Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
Movimento operaioIl sito di Antonio Moscato, ricostruito

I grandi nodi del Novecento › Il medio oriente lacerato › Documenti

4 - L’IRAQ DOPO LA RIVOLUZIONE DEL 1958

Documenti · pubblicato il 13 ottobre 2009 · 41 min di lettura


Scarica il file originale (RTF, 86 kB)

Versione di lettura convertita dal file originale.

Cap.IV – L’Iraq dopo la rivoluzione del 1958

È il quarto capitolo del libro Tempeste sull’Iraq, che ho scritto e pubblicato nel 2003 presso l’editore Massari per contrastare la campagna di disinformazione che aveva preparato l’impresa imperialista. Scritto a caldo, ma mi sembra che regga ancora oggi, e possa essere riproposto. Il primo capitolo è stato inserito nel sito col nome Iraq. Le vere ragioni di una guerra insensata. (13/10/2009)

La vita dell’Iraq repubblicano nato dalla rivoluzione del 1958 non è stata più tranquilla di quella dei decenni precedenti (ovviamente, soprattutto per l’eredità delle distorsioni provocate dalla dominazione coloniale e semicoloniale, che hanno provocato danni duraturi a tutti i paesi anche quando hanno raggiunto la piena indipendenza).

Il generale Qassem tentò subito di risolvere alcuni dei problemi più gravi del paese, in primo luogo cercando la riconciliazione con i curdi, che si battevano in armi dal 1945: il loro leader, mullah Mustafà Balzani, poté rientrare dall’esilio. Qassem offrì al forte Partito comunista di collaborare, anche impostando una riforma agraria e imponendo alla Iraq Petroleum Company (che nonostante il nome era britannica) una più giusta ripartizione del ricavato della produzione.

Scheda

Il partito comunista iracheno

Il Partito comunista iracheno (d’ora in poi indicato come Pci) era nato negli anni Venti dalla fusione di diversi gruppi, alcuni dei quali caratterizzati da una forte polemica antiislamica e da una battaglia per liberare le donne dalle “catene feudali” (il velo, la poligamia, ecc.). Negli anni Trenta aveva aumentato le sue forze, ma aveva avuto crisi frequenti, sia per lo scontro tra diverse tendenze, sia per l’appoggio dato troppo alla leggera al colpo di Stato del generale Bakr Sidqi, definito “progressista” (mentre il suo regime militare represse duramente sindacalisti, lavoratori in sciopero e comunisti), sia per le molte oscillazioni imposte dagli zig zag della burocrazia sovietica. Nel periodo dell’alleanza tra Urss e Germania nazista appoggiò il regime di Rashid Ali al-Gailani che, per opporsi all’Inghilterra, chiedeva aiuto ai paesi fascisti, ma subito dopo l’attacco hitleriano all’Urss, analogamente a tutti i partiti comunisti del mondo coloniale, appoggiò il regime filobritannico. Nel maggio 1942, sia pure con quasi un anno di ritardo rispetto ad altri partiti più deboli e quindi più pronti ad allinearsi, il giornale del Pci scrisse: “il nostro partito vede l’esercito inglese, che ora combatte il nazismo, come un esercito di liberazione. [... ] Noi siamo dalla parte degli inglesi, [...] dobbiamo quindi aiutare l’esercito inglese in Iraq in qualsiasi modo possibile”.1 Di fatto significava schierarsi dalla parte della monarchia, del governo di Nury Said e dei latifondisti.

Fino al 1946 il Pc dovette comunque operare nella più stretta clandestinità, e molti dei suoi dirigenti furono arrestati e uccisi, compresi due segretari generali. Alcuni settori del partito si scissero, accusandosi reciprocamente di “deviazionismo”, ma in genere polemizzando soprattutto con il troppo rigido centralismo imposto dal gruppo dirigente e rivendicando che si tenesse un regolare congresso. Il segretario generale Yusuf Salman Yusuf, noto come “Fahd”, si oppose sostenendo che “nelle condizioni internazionali esistenti la tenuta di un congresso clandestino dei comunisti in paesi che aderiscono al campo democratico può provocare collisioni tra i comunisti e le autorità che non sono nell’interesse di nessuno, né sono nell’interesse dei popoli che stanno lottando contro il fascismo”.

Tuttavia nel 1945 si tenne un congresso, il primo nella storia del partito (nel 1970 si tenne il secondo, il terzo nel 1976 e il quarto nel 1985). Nel documento congressuale era sparita la prospettiva socialista, non si denunciava il Trattato anglo-iracheno, e veniva tacciata di “reazionaria” la richiesta dell’indipendenza per il popolo curdo. Si rifiutava però l’autoscioglimento, che altri partiti comunisti come quello siriano avevano deciso, su suggerimento di Mosca, per fondersi meglio con una ipotetica “borghesia nazionale”. Un forte impegno nelle vertenze sindacali portò comunque il Pci a controllare 12 sindacati sui 16 esistenti, che condussero a volte lotte a oltranza, coronate da successo sul terreno degli aumenti sindacali rivendicati, ma che videro subito dopo una feroce repressione con arresti e uccisioni di sindacalisti e lavoratori. Nel gennaio 1948 una serie di manifestazioni studentesche che protestavano contro l’ipotesi di un nuovo trattato anglo-iracheno innescarono scioperi e manifestazioni operaie, a cui parteciparono con entusiasmo le cellule comuniste delle fabbriche di Baghdad. La repressione fu durissima (furono uccisi tra 300 e 400 manifestanti), ma il Pci ne uscì sostanzialmente rafforzato. Yusuf Salman Yusuf, già incarcerato da tempo, fu identificato come segretario del partito e impiccato nel febbraio del 1949 su una piazza, in cui il suo corpo venne esposto per ore.

Il partito conobbe allora una “svolta a sinistra”, dovuta sia a una riflessione sul fallimento della politica di compromesso sul terreno politico (che non aveva impedito che settori del partito partecipassero ai grandi movimenti sociali del 1948), sia al mutamento della politica sovietica che, nel clima della guerra fredda, spingeva tutti i partiti a passare all’opposizione, a volte con gesti avventuristici. Nel 1952 il partito partecipò a quella che fu definita già allora l’intifada irachena, con grandi manifestazioni di massa che richiedevano diritti civili e libere elezioni. Il ritorno al potere di Nuri Said portò alla messa fuori legge di ogni partito, rese più difficile la vita del Pci, che comunque non aveva mai recuperato una qualche legalizzazione. In quella fase il partito fu diretto per circa un anno da Hamid Uthman, che espulse gli iscritti più legati alle posizioni moderate precedenti e teorizzò la lotta armata basata sulla costruzione di un “esercito popolare” e la costruzione di “roccaforti rivoluzionarie”, più enunciate che realizzate (e non poteva essere diversamente, dato che il partito aveva solo 500 membri). Ilario Salucci, giustamente, vede in quel periodo l’influsso della rivoluzione cinese, passata sotto silenzio da Stalin, ma vista con speranza da tanti militanti comunisti, soprattutto nel mondo coloniale. Ma Uthman viene presto sconfessato e sostituito, e riprende la teorizzazione della “rivoluzione in due tappe” basata nella prima fase (l’unica reale) sull’alleanza con una fantomatica “borghesia nazionale progressista”, mentre la prospettiva socialista era rinviata alle calende greche in una mitica tappa successiva.

Le oscillazioni dettate dalle svolte tattiche di Mosca fecero tutte parecchi danni, ma quella con effetti più catastrofici era stata quella del 1948, quando dopo qualche mese di resistenza il partito accettò la spartizione della Palestina e la creazione dello Stato di Israele, fortemente voluta dall’Urss, che fu il primo paese a riconoscere de jure quella costruzione artificiale che penalizzava fortemente i palestinesi e feriva i sentimenti di tutte le masse arabe (naturalmente un prezzo maggiore lo pagò il Partito comunista palestinese, che sparì completamente e fu ricostruito solo molti anni dopo, con un peso ben più ridotto).

Nella rivoluzione del 14 luglio 1958, in una situazione di profonda instabilità dovuta alla distruzione del vecchio apparato repressivo della monarchi, e dagli scontri tra le diverse fazioni repubblicane (il vicepresidente Aref era stato destituito già nel settembre e condannato a morte, senza eseguire la sentenza), il Pci aumenta rapidamente la sua influenza passando da poche centinaia a 25.000 membri. Anche se inizialmente il partito aveva giustificato il carattere moderato e conciliante con le vecchie classi proprietarie della riforma agraria (che quindi escludeva di fatto i contadini più poveri, per l’alto prezzo della compensazione dovuta ai latifondisti), sotto la spinta dei “senza terra“ cominciò a organizzare “società contadine” che ebbero grande successo e che confluirono il 1° maggio 1959 a Baghdad in una manifestazione di centinaia di migliaia di persone (secondo gli organizzatori addirittura un milione).

Questo però provocò il panico nel governo, che ripristinò il vecchio codice penale che prevedeva condanne fino all’ergastolo per chi professava idee comuniste. Il Pci fece subito marcia indietro, autocriticandosi per la linea “estremista” seguita sotto la spinta delle masse dei contadini poveri: “non abbiamo mai chiesto una riforma agraria radicale – sosteneva Amer Abdallah – perché prendiamo in considerazione la natura di classe della rivoluzione nazionale, e gli stretti legami della borghesia nazionale ai grandi possedimenti terrieri”. Ma questa capitolazione servì solo a rinviare lo scontro di quattro anni: il colpo di Stato del febbraio 1963 che, dopo l’uccisione di Qassem, riportava alla testa del paese Aref, metteva completamente fuori legge il Pci, nel frattempo indebolito e screditato anche per la sua scelta di appoggiare le tendenze nazionaliste ostili al panarabismo, in base alla convinzione che la “borghesia nazionale” irachena sarebbe stata più “progressista” di quelle egiziana o siriana. Per anni il partito subì persecuzioni durissime (i militanti assassinati si contavano a migliaia).

Dopo il 1970 un accordo con il Baas portava due ministri comunisti nel governo, ma fu una parentesi breve: dissociatosi sia pur tardivamente da una nuova ondata di repressione nei confronti dei curdi, il Pci subiva di nuovo una durissima persecuzione e doveva alla fine uscire dal Fronte Nazionale e passare alla clandestinità. Molti militanti, rifugiatisi nelle zone a maggioranza curda, hanno partecipato alla resistenza armata contro il regime di Saddam.

Tuttavia, le difficoltà emersero rapidamente: la pressione di Nasser perché l’Iraq, ovviamente uscito subito dal Patto di Baghdad e dall’Unione degli Stati Arabi (con la Giordania), entrasse nella Rau, si scontrò con una forte resistenza e provocò rapidamente la destituzione del vicepresidente Abdel Salam Aref, considerato troppo “nasseriano”.2 Subito dopo avvenne la rottura con i comunisti, che stavano aumentando troppo la loro influenza tra le masse, mentre nel 1961 riprese il conflitto armato con i curdi.
Inoltre il nuovo Iraq rivendica la sovranità sul Kuwait, che era stato per secoli nell’impero ottomano parte della provincia di Basra. La Gran Bretagna, che lo aveva inventato nel 1899 per bloccare lo sbocco al Golfo Persico della ferrovia costruita dalla Germania nella Mesopotamia, si affrettò a concedere a questo statarello artificiale una fittizia indipendenza; un tentativo iracheno di occuparlo venne bloccato prima da contingenti inglesi e poi dalla forza di interposizione di una Lega araba ancora fortemente subordinata agli interessi degli imperialisti europei e delle società petrolifere.3

Due anni dopo un altro tragico regolamento di conti: il colonnello Aref, appoggiato dal partito Baas, prende il potere uccidendo Qassem. Ma il nuovo assetto dura solo pochi mesi: il Baas viene esautorato e Aref assume i pieni poteri con l’obiettivo dell’adesione alla Rau, che tuttavia si è nel frattempo spaccata, perché il Baas siriano ha preso il potere a Damasco e ha recuperato l’indipendenza della Siria. L’Egitto è intanto sempre più impegnato nella guerra civile nello Yemen, in cui la resistenza alla Rau è fomentata e finanziata dall’Arabia Saudita. Aref d’altra parte prosegue la politica di Qassem all’interno, perseguitando i comunisti e combattendo gli indipendentisti curdi. Abdel Salam Aref muore nell’aprile in un misterioso incidente aereo e gli succede il fratello Abdel Rahman Aref, apparentemente più moderato (tranne che nella politica verso curdi e comunisti).

Nel 1967 l’Iraq partecipa, ma relativamente defilato per la mancanza di confini diretti con Israele, alla “Guerra dei sei giorni”, e subisce scossoni meno duri di quelli che portano Nasser a rassegnare le dimissioni (ritirate dopo le imponenti mobilitazioni delle masse egiziane, che gli esprimono la totale solidarietà come nel 1956). Anche in altri paesi arabi, compreso l’Iraq, si hanno grandi manifestazioni popolari che spingono il governo di Baghdad a rompere i rapporti diplomatici con Londra e Washington, che hanno contribuito alla vittoria israeliana.

Scheda

La guerra dei sei giorni

Nei primi mesi del 1967 c’era stato un aumento progressivo dei preparativi bellici e delle incursioni israeliane nei territori degli Stati limitrofi (ad esempio, in aprile vennero abbattuti sei Mig-21 siriani, due dei quali nel cielo di Damasco), a cui rispondevano alte grida di guerra – ma senza concrete misure militari – di tutti i Paesi arabi, che non senza fondamento si accusavano reciprocamente di non reagire adeguatamente alle provocazioni israeliane. L’Egitto era particolarmente bersagliato da queste accuse e decise quindi di mostrare la sua volontà di lotta occupando alcune postazioni Onu nel territorio egiziano smilitarizzato, da cui si era ritirato nel 1957 (mentre l’esercito israeliano non si era ritirato analogamente dal suo lato della frontiera).

Nella stessa logica, Nasser in maggio annunciò la decisione di bloccare il Golfo di Aqaba alle navi israeliane. Tuttavia, è significativo che non si preparò a realizzare la minaccia, anzi tranquillizzò il segretario delle Nazioni Unite, U Thant, al quale spiegò il carattere propagandistico (ad uso interno) delle sue dichiarazioni bellicose.

La leggenda che Israele nel 1967 stesse per essere aggredito dall’Egitto e dagli altri Paesi arabi viene ripetuta ancora oggi testardamente, nonostante la sua infondatezza sia stata verificata non solo grazie alla testimonianza di U Thant, ma anche e soprattutto in base a fatti concreti: ai clamorosi preparativi di guerra del governo israeliano (in cui il 1° giugno erano entrati il terrorista Begin, capo dell’opposizione di destra, e il falco Moshe Dayan, che aveva assunto il ministero della Difesa), nessun Paese arabo rispose preparandosi veramente alla guerra.

Il 5 giugno, nelle prime ore del mattino, l’aviazione israeliana entrò fulmineamente in azione, distruggendo a terra il 90% dell’aviazione di tutti i Paesi arabi, colti di sorpresa e che non avevano preso la misura (indispensabile in previsione di una guerra) di tenere in volo costantemente almeno la metà dei propri aerei. L’esito della guerra era già stato deciso in poche ore.

Il 10 giugno la “guerra dei 6 giorni” era già finita, con l’occupazione di Gaza e del Sinai, delle alture del Golan, dell’intera Cisgiordania e della parte araba di Gerusalemme, da cui si tentò di fare fuggire con i metodi del 1948-1949 l’intera popolazione. L’esodo fu tuttavia più ridotto, anche perché stavano nascendo nuove organizzazioni palestinesi che incoraggiarono la prima forma di resistenza: restare sul posto.

Nel primo mese “solo” 100.000 palestinesi lasciarono i territori occupati.4 Naturalmente 100.000 rifugiati (e solo nel primo mese di occupazione) non erano pochi, se si pensa all’effetto dissuasivo dell’esperienza diretta e della memoria trasmessa della naqba del 1948-1949, con il suo seguito di espropriazione delle case e dei terreni, forzatamente abbandonati, e con la perdita definitiva di ogni diritto al ritorno per chi era fuggito. Altri comunque finiranno per andarsene nei mesi e negli anni successivi (200.000 dalla sola Cisgiordania), sia perché anche chi era restato poteva vedersi confiscata la casa o espropriata la terra per insondabili e indiscutibili “esigenze di sicurezza militare”, sia per la sfiducia crescente nella possibilità di un intervento in difesa dei palestinesi da parte dei “fratelli arabi”, la cui inefficienza non si sapeva se attribuire a una congenita incapacità o a un deliberato tradimento.

L’esercito iracheno, a quanto si è visto di scarsa utilità in guerra, è però efficientissimo per regolare i conflitti interni: il 17 luglio 1968 un nuovo colpo di Stato riporta al potere il partito Baas, ma capo dello Stato diventa il generale Ahmed Hassan al Bakr. Alle sue spalle, il vero “uomo forte” del nuovo regime è già Saddam Hussein al Takriti, che nel 1959 era stato condannato a morte per il fallito attentato contro Qassem e aveva dovuto rifugiarsi all’estero.

Il nuovo regime baasista si presenta inizialmente con un programma di riforme economiche e sociali e assume sul piano internazionale un atteggiamento di dura intransigenza, contrastando la penetrazione statunitense e sostenendo attivamente le organizzazioni palestinesi che si contrappongono ad Arafat e hanno costituito il “fronte del rifiuto”.5 Anche sul piano interno si tenta nuovamente una distensione con i curdi di Barzani, a cui si promette l’autonomia entro quattro anni (escludendo tuttavia dalla regione curda l’importante zona petrolifera di Kirkuk). Il Partito democratico curdo e il Partito comunista vengono chiamati a partecipare a un Fronte nazionale progressista e associati al governo. Il curdo viene riconosciuto come seconda lingua ufficiale del paese (quindi i curdi iracheni si trovano in una condiizione migliore di quelli dell’Iran, della Siria e soprattutto della Turchia).

Nel marzo 1974 viene effettivamente proclamata la Regione autonoma curda con capoluogo Erbil, ma mullah Mustafà Barzani, ormai legato all’Iran dello Scià, e per suo tramite agli Stati Uniti (dove morrà in esilio nel 1979) rifiuta l’accordo. Suo figlio Masud invece lo accetta, e prende il suo posto nel Partito democratico curdo e nel Fronte nazionale progressista. I seguaci del vecchio leader mullah Mustafà Barzani, che aveva iniziato la lotta nel lontano 1934, continueranno a combattere sporadicamente, finché Saddam Hussein e lo Scià non realizzeranno, il 6 marzo 1975, un accordo ad Algeri, dove si trovano per un vertice dell’Opec (l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio). Lo Scià cesserà ogni appoggio alla guerriglia curda, in cambio dell’accettazione delle richieste iraniane su una modifica del confine tra i due Stati sullo Shatt-el Arab, che dividerà il corso d’acqua lungo una linea mediana, lasciando quindi libero accesso dal mare al porto iraniano di Abadan. Il mancato appoggio iraniano all’ala indipendentista dei curdi rafforzerà l’ala rivale del partito democratico curdo e una nuova formazione, l’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani, che entreranno nel governo della regione autonoma.

Scheda

Il Baas in Siria e Iraq

Il Baas (o Baath, nella grafia inglese) era nato a Damasco nella prima metà degli anni Quaranta per iniziativa di due insegnanti siriani, Michel Aflak e Salah-eddin al Bitar, che in precedenza avevano guardato con interesse alla Germania nazista e avevano letto avidamente le opere del teorico del razzismo nazista Alfred Rosenberg. Aflak era greco-ortodosso, ma entusiasta dell’islam come elemento di identità essenziale per la “rinascita” araba (e Baas vuol dire appunto rinascita).

Il partito si estese soprattutto all’Iraq, ma ebbe sezioni anche in Libano e Giordania e allo Yemen, nonché tra i palestinesi, e fu sempre caratterizzato da un “socialismo arabo” improntato a un forte anticomunismo e antimarxismo. Giunto più volte al potere in Siria e in Iraq, il Baas rimase fortemente diviso fin dagli anni Sessanta, quando Aflak, esponente dell’ala destra del partito, fu espulso dalla Siria e si rifugiò in Iraq. Nel 1972 il venticinquesimo anniversario fu celebrato con due manifestazioni contrapposte, a Damasco e Baghdad, e si consolidò una sostanziale incompatibilità tra i due tronconi siriano e iracheno.

Anche tra i palestinesi le due organizzazioni che si richiamano al Baas, Al Saika (prosiriana) e il Fronte arabo di liberazione (proiracheno) si sono spesso scontrate tra loro. Un tentativo di riunificazione (e riavvicinamento tra i due paesi in cui il partito era più forte) fu tentato nell’ottobre 1978 dal presidente siriano Hafez al-Assad con un improvviso viaggio a Baghdad, ma l’avvento al potere assoluto di Saddam Hussein lo fece fallire.

I contrasti si sono aggravati sia per l’appoggio dato dalla Siria all’Iran durante la prima Guerra del Golfo del 1980-1988 e la sua partecipazione allo schieramento antiiracheno nel 1990-1991, sia per la trasformazione dei due paesi in dittature personali (con tentazioni di trasformarli in regimi ereditari, abbozzati in Iraq e realizzati in Siria, dove alla morte di Hafez al-Assad il suo posto di capo dello Stato è stato preso dal figlio Bashar), con il conseguente ridimensionamento della funzione dei partiti. La scomparsa dei due fondatori (Michel Aflak ucciso a Parigi nel 1980, e Salah-eddin al Bitar morto nella stessa città, ma per cause naturali, nel 1989) ha ulteriormente ridotto il peso del Baas nell’area.6

L’Egitto di Sadat e la guerra del 1973

 

Nasser era morto nel 1970, durante la crisi giordana (nel corso della quale aveva cercato di arginare la strage di palestinesi), e al suo posto era stato chiamato il vicepresidente Anwar el-Sadat, che abbiamo già incontrato durante la seconda Guerra mondiale come esponente dell’ala filonazista dell’esercito egiziano e che negli anni successivi era rimasto sempre nell’ombra. Scelto per il suo grigiore e per la sua apparente estraneità agli scontri tra la frazione filocomunista e quella conservatrice, rivelerà invece una notevole abilità tattica.

In meno di un anno si libera della sinistra nasseriana e imprime all’Egitto una svolta radicale in direzione di un accordo con gli Stati Uniti. Rompe con l’Urss nel luglio 1972, cacciandone i consiglieri militari, ma trattenendo le armi ricevute in abbondanza, senza pagarle, e senza rimborsare il credito ottenuto da Nasser per la costruzione della diga di Assuan, e prepara una guerra che verrà chiamata “arabo-israeliana”, ma sarà soprattutto la sua: la “Guerra del Ramadan” (o “del Kippur” per gli israeliani), chiamata così perché iniziata in coincidenza delle due massime festività religiose islamica ed ebraica, che imporrebbero l’astensione da ogni attività (salvo indicazioni contrarie delle massime autorità religiose...). I consiglieri militari statunitensi, che avevano preso il posto di quelli sovietici, non si rendono conto dei preparativi bellici, e la stessa cosa accade al poderosissimo e spesso mitizzato Mossad israeliano: nel pomeriggio del 6 ottobre 1973 le truppe egiziane varcano di slancio il canale sorprendendo quelle israeliane sulla “imprendibile” linea Bar Lev, mentre quelle siriane attaccano sul Golan spalleggiate da forze irachene e saudite.

La sorpresa della popolazione in Israele fu terribile, e incrinò il mito dell’invincibilità del suo esercito e dell’onniveggenza dei suoi servizi segreti. Sembra tuttavia che almeno qualche ora prima fosse giunta notizia di un possibile attacco, ma fu considerata un bluff (i dirigenti israeliani sapevano bene che nel 1967 i regimi arabi non avevano affatto aggredito il loro paese, ma avevano abbaiato senza l’intenzione di mordere, e pensavano quindi che potesse accadere la stessa cosa). Inoltre, Israele sottovalutava l’efficienza militare degli avversari ed era convinto di potere rintuzzare rapidamente un attacco effettuato a scopo prevalentemente propagandistico, ricavandone il massimo di vantaggio psicologico grazie all’appoggio di un’opinione pubblica mondiale già favorevolmente predisposta. Si sbagliava ma, dopo le prime pesanti perdite, un massiccio ponte aereo lo rifornì rapidamente di nuove armi statunitensi modernissime, in particolare missili e aerei di ultimo tipo che, secondo un’opinione diffusa nel mondo arabo, erano guidati a volte da piloti non israeliani.

In pochi giorni la situazione si capovolse e gli israeliani recuperarono tutti i territori (peraltro non loro) che avevano perso durante l’attacco di sorpresa. I morti egiziani e siriani furono 11.000, mentre quelli israeliani 2812, meno, ma sempre molti per uno Stato così piccolo. Gli Stati arabi persero inoltre 4.000 carri armati e 452 aerei.7

L’Iraq uscì da quella guerra con pochi danni e, ovviamente, nessuna perdita territoriale, mentre la Siria aveva subito perdite gravissime e perso la speranza di recuperare il Golan (che è ancora oggi in parte occupato dagli israeliani). L’Egitto invece usò quella guerra per preparare il terreno al cosiddetto “accordo di pace” con Israele.

L’accordo fu reso possibile dalla paziente opera del Segretario di Stato americano Henry Kissinger (che contemporaneamente seguiva i preparativi del colpo di Stato di Pinochet in Cile, per cui oggi molte personalità statunitensi, che hanno trovato le prove di questo suo infame lavoro, hanno proposto di ritirargli il Premio Nobel per la Pace), che, insieme al sovietico Kossighin, riuscì a fare incontrare i rappresentanti di Israele ed Egitto al km. 101 della strada che unisce il Cairo a Suez già l’11 novembre dello stesso anno, appena un mese dopo la fine della guerra. La maggior parte dei paesi arabi e le frange più radicali dell’Olp ruppero subito i contatti con l’Egitto. Nel corso dei mesi seguenti si aprì a Ginevra una Conferenza di pace sotto la presidenza di Usa e Urss, con la partecipazione di Egitto e Giordania, ma non degli altri paesi arabi e con l’esclusione, ancora una volta, dei palestinesi. Gli israeliani avevano proceduto intanto a un parziale ritiro delle loro truppe, cessando l’assedio a Suez e rinunciando all’accerchiamento della III armata egiziana rimasta intrappolata nel Sinai.

L’accordo definitivo fu siglato il 26 marzo 1979. Era stato preceduto dal viaggio spettacolare di Sadat a Gerusalemme, il 19 novembre 1977; fu presentato come l’inizio di una pace stabile e duratura nella regione, ma servì soprattutto a Israele per dividere il fronte dei paesi arabi e preparare più tranquillamente la realizzazione di un vecchio progetto: l’invasione del Libano, sia per colpire e distruggere l’ultimo rifugio palestinese adiacente ai suoi confini, sia per impossessarsi delle sorgenti del Litani e del Giordano, un obiettivo di cui i dirigenti sionisti parlavano tra loro fin dagli anni Venti e che era stato indicato apertamente da Chaim Weizmann, in una lettera del 1937 al governo britannico.8

L’ascesa di Saddam

 

L’ascesa di Saddam viene completata il 16 luglio 1979, quando costringe il presidente Ahmed Hassan al-Bakr a dimettersi “per ragioni di salute” e assume tutte cariche (Capo dello Stato, segretario generale del partito Baas, comandante in capo delle forze armate, ecc.).

Pochi giorni dopo, egli annuncia la scoperta di un “complotto istigato dalla Siria” e se ne serve per eliminare tutti i potenziali oppositori, soprattutto quei membri del Consiglio del comando della rivoluzione (di cui è diventato presidente) che hanno espresso perplessità al momento della destituzione di Hassan al-Bakr. Subito dopo, il Partito comunista deve uscire dal Fronte nazionale e passare di nuovo nella clandestinità (ma molti suoi dirigenti vengono trovati e impiccati) mentre allaccia buoni rapporti con l’Urss, generosa fornitrice di armi a credito e che non batte ciglio quando i dirigenti comunisti dei paesi “progressisti” sono imprigionati o uccisi (un atteggiamento che terrà nei confronti di tutti i regimi arabi, provocando ulteriori danni al movimento comunista in quei paesi, già squassato dalle continue oscillazioni di Mosca fin dal 1936).

Saddam Hussein si dichiara fautore della causa palestinese e ostile a ogni compromesso, ma è insieme all’Arabia Saudita il principale finanziatore della burocrazia dell’Olp, che quei compromessi realizza alle spalle del suo popolo.

La guerra del 1980-1988 e i suoi ispiratori

 

Tuttavia, il crimine maggiore di Saddam Hussein riguarda l’Iran, la cui rivoluzione fu vista nel 1979 come un pericolo terribile da tutti gli Emirati del Golfo, Stati inesistenti creati dall’imperialismo britannico promuovendo a sovrani dei capi di tribù beduine, come abbiamo accennato a proposito del Kuwait. Pur essendo di fatto “integralisti islamici” in senso stretto (il discorso vale ovviamente in primo luogo per l’Arabia Saudita, i cui sovrani e i loro ulema sostengono spudoratamente perfino che il Corano vieterebbe alle donne di guidare l’auto:..), questi capi feudali hanno subito intuito che il loro potere poteva essere scosso dall’esempio di un Iran in cui le masse – in nome dell’Islam – erano state protagoniste dell’abbattimento dello Scià, asservito come loro. all’imperialismo. Ancora più allarmante il fatto che un esercito poderoso e dotato delle armi più moderne, vero baluardo dell’imperialismo in una vasta area, anche oltre le frontiere del Medio Oriente, si fosse sfaldato sotto la pressione della popolazione che lo affrontava a piedi scalzi e a mani nude e si fosse rapidamente diviso, schierandosi alla fine in maggioranza contro lo Scià e per la rivoluzione.

Per questo l’Iraq era apparso loro uno strumento essenziale per arginare il fenomeno: era ovviamente interessato a evitare che il contagio della rivoluzione iraniana raggiungesse la maggioranza sciita del sud del paese, nonché a evitare che nel clima rivoluzionario potesse crearsi nel Kurdistan iraniano una struttura capace di catalizzare le inquietudini e le aspirazioni indipendentiste dei curdi iracheni. Saddam Hussein aveva anche un altro motivo per sferrare un attacco all’Iran: rimangiarsi quell’accordo stipulato con lo Scià nel 1975 che (in cambio dell’abbandono del sostegno ai curdi di Barzani) divideva lo Shatt el-Arab tra i due Stati. Per questo Saddam fu incoraggiato a sferrare un attacco all’Iran rivoluzionario, e la sua guerra fu finanziata con crediti a lunga scadenza, mentre tutte le potenze occidentali, senza eccezione, gli vendevano armi sofisticate.9

Naturalmente ciò non vuol dire che l’Occidente avesse sposato integralmente la causa dell’Iraq, che continuava ad avere relazioni importanti con l’Urss, che forniva armi non sempre di prima qualità, ma a buon mercato e comunque con lunghissime dilazioni di pagamento. In realtà, come l’Egitto negli ultimi due anni di vita di Nasser, e poi a maggior ragione nel primo periodo del suo successore Sadat, l’Iraq di Saddam portava avanti un gioco ambiguo tra l’Urss e gli Stati occidentali (direttamente, o attraverso intese con i regimi loro vassalli).

In pratica nessuna potenza si fidava completamente di Saddam: mentre gli vendevano a caro prezzo le armi che egli commissionava, un po’ tutti continuavano a vendere armi anche all’Iran, naturalmente a un prezzo ancora maggiore: lo faceva l’Urss, ma lo fece soprattutto l’amministrazione Reagan-Bush, che attraverso il colonnello Oliver North aveva realizzato quello scandaloso commercio triangolare che quando venne scoperto fu definito “Iran-contra-Gate”. Per eludere una decisione del Congresso degli Stati Uniti che aveva proibito di continuare a finanziare la contra nicaraguense, si vendevano infatti sottobanco armi all’Iran (che pure veniva presentato all’opinione pubblica nordamericana come il nemico più pericoloso); con il ricavato di quella transazione veniva poi acquistata cocaina dai narcotrafficanti della Colombia che, una volta immessa sul mercato statunitense, veniva tramutata in armi e dollari da consegnare, alle spalle del Congresso, alla contra. Quando questo turpe commercio fu scoperto, la responsabilità fu addossata al solo Oliver North, che in realtà era un fedele collaboratore di George Bush senior.

Nonostante questa slealtà dell’amministrazione Reagan-Bush, che non poteva turbare troppo un cinico come Saddam Hussein, per tutta la durata della guerra con l’Iran in Occidente non ci furono dubbi sul fatto che l’Iraq “stesse dalla parte giusta”. Solo Israele – che contrariamente a quello che spesso si dice non è un semplice fantoccio degli Stati Uniti, ma gioca in proprio – approfittò della guerra per colpire nel 1981 (alla faccia di tutte le convenzioni internazionali) la centrale nucleare di Tammuz, costruita con l’aiuto della Francia. Naturalmente, non subì nessuna conseguenza per questa aggressione al territorio iracheno.

La dinamica della guerra

 

Non c’è dubbio che in quella guerra l’Iraq sia stato l’aggressore e che avesse preparato da tempo l’attacco: nell’aprile 1980 aveva intimato all’Iran di evacuare tre piccole isole (Abu Musa, Grande e Piccolo Tumb)10 che quel paese occupava da tempo nel Golfo, e che erano rivendicate da Shariah, uno dei sette microscopici Emirati arabi uniti; ai primi di settembre aveva denunciato l’accordo firmato ad Algeri nel 1975, e drammatizzato alcuni incidenti di frontiera avvenuti nei primi giorni di settembre, che la propaganda irachena (con l’appoggio dei suoi molti fiancheggiatori occidentali, tra i quali in Italia si distingueva il PSI di Craxi) considerò l’inizio della guerra. Questa in realtà cominciò con l’invasione irachena del territorio iraniano il 22 settembre.
Ma l’esercito iraniano non si sfalda, ed è appoggiato ben presto da centinaia di migliaia di volontari male armati, che combattono però con tenacia e ributtano indietro gli invasori. Già nel luglio 1982 una vigorosa controffensiva porta le truppe iraniane sul suolo dell’Iraq, che perde il 75% delle sue entrate petrolifere per la forzata chiusura dello sbocco a mare dello Shatt el-Arab e il blocco dell’oleodotto verso il Mediterraneo da parte della Siria, che appoggia apertamente, anche se non militarmente, l’Iran.11 Saddam Hussein accentua le aperture all’Occidente, a cui chiede nuove armi e crediti, presentandosi come un argine nei confronti dell’espansione islamica in tutto il Golfo.

Dopo la prima fase, le responsabilità della guerra cominciano a essere ripartite equamente tra i due belligeranti, perché l’Iran non si accontenta di avere recuperato i territori perduti, ma punta ad abbattere il regime del “Piccolo Satana” alleatosi con gli Stati Uniti (il “Grande Satana”). La guerra si concluderà nel 1988 con un numero spaventoso di morti, circa un milione, ma forse anche molti di più. Tra le vittime, decine e forse centinaia di migliaia di lavoratori egiziani e di altri paesi arabi immigrati in Iraq al momento dell’espansione massima della produzione petrolifera e arruolati a forza nell’esercito.

Al termine della guerra, dopo la smobilitazione dell’esercito (diventato nell’ultima fase di dimensioni enormi, con oltre 2 milioni di uomini in armi), centinaia di migliaia di egiziani arruolati a forza saranno espulsi nel 1989, spesso dopo essere stati picchiati e depredati dei loro modesti risparmi. Non lo dovrebbero dimenticare quelli che fanno derivare dal dovere di una sacrosanta opposizione alla guerra imperialista contro l’Iraq anche l’appoggio politico a un criminale assassino come Saddam, nemico del suo stesso popolo.

Alla fine della guerra la zona di Basra è semidistrutta, nel nord curdo è scoppiata una rivolta appoggiata dall’Iran, che verrà repressa con l’uso massiccio dei gas venduti dalle potenze occidentali, con oltre 5.000 morti nella sola Halabja. Questo crimine, compiuto nell’indifferenza del mondo occidentale e anzi con le armi chimiche da esso fornite a Saddam, viene oggi usato dall’amministrazione Bush come prova di colpevolezza per dimostrare che Saddam Hussein è un mostro criminale.12 E in effetti lo è, ma i peggiori crimini li ha compiuti proprio con il consenso e il finanziamento occidentale!

Intanto l’Iraq ha accumulato un enorme debito estero, soprattutto con i fornitori di armi e i finanziatori sauditi o kuwaitiani. Per giunta il prezzo del petrolio, che era aumentato fortemente durante la guerra – senza che Iraq e Iran ne potessero ricavare alcun vantaggio, essendo praticamente bloccate dal conflitto le loro rispettive produzioni – era precipitato già nel 1986 a livelli molto bassi, con conseguenze catastrofiche sia per l’Iran e l’Iraq, sia per altri paesi fortemente dipendenti dalle esportazioni di petrolio come Libia e Unione Sovietica.

Dove rivalersi? L’Arabia Saudita era troppo grande e ben protetta. Saddam dunque concentra le sue polemiche sul Kuwait, accusato di “ingratitudine” perché pretende di farsi rimborsare un credito concesso all’Iraq proprio perché lo proteggesse, ma anche di sabotare gli sforzi degli altri paesi produttori estraendo quantitativi di petrolio eccedenti la norma fissata dall’Opec. Per giunta, il Kuwait viene accusato di sfruttare soprattutto pozzi sul confine, che pescano direttamente nei giacimenti iracheni, e di rivendere tale petrolio a prezzi stracciati, che colpivano la concorrenza: era sceso perfino a 7 dollari il barile, cioè a 50 lire al litro (molto meno del prezzo dell’acqua minerale...). Ma non bastava: Saddam ricordava che non solo quei pozzi erano stati sottratti all’Iraq, ma che tutto il Kuwait non aveva diritto di esistere, perché era una creatura dell’imperialismo britannico. Verissimo, anche se dimenticava che anche l’Iraq era stato inventato dal governo di Londra...

Comunque quei discorsi, che ricordavano quelli del lupo con l’agnello quanto quelli odierni di Bush contro Saddam, in quel momento non scandalizzavano nessuno, sia perché tutti i paesi dell’area hanno più volte modificato i loro confini quando hanno potuto, sia e soprattutto perché alcuni degli argomenti di Saddam non erano del tutto infondati. L’Iraq era fiducioso anche perché – come si è detto ­ era un ottimo cliente degli Stati Uniti per le forniture alimentari.

Eppure l’Iraq avrebbe dovuto accorgersi che la sua posizione stava indebolendosi. Finito il motivo per cui era stato aizzato contro l’Iran, che per un bel pezzo doveva leccare le proprie ferite, veniva meno l’interesse occidentale ad appoggiare le sue mire espansioniste. Nel corso del 1989 vennero bloccati alcuni crediti forniti dal direttore della filiale di Atlanta (negli Stati Uniti) della Banca Nazionale del Lavoro, Christopher Drogoul, perché “non avevano avuto adeguate garanzie “ (l’Iraq in realtà era già considerato insolvibile). Per quella vicenda, di cui alcune circostanze non sono mai state chiarite, furono costretti a dimettersi il presidente della Bnl, il socialista Nerio Nesi (oggi senatore e dirigente del Pdci) e il direttore generale Giacomo Pedde.

Saddam Hussein sostenne che tutto era regolare, ma il finanziamento fu comunque annullato. Nello stesso periodo, poi nuovamente nei primi mesi del 1990, vennero bloccate alcune forniture che l’Iraq considerava civili e furono invece ritenute militari, come alcuni tubi di acciaio di grande diametro che, secondo la stampa occidentale, avrebbero potuto essere usati per costruire un “supercannone” in grado di lanciare armi chimiche e perfino atomiche. Le descrizioni dei tubi, in realtà, facevano pensare a quelli immaginati da Jules Verne per lanciare un proiettile Dalla terra alla luna, nel romanzo omonimo. Vi furono come al solito smentite da parte dell’Iraq, che non furono credute, e per molto tempo si insinuò che quei tubi rappresentassero un pericolo mortale per il mondo. Eppure sarebbe bastato interpellare le ditte fornitrici britanniche per capire quale fosse la destinazione reale, e informarsi dai pochi paesi in grado di fornire la tecnologia per le presunte ogive nucleari da lanciare con il “supercannone”. L’Iraq non era certo in grado di metterle insieme con i suoi mezzi e comunque, come si verificò durante la guerra del 1991, non ne era ancora in possesso, anche se, quando si sentì più direttamente minacciato, Saddam Hussein minacciò a sua voltsa, secondo il suo stile, di fare pagare ogni aggressione ricorrendo a fantomatiche “armi segrete”.

Una misteriosa esplosione distrusse poi nell’agosto 1989 la base militare di al-Hillal, 65 chilometri a sud di Baghdad. Saddam era già nel mirino di forze potenti, che avevano mosso evidentemente i loro agenti: era stato ormai prescelto come il nuovo “nemico” che Cheney aveva dichiarato di dover trovare, per giustificare la necessità di proseguire nella corsa al riarmo anche dopo che l’Urss era entrata in una crisi irreversibile.

La trappola tesa a Saddam Hussein

 

Un libro di Pierre Salinger (che è stato portavoce di Kennedy e Johnson e senatore democratico della California), scritto a caldo durante la guerra, fornisce dati preziosi per la ricostruzione del cinismo con cui i governanti di Stati Uniti, Kuwait e Arabia Saudita hanno preparato la trappola in cui è finito Saddam Hussein.13 Seguendo la traccia fornita dal “Dossier segreto” del noto uomo politico statunitense, appare chiaro che l’obbiettivo di Bush non era la restituzione del Kuwait, ma la guerra in quanto tale e praticamente a ogni costo.
Salinger fornisce molte informazioni sui segnali contraddittori giunti a Saddam dai molti esponenti della politica Usa che lo hanno rassicurato fino all’ultimo, o che comunque lo hanno disorientato. Era ben noto che, ancora il 25 luglio 1990, l’ambasciatrice americana April Glaspie aveva assicurato a Saddam la neutralità degli Stati Uniti nel conflitto con il Kuwait. Salinger fornisce, scandalizzato, il testo integrale del colloquio, che documenta come questa svagata signora abbia tratto in inganno il dittatore irakeno lasciandogli credere che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti.14

La Glaspie (che parlava l’arabo correntemente, avendo “ricoperto incarichi diversi a Tunisi e Damasco”) aveva forse l’ attenuante di non avere avuto il tempo per consultarsi con Washington (era stata convocata da Saddam Hussein con una sola ora di anticipo) e probabilmente non si era resa conto di come stava mutando l’atteggiamento del Dipartimento di Stato e del Pentagono. Aveva infatti concluso il colloquio assicurando che avrebbe parlato con Washington, ed era partita per le vacanze così tranquilla che aveva lasciato il suo adorato cane a Bagdad. È un indizio solo apparentemente insignificante: quando si rese conto di cosa si stava preparando per il paese che aveva lasciato, fece sì che la cara bestiola ottenesse un posto sull’aereo che portò fuori dall’Iraq il primo contingente di donne americane a cui Saddam consentì di partire.

Salinger e Laurent, d’altra parte, ricostruiscono anche il ben più grave episodio del colloquio tra Saddam e la delegazione di cinque senatori americani giunta a Bagdad il 12 aprile 1990. La delegazione, presieduta dal senatore del Kansas, Robert Dole (avversario di Bush alle primarie delle ultime elezioni presidenziali e capo della minoranza repubblicana al Senato), garantì a Saddam Hussein che il presidente Bush non approvava la “campagna di denigrazione” della stampa americana (ossia la denuncia dei crimini compiuti contro gli oppositori del regime). In tale occasione il senatore repubblicano del Wyoming, Alan Simpson, respinse anche le accuse di complicità statunitense nell’attacco israeliano alla centrale nucleare irachena di Tammuz, affermando categoricamente: “Tra voi e il popolo e il governo degli Stati Uniti non ci sono problemi. Il vostro solo problema è la nostra stampa arrogante e indiscreta”.

Lo stesso Dole porse le sue scuse per una trasmissione della “Voce dell’America”, che aveva attaccato duramente il regime iracheno e “offeso Saddam”, e rassicurò il presidente con “la buona notizia che il giornalista responsabile era stato silurato” e con una ancora più impegnativa dichiarazione: “Lasciate che vi precisi che solo dodici ore fa il presidente Bush mi ha detto che il suo governo auspicava un miglioramento nei rapporti tra i nostri due paesi. Posso anche assicurarvi che si opporrà alle sanzioni. Potrebbe perfino esercitare il diritto di veto a una simile proposta salvo che non si verifichi qualche atto di palese provocazione”.15
L‘ineffabile ambasciatrice (che ricorda un’altra donna, Gertrude Bell, ugualmente sprovveduta in politica, e che influì tanto sulla politica britannica in Medio Oriente durante e subito dopo la prima Guerra mondiale)16 aveva subito confermato che quella esposta da Dole era la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti. In effetti qualche dubbio sarebbe stato legittimo: tutti e cinque i senatori avevano un interesse diretto e particolare al mantenimento di buone relazioni con l’Iraq, giacché erano rappresentanti dei grandi Stati agricoli. Dole, ad esempio, era stato eletto nel Kansas, da cui proveniva la maggior parte del grano esportato in Iraq.17

Salinger ricorda l’episodio per spiegare le ragioni che spingevano Dole e gli altri senatori a tentare di evitare il conflitto (ottenendo l’effetto probabilmente involontario di ingannare il loro beneamato partner commerciale). Ma come abbiamo già osservato, i dati della dipendenza dell’Iraq dagli Usa per la maggior parte dei generi alimentari indispensabili confermano che Bush avrebbe potuto benissimo costringere Saddam Hussein a cedere solo applicando un rigido embargo preventivo nei suoi confronti. Senza navi e senza aerei, ma semplicemente bloccando le forniture alla fonte!

Quel che è più scandaloso è che, al contrario, nei primi mesi l’embargo,“per ragioni umanitarie”, non fu applicato al grano e al riso americani, mentre venivano bloccati zucchero e medicinali di altra provenienza...

Scheda

Il prezzo delle armi fornite al “Terzo mondo”

Il rapporto Sipri sugli armamenti del 1988 segnalava un record dell’lrak: la percentuale del prodotto interno lordo (Pil) destinata alla spesa militare era arrivata nel 1985 al 57,1% (mentre era del 6,3% ancora nel primo anno di guerra). La rapida progressione (13,1% nel 1981, 23,2% nel 1982, 33,7% ne11983, 51,2% nel 1984) ha però una duplice spiegazione: in primo luogo, la percentuale della spesa militare aumenta perché la guerra (per il blocco pressoché totale delle esportazioni di petrolio) ha fatto precipitare verticalmente il Pil. Ad esempio, l’aumento della percentuale dal 51,2% al 57,1% nel giro di un anno non corrisponde a un aumento della spesa, che anzi in cifra assoluta scende dai 22.129 milioni di dollari del 1984 ai 16.468 del 1985. Inoltre l’embargo decretato dalle Nazioni Unite è stato aggirato da tutti i fornitori, ma ha fatto raddoppiare e triplicare i prezzi.

Anche per questa ragione non è facile valutare solo in base alla spesa la reale consistenza dell’arsenale bellico iracheno e soprattutto confrontarlo con quello di altri paesi. Ad esempio Israele non solo produce in proprio armi di ottima qualità ed elevata tecnologia, che vengono anche redditiziamente esportate verso varie dittature dell’Africa e dell’America Latina, ma ottiene forniture di armi statunitensi gratis o a prezzi di favore. Con tutto ciò, Israele ha dedicato in media nell’ultimo decennio alle spese militari il 25% del suo Pil (che era pari a quello dell’Iraq – che ha però una popolazione quattro volte superiore – prima che la sciagurata guerra con l’Iran facesse sprofondare nell’abisso il paese mesopotamico bloccando la produzione petrolifera) e ha raggiunto nel 1982 (l’anno dell’invasione del Libano) la notevole punta del 29,7% del Pil. Meno comparabile ancora è la percentuale di spesa militare irachena con quella di un paese come l’Italia, che ha da anni nascosto una parte cospicua del bilancio militare sotto altre voci (soprattutto: protezione civile, protezione ambientale e ricerca scientifica).

Questi dati non tendono ad alleggerire di un solo grammo la responsabilità della debole e parassitaria borghesia di estrazione burocratica che domina l’Iraq, che ha sperperato le sue risorse (non eccezionali, ma neppure insignificanti, se confrontate con quelle di paesi sprovvisti di petrolio, come la Giordania) in spese militari comunque spropositate. Tuttavia dovrebbero essere sufficienti (se non bastassero i bilanci umani delle prime settimane di guerra) a smascherare l’ipocrisia di chi ha allertato il mondo contro il “nuovo Hitler” parlando dell’Iraq come “quarta potenza militare mondiale”.

Un dato aggiuntivo, a scopo esemplificativo: la stampa italiana ha scritto molti articoli sul geniale imprenditore torinese che ha venduto all’Iraq un gran numero di carri armati in vetro resina al prezzo modico di 40.000.000 di lire 1’uno. L‘ammirazione si intrecciava all’imbarazzo e alla preoccupazione che quei particolarissimi spaventapasseri avessero qualcosa a che vedere con l’inefficienza degli spaventosi bombardamenti “alleati” sul potenziale bellico iracheno. Tuttavia, tra le righe di un documentato articolo di Franco Carlini apparso su il manifesto del 31 gennaio 1991, abbiamo scoperto che un tipo ancor più sofisticato di carro armato di plastica (contiene al suo interno una batteria e un generatore di calore che attraggono i sensori all’infrarosso del carro armato nemico) viene prodotto dalla Tvi di Beltsville (Maryland), che ne ha venduti 1.400 all’esercito americano al prezzo di 3.000 (tremila!) dollari l’uno. Cioè poco più di tre milioni di lire al cambio di allora!

Un caso eccezionale di “furberia italica” quello della ditta torinese che vende a un prezzo più che decuplicato un prodotto modesto? No: è una costante dei mercanti di armi aumentare le fatture in proporzione agli ostacoli frapposti alla vendita alla luce del sole. John K. Cooley, in un libro utilissimo sui rapporti tra Stati Uniti e Libia nel primo decennio di Gheddafi [Muammar Gheddafi e la rivoluzione libica, ed. Corno, Milano, 1983] offre una ricca documentazione sulle forniture di armi da parte di agenti della Cia, o di semplici rappresentanti di commercio, negli anni Settanta e sul progressivo innalzamento dei prezzi a mano a mano che qualche paese vietava la vendita di quelle armi. Ad esempio, la società Inter-Technology Inc. (di cui erano titolari tre agenti della Cia: Frank Telpil, Kevin Mulcahy ed Edwin Wilson) acquistò, per conto della Libia, centinaia di migliaia di timer, prodotti dall’ American Electronics Laboratories di Colmar (Pennsylvania) e da Falls Church (Virginia), che furono venduti al prezzo esorbitante di 1.500 dollari l’uno (mentre il loro prezzo corrente era inferiore a un decimo di quella cifra). [Ivi, pp. 227-228] Sempre la stessa ditta procurò nel 1977 a Gheddafi un prototipo di un veicolo americano munito di apparecchiature per osservazione notturna, pagandolo negli Usa 60.000 dollari e rivendendolo per 990.000 in Libia. L’affare era così vantaggioso che presto entrarono in concorrenza con i tre americani due intraprendenti francesi che agivano in proprio, Georges Starkmann e Claude Demont, i quali riuscirono a vendere a Gheddafi (particolarmente ammirato di questi oggetti ad alta tecnologia) ben 110 Startron, il dispositivo fabbricato dalla Smith & Wesson che ingrandisce fino a 65.000 volte i raggi luminosi e consente di vedere nella notte oggetti distanti anche 500 metri. Venduti i primi Startron a 7.000 dollari l’uno, prezzo molte volte superiore al “mercato” (cioè al prezzo di vendita a onesti assassini di Stati rispettabili), i due francesi stentarono a trovarne altri veri, per un più severo controllo delle autorità del loro paese, entrate in urto con la Libia per il Ciad. Ne prepararono allora una partita di 3.000 falsi (tubi di metallo nero con semplici lenti), commissionati a una ditta francese di ottica a cui furono pagati 96.000 dollari (cioè 32 a pezzo), che riuscirono a farsi pagare 15.282.000 dollari (circa 5.000 a pezzo), prima di dileguarsi per sempre, invano ricercati in tutto il mondo dagli agenti del controspionaggio libico. In seguito a questo spettacolare bidone dei rivali francesi, Terpil e la sua Inter-Technology Inc. aumentarono la loro credibilità e maggiorarono ulteriormente le fatture, salate ma “oneste”. [Ivi, pp.238-239.]

In realtà, questi sovrapprezzi - su cui incidono ovviamente anche tangenti, ecc. - non sono un’esclusiva dei mercanti di armi. Tutte le forniture di prodotti finiti, anche pacifici, al “Terzo mondo” o al “Sud del mondo” (se si vogliono usare questi termini imprecisi ma radicati ormai nell’uso corrente) vengono caricate di fortissime maggiorazioni, che permettono di drenare interamente il ricavato dalla vendita delle materie prime e sono all’origine del meccanismo perverso dell’indebitamento.

1 Ilario Salucci, Operai e contadini in Iraq: il percorso del movimento comunista (1924-2002), inedito. La prima parte è apparsa nella rivista telematica “Reds” (http://www.ecn.org/reds). A questo interessante e documentatissimo saggio devo la maggior parte delle informazioni di questa scheda.

2 Già nel marzo 1959 una vasta congiura per rovesciare Qassem era stata organizzata dal colonnello Abdel Wahab Shawaf con l’appoggio della forte tribù beduina dei Shammar e soprattutto dell’Egitto, ma era stata annientata in tre giorni. Saddam Hussein era stato coinvolto ed era dovuto fuggire.

3 Il Kuwait agli inizi degli anni Cinquanta (ed era già stato scoperto il petrolio) non superava i 170.000 abitanti, con una capitale che ne raggiungeva appena 30.000. Al momento in cui i britannici avevano riconosciuto come emiro quel Mubarak al Sabah che, con il loro aiuto, aveva assassinato il fratello Mohammed), ottenendo in cambio il diritto di rappresentarlo a livello internazionale e di usare la baia come stazione per il rifornimento di carbone, gli abitanti della zona erano poche migliaia di beduini e la “capitale” era un villaggio recintato da basse mura di fango.

4 Va precisato che al momento dell’invasione israeliana la Cisgiordania contava circa 840.000 abitanti (un terzo dei quali erano profughi dai territori palestinesi su cui gli israeliani avevano costituito il loro Stato nel 1948-1949). Quindi 100.000 profughi rappresentavano comunque una percentuale non insignificante.

5 Tuttavia molti palestinesi ricordano che nel settembre 1970, al momento dello spaventoso massacro di 20.000 tra palestinesi e giordani da parte delle truppe beduine fedeli a re Hussein, Saddam Hussein comandava le truppe irachene presenti in Giordania per fronteggiare la minaccia di una nuova aggressione israeliana, e non mosse un dito per fermare la strage.

6 R. Kalisky, op. cit., pp. 268-270, e soprattutto Giancarlo Lannutti, Enciclopedia del Medio Oriente, Teti, Milano, 1979, pp. 36-38, e Enciclopedia del Medio Oriente. Aggiornamento 1979-1991, Teti, Milano, 1991, p. 20. L’enciclopedia curata da Lannutti, con la collaborazione di studiosi e giornalisti come Guido Valabrega, Pier Giovanni Donini, Igor Man, e altri, è uno strumento di consultazione agile di grande utilità, anche se il suo limite è una certa reticenza sulle responsabilità dell’Urss, in particolare per quanto riguarda la politica di subordinazione ai regimi arabi imposta ai partiti comunisti dell’area.

7 Il dato è fornito da Giovanni Codovini, Storia del conflitto arabo israeliano palestinese. Tra dialoghi di pace e monologhi di guerra, Bruno Mondadori, Milano, 2002, p. 46. Paolo Maltese, op. cit., p. 222, fornisce cifre più alte sia per le vittime sia per le perdite materiali; Maltese sostiene che il primo ponte aereo era stato effettuato dall’Urss per sostenere la Siria e giustifica le numerose violazioni israeliane dei “cessate il fuoco” intimato dal Consiglio di sicurezza osservando che è normale rifiutarlo per un generale che teme di essere “privato di quella vittoria che già cominciava a pregustare”. Ivi, p. 223. Una tesi un po’ riduttiva, che sorvola sul fatto che sempre, in tutta la sua storia, lo Stato di Israele ha manifestato il più totale disprezzo per le risoluzioni dell’Onu, dal momento che, godendo di protezioni adeguate, era certo dell’impunità.

8 Antonio Moscato, Libano e dintorni. Integralismo islamico e altri integralismi, Sapere 2000, Roma, 1993, p. 44.

9 Abbiamo accennato già, nel primo capitolo, ai molti fornitori occidentali di armi convenzionali, ma anche chimiche e batteriologiche. Un recentissimo articolo di Achille Lodovisi, “Le armi di Saddam”, è apparso sul numero di novembre della rivista Guerre & Pace. Ludovisi utilizza molti documenti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che sono stati resi di pubblico dominio da poco, i quali dimostrano come tutto l’armamento utilizzato nella guerra con l’Iran (ma anche per l’invasione del Kuwait) fosse stato fornito da imprese occidentali e largamente finanziato dagli Stati Uniti.

10 Su quella vicenda si vedano i molti dati forniti dal recentissimo Il Golfo nel XXI secolo. Le nuove logiche della conflittualità, a cura di Valeria Fiorani Piacentini, il Mulino, Bologna, 2002, pp. 179-182, e passim. Il volume, di oltre 500 pagine, ha tuttavia il carattere di un lavoro assemblato in fretta in vista della guerra, con notevoli dislivelli tra le parti e i diversi collaboratori. Presenta tuttavia un certo interesse sia per la ricostruzione degli antefatti storici curati dalla Fiorani Piacentini, sia per il carattere “ufficioso” della pubblicazione, sponsorizzata da un centro di ricerca dell’Università Cattolica del sacro Cuore, ma introdotta dal ministro Roberto Toscano, capo dell’Unità Analisi e Programmazione del Ministero degli Affari Esteri.

11 Eppure la Siria è laica, e il suo governo perseguitò, anche durante la guerra tra Iraq e Iran, i movimenti islamici. Nel giugno 1980 le Brigate speciali di difesa dirette da Rifaat Assad, fratello del presidente, massacrano nel carcere di Palmira 400 detenuti islamici e, nel febbraio 1982, prendono d’assalto con arerei, carri armati e gas la città di Hama, roccaforte dei Fratelli Mussulmani, lasciando sul terreno da 15.000 a 25.000 morti. Nessuno, però, glielo ha rimproverato, ne l’Occidente di cui la Siria diventa preziosa alleata contro l’Iraq nella guerra del 1991, né l’Iran, integralista ma anche non secondo ad altri nella realpolitik.

12 Lungi dal voler misurare i crimini con un criterio puramente quantitativo, non possiamo tuttavia dimenticare quanto dicevamo nella nota precedente sull’analogo crimine compiuto impunemente dal governo siriano ad Hama, che ha provocato da tre a cinque volte i morti di Halabia (su cui d’altra parte in quel momento “l’indignazione” del mondo occidentale è venuta con anni di ritardo, quando Saddam Hussein aveva cessato la sua funzione di bastione contro l’Iran).

13 Pierre Salinger, Eric Laurent, Guerra del Golfo. Il dossier segreto, Mursia, Milano, 1991.

14 Ivi, p. 24.

15 Ivi, p. 25.

16 Su Gertrude Bell, si vedano D. Fronkin, op. cit. pp. 370-371 e passim, e J. Dauphin, op. cit. p. 41.

17 Gli Stati Uniti vendevano, fino al 1990 (e hanno continuato a farlo nei primi mesi della crisi col pretesto di “motivi umanitari”), granturco, grano, riso e polli per diversi miliardi di dollari annui, coperti da un prestito garantito dallo stesso governo americano. Secondo Saad Kiwan e Riccardo Cristiano, nel 1989 l’Iraq risultava al primo posto nella graduatoria degli acquirenti di riso “made in Usa” e all’ottavo posto per il grano. Cfr. Saad Kiwan, Riccardo Cristiano, Saddam Hussein. L’altro muro: l’Occidente e il mondo arabo, Edizioni Associate, Roma, 1991, p. 59.