I grandi nodi del Novecento › Il grande dibattito all'inizio del XX secolo
La socialdemocrazia e la rivoluzione russa
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Brest Litovsk 1918
La socialdemocrazia europea e l'isolamento della Russia
Introduzione al libro Trockij e la pace necessari Argo, Lecce, 20071
Sono trascorsi novanta anni dalla rivoluzione russa e quasi due decenni dal crollo dell'URSS, e sembra sempre più difficile spiegarsi la sua dissoluzione senza un fattore esterno visibile. Difficile perché sono in molti a essere interessati a evitare una riflessione: in primo luogo gli eredi della burocrazia che sono al potere in Russia e nelle altre repubbliche, che hanno trasformato un potere politico assoluto e senza controlli in proprietà privata; ma anche i loro complici stranieri nella rapina delle risorse del paese e tutte le classi dominanti occidentali attraverso gli ideologi al loro servizio, sono interessati a proiettare indietro l'orrore del GuLag e la putrefazione degli ultimi decenni, per impedire la comprensione dei fattori che hanno portato al declino e alla caduta, e vogliono cancellare perfino il ricordo della grande forza di attrazione che nei primi anni la rivoluzione aveva avuto nel mondo.
In nome della "lotta all'ideologia", e della ricerca del "nuovo", si è affermata ed è divenuta a forza egemone la vecchissima ideologia che considera possibile solo quello che esiste, ed è la negazione di ogni utopia, di ogni progetto di trasformazione.
Chi sta peggio è Trotskij, esorcizzato a ogni istante, tanto più se nonostante le periodiche proclamazioni sulla sua morte definitiva, risulta ben vivo. Finché c'era l'URSS, ogni anno uscivano in tutte le lingue opuscoli contro il trotskismo, e pochi si domandavano perché li facevano, se proclamavano che Trotskij era "morto e sepolto". In realtà sul lungo periodo la vitalità del pensiero di Trotskij risulta confermata: penso alla Francia in cui nello sfacelo della sinistra (dai verdi al vecchio PCF) si è salvato solo un partito impersonato da un giovane postino trotskista, ma anche all'Italia, in cui - nella rappresentanza parlamentare di quel che fu un giorno un grande e glorioso movimento operaio – solo un senatore trotskista ha avuto il coraggio di opporsi alla guerra, ma anche all'ipocrisia di "condannarla" pur votandone il finanziamento.
Questo per rimanere in Europa, in cui c'è anche il bel risultato di un laburismo britannico che con Tony Blair ha fornito in Afghanistan e in Iraq un insostituibile sostegno alla politica di guerra preventiva permanente di Bush; ma si potrebbe parlare anche dell'incredibile assortimento di discutibili dirigenti raccolti dall'IS nel mondo: dal presidente del Perù Alán García, che proprio mentre inaugurava il congresso dell'internazionale a Lima nel 1986 non esitava a far massacrare centinaia di detenuti in rivolta nelle carceri; a Carlos Pérez che faceva lo stesso a Caracas nel 1989, a Simon Perez, complice di Ariel Sharon e di Olmert...
L'elenco potrebbe allungarsi, ma sarebbe una fatica di Sisifo.
Il crollo dei partiti comunisti di derivazione staliniana ha trascinato con sé gran parte di coloro che avevano tentato di staccarsene almeno in parte, formando la cosiddetta "nuova sinistra", e ha reso molto esigue le file di coloro che hanno continuato a rifiutare di accettare l'esistente come ineluttabile. La sproporzione con l'immenso apparato ideologico e propagandistico della borghesia si è così accresciuta oltre ogni previsione.
Così, in questo clima, si è dimenticata ogni responsabilità di chi aprì la strada al nazismo, commissionando l'assassinio di Rosa e Karl, si è smarrita quasi ogni memoria del tragico isolamento in cui si trovò la rivoluzione russa per la sconfitta della rivoluzione in Germania e in Austria nel 1918, in Italia e in Francia negli anni immediatamente successivi. Le colpe dello stalinismo sono enormi e certo se si tiene conto della mia bibliografia non mi si può certo sospettare di volerle sminuire, ma non c'è dubbio che lo stalinismo non avrebbe potuto svilupparsi senza l'isolamento della Russia nella sua tremenda arretratezza.
* * *
La parte centrale di questo libro è stata pubblicata nel 1979, quando il processo di cancellazione della memoria era cominciato ma non completato. Rileggendola oggi, non mi sento di dover modificare una riga. Certo, allora mi preoccupavano soprattutto le illusioni riposte nella "terza via" e in particolare nella sua variante austromarxista da diversi settori – soprattutto della cosiddetta "sinistra sindacale" - che si presentavano come rivoluzionari, e avevano una certa influenza su gran parte della "nuova sinistra". Ma la ricostruzione di come dirigenti sindacali e politici della sinistra avevano potuto trattare cinicamente alle spalle dei loro iscritti, nell'Austria del 1918 non ha perso certo la sua attualità, anche se di esempi in casa nostra ne abbiamo avuti parecchi in questi anni, in cui i processi involutivi sono andati avanti al di là di ogni previsione.
Ora la situazione è ulteriormente peggiorata e potrei riportare una vera antologia degli orrori, da cui mi trattiene la compassione per gli studenti, vittime della maggioranza del corpo docente della scuola secondaria (e, nel caso della mia esperienza diretta, anche di parte di quello universitario...).
Se la maggior parte dei giovani studenti di facoltà umanistiche non sa nulla della ferocia delle guerre coloniali dell'Italia, o degli schieramenti durante la prima guerra mondiale, o del fascismo, ovviamente non può avere neppure il minimo sospetto che in Austria un tempo ci fosse un fortissimo partito socialista, probabilmente il più forte dell'Europa del primo dopoguerra. Me lo domandavano perfino diversi colleghi, anche "di sinistra" quando ho messo questo caso al centro di un mio corso monografico. E perché occuparsi di un paese piccolo e insignificante come l'Austria?
Invece l'esperienza mi ha insegnato che riflettere su questa vicenda è sempre utile per varie ragioni. Prima di tutto la responsabilità per il declino della fortissima socialdemocrazia austriaca, e poi il suo crollo di fronte al clericofascismo locale prima che questo aprisse le porte a Hitler, non può essere attribuita ad altri. A differenza della Germania, in cui la socialdemocrazia ha potuto scaricare la responsabilità del suo non meno clamoroso fallimento sul settarismo del partito comunista che pur minoritario poteva condizionarla e "disturbare il manovratore", in Austria il partito comunista, spiazzato dalla fraseologia rivoluzionaria del partito socialdemocratico non ha mai contato nulla. Per giunta l'azione del partito socialdemocratico si svolgeva in un paese ben ordinato, che conservava accuratamente gli archivi, senza distruggerli. E così "abbiamo le prove" degli ignominiosi accordi. Di questo parla egregiamente Rosdolsky, e non vale la pena di aggiungere molto.
Ma intanto il danno era stato fatto: gran parte della sinistra non bolscevica russa dopo la firma di quel trattato si convinse della fondatezza delle accuse mosse a suo tempo dal governo provvisorio di Kerenskij a Lenin, e lo considerò complice dell'imperialismo tedesco ed agente del Kaiser. Non era solo una questione di reputazione: da quel giudizio sommario discese la rottura con i bolscevichi dell'unico alleato importante, il partito socialrivoluzionario di sinistra, che rappresentava un prezioso tramite con i contadini, in cui era ben radicato.
Per questo vale la pena di affrontare prima di tutto la vicenda di Brest Litovsk e il dibattito accesissimo che lacerò lo stesso partito bolscevico, e lo lasciò del tutto senza alleati.
Lo scontro nella Russia sovietica sulla pace di Brest Litovsk
I bolscevichi, arrivati al potere, si erano impegnati immediatamente nella realizzazione della pace, che era uno dei punti essenziali del loro programma e, senza dubbio, aveva contribuito in maniera determinante a spostare verso di loro le grandi masse contadine inquadrate nell'esercito, inizialmente influenzate dai social-rivoluzionari (che erano invece «difensisti», cioè fautori del proseguimento della guerra a fianco dell'Intesa). Il decreto sulla pace era stato approvato dal congresso dei Soviet già l'8 novembre 1917, e subito dopo il Commissario del popolo per gli Affari esteri, Trotskij, propose per radio agli alleati e agli imperi centrali una pace generale. La dichiarazione di pace era stata tuttavia ignorata da ogni parte, e le armate russe intanto si disgregavano per la «pace separata» che ogni contadino-soldato realizzava abbandonando la sua trincea e tornando al villaggio (tanto più in quanto l'altro decreto fondamentale del Consiglio dei Commissari del popolo, quello sulla terra, lo spingeva a tornare a casa per partecipare alla liquidazione e alla spartizione dei latifondi).
Il nuovo capo di Stato Maggiore e Commissario del popolo alla difesa, il sottotenente Nikolaj Krylenko, recandosi personalmente al fronte riuscì il 27 novembre a far accettare alle autorità militari tedesche che, a decorrere dal 2 dicembre, si avviassero trattative per l'armistizio, che veniva firmato il 15 dicembre a Brest Litovsk. Il testo prevedeva due norme assolutamente insolite in un trattato militare: l'impegno delle potenze centrali a non spostare truppe sul fronte occidentale e l'accordo su misure di fraternizzazione tra le truppe contrapposte e la circolazione di materiale propagandistico tra le file tedesche. I bolscevichi avevano chiesto la prima misura per esercitare un'ultima pressione sulle potenze dell'Intesa, dimostrando di non essere «agenti del Kaiser» (come ripeteva incessantemente la propaganda dei menscevichi e degli altri fautori del proseguimento della guerra), mentre la seconda corrispondeva evidentemente alle loro concezioni generali. I generali tedeschi accettarono la prima misura, peraltro con una clausola che poteva parzialmente renderla vana, perché in realtà prevedevano la possibilità di beneficiare ulteriormente della crisi dell'impero russo, e avevano quindi l'interesse a mantenere una parte delle truppe pronte per una nuova avanzata verso l'Est; quanto alle misure di fraternizzazione, il capo della delegazione tedesca, generale Hoffmann, scrisse nelle sue memorie di averle accettate per poter esercitare un controllo su quel che già stava manifestandosi in molti punti del fronte, cercando di limitare attraverso una precisa regolamentazione sia gli incontri di fraternizzazione tra i soldati, sia la circolazione di materiale propagandistico. D'altra parte, i generali, e ancor più i diplomatici, tedeschi e austro-ungarici presenti a Brest Litovsk erano premuti da spinte contrastanti: da un lato, la voracità della casta militarista, dall'altro, le preoccupazioni per i sintomi inquietanti di crisi che cominciavano sempre più di frequente a manifestarsi nell'esercito e soprattutto nelle retrovie (e che esploderanno alla luce con i poderosi scioperi di gennaio a Vienna, Budapest e poi Berlino, e la sollevazione dei marinai della base navale austroungarica di Cattaro, nei primi giorni di febbraio).
Le trattative finali di pace si aprirono il 22 dicembre e furono quasi subito sospese per dare tempo agli altri belligeranti di rispondere ai numerosi messaggi lanciati dal governo sovietico. Quando i lavori saranno ripresi, tuttavia, nessuna iniziativa era stata presa dall'Intesa, tranne il lancio dei «14 punti di Wilson», dalle notevoli ripercussioni propagandistiche, ma privi di implicazioni pratiche. Alla testa della delegazione russa è comparso Leone Trotskij, in quel momento la figura più prestigiosa della rivoluzione russa dopo Lenin, che ha il mandato dal Comitato centrale del Partito bolscevico di tirare in lungo le trattative, cercando di evitare la firma delle pesantissime condizioni proposte nella prima sessione (praticamente, l'annessione di tutti i territori dell'ex impero russo occupati dalle potenze centrali). Trotskij impone una svolta nello stesso stile di lavoro della delegazione russa, che mantiene le distanze dagli interlocutori, utilizzando in maniera rigorosa le trattative come una tribuna rivolta al proletariato mondiale, e in primo luogo a quello tedesco e austriaco. I delegati sovietici rifiutano significativamente ogni rapporto al di fuori di quello di lavoro con i diplomatici e ufficiali tedeschi e austroungarici, interrompendo persino l'abitudine di pranzare insieme introdotta nella prima fase della conferenza, e sviluppando invece apertamente un'intensa propaganda verso i soldati semplici dell'esercito tedesco.
Le notizie dell'ondata di scioperi nell'Austria-Ungheria pesarono gravemente sulle trattative, preoccupando non solo il conte Czernin (come è ampiamente documentato dal Rosdolsky), ma anche il capo della delegazione tedesca, il ministro degli Esteri Kühlmann. Tuttavia, tra le due tendenze che si scontravano al vertice della politica tedesca, il peso di quella più aggressiva rappresentata dallo Stato Maggiore dell'esercito era preponderante. Il 18 gennaio 1918, il generale Hoffmann tagliò corto alle esitazioni e gettò letteralmente sul tavolo delle trattative una carta geografica su cui era stata tracciata una linea blu oltre la quale le truppe tedesche non intendevano ritirarsi. Tutte le dichiarazioni sull'autodeterminazione dei popoli a cui avevano acconsentito i diplomatici dei due imperi nella prima parte delle trattative venivano brutalmente accantonate. La rappresentanza dell'impero austro-ungarico, la cui posizione militare era assai debole e su cui in quei giorni pesava anche l'incertezza per gli esiti degli scioperi in atto nella capitale e in altre città importanti, e le delegazioni degli alleati minori (Bulgaria e Turchia), dovette allinearsi alle pretese del comando militare tedesco, che dichiarò apertamente che per autodeterminazione intendeva quella già realizzata o da realizzare successivamente nei territori occupati, sotto il controllo dell'occupazione militare. Le inquietudini dei rappresentanti dei paesi alleati, naturalmente, non discendevano da particolare sensibilità per i principi dell'autodeterminazione, ma dall'urgenza di realizzare quanto prima la pace, per sfuggire a condizioni interne disastrose, che il Rosdolsky ha documentato per l'Austria-Ungheria, e che spingeranno la Bulgaria a ritirarsi unilateralmente dalla guerra prima della sua conclusione.
La linea tracciata dal generale Hoffmann lasciava in mano tedesca l'intera Polonia, la Lituania, la Bielorussia, e tagliava a metà la Lettonia, pretendeva le isole di Moon da cui era facilissimo minacciare Pietrogrado, e lasciava nel vago i confini meridionali, sostenendo che sarebbero stati concordati con la delegazione della Rada ucraina, il cui potere traballante sarebbe stato spazzato via di lì a pochi giorni dal soviet di Kiev, ma che le truppe tedesche riconobbero ugualmente e poi imposero con le loro armi per alcuni mesi, utilizzando i menscevichi e i social-rivoluzionari ucraini come un vero e proprio governo fantoccio.
La delegazione sovietica chiese allora una sospensione per consultazioni. Al suo ritorno a Pietrogrado si sviluppò un accesissimo dibattito nel partito bolscevico tra i sostenitori della necessità di rispondere al ricatto tedesco con la «guerra rivoluzionaria» (come avevano fatto i giacobini durante la Rivoluzione francese) da una parte, e Lenin, inizialmente in netta minoranza, che proponeva di firmare subito a qualsiasi condizione. Trotskij oscillò a lungo, essendo contrario sia alla «guerra rivoluzionaria» (per cui mancavano le condizioni minime), sia alla firma del trattato, per timore che si rafforzassero nel proletariato europeo, e soprattutto in quello dei paesi dell'Intesa, le calunnie seminate dai socialsciovinisti, che presentavano i dirigenti bolscevichi come «agenti dell'imperialismo tedesco».
Dopo numerose contrastanti votazioni, prevalse momentaneamente la proposta di Trotskij, «né pace né guerra» (cioè, non firmare il trattato capestro, ma cessare unilateralmente le ostilità, facendo appello alla volontà di pace della maggior parte dei soldati delle potenze centrali, e soprattutto contando su una prossima esplosione delle situazioni rivoluzionarie che si erano già preannunciate nei due imperi nei grandi scioperi spontanei contro la guerra).
La conferenza di Brest Litovsk riprese il 30 gennaio, in una situazione apparentemente più favorevole per i bolscevichi: la Rada ucraina era stata spazzata via e la sua sovranità era ristretta, come dichiarò allora Trotskij, alle stanze benevolmente concesse alla sua delegazione dal comando tedesco a Brest Litovsk; soprattutto pesava a favore dei sovietici lo sciopero generale ancora in atto in Germania. Ma, quando divenne evidente che lo sciopero in Germania era rifluito (per l'opportunismo o l'insipienza dei capi riconosciuti del proletariato tedesco), la delegazione delle potenze centrali riprese tutta la sua aggressività e firmò un trattato separato con i fantocci della Rada ucraina l'8 febbraio. Il 10, Trotskij denunciava violentemente le pretese tedesche e dichiarava: «la Russia, mentre si rifiutava di firmare una pace annessionistica, da parte sua dichiara finito lo stato di guerra con la Germania, l'Austria-Ungheria, la Turchia e la Bulgaria». La sera stessa, la delegazione ripartì per Pietrogrado, lasciando sbalorditi gli avversari, che non si aspettavano una mossa cosi inconsueta nella tradizione diplomatica. Trotskij aveva agito secondo il mandato ricevuto dal Comitato centrale bolscevico, e in base alla convinzione che le possibilità di una ripresa del conflitto da parte tedesca non superassero il 25%. Successivamente, dichiarò di essere convinto che aveva avuto ragione Lenin a proporre di firmare subito la pace, anche a costo di sacrificare momentaneamente le esigenze dei popoli di Polonia, Bielorussia, Lettonia, ecc., a cui sarebbe stata imposta una falsa «autodeterminazione» con le baionette tedesche, ma a condizione di preservare la rivoluzione russa, che in quel momento particolare non era in grado di organizzare la difesa da un'invasione tedesca in caso di mancato sviluppo della rivoluzione in Germania. Tuttavia, le memorie, apparse molti anni dopo, dei principali interlocutori di Trotskij nelle trattative, e in particolare del ministro degli Esteri austroungarico, Czernin, e di quello tedesco, von Kühlmann, confermano che l'ipotesi su cui si fondava l'atteggiamento bolscevico in quella fase delle trattative non era infondata: non solo gli esponenti del logoratissimo impero austro-ungarico, ma lo stesso capo della delegazione tedesca, von Kühlmann, erano favorevoli all'accettazione della proposta di Trotskij, e uno scontro molto aspro si svolse tra capi militari ed esponenti governativi alla presenza dell'imperatore, che ancora una volta appoggiò le tendenze più aggressive dello Stato Maggiore.
Il 18 febbraio, le truppe tedesche rompevano l'armistizio invadendo nuovi territori sovietici, ben oltre i confini proposti inizialmente dal generale Hoffmann. Lo spostamento di Trotskij a fianco di Lenin determinava una nuova maggioranza nel partito bolscevico, e il governo sovietico lanciava un appello per la firma immediata del trattato. Ma Hoffmann non aveva fretta, e solo il 23 febbraio faceva giungere le sue condizioni: la più gravosa riguardava il ritiro delle truppe sovietiche dall'Ucraina, per facilitare un'ulteriore avanzata tedesca, che doveva rimettere in sella la Rada fuggitiva.
Tra le ripercussioni indirette del trattato di Brest Litovsk (a cui i dirigenti bolscevichi furono costretti dalla verifica che le direzioni riformiste erano riuscite ad arginare le prime manifestazioni rivoluzionarie in Germania e in Austria), ci fu, quindi, anche la scelta forzata di gestire il potere sovietico da soli, cosa che non avevano mai teorizzato e previsto, ma a cui si trovarono costretti dalla violenta reazione dei socialisti rivoluzionari al trattato.
La necessità di un governo esclusivamente bolscevico trovò ampie teorizzazioni in età staliniana, al punto che negli stessi partiti comunisti europei si è finito per cancellare ogni traccia del fatto che la concezione della «dittatura del proletariato» per i bolscevichi non implicava affatto una «dittatura di partito», per giunta «monolitico», senza nessuna dialettica interna, come divenne negli anni della guerra civile il Partito comunista, che pure aveva consentito sistematicamente piena libertà di tendenza al suo interno fino al 1921 (quando questo diritto viene limitato temporaneamente, ma non soppresso, tanto è vero che, ancora per alcuni anni, le opposizioni poterono presentare in sede congressuale documenti contrapposti a quelli della maggioranza).
Le conquiste territoriali tedesche si rivelarono, comunque, effimere; il trattato fu firmato il 3 marzo 1918 dalla delegazione sovietica, che rifiutò persino di leggerlo, per sottolineare che subiva una costrizione e che rifiutava la finzione di una trattativa che era impossibile dati i rapporti di forza in quel momento.
Ma, già nel novembre dello stesso anno, lo sfacelo dell'Impero tedesco e di quello austro-ungarico rendevano assolutamente nullo il trattato, anche se, al termine della lunghissima e feroce guerra civile, alimentata e sostenuta militarmente da molti Stati capitalistici, Italia compresa, e vinta dalla nuova Armata Rossa, costruita e addestrata in condizioni diffìcilissime sotto la direzione di Trotskij, lo Stato sovietico avrebbe ugualmente dovuto registrare alcune mutilazioni in diverse parti del suo territorio.
Il rapporto città-campagna
La conseguenza fu che le città furono affamate come mai durante la guerra. I soviet di fabbrica organizzarono spedizioni nelle campagne per procurarsi cibo, con le buone o le cattive maniere. I contadini venivano pagati con i nuovi rubli stampati dal potere sovietico, di cui tuttavia diffidavano a causa dell’inflazione galoppante (non era una situazione solo russa ma di tutta l’Europa del primo dopoguerra, con il famoso caso limite della Germania). Per i contadini non erano che pezzi di carta, sicché preferivano i vecchi rubli zaristi (e lo Stato sovietico fu costretto per questo a stamparne un certo quantitativo, che naturalmente si svalutavano non meno degli altri). Il problema vero è che vecchi o nuovi rubli non avevano un quantitativo equivalente di prodotti industriali da acquistare, per il crollo della produzione dovuta a vari fattori, a partire dal blocco dei porti da parte delle potenze antisovietiche, dalla mancanza di carburante, di pezzi di ricambio, dalla difficoltà di far giungere sul luogo di produzione le materie prime per il caos dei trasporti. La produzione scese al 13% di quella del 1913, e quelle poche fabbriche che funzionavano erano per giunta destinate a sostenere lo sforzo militare imposto dall’aggressione e dalla guerra civile che divampava.
Non era facile distinguere le responsabilità esterne e le cause profonde di questa situazione: per molti contadini è più semplice dire appunto che “i comunisti sono cattivi, i bolscevichi erano buoni”. Se i contadini non si uniscono stabilmente ai “bianchi” è solo perché il programma di questi (in larga misura ufficiali superiori di estrazione aristocratica) puntava apertamente a cancellare la riforma agraria; ma molti contadini tenteranno di combattere gli uni e gli altri formando le famose bande “verdi” poi mitizzate dagli anarchici.
Scheda
Lenin e i contadini
Tra le varie calunnie che sono state rimesse in circolazione nella grande operazione anticomunista del cosiddetto Libro nero del comunismo, curato da Stéphane Courtois e rilanciato in Italia da Mondadori (con la grande sponsorizzazione di Berlusconi) c’è il mito di un Lenin spietato e pronto a sterminare i contadini perché refrattari al comunismo. In realtà nelle Opere di Lenin, che raccolgono anche i più piccoli appunti presi durante il convulso periodo della guerra civile, si trovano molti scritti che provano il contrario (non si dimentichi che non erano destinati alla pubblicazione, anzi Lenin si sorprese che si cominciasse a raccogliere mentre era ancora in vita tutti i suoi scritti, dicendo che non ne capiva l'utilità, dato che erano tutti disorganici e contingenti, e scritti per esigenze specifiche concrete).
La stessa frase sui bolscevichi buoni e i comunisti cattivi era stata detta per stimolare alla riflessione sulle cause di una crisi di relazioni che poteva essere tragica per la rivoluzione. Sono interessanti ad esempio le lettere con cui Lenin sottopone all’attenzione dei collaboratori la figura di un contadino che ha avuto modo di incontrare, Ivan Afanasievic Cekunov, che “simpatizza con i comunisti, ma non entra nel partito perché va in chiesa, è cristiano”. Quello che conta è che “migliora l’azienda” e nel suo distretto “con l’aiuto degli operai, è riuscito a ottenere la sostituzione di un cattivo potere sovietico con uno buono”. Soprattutto dice la verità: “i contadini hanno perso la fiducia nel potere sovietico”. Lenin ne propone la fucilazione? Niente affatto, ed anzi conclude che “è a gente simile che dobbiamo aggrapparci con tutte le forze per ristabilire la fiducia delle masse contadine”. Lenin fa molte proposte di inserimento di Cekunov in apposite strutture del potere sovietico, e raccomanda che in ciascuna zona sarebbe meglio trovarne tre, con le stesse caratteristiche: “vecchi”, e soprattutto “senza partito e cristiani”. ( Lenin, Opere, v. 45, Editori riuniti, Roma, 1970, pp.59-60).
Al tempo stesso, Lenin si occupava di molte piccole cose concrete, come il ridimensionamento del costosissimo Bolscioi per finanziare le campagne di alfabetizzazione e le sale di lettura (ma le sue proposte vennero respinte!); gli aumenti incontrollati di personale senza copertura; gli sbarramenti eccessivi per i visitatori del Cremlino; la scelta degli accessori per la fabbricazione degli stivali; ecc.. Insomma era un uomo assai lontano dal fanatico settario descritto da chi vuole impedirci di riflettere su quella straordinaria esperienza.
Abbiamo già accennato al fatto che i rapporti tra i bolscevichi e i contadini si erano deteriorati anche per la scelta dei socialisti rivoluzionari di sinistra (abbreviati SR) di lasciare il Consiglio dei Commissari del Popolo per protesta contro gli accordi di Brest Litovsk.. Molti SR di sinistra erano infatti provenienti dalla parte più radicale del movimento populista, e avevano per questo maggiori legami col movimento contadino.
Abbiamo accennato al fatto che la guerra civile frantuma il paese e paralizza le fabbriche, per sottolineare la difficoltà di uno scambio tra prodotti industriali (sempre più rari) e prodotti agricoli. Ma le conseguenza più grave di questo blocco è la distruzione della classe operaia che aveva fatto l’esperienza delle due rivoluzioni.
Gli elementi più coscienti, quelli che erano stati eletti delegati nei soviet, partono per il fronte dove costituiscono il nucleo forte dell’Armata Rossa. Diventano comandanti o commissari politici, ma sono ormai staccati dalla loro base naturale. Altri, la maggioranza, tornano al villaggio di origine dove sanno di potersi sfamare. A volte collaborano all’organizzazione del potere sovietico nel villaggio, ma una volta staccati dal tessuto organizzativo della fabbrica in cui si erano formati, vengono in genere riassorbiti dall’ambiente circostante, caratterizzato da una cultura più arretrata e da una scarsissima e rudimentale vita politica.
È durante la guerra civile dunque, combattuta in condizioni terribili, che si gettano le basi per la sostituzione della democrazia diretta dei soviet con la burocrazia.
(luglio 2007)
Scheda
Bibliografìa essenziale su Brest Litovsk
Le trattative di Brest Litovsk sono ampiamente trattate dalla più vasta ed esauriente storia della Russia sovietica, quella di Edward H. Carr (nel vol. I, La rivoluzione bolscevica — 1917-23, Einaudi, Torino 1964.
Un altro testo che affronta con una certa ampiezza lo stesso periodo è la Storia della Rivoluzione russa di W. H. Chamberlin, Einaudi, Torino 1966.
Una descrizione sostanzialmente corretta, anche se inframmezzata di aneddotica varia, è in L. Fischer, I sovietì nella politica mondiale, Vallecchi, Firenze 1957 (vol. I).
Una ricostruzione molto ampia del dibattito nel Partito comunista sovietico si può trovare anche in: Victor Serge, L'anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1967, più volte ristampato anche in edizione economica, e in Isaac Deutscher, Il profeta armato, Longanesi, Milano 1956.
Una descrizione vivace e interessante delle trattative di Brest Litovsk è riportata dallo stesso L. Trotskij nella sua autobiografia, La mia vita, Mondadori, Milano 1976. La correttezza del resoconto di Trotskij, anche per quanto riguarda le polemiche interne, è stata confermata dalla pubblicazione dei verbali delle sedute del Comitato centrale del partito bolscevico tra l'agosto 1917 e il febbraio 1918 (/ bolscevichi e la rivoluzione d'ottobre, Editori Riuniti, Roma 1962).
Gli articoli e i discorsi di Lenin in quel periodo sono raccolti nei volumi XXVI e XXVII delle Opere (Editori Riuniti, Roma 1966-1967).
Sulle ripercussioni nella società sovietica del trattato di Brest Litovsk, si veda anche il lucido saggio di Roy Medvedev, Dopo la rivoluzione (primavera 1918), Editori Riuniti, Roma 1978.
Sulla guerra civile W. Bruce Lincoln, I bianchi e i rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano, 1991. Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Corbaccio, Milano, 1997.
53.585
1Il libro è ancora in circolazione e non viene quindi riprodotto. Questa è la seconda introduzione, che aggiorna quella del 1979, La “terza via” dell’Austromarxismo. Introduzione e note a un saggio di Roman Rosdolsky, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, Celuc, Milano, 1979. .
2 Penso ai recenti libri di Alvaro Vargas Llosa (il mediocre figlio del grande scrittore) o di Jorge Lanata, e a una serie interminabile di articoli copiati l'uno dall'altro con presunte "rivelazioni" sulla crudeltà e il sadismo del Che. Sulla loro filiazione dalle tardive insinuazioni di Régis Debray, rinvio al mio recente Il Che inedito (Alegre, Roma, 2006). Su Debray, cfr. anche il mio Il filo spezzato, Adriatica, Lecce, 1996, pp. 168-170. Va detto che è sorprendente che gli sforzi dei detrattori, a cui si è aggiunta la discutibile iniziativa degli eredi di affidare in esclusiva il monopolio sulla pubblicazione a un editore come la Mondadori di Silvio Berlusconi, non sono riusciti a incrinare la popolarità di Guevara, anche se hanno reso più difficile la conoscenza del suo pensiero più maturo, facilitando la sua trasformazione in "mito".
3Si veda ad esempio quanto scriveva Trotskij, ne La rivoluzione tradita, prevedendo che in caso di crollo dell'URSS e di restaurazione capitalistica, questa "troverebbe non pochi servitori tra i burocrati attuali, tra i tecnici, tra i direttori, tra i segretari di partito, tra i dirigenti in generale". Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Mondadori, Milano, 1980, p. 237.
4 Responsabilità fondamentali, vedremo, non solo nel soffocamento della rivoluzione in Europa, nel biennio rosso 1918-1919, ma anche sul terreno delle complicità con la burocrazia stalinista in diversi momenti cruciali.
5Si pensi al partito socialista francese che chiude gli occhi di fronte alle manovre che prima e dopo Monaco vogliono spingere la Germania nazista verso l'URSS, e poi, quando la guerra è risultata inevitabile, ed è stata persa, nel luglio 1940 spinge il suo "realismo" fino a votare i pieni poteri al collaborazionista maresciallo Petain: dei 142 deputati socialisti, 108 li votarono senza fiatare (solo 28 si opposero e 6 si astennero...).
6 Paul Aussaresses: La battaglia di Algeri dei servizi speciali francesi 1955-1957, Libreria editrice goriziana, 2007. Il libro ha suscitato scalpore anche in Italia (dove in genere della rivoluzione algerina nessuno parla) perché la folta comunità argentina del Friuli ha protestato clamorosamente contro l'invito a presentare il suo libro rivolto dal III Festival Internazionale della storia di Gorizia al generale Aussaresses, che si vanta di essere stato inviato in Argentina per addestrare i generali di quel paese alla tortura.
7 Pur continuando a polemizzare con la socialdemocrazia, peraltro, i partiti comunisti al governo praticavano la stessa politica: ad esempio la repressione feroce dei moti indipendentistici in Algeria e Madagascar nel 1945 fu organizzata direttamente da un ministro comunista, Charles Tillon.
8 Michel Winock, Francia 1989, cronaca della rivoluzione, l'Unità, suppl. al num. 284 del 18/12/88.
9 La cesura netta tra i primi quattro congressi, ricchi di un'elaborazione complessa e a più voci, e gli ultimi tre, sempre più impoveriti e rituali, può essere facilmente riscontrata sulle due ricche antologie dei documenti e dei principali discorsi congressuali pubblicati in Italia: la Storia dell'Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura di Jane Degras, Feltrinelli, Milano, 1975 (tre grandi volumi di complessive 1.650 pagine), e quella di Aldo Agosti, La terza internazionale. Storia documentaria, Editori Riuniti, Roma, 1974-1979 (tre volumi di due tomi ciascuno, per complessive 3.000 pagine). Testi di grande interesse, ma ignorati dal grosso della sinistra, che ha magari letto tutto il possibile dello schematicissimo Mao, ma ha disprezzato Lenin e il suo tempo.
10Naturalmente chi pensa che degli sconfitti non vale la pena di parlare, come il direttore dell'Istituto Gramsci, Silvio Pons, non se ne preoccuperà certo. Si veda la sua incredibile dichiarazione contro Luigi Cortesi e soprattutto contro il "comunismo alternativo" apparsa sul CdS del 21 luglio 2007. Lo stupore nasce dal fatto che il Pons è direttore dell'Istituto Gramsci, cioè di un'istituzione intitolata a un comunista che fu per gran parte della sua vita controcorrente e "alternativo" a quei dirigenti che allo stalinismo trionfante si inchinavano...
11 Non ho mai capito troppo la passione per gli anniversari, e particolarmente quelli degli anni che finiscono per zero: non ho mai capito perché il trentesimo anniversario sia più importante del ventinovesimo, o perché si debba ricordare Guevara l'8 ottobre e non in qualsiasi altro giorno dell'anno. Ma alla fine mi sono reso conto che c'è un fondo razionale nella scelta di certe ricorrenze: solo in questi casi i supplementi culturali dei grandi quotidiani si ricordano di personaggi e vicende altrimenti dimenticati, e raggiungono anche i pigri e i distratti. Alla fine mi sono rassegnato, e ho perfino adottato questo criterio per decidere il titolo di alcuni dei miei corsi monografici.
12Un altro aspetto, che posso qui appena sfiorare e su cui esistono versioni contrastanti, riguarda l'atteggiamento dei socialisti austriaci nei confronti della repubblica dei consigli ungherese del 1919, e di quella sorta negli stessi mesi in Baviera. Se non ci fu l'aperta collaborazione alla repressione (come fu per i socialisti cecoslovacchi, che ebbero una parte attiva nel soffocamento dell'Ungheria), e forse furono inviati effettivamente piccoli contingenti di armi leggere alla repubblica sorella, certo non ci fu nessun impegno sostanziale per romperne l'isolamento. Va detto che una aperta e concreta solidarietà con le due repubbliche dei consigli, entrambe confinanti con l'Austria, avrebbe potuto cambiare il corso della storia europea. Nella repressione delle due esperienze infatti si forgiarono forze reazionarie che avrebbero poi combattuto al fianco di Hitler o sarebbero confluite nel suo stesso partito. Sulla vicenda ungherese esiste un gran numero di libri, che ne parlano sia pure ai margini della tragedia del 1956 mentre su quella bavarese esistono pochissime testimonianze. Interessante quella di Paul Frölich, che la pubblicò con lo pseudonimo di P. Werner. La traduzione italiana pubblicata nel 1922 dalla libreria editrice del PCd'I è stata ripubblicata nel 1970 in reprint: P. Werner (Paul Frhoelich, sic), La repubblica bavarese dei consigli operai, Samonà e Savelli, Roma, 1970.
13 Duchonin non solo aveva rifiutato ogni incontro con i generali tedeschi, ma aveva tentato di scagliare contro il governo dei soviet le sue truppe, che lo uccisero a bastonate, nonostante l'intervento di Krylenko. Un gran numero di ufficiali che volevano proseguire a ogni costo la guerra furono in quei mesi fucilati o linciati dai soldati.
14 Non solo tutti i partiti del movimento operaio russo, ma anche la quasi totalità dei partiti socialisti europei criticarono aspramente la "capitolazione" di Lenin e Trotskij a Brest Litovsk. Non lo fecero solo quelli dei paesi dell'Intesa, schierati dietro ai rispettivi imperialismi, e furiosi comunque per il ritiro russo dalla guerra, ma anche quelli degli Imperi centrali. Perfino Rosa Luxemburg: nel suo contraddittorio saggio sulla rivoluzione russa, accanto agli elogi al "merito storico" dei bolscevichi, "passati all'avanguardia del proletariato internazionale con la conquista del potere politico", c'è anche una severa critica al loro atteggiamento a Brest Litovsk. "Mentre essi che non si erano lasciati minimamente mettere in soggezione dalla votazione popolare dell’Assemblea costituente russa (...), a Brest Litovsk propugnarono il referendum sull’appartenenza statale delle nazionalità non russe dell’impero come il vero palladio di ogni libertà e democrazia, genuina quintessenza della volontà dei popoli e come suprema istanza in questioni di diritto politico delle nazioni". In Rosa Luxemburg, Scritti scelti, a cura di L. Amodio, Einaudi, Torino, 1975, pp. 583-584.
15 Li ha analizzati lucidamente Roy Medvedev nel suo bel libro Dopo la rivoluzione. Primavera 1918, Editori Riuniti, Roma, 1978.
16 Ovviamente l'attacco era stato iniziato da Germania e in misura minore Austria-Ungheria nell'intervallo tra l'armistizio e la pace di Brest Litovsk, ed era continuato in spregio agli accordi anche dopo; ma intanto diverse potenze dell'Intesa, non solo avevano rifiutato le richieste di aiuto del governo rivoluzionario di fronte all'attacco tedesco, ma avevano cominciato a intervenire contro la giovane repubblica sovietica. In Siberia Giappone e Stati Uniti, la Francia sul Mar Nero, la Gran Bretagna bloccava Arcangelo e Murmansk, mentre per conto delle potenze dell'Intesa un nutrito gruppo di cecoslovacchi (30.000 ex prigionieri di guerra) venivano scagliati contro la rivoluzione, e anziché raggiungere il fronte occidentale, occupavano la transiberiana collegandosi con i giapponesi che avanzavamo da Vladivostok... Victor Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1967, p. 220.
17In realtà i veri soviet erano solo quelli urbani, basati sul proletariato di fabbrica e su delegati eletti ma revocabili in qualsiasi momento senza formalità. I soviet dei soldati avevano avuto una funzione transitoria, ma diversa e non c'erano più dopo la decomposizione del vecchio esercito. I soviet nelle campagne già nel 1918 hanno lo stesso nome ma sono un'altra cosa, soprattutto perché i delegati non sono di fatto revocabili, essendo eletti in circoscrizioni larghissime in cui era impossibile che tutti si conoscessero come in una fabbrica in cui c'era un passato comune.
18 Il caso di Bljumkin è molto interessante: era stato condannato a morte seduta stante, anche per l’aggravante di aver usato la sua funzione di membro della Ceka per entrare nell’ambasciata, ma era riuscito a nascondersi per alcune settimane, nel corso delle quali risultò evidente che la Germania non era in grado di aprire un nuovo fronte per vendicare l’ambasciatore (si era già in luglio e i sintomi del prossimo crollo erano evidenti). Bljumkin d’altra parte capì il senso della pace di Brest Litovsk: non un cedimento all’impero germanico, ma una scommessa sul suo prossimo crollo sotto i colpi della rivoluzione che maturava. Pentitosi, si costituì, fu a sua volta perdonato e riammesso nella Ceka, che era allora veramente lo strumento di difesa della rivoluzione, e in cui accanto ai comunisti si trovavano non pochi anarchici e SR. Bljumkin fu poi fucilato per ordine di Stalin nel 1929, per aver incontrato nel corso di un viaggio in Turchia Lev Trotskij, appena esiliato in quel paese.
19 Questo dato è in genere ignorato o sottovalutato dai detrattori professionali della rivoluzione, che enfatizzano invece il Terrore rosso, che ci fu, ma giunse come risposta, dopo un periodo di mesi in cui la rivoluzione fu generosa e imprudente, rilasciando sulla loro parola d'onore molti ufficiali, che divennero poi i capi della controrivoluzione. Vedi come importante eccezione l'equilibrato W. Bruce Lincoln, I bianchi e i rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano, 1991.
20 Tuttavia vale la pena di segnalare almeno un libro recentissimo che affronta in maniera soddisfacente i nodi di quel drammatico periodo: Jean-Jacques Marie, Kronštadt 1921. Il Soviet dei marinai contro il governo sovietico, UTET, Torino, 2007.