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6 - Iraq. Che fare contro la guerra
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CAP. VI - Che fare contro la guerra
È l’ultimo capitolo, conclusivo, del libro Tempeste sull’Iraq, che ho scritto e pubblicato nel 2003 presso l’editore Massari per contrastare la campagna di disinformazione che aveva preparato l’impresa imperialista.
Il primo capitolo è stato inserito nel sito col nome Iraq. Le vere ragioni di una guerra insensata. (13/10/2009)
Che fare contro la guerra
La conclusione del capitolo precedente non deve essere fraintesa, e non può giustificare una specie di fatalismo, che consideri inutile ogni sforzo per fermare la guerra.
Che alla guerra si oppongano non solo quegli intellettuali come Noam Chomski o Gore Vidal i quali, pur appellandosi ai migliori valori della cultura statunitense, non raggiungono se non una minima percentuale della popolazione, ma anche personaggi politici con una fedina penale sporchissima come la Albright (che quindi non si rifanno a una concezione morale, ma solo agli interessi del loro paese, minacciati dall’avventurismo della Junta petroliera di Bush e Cheney), è un segnale importante. La Albright, ad esempio, ha sottolineato il carattere “patriottico” della sua opposizione alla guerra:
Si può continuare ad aumentare in modo esponenziale la spesa militare per mantenere basi in 120 paesi del mondo, mentre non solo i più poveri ma anche settori larghissimi dei ceti medi vanno in rovina? Questa è la domanda che si pongono molti capitalisti più lungimiranti (e meno direttamente legati al settore petrolifero). Paradossalmente, il loro atteggiamento ricorda per certi aspetti quello di molti capitalisti italiani nei confronti della banda Berlusconi-Dell’Utri-Previti, che li preoccupa perché troppo interessata ai suoi affari personali e pochissimo a quelli dell’intero sistema. Naturalmente non fanno nulla per combatterla: esprimono solo perplessità in qualche editoriale del Corriere della sera.
Ma ci sono due precedenti importanti. Il primo è l’atteggiamento degli industriali italiani che, “turandosi il naso”, avevano finanziato il fascismo dal 1920 e lo avevano poi sostenuto ricavandone non pochi vantaggi: hanno cominciato ad abbandonarlo solo nel 1943, per la combinazione tra le sconfitte militari e la ripresa degli scioperi nelle grandi città operaie del nord, nel marzo 1943. Appoggiarono quindi il ricambio verso un “fascismo moderato” senza Mussolini, avviato il 25 luglio (e che doveva essere indolore, ma sfuggì di mano per l’entrata in scena delle masse stanche della guerra). Senza gli scioperi e le sconfitte, sarebbero rimasti fascisti in eterno.
Il secondo caso è quello della Guerra del Vietnam: il ritiro delle truppe statunitensi non fu dovuto a viltà o spirito di capitolazione, come ripete ancora oggi la destra negli Usa e da noi, ma al panico di fronte alla crescita di un movimento di massa contro la guerra che si saldava con quanto rimaneva del movimento sindacale e operaio degli Stati Uniti e rischiava di far saltare la commedia dell’alternanza tra democratici e repubblicani.
Non possiamo intervenire direttamente sui processi di differenziazione politica negli Stati Uniti; possiamo solo osservare i primi parzialissimi segnali emersi a Seattle, ma anche la crescita di mobilitazioni popolari contro la guerra imminente, di ampiezza imprevedibili fino a poco fa, anche se ancora insufficienti a condizionare la vita politica del paese.
Possiamo però influire su di essi indirettamente. L’Italia, insieme alla Spagna, è l’unico paese europeo il cui governo sia schierato apertamente con Bush e Blair, ma è anche il paese in cui, nonostante l’insipienza e l’ipocrisia dell’opposizione parlamentare, è cresciuto un movimento senza precedenti contro la guerra, che potrebbe imporre scelte diverse da quelle fatte finora dal governo Berlusconi-Bossi-Fini. Non abbiamo ovviamente nessuna illusione sui nostri governanti, ma siamo convinti che ormai sanno bene che rischiano grosso, per la comparsa nelle piazze (e sulle autostrade...) di un’opposizione sociale contro la guerra e in difesa dei lavoratori della Fiat, che non coincide – anzi in gran parte ne diffida – con l’opposizione parlamentare di comodo e in cui sta emergendo l’embrione di un nuovo soggetto politico.
Ci troviamo di fronte a una situazione profondamente mutata: da Genova in poi ci sono state grandiose mobilitazioni, che hanno avuto anche successo nel coinvolgimento di ampi settori di un centrosinistra allo sbando. Sappiamo bene quali sono state le considerazioni tattiche che hanno spinto Cofferati a sganciarsi dalla sua stessa politica di anni e anni (sia pure senza rinnegarla, anzi senza la minima autocritica). Non deleghiamo dunque a Cofferati, e tanto meno a Nanni Moretti, il compito di rappresentare e dirigere questo movimento; al contrario, sappiamo bene che è stata l’esistenza del movimento a provocarne il risveglio. Non lo diciamo per polemica, per togliere valore alle loro differenziazioni, ma per sottolineare la novità di quel che è successo e interpretarne le cause, al di là dell’analisi della psicologia di questi nuovi “compagni di strada”: grazie a loro – con tutte le relative ambiguità – le mobilitazioni hanno raggiunto una parte assai più grande della popolazione di quanto fosse possibile sognare un anno e mezzo fa. Basti pensare alla mobilitazione immensa del 23 ottobre e allo sciopero generale del 16 novembre, a cui partecipavano masse del tutto estranee alle considerazioni tattiche dei promotori, come alla marcia Perugia–Assisi avevano preso parte centinaia di migliaia di giovani che esprimevano un rifiuto della guerra ben più netto di quello contenuto nella convocazione ufficiale dell’iniziativa.
Lo stesso vale per l’adesione della Regione Toscana e del Comune di Firenze al Social Forum Europeo: a Porto Alegre, i primi esponenti del centrosinistra erano venuti in avanscoperta con moventi così evidentemente tattici da suscitare prevalentemente diffidenza o aperte contestazioni. A Firenze, invece, hanno dato un contributo reale (anche solo come supporto tecnico e logistico, ma anche politico, impedendo il ricorso alle provocazioni e alle aggressioni sperimentate a Napoli e a Genova).
Assistiamo dunque in Italia a un movimento senza confronti possibili con qualsiasi cosa sia avvenuta nei due decenni precedenti, che ha un ruolo di protagonista sia nella rinascita di un soggetto politico non facilmente manipolabile dal “politicismo” suicida del centrosinistra, sia nella ricomposizione di una vera sinistra antagonista europea.
È questo che preoccupa e può far arretrare i nostri governanti. E un loro sganciamento dalla “crociata del Bene contro il Male” può pesare anche nelle valutazioni del gruppo dirigente degli Stati Uniti sui “costi politici” della guerra.
Perché non si può delegare all’Onu la difesa della pace
Il percorso non è naturalmente lineare né facile. Un pericolo è rappresentato dal tentativo del centrosinistra, compreso Cofferati (su cui anche nella sinistra alternativa sono state riposte troppe speranze infondate), di fare rientrare dalla finestra quella delega all’Onu del compito di fermare la guerra che la maggior parte dei manifestanti di Assisi, di Genova, di Firenze, rifiutava invece dicendo: “No alla guerra, senza se e senza ma”.
Nel 1991, e poi nelle guerre di Somalia, di Bosnia, di Serbia, un centrosinistra in malafede e molti pacifisti per ingenuità hanno atteso che l’Onu bloccasse la guerra, naturalmente invano. L’Onu, come la Società delle Nazioni che l’ha preceduta nel periodo tra le due Guerre mondiali, non ha mai fermato una sola aggressione e, al contrario, ha assicurato copertura a crimini di ogni genere (basti pensare a Lumumba, che – su consiglio sovietico – aveva chiesto nel 1960, contro i paracadutisti belgi che stavano rioccupando il Congo, l’intervento delle truppe delle Nazioni Unite, che invece lo consegnarono ai suoi assassini). Basti pensare alla cecità nei confronti delle innumerevoli violazioni israeliane di risoluzioni dell’Onu, alla passività nei confronti delle truppe indonesiane che hanno massacrato per anni centinaia di migliaia di abitanti di Timor Est (l’intervento è avvenuto solo nel 1999, dopo che il regime assassino di Suharto era entrato in crisi irreversibile), alla complicità con l’occupazione delle Repubblica Saharawi da parte del Marocco, ecc. In troppi altri casi l’Onu ha lasciato fare o anche delegato formalmente a organizzazioni locali non rappresentative (Nato, Organizzazione degli Stati Americani, idem per l’Africa, ecc.).
Molte delle illusioni sull’Onu che vengono riproposte all’interno della stessa sinistra antagonista si reggono su una scarsa attenzione all’organizzazione e alla composizione di questo organismo. Eppure, quando se ne esamina il comportamento in alcuni momenti cruciali, non c’è dubbio che nell’Assemblea generale sono stati sempre determinanti i voti di paesi i cui governanti erano semplici marionette nelle mani degli Stati Uniti o della Gran Bretagna.
Prima di tutto, permane il diritto di veto per i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Anche quando nel 1971 la Cina popolare venne ammessa finalmente all’Onu, scacciandone la Cina nazionalista di Taiwan, le cose non cambiarono molto, perché il governo di Pechino aveva stabilito ormai relazioni privilegiate con gli Usa, in nome della lotta contro il “socialimperialismo sovietico”, e aveva quindi relegato la fraseologia rivoluzionaria a una funzione puramente ideologica e di immagine. Come oggi la Russia e prima l’Urss, nei momenti decisivi la Cina si astiene o esce dalla sala per non esercitare il diritto di veto. Quindi il Consiglio di Sicurezza è di fatto l’organo in cui si realizzano le mediazioni tra gli interessi in parte divergenti delle maggiori potenze.
Quindi aspettarsi un intervento positivo dal Consiglio di sicurezza, composto da cinque paesi che hanno al loro attivo innumerevoli crimini contro i popoli, è puramente illusorio, ma lo è anche illudersi che possa avere un ruolo positivo la stessa Assemblea generale, in cui siedono i rappresentanti di oltre 190 Stati, di cui almeno 150 sono vere dittature, o paesi schiacciati dai debiti e governati da agenti locali dei paesi imperialisti creditori (basti pensare all’Argentina).
Un esempio di ipocrisia: la risoluzione dell’Onu
Dopo quanto abbiamo detto, pubblicare la risoluzione dell’Onu dell’8 novembre 2002 potrebbe sembrare inutile. Ma è invece un esempio, da un lato, del vuoto formalismo giuridico dei ben retribuiti azzeccagarbugli internazionali, dall’altro del faticoso lavoro di limatura per accontentare tutti: gli Stati Uniti, che volevano un appiglio per intervenire (e qui ne trovano in abbondanza), e gli Stati che volevano salvarsi l’anima o almeno la faccia, ottenendo formulazioni meno esplicite (tanto Bush e la sua degna socia Condoleezza Rice hanno già dichiarato che comunque faranno quello che vogliono). Pensiamo alla Russia, alla Cina, alla Germania, il cui cancelliere socialdemocratico si è dichiarato per la pace per essere rieletto da un paese che tutti i sondaggi indicavano schierato a larga maggioranza contro la guerra, e poi ha mandato il “verde” ed ex gruppettaro maoista Joskha Fischer a Londra per concordare il gioco delle parti con il guerrafondaio Tony Blair (appartenente alla stessa internazionale socialdemocratica di Schröder).
Con quanta severità si ricordano presunte violazioni precedenti, falsando i dati e fingendo di ignorare che il vicecapo degli ispettori dell’Onu, Scott Ritter, cittadino statunitense e per giunta repubblicano e sostenitore di Bush nelle elezioni del 2000 (speriamo si sia pentito…), ha documentato che:
1.fu il capo degli ispettori, Richard Butler, australiano ma strettamente legato alla Cia, a decidere il loro ritiro per consentire la ripresa dei bombardamenti statunitensi e britannici il 18 dicembre 1998;
2.lo stesso Butler vietò ai suoi subalterni di effettuare dei test sulle armi biologiche, per impedire che un esito negativo (come era stato quello di tutti gli altri test effettuati) impedisse di avere un pretesto per l’attacco;
3.Butler provocò continuamente gli iracheni, pretendendo che un numero sempre maggiore di ispettori entrasse in “siti sensibili” dove non poteva esserci nessuna arma, come la sede centrale del Baas e altri uffici governativi riservati, che non potevano essere collegati a nessun progetto militare, ma che potevano interessare a scopi spionistici;
- 4.i documenti contenuti in due valigette sottratte a mano armata a due agenti dei servizi segreti iracheni scovati in un “sito sensibile” risultarono – una volta tradotti – un prontuario per effettuare test alimentari sul cibo destinato a Saddam Hussein, per prevenire avvelenamenti da botulino e clostridium eventualmente tentati dagli Stati Uniti (che hanno un bel curriculum di attentati a capi di Stato invisi) o da altri nemici; furono e sono invece presentati come istruzioni per organizzare avvelenamenti di massa.4
Con quale faccia il Consiglio di Sicurezza denuncia così solennemente le presunte violazioni irachene, mentre non ha fiatato quando per l’ennesima volta Israele ha rifiutato la presenza di osservatori per indagare sugli eccidi di Jenin? I governanti di Israele hanno preteso di indicarli loro, e poi li hanno comunque respinti (un po’ come fanno i nostri governanti, che vogliono scegliersi i giudici quando sono indagati per reati comuni...). Il Consiglio di sicurezza non protesta neppure quando un proiettile israeliano colpisce e uccide non dico un bambino palestinese o un operatore televisivo italiano, ma perfino un funzionario britannico delle Nazioni Unite!
La risoluzione dunque è congegnata come una trappola mortale. Se non scatterà sarà non perché Saddam avrà fatto o non avrà fatto qualche cosa, ma solo perché nel gruppo dirigente degli Stati Uniti qualcuno che, a differenza di Bush, è in grado di guardare in un binocolo dopo avere tolto i tappi e di leggere un libro tenendolo per il verso giusto, avrà fatto un po’ di conti sui possibili “ritorni di fiamma”, come li chiama Chalmer Johnson, e sui costi e ricavi (politici ed economici) di questa guerra. E tra i costi politici da calcolare ci potrebbe essere anche non solo la crescita dei sentimenti ostili verso gli Stati Uniti che un centro (americano) di ricerche ha documentato in questi giorni in decine di paesi, ma anche quello di avere fatto imprevedibilmente risvegliare un’opposizione forte e consapevole in uno dei paesi che sembrava più docilmente assimilabile al “modello americano”: l’Italia.
Appendice
La risoluzione 1441 (2002) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata all'unanimità l’8.11.2002
Il Consiglio di Sicurezza,
Ricordando tutte le sue precedenti risoluzioni pertinenti, in particolare le sue risoluzioni 661(1990) del 6 agosto 1990, 678 (1990) del 29 novembre 1990, 686 (1991) del 2 marzo 1991, 687 (1991) del 3 aprile 1991, 688 (1991) del 5 aprile 1991, 707 (1991) del 15 agosto 1991, 715 (1991) dell'11 ottobre 1991, 986 (1995) del 14 aprile 1995, e 1.284 (1999) del 17 dicembre 1999, e tutte le dichiarazioni pertinenti del suo Presidente,
Ricordando inoltre la sua risoluzione 1.382 (2001) del 29 novembre 2001 e la sua intenzione di dare a essa piena attuazione,
Riconoscendo la minaccia che l'inadempienza dell'Iraq verso le risoluzioni del Consiglio e la sua proliferazione di armi di distruzione di massa e di missili a lunga gittata pongono per la pace e la sicurezza internazionale,
Ricordando che la sua risoluzione 678 (1990) autorizzava gli Stati membri a fare uso di tutti i mezzi necessari per sostenere e attuare la sua risoluzione 660 (1990) del 2 agosto 1990 e tutte le risoluzioni pertinenti ad essa successive e per ripristinare la pace e la sicurezza internazionale nell'area,
Ricordando inoltre che la sua risoluzione 687 (1991) ha imposto degli obblighi all'Iraq come passo necessario per il raggiungimento del suo obiettivo dichiarato di ripristinare la pace e la sicurezza internazionale nell'area,
Deplorando il fatto che l'Iraq non ha fornito una dichiarazione accurata, piena, definitiva e completa, come richiesto dalla risoluzione 687 (1991), di tutti gli aspetti dei suoi programmi per lo sviluppo di armi di distruzione di massa e missili balistici con gittata superiore ai 150 km, e di tutti i possessi di tali armi, dei loro componenti e impianti di produzione e ubicazioni, come pure di tutti gli altri programmi nucleari, compresi quelli che esso sostiene essere a scopi non collegati a materiale impiegabile per armi nucleari,
Deplorando inoltre che l'Iraq abbia ripetutamente ostacolato l'accesso immediato, senza condizioni, e senza restrizioni ai siti designati dalla Commissione Speciale delle Nazioni Unite (Unscom) e dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Iaea), non abbia cooperato pienamente e senza condizioni con gli ispettori dell'Unscom e dell'Iaea, come richiesto dalla risoluzione 687 (1991), e alla fine abbia cessato ogni cooperazione con l'Unscom e l'Iaea nel 1998,
Deplorando l'assenza, dal dicembre 1998, in Iraq di monitoraggio, verifica e ispezione internazionale, come richiesto dalle risoluzioni pertinenti, delle armi di distruzione di massa e dei missili balistici, nonostante le ripetute richieste da parte del Consiglio perché l'Iraq fornisca accesso immediato, senza condizioni e senza restrizioni, alla Commissione di Monitoraggio, Verifica e Ispezione delle Nazioni Unite (Unmovic), creata nella risoluzione 1.284 (1999) come organizzazione che succede all'Unscom e all'Iaea, e rammaricandosi per il conseguente prolungarsi della crisi nella regione e per la sofferenza del popolo iracheno,
Deplorando anche che il Governo dell'Iraq non abbia adempiuto ai suoi impegni ai sensi della risoluzione 687 (1991) rispetto al terrorismo, ai sensi della risoluzione 688 (1991) di porre fine alla repressione della sua popolazione civile e di fornire accesso da parte delle organizzazioni umanitarie internazionali a tutti coloro che necessitano di assistenza in Iraq, e ai sensi delle risoluzioni 686 (1991), 687 (1991), e 1284 (1999) di restituire o cooperare nel dar conto dei cittadini del Kuwait e di paesi terzi detenuti illegalmente in Iraq, o di restituire i beni del Kuwait illegalmente confiscati dall'Iraq,
Ricordando che nella sua risoluzione 687 (1991) il Consiglio ha dichiarato che un cessate il fuoco sarebbe stato basato sull'accettazione da parte dell'Iraq delle disposizioni di quella risoluzione, compresi gli obblighi per l'Iraq in essa contenuti,
Deciso a garantire una piena e immediata adempienza da parte dell'Iraq verso i suoi obblighi in base alla risoluzione 687 (1991) e altre risoluzioni pertinenti senza condizioni o restrizioni, e ricordando che le risoluzioni del Consiglio costituiscono il parametro fondamentale dell'adempienza dell'Iraq,
Ricordando che il funzionamento efficace dell'Unmovic, come organizzazione che succede alla Commissione Speciale, e dell'Iaea è essenziale per l' attuazione della risoluzione 687 (1991) e di altre risoluzioni pertinenti,
Facendo rilevare che la lettera datata 16 settembre 2002 del Ministro degli Esteri iracheno indirizzata al Segretario Generale è un primo passo necessario verso la rettifica del fatto che l'Iraq continua a essere inadempiente nei confronti delle pertinenti risoluzioni del Consiglio,
Facendo rilevare inoltre la lettera datata 8 ottobre 2002 del Direttore Esecutivo dell'Unmovic e del Direttore Generale dell'Iaea al Generale al-Saadi del Governo dell'Iraq che espone gli accordi pratici, come seguito al loro incontro di Vienna, i quali sono requisiti preliminari per la ripresa delle ispezioni in Iraq da parte dell'Unmovic e dell'Iaea, ed esprimendo la più grave preoccupazione per il fatto che il Governo dell'Iraq continua a non fornire conferma degli accordi come esposti in quella lettera.
Riaffermando l'impegno di tutti gli Stati membri nei confronti della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Iraq, del Kuwait, e degli stati vicini,
Elogiando il Segretario Generale e i membri della Lega degli Stati Arabi e il suo Segretario Generale per i loro sforzi a questo proposito,
Deciso a garantire piena adempienza alle sue decisioni,
Agendo in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite,
1. Decide che l'Iraq è stato e rimane in violazione sostanziale dei suoi obblighi in base alle risoluzioni pertinenti, compresa la risoluzione 687 (1991), in particolare attraverso la sua non cooperazione con gli ispettori delle Nazioni Unite e l'Iaea, e il non completamento delle azioni richieste in base ai paragrafi da 8 a 13 della risoluzione 687 (1991);
2. Decide, riconoscendo il paragrafo 1 di cui sopra, di offrire all'Iraq, mediante questa risoluzione, una ultima opportunità di adempiere ai suoi obblighi sul disarmo sulla base delle risoluzioni pertinenti del Consiglio; e di conseguenza decide di istituire un regime potenziato di ispezioni allo scopo di portare a compimento completo e verificato il processo di disarmo istituito dalla risoluzione 687 (1991) e dalle successive risoluzioni del Consiglio;
3. Decide che, per iniziare ad adempiere ai suoi obblighi sul disarmo, oltre a presentare le dichiarazioni semestrali richieste, il Governo dell'Iraq deve fornire all'Unmovic, all'Iaea, e al Consiglio, non più tardi di 30 giorni dalla data di questa risoluzione, una dichiarazione accurata, piena e completa a oggi di tutti gli aspetti dei suoi programmi di sviluppo di armi chimiche, biologiche e nucleari, missili balistici, e altri sistemi di lancio come veicoli aerei senza pilota e sistemi di dispersione ideati per l'utilizzo su aerei, compreso qualunque possesso e l'ubicazione esatta di tali armi, componenti, sub-componenti, stock di agenti, e materiali e attrezzature relative, l'ubicazione e l'opera dei suoi impianti per la ricerca, lo sviluppo e la produzione, come pure di tutti gli altri programmi chimici, biologici e nucleari, compreso qualunque esso sostenga essere a scopi non connessi a materiali o produzione per armamenti;
4. Decide che dichiarazioni false o omissioni nelle dichiarazioni presentate dall'Iraq ai sensi di questa risoluzione e l'inadempienza nei suoi confronti in qualunque momento da parte dell'Iraq, nonché la sua non piena cooperazione nella sua attuazione costituiscono una ulteriore violazione sostanziale degli obblighi e saranno riferite al Consiglio per una valutazione conformemente ai paragrafi 11 e o 12 di cui sotto;
5. Decide che l'Iraq fornirà all'Unmovic e all'Iaea accesso immediato, senza ostacoli, senza condizioni e senza restrizioni a qualunque e a tutte le aree, comprese quelle sotterranee, impianti, edifici, attrezzature, documenti e mezzi di trasporto che essi desiderino ispezionare, come pure accesso senza ostacoli, senza restrizioni e privato a tutti i funzionari e altre persone che l' Unmovic o l'Iaea desiderino intervistare nella maniera o nella sede scelta dall' Unmovic o dall'Iaea conformemente a qualunque aspetto dei loro mandati; decide inoltre che l' Unmovic e l'Iaea possono a loro discrezione condurre interviste dentro o fuori l'Iraq, possono facilitare il viaggio degli intervistati e di loro familiari fuori dall'Iraq, e che, a sola discrezione dell'Unmovic e dell'Iaea, tali interviste possono svolgersi senza la presenza di osservatori del governo iracheno; e incarica l' Unmovic e chiede all'Iaea di riprendere le ispezioni non più tardi di 45 giorni dall'adozione di questa risoluzione e ad aggiornare il Consiglio 60 giorni dopo;
6. Approva la lettera dell'8 ottobre 2002 del Direttore Esecutivo dell' Unmovic e del Direttore Generale dell'Iaea al Generale al-Saadi del Governo dell'Iraq qui allegata, e decide che i contenuti di questa lettera devono essere vincolanti per l'Iraq;
7. Decide inoltre che, in considerazione della prolungata interruzione della presenza dell'Unmovic e dell'Iaea da parte dell'Iraq, e affinché esse portino a termine i compiti esposti in questa risoluzione e in tutte le precedenti risoluzioni pertinenti, e nonostante intese precedenti, il Consiglio con la presente stabilisce le seguenti autorizzazioni rivedute o supplementari, che saranno vincolanti per l'Iraq, per facilitare il loro lavoro in Iraq:
- L'Unmovic e l'Iaea determineranno la composizione delle loro squadre di ispettori e garantiranno che queste squadre siano composte dagli esperti più qualificati e competenti disponibili;
- Tutto il personale dell'Unmovic e dell'Iaea godrà dei privilegi e delle immunità corrispondenti a quelle degli esperti in missione, previste nella Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite e nell'Accordo sui privilegi e le immunità dell'Iaea;
- L'Unmovic e l'Iaea avranno diritti di ingresso senza restrizioni dentro e fuori l'Iraq, il diritto di muoversi liberamente, senza restrizioni e immediatamente verso e dai siti oggetto di ispezioni, e il diritto di ispezionare qualsiasi sito ed edificio, compreso l'accesso immediato, senza ostacoli, senza condizioni e senza restrizioni ai siti presidenziali pari a quello a tutti gli altri siti, nonostante le disposizioni della risoluzione 1.154 (1998);
- L'Unmovic e l'Iaea avranno il diritto di ricevere dall'Iraq i nominativi di tutto il personale attualmente e precedentemente collegato ai programmi chimici, biologici, nucleari e balistici dell'Iraq e agli impianti per la ricerca, sviluppo e produzione collegati;
- La sicurezza delle strutture dell' Unmovic e dell'Iaea sarà garantita da un numero sufficiente di guardie delle Nazioni Unite;
- L'Unmovic e l'Iaea avranno il diritto di dichiarare, allo scopo di "congelare" un sito da ispezionare, zone di esclusione, comprese le aree circostanti e i corridoi di transito, nelle quali l'Iraq sospenderà i movimenti aerei e terrestri in modo che niente venga modificato all'interno o portato fuori da un sito in corso di ispezione;
- L'Unmovic e l'Iaea avranno l'utilizzo e l'atterraggio libero e senza restrizioni di velivoli fissi e a rotazione, compresi veicoli da ricognizione con e senza pilota;
- L'Unmovic e l'Iaea avranno il diritto, a loro sola discrezione, in modo verificabile di rimuovere, distruggere, o rendere innocue tutte le armi, i subsistemi, i componenti, i documenti, i materiali e altri articoli relativi proibiti, e il diritto di sequestrare o chiudere qualunque impianto o attrezzatura per la loro produzione;
- L'Unmovic e l'Iaea avranno il diritto di importare e utilizzare liberamente attrezzature o materiali per ispezioni e di confiscare ed esportare qualsiasi attrezzatura, materiale o documento preso durante le ispezioni, senza perquisizioni del personale dell'Unmovic o dell'Iaea o del bagaglio ufficiale o personale;
8. Decide inoltre che l'Iraq non deve commettere o minacciare atti ostili diretti contro qualunque rappresentante o personale delle Nazioni Unite o dell'Iaea o di qualunque Stato membro che agisca per sostenere qualunque risoluzione del Consiglio;
9. Chiede al Segretario Generale di notificare immediatamente all'Iraq questa risoluzione, che è vincolante per l'Iraq; esige che l'Iraq confermi entro 7 giorni da questa notifica la sua intenzione di adempiere pienamente a questa risoluzione; ed esige ulteriormente che l'Iraq cooperi immediatamente, senza condizioni, e attivamente con l'Unmovic e l'Iaea;
10. Chiede a tutti gli Stati membri di dare pieno sostegno all'Unmovic e all'Iaea nell'adempimento dei loro mandati, anche fornendo informazioni relative a programmi proibiti o ad altri aspetti dei loro mandati; compreso sui tentativi iracheni a partire dal 1998 di procurarsi articoli proibiti, e segnalando siti da ispezionare, persone da intervistare, le condizioni di tali interviste, e dati da raccogliere, i cui risultati saranno riferiti al Consiglio dall'Unmovic e dall'Iaea;
11. Dà istruzioni al Direttore Esecutivo dell'Unmovic e al Direttore Generale dell'Iaea di riferire immediatamente al Consiglio qualunque interferenza da parte dell'Iraq con le attività di ispezione, come pure qualunque inadempienza da parte dell'Iraq verso i suoi obblighi sul disarmo, compresi i suoi obblighi riguardo alle ispezioni in base a questa risoluzione;
12. Decide di riunirsi immediatamente al ricevimento di un rapporto in conformità con i paragrafi 4 o 11 di cui sopra, al fine di prendere in considerazione la situazione e la necessità di una piena adempienza verso tutte le risoluzioni pertinenti del Consiglio al fine di garantire la pace e la sicurezza internazionale;
13. Ricorda, in questo contesto, che il Consiglio ha avvertito ripetutamente l'Iraq che esso affronterà gravi conseguenze per effetto delle sue continue violazioni dei suoi obblighi;
14. Decide di rimanere investito della questione.
1 Intervista citata.
2 Il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha dichiarato in un’intervista al Corriere della sera dell’8 dicembre 2002 che “Bush ha voluto ridurre le tasse più per favorire i ricchi che per stimolare l’economia”, spiegando che “chi ha un reddito fino a 50 mila dollari ottiene un beneficio fiscale pari a zero, le famiglie invece che guadagnano 5 milioni di dollari pagano meno tasse per 500 mila dollari in quattro anni”,
3Va inoltre ricordato a chi chiede sempre l’intervento dell’Onu, che di esso fanno parte organismi come il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, responsabili dell’affamamento e della crisi sociale di tutti i paesi indebitati (dove questi organismi fanno la parte degli esattori per gli strozzini internazionali che hanno ridotto in miseria tanti paesi). E in questi organismi (nati insieme all’Onu, nel 1945, e parte integrante della sua struttura) la democrazia è tanto sviluppata che non si vota per paese ma direttamente per capitali, sicché i paesi poveri non contano niente neppure formalmente. Vogliamo riformarli? Ma quale dei tanti paesi imperialisti che spadroneggiano in tutte le organizzazioni internazionali appoggerà la minima riforma democratica che limiti le loro azioni?
4 William Rivers Pitt, Guerra all’Iraq, cit., pp. 68-69, 86 e passim. . Scott Ritter documenta anche come molte accuse all’Iraq siano state basate sulle testimonianze di un funzionario di medio livello, Khidre Hamza, che fu licenziato nel 1994 e si rifugiò in Occidente, spacciandosi per responsabile della progettazione della bomba nucleare irachena, nonostante fosse evidente che non aveva minimamente la preparazione scientifica per un simile incarico. Le denunce di Ritter non hanno impedito a Hamza di continuare a ottenere credito presso il Senato, e la grande stampa internazionale. Ora l’amministrazione Usa ha sollecitato il nuovo capo degli ispettori Onu, Hans Blix, a offrire “protezione” e denaro (e i mezzi per lasciare l’Iraq) a scienziati disponibili a collaborare con gli Stati Uniti (e assicurarsi un futuro di agiatezza). In un’intervista a padre Jean Marie Benjiamin (op. cit. pp. 115-116) Hans von Sponek, già capo del programma umanitario dell’Onu per l’Iraq ha mosso altre gravissime accuse a Richard Butler.