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Lenin, Rosa e la questione nazionale

Il grande dibattito all'inizio del XX secolo · pubblicato il 19 giugno 2009 · 40 min di lettura


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III - ROSA, LENIN E LA QUESTIONE NAZIONALE (A, a)

1. Lo scontro del 19181

Tra gli scritti di Rosa Luxemburg, quello più ricordato dalla sinistra italiana è probabilmente La rivoluzione russa, a cui si fa spesso riferimento per le critiche ai dirigenti bolscevichi per i primi atti del loro governo: lo scioglimento dell’Assemblea costituente, la riparti­zione delle terre tra i contadini, il riconoscimento del diritto all'autode­terminazione delle nazioni.2

Ai fini di questa utilizzazione in chiave "antileninista ", largamente strumentale, conta poco che questo scritto, incompiuto e in molte parti ap­pena abbozzato, sia stato scritto nell’estate del 1918, in base a una documentazione parziale e inevitabilmente frammentaria durante gli ultimi mesi di carcere, e che Rosa non avesse potuto pubblicare quell’abbozzo essendone insoddisfatta per diverse ragioni. Conta ancor meno, e in genere non viene quasi mai citato, l’elogio appassionato del bolscevismo conte­nuto, accanto e prima delle critiche, in quello stesso testo:

L’andamento della guerra e della rivoluzione russa hanno provato non l’immaturità della Russia, ma quella del proletariato tedesco nei confronti dei propri compiti storici, e il rilevarlo con tutta chiarezza non rappresenta che il primo dovere di un esame critico della rivoluzione russa. Le sue sorti dipendevano pienamente dagli avvenimenti internazionali. Che i bolscevichi fondassero completamente la loro politica sulla rivoluzione mondiale del proletariato, è davvero la più splendida testimonianza della loro lungimiranza politica e della loro saldezza di princìpi.3

Il carattere tutto interno dello scritto esclude che si tratti di una concessione tattica ai sentimenti delle masse. Rosa, d’altra parte, elogia ripetutamente non solo le «teste forti che stanno alla direzione della rivoluzione russa, Lenin e Trotskij», ma ammette esplicitamente che è stato decisivo il ruolo di quel partito bolscevico contro cui tanto aveva polemizzato dopo il Che fare? e la scissione del II Congresso del POSDR:

Solo un partito che sappia dirigere, vale a dire spingere avanti, è in grado di procurarsi seguaci nella tempesta. La risolutezza con la quale Lenin e i compagni hanno dato al momento decisivo l’unica parola d’ordine che spingesse avanti: "tutto il potere al proletariato e ai contadini" li ha trasformati in una notte, da minoranza perseguitata denigrata e "illegale", i cui capi dovevano nascondersi come Marat nelle cantine, in padroni assoluti della situazione.4

Le tre critiche avanzate da Rosa ai bolscevichi vanno inoltre distinte tra loro, giacché hanno validità e significato ben diverso. Le osserva­zioni sullo scioglimento dell’Assemblea costituente sono effettivamen­te profetiche: Rosa sa bene che l’Assemblea costituente «era l’immagine di un passato superato non del nuovo stato di cose», in quanto eletta da «masse contadine che erano in parecchi luoghi ben poco al corrente di quanto succedeva a Pietroburgo o a Mosca» e quindi avevano dato la loro fiducia ai socialrivoluzionari per il loro passato di lotte per la terra, senza rendersi conto che così appoggiavano un Kerenskij o un Avksent’ev, che usavano ogni mezzo per negare loro la terra.

Anche per Rosa «non restava, ovviamente, che annullare questa As-semblea costituente invecchiata, nata morta», ma per poi indire imme-diatamente nuove elezioni. In queste pagine ci sono osservazioni luci-dissime sui pericoli che correvano i bolscevichi in seguito a quella decisione, in primo luogo perché si privavano di mezzi efficaci per sentire il polso delle masse, anche di quelle non proletarie.5
Rosa, naturalmente era consapevole che i bolscevichi avevano dovuto «passo passo tastare, tentare, sperimentare in tutti i sensi» e che essi stessi sanno che «una buona parte dei loro provvedimenti non rappresenta delle perle». «Così non può non andare e così andrà a tutti noi - aggiunge - anche se non è detto che dovunque debbano regnare circostanze di fatto a tal punto ardue».6

Rosa, d’altra parte, sempre a proposito della democrazia, o meglio della «dittatura del proletariato» che «deve essere opera della classe e non di una piccola minoranza di un proletariato», che «deve essere opera della classe e non di una piccola minoranza di dirigenti in nome della classe», dichiara apertamente:

sicuramente anche i bolscevichi procederebbero esattamente in questi termini, se non soffrissero della spaventosa pressione della guerra mondiale, della occupazione tedesca e di tutte le abnormi difficoltà connesse, che non possono non sviare qualunque politica socialista pur traboccante delle migliori intenzioni e dei più bei principi.7
Tutto ciò che avviene in Russia, è comprensibile, non rappresenta che un’inevitabile catena di cause ed effetti, i cui punti di partenza e le cui chiavi di volta sono: la carenza del proletariato tedesco e l’occupazione della Russia da parte dell’imperiali-smo tedesco. Sarebbe pretendere il sovrumano da Lenin e compagni, attendersi ancora da loro in tali circostanze che sappiano creare per incanto la più bella democrazia, la più esemplare delle dittature proletarie e una fiorente economia socialista. Col loro deciso atteggiamento rivoluzionario, la loro esemplare energia e la loro scrupolosa fedeltà al socialismo internazionale, essi hanno certamente fatto quanto in una situazione così diabolicamente difficile era da fare. Il pericolo comincia là dove essi fanno di necessità virtù [...].8

Rosa raccomandava di distinguere nell’operato dei bolscevichi e so-prattutto nelle loro teorizzazioni affrettate «l’essenziale dall’inessenziale, il nocciolo dal fortuito».

I bolscevichi hanno mostrato che essi possono tutto quanto un partito schietta­mente rivoluzionario è in grado di fare nei limiti delle possibilità storiche. Essi non devono voler fare dei miracoli. Perché ciò rappresenterebbe una rivoluzio­ne proletaria modello in un paese isolato, strangolato dall’imperialismo e tradito dal proletariato internazionale.9
Questa parte dello scritto si conclude, peraltro, con un appassionato elogio di Lenin e Trotskij, che «sono stati i primi a dare l’esempio al proletariato mondiale e sono tuttora gli unici che con Hutten possano esclamare: "Io l’ho osato"!».10
Questo è quanto costituisce l’essenziale e l’imperituro della politica bolscevica. In detto senso è loro imperituro merito storico di essere passati all’avanguardia del proletariato internazionale con la conquista del potere politico e l’impostazione pratica del problema della realizzazione del socialismo, e di aver potentemente contribuito alla resa dei conti tra capitale e lavoro in tutto il mondo. In Russia il problema ha solo potuto essere posto. Non vi poteva essere risolto. E in questo senso l’avvenire appartiene dunque al bolscevismo.11

In questo contesto vanno valutate le altre critiche della Luxemburg all’operato dei bolscevichi. Lungi dall’accusare i bolscevichi di volere portare «l’utopia al potere», come è di moda oggi dire da noi e soprattutto nella Russia eltsiniana, Rosa, a proposito della questione agraria e di quella nazionale, li sospetta di un peccato di tutt'altro genere, cioè di «opportunismo politico», giacché rinunciano a una parte del tradizionale programma socialista per adottare parole d’ordine altrui solo perché sono sentite dalle masse:

Discorso di Lenin sulla necessaria centralizzazione dell’industria. Nazionalizzazione delle banche, del commercio, dell’industria. Perché non della terra? Qui, al contrario, centralizzazione e proprietà privata. Il programma agrario peculiare di Lenin prima della rivoluzione era diverso. Lo slogan desunto dai tanto ingiuriati socialisti-rivoluzionari o più esattamente: dal movimento spontaneo contadino.12

Rosa, naturalmente, coglie anche in questo caso i pericoli reali che mi-nacciano la giovane Repubblica sovietica in seguito alla riforma agra-ria, in primo luogo per «il modo caotico, puramente fondato sull'arbi-trio, della sua attuazione»:

L'occupazione dei latifondi da parte dei contadini, in conseguenza alla breve e lapidaria parola d’ordine di Lenin e dei suoi amici: "Andate e prendetevi la terra!" ha portato semplicemente al repentino e caotico trapasso della grande proprietà terriera in proprietà fondiaria contadina. Ciò che ne è derivato non è proprietà sociale, ma nuova proprietà privata e precisamente smembramento della grande proprietà in possessi di media e minore grandezza, del grande esercizio relativamente progredito in piccolo esercizio primitivo, tecnicamente al livello dei tempi dei Faraoni.13
Rosa ritiene che «la riforma agraria leninista ha procurato al sociali-smo un nuovo, potente strato sociale di nemici nelle campagne, la cui resistenza sarà molto più pericolosa e tenace di quanto non sia stata quella dei grandi proprietari terrieri aristocratici».14 Naturalmente non ignora gli sforzi dei bolscevichi per organizzare comitati di contadini poveri, «per fare in qualche modo della occupazione dei latifondi no-biliari una collettivizzazione», ma ritiene che questa proposta non possa «nulla mutare alla prassi concreta e alle concrete relazioni di forza nelle campagne». In ogni caso, con comitati o senza, «i conta­dini ricchi ed usurai che costituivano la borghesia paesana e che in ogni villaggio avevano effettivamente nelle mani il potere locale, sono diventati i principali profittatori della rivoluzione agraria».15
Questo spostamento di forze ha avuto luogo a sfavore degli interessi proletari e socialisti. Prima, a una riforma socialista nelle campagne avrebbero opposto resistenza tutt’al più una piccola casta di grandi proprietari terrieri nobili e ca­pitalisti, come pure una piccola minoranza della ricca borghesia paesana, la cui espropriazione da parte di una massa popolare è gioco da fanciulli. Ora, dopo l’"occupazione" avversaria di qualunque socializzazione socialista della agri­coltura, è diventata una massa enormemente accresciuta e forte di contadini possidenti che difenderà con i denti e con le unghie le proprietà appena acqui­site contro ogni attentato socialista.16

La Luxemburg prevede anche che «la questione della futura socializ­zazione dell’agricoltura, anzi della produzione in generale», sarà oc­casione di «discordia e di lotta tra il proletariato urbano e la masse contadine», cogliendo, anzi, i primi segni dell’asprezza del contrasto nel «boicottaggio contadino delle città, alle quali rifiutano i mezzi di sussistenza per farne speculazioni».

Illusoria ogni analogia con la Rivoluzione francese, giacché, se allora il contadino aveva combattuto valorosamente per difendere la terra confiscata all’emigrazione, in Russia il contadino, «una volta preso materialmente il possesso della terra», non solo non ha difeso la rivoluzione che gliela aveva data, ma «si è tuffato nel nuovo possesso ed ha abbandonato la rivoluzione ai suoi nemici, lo Stato alla rovina, la popolazione cittadina alla fame».17
Non c’è dubbio che Rosa, già in quell’estate del 1918, avesse intuito le dinamiche dei conflitti sociali che si intrecciarono alla guerra civile, che riesplosero nel 1921 a Kronstadt e Tambov, che furono poi inizial-mente attenuati e successivamente ingigantiti dalla NEP, e che spin-sero nel 1928-1929 Stalin, quando ne prese finalmente coscienza, dopo una lunga intesa con Bucharin, alla spietata collettivizzazione forzata, tanto più spietata e violenta in quanto tardiva.18

Ma il ragionamento della Luxemburg contiene un vizio di fondo che era stato già colto da Gyorgy Lukács nel 1922, subito dopo la pubbli­cazione de La rivoluzione russa da parte di Paul Levi:

La rivoluzione agraria era una realtà di fatto, completamente autonoma dal volere dei bolscevichi e dello stesso proletariato. I contadini si sarebbero divisi la terra sulla base della elementare espressione dei loro interessi di classe in qualsiasi evenienza; se i bolscevichi si fossero opposti, ne sarebbero stati spazzati come lo furono i menscevichi e i socialisti rivoluzionari. La giusta impostazione della questione non consiste, dunque, nel chiedersi se la soluzione bolscevica sia stata una misura di carattere socialista o perlomeno indirizzata in questo senso, ma se nella situazione di allora, nel momento in cui il movimento ascendente della rivoluzione tendeva a un punto di risoluzione, non fosse opportuno raggruppare, contro la borghesia che si stava organizzando per la controrivoluzione, tutte le forze elementari della società borghese in autodisfacimento, non importa se proletarie “pure” o piccolo-borghesi, mosse o meno da fini socialisti.19

Ci siamo soffermati abbastanza a lungo sulle critiche rivolte dalla Luxemburg alla politica dei bolscevichi nelle campagne, perché per­mette di capire meglio la logica sottesa all’accusa più grave o meno lucida rivolta a Lenin, quella di avere sposato il «programma di pace della borghesia» facendo proprio il «cosiddetto diritto di autodeter-minazione nazionale».

Questa parte dello scritto presenta toni di notevole asprezza, a volte anche violenti e volgari, che rivelano come, nelle vecchie polemiche con Lenin, quella sulla questione nazionale non fosse stata mai accan­tonata e superata, anche perché si era intrecciata con una serie di colpi bassi organizzativi dall’una e dall’altra parte, che avevano deteriorato gravemente i loro rapporti anche personali:20
Che la sconfitta militare si sia trasformata nel crollo e nella disgregazione della Russia è in parte colpa dei bolscevichi. Questi si sono da se stessi appesantiti oltre misura le difficoltà obiettive della situazione attraverso una parola d’ordine che hanno spinto in prima linea della loro politica: il cosiddetto diritto di auto-determinazione nazionale, o ciò che in realtà sta sotto questo slogan: la disgregazione totale della Russia. La formula, sempre di nuovo proclamata con dottrinaria cocciutaggine, del diritto delle varie nazionalità dell’impero russo a determinare autonomamente il proprio destino, "ivi compresa la separazione statale dalla Russia", è stato un grido di battaglia tutto particolare di Lenin e compagni.21

Il fatto che Lenin abbia mantenuto questa parola d’ordine, sia durante l’opposizione contro Miljukov e Kerenskij, sia dopo la presa del po­tere e durante lo scontro con l’imperialismo tedesco a Brest-Litovsk, appare a Rosa solo «caparbietà e arida coerenza», tanto più assurda in quanto sarebbe «in crassa contraddizione sia al loro espresso cen­tralismo politico in altri settori, sia anche al comportamento che essi hanno assunto di fronte ad altri princìpi democratici». L'accecamento di Rosa è tale che la porta a contraddirsi pesantemente anche sulla questione dello scioglimento dell’Assemblea costituente:

Mentre [i bolscevichi] dimostravano un freddo dispregio di fronte all’Assemblea costituente [...] trattavano il diritto all’autodeterminazione delle nazioni come una pupilla della politica democratica, per amore della quale tutti i punti di vista pratici della critica realista non avevano che da tacere. Mentre essi che non si erano lasciati minimamente mettere in soggezione dalla votazione popolare dell’Assemblea costituente russa, sulla base del diritto elettorale più democratico del mondo e nella piena libertà di una repubblica popolare e per considerazioni critiche assai fredde, dichiararono nulli i loro risultati e, a Brest-Litovsk propugnarono il referendum sull’appartenenza statale delle nazionalità non russe dell’impero come il vero palladio di ogni libertà e democrazia, genuina quintessenza della volontà dei popoli e come suprema istanza in questioni di diritto politico delle nazioni.22

La vis polemica porta a dimenticare che la stessa Luxemburg, in altra parte dello scritto, definisce «invecchiata e nata morta» quell’Assemblea costituente che ora viene presentata come il non plus ultra della rappre-sentatività democratica. In ogni caso, il repertorio delle frasi sprezzanti riservate all’autodeterminazione non si è ancora esaurito:

il famigerato "diritto di autodeterminazione nazionale" non è altro che vuota fraseologia e ciarlataneria piccolo-borghese. In effetti, cosa dovrebbe significa-re questo diritto? Fa parte dell’Abc della politica socialista combattere ogni specie di oppressione e, conseguentemente, anche quella di una nazionalità da parte di un’altra. Se ciononostante, in questo caso, politici per il resto così freddi e critici come Lenin, Trotskij e amici loro, refrattari a ogni genere di fra­seologia utopistica come disarmo, società delle nazioni ecc., a cui riservano solo un’ironica alzata di spalle, hanno fatto di un vuoto slogan della stessa me­desima risma addirittura il loro cavallo di battaglia, questo è dovuto, ci sembra, a una forma di opportunismo politico.23

Secondo Rosa, i bolscevichi si sono illusi «che non esistesse mezzo più sicuro per legare le molte nazionalità straniere dell’impero russo alla causa della rivoluzione, alla causa del proletariato socialista, che garantire loro, in nome della rivoluzione e del socialismo, la più illuminata ed estrema libertà di disporre dei propri destini». La Luxemburg afferma a questo proposito:

Si ripresenta, a questo punto, un atteggiamento analogo alla politica bolscevica nei confronti dei contadini russi, la cui fame di terra fu soddisfatta dalla parola d’ordine dell’occupazione diretta dei fondi aristocratici, che avrebbero così do­vuto essere legati alla bandiera della rivoluzione e del governo proletario. In entrambi i casi, purtroppo, i calcoli si sono dimostrati assolutamente errati.24

In realtà, in entrambi i casi, si dimostra non solo l’incomprensione della dinamica reale della rivoluzione russa da parte di Rosa, ma anche la sua totale sordità nei confronti degli argomenti di Lenin sulla questione nazionale, espressi in decine di scritti, articoli e anche in polemiche dirette con i socialisti polacchi e con lei stessa.

Rosa, infatti, continua ad attribuire a Lenin ingenuità, illusioni, oppor­tunismo e soprattutto l’incomprensione del fatto che delle indipendenze delle nuove nazioni approfitteranno borghesi e imperialisti. Ma Lenin aveva già risposto da anni - a lei e soprattutto ai molti menscevichi e op-portunisti o sciovinisti russi che utilizzavano strumentalmente gli argo-menti della Luxemburg per negare i diritti delle minoranze nazionali - di avere piena conoscenza di questo rischio, senza tuttavia rinunciare alla rivendicazione del diritto di autodecisione per le nazioni oppresse (altri-menti - diceva - bisognerebbe anche smettere di rivendicare il suffragio universale, perché le masse inesperte potrebbero non sapere fare buon uso del diritto di voto).25

Ci sono decine di passi di Lenin in tal senso:

"Il riconoscimento del diritto all’autodecisione fa il gioco del nazionalismo borghese più inveterato", afferma il signor Semkovski.

È un’assurdità puerile, poiché il riconoscimento di questo diritto non esclude affatto né la propaganda e l’agitazione contro la separazione, né lo smascheramento del nazionalismo borghese. Tuttavia è completamente fuori discussione che la negazione del diritto alla separazione fa il gioco del nazionalismo grande russo centonero più inveterato!26
Lenin aveva ripetutamente polemizzato con la sinistra dei socialdemo­cratici polacchi (non solo la Luxemburg, ma anche il suo grande nemico Karl Radek, vicino a Lenin su tutto il resto, rifiutava il diritto all’autode-cisione)27 spiegando che la loro lotta contro gli sciovinisti polacchi non doveva portare a negare il dovere dei socialdemocratici russi e tedeschi di opporsi al proprio imperialismo e lottare contro l’oppressione:
La situazione è senza dubbio molto intricata, ma vi è una via di uscita che permetterebbe a tutti i partecipanti di rimanere degli internazionalisti: i socialdemocratici russi e tedeschi esigendo l’incondizionata libertà di separazione della Polonia; i socialdemocratici polacchi, lottando per l’unità della lotta proletaria in un piccolo e nei grandi paesi senza lanciare per il momento attuale, o per il periodo attuale, la parola d’ordine per l’indipendenza della Polonia.28
Nella polemica con Rosa, soprattutto durante la sua detenzione, Lenin si sforza di cogliere le ragioni dell’incomprensione e, nonostante alcu­ne delle sue affermazioni siano utilizzate frequentemente dagli sciovi­nisti, egli ammette che «sarebbe ingiusto accusarla di indifferenza verso i movimenti nazionali».29

Un atteggiamento che contrasta in maniera stridente con i toni di Rosa, che, a quanto pare, può perdonare tutto ai bolscevichi, ma non il rico-noscimento del diritto all’autodeterminazione, a cui finisce per attribuire le caratteristiche di pilastro fondamentale della reazione:

Questa ridicola posa di un paio di professori universitari e di studenti, Lenin e i compagni  l’hanno artificialmente gonfiata a fattore politico con la loro agitazione dottrinaria sul "diritto di autodeterminazione comprensiva ecc.". Furono loro ad attribuire importanza alla buffoneria iniziale, sinché questa divenne della più san­guinosa gravità: [...] in questa guerra mondiale è fatale destino del socialismo di es­sere predestinato a fornire pretesti ideologici per la politica controrivoluziona-ria. Al suo scoppio, la socialdemocrazia tedesca si affrettò a fregiare di uno scudo ideologico tratto dall’arsenale marxista la razzia dell’imperialismo ger-manico, spiegandola come la campagna di liberazione contro lo zarismo russo, auspicata dai nostri vecchi maestri. Agli antipodi dei socialisti governativi, era destinato ai bolscevichi di portare acqua al mulino della controrivoluzione con lo slogan dell’autodeterminazione nazionale e di fornire così una ideologia non solo per lo strangolamento della rivoluzione russa stessa, ma per la progettata liquidazione in senso controrivoluzionario dell’intera guerra mondiale".30

L'accecamento nella polemica giunge al punto di rinfacciare ai bolscevichi la mancata difesa dell’impero russo:

Invece di mirare, giusto nello spirito della pura politica classista internazionali­stica che essi quanto al resto difesero, alla più compatta concentrazione delle forze rivoluzionarie su tutto il territorio dell’impero, di difendere con le unghie e con i denti l’integrità dell’impero russo in quanto territorio rivoluzionario, di contrapporre a tutte le aspirazioni separatistiche nazionalistiche, come supremo comandamento politico, la comunione e la inseparabilità dei proletari di tutti i paesi in seno alla rivoluzione russa, i bolscevichi, attraverso la rimbombante fraseologia nazionalistica del "diritto di autodeterminazione fino alla separa­zione statale", non hanno fatto che prestare alla borghesia di tutti i paesi di confine il pretesto più propizio e più splendido, addirittura la bandiera per le loro aspirazioni controrivoluzionarie.31
La Luxemburg rimprovera ancora di non avere messo «in guardia i proletari dei paesi limitrofi da un qualunque separatismo in quanto semplice trappola borghese» e persino di avere rinunciato a «soffocare in germe le aspirazioni separatistiche con mano ferrea, il cui uso in siffatto caso, avrebbe veramente corrisposto al senso e allo spirito della dittatura proletaria».32
Il corsivo è mio, in questa e nella frase precedente, che forniscono un esempio assai chiaro delle contraddizioni laceranti che travolgevano l’equilibrio della Luxemburg ogni volta che affrontava le tematiche nazionali; proprio lei che, a proposito della mancata convocazione di nuove elezioni dell’Assemblea costituente, giustamente ricordava ai bolscevichi che «la libertà solo per i seguaci di un governo, solo per i membri di un partito - per numerosi che possano essere - non è libertà. La libertà è sempre e unicamente libertà per chi la pensa diversamente»,33

sostiene che si debbano soffocare «in germe con mano ferrea» le aspirazioni dei proletari conquistati dalle idee separatiste!

Se in altri casi (compresa la questione del concetto di partito di Lenin) Rosa aveva avuto incomprensioni e fraintendimenti, su questo terreno rivela proprio la perdita di ogni capacità di analisi. Già nel 1916 Lenin osservava la singolare incoerenza dei «compagni polacchi», che appoggiavano incondizionatamente la rivendicazione della liberazione delle colonie extraeuropee, e poi negavano quella della Polonia, della Finlandia, dell’Ucraina e anche della Irlanda.34

Lenin si sforzava di capire la logica di questa posizione, che nasceva dalla preoccupazione di differenziarsi dai socialsciovinisti polacchi, ma non accettava che da questo derivasse l’incomprensione della necessaria divisione dei compiti e delle parole d’ordine tra socialisti dello Stato oppressore e quelli della nazione oppressa.

Lo ricorda anche il principale curatore italiano degli scritti di Rosa, Lelio Basso, che nella Nota introduttiva alla Prefazione a La questione polac-ca e il movimento socialista (uno scritto del 1905), quando ricostruisce i termini delle polemiche tra i due grandi rivoluzionari, insiste nel «mostrare l’errore che spesso si commette cercando delle contrapposizioni rigide e totali fra questi due leader».

Tuttavia le conclusioni di Basso ci sembrano pericolose e fuorvianti: «Ma la storia che ha portato alla realizzazione dell’unità e dell’indipendenza polacca e che sembrerebbe con ciò aver dato torto alle tesi della Luxem-burg, le ha invece dato forse assai più ragione di quanto appaia ad una visione superficiale delle cose».35
Secondo Basso, a dare ragione a Rosa ci sarebbe l’approdo di destra (e anzi, secondo lui «fascista») del leader socialista indipendentista polacco Pilsudski, sicché «la via dell’indipendenza non è stata la via del socia-lismo, ma dell’umiliazione del proletario sotto il giogo fascista».36

A parte l’inesattezza della definizione del regime autoritario di Pilsudski come «fascista», che rappresenta un cedimento alla terminologia usata spesso con eccessiva disinvoltura dagli stalinisti (il regime introdotto da Pilsudski nel 1926, oltre ad essere stato salutato inizialmente come progressista dallo stesso Partito comunista polacco, fu semplicemente, nell’Europa tra le due guerre mondiali, uno dei tanti casi di Stato forte, che limitò senza sopprimerla la dialettica parlamentare), non ci sembra che il bilancio complessivo sia così rassicurante come lo traccia Basso nel periodo conclusivo:

 

E solo in una rinnovata unità, sia pure non statale, con il proletariato russo, la Polonia ha potuto trovare la strada del socialismo. In secondo luogo il corso storico della rivoluzione russa ha finito per annullare (salvo per la Polonia e la Finlandia) la famosa libertà di separazione statale degli altri popoli facenti parte dell’impero zarista, proclamata in un primo tempo da Lenin, ma la cui funzione meramente tattica è stata appunto rilevata dal corso successivo degli eventi.37

2. Le implicazioni dello scontro sulla questione nazionale

Il «corso degli eventi» in realtà dimostra tutt'altro. In primo luogo le ripetute esplosioni di crisi della società polacca iniziate a partire dal 1956 e culminate poi nel 1989, e che pur essendo generate da contraddizioni interne sottendevano anche acute tensioni russo-polacche, confermano che la «rinnovata unità» di cui parlava Basso, essendo basata sulla forza delle armi, era in realtà assai fragile e generava spinte opposte e contrarie.

Il nazionalismo polacco è stato rafforzato in primo luogo dall'errore del 1920, quando la risposta sovietica all'aggressione della Polonia di Pilsudski (appoggiata e armata dall'Intesa) non si fermò alle frontiere storiche, ma raggiunse le mura di Varsavia, provocando il «miracolo della Vistola», dovuto non tanto all'intervento del buon dio, come sosteneva la gerarchia cattolica, quanto al timore dei polacchi che nell'Armata Rossa non vedevano lo strumento della rivoluzione proletaria ma quello del ritorno dell'oppressione russa.

Di quell'errore, indubbiamente era stato corresponsabile lo stesso Lenin, anche se il movente non era certo quello di riconquistare i territori dell'ex impero russo, ma quello di aiutare una rivoluzione mondiale che sembrava ancora all'ordine del giorno. La decisione di trasformare la lotta difensiva in controffensiva diretta a Varsavia, fu presa dai bolscevichi in base all'illusoria convinzione che la masse proletarie polacche non attendessero altro per insorgere.

Va sottolineato peraltro che questa opinione era sostenuta soprattutto dai comunisti polacchi provenienti dall'ala sinistra del PSP di Pildsudski, mentre era osteggiata proprio da quelli provenienti dal partito di Rosa Luxemburg (tra cui Radek e Marschlewski) e da Trotskij.38
L'errore iniziale fu ulteriormente aggravato dalla proclamazione di un governo provvisorio comunista polacco che giungeva al seguito del-l'Armata Rossa, e anche dalla riforma agraria annunciata dai suoi propagandisti nelle zone momentaneamente occupate dai sovietici: il «governo» apparve uno strumento per una nuova annessione all'odiata Russia, mentre i contadini non capirono quale vantaggio avrebbero avuto dall'eliminazione del vecchio proprietario, visto che non avreb­bero avuto la terra in proprietà, ma avrebbero dovuto lavorarla nel quadro di un'azienda statale che appariva identica alla precedente, salvo per un cambio al vertice. Paradossalmente quindi i comunisti polacchi pagarono a caro prezzo il comportamento dei sovietici, che sembravano avere accolto tardivamente le critiche mosse nel 1918 da Rosa a Lenin.39
I bolscevichi d'altra parte avevano deciso la controffensiva perché tratti in inganno, oltre che dall'ottimismo infondato di una parte dei comunisti polacchi, dalle notizie di ripercussioni rivoluzionarie nel resto dell'Europa. Lenin, in un discorso del 22 settembre 1920, cioè quando già era avvenuta la disastrosa battaglia della Vistola, alla IX Conferenza del Partito comunista di Russia, aveva detto che «mentre le nostre unità si avvicinavano a Varsavia, tutta la Germania ha co­minciato a ribollire».40

Lenin ritorna nello stesso discorso su altre ripercussioni della guerra russo-polacca:

La nostra presenza nei dintorni di Varsavia ha esplicato, come seconda conse­guenza, un notevole influsso sul movimento rivoluzionario d'Europa e, in parti­colare, d'Inghilterra. Se non siamo riusciti a toccare il proletariato industriale in Polonia, che sta oltre la Vistola e a Varsavia (ed è questa una delle ragioni principali della nostra sconfitta), abbiamo raggiunto tuttavia il proletariato in­glese e abbiamo portato il suo movimento a un livello che non ha precedenti. Quando il governo inglese ci ha posto il suo ultimatum, è risultato che esso avrebbe dovuto consultare in precedenza gli operai inglesi. E questi operai, i cui dirigenti sono per i nove decimi dei menscevichi matricolati, hanno risposto con la costituzione di un "comitato d'azione".41

Risulta evidente che ci fu un errore di valutazione della situazione reale, non una svolta nelle concezioni generali, come sarebbe stata la riduzione della «famosa libertà di separazione» a quella «funzione puramente tattica» di cui parlava Lelio Basso.

Alcune deroghe al diritto all'autodeterminazione ci furono in quegli stessi anni nel Caucaso, e furono inizialmente sottovalutate da Lenin; ma che non si trattasse di un abbandono cosciente di quel principio è confermato in primo luogo dagli ultimi scritti appassionati dedicati dal dirigente bolscevico alla questione nazionale in generale e a quella georgiana in particolare. Basterebbe a questo proposito ricordare gli accenni contenuti nella Lettera al Congresso, più nota come Testa-mento politico:

A quanto pare sono fortemente in colpa verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia della famosa questione della autonomizzazione, ufficialmente detta, mi pare, questione della unione delle repubbliche socialiste sovietiche. [...] Si dice che ci voleva l'unità dell'apparato. Ma di dove sono venute fuori queste affermazioni? Non sono forse venute pro­prio da quell'apparato russo che, come ho già rilevato in una delle note prece­denti del mio diario, abbiamo ereditato dallo zarismo, e che è stato solo appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica?42

Lo scritto di Lenin insisteva sul ruolo di quell'apparato «che noi chiamiamo nostro», ma che «in realtà ci è ancora profondamente estraneo» e che «rappresenta il filisteismo borghese e zarista». Un apparato «la cui trasformazione in cinque anni, mancando l'aiuto di altri paesi e prevalendo le "occupazioni" della guerra e della lotta contro la fame, non era assoluta-mente possibile».

In tali condizioni è perfettamente naturale che la "libertà di uscire dall'Unione", con la quale ci giustifichiamo, si rivela un'inutile pezzo di carta, incapace di difendere gli allogeni della Russia dall'invasione di quell'uomo veramente russo, da quello sciovinista grande-russo, in sostanza vile e violento, che è il tipico burocrate russo.43
L'atteggiamento di Lenin era motivato da una riflessione sull'esperienza georgiana, a cui dedicò la sua «ultima battaglia», appoggiando decisa-mente la minoranza georgiana perseguitata da Stalin, e chiedendo su questo problema l'appoggio di Trotskij.44

A questo proposito Lenin si riferisce per due volte a Stalin come «Dier-gimorda» (il «rozzo» poliziotto «veramente russo» dell'Ispettore generale di Gogol).

In entrambi i casi l'allusione è piuttosto esplicita:

Abbiamo noi preso con sufficiente sollecitudine i provvedimenti necessari per difendere effettivamente gli allogeni dal Diergimorda veramente russo? Penso di no, sebbene avessimo dovuto e potuto farlo. Io penso che qui hanno avuto una funzione nefasta la frettolosità di Stalin e la sua tendenza a usare i metodi amministrativi, nonché il suo odio contro il famigerato "socialnazionalismo": Il rancore in generale, è di solito, in politica, di grandissimo danno.45

E ancora più chiaramente, poche pagine dopo, spiegava che il poliziotto «veramente russo» poteva benissimo essere nato in Georgia:

Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione, che facilmente si lascia andare all'accusa di "socialnazionalismo" (quando egli stesso è non solo un vero e proprio "socialnazionale", ma anche un rozzo Diergimorda grande-russo), quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe, perché niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà proletaria di classe quanto l'ingiustizia nazionale, e a niente sono così sensibili gli appartenenti alle nazionalità "offese" come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza, anche solo per leggerezza.46
Lenin, a partire da queste considerazioni, ricavava in primo luogo la proposta di togliere Stalin dall'incarico di segretario generale, che gli aveva consentito di «concentrare nelle sua mani un immenso potere», di cui già allora non si serviva «con sufficiente prudenza».47 L'indicazione più importante tuttavia non era di natura personale, ma riguardava l'atteggiamento da seguire verso le minoranze nazionali.
È meglio esagerare dal lato della cedevolezza e della comprensione verso le minoranze nazionali che non il contrario. Ecco perché in questo caso l'interesse più profondo della solidarietà proletaria, e quindi anche della lotta di classe proletaria, esige che noi non abbiamo mai un atteggiamento formale verso la questione nazionale, ma che teniamo sempre conto della immancabile differenza che non può non esserci nell'atteggiamento del proletario della nazione oppressa (o piccola) verso la nazione dominante (o grande).48
Queste note sono del 31 dicembre 1922, e chiariscono che l'ultimo Lenin, che concentrava le poche forze rimastegli su quelli che riteneva i problemi più drammatici dello Stato sovietico, non aveva affatto ri­dimensionato a «tattica» contingente la scelta del rispetto delle mino­ranze, e tantomeno aveva rinunciato al principio della «libertà di usci­re dall'Unione», di cui al contrario temeva che potesse rimanere solo sulla carta.49

Il Testamento politico di Lenin conferma invece una grande lungimi­ranza nel cogliere il nesso tra le violazioni dei diritti delle minoranze nazionali (e ancor più di quelli delle nazioni che liberamente si erano associate su basi paritetica alla Repubblica sovietica russa) e una pos­sibile involuzione complessiva dello Stato sovietico.

Ma nelle opere di Lenin, vera miniera inesauribile di spunti stimolanti ed esempio inimitabile di dialettica, si trovano molti altri scritti che confermano che le indicazioni del Testamento non erano frutto di un tardivo ripensamento o peggio ancora di una attenuata lucidità. Pochi mesi prima, il 6 ottobre 1922, aveva inviato ad esempio un Biglietto all'Ufficio politico sulla lotta contro lo sciovinismo di grande potenza che diceva testualmente.

Dichiaro guerra mortale allo sciovinismo grande-russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani.

Bisogna assolutamente insistere affinché il CEC federale sia presieduto a turno da:

 un russo

 un ucraino

 un georgiano ecc.

assolutamente!

Vostro Lenin50

Ma anche prima di quell'ultimo drammatico anno Lenin aveva ribadi­to la sua convinzione che non si dovesse imporre in nessuna maniera l'unione alle nazionalità non russe, e che ogni nuova repubblica sovie­tica (di cui si auspicava la moltiplicazione, indipendentemente dall'ap­partenenza originaria all'impero russo o ad altri Stati) dovesse avere il suo esercito e la sua politica autonoma.

Lo aveva scritto molte volte nel 1917, bollando l'ipocrisia dei Keren-skij che parlavano dell'Algeria o dell'Irlanda senza parlare dell'Algeria russa o dell'Irlanda russa, come chiamava l'Ucraina, l'Armenia, la Finlandia, il Turkestan (che in decine di scritti, non solo contingenti o polemici, definisce «colonie» dell'impero russo)

Sull'Ucraina ritorna più volte:

La democrazia rivoluzionaria della Russia, se vuol essere veramente rivoluzionaria, se vuol essere una vera democrazia, deve rompere con questo passato, deve riconquistare a se stessa, agli operai e ai contadini della Russia, la fiducia fraterna degli operai e dei contadini dell'Ucraina. E non può farlo senza riconoscere pienamente i diritti dell'Ucraina, compreso il diritto alla libera separazione.

Non siamo fautori dei piccoli stati. Siamo per l'unione più stretta degli operai di tutti i paesi contro i capitalisti, i "propri" e quelli di tutti i paesi in generale. Ma proprio perché quest'unione sia volontaria, l'operaio russo, non fidandosi per niente e neppure per un momento né della borghesia russa, né della bor­ghesia ucraina, è ora favorevole al diritto di separazione degli ucraini, non im­pone loro la sua amicizia, ma la conquista trattandoli come eguali, come alleati e fratelli nella lotta per il socialismo.51

A chi obiettasse che essendo uno scritto del giugno 1917 potrebbe trattarsi di «tattica», si può rispondere in primo luogo che per i mar­xisti rivoluzionari come Lenin non era neppure concepibile quella «tattica» divergente dalla strategia e indipendente o contrapposta ai princìpi che diverrà invece pratica corrente nel periodo staliniano e che rimane ancora oggi nel senso comune di vecchie e «nuove» sinistre anche nel nostro paese.

Ma ancor più significativa è la lettera inviata a Ordzonikidze il 2 marzo 1921, dopo la conquista del potere da parte dei comunisti georgiani. La riproduciamo pertanto integralmente.

Orgionikidze. Baku 2-III-1921

Trasmettete ai comunisti georgiani e particolarmente a tutti i membri del Comitato rivoluzionario georgiano il mio caloroso saluto alla Georgia sovietica. Vi prego particolarmente di farmi sapere se vi è tra noi e loro un accordo com­pleto su questi tre problemi:

Primo: bisogna armare immediatamente gli operai e i contadini poveri, per creare un forte esercito rosso georgiano.

Secondo: è necessaria una particolare politica di concessioni verso gli intellettuali e i piccoli commercianti georgiani. Bisogna capire che non soltanto non conviene nazio­nalizzarli ma bisogna anche sopportare determinati sacrifici pur di migliorare la loro situazione e di lasciar svolgere loro il loro piccolo commercio.

Terzo: è infinitamente importante cercare un compromesso accettabile per fare blocco con Giordania o con i menscevichi georgiani come lui, che prima ancora dell'insurrezione non erano del tutto contrari all'idea di un regime sovietico in Georgia a determinate condizioni.

Vi prego di ricordare che le condizioni interne e internazionali della Georgia non esigono dai comunisti georgiani l'applicazione degli schemi russi, ma un'elaborazione abile e duttile di una tattica originale, basata su un atteggia­mento più conciliante verso gli elementi piccolo-borghesi di ogni tipo.

Attendo una risposta

Lenin52

Nei mesi successivi, prima di cominciare la sua battaglia sulla «questione georgiana», Lenin aveva tempestato di telegrammi i dirigenti delle repubbliche caucasiche insistendo nello stesso senso, sia sul terreno del rispetto delle particolarità e delle forze politiche locali, sia per la costituzione di un'armata rossa autonoma.

Anche Trotskij espresse a più riprese concetti analoghi, e dedicò successivamente vari scritti soprattutto alla questione dell'Ucraina. A proposito di quella fase, in uno dei suoi ultimi scritti rimasto in parte allo stato di abbozzo, Trotskij aveva osservato che, se l'intervento militare ebbe pieno e facile successo e non provocò neppure nessuna complicazione internazionale (a parte una nuova campagna anticomunista da parte della II Internazionale, che aveva dedicato molta attenzione alla Repubblica georgiana inviandovi nel settembre 1920 una delegazione al più alto livello tra cui spiccavano Kautsky, Vandervelde e Ramsay MacDonald), in realtà «il metodo di sovietizzazione della Georgia ebbe un gravissimo significato per gli anni successivi» :

Nelle regioni dove le masse lavoratrici avevano già aderito al Bolscevismo prima della Rivoluzione esse accettarono ogni difficoltà e sofferenza come inerenti alla loro stessa causa. Così non fu nelle regioni più arretrate, dove la sovietizzazione era stata portata dall'Armata Rossa. Ivi le masse lavoratrici consideravano le privazioni a cui erano sottoposte come risultato del regime imposto dal di fuori. In Georgia la sovietizzazione prematura rafforzò i Menscevichi per un certo periodo di tempo e condusse alla vasta insurrezione delle masse nel 1924, quando, secondo l'am-missione dello stesso Stalin, la Georgia dovette essere "tutta arata di nuovo".53
Le inquietudini di Trotskij, le raccomandazioni di Lenin, le proposte dei comunisti georgiani (il cui gruppo dirigente contava militanti di notevole esperienza e ricchezza politica, che saranno sterminati da Stalin negli anni Trenta) non impedirono al plenipotenziario di Stalin nel Caucaso, Ordzonikidze, di provocare guasti di cui si paga il prezzo fino ai giorni nostri (ad esempio, tracciando in modo del tutto arbitrario i confini tra le tre repubbliche, creando le premesse del dramma del Nagorno Karabach). Lenin aveva dedicato a Ordzonikidze alcune righe sferzanti nel suo Testamento, e aveva proposto di «punir[lo] in modo esemplare» (aggiungendo «lo dico con rincrescimento tanto maggiore in quanto appar­tengo personalmente alla schiera dei suoi amici e ho lavorato con lui all'estero nell'emigrazione»). Non fu punito, allora, e rimase tra i più stretti collaboratori di Stalin fino al suo suicidio, avvenuto nel febbraio 1937.54

Siamo arrivati a sfiorare il tema della verifica della validità delle indi­cazioni leniniane sulla questione nazionale. Non si può negare che alcune delle cause dell'esplosione dell'URSS (almeno per quanto riguarda il Caucaso) vadano ricercate in avvenimenti e scelte dei primi anni dopo la rivoluzione, di cui Lenin fu inizialmente corresponsabile; ma non c'è dubbio che in primo luogo si trattava di deroghe di fatto ai princìpi sempre ribaditi, e che Lenin seppe rendersi conto del pericolo nel giro dei pochissimi anni di vita che gli restavano, dedicando al tentativo di correggerli le ultime energie.

Ancora più importante è tuttavia che quelle deroghe di fatto vennero erette a principio da Stalin e dai suoi successori, compreso Gorbaciov, che innescò la prima esplosione di conflitti etnici degli anni Ottanta con la destituzione del segretario del partito del Kazachstan, Kunaev (un brezneviano corrotto ma kazacho), sostituito con Kolbin, rinnovatore efficiente e presumibilmente onesto, ma russo.

Il bilancio delle conseguenze delle brutali annessioni del 1939-1941 concordate con Hitler nei Protocolli segreti annessi al Patto Rib-bentrop-Molotov, e poi confermate nel contesto degli accordi im­propriamente detti di Yalta, può cominciare ad essere fatto alla luce dell'esplosione delle tendenze separatiste (economicamente irrazionali, ma radicate in un profondo risentimento popolare) nel Baltico, in Moldavia, nelle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia.

La politica di deportazioni di interi popoli «puniti» per le colpe vere o presunte di alcuni, la soppressione o discriminazione delle lingue della maggiori nazionalità, la cancellazione perfino di ogni autonomia cul­turale per la popolazione ebraica, la riduzione a pura finzione dell'e-sistenza dei partiti comunisti delle varie repubbliche, gli spostamenti arbitrari di confini interni e di quelli esterni (di cui il caso tedesco e quello ungherese sono solo i più macroscopici), hanno innescato una serie di bombe a orologeria la cui esplosione è stata tanto più violenta in quanto è stata differita a lungo dal regime staliniano e post-staliniano.

Tutti coloro che nel movimento comunista occidentale avevano esalta­to la realpolitik staliniana, anche quando appariva sempre più model­lata su quella delle potenze imperialiste, al punto di trovare elogiatori significativi in Ribbentrop e in Churchill, tutti coloro che hanno cre­duto di potere abbandonare o ridimensionare come «tattica» e quindi contingente e caduca la parola d'ordine leniniana dell'autodecisione, oggi possono riflettere su cosa fosse veramente «realistico», contem­plando le rovine del sistema «incrollabile» costruito da Stalin e difeso accanitamente dai suoi epigoni.

*

*     *

Rosa Luxemburg naturalmente non ha nulla a che vedere con gli errori e i crimini di Stalin, che tra l'altro la detestò come una «variante polacca del trotskismo» e la esorcizzò con il silenzio più che con la denigrazione. Va segnalato tuttavia che lo stesso Nettl, il più importante biografo della Luxemburg e suo indiscusso ammiratore, ammette che Stalin utilizzò a volte, sia pure con la sua consueta rozzezza, alcuni argomenti di Rosa:

Nel 1918 Stalin, che era ora assurto al rango di esperto ufficiale del partito per i problemi della nazionalità, fornì un'interpretazione ancora più infausta della tesi leniniana, un'interpretazione che sembrava una caricatura delle concezioni di Rosa Luxemburg: «Tutto ciò indica che è necessario considerare il principio dell'autodecisione come un diritto che appartiene non alla borghesia, ma alle masse operaie di una nazione determinata. Il principio dell'autodecisione deve essere uno strumento della lotta per il socialismo e deve essere subordinato ai principi del socialismo».55
Nettl osservava che «Rosa Luxemburg si batté apertamente contro il diritto ormai superato all'autodeterminazione, mentre Stalin [...] lo reinterpretò abilmente in senso repressivo», ipotizzando che «in ultima istanza la politica di Stalin e quella di Rosa Luxemburg avrebbero forse portato a risultati analoghi», anche se aggiungeva che «senza alcun dubbio Rosa Luxemburg non avrebbe mai approvato i metodi con i quali si raggiunse questo fine».56
Qualche traccia di un'utilizzazione strumentale di argomenti della Luxemburg da parte di uno Stalin che non aveva mai nascosto la sua diffidenza nei confronti delle aspirazioni delle nazioni oppresse dall'impero russo poteva essere rilevata anche negli scritti precedenti, a partire dal saggio su Il marxismo e la questione nazionale del 1913, in cui si afferma ad esempio che «un alto compito incombeva alla Socialdemocrazia: far fronte al nazionalismo, preservare la masse dall'epidemia generale»; oppure che «alla fine del secolo XIX i mar­xisti polacchi si esprimono già contro la separazione della Polonia, ed anch'essi hanno ragione».57

Il rispetto e l'ammirazione che Rosa Luxemburg merita soprattutto per la sua coraggiosa battaglia contro la guerra, per la sua precoce identificazione del pericolo della burocrazia e del centrismo nella So-cialdemocrazia tedesca e internazionale, e anche per molti suoi contri-buti teorici (compresa quella Accumulazione del capitale che Lenin criticò a mio parere a torto), non cancellano il fatto che sulla que-stione nazionale essa avesse frainteso completamente la politica dei bolscevichi e avesse dunque proposto soluzioni pericolose ed erronee.

Quando nel 1921 Lenin venne a conoscenza dello scritto su La rivo-luzione russa attraverso l'utilizzazione scandalistica che ne faceva Paul Levi, rispose con le parole di «una buona fiaba russa»:

Accade a volte alle aquile di scendere persino più in basso delle galline, ma mai alle galline di salire al livello delle aquile. Rosa Luxemburg si è sbagliata sulla questione dell'indipendenza della Polonia; si è sbagliata nel 1903 nella sua valutazione del menscevismo; [...] si è sbagliata nei suoi scritti dalla prigione nel 1918 (per altro essa stessa, dopo essere uscita di prigione, alla fine del 1918 e all'inizio del 1919 ha corretto una gran parte dei suoi errori). Ma malgrado i suoi errori essa è stata e rimane un'aquila; e non soltanto il suo ricordo sarà prezioso per i comunisti del mondo intero, ma anche la sua biografia e le sue opere complete [...] costituiranno una lezione utilissima per l'educazione di numerose generazioni del mondo intero. [...] Il nome di Rosa Luxemburg entrerà nella storia del movimento operaio mondiale. Mentre invece nel cortile posteriore del movimento operaio, tra i mucchi di letame, le galline come Paul Levi, Scheidemann, Kautsky e tutta questa confraternita ammireranno soprattutto, ovviamente, gli errori della grande comunista. A ciascuno il suo.58

 

1  La delimitazione al solo dibattito del 1918 e alle sue premesse immediate negli anni della guerra è dovuta sia a ragioni di spazio, sia alla notevole diversità dei problemi che si ponevano nella fase in cui il dibattito si sviluppava esclusivamente a livello teorico senza scontrarsi con i problemi della sua concretizzazione. Anche questo saggio era apparso su "Marx 101" e poi come capitolo del libro Il filo spezzato, cit.

2  Naturalmente anche Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa e gli altri scritti del 1903-1904 contro le tesi leniniane sul partito hanno goduto di una certa fortuna, anche se sono stati usati soprattutto per fini tattici, cioè per prendere le distanza dal bolscevismo, nascondendosi dietro un nome prestigioso (e senza tenere conto minimamente dell’evoluzione successiva del pensiero e dell’azione di Rosa Luxemburg). La stessa sorte, per le stesse ragioni, e con la stessa indifferenza per la riflessione successiva dell’autore, è toccata agli scritti di Trotskij in quegli anni. Cfr. quanto scriviamo a questo proposito in Lenin, Rosa e il partito.

3  Rosa Luxemburg, Scritti scelti, a cura di Luciano Amodio, Einaudi, Torino, 1975, p. 568.

4 

?  Ivi, p. 577. Il riferimento positivo al giacobino Marat conferma che le polemiche contro «il gia­cobinismo» di Lenin sono lontanissime, e soprattutto che Rosa ha ricavato dalle esperienze più recenti una sostanziale correzione di linea sulla questione del partito.

5  Particolarmente acuta l'osservazione sulla specularità tra la contrapposizione kautskiana di dittatura e democrazia e quelle operate da Lenin e Trotskij. Rosa è decisamente per la dittatura del proletariato, ma sottolinea che «questa dittatura consiste nel sistema di applicazione della democrazia non nella sua abolizione». Ivi, p. 605.

6  Ivi, p. 599.

7  Ivi, p. 605.

8  Ivi, pp 605/ 606. Con lo stesso spirito internazionalista e la stessa severità verso il proprio movi­mento operaio, Rosa aggiungeva poco dopo: «Hanno voglia di gridare i socialisti governativi tedeschi che il dominio bolscevico in Russia è una caricatura della dittatura del proletariato. Se è stato o se è vero lo si deve all’atteggiamento del proletariato tedesco, di cui quello bolscevico non è che una conseguenza e che è stato una caricatura della lotta di classe socialista. Siamo tutti sotto la ferula della storia e l’ordinamento socialista è attuabile solo internazionalmente». Ibidem.

9  Ibidem.

10 Ivi, pp. 606-607.

11 Ivi, p. 607.

12 Ivi, p. 582. Lo stile conferma che questa parte era ancora appena abbozzata a livello di appunti sommari.

13 Ivi, p. 580.

14 Ivi, p. 582.

15 Ivi, p. 580.

16 Ivi, p. 581.

17 Ivi, pp. 581-582.

18 Lo strato capitalistico nelle campagne si era ormai consolidato e colpirlo con mezzi puramente economici era divenuto molto più difficile. Cfr. Moshe Lewin, Economia e politica nella società sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1977. L’accusa all’Opposizione di sinistra di avere anticipato Stalin ripetutamente mossa da più parti (e ripresa oggi in Russia da Volkogonov, consulente storico prima di Gorbaciov e ora di Eltsin) è grottesca, e con la stessa logica si potrebbe accusare anche Rosa dei crimini di Stalin. In realtà l’Opposizione di sinistra aveva proposto nel 1923 di incoraggiare i contadini ad associarsi in cooperative sviluppando un’industria leggera finalizzata ai loro bisogni e che doveva offrire un incentivo materiale a chi aderiva alle aziende collettive. Chi definisce questa proposta uguale alla tardiva e brutale collettivizzazione forzata staliniana, potrebbe anche sostenere tranquillamente che non c'è differenza tra uno stupro a mano armata e un rapporto sessuale tra due innamorati.

19 Gyorgy Lukács, Osservazioni critiche sulla «Critica della rivoluzione» di Rosa Luxemburg, in «Mondo Operaio», n. 10-11, ottobre-novembre, 1957.

20 Ad esempio c'era stato l’appoggio di Lenin a Radek, quando era stato non solo espulso dall’ipercentralizzato partito SPKPL, ma duramente calunniato da Rosa... Rosa aveva ricambiato con denunce sullo «scissionismo» della frazione leninista (Lenin, Opere, vol.XX, cit., p. 476). Aspre e frequenti anche le polemiche di Lenin con Rosa perché si trovava in pessime compagnie, cioè con gli sciovinisti russi (ivi p. 41), mentre la sua organizzazione veniva definita «il circolo tyszksta diTyszka e di Rosa Luxemburg», di cui si diceva che «non rappresentava gli operai socialdemocratici polacchi» (Ivi, p. 54; cfr anche le pp. 395, 402, 406, 423 e passim).

21 R Luxemburg, Scritti scelti, cit., p. 583.

22 Ivi, pp 583-584.

23 Ivi, p. 584.

24 Ibidem.

25 Ad esempio, in uno scritto del 1913 in polemica con Semkovski, che sulla «Novaia Rabociaija Gazeta», giornale dei "liquidatori", riprendeva argomenti della Luxemburg, Lenin ridicolizzava come «degna di un allievo di terza ginnasio» la domanda: «Che fare se i reazionari sono in maggioranza?», riferita a un’eventuale Polonia indipendente, chiedendo appunto a sua volta: «E che fare della Costituzione russa se la votazione democratica dà ai reazionari la maggioranza?». Lenin, Opere, vol. XIX, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 505.

26 Ibidem.

27 Lenin, Opere, vol. XXII, p. 347.

28 Ivi, p. 349.

29 Ivi, p. 311.

30 

? R. Luxemburg, Scritti scelti, cit., p. 589.

31 Ivi, p. 587.

32 Ivi, pp. 587-588.

33 Ivi, p. 559.

34 Lenin, Opere, vol. XII, p. 335.

35 R. Luxemburg, Scriti politici, a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 250.

36 Ibidem.

37 

? Ibidem.

38 Lev Trotskij, La mia vita, Mondadori, Milano 1976, p. 423. Isaac Deutscher osservò che «la marcia dell'Armata rossa su Varsavia fu più dannosa per il partito comunista polacco di tutti gli errori veri e presunti di Rosa Luxemburg». Isaac Deutscher, La tragedia del partito comunista polacco, in Lenin. Frammento di una vita e altri saggi, Laterza, Bari, 1975. Sugli aspetti politico-militari di quella guerra cfr. W. Bruce Lincoln, I bianchi e i rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano, 1991, pp. 348-375. Cfr. anche Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria, Bari-Roma, 1988, pp. 73-74.

39 Va segnalato che lo stesso errore in politica agraria era stato fatale l'anno prima alla Rivoluzione dei Consigli in Ungheria. I comunisti ungheresi si opposero decisamente all'aspirazione contadina alla sparti­zione delle terre, che consideravano frutto della propaganda dei partiti borghesi che volevano «spegnere i conflitti di classe nelle campagne». Bela Szanto, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, ed. Avanti!, Milano, 1921, e reprint Samonà e Savelli, s. d., p. 99. Cfr anche F. L. Carsten, La rivoluzione nell'Europa centrale. 1918-1919, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 249.

40 Lenin, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1967, vol. XXXI, p. 262. Dello stesso fenomeno parla d'altra parte anche Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino, 1964, pp. 1100-1105.

41 Lenin, Opere, vol. XXXI, pp. 262-263. Lenin aggiungeva che «la stampa inglese si è messa in allarme e ha preso a strepitare sul "dualismo di potere". E non aveva torto».

42 Lenin, Opere, vol. XXXVI, 1969, pp. 439-440.

43 Ivi, p. 440.

44 Rinviamo per la ricostruzione di questa fase al bel libro di Moshe Lewin, L'ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969.

45 Ivi, p. 440.

46 Ivi, p. 442.

47 Ivi, pp. 429-430.

48 Ivi, p. 443.

49 La preoccupazione era fondatissima: tale libertà venne ribadita in tutte le Costituzioni, da quella staliniana del 1936 a quella brezeviana del 1978, dato che nessuno si sognava di fare appli­care questo come tutti gli altri diritti sanciti sulla carta, e venne cancellata solo in epoca gorbacioviana, quando il risveglio di un'opinione pubblica inquieta cominciava a rendere pericolosa la proclamazione di princìpi astratti di cui qualcuno avrebbe potuto richiedere l'applicazione.

50 Lenin, Opere, vol. XXXIII, Roma, 1967, p. 339.

51 Lenin, Opere, vol. XXV, Roma, 1967, p. 84.

52 Pubblicato sulla «Pravda Gruzii», n. 5, 6 marzo 1921, ora in Lenin, Opere, vol. XXXII, Roma, 1967, p. 144.

53 Leone Trotskij, Stalin, Garzanti, Milano, 1947, pp. 366-367.

54 Sulle cause della sua morte furono sollevati numerosi dubbi in varie epoche, ma è abbastanza probabile che sia stato spinto al suicidio dall'arresto ed esecuzione di suo fratello e dei più stretti amici (tra cui il suo vice Pjatakov e Alioscia Svanidze, fratello della prima moglie di Stalin), e soprattutto da chiari segni che gli si preparava la stessa sorte (tra l'altro una perquisizione del suo stesso appartamento).

55 Peter J. Nettl, Rosa Luxemburg, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 452. Stalin, Opere complete, vol. IV, Edizioni Rinascita, Roma, 1951, p. 45.

56 Ivi, p. 453.

57 Stalin, Opere, vol. II, pp. 330 e 355. Nello stesso scritto, immeritatamente celebre (forse perché poco letto), si dice anche esplicitamente che è impossibile che la socialdemocrazia riconosca il diritto all'autodeterminazione e persino all'autonomia culturale ad esempio ai «tartari di Transcaucasia», perché «significa lasciarli in balia dei mullah reazionari, e che la socialdemocrazia deve condurre »un'agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate" (naturalmente riservandosi il diritto di decidere quali siano nocive o inadeguate...). Ivi, pp. 396 e 401.

58 Lenin, Opere, vol. XXXIII, 1967, p. 189. Questa pagina di Lenin è stata spesso ricordata, omettendo però il riferimento polemico a Levi, Scheidemann e Kautsky, ritenuto evidentemente troppo aspro. Eppure potrebbe essere anche attualizzato, aggiungendo al "pollaio" coloro che ancor oggi credono di potere utilizzare le critiche di Rosa alla «famigerata politica di autodecisione» per giustificare la politica di oppressione nazionale del Kosovo da parte di Milosevic o quella dell'Eritrea da parte di Menghistu. «A ciascuno il suo»!