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DopoRosa
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I “crimini del comunismo” e quelli degli altri (1)
La socialdemocrazia austriaca e l’isolamento della rivoluzione russa
di Antonio Moscato
Silvio Berlusconi ha dichiarato che se si puniscono i popolari austriaci per l’alleanza con Haider, bisognerebbe anche punire il PPI che sta al governo con i “comunisti”. In realtà, se ci si mette su questo terreno, dovrebbe essere punito anche lui, per l’alleanza con i fascisti riverniciati di Fini e ora anche con la Lega, che ammira tanto Haider… Non voglio perdere tempo e spazio su questo, anche perché condivido le perplessità di Raniero La Valle (“Liberazione” del 5/2) sulla ipocrisia di un’Europa che non ha certo le carte in regola, e sul rischio di ripetere l’errore fatto a suo tempo incoraggiando l’Algeria a sopprimere i diritti democratici annullando le elezioni solo perché esse avevano portato (per i gravi errori precedenti del governo) a un inquietante successo dell’integralismo islamico, con i risultati che si sono visti.
Ma dato che Berlusconi è anche l’editore e il grande sponsorizzatore del Libro nero del comunismo, vale la pena di rispondergli più sistematicamente su un altro piano. In primo luogo facendo una sistematica campagna sui crimini del capitalismo, dalle stragi nel mondo coloniale alle guerre sistematiche, dalla distruzione dell’ambiente al più che discutibile e contraddittorio rapporto con la “democrazia” (basterebbe pensare a quanti decenni di lotte del movimento operaio sono stati necessari per strappare il suffragio universale, e per estenderlo poi anche alle donne). Su questo, avendo scritto un intero libro apparso da Teti nel 1999, Il capitalismo reale, non posso certo soffermarmi nello spazio di un articolo.
Il ruolo della socialdemocrazia nel 1918
Ma poiché gli argomenti anticomunisti di Berlusconi sono stati ripresi di fatto da Veltroni (e prima di lui da D’Alema e dallo stesso Occhetto per motivare la “svolta della Bolognina” e l’adesione all’Internazionale socialista), vale la pena di affrontare una questione quasi dimenticata o almeno sottovalutata: la responsabilità della socialdemocrazia europea nell’isolamento della rivoluzione russa, che ne ha facilitato poi l’involuzione burocratica.
Il ruolo di quella tedesca è più noto: avallò, avendo le massime responsabilità di governo, la costituzione di quelle squadracce mercenarie (i “Corpi franchi”) che per prima cosa assassinarono Rosa Luxemburg e Karl Liebkhnecht e centinaia dei militanti spartakisti più esperti, poi furono scagliate contro la “repubblica dei consigli” di Monaco di Baviera. E i “Corpi franchi” erano al soldo del ministero della Difesa guidato dal socialdemocratico Gustav Noske.
Anche la socialdemocrazia austriaca, che sia pure in un piccolo paese aveva non solo un grande peso elettorale ma anche un enorme prestigio internazionale, contribuì a isolare la rivoluzione russa in due momenti delicatissimi: durante le trattative di pace di Brest Litovsk, e durante la fase più drammatica della guerra civile, nella primavera del 1919.
Gli scioperi del gennaio 1918
Il primo caso è quasi sconosciuto in Italia: nel gennaio 1918 una grande ondata di scioperi scosse l’Austria (ma, senza alcun coordinamento diretto, anche la Germania), Su di essa puntarono tutte le loro speranze Lenin e Trotskij, che ritenevano fosse l’inizio della rivoluzione nei due Imperi Centrali.
La documentazione raccolta da Roman Rosdolsky negli archivi di Vienna oltre cinquant’anni dopo, ha permesso di ricostruire quello che Lenin e Trotskij non sapevano né immaginavano. Egli ha ritrovato i telegrammi che si scambiarono il ministro degli Esteri austroungarico Czernin e il presidente del Consiglio Seidler. Czernin era il capo della delegazione alle trattative di Brest Litovsk, ed era allarmatissimo da un articolo apparso il 17 gennaio sull’organo socialdemocratico “Arbeiter Zeitung”, che poneva al governo “condizioni precise” per i negoziati di pace. Czernin chiese a Seidler come mai era stata permessa la pubblicazione di un testo che rivendicava il diritto all’autodecisione delle nazioni, chiedeva garanzie che non sarebbero stati fatti fallire i negoziati di pace per “qualsiasi rivendicazione territoriale”, oltre a presentare altre richieste come la riorganizzazione dei rifornimenti, la democratizzazione delle rappresentanze comunali e la “restituzione ai lavoratori dei diritti di cui sono stati privati tramite la militarizzazione delle fabbriche” (questa richiesta non era in sé meno importante, ma era pleonastica dal momento che i lavoratori si erano ripresi di fatto i loro diritti scioperando).
Czernin era preoccupato anche per le notizie fornite dall’“Arbeiter Zeitung” sul dilagare degli scioperi, in palese violazione delle norme esistenti in tempo di guerra. La risposta di Seidler era brutale: l’articolo non era stato sottoposto né a lui né al ministro degli Interni, per la consueta censura preventiva, ma era stato “presentato come il prezzo da pagare per l’influenza dei dirigenti socialdemocratici sul movimento di sciopero”.
Intanto il conte Czernin telegrafava al suo uomo di fiducia a Vienna, il barone Müller, per sapere se il governo aveva dato effettivamente il consenso a quel programma di pace, e riceveva la risposta che esso era stato “redatto dal deputato Seitz” (uno degli esponenti principali della destra socialdemocratica) “d’accordo con il Presidente del Consiglio von Seidler”. Il giorno dopo lo stesso Müller precisava che Seidler diceva di “non ricordarsi se ha visto la dichiarazione prima o solo dopo che questa era uscita”, ma che comunque “lo scopo della direzione del partito era stato quello di avanzare rivendicazioni che, se accolte (anche parzialmente) avrebbero fatto sì che i lavoratori bloccassero lo sciopero”.
In effetti lo sciopero, che era partito spontaneamente il 14 gennaio a Wiener Neustadt contro la riduzione della razione di farina, e si era esteso il giorno dopo a molte altre località (tra cui Trieste) per arrivare il 16 a Vienna (dove fu totale), era stato proclamato ufficialmente solo il 17 dai sindacati socialdemocratici proprio allo scopo di assumerne la direzione, e …poterlo bloccare. Nei giorni successivi aveva continuato a estendersi a macchia d’olio nell’Alta Austria, nella Stiria e poi nell’intera Ungheria, ma già erano cominciate le trattative che dovevano consentire di cantare vittoria per chiuderlo.
Ma non fu facile: in moltissime fabbriche erano stati eletti Consigli operai, che quasi ovunque respinsero per molti giorni le proposte di accordo; fu costretto a darne notizia anche l’organo socialdemocratico “Arbeiter Zeitung”, che tuttavia insinuò che i “sobillatori” fossero studenti o giovani estranei alla classe operaia, dai nasi piuttosto adunchi. Come stupirsi che in Austria venga fuori un Adler, se la stessa burocrazia socialdemocratica per battere l’opposizione all’interno del suo partito non ha esitato a ricorrere all’antisemitismo?
Una trattativa cinica
Le uniche concessioni concrete del governo riguardavano il miglioramento dei rifornimenti alimentari, che furono immediatamente aumentati nelle zone più calde, e un allentamento del blocco dei salari, mentre sul resto c’erano solo vaghe promesse: erano state accettate “in linea di principio” le richieste di smilitarizzazione delle fabbriche e di democratizzazione delle rappresentanze comunali, rinviate future leggi che non sarebbero mai state fatte, mentre quanto all’autodecisione, si accennava solo alla Polonia, già occupata dalle truppe degli Imperi Centrali, intendendola però come diritto a staccarsi …dalla Russia rivoluzionaria (anzi Seitz in un resoconto sulle trattative ha scritto che nel corso di esse il vecchio leader del partito Victor Adler aveva accennato alla possibilità che “la Polonia avrebbe potuto anche spettare all’Austria attraverso libere elezioni”!)
Ma, alla fine, le ciniche trattative tra il governo e i leader della socialdemocrazia ottennero il loro effetto. Il 24 gennaio lo sciopero era finito quasi ovunque, e il governo cominciò ad arrestare gli irriducibili, condannando inoltre a morte alcuni dei marinai che si erano uniti al movimento. Con metodi analoghi la socialdemocrazia tedesca bloccava gli scioperi (anche lì la repressione successiva condannò a morte alcuni operai e soprattutto i marinai e soldati coinvolti nelle agitazioni).
Ai bolscevichi non rimase che firmare il Trattato di Brest Litovsk, col risultato che non solo in Russia, ma anche in Germania e in Austria ci fu tra i socialdemocratici chi rinfacciò loro di avere ceduto.
Per la rivoluzione russa fu comunque un durissimo colpo: quella terribile “pace”, che strappava alla Russia rivoluzionaria più di un terzo dei suoi territori europei e che innescò una profonda opposizione nel paese, provocò tra l’altro l’uscita dal governo sovietico dei socialrivoluzionari di sinistra (essenziali per mantenere un contatto con i contadini, tra i quali erano assai più radicati dei bolscevichi). Solo a quel momento cominciò la guerra civile, che si alimentava anche con l’accusa di tradimento degli interessi nazionali rivolta a Lenin e Trotskij, accusati di essere “al soldo del Kaiser”.
(1. continua)