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La repubblica dei consigli in Ungheria
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I “crimini del comunismo” e quelli degli altri (2)
Dopo Rosa Luxemburg: le rivoluzioni del 1919 in Ungheria e Baviera
di Antonio Moscato
Nel 1919 nasce l’Internazionale comunista, a cui Lenin aveva pensato fin da quel 4 agosto 1914 che segnò l’esplosione della Seconda Internazionale per la scelta di quasi tutti i partiti socialisti di adattarsi alla propria borghesia e quindi alla guerra mondiale. Ma le condizioni per crearla non ci furono per molto tempo. Chi si opponeva alla guerra era all’inizio isolato nel clima di illusioni su una rapida e facile vittoria.
Emblematico il caso di Rosa Luxemburg, che quel 4 agosto inviò 200 telegrammi ai principali esponenti di quella che era stata la sinistra del partito tedesco per convocare una riunione, a cui si ritrovarono solo in sette. Fu la tremenda esperienza di una guerra mai vista sul suolo europeo, e che coinvolgeva per la prima volta direttamente o indirettamente i civili, a far crescere negli anni successivi l’opposizione ad essa. Il movimento per costruire una Terza Internazionale comunista fu poi polarizzato dal successo dei bolscevichi, che tra il febbraio e l’ottobre del 1917 avevano saputo interpretare le aspirazioni delle masse operaie e contadine, e soprattutto dei soldati esasperati dalla crudeltà del conflitto, ottenendo la maggioranza all’interno dei soviet, e portandoli alla conquista del potere. I militanti socialdemocratici di tutti paesi belligeranti si stupirono, perché il partito bolscevico, che contava nel febbraio 1917 appena 24.000 militanti, era considerato in genere un piccolo partito settario e astrattamente rivoluzionario; eppure era stato l’unico a portare il proprio paese fuori dalla guerra, mentre gli altri partiti socialisti l’avevano accettata e abbellita con motivazioni “di sinistra” (i tedeschi dicevano che dovevano salvare le loro conquiste dalla barbarie zarista, i francesi che il pericolo era quello di finire sotto il tallone di ferro del militarismo prussiano, ecc.).
La divisione tra la destra socialdemocratica che aveva accettato il grande massacro e la sinistra, che per distinguersi da essa assunse il nome di “comunista”, non nacque quindi da astratte polemiche ideologiche, come sostengono i propagandisti del Libro nero del comunismo, ma dalla concretissima questione della lotta contro la guerra e contro i responsabili di essa.
Il terribile 1919
L’Internazionale Comunista nacque in un momento terribile. I bolscevichi erano assediati in un piccolo territorio, non più grande dell’antico Granducato di Moscovia, dalle bande controrivoluzionarie dei “Bianchi” (che tuttavia, in base ai loro progetti, sarebbe stato meglio chiamare “Neri”), sostenute da eserciti e consiglieri militari di 14 paesi, compresa l’Italia.
Anche per questo al congresso di fondazione parteciparono pochi militanti, in genere poco rappresentativi, spesso quelli che per diverse ragioni si trovavano in quei giorni a Mosca, senza molti legami con il proprio paese (per questo il vero congresso di fondazione fu il secondo, che si tenne l’anno successivo, con una partecipazione più qualificata e un dibattito reale e importante). Ma i delegati che si riunirono a Mosca tra il 2 e il 6 marzo del 1919 erano animati da una grande speranza. Gli Imperi Centrali, che poco più di un anno prima avevano imposto alla Russia rivoluzionaria le pesanti condizioni della pace di Brest Litovsk, erano crollati contemporaneamente nei primi giorni di novembre del 1918, travolti dalle loro contraddizioni nazionali e sociali. È vero che già a metà gennaio c’era stato l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebkhnecht, ma si pensava che quel tragico episodio rivelasse la debolezza del nuovo potere e non potesse arrestare il corso della rivoluzione tedesca, tanto attesa dai bolscevichi, che davano anzi per scontato che il suo successo portasse il centro dell’Internazionale da Mosca a Berlino.
Tutte le relazioni dei delegati dell’Europa centrale erano piene di ottimismo sulle prospettive, ed anzi quella del delegato austriaco Grüber provocò un tale entusiasmo che fece ritirare le obiezioni di quello degli spartakisti tedeschi, che fino a quel momento aveva preannunciato un voto contrario alla fondazione dell’Internazionale, e decise invece di astenersi. Se ci fosse stato il suo voto contrario, Lenin avrebbe accettato di considerare quell’incontro non un vero e proprio congresso, ma una riunione preparatoria, dato che appariva impossibile costituire un’Internazionale che non avesse al suo interno la rappresentanza di quello che tutti consideravano il paese chiave in Europa.
La “repubblica dei consigli” in Ungheria
Le notizie fornite dal rappresentante del piccolissimo partito austriaco risultarono basate più sui desideri che sulla realtà, ma appena pochi giorni dopo ne arrivarono di ben più importanti e sicure da Budapest. La giovane repubblica ungherese, sorta nel novembre dalla dissoluzione dell’impero austro-ungarico, era stata privata di molti territori dai paesi confinanti, ed era minacciata da un intervento congiunto degli eserciti cecoslovacco, romeno e jugoslavo, appoggiati da consiglieri francesi. Il presidente, conte Károlyi, che pur essendo un aristocratico era anche un sincero democratico che aveva diviso le sue terre tra i contadini, capì che senza i comunisti non sarebbe stato possibile mobilitare le masse in difesa della repubblica, e sollecitò i socialdemocratici (che erano al governo) a trattare con i dirigenti comunisti (che erano tutti in galera).
Già l’11 marzo 1919 il giovane capo “bolscevico” Bela Kun, dopo aver ricevuto (in prigione!) una delegazione del partito socialdemocratico, formulò un programma comune, che fu accettato dalla prima all’ultima riga. L’unica preoccupazione di Lenin, appena seppe la notizia, fu che l’accordo prevedesse anche l’unificazione dei due partiti, che fu realizzata immediatamente (il 21 dello stesso mese). In quello stesso giorno i comunisti venivano scarcerati e un’assemblea dei Consigli Operai costituiva la nuova repubblica e proclamava la “dittatura del proletariato”.
La repubblica dei consigli fece diversi errori di estremismo, alcuni gravi (una riforma agraria che non dava vantaggi immediati ai contadini, ma li immetteva d’ufficio in aziende statali), altri ingenui, come la nazionalizzazione dei teatri, che parve assurda allo stesso Lenin, che si domandò se non avevano cose più importanti a cui pensare. Ma non furono quegli errori a provocare la sconfitta della rivoluzione dopo 133 giorni di eroica resistenza, bensì l’assedio e poi l’attacco concentrico delle armate romene, serbe e cecoslovacche, guidate da generali francesi. Alle prime difficoltà una parte della burocrazia del partito unificato e alcuni capi militari socialdemocratici tradirono apertamente, e il 1° agosto cominciò la spietata dittatura dell’ammiraglio Horthy, che assassinò migliaia di comunisti in nome della lotta al “terrore rosso” (che non c’era stato affatto).
L’Armata rossa sovietica, a cui era stato chiesto aiuto, non poté darlo perché era impegnata in duri combattimenti a molte centinaia di chilometri di distanza dalle frontiere ungheresi, mentre la vicina e “sorella” repubblica austriaca, alla cui testa c’era un cancelliere socialdemocratico, non mosse un dito, come non aveva fatto nulla in aprile per evitare che i “Corpi franchi” di Noske soffocassero nel sangue un’analoga repubblica consiliare sorta a Monaco di Baviera, quindi in un altro paese confinante.
A liquidare una (effimera e quindi meno nota) repubblica dei consigli della Slovacchia bastarono invece le truppe regolari inviate dal presidente del consiglio cecoslovacco, il socialdemocratico Vlastimil Tusar.
I socialdemocratici austriaci, che pure disponevano di ingente riserve di armi conquistate e occultate al momento del crollo dell’Impero, non si mossero, in base al principio: “la rivoluzione non si esporta”. Ma la controrivoluzione veniva esportata largamente. E, come abbiamo ricordato negli articoli precedenti, alla fine anche la socialdemocrazia austriaca pagherà a caro prezzo la sua scelta di non aiutare i processi rivoluzionari in atto nei paesi limitrofi. Quelle sconfitte (a cui se ne aggiunsero altre gravissime in Germania nel 1921 e nel 1923), per la Russia sovietica, prostrata dalla guerra civile e da un tenace blocco internazionale, significarono una condanna all’isolamento in un paese arretrato e senza risorse tecnologiche, una delle premesse oggettive dell’involuzione successiva. Che è quindi da mettere in conto non al “comunismo”, ma a tutti coloro che si impegnarono a soffocare o fare abortire la rivoluzione europea, di cui quella russa voleva essere solo una parte.
(2. fine)