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5 - CHI È VERAMENTE SADDAM HUSSEIN
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CAP. V - MA CHI È VERAMENTE SADDAM HUSSEIN?
È il quinto capitolo del libro Tempeste sull’Iraq, che ho scritto e pubblicato nel 2003 presso l’editore Massari per contrastare la campagna di disinformazione che aveva preparato l’impresa imperialista. Scritto a caldo, ma mi sembra che regga ancora oggi, e possa essere riproposto. Il primo capitolo è stato inserito nel sito col nome Iraq. Le vere ragioni di una guerra insensata. (13/10/2009)
L’intossicazione bellicista e xenofoba non sa più che cosa inventare per giustificare la guerra. Oltre ai soliti argomenti usati da tutti gli aggressori di tutti i tempi (e tanto ben descritti da Esopo nella favola del “lupo e dell’agnello”), è stato mobilitato perfino uno psicanalista della Cia per convincerci che la “predisposizione di Saddam all’aggressività” sarebbe congenita e dovuta.... al precoce abbandono da parte della madre e a una presunta violenza sessuale ricevuta in tenera età da uno zio! E il Corriere della Sera si è affrettato a riportare con grande rilievo queste sciocchezze di un sedicente “specialista” (?), che pretende di analizzare a distanza un paziente che non ha mai visto e tanto meno fatto stendere sul suo lettino.
Probabilmente è più fondata l’insinuazione che tra i suoi modelli ci fosse Stalin, di cui imitò non solo il sistema del partito unico, il regime poliziesco (e i baffi), ma apprezzò anche la paziente opera di sterminio preventivo di tutti i suoi possibili rivali. D’altra parte, anche Stalin aveva a sua volta espresso ammirazione per l’efficienza con cui Hitler si era sbarazzato in un colpo solo di tutta l’ala sinistra del partito nazionalsocialista nella “notte dei lunghi coltelli”. Ma è un po’ poco per concludere che Stalin e Hitler fossero la stessa cosa.
Saddam si è basato in primo luogo sul partito Baas (che aveva già al suo interno elementi di ambiguità, dovuti anche all’ammirazione di Michel Aflak sia per il razzismo nazista, sia per gli aspetti più deteriori dell’Urss staliniana), utilizzandolo tuttavia solo come una specie di “cinghia di trasmissione” e fondando il suo potere soprattutto su una combinazione tra forze armate e solidarietà tribale.
La sua ascesa, che lo porterà in sei anni al potere assoluto, comincia nel 1973 ed è legata ai vantaggi che l’Iraq ricava dal boom petrolifero seguito alla guerra del 1973, che invece (come d’altra parte quella dei sei giorni) era costata relativamente poco al paese. Anche se la maggior parte dei profitti dell’aumento del prezzo del petrolio vanno alle società occidentali che lo commercializzano, le ricadute per un paese con risorse così grandi sono notevoli: se nel 1958, al momento della rivoluzione repubblicana, si contavano nel paese solo 53 famiglie milionarie (in dinari, e un dinaro valeva allora oltre 3 dollari), nel 1980 erano diventate 80 (e saranno addirittura 3.000 nel 1989). Quelle ricchezze non erano in genere legate alla proprietà, ma all’assegnazione di contratti e impieghi statali ben retribuiti, che stabilivano un solido rapporto politico tra i beneficiari e chi controllava l’economia pianificata sul modello sovietico, ma in cui pesavano anche e sempre più – soprattutto nell’esercito – i legami di clan, alla faccia di tutti i discorsi ufficiali “contro il tribalismo”.
Il regime usava poi largamente una retorica nazionalista, che doveva servire a riempire il vuoto creatosi dopo la sconfitta del 1967 e aggravatosi per l’emarginazione, da parte degli altri Stati arabi, dell’Egitto, dopo che questo, nel periodo successivo alla guerra del 1973, aveva rotto il fronte antisraeliano e iniziato il suo “percorso di pace” alle spalle degli altri paesi e, soprattutto, dei palestinesi.
Il regime iracheno si regge fino al 1980 su una combinazione di accentramento autoritario e federazione di clan (anziché di partiti o di tendenze politiche nel Baas). Ma ha soprattutto un sostanziale consenso di massa perché può distribuire una parte dell’enorme rendita petrolifera sotto forma di servizi sociali, di stipendi e salari superiori alla media dei paesi limitrofi. Sarà l’esito imprevisto della guerra con l’Iran, molto meno facile delle previsioni, a mettere in crisi questo meccanismo. La rendita petrolifera era passata dai 520 milioni di dollari del 1970 a ben 26 miliardi di dollari nel 1980, ma da quell’anno comincia rapidamente a decrescere.
Per fronteggiare questa nuova situazione e impedire che i militari sfuggano pericolosamente al suo controllo, e al tempo stesso per mettere a frutto il possesso di uno strumento ben più efficiente degli eserciti degli altri paesi dell’area, Saddam Hussein decide la conquista del Kuwait, credendo di poterla compiere senza problemi, come abbiamo scritto nel capitolo precedente. Ma è caduto in una trappola che sembra mortale (e se non lo è per lui e per la casta dominante, lo è per un milione di iracheni...).
Inoltre, una crisi strisciante ha indebolito uno degli strumenti del regime, il Baas, che nel 1990 aveva raggiunto la cifra record di 1.800.000 tesserati, ma già un anno dopo ne aveva il 40% in meno, e che continuerà a perdere iscritti negli anni successivi.
Per giunta, un duro colpo alla “legittimità rivoluzionaria era arrivato dal crollo dell’Urss e degli altri paesi del “socialismo reale”, a cui l’Iraq era per certi aspetti assimilato nell’opinione pubblica interna, per l’economia pianificata e il sistema politico a partito unico.
Le sanzioni privano lo Stato dell’enorme rendita petrolifera di cui disponeva in passato: il Pil pro capite si riduce in un anno del 75%; il reddito annuo pro capite che nel 1982 era ancora di 4.219 dollari, crolla a 485 $ nel 1993, e oggi probabilmente supera di poco i 300 $ (ma non esistono più dati ufficiali). Lo Stato non è più quindi in grado di assicurare il sostentamento di ampie fasce della popolazione attraverso servizi sociali e il finanziamento dell’economia e, per sopravvivere, aumenta incessantemente le imposte e alimenta l’inflazione stampando moneta. Declinano soprattutto quei ceti medi salariati che in passato avevano rappresentato il principale sostegno del Baas, i quali sopravvivono ora arrangiandosi con la borsa nera e il contrabbando. Il dinaro iracheno, che prima del 1991 valeva 3,10 $, ha perso ogni valore: nel 1996 ci volevano 3.000 dinari per avere un dollaro, e in certi periodi perfino 12.000. Chi aveva avuto una volta un livello di vita soddisfacente è spesso costretto a vendere gioielli, mobili, abiti e perfino gli utensili di cucina, a beneficio dei ceti emergenti che vivono di traffici illeciti. Chi può farlo emigra nei paesi vicini, o anche in Europa, o negli Stati Uniti, se ha risorse e un buon passaporto. Tra questi, molti dirigenti del Baas e più di 1.500 ufficiali superiori.
Anche la risoluzione delle Nazioni Unite n. 986 denominata “Oil for food” (che autorizzava a vendere una parte del petrolio in cambio di aiuti alimentari), fino al maggio 1996 rifiutata dall’Iraq (non a torto, dal momento che stabiliva un prelievo fortissimo sul ricavato della vendita di petrolio sia per “le vittime della guerra del Kuwait”, sia per gli abitanti delle zone sottratte di fatto alla sovranità irachena, sia per le spese di mantenimento degli eserciti occupanti e delle missioni dell’Onu), quando ha cominciato a essere applicata ha creato nuove disparità sociali, dal momento che la quota assegnata al governo è stata distribuita con criteri clientelari, creando uno strato di nuovi ricchi.
L’enorme aumento della mortalità infantile, va detto, se ha come responsabilità primaria l’embargo deciso dai vincitori, ha anche corresponsabilità irachene per i criteri di distribuzione delle risorse in questa fase, che hanno cancellato ogni traccia dello Stato sociale e quindi del consenso.
Inoltre, i rapporti di equilibrio tra i clan, che erano già stati scossi durante la guerra con l’Iran – quando erano stati destituiti per incapacità (e uccisi) i capi dei tre clan imparentati con Saddam, che fino a quel momento gli avevano fornito un prezioso sostegno – sono stati brutalmente scossi. Lo stesso clan al Majid, che all’inizio degli anni ’90 sembrava avesse in mano importanti settori dell’apparato statale, viene considerato inaffidabile e costretto a passare all’opposizione. Persino due generi di Saddam (Hussein Kamel e Saddam Kamel), che avevano il controllo di due settori chiave come l’industria degli armamenti e i servizi segreti, non si sentono più sicuri, e si rifugiano in Giordania nel 1995. Convinti a rientrare in Iraq nel febbraio 1996, vengono subito uccisi con tutti i loro familiari. L’Iraq insomma regredisce al livello di uno Stato feudale. Persino tra i due figli del presidente non corrono buoni rapporti.
Le vere colpe di Saddam e quelle attribuitegli dagli ex complici
L’unico dei collaboratori dell’ex presidente Bush e di Reagan che oggi si è schierato con gli interventisti, Caspar Weinberger, in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera del 7 settembre 2002, alla domanda: “Esistono prove sufficienti dei legami tra Iraq, Osama e al Qaeda?”, ha risposto testualmente: “Certo. Basti pensare al tipo di uomo che è Saddam, al brutale attacco che perpetrò contro il vicino Kuweit, all’uso del gas per sopprimere la sua stessa popolazione, a tutte le promesse che aveva fatto all’Onu per le ispezioni e che non ha mai mantenuto. Siamo in possesso di tutte le prove che ci occorrono.”
Incredibile: nessuna di queste “prove” ha qualcosa a che fare con gli ipotetici legami di Saddam con il presunto centro del terrorismo mondiale (e che questo sia rappresentato da Bin Laden è stato messo fortemente in dubbio da persone che se ne intendono, come i presidenti di due paesi alleati degli Stati Uniti, Egitto e Pakistan!).
Partiamo a ritroso dall’ultimo argomento per smontarli a uno a uno: Saddam Hussein, in realtà, ha accettato per anni gli osservatori delle Nazioni Unite, fino a quando furono sostituiti da noti agenti della Cia. Lo hanno confermato con le loro dimissioni i principali rappresentanti dell’Onu a Baghdad come lo svedese Rolf Ekeus, l’assistente di Kofi Annan Denis Halliday, il suo successore Hans von Sponeck e lo stesso Scott Ritter, vicecapo degli ispettori per il disarmo, che dimettendosi ha ammesso che una parte dei suoi uomini lavoravano apertamente ed esclusivamente per i servizi segreti statunitensi, in aperto spregio di quanto prescritto dai regolamenti dell’Onu.
L ultimo capo degli ispettori, Richard Butler, è stato denunciato dai suoi stessi collaboratori: quando lasciò Baghdad nel dicembre 1998, presentò il suo rapporto non all’Onu, come avrebbe dovuto fare, ma direttamente agli Stati Uniti, per consentire l’inizio di una nuova serie di bombardamenti prima che Kofi Annan potesse recarsi nel paese.
Quanto alla “prova” rappresentata per Weinberger dal “tipo di uomo che è Saddam”, varrebbe anche per decine di fedeli alleati di Washington nel Medio Oriente, in Africa, in America Latina, di cui molti hanno al loro attivo aggressioni a paesi vicini e tutti sono esperti in uso di gas e altre armi letali contro la loro stessa popolazione.
Parlare dell’aggressione al Kuweit è incredibile, da parte di un esponente degli Stati Uniti: Saddam fornì infatti la prova (un video) dell’incontro in cui all’inizio dell’agosto 1990 l’ambasciatrice degli Stati Uniti, April Glaspie, gli assicurava che il suo paese non era interessato alle rivendicazioni irachene sul Kuweit. Ne abbiamo già parlato a lungo.
Indicare poi come “complice di Saddam” il fantomatico Bin Laden (sempre che esista ancora) è due volte grottesco, sia perché costui è stato a lungo alleato degli Stati Uniti contro l’Urss e socio in affari della famiglia Bush, sia perché il suo integralismo non ha alcun punto di contatto col sia pur discutibile laicismo del Baas iracheno.
Gli stessi argomenti di Weinberger sono stati usati (in un’intervista al Corriere della sera dell’8 settembre 2002) dalla Consigliera per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice, che elencando le colpe di Saddam allude ancora più spudoratamente non solo all’invasione del Kuweit, ma anche alla guerra con l’Iran (Saddam “ha attaccato due volte i suoi vicini”). Per giunta, secondo la Rice, Saddam avrebbe “pagato 25.000 dollari ai kamikaze palestinesi” Chi glielo ha detto? Qualche cinico giornalista convinto che solo per denaro qualcuno può dare la vita per una causa? O l’inventore delle “prove” basate sul video con l’esecuzione di un cagnolino in un laboratorio di chissà quale parte del mondo?
Saddam poi, secondo la Rice, avrebbe “cercato di assassinare un ex Presidente degli Stati Uniti”. Quale? E che “prove” ci sarebbero? Mentre lei stessa, come Bush o Weinberger, parla apertamente ogni giorno della necessità di uccidere Saddam! E quanti attentati contro Castro sono stati ammessi dalla stessa stampa statunitense?
La Rice dice tranquillamente che “l’assenza di risoluzioni dell’Onu non è il cuore del problema. Su questo punto ci si permetta di essere realistici”. E aggiunge che, visto che Saddam avrebbe ignorato moltissime risoluzioni dell’Onu (ma abbiamo dimostrato che ciò è falso, mentre Israele ne ha violate centinaia fin dal primo giorno della sua esistenza…), “vedremo se è il caso di tornare all’Onu”!
A mano a mano che ci si avvicina alla guerra, vengono rilanciate le menzogne più spudorate: si insinua ad esempio che le famose armi non convenzionali sarebbero state nascoste nei giardini delle ville dei notabili del regime, rendendo vano quindi il lavoro degli ispettori dell’Onu, o si denuncia come “aggressione agli Stati Uniti” il fatto che qualche radar residuo riesca a inquadrare gli aerei che bombardano quotidianamente l’Iraq. Poi, rendendosi conto della fragilità di questo argomento, Bush ha rettificato: “hanno osato sparare contro i nostri aerei”... Ma il fatto che nessuno degli aerei aggressori (senza mandato dell’Onu) è mai stato colpito, prova al contrario che l’Iraq non solo non ha le favoleggiate “armi di distruzione di massa”, ma non ha neppure una modesta antiaerea funzionante.
Ecco perché si sceglie Saddam come bersaglio...
Saddam dunque viene oggi di nuovo attaccato non perché sarebbe troppo forte e costituirebbe una minaccia per il mondo intero, ma al contrario proprio perché oggi è più debole che nel 1991. In effetti, la maggior parte delle previsioni contano su uno sfaldamento dell’esercito ben più rapido che nel 1991, per la crisi politica e morale che lo attraversa e per l’armamento di gran lunga inferiore a quello di undici anni fa, nonostante i grotteschi allarmi seminati da tutta la stampa imperialista, anche da noi.
L’unica possibilità di un esito diverso, che comporti un numero elevato di vittime tra gli invasori (e l’esperienza del Libano, della Somalia e a maggior ragione quella del Vietnam dimostra che in tal caso le reazioni dell’opinione pubblica degli Stati Uniti potrebbero porre dei problemi alla “Junta petroliera”, come la chiama Gore Vidal) è legata alla possibilità che la brutalità dell’attacco faccia perdonare a Saddam le sue molte colpe e spinga una parte degli iracheni a combattere non in suo nome, ma in difesa di un paese che, in caso di sconfitta, sarebbe quasi sicuramente smembrato.
Saddam Hussein ha ben chiaro questo meccanismo, che ha portato ad esempio tanti palestinesi, che pure avevano combattuto duramente Arafat perfino con le armi, a riavvicinarsi a lui e a sostenerlo nel momento in cui era chiaramente sotto il tiro degli israeliani. Inoltre, dovendo soccombere, egli potrebbe aspirare a sferrare un colpo durissimo ai suoi nemici, usando quel poco di armamento che gli rimane per distruggere non solo i suoi pozzi, ma quelli dei paesi vicini complici degli aggressori, impedendone per molto tempo l’utilizzazione. Può anche sperare di riuscire, con una resistenza abbastanza prolungata, a innescare nel mondo arabo reazioni popolari che mettano in crisi i regimi complici (con o senza reticenze e imbarazzi) dell’imperialismo. Non dimentica certo quello che accadde in Egitto nel 1956, che trasformò una sconfitta militare indiscutibile in un successo personale di Nasser ed ebbe ripercussioni profonde in tutta la regione, aprendo tra l’altro la strada alla rivoluzione irachena del 1958. Paradossalmente, anche se considerasse inevitabile non solo la sconfitta, ma anche la morte, e anzi proprio per questo, potrebbe pensare a qualche gesto clamoroso, che nella considerazione delle masse arabe più diseredate lo consacrerebbe come eroe immortale e simbolo di riscatto, incendiando per lungo tempo tutto il mondo arabo-islamico. Potrebbe farlo meglio da morto che da vivo, con una logica da “muoia Sansone con tutti i Filistei” (non dimentichiamo che la Bibbia è un libro sacro anche per i mussulmani...).
Inutile fare previsioni oggi sul possibile esito di una guerra in cui i rapporti di forza puramente militari sono straordinariamente sproporzionati. Non c’è dubbio che i calcoli della cricca di petrolieri che hanno deciso questa guerra sottovalutano la possibilità per loro sgradevole di una resistenza abbastanza prolungata, e pensano che l’operazione sarà conclusa in tempi brevi e avrà costi politici relativamente contenuti.
È vero che per un’amministrazione degli Stati Uniti in cui le massime cariche sono occupate da ben cinque petrolieri, la conquista di riserve di idrocarburi di enorme entità può apparire un obiettivo da raggiungere a qualunque costo. ma possono avere fatto i conti senza l’oste, in particolare con le ripercussioni all’interno di parecchi dei regimi alleati nella regione e anche nel Pakistan e in Indonesia. Se nel 1991 Saddam Hussein aveva sottovalutato le ripercussioni dell’invasione del Kuwait, che lo faceva temere come una forza aggressiva che non si sarebbe fermata dopo la conquista di quel piccolo paese, oggi nessuno può crederlo. Allora l’Arabia Saudita era stata allarmata dalle “prove” fornite dagli Stati Uniti di un imminente sconfinamento almeno nelle zone di incerta attribuzione (mentre le foto satellitari diffuse dall’Urss hanno documentato successivamente che la presenza di truppe irachene nel Kuwait era del tutto insufficiente allo scopo); oggi è opinione prevalente in tutta l’area che l’Iraq non potrebbe invadere nemmeno il più debole degli Stati limitrofi.
Un altro problema che gli aggressori hanno di fronte è la debolezza dell’opposizione irachena a Saddam, non solo nel paese ma anche in esilio. Nulla di paragonabile a quanto c’era in Afghanistan, dove alcuni dei “signori della guerra” avevano eserciti sperimentati, che controllavano da anni parti del territorio. E comunque, l’assetto dell’Afghanistan non è certo ancora stabile, se il premier paracadutato Hamid Karzai deve essere scortato da truppe speciali statunitensi, perché non può fidarsi di nessun contingente afghano, e vari ministri si sono sparati tra loro. Più in generale, la società irachena non è assolutamente comparabile a quella afghana.
Alcuni apprendisti stregoni pensano irresponsabilmente di potere contare sui curdi per abbattere “dall’interno” Saddam Hussein. Ma i curdi possono e vogliono governare l’intero Iraq? E con chi? E se invece vogliono approfittare della situazione per trasformare la loro autonomia di fatto in un vero e proprio Stato, che ripercussioni ci potrebbero essere tra i curdi della Turchia? Ha espresso il suo dissenso da Bush perfino la terribile Madeleine Albright, non certo una “colomba”, proprio riferendosi al problema curdo e, più in generale, al fatto che lo smembramento dell’Iraq farebbe tremare altri paesi, ugualmente male assemblati o con minoranze religiose.
Madeleine Albright ha detto, d’altra parte, francamente che la guerra non dipende da Saddam:
Altri si sono preoccupati per lo spazio che il crollo del regime di Saddam Hussein lascerebbe agli integralisti, che sono cresciuto nella lotta contro Saddam, ma sono sciiti. Non è impensabile che, in caso di catastrofe del paese (non del solo regime), possano chiedere aiuto all’Iran, e ottenerlo.
Le relazioni internazionali di Saddam
Saddam Hussein, negli ultimi anni, non si è limitato a esasperare il culto della propria persona (a cui sono stati eretti sempre più giganteschi monumenti) e a presentarsi alla popolazione come vittima di un complotto internazionale. Ha migliorato le relazioni internazionali con molti paesi, compreso l’Iran e la quasi totalità dei paesi arabi, compresi il Kuwait e l’Egitto. Ha ricevuto capi di Stato, a partire dal presidente venezuelano Hugo Chavez (agosto 2000), e ha partecipato al vertice arabo del Cairo dell’ottobre 2000 e a quello islamico di Doha, nel Qatar, nel novembre dello stesso anno. I voli verso Baghdad sono ripresi, inizialmente grazie al coraggio di organizzazioni di solidarietà, ma anche il premier giordano si è recato in aereo in Iraq, sfidando gli illegali divieti di Usa e Gran Bretagna. Perfino la Siria, vecchia rivale, ha consentito la ripresa del funzionamento dell’oleodotto che da Kirkuk porta il petrolio iracheno nel porto di Baniyas, che era interrotto dal 1982. E la Turchia ha sviluppato un intenso commercio più o meno clandestino, ma ha anche riaperto la sua ambasciata a Baghdad.
Saddam Hussein, intanto, ha cercato contatti in tutte le direzioni. Per consolidare il già intenso scambio commerciale con la Russia, non ha esitato a condannare la pur comprensibile e giustificabile azione dei ceceni a Mosca. Egli capisce per giunta che, se in Russia e Cina è prevalso finora l’interesse immediato ad avere via libera da Bush per l’intensificazione della repressione delle rispettive minoranze “terroriste”, quei paesi non possono non allarmarsi per le implicazioni possibili di un attacco immotivato, tanto più sapendo che nella lista degli “Stati canaglia” da colpire successivamente figurano paesi amici come la Corea del Nord o la Siria, o buoni clienti come l’Iran. Se Putin sa bene che i ceceni si muovono non per istigazione di Bin Laden o di Saddam Hussein, ma per una consolidatissima aspirazione all’indipendenza, che li ha portati dal 1770 a insorgere decine di volte contro la dominazione russa, sa anche che un’invasione dell’Iraq (che tutti considerano dovuta a ragioni ben diverse da quelle dichiarate), e soprattutto una sua occupazione permanente di tipo coloniale, potrebbero fare divampare nuovamente incontrollabili rivolte islamiche in quegli Stati dell’Asia centrale oggi formalmente indipendenti, ma che i russi considerano solo momentaneamente separati dal territorio che appartenne all’impero zarista prima e poi a quello sovietico. La Russia, per questo, il 3 luglio 2001 ha bloccato nel Consiglio di Sicurezza l’adozione delle cosiddette “sanzioni intelligenti” che avrebbero dovuto colpire più duramente l’Iraq e ha imposto per due volte (l’ultima nel novembre del 2002) il prolungamento del programma “Oil for food”, che gli Stati Uniti volevano congelare.
Anche verso l’Europa Saddam ha tentato aperture di vario genere, alcune delle quali scandalose e probabilmente controproducenti: ha per esempio ricevuto due volte (con abbracci) il declinante leader della destra razzista austriaca Jörg Haider (se lo dovrebbero ricordare quelli che confondono il doveroso sostegno all’Iraq con una assurda indulgenza verso la persona del suo cinico e disinvolto dittatore). Ma ha deciso dal 2001 di effettuare tutte le sue transazioni commerciali in Euro anziché in dollari, e questo è un gesto che non può essere dispiaciuto a diversi paesi europei, di cui l’Iraq è un buon fornitore di petrolio (attraverso Siria, Giordania e ora anche Turchia), ma soprattutto un buon acquirente di vari prodotti per uso civile, e a volte anche militare.
Insomma, Saddam Hussein non ha tutti i torti a nutrire ancora qualche tenue speranza di cavarsela. Per questo ricorre sempre più spesso a tutti gli espedienti propagandistici, come la finta dialettica che porta il Parlamento a rifiutare la risoluzione dell’Onu per qualche giorno, finché interviene personalmente Saddam che la accetta, o gli attacchi oltranzisti agli ispettori dell’Onu su vari giornali, compreso Babel, diretto da suo figlio Desai, per poi annunciare il “gesto di buona volontà” della consegna anticipata della relazione richiesta sulle armi disponibili e sui siti in cui sono conservate.
Ma se c’è un 5% di possibilità di evitare una guerra già decisa, questa è legata non a quello che potrà decidere l’Onu, o alle pressioni di questo o quel paese europeo, o della Cina e della Russia, ma solo a una controspinta nel gruppo dirigente degli Stati Uniti, che fermi in tempo gli irresponsabili aspiranti stregoni.
1 Il problema delle “turbe psichiche” di Hitler (che possono anche esserci state, soprattutto negli ultimi anni della guerra quando, allucinato dalla sua stessa ideologia, utilizzò il poco combustibile rimasto e una parte non indifferente degli uomini validi per portare alla morte nei lager inermi vecchi, donne e bambini, ebrei e rom, che non potevano certo minacciarlo in alcun modo), non si può porre, perché in ogni caso erano stati uomini sanissimi di mente a chiamarlo al potere, nonostante avesse espresso le sue convinzioni con chiarezza fin dal 1923 nel suo Mein Kampf. Nel 1928 Hitler era il capo di uno dei tanti gruppuscoli di destra, e non era riuscito neppure a farsi eleggere nel Parlamento, ma cominciò la sua “resistibile ascesa” nel 1929, dopo la crisi mondiale, con i finanziamenti e l’appoggio incondizionato di tutta la borghesia tedesca, laica o religiosa (cattolica, protestante e anche ebraica) che, pure, conosceva bene l’esperienza italiana, in cui il fascismo si era trasformato da strumento per colpire il movimento operaio a organizzazione totalitaria che occupava lo Stato e liquidava le stesse formazioni politiche che lo avevano chiamato al governo.
2 Ma abbiamo già visto che Rashid Ali non era “fascista” e non era il solo ad avere pensato di servirsi dei nemici dei suoi nemici... L’articolo di Faleh A. Jabar, Clan, tribù e partito unico. Fragili equilibri a Baghdad, è stato pubblicato nell’edizione italiana di “Le Monde diplomatique”, ottobre 2002. A questo articolo e a una lunga intervista a Raid Fahmi (caporedattore delle rivista irachena “Al Thakafa Al Jadida”) apparsa sul n. 9, settembre 2002, della rivista svizzera “À l’encontre”, devo gran parte dei dati economici riportati in questo capitolo.
3 Sull’ascesa di Stalin attraverso l’eliminazione, prima politica e poi fisica, dei più prestigiosi dirigenti bolscevichi, facendosi interprete delle aspirazioni della sempre più numerosa e ambiziosa burocrazia, largamente composta da arrivisti e cinici che si erano uniti al potere sovietico dopo il suo consolidamento alla fine della guerra civile, non posso che rinviare alla magistrale analisi di Lev Trotskij, ne La rivoluzione tradita e, più modestamente, al mio Intellettuali e potere in Urss (1917-1991). Bilancio di una crisi, Milella, Lecce, 1995.
4 Analogamente a quanto era successo all’Armata Rossa, decapitata da Stalin nel 1937-1938, i cui comandanti scelti per meriti politici fecero pessima figura nella prima fase della guerra, o furono trasformati in capri espiatori per la catastrofe (dovuta in realtà agli errori di Stalin), ma che fu riorganizzata nel corso della guerra, facendo emergere alcuni straordinari geni militari come Georgij Žukov, che rimpiazzarono i mediocri servitori di Stalin.
5 La sproporzione tra il numero di morti delle due parti nella guerra del 1991 ha confermato che quello iracheno non era affatto “il quarto esercito mondiale”, come diceva in tutto il mondo la propaganda contro il “nuovo Hitler”.
6 Un ben documentato libro di padre Jean-Marie Benjamin, Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington, Editori Riuniti, Roma, 2002, è utile per smantellare la campagna di intossicazione dei mass media. Ancor più interessante il libro di William Rivers Pitt, Guerra all’Iraq, basato su un’intervista a Scott Ritter, ispettore Onu (Fazi ed., Roma, 2002).
7 Ahmed Rashid, Talebani, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 240.
8 Pare che il consigliere di Bush per l’economia, Lawrence Lindsey, sia stato licenziato proprio per avere rivelato questa previsione di spesa per la guerra. Lo stesso 6 dicembre 2002 è stato (tardivamente) costretto alle dimissioni anche l’incredibile ministro dell’economia (e grande protetto di Cheney), Paul O’Neill, che con dichiarazioni irresponsabili aveva provocato un tracollo della moneta brasiliana e aveva minimizzato la bancarotta della Enron con questa dichiarazione: “Le aziende vanno e vengono. Fa parte dello spirito del capitalismo. Le persone prendono buone o cattive decisioni e ne pagano le conseguanze. È così che funziona il nostro sistema”. (Corriere della sera, 7 dicembre 2002).
9 Ad esempio, oltre a ricordare ogni tanto la sua famosa gaffe fatta in campagna elettorale scambiando i taliban per un gruppo musicale, molti importanti quotidiani hanno pubblicato con cattiveria la foto del presidente che su una nave militare fissa con serietà l’orizzonte con un binocolo che ha ancora gli oculari coperti dai tappi, o quella che lo ritrae durante una sua visita a una scuola, mentre ascolta intento una bambina che legge il suo libro di fiabe, fingendo di leggere anche lui su una copia dello stesso libro, che tiene invece vistosamente rovesciato. Insomma, il presidente degli Stati Uniti, eletto per giunta in modo così discutibile, senza una maggioranza dei voti e grazie all’interruzione del nuovo conteggio dei voti sulle schede contestate nella Florida, di cui è governatore suo fratello, rischia di battere il record del presidente Ford, di cui si diceva che non sapeva fare contemporaneamente due cose difficili, dato che incespicava sulla scaletta dell’aero se stava masticando chewing gum. Ma ha potere assoluto di vita e di morte sul mondo!
10 Madeleine Albright, intervista a La Stampa, pubblicata sabato 7 dicembre 2002 con il titolo: “La guerra contro al Qaeda più importante del’Iraq”.