I grandi nodi del Novecento › Il medio oriente lacerato › Documenti
3 - L’IRAQ CERCA L’INDIPENDENZA (1940-1958)
Versione di lettura convertita dal file originale.
Cap. III - L’Iraq cerca l’indipendenza (1940-1958)
Attrazione fatale per la Germania?
Nell’aprile 1941 in Iraq un colpo di Stato portò al potere Rashid Ali el Kailani, un uomo politico che aveva giocato un ruolo importante nel decennio precedente. Egli rifiutò di schierare l’Iraq al fianco della Gran Bretagna nella Guerra mondiale, e fu abbattuto meno di un mese dopo da un rapidissimo intervento militare inglese. Per molti anni fu considerato da alcuni semplicemente un agente nazista, da altri fu esaltato come un coerente nazionalista. Ancora oggi la propaganda bellicista più becera, che punta a demonizzare un intero popolo, presenta Rashid Ali come precursore di Saddam Hussein, identificando nella storia dell’Iraq un lungo filo nero. Ma la questione è ben più complessa.
Ma c’era un’altra ragione politica semplicissima, che può essere sintetizzata nella frase “il nemico del mio nemico è mio amico”. Negli anni Trenta l’insofferenza per la presenza britannica si era fatta più forte in Iraq e si era espressa con il colpo di Stato del generale Bakr Sidqi al-Askari e il governo presieduto da Hikmet Suleiman (definito ancora oggi “progressista” dalla storiografia di derivazione sovietica), e molti settori delle masse e soprattutto dei notabili e del ceto politico guardavano con interesse alla rinascita di una forte Germania in grado di colpire la potenza britannica. I massacri compiuti congiuntamente da britannici e sionisti nei confronti della popolazione palestinese nel 1936-1939 avevano avuto una forte eco in tutti i paesi arabi limitrofi, e non era stato difficile per gli agenti nazisti operanti nell’area indirizzare il malcontento contro i britannici anche in senso antiebraico. Naturalmente sorvolavano sul fatto che il razzismo hitleriano era rivolto non solo contro gli ebrei ma anche contro tutte le “razze inferiori”, come gli slavi, i “negri” e gli stessi arabi momentaneamente corteggiati.
Subbas Chandra Bose peraltro, che in Italia viene considerato “fascista”, per gli indiani è insieme a Nehru e Gandhi uno dei padri della patria, e dopo l’indipendenza gli è stato eretto un monumento a Calcutta.
Ma anche il leader nazionalista tunisino Habib Bourguiba, che fino al 1936 era stato molto vicino al Partito comunista francese, e che poi era stato deluso profondamente dal rifiuto di affrontare la questione coloniale dal parte del governo di Fronte Popolare, accettò - sia pur con alcune cautele e senza schierarsi apertamente con le potenze dell’Asse – di collaborare con esse, parlando ai tunisini da Radio Bari.
Oggi può sembrare strano e scandaloso che dei movimenti di liberazione nazionale chiedessero o accettassero l’appoggio dei regimi fascisti; ma va ricordato che il comportamento dei Fronti popolari nel 1936 aveva spinto gran parte dei dirigenti dei movimenti nazionalisti delle colonie a considerare le potenze “democratiche” e “antifasciste” che li dominavano non diverse da quelle fasciste, e quindi a ritenere una questione puramente tattica l’utilizzazione di appoggi da parte di queste.
In una pagina metodologica esemplare Renzo De Felice ha posto il problema in questi termini:
Il breve governo nazionalista di Rashid Ali el Kailani
Il controllo britannico sul regno si indebolì, anche perché fu proclamato re il figlio di Ghazi, con il nome di Feisal II. Ma dato che aveva solo 4 anni, la reggenza fu affidata al principe Abdulillah, dotato di scarso prestigio anche se a favore della sua designazione si erano pronunciate la vedova e la sorella del re morto.
La sconfitta francese nel giugno 1940 aveva poi diffuso la sensazione che presto anche la Gran Bretagna sarebbe stata sconfitta. Lo stesso Primo ministro Nury Said, pur essendo notoriamente filobritannico, fiutando l’aria nel settembre 1939 aveva dichiarato che l’Iraq, pur consentendo alle truppe inglesi il diritto di passaggio in base agli accordi precedenti, non sarebbe entrato in guerra se non nel caso, definito “improbabile”, di una minaccia diretta al suo territorio.
Tra il 31 marzo 1940 e il 31 gennaio 1941 si forma un governo più nettamente antibritannico, guidato da Rashid Ali el Kailani, che ha preso il posto di Nury Said (costretto alle dimissioni da rivelazioni che lo vogliono complice dell’assassino di Rustum Haydar). Le manovre di Nury Said costringono poco dopo alle dimissioni Rashid Ali el Kailani, ma già il 3 aprile dello stesso anno un colpo militare riporta quest’ultimo alla testa del governo, mentre il reggente Abulillah fugge nascosto in un’auto diplomatica statunitense e viene immediatamente deposto e sostituito da un lontano parente del re, Sherif Sharaf. L’Iraq dichiara che “farà l’impossibile per mantenere relazioni amichevoli con tutti i paesi”, ma intanto il suo nuovo governo faceva circondare dalle truppe l’ambasciata della Gran Bretagna.
La reazione inglese è fulminea e dura. Rashid Ali el Kailani, che è stato appoggiato da appelli alla guerra santa da parte di Haj Hamin al-Huessein, e da altri capi religiosi sunniti e sciiti, si trova presto in difficoltà. Ha chiesto aiuto alla Germania e all’Italia, che hanno perso tuttavia alcune settimane prima di decidersi a intervenire su un fronte così lontano, ma anche per ottenere il diritto di sorvolare la Siria dal governatore francese (che ha aderito al governo di Petain). Il primo pilota tedesco che arriva a Baghdad viene creduto inglese e abbattuto mentre scende dall’aereo, altri 22 aerei arrivano quando è troppo tardi (quelli italiani a battaglia completamente finita). Il governo iracheno deve fuggire in Iran, dopo un mese di combattimenti. Rashid Ali el Kailani raggiunge la Francia attraverso la Siria, poi passa in Germania e alla fine troverà rifugio presso Ibn Saud, sfuggendo alla condanna a morte pronunciata nei suoi confronti.
L’Iraq, riconquistato dalla Gran Bretagna anche con l’aiuto di truppe provenienti dalla Transgiordania (compresi alcuni arabi comandati da Glubb Pascià), sarà utilizzato come base per la riconquista della Siria, che sarà riportata sotto il controllo delle forze fedeli a De Gaulle e degli stessi inglesi. Prima del rientro a Baghdad della famiglia reale e del reggente Abdulillah, e soprattutto di Nury Said, che assumerà di nuovo la carica di Primo ministro, la popolazione si sfoga contro i negozi di ebrei, considerati complici dei britannici. Sarà l’inizio di una lunga tragedia.
Centinaia di esponenti iracheni considerati filonazisti o semplicemente nazionalisti antibritannici saranno imprigionati, deportati in India o costretti all’esilio.
Così il movimento nazionalista si troverà a lungo indebolito, analogamente a quanto era successo a quello palestinese. Anche in Egitto i britannici nel 1940 avevano brutalmente destituito il presidente del consiglio Ali Maher, e disarmato e allontanato dal fronte vari ufficiali (tra cui Aziz el Masri, l’eroe della resistenza arabo turca all’invasione della Libia); avevano poi imposto al debole re Faruk la nomina a Primo ministro di un loro uomo, Nahas Pascià. Alcuni giovani ufficiali – tra cui il futuro presidente Gamal Abdel Nasser e soprattutto quello che dopo la sua morte sarà il suo successore, Anwar el Sadat - accumularono da quella esperienza un profondo rancore contro i britannici, i collaborazionisti e il re fantoccio, che sarebbe venuto alla luce nel 1952.
La guerra arabo-israeliana del 1948-1949
Abbiamo già ricordato che durante la guerra il re di Trangiordania, Abdallah, fratello di Feisal I, già trattava alle spalle dei palestinesi la spartizione del loro territorio con i dirigenti sionisti. Ma non fu quella la causa principale della sconfitta araba: paradossalmente le truppe arabe che si batterono meglio furono – oltre alle piccole e male armate milizie di volontari palestinesi - proprio quelle giordane, che ovviamente non sapevano niente dei tradimenti del loro re, ma erano state ben addestrate dai britannici perché considerate più fidate di quelle irachene o egiziane.
Alcuni ufficiali egiziani, amareggiati per la sconfitta, guardarono con ammirazione l’efficienza dell’esercito sionista, e uno di loro, Gamal Abdel Nasser, durante i lunghi colloqui nelle trattative per l’armistizio (riprese più volte, dato che gli israeliani avevano accettato numerose tregue solo per preparare nuove offensive, che consentirono loro di impossessarsi di un territorio ben più ampio di quello pur esageratamente ampio attribuito loro dal progetto di spartizione delle Nazioni Unite), aveva stabilito rapporti di stima e amicizia personale con uno degli ufficiali avversari, scambiando doni in varie ricorrenze o per la nascita di un figlio.
La spiegazione non era solo da ricercare in un legame personale: gli ufficiali repubblicani avevano attribuito la sconfitta dell’Egitto nel 1948-1949 sia alla corruzione del regime monarchico asservito ai britannici, sia alla superiorità tecnologica e organizzativa degli israeliani, che avevano ammirato e con i quali speravano di poter stabilire rapporti di collaborazione, per accelerare quel processo di modernizzazione del proprio paese che era nei loro programmi.
In definitiva, era il loro rifiuto dei regimi feudali a spingerli a interessarsi a quel nuovo Stato sorto dal nulla nella loro regione e che pensavano di poter facilmente imitare. Ma il primo colpo alle loro illusioni era venuto da quello che in Israele viene nominato pudicamente come Eseq bish (“il brutto affare”), oppure “il caso Allon”. L’Egitto era stato scosso da una serie di attentati contro sedi britanniche e statunitensi, e anche contro cinema in cui si proiettavano pellicole americane, con il risultato di fare montare nel mondo una campagna contro i “terroristi arabi” e il governo egiziano “che li proteggeva”.
La guerra di Suez
I primi passi del regime repubblicano instaurato in Egitto dopo la cacciata del re fantoccio Faruk (che si rifugiò in Italia, dove riempì le pagine della “cronaca rosa” dei giornali con le sue avventure con prostitute d’alto bordo) avevano rivelato un atteggiamento cauto nei confronti dello Stato di Israele e della numerosa e prospera comunità ebraica locale. Il primo presidente della Repubblica, il gen. Mohammed Naghib, subito dopo essere stato eletto si recò, ad esempio, in visita di cortesia alla sinagoga del Cairo (ed abbiamo già accennato al rapporto di Nasser con uno degli ufficiali israeliani conosciuti durante le trattative).
La campagna scandalistica che denunciò in tutto il mondo il processo che fu intentato agli attentatori come una “montatura dovuta all’antisemitismo” dei dirigenti nazionalisti egiziani, prima che il regolamento di conti in Israele tra Ben Gurion e il suo rivale Lavon portasse alla luce che gli attentati erano stati programmati in Israele proprio per bloccare un possibile riavvicinamento tra Stati Uniti ed Egitto, finì per coinvolgere la comunità ebraica egiziana, fino a quel momento ben inserita (e in maggioranza non sionista), che fu così costretta a emigrare.
Naturalmente il salto qualitativo avvenne nel 1956. Il canale di Suez, inaugurato nel 1869 con capitali anche egiziani e soprattutto con il sacrificio di decine di migliaia di contadini che erano morti lavorando gratuitamente alla sua costruzione, nel 1920 aveva già ripagato otto volte gli investitori privati stranieri, e la Gran Bretagna, che nel 1875 aveva rilevato il 44% delle azioni appartenenti al Khedivè, che era stato indotto a indebitarsi dai suggerimenti interessati dei consiglieri europei (nel 1882 aveva dovuto per la stessa ragione accettare un regime di protettorato e un’occupazione militare “temporanea” delle truppe britanniche per “garantire l’ordine”, che sarebbe durata fino all’estate del 1956, cioè oltre trent’anni dopo la concessione di una formale indipendenza e l’ammissione alla Società delle Nazioni).
Non era naturalmente per preoccupazioni ecologiche che il finanziamento già promesso fu negato. Oltre a tutto i progetti erano già stati approntati da imprese statunitensi ed europee. L’obbiettivo era quello di costringere l’Egitto a recedere dai suoi programmi di indipendenza totale sul piano economico e su quello politico, e di “punirlo” per aver acquistato dall’Urss e dalla Cecoslovacchia le armi che l’Occidente aveva rifiutato di vendere.
La risposta di Nasser, che aveva intanto preso il posto del moderato Naghib, fu decisa e rapida: il 26 luglio 1956 annunciò la nazionalizzazione della “Compagnia del Canale di Suez“ (e non, come fu detto e viene ripetuto ancora dalla propaganda imperialista, del canale in quanto tale, che era da oltre vent’anni sotto la completa sovranità egiziana, e da cui l’Inghilterra aveva ritirato le truppe senza che venisse limitata la libertà di navigazione). Si trattava di recuperare un bene prezioso – costruito col sudore, il sangue e le risorse dell’Egitto – e che continuava invece ad assicurare profitti immensi agli azionisti, per usare il ricavato dei pedaggi per lo sviluppo del paese.
Nel corso della penetrazione in territorio egiziano reparti speciali dell’esercito israeliano massacravano uomini, donne e bambini in villaggi palestinesi come Kafr Kassem e Khan Yunes; ma anche a Gaza furono trovate fosse comuni con decine di corpi, e il sindaco denunciò la scomparsa di 700 persone. Già il 28 febbraio 1955, d’altra parte, c’era stato un attacco rivelatore alle postazioni egiziane a Gaza.
La guerra dell’ottobre-novembre 1956 doveva dare il colpo definitivo a tutti i tentativi distensivi. I governi colonialisti di Gran Bretagna e Francia (dove – va detto per spiegare perché la sinistra francese è finita così male – il premier era il socialista Guy Mollet, sostenuto dal Pcf…) si scontrarono con la forte resistenza popolare egiziana e furono messi in difficoltà anche dalla protesta dell’Urss (che voleva, con fiere dichiarazioni anticolonialiste, distogliere l’attenzione dal suo intervento in Ungheria, presentato come “difesa da infiltrazioni imperialiste”). Gli Stati Uniti, preoccupati delle reazioni nel mondo arabo e interessati ad approfittare delle difficoltà della Gran Bretagna, alleata ma rivale, si dissociarono dai franco-britannici, che quindi furono costretti a ritirarsi con la coda tra le gambe.
L’Egitto, il cui esercito (ereditato dal regime semicoloniale) aveva fatto ancora una volta una pessima prova, uscì dalla guerra come un trionfatore e diventò il catalizzatore di tutto il nazionalismo arabo. Lo Stato di Israele fu invece smascherato come complice e anzi parte integrante dell’imperialismo, ma ricavò un vantaggio indiretto, dal momento che centinaia di migliaia di ebrei dovettero lasciare i paesi arabi in cui vivevano da secoli e – tranne i fortunati possessori di un passaporto europeo, in genere i più ricchi – non ebbero altro sbocco che quello Stato di Israele a cui fino a quel momento erano stati indifferenti se non ostili.
Aumentò soprattutto il prestigio di Nasser, che aveva sfidato l’imperialismo ed era sopravvissuto all’attacco concentrico delle due vecchie potenze coloniali e dell’efficientissimo esercito israeliano, che era stato dotato dalla Francia dei modernissimi aerei Prestige. Il “nasserismo” accrebbe dunque la sua influenza su tutti i paesi arabi, compreso l’Iraq, dove le violente manifestazioni popolari di sostegno all’Egitto aggredito erano state sanguinosamente represse dal governo di Nury Said, che appariva quindi sempre più un agente del governo di Londra.
Il nasserismo e la repubblica in Iraq
L’Iraq, che era diventato nel secondo dopoguerra una delle pedine più importanti della dominazione imperialista nell’area, precipitava ormai verso una crisi profonda e irreversibile. Feisal II era stato incoronato re nel 1953, quando aveva raggiunto 18 anni, ma aveva davanti a sé pochi anni di regno. Egli era stato sempre considerato nel suo paese soltanto un fantoccio della Gran Bretagna, ancor più del nonno omonimo e al pari di Nury Said. Nel 1955 questa opinione fu rafforzata dall’appoggio dato alla costituzione del “Patto di Bagdad” che riuniva, insieme alla Gran Bretagna, la Turchia, l’Iran dello Scià e il Pakistan (creato artificialmente dai britannici per indebolire l’indipendenza dell’India), oltre che le due monarchie hascemite di Giordania e Iraq. Il Patto aveva una evidente funzione di “gendarme dell’ordine imperialista” in una vasta parte del mondo afroasiatico, in chiave anticomunista ma anche antinazionalista e antineutralista (contro l’Egitto, ma anche contro l’India di Nehru che si avvicinava all’Urss, e otteneva da Mosca finanziamenti importanti per il suo sviluppo indipendente).
L’enorme ripercussione del fallimento dell’aggressione del 1956 all’Egitto all’interno di tutti i paesi arabi e di quello che cominciava ad essere chiamato il “Terzo Mondo”(ad esempio fornì al Fln algerino un incoraggiamento pari a quello rappresentato dalla sconfitta della Francia a Dien Bien Phu nel 1954) mise in crisi prima di tutto due dei paesi firmatari del patto di Baghdad, la Giordania e l’Iraq, insieme a un altro che, per le sue ridotte dimensioni e le sue notevoli contraddizioni interne, non era stato formalmente associato alla coalizione: il Libano.
Il nasserismo influenza profondamente soprattutto la Siria, in cui i “socialisti arabi” del Baas, divisi in tre frazioni, governano da qualche anno, dopo la caduta della dittatura del colonnello Shishakli, ma regolano i conti tra loro con frequenti colpi di Stato, mentre vedono emergere con preoccupazione un relativamente forte Partito comunista guidato da Khaled Bagdash, che rappresenta un polo d’attrazione per i ceti medi che erano la clientela tradizionale del Baas. Per arginarlo chiedono aiuto a Nasser: il 31 gennaio 1958 una delegazione siriana guidata dal presidente della Repubblica Ahukri Kuatly si reca al Cairo, proponendo l’unificazione con l’Egitto a un Nasser inizialmente perplesso.
Ma in un primo momento la costituzione della Rau suscita grandi speranze nelle masse arabe, e preoccupazione nei ceti più conservatori e soprattutto nelle due monarchie hascemite, che creano immediatamente con l’appoggio di Gran Bretagna e Stati Uniti una “Unione degli Stati Arabi” che in realtà comprende solo Giordania e Iraq (che almeno hanno il vantaggio della contiguità territoriale, mentre Egitto e Siria, e ancor più lo Yemen, non hanno confini tra loro e hanno profonde differenziazioni culturali, economiche e sociali).
Anche il Libano sarà profondamente scosso dal vento del panarabismo. Il presidente Camille Chamoun, esponente della destra maronita, appoggiato dalla Falange di Pierre Gemayel, anch’esso cristiano maronita e fascisteggiante, accentuò il legame con gli Stati Uniti aderendo nel 1957 alla “dottrina Eisenhower” per il Medio Oriente. Si scontrò presto con un movimento popolare di sinistra, che comprendeva i socialisti progressisti del druso Kamal Jumblatt, i nasseriani, il Baas e altri gruppi. La guerra civile assunse inevitabilmente le caratteristiche di uno scontro tra musulmani e cristiani (soprattutto maroniti, perché una parte degli ortodossi simpatizzavano invece per la sinistra), che si accentuò nel luglio 1958, dopo la caduta della monarchia irachena. Chamoun, terrorizzato, chiese l’intervento degli Stati Uniti, che il 20 luglio inviarono 10.000 marines a Beirut, mentre gli insorti islamici e progressisti rimanevano padroni di Tripoli nel nord e di Tiro e Sidone nel sud.
Ma è l’Iraq che conosce lo sconvolgimento più profondo. Il 14 luglio 1958 esplode il malcontento popolare, preparato da una cospirazione sotterranea ispirata dal Cairo, di cui fa parte anche Rashid Ali el Kailani, il ribelle del 1941, ma soprattutto un settore importante dell’esercito.
Reparti dell’esercito guidati dal generale Abdel Karim Kassem, appoggiati dalla maggior parte della popolazione, assaltano il palazzo reale e uccidono sul posto Feisal II e tutti i ministri, tranne Nury Said, che si rifugia in casa di amici e tenta di fuggire vestito da donna. Riconosciuto da alcuni soldati, viene abbattuto a raffiche di mitra e sepolto nel cimitero di Baghdad, dove la sua tomba però viene identificata dopo poche ore. Il suo cadavere viene disseppellito e trascinato per le vie della città, dove sarà fatto a pezzi dalla furia popolare.
L’Iraq esce immediatamente dal Patto di Baghdad e rompe l’unione con la Giordania, dove un forte movimento di massa minaccia re Hussein, che l’anno precedente aveva sciolto il governo progressista guidato da Suleiman Nabulsi, che aveva vinto regolari elezioni. Hussein chiede l’intervento dei paracadutisti britannici e rompe i rapporti con l’Egitto, considerato responsabile di tutti i sommovimenti. Ma la Gran Bretagna è troppo malvista, e subito dopo il re dovrà chiedere l’assistenza economica e militare degli Stati Uniti, a cui si legherà a filo doppio. Comincia una nuova fase di instabilità in tutto il Medio Oriente.
1 R. Luxenburg, op. cit. pp. 440-446.
2 Questi lavori erano pagati a carissimo prezzo dal governo ottomano, che assicurava anche un utile chilometrico fisso molto alto alla compagnia ferroviaria, che veniva garantito concedendo alla “Administration de la Dette Publique Ottomane” (l’equivalente del Fondo Monetario e della Banca Mondiale in quegli anni) la riscossione delle imposte (le tradizionali “decime”, aumentate però fino al 12 e 12,5%) in molti vilayet. Ivi, p. 444.
3 Interessante notare a questo proposito che la Germania, pur privata di tutte le colonie africane alla conclusione della prima Guerra mondiale, ha mantenuto legami all’interno di esse così duraturi che perfino dopo la decolonizzazione degli anni Sessanta erano stati utilizzati dall’Urss per la penetrazione in quell’area: era infatti alla Germania est che venivano delegati compiti di “intelligence”, di consulenza militare ed economica nei paesi che si avvicinavano al “blocco socialista”.
4 In quegli anni numerose pubblicazioni in Italia risollevavano la questione palestinese, lamentando che il Mandato della Società delle Nazioni fosse andato all’Inghilterra protestante e non all’Italia cattolica, e rispolverando un’improbabile discendenza di Vittorio Emanuele III da uno degli effimeri re di Gerusalemme del tempo delle crociate.
5 Renzo De Felice, Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, il Mulino, Bologna, 1988.
6 Una ricostruzione equilibrata e documentatissima dell’atteggiamento del Gran Muftì si trova in Luigi Goglia, Questione palestinese e nazionalismo arabo, Argalia, Urbino, 1980, in particolare nei capitoli dedicati a La questione palestinese tra le due guerre mondiali e La rivolta araba in Palestina nel 1936. Goglia ricostruisce l’atteggiamento inizialmente filobritannico di Hadj Hamin al-Hussein, e l’appoggio che egli per questo ottenne dal governatore Samuel. Anche Renzo De Felice nel volume citato smentisce nettamente le interpretazioni ricorrenti di Hamin al-Hussein come “fascista” nella propaganda sionista e riprese da grossolane volgarizzazioni “storiche” come quella di Nicola Garribba, Lo Stato di Israele, Editori Riuniti, 1983, che non meriterebbe neppure di essere nominato se questo libercolo non fosse apparso in una prestigiosa collana della casa editrice del Pci, e diffuso poi in centinaia di migliaia di copie nelle scuole italiane dall’Ambasciata israeliana (e adottato anche da qualche professore universitario sionista). Sulle falsificazioni di Garribba si aprì un appassionato dibattito che si concluse con un incontro dei maggiori studiosi italiani di questioni mediorientali con il direttore della collana, Tullio De Mauro. Un promemoria (ma sarebbe meglio dire una totale stroncatura) sul libro, preparato per quella riunione, è stato pubblicato successivamente in Antonio Moscato, Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991, pp. 107-126.
7 L’attuale presidente dell’Indonesia, la signora Megawati Sukarnoputri, è la figlia di Achmed Sukarno, che fu destituito formalmente nel 1966, qualche mese dopo il golpe militare appoggiato dagli Stati Uniti.
8 R. De Felice, op. cit., pp. 12-13. De Felice conclude il ragionamento dicendo che la sottovalutazione di questa complessità “in un certo senso – non sembri troppo ardito il confronto – è quasi come prospettare un’immagine del nostro Risorgimento che non tenga conto contemporaneamente di Mazzini, di Cavour, di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II”. Ivi, p. 13.
9 La reazione del governo britannico fu talmente prudente e moderata da accettare subito senza recriminazioni le scuse dell’Iraq. J. Dauphin, op. cit., pp. 107-108.
10 La bibliografia su questo aspetto è abbondante, ma sistematicamente ignorata per partito preso dai sostenitori della tesi vittimista di Israele. Ricordo però almeno due titoli significativi: Nakhba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, Salerno, Ripostes, 1987 (curato da Guido Valabrega per i “Dossier Palestina” della Fondazione internazionale Lelio Basso), che è il primo libro in Italia basato sul lavoro dei “nuovi storici israeliani; Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano, 2001. Il libro di Benny Morris, capofila dei nuovi storici, è contestato da alcuni sostenitori della causa palestinese per le idee politiche che lascia trasparire nei suoi giudizi sulla storia recente dopo gli “accordi di Oslo” (è un sionista, laburista, entusiasta di Barak), ma è invece utilissimo per la mole di dati che fornisce con scrupolosità e rigore, sia sul terrorismo sionista, sia sui progetti ricorrenti sull’espulsione dei palestinesi come unica soluzione. Dalla ricostruzione di Morris dell’eccidio sionista di Deir Yassin, oltre a risultare la corresponsabilità degli stessi laburisti, emerge appunto che già prima della proclamazione dello Stato di Israele i sionisti disponevano di blindati e altre armi pesanti. Ivi, p. 223. Per altre indicazioni bibliografiche rinvio a: Antonio Moscato, Cinzia Nachira, Israele sull’orlo dell’abisso, Sapere 2000, Roma, 2002, che ha anche in Appendice un ampio stralcio di un mio più esteso saggio sui “Rapporti tra Israele e Sudafrica”, apparso sulla rivista I diritti dei popoli.
11 Ivi, p. 13.
12Vittime, cit., pp. 356-357. Tra le ricostruzioni dell’episodio si veda: Uri Avneri, Israele senza sionisti, Laterza, Bari, 1970, pp. 118-143 (che fornisce utili indicazioni sui sondaggi avviati da Nasser per arrivare a una soluzione negoziata della questione palestinese esattamente in quel periodo) e Peretz Merhav Storia del movimento operaio in Israele, La Nuova Italia, Firenze, pp. 245-254.
13 A distanza di anni, ci si può domandare se è positivo il bilancio di quella diga, che comportò molteplici danni ambientali (dalla sparizione di molti importanti siti archeologici ricoperti dalle acque, di cui solo una parte fu salvata, a trasformazioni climatiche notevoli), mentre ridusse la capacità fertilizzante delle acque del Nilo, dato che il limo proveniente dalle foreste equatoriali in cui nasce si deposita sul fondo del grande lago artificiale. Probabilmente no, ma va detto che il bilancio va messo in conto non tanto alle specifiche ambizioni dei dirigenti egiziani, quanto a quella presunzione di poter modificare a piacimento gli assetti naturali che caratterizzò sia l’Europa positivista a cavallo tra il XIX e il XX secolo, sia l’Unione Sovietica staliniana, con le sue gigantesche dighe che da un lato producevano meno energia di quanta ne sarebbe stata prodotta usando come combustibile l’erba dei pascoli allagati (che ovviamente potevano avere una migliore utilizzazione...), dall’altro modificavano il clima. L’ultima di queste costosissime opere, l’inversione del corso dei fiumi siberiani, che se completata sarebbe stata catastrofica e contro cui da decenni si scagliavano scienziati e intellettuali sovietici, fu fermata da Gorbaciov, e rappresenta probabilmente l’unico atto sicuramente positivo del suo governo. Cfr. per questo Antonio Moscato, Gorbaciov. Le ambiguità della perestrojka, Erre Emme, Roma, 1990, in particolare alle pp. 39-47 sulla “catastrofe ecologica” dell’Urss.
14 In realtà il passaggio in una via di comunicazione interna come il Canale di Suez o quello di Panama era sempre stato vietato dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti alle navi di paesi con cui erano in guerra, e così, analogamente, era avvenuto per lo stretto dei Dardanelli da parte dell’impero ottomano prima e della Turchia successivamente, senza che nessuno denunciasse per questo “un attentato alla libertà di navigazione”.
15 Non a caso proprio il 26 ottobre, alla vigilia della guerra, con un atto di pirateria la Francia dirottò un aereo che portava Ben Bella e altri dirigenti del Fln algerino dal Marocco a Tunisi via Spagna, arrestandoli. Dovrà liberarli per trattare la pace con loro nel 1961, quando ogni speranza di piegare militarmente la resistenza era svanita. Ma intanto nel FLN, soprattutto nel cosiddetto “esercito dell’esterno” che non aveva praticamente mai combattuto, si era formato un gruppo di militari professionisti raccolti intorno a Huari Boumedien, che nel giugno 1965 organizzavano un colpo di Stato contro Ben Bella, liquidando il suo tentativo di socialismo basato sull’autogestione. Ahmed Ben Bella avrebbe passato ancora 15 anni in carcere nel suo stesso paese. Sarà liberato solo nel 1980, due anni dopo la morte di Boumedien.
16 La causa della rottura fu in primo luogo la eccessiva “egizianizzazione” di un paese con una storia originale e vivace, sostanzialmente diversa da quella degli altri paesi arabi, ma anche le comprensibili resistenze della burocrazia e dell’esercito. Inoltre la borghesia siriana cominciava ad avere paura del proclamato “socialismo” di Nasser.
17 Sarà poi deposto nel novembre 1964 dal consiglio degli Ulema, e Feisal diventerà re. Avvierà una cauta modernizzazione dell’Arabia, ma sarà ucciso nel marzo 1975 da un nipote (non è l’unico assassinio o regolamento dei conti all’interno di questa dinastia feudale).