I grandi nodi del Novecento › Il grande dibattito all'inizio del XX secolo
Lenin, Rosa e la questione nazionale
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III - ROSA, LENIN E LA QUESTIONE NAZIONALE (A, a)
Ai fini di questa utilizzazione in chiave "antileninista ", largamente strumentale, conta poco che questo scritto, incompiuto e in molte parti appena abbozzato, sia stato scritto nell’estate del 1918, in base a una documentazione parziale e inevitabilmente frammentaria durante gli ultimi mesi di carcere, e che Rosa non avesse potuto pubblicare quell’abbozzo essendone insoddisfatta per diverse ragioni. Conta ancor meno, e in genere non viene quasi mai citato, l’elogio appassionato del bolscevismo contenuto, accanto e prima delle critiche, in quello stesso testo:
Il carattere tutto interno dello scritto esclude che si tratti di una concessione tattica ai sentimenti delle masse. Rosa, d’altra parte, elogia ripetutamente non solo le «teste forti che stanno alla direzione della rivoluzione russa, Lenin e Trotskij», ma ammette esplicitamente che è stato decisivo il ruolo di quel partito bolscevico contro cui tanto aveva polemizzato dopo il Che fare? e la scissione del II Congresso del POSDR:
Le tre critiche avanzate da Rosa ai bolscevichi vanno inoltre distinte tra loro, giacché hanno validità e significato ben diverso. Le osservazioni sullo scioglimento dell’Assemblea costituente sono effettivamente profetiche: Rosa sa bene che l’Assemblea costituente «era l’immagine di un passato superato non del nuovo stato di cose», in quanto eletta da «masse contadine che erano in parecchi luoghi ben poco al corrente di quanto succedeva a Pietroburgo o a Mosca» e quindi avevano dato la loro fiducia ai socialrivoluzionari per il loro passato di lotte per la terra, senza rendersi conto che così appoggiavano un Kerenskij o un Avksent’ev, che usavano ogni mezzo per negare loro la terra.
Rosa, d’altra parte, sempre a proposito della democrazia, o meglio della «dittatura del proletariato» che «deve essere opera della classe e non di una piccola minoranza di un proletariato», che «deve essere opera della classe e non di una piccola minoranza di dirigenti in nome della classe», dichiara apertamente:
Rosa raccomandava di distinguere nell’operato dei bolscevichi e so-prattutto nelle loro teorizzazioni affrettate «l’essenziale dall’inessenziale, il nocciolo dal fortuito».
In questo contesto vanno valutate le altre critiche della Luxemburg all’operato dei bolscevichi. Lungi dall’accusare i bolscevichi di volere portare «l’utopia al potere», come è di moda oggi dire da noi e soprattutto nella Russia eltsiniana, Rosa, a proposito della questione agraria e di quella nazionale, li sospetta di un peccato di tutt'altro genere, cioè di «opportunismo politico», giacché rinunciano a una parte del tradizionale programma socialista per adottare parole d’ordine altrui solo perché sono sentite dalle masse:
Rosa, naturalmente, coglie anche in questo caso i pericoli reali che mi-nacciano la giovane Repubblica sovietica in seguito alla riforma agra-ria, in primo luogo per «il modo caotico, puramente fondato sull'arbi-trio, della sua attuazione»:
La Luxemburg prevede anche che «la questione della futura socializzazione dell’agricoltura, anzi della produzione in generale», sarà occasione di «discordia e di lotta tra il proletariato urbano e la masse contadine», cogliendo, anzi, i primi segni dell’asprezza del contrasto nel «boicottaggio contadino delle città, alle quali rifiutano i mezzi di sussistenza per farne speculazioni».
Ma il ragionamento della Luxemburg contiene un vizio di fondo che era stato già colto da Gyorgy Lukács nel 1922, subito dopo la pubblicazione de La rivoluzione russa da parte di Paul Levi:
Ci siamo soffermati abbastanza a lungo sulle critiche rivolte dalla Luxemburg alla politica dei bolscevichi nelle campagne, perché permette di capire meglio la logica sottesa all’accusa più grave o meno lucida rivolta a Lenin, quella di avere sposato il «programma di pace della borghesia» facendo proprio il «cosiddetto diritto di autodeter-minazione nazionale».
Il fatto che Lenin abbia mantenuto questa parola d’ordine, sia durante l’opposizione contro Miljukov e Kerenskij, sia dopo la presa del potere e durante lo scontro con l’imperialismo tedesco a Brest-Litovsk, appare a Rosa solo «caparbietà e arida coerenza», tanto più assurda in quanto sarebbe «in crassa contraddizione sia al loro espresso centralismo politico in altri settori, sia anche al comportamento che essi hanno assunto di fronte ad altri princìpi democratici». L'accecamento di Rosa è tale che la porta a contraddirsi pesantemente anche sulla questione dello scioglimento dell’Assemblea costituente:
La vis polemica porta a dimenticare che la stessa Luxemburg, in altra parte dello scritto, definisce «invecchiata e nata morta» quell’Assemblea costituente che ora viene presentata come il non plus ultra della rappre-sentatività democratica. In ogni caso, il repertorio delle frasi sprezzanti riservate all’autodeterminazione non si è ancora esaurito:
Secondo Rosa, i bolscevichi si sono illusi «che non esistesse mezzo più sicuro per legare le molte nazionalità straniere dell’impero russo alla causa della rivoluzione, alla causa del proletariato socialista, che garantire loro, in nome della rivoluzione e del socialismo, la più illuminata ed estrema libertà di disporre dei propri destini». La Luxemburg afferma a questo proposito:
In realtà, in entrambi i casi, si dimostra non solo l’incomprensione della dinamica reale della rivoluzione russa da parte di Rosa, ma anche la sua totale sordità nei confronti degli argomenti di Lenin sulla questione nazionale, espressi in decine di scritti, articoli e anche in polemiche dirette con i socialisti polacchi e con lei stessa.
Ci sono decine di passi di Lenin in tal senso:
"Il riconoscimento del diritto all’autodecisione fa il gioco del nazionalismo borghese più inveterato", afferma il signor Semkovski.
Un atteggiamento che contrasta in maniera stridente con i toni di Rosa, che, a quanto pare, può perdonare tutto ai bolscevichi, ma non il rico-noscimento del diritto all’autodeterminazione, a cui finisce per attribuire le caratteristiche di pilastro fondamentale della reazione:
L'accecamento nella polemica giunge al punto di rinfacciare ai bolscevichi la mancata difesa dell’impero russo:
sostiene che si debbano soffocare «in germe con mano ferrea» le aspirazioni dei proletari conquistati dalle idee separatiste!
Lenin si sforzava di capire la logica di questa posizione, che nasceva dalla preoccupazione di differenziarsi dai socialsciovinisti polacchi, ma non accettava che da questo derivasse l’incomprensione della necessaria divisione dei compiti e delle parole d’ordine tra socialisti dello Stato oppressore e quelli della nazione oppressa.
Lo ricorda anche il principale curatore italiano degli scritti di Rosa, Lelio Basso, che nella Nota introduttiva alla Prefazione a La questione polac-ca e il movimento socialista (uno scritto del 1905), quando ricostruisce i termini delle polemiche tra i due grandi rivoluzionari, insiste nel «mostrare l’errore che spesso si commette cercando delle contrapposizioni rigide e totali fra questi due leader».
A parte l’inesattezza della definizione del regime autoritario di Pilsudski come «fascista», che rappresenta un cedimento alla terminologia usata spesso con eccessiva disinvoltura dagli stalinisti (il regime introdotto da Pilsudski nel 1926, oltre ad essere stato salutato inizialmente come progressista dallo stesso Partito comunista polacco, fu semplicemente, nell’Europa tra le due guerre mondiali, uno dei tanti casi di Stato forte, che limitò senza sopprimerla la dialettica parlamentare), non ci sembra che il bilancio complessivo sia così rassicurante come lo traccia Basso nel periodo conclusivo:
2. Le implicazioni dello scontro sulla questione nazionale
Il «corso degli eventi» in realtà dimostra tutt'altro. In primo luogo le ripetute esplosioni di crisi della società polacca iniziate a partire dal 1956 e culminate poi nel 1989, e che pur essendo generate da contraddizioni interne sottendevano anche acute tensioni russo-polacche, confermano che la «rinnovata unità» di cui parlava Basso, essendo basata sulla forza delle armi, era in realtà assai fragile e generava spinte opposte e contrarie.
Il nazionalismo polacco è stato rafforzato in primo luogo dall'errore del 1920, quando la risposta sovietica all'aggressione della Polonia di Pilsudski (appoggiata e armata dall'Intesa) non si fermò alle frontiere storiche, ma raggiunse le mura di Varsavia, provocando il «miracolo della Vistola», dovuto non tanto all'intervento del buon dio, come sosteneva la gerarchia cattolica, quanto al timore dei polacchi che nell'Armata Rossa non vedevano lo strumento della rivoluzione proletaria ma quello del ritorno dell'oppressione russa.
Di quell'errore, indubbiamente era stato corresponsabile lo stesso Lenin, anche se il movente non era certo quello di riconquistare i territori dell'ex impero russo, ma quello di aiutare una rivoluzione mondiale che sembrava ancora all'ordine del giorno. La decisione di trasformare la lotta difensiva in controffensiva diretta a Varsavia, fu presa dai bolscevichi in base all'illusoria convinzione che la masse proletarie polacche non attendessero altro per insorgere.
Lenin ritorna nello stesso discorso su altre ripercussioni della guerra russo-polacca:
Risulta evidente che ci fu un errore di valutazione della situazione reale, non una svolta nelle concezioni generali, come sarebbe stata la riduzione della «famosa libertà di separazione» a quella «funzione puramente tattica» di cui parlava Lelio Basso.
Alcune deroghe al diritto all'autodeterminazione ci furono in quegli stessi anni nel Caucaso, e furono inizialmente sottovalutate da Lenin; ma che non si trattasse di un abbandono cosciente di quel principio è confermato in primo luogo dagli ultimi scritti appassionati dedicati dal dirigente bolscevico alla questione nazionale in generale e a quella georgiana in particolare. Basterebbe a questo proposito ricordare gli accenni contenuti nella Lettera al Congresso, più nota come Testa-mento politico:
Lo scritto di Lenin insisteva sul ruolo di quell'apparato «che noi chiamiamo nostro», ma che «in realtà ci è ancora profondamente estraneo» e che «rappresenta il filisteismo borghese e zarista». Un apparato «la cui trasformazione in cinque anni, mancando l'aiuto di altri paesi e prevalendo le "occupazioni" della guerra e della lotta contro la fame, non era assoluta-mente possibile».
A questo proposito Lenin si riferisce per due volte a Stalin come «Dier-gimorda» (il «rozzo» poliziotto «veramente russo» dell'Ispettore generale di Gogol).
In entrambi i casi l'allusione è piuttosto esplicita:
E ancora più chiaramente, poche pagine dopo, spiegava che il poliziotto «veramente russo» poteva benissimo essere nato in Georgia:
Il Testamento politico di Lenin conferma invece una grande lungimiranza nel cogliere il nesso tra le violazioni dei diritti delle minoranze nazionali (e ancor più di quelli delle nazioni che liberamente si erano associate su basi paritetica alla Repubblica sovietica russa) e una possibile involuzione complessiva dello Stato sovietico.
Ma nelle opere di Lenin, vera miniera inesauribile di spunti stimolanti ed esempio inimitabile di dialettica, si trovano molti altri scritti che confermano che le indicazioni del Testamento non erano frutto di un tardivo ripensamento o peggio ancora di una attenuata lucidità. Pochi mesi prima, il 6 ottobre 1922, aveva inviato ad esempio un Biglietto all'Ufficio politico sulla lotta contro lo sciovinismo di grande potenza che diceva testualmente.
Dichiaro guerra mortale allo sciovinismo grande-russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani.
Bisogna assolutamente insistere affinché il CEC federale sia presieduto a turno da:
un russo
un ucraino
un georgiano ecc.
assolutamente!
Ma anche prima di quell'ultimo drammatico anno Lenin aveva ribadito la sua convinzione che non si dovesse imporre in nessuna maniera l'unione alle nazionalità non russe, e che ogni nuova repubblica sovietica (di cui si auspicava la moltiplicazione, indipendentemente dall'appartenenza originaria all'impero russo o ad altri Stati) dovesse avere il suo esercito e la sua politica autonoma.
Lo aveva scritto molte volte nel 1917, bollando l'ipocrisia dei Keren-skij che parlavano dell'Algeria o dell'Irlanda senza parlare dell'Algeria russa o dell'Irlanda russa, come chiamava l'Ucraina, l'Armenia, la Finlandia, il Turkestan (che in decine di scritti, non solo contingenti o polemici, definisce «colonie» dell'impero russo)
Sull'Ucraina ritorna più volte:
La democrazia rivoluzionaria della Russia, se vuol essere veramente rivoluzionaria, se vuol essere una vera democrazia, deve rompere con questo passato, deve riconquistare a se stessa, agli operai e ai contadini della Russia, la fiducia fraterna degli operai e dei contadini dell'Ucraina. E non può farlo senza riconoscere pienamente i diritti dell'Ucraina, compreso il diritto alla libera separazione.
A chi obiettasse che essendo uno scritto del giugno 1917 potrebbe trattarsi di «tattica», si può rispondere in primo luogo che per i marxisti rivoluzionari come Lenin non era neppure concepibile quella «tattica» divergente dalla strategia e indipendente o contrapposta ai princìpi che diverrà invece pratica corrente nel periodo staliniano e che rimane ancora oggi nel senso comune di vecchie e «nuove» sinistre anche nel nostro paese.
Ma ancor più significativa è la lettera inviata a Ordzonikidze il 2 marzo 1921, dopo la conquista del potere da parte dei comunisti georgiani. La riproduciamo pertanto integralmente.
Orgionikidze. Baku 2-III-1921
Trasmettete ai comunisti georgiani e particolarmente a tutti i membri del Comitato rivoluzionario georgiano il mio caloroso saluto alla Georgia sovietica. Vi prego particolarmente di farmi sapere se vi è tra noi e loro un accordo completo su questi tre problemi:
Primo: bisogna armare immediatamente gli operai e i contadini poveri, per creare un forte esercito rosso georgiano.
Secondo: è necessaria una particolare politica di concessioni verso gli intellettuali e i piccoli commercianti georgiani. Bisogna capire che non soltanto non conviene nazionalizzarli ma bisogna anche sopportare determinati sacrifici pur di migliorare la loro situazione e di lasciar svolgere loro il loro piccolo commercio.
Terzo: è infinitamente importante cercare un compromesso accettabile per fare blocco con Giordania o con i menscevichi georgiani come lui, che prima ancora dell'insurrezione non erano del tutto contrari all'idea di un regime sovietico in Georgia a determinate condizioni.
Vi prego di ricordare che le condizioni interne e internazionali della Georgia non esigono dai comunisti georgiani l'applicazione degli schemi russi, ma un'elaborazione abile e duttile di una tattica originale, basata su un atteggiamento più conciliante verso gli elementi piccolo-borghesi di ogni tipo.
Attendo una risposta
Nei mesi successivi, prima di cominciare la sua battaglia sulla «questione georgiana», Lenin aveva tempestato di telegrammi i dirigenti delle repubbliche caucasiche insistendo nello stesso senso, sia sul terreno del rispetto delle particolarità e delle forze politiche locali, sia per la costituzione di un'armata rossa autonoma.
Anche Trotskij espresse a più riprese concetti analoghi, e dedicò successivamente vari scritti soprattutto alla questione dell'Ucraina. A proposito di quella fase, in uno dei suoi ultimi scritti rimasto in parte allo stato di abbozzo, Trotskij aveva osservato che, se l'intervento militare ebbe pieno e facile successo e non provocò neppure nessuna complicazione internazionale (a parte una nuova campagna anticomunista da parte della II Internazionale, che aveva dedicato molta attenzione alla Repubblica georgiana inviandovi nel settembre 1920 una delegazione al più alto livello tra cui spiccavano Kautsky, Vandervelde e Ramsay MacDonald), in realtà «il metodo di sovietizzazione della Georgia ebbe un gravissimo significato per gli anni successivi» :
Siamo arrivati a sfiorare il tema della verifica della validità delle indicazioni leniniane sulla questione nazionale. Non si può negare che alcune delle cause dell'esplosione dell'URSS (almeno per quanto riguarda il Caucaso) vadano ricercate in avvenimenti e scelte dei primi anni dopo la rivoluzione, di cui Lenin fu inizialmente corresponsabile; ma non c'è dubbio che in primo luogo si trattava di deroghe di fatto ai princìpi sempre ribaditi, e che Lenin seppe rendersi conto del pericolo nel giro dei pochissimi anni di vita che gli restavano, dedicando al tentativo di correggerli le ultime energie.
Ancora più importante è tuttavia che quelle deroghe di fatto vennero erette a principio da Stalin e dai suoi successori, compreso Gorbaciov, che innescò la prima esplosione di conflitti etnici degli anni Ottanta con la destituzione del segretario del partito del Kazachstan, Kunaev (un brezneviano corrotto ma kazacho), sostituito con Kolbin, rinnovatore efficiente e presumibilmente onesto, ma russo.
Il bilancio delle conseguenze delle brutali annessioni del 1939-1941 concordate con Hitler nei Protocolli segreti annessi al Patto Rib-bentrop-Molotov, e poi confermate nel contesto degli accordi impropriamente detti di Yalta, può cominciare ad essere fatto alla luce dell'esplosione delle tendenze separatiste (economicamente irrazionali, ma radicate in un profondo risentimento popolare) nel Baltico, in Moldavia, nelle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia.
La politica di deportazioni di interi popoli «puniti» per le colpe vere o presunte di alcuni, la soppressione o discriminazione delle lingue della maggiori nazionalità, la cancellazione perfino di ogni autonomia culturale per la popolazione ebraica, la riduzione a pura finzione dell'e-sistenza dei partiti comunisti delle varie repubbliche, gli spostamenti arbitrari di confini interni e di quelli esterni (di cui il caso tedesco e quello ungherese sono solo i più macroscopici), hanno innescato una serie di bombe a orologeria la cui esplosione è stata tanto più violenta in quanto è stata differita a lungo dal regime staliniano e post-staliniano.
Tutti coloro che nel movimento comunista occidentale avevano esaltato la realpolitik staliniana, anche quando appariva sempre più modellata su quella delle potenze imperialiste, al punto di trovare elogiatori significativi in Ribbentrop e in Churchill, tutti coloro che hanno creduto di potere abbandonare o ridimensionare come «tattica» e quindi contingente e caduca la parola d'ordine leniniana dell'autodecisione, oggi possono riflettere su cosa fosse veramente «realistico», contemplando le rovine del sistema «incrollabile» costruito da Stalin e difeso accanitamente dai suoi epigoni.
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Rosa Luxemburg naturalmente non ha nulla a che vedere con gli errori e i crimini di Stalin, che tra l'altro la detestò come una «variante polacca del trotskismo» e la esorcizzò con il silenzio più che con la denigrazione. Va segnalato tuttavia che lo stesso Nettl, il più importante biografo della Luxemburg e suo indiscusso ammiratore, ammette che Stalin utilizzò a volte, sia pure con la sua consueta rozzezza, alcuni argomenti di Rosa:
Il rispetto e l'ammirazione che Rosa Luxemburg merita soprattutto per la sua coraggiosa battaglia contro la guerra, per la sua precoce identificazione del pericolo della burocrazia e del centrismo nella So-cialdemocrazia tedesca e internazionale, e anche per molti suoi contri-buti teorici (compresa quella Accumulazione del capitale che Lenin criticò a mio parere a torto), non cancellano il fatto che sulla que-stione nazionale essa avesse frainteso completamente la politica dei bolscevichi e avesse dunque proposto soluzioni pericolose ed erronee.
Quando nel 1921 Lenin venne a conoscenza dello scritto su La rivo-luzione russa attraverso l'utilizzazione scandalistica che ne faceva Paul Levi, rispose con le parole di «una buona fiaba russa»:
1 La delimitazione al solo dibattito del 1918 e alle sue premesse immediate negli anni della guerra è dovuta sia a ragioni di spazio, sia alla notevole diversità dei problemi che si ponevano nella fase in cui il dibattito si sviluppava esclusivamente a livello teorico senza scontrarsi con i problemi della sua concretizzazione. Anche questo saggio era apparso su "Marx 101" e poi come capitolo del libro Il filo spezzato, cit.
2 Naturalmente anche Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa e gli altri scritti del 1903-1904 contro le tesi leniniane sul partito hanno goduto di una certa fortuna, anche se sono stati usati soprattutto per fini tattici, cioè per prendere le distanza dal bolscevismo, nascondendosi dietro un nome prestigioso (e senza tenere conto minimamente dell’evoluzione successiva del pensiero e dell’azione di Rosa Luxemburg). La stessa sorte, per le stesse ragioni, e con la stessa indifferenza per la riflessione successiva dell’autore, è toccata agli scritti di Trotskij in quegli anni. Cfr. quanto scriviamo a questo proposito in Lenin, Rosa e il partito.
3 Rosa Luxemburg, Scritti scelti, a cura di Luciano Amodio, Einaudi, Torino, 1975, p. 568.
? Ivi, p. 577. Il riferimento positivo al giacobino Marat conferma che le polemiche contro «il giacobinismo» di Lenin sono lontanissime, e soprattutto che Rosa ha ricavato dalle esperienze più recenti una sostanziale correzione di linea sulla questione del partito.
5 Particolarmente acuta l'osservazione sulla specularità tra la contrapposizione kautskiana di dittatura e democrazia e quelle operate da Lenin e Trotskij. Rosa è decisamente per la dittatura del proletariato, ma sottolinea che «questa dittatura consiste nel sistema di applicazione della democrazia non nella sua abolizione». Ivi, p. 605.
6 Ivi, p. 599.
7 Ivi, p. 605.
8 Ivi, pp 605/ 606. Con lo stesso spirito internazionalista e la stessa severità verso il proprio movimento operaio, Rosa aggiungeva poco dopo: «Hanno voglia di gridare i socialisti governativi tedeschi che il dominio bolscevico in Russia è una caricatura della dittatura del proletariato. Se è stato o se è vero lo si deve all’atteggiamento del proletariato tedesco, di cui quello bolscevico non è che una conseguenza e che è stato una caricatura della lotta di classe socialista. Siamo tutti sotto la ferula della storia e l’ordinamento socialista è attuabile solo internazionalmente». Ibidem.
9 Ibidem.
10 Ivi, pp. 606-607.
11 Ivi, p. 607.
12 Ivi, p. 582. Lo stile conferma che questa parte era ancora appena abbozzata a livello di appunti sommari.
13 Ivi, p. 580.
14 Ivi, p. 582.
15 Ivi, p. 580.
16 Ivi, p. 581.
17 Ivi, pp. 581-582.
18 Lo strato capitalistico nelle campagne si era ormai consolidato e colpirlo con mezzi puramente economici era divenuto molto più difficile. Cfr. Moshe Lewin, Economia e politica nella società sovietica, Editori Riuniti, Roma, 1977. L’accusa all’Opposizione di sinistra di avere anticipato Stalin ripetutamente mossa da più parti (e ripresa oggi in Russia da Volkogonov, consulente storico prima di Gorbaciov e ora di Eltsin) è grottesca, e con la stessa logica si potrebbe accusare anche Rosa dei crimini di Stalin. In realtà l’Opposizione di sinistra aveva proposto nel 1923 di incoraggiare i contadini ad associarsi in cooperative sviluppando un’industria leggera finalizzata ai loro bisogni e che doveva offrire un incentivo materiale a chi aderiva alle aziende collettive. Chi definisce questa proposta uguale alla tardiva e brutale collettivizzazione forzata staliniana, potrebbe anche sostenere tranquillamente che non c'è differenza tra uno stupro a mano armata e un rapporto sessuale tra due innamorati.
19 Gyorgy Lukács, Osservazioni critiche sulla «Critica della rivoluzione» di Rosa Luxemburg, in «Mondo Operaio», n. 10-11, ottobre-novembre, 1957.
20 Ad esempio c'era stato l’appoggio di Lenin a Radek, quando era stato non solo espulso dall’ipercentralizzato partito SPKPL, ma duramente calunniato da Rosa... Rosa aveva ricambiato con denunce sullo «scissionismo» della frazione leninista (Lenin, Opere, vol.XX, cit., p. 476). Aspre e frequenti anche le polemiche di Lenin con Rosa perché si trovava in pessime compagnie, cioè con gli sciovinisti russi (ivi p. 41), mentre la sua organizzazione veniva definita «il circolo tyszksta diTyszka e di Rosa Luxemburg», di cui si diceva che «non rappresentava gli operai socialdemocratici polacchi» (Ivi, p. 54; cfr anche le pp. 395, 402, 406, 423 e passim).
21 R Luxemburg, Scritti scelti, cit., p. 583.
22 Ivi, pp 583-584.
23 Ivi, p. 584.
24 Ibidem.
25 Ad esempio, in uno scritto del 1913 in polemica con Semkovski, che sulla «Novaia Rabociaija Gazeta», giornale dei "liquidatori", riprendeva argomenti della Luxemburg, Lenin ridicolizzava come «degna di un allievo di terza ginnasio» la domanda: «Che fare se i reazionari sono in maggioranza?», riferita a un’eventuale Polonia indipendente, chiedendo appunto a sua volta: «E che fare della Costituzione russa se la votazione democratica dà ai reazionari la maggioranza?». Lenin, Opere, vol. XIX, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 505.
26 Ibidem.
27 Lenin, Opere, vol. XXII, p. 347.
28 Ivi, p. 349.
29 Ivi, p. 311.
? R. Luxemburg, Scritti scelti, cit., p. 589.
31 Ivi, p. 587.
32 Ivi, pp. 587-588.
33 Ivi, p. 559.
34 Lenin, Opere, vol. XII, p. 335.
35 R. Luxemburg, Scriti politici, a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 250.
36 Ibidem.
? Ibidem.
38 Lev Trotskij, La mia vita, Mondadori, Milano 1976, p. 423. Isaac Deutscher osservò che «la marcia dell'Armata rossa su Varsavia fu più dannosa per il partito comunista polacco di tutti gli errori veri e presunti di Rosa Luxemburg». Isaac Deutscher, La tragedia del partito comunista polacco, in Lenin. Frammento di una vita e altri saggi, Laterza, Bari, 1975. Sugli aspetti politico-militari di quella guerra cfr. W. Bruce Lincoln, I bianchi e i rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano, 1991, pp. 348-375. Cfr. anche Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria, Bari-Roma, 1988, pp. 73-74.
39 Va segnalato che lo stesso errore in politica agraria era stato fatale l'anno prima alla Rivoluzione dei Consigli in Ungheria. I comunisti ungheresi si opposero decisamente all'aspirazione contadina alla spartizione delle terre, che consideravano frutto della propaganda dei partiti borghesi che volevano «spegnere i conflitti di classe nelle campagne». Bela Szanto, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, ed. Avanti!, Milano, 1921, e reprint Samonà e Savelli, s. d., p. 99. Cfr anche F. L. Carsten, La rivoluzione nell'Europa centrale. 1918-1919, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 249.
40 Lenin, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1967, vol. XXXI, p. 262. Dello stesso fenomeno parla d'altra parte anche Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino, 1964, pp. 1100-1105.
41 Lenin, Opere, vol. XXXI, pp. 262-263. Lenin aggiungeva che «la stampa inglese si è messa in allarme e ha preso a strepitare sul "dualismo di potere". E non aveva torto».
42 Lenin, Opere, vol. XXXVI, 1969, pp. 439-440.
43 Ivi, p. 440.
44 Rinviamo per la ricostruzione di questa fase al bel libro di Moshe Lewin, L'ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969.
45 Ivi, p. 440.
46 Ivi, p. 442.
47 Ivi, pp. 429-430.
48 Ivi, p. 443.
49 La preoccupazione era fondatissima: tale libertà venne ribadita in tutte le Costituzioni, da quella staliniana del 1936 a quella brezeviana del 1978, dato che nessuno si sognava di fare applicare questo come tutti gli altri diritti sanciti sulla carta, e venne cancellata solo in epoca gorbacioviana, quando il risveglio di un'opinione pubblica inquieta cominciava a rendere pericolosa la proclamazione di princìpi astratti di cui qualcuno avrebbe potuto richiedere l'applicazione.
50 Lenin, Opere, vol. XXXIII, Roma, 1967, p. 339.
51 Lenin, Opere, vol. XXV, Roma, 1967, p. 84.
52 Pubblicato sulla «Pravda Gruzii», n. 5, 6 marzo 1921, ora in Lenin, Opere, vol. XXXII, Roma, 1967, p. 144.
53 Leone Trotskij, Stalin, Garzanti, Milano, 1947, pp. 366-367.
54 Sulle cause della sua morte furono sollevati numerosi dubbi in varie epoche, ma è abbastanza probabile che sia stato spinto al suicidio dall'arresto ed esecuzione di suo fratello e dei più stretti amici (tra cui il suo vice Pjatakov e Alioscia Svanidze, fratello della prima moglie di Stalin), e soprattutto da chiari segni che gli si preparava la stessa sorte (tra l'altro una perquisizione del suo stesso appartamento).
55 Peter J. Nettl, Rosa Luxemburg, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 452. Stalin, Opere complete, vol. IV, Edizioni Rinascita, Roma, 1951, p. 45.
56 Ivi, p. 453.
57 Stalin, Opere, vol. II, pp. 330 e 355. Nello stesso scritto, immeritatamente celebre (forse perché poco letto), si dice anche esplicitamente che è impossibile che la socialdemocrazia riconosca il diritto all'autodeterminazione e persino all'autonomia culturale ad esempio ai «tartari di Transcaucasia», perché «significa lasciarli in balia dei mullah reazionari, e che la socialdemocrazia deve condurre »un'agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate" (naturalmente riservandosi il diritto di decidere quali siano nocive o inadeguate...). Ivi, pp. 396 e 401.
58 Lenin, Opere, vol. XXXIII, 1967, p. 189. Questa pagina di Lenin è stata spesso ricordata, omettendo però il riferimento polemico a Levi, Scheidemann e Kautsky, ritenuto evidentemente troppo aspro. Eppure potrebbe essere anche attualizzato, aggiungendo al "pollaio" coloro che ancor oggi credono di potere utilizzare le critiche di Rosa alla «famigerata politica di autodecisione» per giustificare la politica di oppressione nazionale del Kosovo da parte di Milosevic o quella dell'Eritrea da parte di Menghistu. «A ciascuno il suo»!