveva fornito un “laboratorio di armi chimiche per Saad16”, la Saia Bpd, che ha offerto carburante per razzi, la Technipetrole tecnologia per gas nervino, la Hp degli Stati Uniti calcolatori per missili e il “Center for Disease Control”, sempre statunitense, “il virus della febbre del Nilo”.
Ovviamente ciò si spiega col fatto che fino a pochi giorni prima di diventare “il nuovo Hitler” Saddam era un amico degli occidentali e soprattutto un buon cliente. E questo spiega come sia stato facile smantellare quegli impianti, che erano stati allestiti proprio da ditte dei paesi che hanno invaso l’Iraq nel 1991!
Al momento dell’occupazione del Kuweit sarebbe stato facilissimo intervenire su Saddam sospendendo forniture e assistenza. Per giunta, l’Iraq era dipendente dagli Stati Uniti anche sul piano alimentare (era il primo degli acquirenti di riso dagli Stati Uniti, e l’ottavo per il grano), sicché i mezzi per una pressione non mancavano. Ma quello che serviva non era “fermare Saddam Hussein”, bensì dare una dimostrazione al mondo di cosa poteva aspettarsi chi veniva prescelto come bersaglio dall’imperialismo.
Dunque, analogamente, anche se l’Iran dà più fastidio agli Stati Uniti e a Israele (anche per le simpatie di cui gode in vasti ambienti sciiti e non solo nel Libano), e se tanti altri dittatori hanno una fedina penale non meno sporca di quella di Saddam Hussein, per ora il fuoco è concentrato solo su di lui, considerando che sarebbe più difficile creare un fronte in sua difesa (ma, naturalmente, la sinistra può e deve difendere l’Iraq senza giustificare e avallare Saddam, come ha difeso la Serbia nonostante Milosevic).
Tuttavia va detto che, se i pretesti addotti sono falsi come quelli che hanno motivato l’intervento in Afghanistan, quella di impartire una lezione al mondo su chi ha il coltello dalla parte del manico, con o senza l’avallo dell’Onu, non può essere considerata l’unica causa della guerra in preparazione. Nel caso dell’Iraq una guerra di conquista ha motivazioni concretissime, perché il controllo del suo petrolio può diventare più che mai importante per gli Stati Uniti, dati i crescenti segni di instabilità e insubordinazione dell’Arabia Saudita. Un sondaggio effettuato da Zogby International nello scorso ottobre e pubblicato dal New York Times del 22/10/2002 rivelava un 87% di sauditi che dichiaravano di “non amare gli Stati Uniti”. Per un’amministrazione americana al cui vertice politico e militare si trova una banda di petrolieri, è veramente un segnale di “allarme rosso”.
(5 12 02)
1 Nicola Borzi, La parabola Enron e la crisi di fiducia del mercato mondiale, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 126.
2Ibidem. Per capire l’ampiezza del disastro si pensi che nell’agosto 2000 la Enron aveva lanciato una ricapitalizzazione usando i risparmi affidatile per acquistare le proprie azioni, facendo credere che si trattasse di un titolo solidissimo. Così le azioni avevano raggiunto il livello altissimo di 90,56 $. Era più o meno la stessa tecnica usata da Giovanni Agnelli nel 1906 per impossessarsi della FIAT estromettendo i veri soci fondatori. Cfr. Antonio Moscato (a cura di), Cento ... e uno anni di FIAT, Massari, Bolsena, 2000.
3 N. Borzi, op. cit., pp. 153-156.
4“Friedman: ‘l’America resta solida’”, in “Il Sole 24 Ore”, 18 gennaio 2002.
5 N. Borzi, op. cit., pp. 179-180.
6 Ivi, p. 108.
7 Ivi, pp. 177, 197 e passim.
8 Ivi, pp. 173-175.
9 Non abbiamo le prove che lo abbiano fatto anche quei signori. Tuttavia l’esperienza insegna che questo è il comportamento classico di ogni dirigente di un’azienda capitalistica minacciata dalla crisi, e di chiunque disponga di informazioni riservate sui crolli prossimi venturi. Lo avevano fatto ad esempio non solo i dirigenti della Enron o della WorldCom mentre occultavano i sintomi di una crisi inarrestabile, ma George W. Bush nel giugno 1990, quando insieme ad altri dirigenti della Harken Energy Corporation aveva venduto le sue azioni (per complessivi 848 mila dollari) appena due mesi prima che i titoli di quella società crollassero; lo aveva fatto Dick Cheney negli anni Novanta, quando era il numero uno della Halliburton, i cui bilanci erano stati artificialmente gonfiati. E lo ha fatto la famiglia Agnelli cominciando a liberarsi del settore auto della FIAT prima che ne venisse alla luce la crisi latente.
10 Citato in Michael Klare, “Le banc d’essai des guerre de demani”, in Le Monde Diplomatique, n. 442, gennaio 1991.
11 Naturalmente, se per vincere bastavano i “fondi di magazzino”, nel corso delle guerra, come in ogni guerra “parziale”, sono state sperimentate nuove armi, come i micidiali proiettili all’uranio impoverito, che tanto danno hanno fatto anche agli ignari soldati statunitensi o britannici che venivano a contatto con le zone in cui erano caduti senza avere mezzi di protezione o informazioni adeguate sui possibili rischi. Con la stessa leggerezza e indifferenza per la vita dei propri militari, di tali armi micidiali si è fatto poi uso in Somalia e nelle guerre dei Balcani, coinvolgendo questa volta anche soldati italiani, senza che fossero veramente necessarie ad altro che a una sperimentazione su cavie gratuite.
12 Interessante il fatto che Saddam, alla vigilia della guerra, aveva commissionato proprio alla società di consulenza di Kissinger uno studio sulle possibili conseguenze dell’occupazione del Kuweit.
13 Paul Kennedy è autore di uno stimolante saggio su Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989, in cui già accennava a una possibile sovraesposizione militare degli Stati Uniti. Le sue tesi sono poi state brillantemente riprese da uno specialista di Estremo Oriente, Chalmers Johnson, Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti, Milano, 2001.
14 La tesi di fondo del libro di Chalmers Johnson è che per mantenere il proprio impero gli Stati Uniti hanno gravemente indebolito la propria economia, sicché, conclude, “non sono le contraddizioni del capitalismo che portano all’imperialismo, è l’imperialismo che alimenta alcune delle maggiori contraddizioni del capitalismo”. Ivi, p. 313.
15 Ivi, p. 310.
16 Su uno di questi paesi, il Turkmenistan, si veda l’articolo di Andrew Jack, “Il paese del presidente”, apparso sul Financial Times e poi in Internazionale, n. 462, 8/14 novembre 2002.
17 Citato in William Blum, Con la scusa della libertà. Si può parlare di impero americano?, Marco Tropea, Milano, 2002, pp. 27-28. Secondo Blum non si trattava solo di smarrimento di fronte alla complessità dei nuovi compiti, ma di una richiesta di maggiori finanziamenti.
18 Vari commentatori hanno ritenuto che la severità usata a Cuba verso Arnaldo Ochoa, l’eroe della guerra di Angola e di tante battaglie precedenti, accusato di complicità nel narcotraffico e fucilato il 13 luglio 1988 insieme ad altri tre dirigenti della rivoluzione, e che aveva avuto presumibilmente contatti con Noriega, sia servita a scongiurare una montatura che potesse giustificare un intervento militare USA a Cuba, dato che da tempo una campagna di stampa negli Stati Uniti accusava Panama, Cuba e le guerriglie colombiane di essere il centro del narcotraffico mondiale.
19 L’invasione di Grenada suggerisce un’altra analogia: gli Stati Uniti avevano fatto una lunga campagna di denigrazione contro il piccolo gruppo rivoluzionario “New Jewel”, guidato dal “guevarista” Maurice Bishop che era al potere dal 1979, accusandolo di preparare un’aggressione contro gli Stati Uniti, e di altre inverosimili colpe, ma si decisero a intervenire solo nel momento in cui uno sciagurato colpo di Stato di una frazione stalinista e filosovietica del New Jewel provocò la morte del popolarissimo Bishop, sostituito da uno squallido burocrate.
20 Le milizie popolari erano state la molla del successo di Playa Girón, e avevano caratterizzato tutto il primo decennio dopo la vittoria della rivoluzione. Dopo la morte di Guevara i consiglieri sovietici, che non riuscivano neppure a capire come si potessero lasciare delle armi in mano al popolo, le fecero smantellare, chiedendo ai cittadini di consegnarle per “registrarle” e non restituendole più. L’esercito nato dalla guerriglia fu rimodellato dai consiglieri sovietici, anche con aspetti ridicoli come l’introduzione del passo dell’oca per il cambio della guardia nel clima tropicale dell’Avana. Dopo l’esperienza di Grenada (che ebbe una sanzione pubblica con la solenne degradazione degli ufficiali codardi), il governo cubano chiese aiuto ai vietnamiti per riorganizzare le milizie.