I grandi nodi del Novecento › Il grande dibattito all'inizio del XX secolo
Colpa di Lenin
Incontro e scontro tra Lenin, Bogdanov e Gor'kij a Capri nel 1908
Versione di lettura convertita dal file originale.
Lenin: è tutta colpa sua…
L’anteprima mondiale a Capri di un documentario di Raffaele Brunetti dedicato al rapporto tra Lenin, Gorkij e Bogdanov nella scuola di partito che si tentò di organizzare nell’isola nel 1909, è stata segnalata abbondantemente sulla stampa locale, ma anche su alcuni quotidiani nazionali, ed è stata l’occasione per una ripresa di polemiche sulle presunte “colpe di Lenin”. Senza entrare nei dettagli, vorrei ricostruire alcuni momenti salienti di quella vicenda dimenticata.
Prima di tutto, oggi, è necessario spiegare chi era Aleksandr Bogdanov (il cui vero nome era Aleksandr Malinovskij), dato che era stato da tempo dimenticato. Brillante intellettuale e militante tenace, ha collaborato strettamente con Lenin dal 1903 al 1907 nella direzione di vari organi bolscevichi, pur essendo maturata fin dal primo momento una seria divergenza filosofica per i suoi attacchi a Plechanov, che Lenin invece considerava ancora un punto di riferimento essenziale in materia di marxismo. Ma questa divergenza, pur esplicitata nei tre volumi dell’Empiriomonismo scritti tra il 1903 e il 1905, non appariva allora a Lenin sufficiente a giustificare una rottura con un collaboratore prezioso con il quale in quegli anni l’accordo politico era forte. La filosofia, spiegava Lenin, era un “terreno neutro”.
La rottura tra i due avviene a partire dal 1907, e ha radici politiche ben precise, contrariamente a quanti la attribuiscono a un “estremo totalitarismo di Lenin” e alla sua intolleranza (uno studioso locale ha insistito sulla vanità e ambizione di Lenin, di fronte a una popolarità superiore alla sua che Bogdanov avrebbe avuto).
La questione inaccettabile era l’avvicinamento di Bogdanov ai due gruppi estremisti dei “bolscevichi di sinistra” (otzovisti e ultimatisti) che si pronunciavano contro la partecipazione dei bolscevichi alle elezioni per la terza Duma, e chiedevano rispettivamente il ritiro dei deputati eletti o la loro sottomissione al comitato centrale. Lenin ha scritto tra il 1907 e il 1908 molti testi di grande interesse su questo, con una forte polemica verso la rigidità mentale di chi riproponeva sempre il boicottaggio del Parlamento come nel 1905. Come spiega nello stesso periodo a proposito della “guerra partigiana”, che ricostruisco con una scheda tratta da un mio testo sulla questione palestinese, per Lenin il problema delle forme di lotta è eminentemente tattico.
Scheda
LENIN E LA "GUERRA PARTIGIANA"
Gli scritti di Lenin de11906 meriterebbero una rilettura nella loro globalità, che rivela una grande evoluzione del suo pensiero di fronte alla ricchezza dell'esperienza della prima Rivoluzione russa. Tuttavia segnalo alcuni passi, di grande valore metodologico, per consentire comunque di avere un'idea di questa specifica riflessione teorica poco conosciuta.
In particolare nello scritto su La guerra partigiana, del settembre 1906, il dirigente bolscevico scriveva:
A quali fondamentali esigenze deve attenersi ogni marxista nell'esaminare il problema delle forme di lotta? Innanzitutto, il marxismo si distingue da tutte le forme primitive di socialismo perché non lega il movimento a una qualsiasi forma di lotta determinata. Esso ne ammette le più diverse forme, e non le 'inventa', ma si limita a generalizzarle e a organizzarle, e introduce la consapevolezza in quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie che nascono spontaneamente nel corso del movimento. Irriducibilmente ostile a ogni formula astratta, a ogni ricetta dottrinaria, il marxismo esige un attento esame della lotta di massa in atto, che, con lo sviluppo del movimento, con l'elevarsi della coscienza delle masse, con l'inasprirsi delle crisi economiche e politiche, suscita sempre nuovi e più svariati metodi di difesa e di attacco. Non rinuncia quindi assolutamente a nessuna forma di lotta e non si limita in nessun caso a quelle possibili ed esistenti solo in un determinato momento, riconoscendo che inevitabilmente, in seguito al modificarsi di una determinata congiuntura sociale, ne sorgono delle nuove, ancora ignote agli uomini politici di un dato periodo. Sotto questo aspetto il marxismo impara, per così dire, dall'esperienza pratica delle masse, ed è alieno dal pretendere di insegnare alle masse forme di lotta escogitate a tavolino. (V. I. Lenin, Opere complete, voI. XI, Editori Riuniti, Roma, 1962, pp. 194-195).
Dopo questa, utile ancor oggi contro il dogmatismo dei teorizzatori della violenza (o della non violenza) come "principio", Lenin aggiungeva un'altra considerazione metodologica:
In secondo luogo, il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta, significa non capire l'abbiccì del materialismo dialettico. In momenti diversi dell'evoluzione economica, a seconda delle diverse condizioni politiche, culturali-nazionali, sociali, ecc., differenti sono le forme di lotta che si pongono in primo piano divenendo fondamentali, e in relazione a ciò si modificano, a loro volta, anche le forme di lotta secondarie, marginali. Tentare di dare una risposta affermativa o negativa alla richiesta di indicare l'idoneità di un certo mezzo di lotta senza esaminare nei particolari la situazione concreta di un determinato movimento, in una data fase del suo sviluppo, significa abbandonare completamente il terreno del marxismo (ivi, p. 195).
Naturalmente, Lenin non scriveva solo per definire criteri generali. Così, dopo una serie di esempi tratti dalla pubblicistica socialista russa ed europea, descriveva precisamente le nuove manifestazioni apparse in Russia, nel corso della Rivoluzione e subito dopo, e aggiungeva:
Il fenomeno che ci interessa è la lotta armata. Conducono questa lotta singoli individui e singoli gruppi. Una parte di loro appartiene a organizzazioni rivoluzionarie, un'altra parte (e in alcune località della Russia la maggior parte) non appartiene a nessuna di esse. La lotta armata persegue diversi obiettivi, che è necessario distinguere nettamente l'uno dall'altro: innanzitutto, essa mira a uccidere singole persone, ufficiali e subalterni dell'esercito e della polizia; in secondo luogo, si propone di confiscare somme di denaro appartenenti sia al governo sia ai privati. (ivi, p. 197).
Più in là, in una nota, Lenin precisava i criteri adottati per distinguere e valutare le varie azioni spontanee:
Le 'espropriazioni' di beni privati sono assolutamente escluse; le 'espropriazioni' di beni pubblici non vengono consigliate, ma solo ammesse, a condizione che il partito le controlli e i fondi vengano destinati ai bisogni dell'insurrezione. Le azioni partigiane di tipo terroristico sono state consigliate se condotte contro gli sgherri del governo e i Centoneri attivi [i Centoneri erano un'organizzazione estremista di destra, che si potrebbe definire oggi 'fascista' – n.d.a.], purché si osservino le seguenti condizioni: 1) tenere conto dello stato d'animo delle larghe masse; 2) tenere presente la situazione del movimento operaio in quella determinata località; 3) preoccuparsi di evitare un inutile spreco di forze del proletariato. (ivi, p. 202).
Come si vede, il modo di affrontare le forme di lotta armata – compresa quella individuale o di piccoli gruppi, condotta attraverso agguati e tradizionalmente chiamata "terrorismo" – era estremamente pragmatico e concreto. A chi obiettava, poi, che tali azioni disorganizzavano il lavoro dei rivoluzionari, Lenin rispondeva nettamente:
Chi disorganizza di più il movimento in questo periodo: la non resistenza o la lotta partigiana organizzata? Non le azioni partigiane disorganizzano il movimento, ma la debolezza del partito, che non sa prendere nelle sue mani la direzione di queste azioni. Ecco perché agli anatemi che noi russi siamo soliti lanciare contro le azioni partigiane si uniscono azioni partigiane segrete, occasionali, non organizzate, che effettivamente disorganizzano il partito. Non potendo capire le condizioni storiche che suscitano questa lotta, non possiamo neppure neutralizzarne i lati negativi. Nondimeno questa lotta continua. La suscitano potenti cause economiche e politiche. E noi non siamo in grado di eliminarle e quindi di eliminare questa lotta. Le nostre recriminazioni contro la lotta partigiana non sono altro che recriminazioni contro la debolezza del nostro partito. (ivi, pp. 199-200). .
Lenin partiva, dunque, da un'analisi concreta di un movimento spontaneo, che rivelava una spinta reale alla lotta in un momento di temporanea debolezza dopo una parziale sconfitta. Non a caso, nel 1920, ritornerà sull'argomento in positivo, spiegando che la debolezza dell'estremismo in Russia in quella fase era legata alla maturità e alla capacità del partito di raccogliere e indirizzare la volontà di lotta di settori importanti delle masse, mentre al contrario esso era molto forte nei paesi europei, in cui nel movimento operaio prevalevano direzioni opportuniste.
È sintomatico che tali scritti non abbiano potuto essere stati utilizzati dai terroristi nostrani, mossi da una visione astrattamente ideologica e del tutto incapaci di concepire quell'analisi concreta delle condizioni oggettive da cui partiva Lenin per determinare la liceità o meno di una determinata forma di lotta in una data fase.
[Tratto da: A. Moscato, C. Nachira, Israele sull’orlo dell’abisso, Sapere 2000, Roma, 2002, di cui una parte si può cercare sul sito col nome Israele e il sionismo ]
Lenin in un opuscolo “Contro il boicottaggio” riportato nel vol. XIII delle Opere complete, pp. 10-42, si scaglia contro chi continua a considerare immutabile la tattica applicata nel 1905. Allora c’erano i soviet, e le masse percepivano nella tardiva offerta di eleggere una Duma il tentativo dello zar di “far deviare immediatamente la rivoluzione ponendola sui binari della Costituzione monarchica”, e crearono quindi le loro “istituzioni rappresentative di tipo puramente rivoluzionario, i soviet dei deputati degli operai”. Quando nel dicembre del 1905 ci fu una prima vittoria del vecchio potere “non c’erano allora ancora motivi sufficienti per considerarla definitiva”, e fu ancora possibile tentare il boicottaggio della seconda Duma. Ma la terza no, spiega Lenin, perché i soviet non ci sono più, e per raggiungere le masse più che lanciare un “grido di battaglia” bisogna usare ogni mezzo per far crescere il movimento delle masse, anche usando la tribuna parlamentare (nonostante i meccanismi truccati che avevano consentito l’elezione solo di sei bolscevichi, tutti operai ben radicati, ma non leader politici conosciuti).
“L’essenziale non sta oggi nel boicottaggio, ma negli sforzi diretti e immediati per trasformare l’ascesa parziale [che Lenin ha descritto poco prima con dati minuziosi sugli scioperi NdR] in ascesa generale, il movimento sindacale in movimento rivoluzionario, la difesa dalle serrate in offensiva contro la reazione”.
Ci sono decine di pagine di questo tipo in quello stesso volume e in altri dello stesso periodo: solo un paio di volte c’è un accenno polemico di sfuggita a Bogdanov. È assurdo dunque presentare il conflitto tra i due a proposito della scuola di partito di Capri come la conseguenza di una gelosia di Lenin verso un rivale pericoloso, che per giunta lo avrebbe battuto giocando a scacchi (può sembrare ridicolo, ma questa tesi è circolata ed è accennata perfino nel libro che ha ispirato il titolo e una parte del documentario: Vittorio Strada, L’altra rivoluzione. Gor’kij – Lunačarskij – Bogdanov. La “Scuola di Capri” e la “Costruzione di Dio”, Edizioni La Conchiglia, Capri 1994).
Premetto che nel film, di cui parlerò più ampiamente quando sarà proiettato, questa tesi è sostenuta quasi solo da Strada, ormai veramente accanito in una tenace denigrazione di Lenin, mentre è contraddetta dalle testimonianze dei pescatori locali, che hanno tramandato di generazione in generazione una singolare venerazione non solo per Gor’kij, ma per lo stesso Lenin, a cui sull’isola è stato dedicato perfino un monumento. Non si riconosce più lo studioso che abbiamo apprezzato tanto tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta per opere fondamentali non solo nel campo della letteratura, come l’edizione critica del Che fare? di Lenin e di Letteratura e rivoluzione di Trockij. Si direbbe che sia stato travolto anche lui dall’ondata di riflusso di quello tsunami che ha cancellato con il “socialismo reale” anche gran parte della sinistra mondiale.
Quello che sfugge a Vittorio Strada (ma non a diversi degli studiosi russi pubblicati nel libro citato sopra) è perché agli occhi di Lenin appariva veramente pericolosa la saldatura tra Gor’kij (prezioso per l’immagine esterna del partito, ma soprattutto in quanto fonte indispensabile di finanziamento legale) e i comunisti di sinistra.
Lenin aveva sempre evitato di scontrarsi frontalmente con Gor’kij, e moderava i termini nelle polemiche, ma era chiaramente convinto – non a torto – che un buon scrittore non è necessariamente un militante politico lucido e lungimirante.
Detto senza reticenze, Maksim Gor’kij di politica ne capiva poco, e infatti prese cantonate di ogni genere: aveva appoggiato nel 1905 la petizione allo zar del pope Gapon, senza sospettare che costui fosse un provocatore e senza aver dubbi sull’iniziativa; aveva oscillato tra una posizione e l’altra in vari periodi, arrivando ad esprimere in più occasioni un giudizio benevolo persino su Mussolini. Passi per le simpatie iniziali, da lontano, nei primi anni prima e dopo il rientro in Italia, ma ancora nel 1927 aveva dichiarato a Vincenzo Tucci de “il Messaggero”: “Devo riconoscere che Mussolini è un uomo di notevole ingegno e volontà, il suo impegno nella ricostruzione post-bellica dell’Italia è enorme, fa molto per la grandezza del suo paese. e questo è degno di ammirazione.” [Elena R. Matevosjan, Il Magnifico e l’Amaro: Mussolini nello sguardo di Gor’kij, in Michail Talalay (a cura di), Uno scrittore “amaro” nel paese “dolce”. Maksim Gor’kij fra Capri, Sorrento e Mosca, Oebalus, Capri 2006, con un saggio introduttivo di Strada che, rispetto a quello del 1994, accentua il giudizio sulla continuità Lenin-Stalin].
Naturalmente questo è nulla rispetto all’atteggiamento di Gor’kij verso la rivoluzione russa: ostilissimo e scatenato pubblicamente contro Lenin e Trockij nell’Ottobre e per tutti i primi anni in cui la rivoluzione dava il meglio di sé pur nella tremende condizioni della lotta per la sopravvivenza, si avvicinò poi a Stalin finendo intrappolato nel ruolo abietto di cortigiano. Non solo, ma ruppe presto i rapporti con chiunque gli chiedeva aiuto per le vittime della repressione staliniana. A una vecchia amica e collaboratrice, Ekaterina Kuskova, una figura storica del movimento democratico russo, che lo aveva implorato di uscire dal silenzio di fronte alle persecuzioni politiche e all’inasprimento del terrore, rispose con una lettera squilibrata che vale la pena di citare:
Tra noi c’è, s’intende, una differenza sostanziale: lei ha l’abitudine di non tacere sui fenomeni che la indignano, io invece non solo mi ritengo in diritto e posso tacere di essi, ma annovero persino questa capacità tra le mie virtù. È qualcosa di amorale? Ammettiamolo. Ma non lo consideri un paradosso o addirittura un trucco verbale. Il fatto è che io odio nel modo più sincero e fermo la verità che per il 99% è abiezione e menzogna.
Sic! E prosegue poi che lui sapeva bene che “per la massa di 150 milioni del popolo russo questa verità è deleteria, e alla gente è necessaria un’altra verità che non sminuisca, ma elevi l’energia lavorativa”… A una lettera successiva della Kuskova Gor’kij neppure rispose, se non con un lungo articolo sulle “Izvestija” con insulti boriosi e il consiglio di “morire presto”… [L’episodio è riportato nel saggio di Vittorio Strada, Dall’ombra del Vesuvio all’ombra di Stalin, nel libro curato da Talalay già citato, pp. 23-24].
Anche se non poteva immaginare l’ultima fase dell’involuzione anche morale dello scrittore, non c’è da stupirsi che Lenin si domandasse “Ma perché mai Gor’kij si deve mettere a fare politica?” e che si preoccupasse che il grande scrittore fosse “catturato” da Bogdanov per costruire una nuova frazione, cosa del tutto legittima, ribadisce, ma che non può essere fatta dentro la frazione bolscevica, e spacciandola per un’altra cosa:
Una frazione è un gruppo di compagni che la pensano allo stesso modo, un gruppo che si è costituito per influire, anzitutto, sul partito in una certa direzione e per introdurre nel partito, nella loro forma più pura, i propri principi. Per questo è indispensabile un’effettiva unità di pensiero.
Gor’kij non lo capisce, né capisce che la scuola di partito fatta nella villa di Capri è solo un espediente per sottrarre al controllo del partito questa importante attività, che d’altra parte non era un’idea così nuova e legata solo al genio di Bogdanov: ad esempio la scuola della socialdemocrazia tedesca in cui Rosa Luxemburg impartì le preziose lezioni raccolte poi in volume come Introduzione all’economia politica (Jaca Book, Milano, 1970), era iniziata ben due anni prima, nel 1907. E nelle carceri e nei centri di detenzione era attività costante l’organizzazione di scuole e lo rimarrà a lungo.
L’obiezione di Lenin riguardava però anche il luogo prescelto: gradevolissimo ma anche troppo facilmente controllabile dalle polizie, e difatti pochi dei tredici operai portati nell’isola riuscirono a tornare impunemente in patria e a utilizzare il sapere acquisito. Il progetto di Lenin per una scuola di partito era ben più ragionevole: in una grande città come Parigi, in cui c’era anche una vasta comunità russa, era più facile passare inosservati che in un’isoletta scarsamente abitata. D’altra parte anche Trockij, Kautsky e Rosa Luxemburg, interpellati per il progetto di Bogdanov, avevano declinato l’invito.
Dubbi sull’intelligenza politica dello scrittore li aveva lo stesso Bogdanov, che “è interessato a tutti i progetti di Gor’kij che hanno a che fare con l’educazione dei lavoratori, tuttavia non mette Gor’kij a parte dei propri progetti politici, ai quali l’altro era tanto interessato. Per i problemi politici della frazione, che sono collegati a parole d’ordine come ultimatismo, boicottaggio, liquidatorismo (…) Bogdanov ha altri interlocutori a Genova e a Parigi”. E i due non diventarono mai “interlocutori politici su un piano di parità”. Lo scrive la principale studiosa di Bogdanov, Jutta Scherrer, Bogdanov e Capri, in V. Strada, L’altra rivoluzione, cit. pp. 41-42.
Paradossalmente anche la bellissima compagna di Maxim Gor’kij, Marija Andreeva, non apprezzava gli sforzi del suo compagno per scrivere saggi filosofici e politici, e implorò Bogdanov “di non distrarre Gor’kij dal suo vero lavoro di artista”. (Ivi, p. 45). E qualche dubbio era venuto perfino allo scrittore, dopo molti vani tentativi di rielaborare un suo articolo sulla “distruzione della personalità”…
Comunque la scuola si concluse non per la perfida volontà sopraffattrice e “totalitaria” di Lenin, come ha ripetuto Strada, ma perché una parte degli operai si dichiarò d’accordo con la posizione di Lenin e fu subito espulsa dalla scuola, e gli altri se ne andarono presto. Anche tra Gor’kij e Bogdanov ci fu un raffreddamento dei rapporti e poi una rottura. Ma chi era l’intollerante? Secondo Strada sempre Lenin, ormai, a prescindere dai fatti…
Bogdanov non rientrò più nel partito dopo la rivoluzione, ma ottenne numerosi incarichi statali anche importanti, nonostante si fosse espresso con durezza contro le Tesi di aprile. Interrompendo Lenin che le esponeva appena rientrato a Pietrogrado aveva infatti gridato addirittura: “Delirio, delirio di un pazzo”. La pensava ormai più o meno come Kerenskij, che in quegli stessi giorni voleva incontrare Lenin per spiegargli che l’esilio l’aveva disorientato, e che non capiva più niente della Russia. Voleva illuminarlo… Era invece proprio il presidente del governo provvisorio che non immaginava cosa sarebbe accaduto entro pochi mesi, e non sospettava nemmeno che lui stesso sarebbe dovuto fuggire, travestito, su un’automobile diplomatica con la bandiera degli Stati Uniti…
Dopo la rivoluzione, a cui non partecipò, Bogdanov, non subì nessuna conseguenza per la sua dura opposizione a Lenin, finché questi fu vivo: diventerà uno dei principali esponenti del Proletkul’t, in stretto rapporto con il suo vecchio amico Anatolij Lunačarskij, che aveva fatto parte del collettivo di insegnanti della scuola di Capri, e che Lenin chiamò subito a dirigere il Commissariato del Popolo all’Istruzione, dove rimase per molti anni anche dopo la morte di Lenin. Ma Bogdanov fu anche inviato come diplomatico a Londra nel 1922, lavorò con David Rjazanov alla pubblicazione delle opere di Marx ed Engels. Nel culto di Bogdanov che si è creato a Capri attraverso i due libri e il ruolo personale di Strada, è sorta la diceria, raccolta nel film, che “Lenin lo avrebbe fatto incarcerare”. Falso: la GPU lo arrestò effettivamente per cinque settimane, ma nel 1923, quando Lenin non poteva certo essere responsabile dato che aveva già perso conoscenza. Non c’entravano certo le vecchie controversie, ma il sospetto che fosse coinvolto in un gruppo di opposizione “Verità Operaia” sorto in polemica con la NEP già nel 1921. Un sospetto probabilmente falso, tanto che fu liberato per intervento di Stalin (di cui Strada immagina addirittura che apprezzasse varie idee di Bogdanov).
Quello che è certo è che dopo la morte di Lenin Bogdanov non volle aderire all’Opposizione, e si dedicò invece a ripubblicare diversi suoi libri. Uno dei suoi romanzi raggiunse le 120.000 copie nel 1929, un anno dopo la sua morte per un avventuroso esperimento di scambio di sangue con uno studente malato di malaria. Non un suicidio e meno che mai un’eliminazione da parte del potere, altrimenti sarebbe stata inspiegabile la continua fortuna editoriale in un paese in cui il sistema stalinista si stava consolidando anche nel campo della cultura.
Un’informazione corretta, da cui ho tratto diverse notizie sul periodo sovietico, è contenuta nel ricco e documentato saggio di Tiziano Bagarolo, Aleksandr Bogdanov, bolscevico eretico, nel volume L’età del comunismo sovietico, a cura di P.P. Poggio che ho recensito di recente nell’articolo Comunisti eretici.
Del ruolo di Gor’kij di fronte allo stalinismo avevo trattato ampiamente nel IV Capitolo del mio libro, ora inserito nel sito, Intellettuali e potere in URSS e nella Cronologia URSS completa, 1812-1956
Eccesso di legittima difesa?
P.S. Per evitare che il mio scritto, come accade sempre quando si vuole raddrizzare un bastone che è stato tirato dall’altra parte, appaia esageratamente sbilanciato nell’apologia di Lenin, devo aggiungere una precisazione.
Capisco abbastanza – dal momento che nella mia vita ho fatto forse più il militante che il docente - le ragioni che nel 1908 hanno allarmato Lenin, in una fase difficile in cui molti intellettuali si perdevano per strada, e teorizzavano l’impossibilità della rivoluzione in Russia: prima di tutto temeva che i fondi generosamente concessi da Gor’kij finissero per alimentare una tendenza estremista che esponesse le poche forze rimaste attive a una repressione ancora più dura o provocasse una confusa scissione. Inoltre Lenin provava un certo fastidio per le fumisterie di certi intellettuali un po’ bizzarri che passavano le vacanze nella villa di Gor’kij, temendo che influissero negativamente sulla formazione di quel prezioso nucleo di operai di avanguardia (è noto che in arte era un po’ conservatore, anche se una volta arrivato al potere evitò sempre di far pesare le sue opinioni). Il sospetto di Lenin forse non era completamente infondato: nella bella parte documentaria del film di Raffaele Brunetti vediamo danze e giochi spensierati di artisti e belle ragazze in un clima un po’ bohemien. Il problema è che Lenin, con un amalgama discutibile, metteva tutto in conto a Bogdanov, ignorando che egli invece diffidava come lui dell’interesse di Gor’kij per l’occultismo, e di quello di Lunačarskij per la chiromanzia. Ne parla Georgij Gloveli in un saggio molto interessante su La “scuola di Capri” pubblicato nel già citato L’altra rivoluzione, che contiene anche un altro testo di Irina Revjakina (Intersezione di destini: Maxim Gor’kij e Michail Vilonov) ugualmente stimolante e con dati che contraddicono la tesi di fondo di Vittorio Strada, che pure del libro è curatore.
Bogdanov d’altra parte, ammetto, non condivideva neppure le confuse elucubrazioni sulla “costruzione di Dio” e sulle “certezze spirituali universali” care a Gor’kij e Lunačarskij, essendo invece rigorosamente ateo. Invece Lenin nella foga polemica mette in conto a Bogdanov le posizioni dei due letterati, come eccede nella polemica filosofica rinviata per anni quando sforna il pesante Materialismo ed empiriocriticismo. Note critiche su una filosofia reazionaria…
Ma per capire le ragioni di questo “eccesso di legittima difesa” di Lenin, bisogna capire la spaventosa tensione del lavoro di costruzione di un nucleo di militanti che la repressione e la demoralizzazione riduceva di giorno in giorno drammaticamente; la tensione di sentire quanto pochi fossero quelli che capivano che la rivoluzione era solo rinviata; il rischio che una costruzione così fragile e al tempo stesso indispensabile come il partito rivoluzionario potesse essere mandata in rovina dalla vanità e dalla irresponsabilità di alcuni intellettuali, nel corso di una tremenda corsa contro il tempo.
L’eccesso c’è stato, ma le ragioni sono incomprensibili a chi usa solo i propri parametri e la propria esperienza per valutare, e immagina che una simile lotta in cui spesso era in gioco la vita, e che comportava quotidianamente enormi sacrifici, potesse essere fatta per ambizione e autoaffermazione. E naturalmente a chi accetta la vulgata proposta dai detentori del potere, che ha voluto cancellare la straordinaria lezione di quell’epoca, e per farlo ha proiettato l’ombra dell’orrore staliniano prima su Trockij, poi sullo stesso Lenin e su tutta una generazione.
Un passo tratto da quel testo di Lenin sul boicottaggio che ho citato prima ci spiega magnificamente che si tratta non di una novità, ma di una tecnica consolidata:
In una delle sue lettere, a Kugelman, mi pare, Marx lancia incidentalmente un’osservazione sommamente caratteristica e particolarmente interessante per la questione che stiamo trattando. Egli osserva che in Germania la reazione è quasi riuscita ad estirpare dalla coscienza popolare il ricordo e la tradizione dell’epoca rivoluzionaria del 1848. Qui si contrappongono con gran risalto i compiti della reazione e i compiti del partito del proletariato circa le tradizioni rivoluzionarie di un determinato paese. Compito della reazione è quello di estirparle, di presentare la rivoluzione come “follia degli elementi” (…). Compito della reazione è quello di indurre la popolazione a dimenticare le forme di lotta, le forme di organizzazione, le idee, le parole d’ordine che con tanta ricchezza e varietà avevano generato l’epoca rivoluzionaria.
Come esempio di collaborazione con la reazione di alcuni esponenti della sinistra moderata Lenin cita i coniugi laburisti Sydney e Beatrice Webb, senza neppure immaginare che dopo aver denigrato il cartismo (“l’epoca rivoluzionaria del movimento operaio inglese”) sarebbero stati ostilissimi alla rivoluzione d’ottobre, ma avrebbero abboccato poi – proprio come Gor’kij – alle lusinghe di Stalin, pubblicando un’abietta apologia dello stalinismo in piena epoca del Grande Terrore, dal titolo L’Unione sovietica, una nuova civiltà? a cui, dalla seconda edizione, avrebbero tolto il punto interrogativo… Lenin concludeva così:
Tale è pure l’atteggiamento della reazione verso la Grande Rivoluzione francese, la cui vitalità e la forte influenza sull’umanità è dimostrata dal fatto che suscita tuttora l’odio più rabbioso. Così anche i nostri eroi della controrivoluzione, specialmente tra le fila dei “democratici” di ieri (…), gareggiano l’uno con l’altro nel coprire vilmente di fango le tradizioni rivoluzionarie della rivoluzione russa. [Contro il boicottaggio, cit., p. 51]
A questo alludevo per cercare di spiegare l’approdo attuale del “democratico” Strada. A cui contrappongo quella ingenua testimonianza di un pescatore, tramandata poi per via orale a figli e nipoti, e riportata nel film, che commentava in questo modo l’infantile risata di Lenin durante una battuta di pesca: “chi ride così non può essere che onesto”… Senza sapere che non era una caratteristica del solo Lenin, ma di tutta una generazione appassionata e generosa (da Trockij e Rosa, a Gramsci, a tanti altri fino alla ricomparsa dello stesso principio - sorprendente dopo tanti decenni - in Guevara) che considerava naturale e scontato “non mentire”, e che sarebbe inorridita all’idea che “per la massa di 150 milioni del popolo russo” la verità potesse essere considerata “deleteria”, e che diventasse quindi necessario sostituirla con “un’altra verità che non sminuisca, ma elevi l’energia lavorativa”…
(a.m. 8/9/10)