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Lenin, Rosa e il partito
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Negli ultimi anni il riferimento a Lenin nel dibattito della sinistra italiana è divenuto sempre più raro; si potrebbe aggiungere per fortuna, dato che quasi sempre a Lenin venivano attribuite, anche dagli estimatori e dai presunti eredi, concezioni assai lontane da quelle effettivamente formulate e praticate.
Nel 1918 Rosa si batteva con decisione per trasformare l'informe e semianarchico movimento spartachista in un partito centralizzato, e aveva ripreso anche formalmente molti degli argomenti di Lenin. È noto che la Luxemburg, insieme a Liebkhnecht e ai più sperimentati quadri spartachisti, fu messa in minoranza dalle giovani leve estremiste nel I Congresso della KPD, non solo sulla tattica verso i sindacati o sulla partecipazione alle elezioni, ma anche sulla concezione del partito: per reazione alla rigidità burocratica della SPD, contro cui aveva combattuto per anni, la maggioranza dei giovani delegati rifiutò perfino l'elementare principio della subordinazione delle strutture locali a quelle centrali.
Come è stato possibile allora questo scambio di posizioni? In primo luogo, probabilmente, perché da tempo quasi nessuno si prende la briga di andare a controllare le fonti, in particolare Lenin, che viene pressoché ritualmente esorcizzato e liquidato come "vecchio", mentre risulta ben più "giovane" e in ogni caso straordinariamente più ricco e complesso dei suoi denigratori, i quali si rifanno quasi sempre non a lui, ma alle icone dietro cui si sono nascosti i suoi eredi degeneri.
Non solo: quando gli epigoni hanno cominciato a preoccuparsi sempre meno della giustificazione ideologica del loro operato, e hanno parzialmente adeguato la loro "dottrina" al cinico empirismo che avevano appreso alla scuola di Stalin, nel movimento comunista internazionale è sorta una contestazione che riprendeva nelle sue mani quella "bandiera del marxismo-leninismo" che i dirigenti sovietici - da Chrusciov in poi - avevano non abbandonato ma in un certo senso collocato nel ripostiglio.
Perfino nel tanto citato (quasi sempre a sproposito) saggio su La rivoluzione russa (scritto in carcere e non destinato alla pubblicazione), Rosa aveva reso omaggio in maniera inequivocabile al bolscevismo:
Non si tratta di una affermazione isolata, giacché a più riprese si insiste non solo sui meriti delle «teste forti che stanno alla direzione della rivoluzione russa, Lenin e Trotskij» o della corrente bolscevica, ma si parla esplicitamente del ruolo del partito:
Il partito di Lenin fu così l'unico in Russia a comprendere in quel primo periodo i reali interessi della rivoluzione, esso fu il suo elemento di sprone, in questo senso l'unico partito a svolgere una politica effettivamente socialista.
E più oltre:
C'è perfino il riferimento positivo al giacobino Marat per confermare che le vecchie polemiche sono sepolte. In realtà, tanto Rosa che Trotskij, nel 1903-1904 avevano frainteso il senso della proposta di Lenin, polemizzando con un concetto puramente organizzativo di centralismo. A Lenin viene rimproverato di seguire una politica "ultracentralista", di imporre la composizione dei comitati locali del partito e di soffocare ogni iniziativa della base.
Per Lenin era essenziale che il Partito rivoluzionario riuscisse a fare proprie tutte le rivendicazioni, tutti i movimenti progressisti, anche «semplicemente democratici», di tutte le classi e gli strati sociali oppressi. Il piano strategico centrale del Che fare? consiste in un'attività di partito che integri e raggruppi le ribellioni, i movimenti di protesta e di resistenza elementari, spontanei, sparsi localmente o settorialmente limitati, con un accento sulla centralizzazione politica e non organizzativa, e naturalmente senza quel disprezzo per la spontaneità che viene attribuito a Lenin dagli imbecilli.
Non avendo compreso il nucleo centrale della proposta di Lenin, Rosa era stata sospinta dalla polemica a sviluppare un'altra concezione della formazione della coscienza politica di classe e della preparazione di una situazione rivoluzionaria, sostenendo che «l'esercito rivoluzionario si recluta soltanto nel corso della lotta stessa e soltanto nel corso di questa gli obiettivi della lotta gli si presentano chiaramente». Non solo il tragico epilogo della sua vicenda nel gennaio del 1919, ma decine di altri episodi della lotta di classe confermano che durante un'ascesa rivoluzionaria, quando entrano in campo larghe masse prima spoliticizzate, la sola esperienza diretta non rende loro possibile nei tempi strettissimi imposti dall'avversario, di acquisire una chiara coscienza degli obiettivi di una lotta rivoluzionaria per il potere. Citiamo a questo proposito ancora Mandel:
La stessa incomprensione del concetto politico e non organizzativo di centralismo in Lenin si riscontra nel giovane Trotskij de I nostri compiti politici, che arriva a conclusioni ingenuamente fatalistiche e deterministiche:
È stata proprio la verifica pratica dell'infondatezza di quelle illusioni a spingere Rosa Luxemburg e Leone Trotskij ad accantonare le vecchie polemiche.
Va detto, tuttavia, che le loro critiche non risultano del tutto campate in aria, se si tiene conto non solo del pensiero e dell'operato di Lenin, ma dell'applicazione pratica di esso da parte di molti bolscevichi già in quegli anni (lasciando da parte la questione dell'utilizzazione successiva di singole affermazioni di Lenin da parte di Stalin).
Se lo stesso Lenin doveva relativizzare e prendere le distanze da alcune formulazioni del Che fare? nella nota introduttiva del 1908 a una raccolta di scritti (Dodici anni dopo), lo si doveva proprio alla verifica che egli stesso aveva fatto del fraintendimento di quello scritto non solo e non tanto da parte dei suoi avversari, quanto dei suoi sostenitori meno duttili. La maggior parte dei bolscevichi, per esempio, si mostrò impreparata e disorientata di fronte all'irrompere tumultuoso delle masse nel 1905. Essi stentarono a cogliere il carattere contraddittorio dell'azione del pope Gapon, provocatore al soldo della polizia, ma anche organizzatore di un movimento operaio di massa oggettivamente carico di un grande potenziale rivoluzionario.
È sintomatico che la prima rottura organizzativa avviene tra il 1907 e il 1911, non con i menscevichi ma con gli ultrabolscevichi di «Vperiod» (tra cui Aleksandr Bogdanov, Leonid Krassin, Maksim Gorkij e Anatolij Lunaciarskij); la Krupskaja, nei suoi Ricordi di Lenin, ricorda che volevano preservare la "purezza" e l'inflessibilità del partito contro Lenin, che era disposto invece a sporcarsi le mani nel sindacato e nelle attività elettorali, o nei circoli operai unitari sorti nelle più remote località di provincia. Dopo la rottura i "bolscevichi di sinistra" si ridussero ben presto a una setta sterile, di cui comunque una parte ritornò nel partito nel 1917 (lo stesso Bogdanov, pur non rientrandovi, collaborò a vari livelli con il potere sovietico, facendo tuttavia altri danni: fu il primo teorizzatore della "cultura proletaria").
Naturalmente, quando nel 1911 si delineano i primi segni di una ripresa della lotta di classe, lo scontro con i menscevichi che teorizzano l'impossibilità di un'attività politica rivoluzionaria e si rinchiudono negli angusti margini di un'attività esclusivamente legale (nei sindacati, nelle mutue o nelle associazioni educative tollerate dal governo) si inasprisce e porta alla scissione del 1912; una scissione su basi politiche e programmatiche, più che organizzative, contrariamente alla vulgata di origine staliniana (ma largamente accettata anche dalla nuova sinistra), che in genere retrodata anche la scissione al 1903, come se in quel congresso fossero nati già due partiti e non due frazioni dello stesso partito. Naturalmente si tratta, in primo luogo, di imbarazzo nell'ammettere che i bolscevichi ritenevano legittima e a volte necessaria la lotta di frazione; ma ovviamente all'origine c'è anche la rilettura della storia da parte di chi (e non era solo Stalin) aveva accettato a malincuore la fase unitaria e antisettaria apertasi nel 1905 e la riduceva nella "storia ufficiale" a una pura e semplice parentesi tattica.
È interessante, viceversa, ricordare il giudizio sulla scissione del 1912 espresso a distanza di anni da Trotskij, che allora aveva osteggiato aspramente Lenin in nome dell'unità del partito:
Per comprendere quanto sia stata profonda la trasformazione del pensiero di Lenin nel corso della rivoluzione del 1905 vale la pena di riportare un passo di uno scritto del novembre di quell'anno, che contraddice molte delle affermazioni del Che fare?:
Ammetto di essere stato a lungo convinto da questo argomento. Tuttavia credo che meritino di essere riportati gli argomenti in senso contrario avanzati da Norman Geras, che pure è un convinto assertore della sostanziale giustezza delle concezioni di Lenin.
In primo luogo egli osserva giustamente che non si può giudicare la polemica del 1903 alla luce di quel che Lenin scrive nel 1905 (chi lo criticava allora non poteva ovviamente sapere che cosa avrebbe scritto e fatto due anni dopo), e che comunque il fatto che Lenin avesse complessivamente ragione non esime dal distinguere nei suoi scritti quel che era giusto dalle semplificazioni o dai veri e propri errori che potevano indebolire la sua proposta, come ovviamente non si può escludere che negli scritti di chi "aveva torto" potessero esserci alcune analisi penetranti e alcune intuizioni premonitrici.
Geras teme soprattutto che si affermi (o meglio si consolidi) una visione "provvidenziale" di quel dibattito («certo, Lenin semplificava nel 1902, ma per fortuna nel 1905 è stato pronto a correggere gli errori dei suoi discepoli, e tutto è andato per il meglio»).
È evidente, scrive Geras, che qui Lenin «torce il bastone» un po' troppo, perché lascia credere che in certe circostanze ci sarebbe qualcosa di meglio della democrazia interna. L'argomentazione principale di Lenin non è in discussione, ma c'è un'esagerazione polemica ingiustificata. E infatti nel 1905 le conseguenze si vedono, quando certi uomini del partito, educati alla lettura del Che fare?, accusano Lenin di volere giocare alla democrazia, o rispondono in modo settario all'apparizione spontanea di istituzioni "fuori partito" come i soviet. Norman Geras conclude:
Credo necessario a questo proposito sottolineare che non è corretto attribuire ai due grandi rivoluzionari che si contrapposero a Lenin nei dibattiti del POSDR e della II Internazionale agli inizi del secolo una vera e propria "premonizione" dell'involuzione dello Stato sovietico e del Partito comunista delineatasi a partire dagli anni Venti: le cause di quell'involuzione, e a maggior ragione della successiva degenerazione, non vanno cercate in qualche errore teorico o in qualche meccanismo statuario, ma in primo luogo nell'arretratezza russa in cui la rivoluzione rimase rinchiusa per una serie di fattori concomitanti (l'aggressione imperialista, il tradimento delle socialdemocrazie europee, l'inesperienza e gli errori estremistici di gran parte dei giovani partiti comunisti, ecc.).
E se le proposte dell'Opposizione di sinistra, che tentò di opporsi a quell'involuzione, furono facilmente sconfitte, ancora una volta non lo si deve soltanto o soprattutto ai suoi errori politici (che naturalmente vi furono) ma alla terribile debolezza della classe operaia russa, su cui aveva puntato tutte le sue carte e che praticamente non esisteva più. Le fabbriche che avevano avuto un ruolo essenziale nella rivoluzione del 1905 e in quella del 1917 erano state scompaginate dalla guerra civile: spesso erano state chiuse per mesi e perfino per anni per mancanza di combustibile, di pezzi di ricambio, di materie prime; gli operai più coscienti erano andati a combattere nell'Armata Rossa, e quelli di loro che non vi erano morti erano spesso diventati ufficiali o quadri politici in una lontana città, mentre il grosso era tornato per sfamarsi ai villaggi da cui proveniva (al massimo da una generazione o due, data la recentissima industrializzazione della Russia zarista).
Gli operai che riempiono le fabbriche che si riaprono durante la NEP o quelle nuove costruite durante l'industrializzazione successiva non hanno tradizioni di lotta, non hanno legami tra loro, sono piegati da anni di dura lotta per la sopravvivenza. Chi entra nel partito con la “leva Lenin” viene indottrinato con i nuovi catechismi e non è certo sensibile alle complesse tematiche dell'Opposizione, largamente basate su una valutazione della situazione internazionale e praticamente incomprensibili a quegli operai senza esperienza di lotta.
Tuttavia è interessante notare che Trotskij, pur nell’asprezza e nella forzatura di quelle polemiche, aveva colto già nel 1905 un problema reale che si sarebbe posto dopo la vittoria del proletariato:
Al di là della polemica contingente (rivolta soprattutto contro la delegazione degli Urali, che si riallacciava a Lenin forzandone il pensiero in senso ipercentralistico ed autoritario) Trotskij anticipava uno dei temi che gli sarà caro in tutto l'arco delle sue battaglie politiche e che lo porterà per primo a teorizzare (in polemica non solo con Stalin, ma anche con Bucharin) la necessità del pluralismo politico nell'Urss (oltre che del ripristino della dialettica interna al partito):
Trotskij concludeva allora ottimisticamente che «un proletariato capace di esercitare la propria dittatura sulla società non sopporterà nessuna dittatura su se stesso». Naturalmente, non si nascondeva che la classe operaia, anche dopo la vittoria «conterà tra le sue file troppi invalidi politici, e si trascinerà dietro troppa zavorra ideologica», e che «dovrà ripulire la propria coscienza dalle false teorie, dai modi di pensare borghesi». Ma, aggiungeva, non si può attuare «una sostituzione di questo complesso compito ponendo al di sopra del proletariato un gruppo ben selezionato di persone oppure un'unica persona munita del diritto di sciogliere o di degradare».
Non poteva sospettare ancora - come tutti, d'altra parte, incluso lo stesso Lenin, in quel 1905 - la durezza dei colpi che la controrivoluzione avrebbe inferto al proletariato russo negli anni della guerra civile, riducendone il peso sociale e politico. In ogni caso, quella lontana prefigurazione dei problemi e delle false soluzioni possibili non toglie a Trotskij la corresponsabilità nell'atto più gravido di conseguenze negative: la soppressione "temporanea" del diritto di frazione decisa nel X Congresso del 1921.
La comprensione di quell'errore, va detto, non tardò molto e non aspettò certo l'allontanamento dal potere. Al contrario, già nel corso del 1923, non solo Trotskij, ma altri 46 importanti quadri del Partito bolscevico avevano cominciato a parlare dell'involuzione del partito stesso, non in termini di attacco ai dirigenti emergenti, bensì di riflessione autocritica:
I "quarantasei" precisavano che l'involuzione si stava concretizzando in un ricorso generalizzato al «reclutamento unilaterale di individui» inseriti in una «gerarchia segretariale» nominata dall'alto, mentre la base del partito non partecipava più all'attività:
Il dato più significativo è tuttavia l'esplicita assunzione di responsabilità per le scelte degli anni precedenti.
Quel processo fu ignorato da gran parte del movimento operaio occidentale, proprio negli anni in cui l'involuzione non era ancora irreversibile. Un’eccezione (cui vogliamo richiamarci) fu quella di Gramsci con la sua lettera del 1926, da cui varrebbe la pena di ripartire per una vera e credibile rifondazione comunista.
1 Questo articolo segue la traccia della relazione svolta il 3 marzo 1992 a Roma nel Seminario delle redazioni delle riviste per la rifondazione comunista su "La forma partito". È apparso già su "Marx 101" e come capitolo del libro Il filo spezzato, Adriatica, Lecce, 1996.
2 Ad esempio, Giovanni Russo Spena, nella relazione al VI Congresso di Riva del Garda, il 4 maggio 1988, aveva scritto che l'esperienza sandinista aveva «spiegato in maniera definitivamente persuasiva» che «nel 1918 aveva ragione Rosa Luxemburg e avevano torto i bolscevichi (a p. 86 dell'opuscolo La forza del progetto, il realismo dell'utopia). Anche Luigi Vinci ha fatto recentemente un elogio della «splendida polemica di Rosa Luxemburg nel 1918 contro l'ipercentralismo bolscevico» (Luigi Vinci, Economia di transizione e democrazia politica, in «Notiziario comunista», 13 febbraio 1992). Colpisce in entrambi il riferimento al 1918, basato evidentemente su una reminiscenza dello scritto su La rivoluzione russa, che contiene critiche interessanti che meritano di essere discusse, ma su altri problemi: ad esempio, Rosa critica l'assegnazione della terra ai contadini, ma sorvola sul fatto che non era stata una scelta soggettiva dei bolscevichi; essa considera anche un errore il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione. Rosa coglieva bene i pericoli rappresentati dalla costituzione di uno strato piccolo borghese e borghese nelle campagne, tendenzialmente ostile alla rivoluzione, e dall'utilizzazione dell'autodeterminazione da parte delle classi possidenti baltiche e polacche; ma, alla luce di quel che è accaduto successivamente (pensiamo tanto alla collettivizzazione forzata, quanto ai guai provocati dall'abbandono del rispetto dell'autodecisione in epoca staliniana), ci sembra difficile dire che avesse ragione lei e avessero torto i bolscevichi.
3 È interessante a questo proposito confrontare gli scritti raccolti da Basso nell'antologia di Scritti politici pubblicata dagli Editori Riuniti con quelli scelti da Luciano Amodio nel 1963 per le edizioni Avanti! (poi più volte ristampati da Einaudi), che permettono di valutare meglio la riflessione di Rosa nel corso delle ultime fasi della sua vita, in cui comprese drammaticamente che la classe operaia tedesca aveva tempi strettissimi che non le avrebbero consentito di ricavare tutte le lezioni necessarie per evitare la sconfitta della rivoluzione. Negli ultimi articoli Rosa sembra avere accantonato persino le sue critiche ai bolscevichi sullo scioglimento dell'Assemblea costituente, nel momento in cui anche per la Germania contrappone la generalizzazione dei consigli (la versione tedesca dei soviet) alla partecipazione alle elezioni.
4 Una sintesi efficace e convincente dei termini reali del dibattito tra Rosa e Lenin è apparsa in un saggio di Ernest Mandel, Che cos'è la teoria leninista del partito, in Ernest Mandel, Livio Maitan, Il partito leninista, in «Quaderni di Bandiera Rossa», Samonà e Savelli, Roma 1972. Si veda anche Livio Maitan, Gli strumenti di lotta della classe operaia, in Storia del marxismo, Feltrinelli, Milano 1977. Molto utili sono i saggi di Norman Geras e Paul Le Blanc, raccolti in Marxisme et parti, 1903-1917 (Lénine, Luxemburg, Trotsky), in «Cahiers d'étude et recherche», n. 14, 1990.
5 Peter J. Nettl, Rosa Luxemburg, Il saggiatore, Milano 1970, vol. II, pp. 26-29, 138-152. Va detto che nel corso della rivoluzione tedesca Rosa e Radek si trovarono a collaborare e riuscirono perfino a ristabilire un rapporto personale corretto a partire dalla forte convergneza politica sui compiti del momento.
6 Giuliano Procacci ha ricostruito in un ampio saggio, apparso inizialmente a puntate su «Critica marxista» e poi pubblicato in volume (Giuliano Procacci, Il partito dell'Unione Sovietica (1917-1945), Laterza Bari 1974) i criteri di funzionamento del Partito bolscevico nei primi anni dopo la conquista del potere. Tra i dati più sorprendenti l'esiguità dell'apparato permanente finché fu affidato a Jakov Sverdlov, e l'esistenza in periferia di un gran numero di organizzazioni "unificate" con i menscevichi ancora nell'agosto del 1917. Ancora nel 1919, nonostante reiterate sollecitazioni, l'ufficio di segreteria riceveva rapporti solo da tre governatorati su 36 e 52 uezd su 219. Anche il termine militaresco disciplina, che a noi sembra indissolubile dall'idea di partito bolscevico più accreditata, entrò nello Statuto solo nel 1919, in piena guerra civile e su proposta di Zinov'ev (che ebbe non poche responsabilità nell'esportazione nei partiti del Comintern di una "bolscevizzazione" basata più sui metodi autoritari affermatisi durante la guerra civile che sulla pratica reale dei bolscevichi durante la lotta per il potere). Naturalmente la maggiore responsabilità per l'immissione nel linguaggio bolscevico di termini militareschi ed ecclesiastici (uniti nella famosa definizione del partito come «una specie di ordine dei portaspada») è di Stalin. Cfr a questo proposito Valentino Gerratana, Stalin, Lenin e il marxismo-leninismo, in Storia del marxismo, vol. III: Il marxismo nell'età della Terza Internazionale, Einaudi, Torino, 1981, t. II, pp. 176-177.
7 Paradossalmente, il ritorno di Leningrado al vecchio nome e l'eventuale sepoltura della salma in un normale cimitero, pur assumendo ovviamente oggi un significato diverso, rappresentano la fine di un lungo oltraggio a Lenin.
8 Ovviamente il termine "leninismo" è stato creato dopo la morte di Lenin ed era precedentemente letteralmente inconcepibile. Cfr la scheda su Il culto di Lenin, in Antonio Moscato, Intellettuali e potere in URSS (1917-1991), Milella, Lecce, 1986, pp. 32-34.
9 In genere tuttavia l'uso "antileninista" del Trotskij de I nostri compiti politici o del Rapporto della delegazione siberiana è assai più ridotto, non tanto per la sconfessione di quegli scritti giovanili da parte del Trotskij maturo, quanto per il perdurare di un pregiudizio antitrotskista che si esprime soprattutto con il silenzio o con il riferimento a Trotskij solo all'interno di un'amalgama con altri nomi respingenti (prevalentemente con lo stesso Stalin, come si usa ancora largamente nella stessa URSS). Cfr. in proposito la mia recensione all'opera su Stalin del consigliere "storico" di Gorbaciov prima e poi di Eltsin, il generale Volkogonov, in «Marx 101», n. 7.
10 Il metodo di estrapolare delle idee dal contesto storico e di prescindere da ogni verifica della loro applicazione è abitualmente utilizzato da una vasta area di intellettuali della sinistra italiana. Si pensi alla fortuna che ha avuto, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, l'austromarxismo, a cui hanno fatto riferimento esplicito o di cui hanno utilizzato le raffinate teorizzazioni sulla "terza via tra bolscevismo e socialdemocrazia" molti dirigenti comunisti (in particolare Trentin e Ingrao). In particolare, è stata elogiata la scelta di evitare di contrapporre i consigli operai allo Stato, puntando invece a una loro integrazione per "democratizzarlo dal basso". A nessuno dei tanti apologeti dell’austromarxismo è mai venuto in mente di fare riferimento all’esito catastrofico di quella scelta, che era stata teorizzata da Bauer, ma praticata nel 1918-1919 anche dalla Socialdemocrazia tedesca (compresa l'ala centrista), che si era battuta - contro Rosa Luxemburg e Karl Liebkhnecht - per evitare che i consigli si coordinassero e organizzassero su scala nazionale, come era accaduto nella Russia del 1917. Esemplare il libro sull'austromarxismo del capofila di tale scuola, Giacomo Marramao, che sorvola tranquillamente sul fatto che l'enorme potenziale dalla Socialdemocrazia austriaca (che aveva il 70% dei voti a Vienna, e disponeva perfino di una milizia operaia armata più numerosa dell'esercito nazionale) è stato lasciato logorarsi e disperdersi dal cieco opportunismo di quei raffinati dirigenti, fino al momento in cui (nel 1934) la destra clericale ha avuto la possibilità di prendere l'iniziativa, sferrando il colpo decisivo. Cfr. Giacomo Marramao, Austromarxismo e socialismo di sinistra fra le due guerre, La Pietra, Milano, 1977 e la mia Introduzione al bel libro di Roman Rosdolsky, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria; La terza via dell'austromarxismo, Celuc, Milano, 1979 (ora riproposto nel 2007 con un'ampia nuova introduzione dalla Argo di Lecce, col titolo Trockij e la pace necessaria); cfr. anche Livio Maitan, Il ritorno dell'austro-marxismo, in «Critica comunista», n. 7, aprile-maggio 1980.
11 Rosa Luxemburg, Scritti scelti, a cura di Luciano Amodio, Einaudi, Torino 1975, p. 568.
1212 Ivi, p. 573.
13 Ivi, p. 577.
14 E. Mandel, op. cit., p. 29.
15 R. Elobaum, Feliks Dzierzynski and the SDKPiL: A Study of the Origins of Polish Comunism, Columbia University Press, New York 1984, riassume in questi termini la Weltanschauung del “lussemburghismo”: «la valorizzazione del programma massimo, l'indifferenza per gli strati non proletari della popolazione, l'opposizione inflessibile e permanente alla rivendicazione dell'indipendenza polacca, il carattere territoriale e non nazionale del lavoro del partito». Cit. in Paul Le Blanc, Lénine et Rosa Luxemburg sur l'organisation révolutionnaire (le débat de 1904 et ses suites), in N. Geras, P. Le Blanc, op. cit., p. 6.
16 E. Mandel, op. cit., pp. 31-32.
17 Lenin, Trotskij, Luxemburg, Rivoluzione e polemica sul partito, introduzione a cura di Giuseppe Bedeschi, Newton Compton, Roma, 1973, pp. 288, 236-237.
18 Si veda in proposito quanto scrive V. Gerratana, op. cit., pp. 165-185.
19 Lenin, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1961, pp. 24-25. Cfr. anche pp. 358-362.
20 Ivi, p. 358.
21 Trotskij, Stalin, Garzanti, Milano, Varese 1947, p. 158.
22 Va tuttavia ricordato che pur “storcendo” a sua volta “il bastone" nella polemica con ingenue esaltazioni della spontaneità delle masse, Trotskij era lontano dal negare il ruolo di avanguardia del partito. Si veda quanto scriveva nel marzo del 1905: «non è necessario scatenare la rivoluzione, essa è già scatenata; tutto il nostro compito consiste nel preparare la sua vittoria. Come? Con l'introduzione di elementi di organizzazione tecnica e politica nella spontaneità rivoluzionaria che si è scatenata». (Lev D. Trockij, Lettere politiche, in Giorgio Migliardi, Lenin e i menscevichi. L'«ISKRA» (1900-1905), La Pietra, Milano, 1979, p. 285.
23 Si veda in particolare quanto scriveva Fjodor Dan, in: Julij Martov, Fjodor Dan, Storia della socialdemocrazia russa, Feltrinelli Milano, 1973, pp. 206-207.
24 Cfr. Monty Johnstone, Uno strumento politico di tipo nuovo: il partito leninista d'avanguardia, in Storia del marxismo, cit., t. I, pp. 301-326.
25 Sulla riorganizzazione del partito, in Lenin, Opere, cit., vol. X, pp. 22-23.
26 Vladimir Ilic Lenin, Che fare?, a cura di Vittorio Strada, Einaudi, Torino, 1971, pp. 281, 474.
27 Lenin, Trotskij, Luxemburg, op. cit., p. 170.
28 Norman Geras, Lénine, Trotskij et le parti, in N. Geras, P. Le Blanc, op. cit., pp. 31-32.
29 Probabilmente l'analisi del ruolo conservatore della burocrazia dei partiti operai, anche prima della conquista del potere, rappresenta uno dei contributi più importanti di Rosa Luxemburg al marxismo rivoluzionario. È a partire da quell'analisi che il Trotskij degli anni Trenta (il più lucido e calunniato) ha potuto cogliere le contraddizioni profonde della burocrazia sindacale e di partito anche nei paesi capitalistici avanzati, comprendendo le ragioni profonde del suo "legame di ferro" con la democrazia sovietica.
30 Rosa Luxemburg, Scritti politici, a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, Roma 1976.
31 Lenin, Trotskij, Luxemburg, op. cit., pp. 352-353.
32 Ivi p. 353.
33 Democrazia e centralismo. Il dibattito nel PCUS 1923-1924, a cura di Anna Di Biagio, Il Saggiatore, Milano, 1978, pp. 58-59. Il tono della critica e gli argomenti addotti rivelano l'infondatezza della tesi che attribuisce all'Opposizione di sinistra una demonizzazione dell'avversario speculare a quella che caratterizzò Stalin. La tesi ripresa recentemente anche da Luciano Canfora, che era assai diffusa nella "nuova sinistra", ricalca in realtà inconsapevol-mente vecchi argomenti di ambienti socialdemocratici, che avevano ovvie ragioni per proiettare il discredito di Stalin su tutti i suoi predecessori ed oppositori.
34 Ibidem. Va segnalato che presto il problema delle deleghe ai congressi sarebbe diventato marginale: se nei primi anni dopo il 1917, nonostante le enormi difficoltà logistiche e l'incertezza della situazione, i congressi si svolsero regolarmente a scadenza annuale e a volte inframezzati da conferenze del partito su problemi cruciali e urgenti, dopo il 1925 si tennero a intervalli sempre maggiori: tra il XVII e il XVIII ben cinque anni, mentre 13 anni passarono tra il XVIII (1939) e il XIX: anni di svolte, di guerra, di cambiamenti di alleanze, di sostituzioni drammatiche e sanguinose di dirigenti, che non si riteneva di far ratificare neppure pro forma.
35 Ivi, p. 60.
36 Su questo problema rinviamo all'esauriente analisi di T. H. Rigby, Il Partito comunista sovietico 1917-1976, Feltrinelli, Milano 1977, oltre che alla terza relazione del Seminario delle Riviste per la rifondazione comunista su "La forma partito", dedicata appunto alle trasformazioni nel Partito comunista sovietico dopo l'Ottobre e soprattutto dopo la morte di Lenin.
37 Per alcuni dati sull'entità dello sterminio dei quadri bolscevichi, oltre alle opere di Roy Medvedev, rinvio anche al mio Intellettuali e potere in Urss, cit., pp. 189-192 e passim. Dei molti scritti di Medvedev disponibili in italiano, sono tuttora validi Lo stalinismo. Origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972 e Stalin sconosciuto, Editori Riuniti, Roma, 1980 (originariamente concepito come aggiornamento del precedente). Tuttavia, anche in scritti diversi e più recenti ha fornito dati sulla dimensione dello sterminio dei quadri comunisti in Urss. Ad esempio nel libro-intervista Giulietto Chiesa, Roy Medvedev, La rivoluzione di Gorbacev, Garzanti, Milano, 1989, p. 130, precisa che i "riabilitati" durante gli anni di Chrusciov furono 18 milioni (di cui 10 milioni post mortem). In alcuni articoli apparsi su riviste sovietiche tra il 1987 e il 1991 Medvedev ha fornito la cifra di 40 milioni di vittime dello stalinismo, includendovi, naturalmente, anche quelle dovute alla carestia provocata dalla collettivizzazione forzata e quelle della prima catastrofica fase della guerra, in cui milioni di soldati e di civili rimasero senza direttive adeguate alla mercé delle armate naziste, anche grazie al tenace rifiuto di Stalin di credere ai molteplici annunci dell'aggressione imminente.