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Fiat 1

Cento... e uno anni di Fiat · pubblicato il 22 giugno 2009 · 69 min di lettura


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Cento anni di FIAT

 

a cura di Antonio Moscato

 

PARTE I

Capitolo I

Dalle origini alla nascita della repubblica

Alla storia della FIAT sono stati dedicati moltissimi libri, almeno un centinaio. Nel 1999, in occasione del centenario, quotidiani e riviste hanno celebrato le glorie della dinastia Agnelli, sorvolando però quasi sempre sugli aspetti che invece tratteremo più ampiamente: la formazione di questo impero in stretto rapporto con lo Stato, attraverso forniture militari e facilitazioni di ogni genere (le “rottamazioni” concesse da Prodi non sono una novità…); la scalata data da Giovanni Agnelli (“Giovanni I”) al vertice aziendale, da cui riuscì in pochi anni ad escludere i veri fondatori; i rapporti tra il maggiore gruppo industriale italiano e il regime fascista; la storia delle straordinarie lotte della sua classe operaia, dall’occupazione delle fabbriche del 1920 ai “trentasette giorni” del 1980.

L’antefatto: come Giovanni Agnelli si è impadronito della FIAT

La FIAT viene identificata da tutti con la famiglia Agnelli. Ma non è nata per iniziativa del mitico “fondatore” celebrato oggi, e il modo con cui egli    se ne è impossessato fornisce un esempio classico del funzionamento del capitalismo. La FIAT era nata l’11 luglio 1899 per iniziativa di un gruppo di imprenditori affascinati dalle prospettive dell’automobile: il conte Roberto Biscaretti di Ruffia, che già importava automobili da corsa dalla Germania, il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, l’avvocato Carlo Racca, Michele Lanza, un modesto produttore di candele (non per automobili, ma di cera), e l’avvocato Cesare Goria-Gatti, il redditiere Lodovico Scarfiotti, il banchiere e setaiolo Michele Ceriana-Mayneri, un agente di cambio, Luigi Damevino, e un terzo nobile, il marchese Alfonso Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia. Giovanni Agnelli entra successivamente come relativamente piccolo azionista. Nell’assemblea dei soci, il consiglio di amministrazione era stato formato solo dai “padri fondatori” che abbiamo ricordato.

Presidente era stato eletto lo Scarfiotti, vicepresidente il Bricherasio, che tuttavia era irritato perché avrebbe desiderato essere lui il presidente. Elette le cariche minori, il conte Biscaretti si accorse che mancava un segretario, un incarico puramente formale che, per consuetudine, si assegnava al più giovane dei presenti o a un semplice impiegato. In fretta e furia venne votato il nome di Giovanni Agnelli, a cui nessuno dava la minima importanza, soprattutto perché non era né nobile, né appartenente alle “grandi famiglie” borghesi, come tutti gli altri.

Nelle prime riunioni del consiglio di amministrazione Giovanni Agnelli tace, ma poi comincia ad allargare la sua influenza attaccando il direttore tecnico, Aristide Faccioli, un progettatore fin troppo geniale, che finirà per doversi dimettere per le continue ingerenze che ne limitano l’autonomia. Giocando sulle gelosie e rivalità tra i soci fondatori, Agnelli si fa proporre come “membro delegato del consiglio” e poi amministratore delegato, con ampi poteri;. ma ancora senza un pacchetto azionario consistente.

Solo nel 1906 riesce a fare il gran colpo. La FIAT ha ormai 1.500 operai, produce nove modelli diversi. Per raggiungere le 600 vetture annue si comincia a lavorare anche di notte. Gli utili, dopo i primi due anni che risultavano in perdita, passa da 152.000 lire nel 1902 a 394.000 nel 1904 e 2,5 milioni nell’anno successivo. In quell’anno il re Vittorio Emanuele, che fin da quando era principe ereditario si era espresso aspramente contro quelle macchine “pericolose ed abominevoli”, venne salvato dal principe Colonna da un fastidioso guasto di un treno alle porte di Roma con una FIAT: aveva così provato per la prima volta un’autovettura, e ne era rimasto così soddisfatto da concedere allo stabilimento il titolo di “Fornitore della Real Casa”.

Intanto, con la connivenza dell’unico suo complice nel consiglio di amministrazione, Luigi Damevino, Agnelli fa passare la proposta di ridurre a un ottavo il valore nominale delle azioni, col risultato di invogliare un gran numero di acquirenti; il valore reale anziché ridursi si raddoppiò ulteriormente. E una parte notevole finì nelle mani dei due compari.

Successivamente, con un gioco complesso in cui entrano due istituti bancari, tra cui la Banca Commerciale, vengono dapprima preannunciati dividendi favolosi, che vengono poi pagati indebitandosi con le banche (e che quindi non avevano alcun fondamento reale), mentre un cambiamento di ragione sociale e l’emissione di nuove azioni porta a un vero esproprio di cinque dei vecchi fondatori, che rimangono con sole 2.000 azioni ciascuno, mentre Agnelli, Damevino e Scarfiotti, che si è unito ai due compari, sono entrati in proprietà di 37.000 azioni.1 Tra le attività della società sono comparse (e non spariranno mai) le forniture militari di vario genere, tra cui otto sottomarini commissionati dal governo italiano e da quello tedesco. Il 7 luglio 1907 il primo crollo della borsa in Italia trascina nella polvere per qualche tempo i titoli FIAT, ma il terremoto serve a un’ulteriore concentrazione nelle mani dei tre avventurieri.
Il giornale giolittiano La Stampa, che diventerà solo successivamente di proprietà degli Agnelli, comincia a denunciare la truffa ai danni della vecchia maggioranza del consiglio di amministrazione, e il 23 giugno 1908 la questura è costretta a denunciare Giovanni Agnelli per “illecita coalizione, aggiottaggio in borsa e alterazione di bilanci sociali”. Sono coinvolti anche il solito Damevino e il presidente Scarfiotti.2

I capi d’accusa risultano particolarmente gravi: la procura assicurava “non esservi ragionevole dubbio” che la crisi finanziaria della FIAT dovesse “attribuirsi ai loschi intrighi dei suoi amministratori”. I tre si sarebbero arricchiti e avrebbero assunto il controllo della società in danno agli altri azionisti attraverso queste manovre: 1) spargendo “false notizie di colossali commesse ricevute dall’America poi rivelatesi inesistenti”; 2) rassicurando gli azionisti sulle condizioni della società, pagando dividendi esagerati grazie a un mutuo passivo di parecchi milioni; accreditando “con bilanci fittizi” una prosperità della FIAT che in quel momento non c’era.

Lo scandalo fu enorme, ma non vi fu arresto per nessuno. Si dimise intanto l’intero vertice, mentre proprio Agnelli veniva incaricato temporaneamente della ordinaria amministrazione per la continuità dell’azienda. In suo favore interveniva il ministro di Grazia e Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, che spudoratamente esercitava una pressione sulla procura, ricordando che l’indagine processuale avrebbe potuto “influire in modo sinistro sulla sorte di industrie locali, che sono pure notevoli elementi dell’industria nazionale”.3 Un imponente collegio difensivo faceva protrarre l’inchiesta per anni, finché l’opinione pubblica distratta dall’imminenza della guerra, esaltata dalla vittoria in Libia (attribuita da tutta la stampa agli autocarri 15 bis forniti dalla FIAT), non si accorgeva neppure dell’assoluzione con formula piena di Giovanni Agnelli e dei suoi compari. L’unico a pagare era stato il presidente Scarfiotti.
Alla fine della guerra, nel corso della quale ha prodotto 63.000 automezzi per le forze italiane e alleate, motori per aerei e navi e la quasi totalità delle mitragliatrici, navi da trasporto e da guerra, la FIAT è giunta al terzo posto nella graduatoria delle industrie italiane, ed è passata dai 4.000 dipendenti del 1914 a 40.000. La FIAT rappresenta ormai il 96% della produzione italiana di autoveicoli. Nel frattempo Agnelli è riuscito a eliminare tutti i concorrenti al controllo dell’azienda, diventando, da solo, il proprietario del 55% del capitale azionario. Alla vigilia del conflitto aveva fornito motori per sottomarini alla Germania, autocarri alla Russia, e aveva emissari in tutte le capitali europee (uno di essi, Adolf Egger, era presente nel corteo dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria a Sarajevo al momento dell’attentato),4 e aveva costituito varie società con sedi in diversi paesi per l’importazione di carbone, ecc. Alla fine della guerra, nel quadro della ripartizione del bottino bellico, alla FIAT “spetta” la maggioranza delle azioni della Alpinen Montangesellschaft, che possiede le redditizie miniere di ferro della Stiria. La Commissione d’inchiesta sui sovrapprodotti bellici indagherà a lungo, senza arrivare a conclusioni concrete, fino a quando verrà liquidata da Mussolini.

La crisi del dopoguerra e l’occupazione delle fabbriche

Subito dopo la guerra, mentre gli industriali si erano arricchiti sulla pelle dei combattenti (sia vendendo attraverso filiali in paesi neutrali – ad esempio la Spagna – attrezzature al nemico, come la Pirelli, sia fornendo a prezzi esorbitanti stoffe scadenti, che si trasformavano alle basse temperature in rigide corazze di ghiaccio, o scarpe con suole di cartone che si disfacevano nel fango e nella neve), i reduci si trovano sul lastrico, e moltissimi operai vengono licenziati come conseguenza del ridimensionamento brusco della produzione bellica.

In quella fase, più che a investimenti produttivi e a una riconversione delle industrie di armi, i grandi gruppi industriali come l’Ansaldo – controllata dai fratelli Perrone – puntano a operazioni finanziarie, che ricordano quella recente della conquista della Telecom da parte della Olivetti. La posta in gioco è la Banca Commerciale di Otto Joel e Giuseppe Toeplitz, da anni alleata della FIAT, nel cui Consiglio di Amministrazione è ben rappresentata. La Banca Commerciale ha facilitato per i suoi storici legami col capitale tedesco le grosse commesse militari della Germania alla vigilia della guerra. Le trattative vedranno in gioco anche la Banca di Sconto, il Credito Italiano (in cui Agnelli è già presente) e altri gruppi, tra cui l’ILVA, e si concluderanno con una sconfitta clamorosa dei Perrone. La FIAT ne approfitta per impossessarsi di varie industrie dell’ILVA e dell’Ansaldo.

Ma entra in campo la classe operaia. Soprattutto quella torinese, per influenza del gruppo raccolto intorno all’Ordine Nuovo di Gramsci. La prova generale dello scontro che si delinea avverrà nella primavera del 1919, con il famoso “sciopero delle lancette”. Il governo ha fissato anche per quell’anno – per il 18 marzo - l’entrata in vigore dell’ora legale, già applicata durante la guerra. Gli operai la considerano insopportabile, perché li obbliga anche d’estate a uscire di casa al buio. Il Consiglio dei Delegati della FIAT Brevetti, sorto su indicazione dell’Ordine Nuovo, decide di rifiutare l’applicazione del nuovo orario nel modo più semplice, incaricando la Commissione Interna (che egemonizza) di spostare le lancette degli orologi di fabbrica sull’ora solare. La FIAT comprende che la posta in gioco è il potere nella fabbrica, e reagisce licenziando l’intera Commissione interna, considerandola responsabile di un arbitrio.

La fabbrica entra immediatamente in sciopero, coinvolgendo altri stabilimenti. Una fitta serie di incontri tra Buozzi – il principale leader della FIOM – e Agnelli arriva a un compromesso: dimissioni dei membri della Commissione interna, che non vengono però licenziati. Il sindacato si impegna in cambio a non riconoscerli se rieletti, e a impedire ogni iniziativa della futura Commissione Interna che esorbiti dai suoi compiti istituzionali di controllo sull’applicazione del contratto di lavoro. Il Consiglio di Fabbrica si irrigidisce, l’azienda anche, e non solo minaccia la serrata, ma chiede l’applicazione integrale del contratto di lavoro, che prevede una multa per infrazione della disciplina sindacale per tutti i lavoratori che hanno partecipato a un’astensione dal lavoro non giustificata. È guerra aperta. Il 29 marzo gli operai anticipano la serrata, entrando in fabbrica e iniziando uno “sciopero bianco”, riducendo al minimo la produzione.

Lo sciopero ha ormai un più aperto contenuto politico: il riconoscimento dei Consiglio di Fabbrica, e coinvolge per un mese tutti i metallurgici torinesi. Solo negli ultimi dieci giorni riesce a strappare alla renitente Camera del Lavoro l’estensione dello sciopero a tutte le categorie. Ma Buozzi e il capo della Confederazione Generale del Lavoro, D’Aragona, puntano a concludere un accordo sul terreno salariale, chiedendo un aumento di qualche lira sulle diciotto giornaliere della paga esistente. Intanto gli industriali armano (pagandone i “volontari” 30 lire al giorno) una “guardia bianca” che non attacca direttamente le fabbriche, ma spezza lo sciopero nei servizi pubblici e fa rialzare le saracinesche ai negozi che solidarizzano con gli operai.

La lotta rimane isolata e si conclude con un insuccesso. Gramsci scrive sull’Ordine Nuovo che “la classe operaia torinese ha già dimostrato di non essere uscita dalla lotta con la volontà spezzata, con la coscienza disfatta. Continuerà nella lotta: su due fronti. Lotta per la conquista del potere industriale; lotta per la conquista delle organizzazioni sindacali e per l’unità proletaria”.5 Ed è vero: gli operai torinesi non hanno vinto, ma non sono ancora piegati, e la FIAT non tarderà ad accorgersene. Gli ordinovisti intanto conquistano la locale sezione della FIOM, divisa ormai da un fossato profondo dall’organizzazione nazionale e ancor più dalla CGL.

Torino è importantissima, ma non è l’Italia. La crisi del dopoguerra ha spostato a sinistra grandi masse fino a poco tempo prima passive e rassegnate, che si sono raccolte tuttavia nelle organizzazioni più grandi e “visibili”. La conquista delle otto ore per i metallurgici italiani, avvenuta nel febbraio 1919, è un sottoprodotto della rivoluzione russa, ma i dirigenti sindacali riformisti se ne accreditano il merito. La CGL arriverà nel settembre 1920 a 1.930.000 iscritti (alla fine della guerra ne aveva solo 250.000), su un proletariato che tocca 3.800.000 lavoratori delle città e delle campagne (cinque volte la cifra dell’anteguerra). Le altre organizzazioni sindacali sono più modeste: l’Unione Sindacale Italiana, USI, di tendenza sindacalista-rivoluzionaria, ha 300.000 iscritti, con una distribuzione assai irregolare (è forte in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche e in Puglia). La Confederazione Italiana del Lavoro, cattolica, ha quasi lo stesso numero di iscritti della CGL, ma sono per l’80% lavoratori agricoli. 200.000 iscritti ha la UIL, repubblicana, presenti soprattutto in Romagna, nelle Marche e a Roma. Altri 200.000 lavoratori sono iscritti al Sindacato ferrovieri, autonomo dalla CGL, come la federazione Lavoratori del Mare.

Chi capitalizza maggiormente questo rapido spostamento a sinistra è il Partito socialista, che ottiene nel 1919 1.834.000 voti e 156 deputati alla Camera. I suoi dirigenti, massimalisti o riformisti, parlano con ammirazione della rivoluzione russa, ma si muovono assai diversamente dai bolscevichi. Il PSI aderisce in blocco alla III Internazionale, salvo non accettarne i “21 punti”, e prima la FIOM (che ha 160.000 iscritti molto disciplinati e combattivi) poi la stessa CGL aderiscono alla proposta di un’Internazionale rossa dei sindacati. Per capire i limiti dei dirigenti sindacali socialisti, osserva Spriano, bisogna sottolineare che la loro concezione ha una “grande rigidità, che fa dell’organizzazione centralizzata, della disciplina all’autorità del sindacato e al suo potere contrattuale, una sorta di feticcio”.6
“Da Buozzi a Guarnieri a Colombino i dirigenti della FIOM hanno fatto le loro battaglie più formative contro l’anarco-sindacalismo, hanno visto, a Torino come a Milano, quanti guasti nel 1911-13 i “sindacalisti-rivoluzionari” abbiano provocato in mezzo alla categoria, e hanno ricostruito le fila delle federazione sulla base di un paziente lavoro di agitazione strettamente vertenziale, di fitte trattative a tavolino”.7

D’altra parte, durante la guerra, si è ulteriormente rafforzata quella “loro naturale tendenza a una visione burocratica del problema” che li porta a temere che le “tentazioni intellettuali degli ordinovisti minino l’autorità del sindacato con esperimenti velleitari” e portino a “una nuova edizione dell’anarco-sindacalismo”. Nel maggio 1920 il Congresso di Genova della FIOM condanna esplicitamente il movimento dei Consigli di Fabbrica. Spriano spiega questo atteggiamento parlando di

“una diffidenza profonda per un tentativo di democrazia operaia che sconvolga la tutela del sindacato tradizionale sulla massa, che trasporti nella fabbrica il centro dell’organizzazione, che faccia dell’unità produttiva il fulcro della nuova struttura sindacale proletaria, che dia voce e rappresentanza ai non organizzati”.8

Tuttavia la FIOM si differenzia anche dal gradualismo della CGL, conducendo aspre battaglie sul salario che nel corso del 1919 portano a due mesi di sciopero per fissare un’indennità di carovita commisurata al continuo aumento dei prezzi. Ma quanto ottenuto, con gravi sacrifici degli operai, non viene spesso applicato dagli industriali e genera le tensioni che sfoceranno nell’ondata di occupazioni di fabbriche del settembre 1920.

Nel Congresso di Genova la FIOM aveva cominciato a definire una piattaforma rivendicativa, che viene presentata il 18 giugno 1920 alla controparte. La rivendicazione più importante è quella di un aumento di lire 7,20 al giorno, rispetto a una paga media di 18 lire. Gli aumenti richiesti sono maggiori per le categorie meno protette (donne e apprendisti) e lievemente inferiori per quelle meglio pagate.

Prima di qualsiasi incontro gli industriali invitano la FIOM a “una valutazione reale delle condizioni dell’industria, che non consentono alcun aumento retributivo”. Una forte campagna di stampa ribadisce la totale indisponibilità degli industriali e preannuncia fallimenti a catena. In realtà negli anni della guerra il capitale delle industrie metalmeccaniche è aumentato del 252%: il capitale dell’ILVA è salito dai 30 milioni del 1916 a 300 milioni nel 1918; quello della Breda da 14 a 110 milioni; quello della FIAT da 17 milioni nel 1914 a 200 milioni nel 1919. Anche l’Ansaldo è cresciuta da un capitale di 50 milioni a 500 milioni, e la Terni da 27 a 137 milioni. Altro che crisi!

Il 29 luglio, nel primo incontro tra le parti, gli industriali piangono sulle loro difficoltà nella riconversione industriale, nell’approvvigionamento di carbone, sul peso del fisco, sulla restrizione crescente del credito. L’accoglimento delle richieste operaie porterebbe quindi a un insostenibile aumento del costo dei prodotti. L’USI (l’organizzazione anarco-sindacalista che, peraltro, è contraria a una regolamentazione contrattuale nazionale e punta soprattutto a risolvere le vertenze a livello aziendale) risponde che gli operai non devono valutare le condizioni dell’industria, ma difendere il potere d’acquisto dei salari. Se gli industriali non sanno più gestire economicamente la produzione, devono farsi da parte. La FIOM entra invece nel merito, sia negando le dimensioni della crisi - che non tocca molti settori, che lavorano a pieno ritmo e hanno forti commesse - sia attribuendo le difficoltà finanziarie alla guerra tra i grandi gruppi, a cui abbiamo già accennato.

Dal 10 al 13 agosto si svolge il secondo incontro, nel corso del quale il rappresentante degli industriali comunica definitivamente ai sindacati che “date le condizioni dell’industria, non possono in questo momento essere accolte domande di miglioramenti economici”. Gli industriali erano sicuri che la sconfitta di aprile, dovuta soprattutto all’isolamento del movimento dei Consigli rispetto ai sindacati, consentisse una simile intransigenza. Ma la sfida era rivolta agli stessi sindacati, che non possono più tirarsi indietro. Lo ha spiegato più volte, anche molti anni dopo, Bruno Buozzi:

“Quando la delegazione operaia ebbe terminata la confutazione delle affermazioni della delegazione padronale, il capo di questa, avvocato Rotigliano – allora nazionalista e in seguito diventato fascista – pose fine al contraddittorio con questa dichiarazione provocatoria: ‘Ogni discussione è inutile. Gli industriali sono contrari alla concessione di qualsiasi miglioramento. Da quando è finita la guerra essi hanno continuato a calare i pantaloni. Ora basta e cominciamo da voi…’. La sfida era chiara”.9

Il rischio era di perdere ogni credibilità a livello operaio. Per questo venne convocato per il 16 e 17 agosto a Milano un congresso straordinario della Federazione, a cui vennero invitate anche rappresentanze della CGL e della direzione del PSI. In tale sede si decide di applicare dal 21 dello stesso mese in tutte le fabbriche meccaniche e metallurgiche e nei cantieri navali l’ostruzionismo, cioè il rallentamento di attività nell’esecuzione dei lavori (i cottimisti si sarebbero accontentati della paga base). Andava evitato tuttavia ogni atto definibile come sabotaggio.

Gli operai avrebbero perso parte del salario, ma gli industriali sarebbero stati danneggiati seriamente, rimanendo immutate le spese generali. In caso di serrata, gli operai avrebbero dovuto rispondere impossessandosi delle fabbriche, con ogni mezzo, anche abbattendo i cancelli di ingresso, aveva precisato lo stesso Buozzi. L’USI, pur ritenendo l’ostruzionismo una forma di lotta insufficiente, l’accettava “per non dividere le forze operaie”.

Nei primi giorni di lotta la produzione cala drasticamente (alla FIAT Centro, dove lavorano 15.000 operai, fino al 60%). Il prefetto di Torino lamenta che l’ostruzionismo “si è manifestato in modo da rasentare forme di sabotaggio” e annuncia che molti industriali gli “hanno dichiarato di essere costretti a un’imminente serrata”. Ma la prima provocazione viene da Milano, dove la mattina di lunedì 30 agosto i 2.000 operai della Romeo trovano i cancelli chiusi e la fabbrica presidiata dalle truppe. La sezione milanese della FIOM, “ritenendo che l’esempio sarebbe stato seguito dalle altre officine”, ordina di prendere possesso di circa 300 stabilimenti cittadini. Le fabbriche sono subito presidiate da picchetti operai, spesso armati, che fanno uscire dirigenti e impiegate (solo alla Breda due ingegneri vengono trattenuti, ma “trattati con riguardo”, come ammetteranno al Corriere della sera). La truppa non interviene.

I giornali (compreso l’Avanti!), segnalano la notizia con scarso rilievo. Ma gli industriali milanesi decidono di chiudere tutti gli stabilimenti non ancora occupati. Anche a Torino si preparano a farlo, ma sono per il momento disorientati dalle dichiarazioni del primo ministro Giolitti, che ha fatto tappa in città prima di recarsi in vacanza a Bardonecchia, e si è incontrato con Agnelli e altri industriali, che ha sconsigliato di ricorrere alla serrata, dichiarando che non dovevano contare sull’intervento della forza pubblica. Quali fossero le sue ragioni emerse chiaramente dal resoconto di Filippo Frassati su un altro incontro tra Giolitti e Agnelli, svoltosi a Bardonecchia una settimana dopo l’inizio delle occupazioni:

“Poi [Giolitti] parlò lungamente della sua politica: soltanto il tempo avrebbe dato il rimedio necessario. Non esisteva, diversamente, altra politica che quella della forza. ‘Precisamente’ interruppe l’Agnelli. ‘Sia, - aggiunse Giolitti, - ma intendiamoci: non permetto che la forza pubblica rimanga nelle strade nella certezza che se le guardie rosse sparano la colpiscano dall’alto senza difesa. Per scacciare gli operai dalle fabbriche occorre l’artiglieria’. Consente l’Agnelli. E Giolitti: ‘Sono in grado di provvedere subito. A Torino c’è il settimo reggimento di artiglieria da montagna: do ordine immediato che domani sia bombardata la FIAT e sia liberata dagli occupanti’. L’Agnelli: ‘No, no’. Giolitti: ‘E allora?’. Nessuna replica dell’Agnelli”.10

Giolitti ha una lunga esperienza come ministro degli Interni, e sa bene che l’unica alternativa alla sua proposta è la guerra civile. Perfino Mussolini, in quei giorni, ammette che le cose stanno così (ma Mussolini per giunta sarà così colpito dall’ampiezza della mobilitazione operaia che per qualche giorno penserà di riavvicinarsi alla sinistra, chiedendo un incontro a Buozzi).

Comunque, tra il mercoledì 1° settembre e il sabato 4 l’occupazione si estende alla quasi totalità delle fabbriche metalmeccaniche di una certa consistenza in tutto il paese, comprese Roma, Napoli, Palermo. Il 5 settembre, prima “domenica rossa”, nelle fabbriche si fa festa, si suona, in un’atmosfera di euforia. In alcuni casi una parte dei tecnici rimangono negli stabilimenti e aiutano a riprendere lentamente la produzione, in genere ai ritmi già sperimentati nella fase dell’ostruzionismo. I ferrovieri aderiscono assicurando l’arrivo di vagoni di materie prime e di combustibili. La popolazione porta viveri. La forza pubblica rimane nell’ombra, e non intercetta neppure i camion che circolano da una fabbrica all’altra, portando materiali, pezzi di ricambio, e anche armi prelevate negli stabilimenti che le producono, ma si limita a presidiare le banche, le associazioni degli industriali, i giornali, i principali edifici pubblici.

Solo in Liguria si verificano alcuni scontri armati con carabinieri e guardie regie, con un morto operaio e vari feriti, di cui alcuni gravissimi, al cantiere Odero alla Foce di Genova. In altri stabilimenti vengono catturati un tenente, un maresciallo e qualche guardia. Non viene però proclamato lo sciopero generale, anche perché dietro insistenza del Ministero degli Interni vengono arrestate alcune delle guardie regie che hanno sparato (che saranno rilasciate il giorno dopo in seguito alla proteste dei colleghi).

Fin dalla prima settimana si delineano, sollecitati dai prefetti, tentativi di mediazione. La FIOM lascia intendere di essere disposta ad accettare 3 lire di aumento invece delle 7,20 richieste, in cambio di “provvidenze degli industriali” per diminuire il costo della vita: finanziamento di cooperative di consumo, ecc. Ma in realtà gli industriali rimangono intransigenti e aspettano che il movimento si stanchi. Contestano Giolitti, ma ne accettano la tattica.

Sui giornali si parla di preparativi operai, anche amplificando e snaturando la notizia che alcuni operai, ex piloti militari, hanno fatto decollare dall’aerodromo Ansaldo alcuni aerei che hanno lanciato volantini su Torino. In realtà, anche se se ne parla, nessuno è in grado di pensare a una sortita in armi dalle fabbriche. Le masse si sentono sicure dietro i muri delle officine, e l’armamento a disposizione è assolutamente insufficiente per un’insurrezione armata.

La “rivoluzione messa ai voti”…

Con grande lucidità il 21 agosto 1920, pochi giorni prima dell’inizio delle occupazioni, Gramsci aveva colto il punto debole della classe operaia italiana: i rapporti tra partito e sindacati. Il Partito socialista non aveva fatto nulla per risolverlo. La FIOM sta avviando l’avanguardia del proletariato verso una lotta a carattere nazionale, “senza che l’organizzazione centrale del partito abbia creduto finora utile esprimere la sua opinione, lanciare una parola d’ordine”. L’agitazione può, improvvisamente, mutarsi dal terreno economico a quello politico: “come potrebbe e come può il partito rimanere estraneo, assistere da semplice spettatore a una simile agitazione?”, si domandava, scandalizzandosi per la fraseologia massimalista che continuava a usare, “rigirandosela in bocca con la lingua molto agile”, l’espressione: “Il periodo attuale è rivoluzionario”.

Il partito non interviene, non dirige, non è presente nella fabbrica, non solo non ha risolto praticamente ma neppure posto in discussione il problema del rapporto tra partito e sindacati, sicché “il movimento proletario italiano si trova a essere campo d’azione di due partiti politici: quello ufficiale e quello di fatto costituito dai capi dei sindacati”.11

La pressione dei settori più radicali della classe operaia, concentrati soprattutto a Torino e Milano, tende ad allargare “dal basso” la lotta a settori non metallurgici, che effettivamente entrano in lotta in molte città. A volte partono telegrammi molto combattivi ma abbastanza ingenui, come quello della FIAT Centro di Torino, che il 9 settembre mette in guardia il Comitato d’agitazione di Milano, dichiarando che gli operai sono disposti a trattare solo “al patto che si abolisca la classe dominante e sfruttatrice, altrimenti immediata guerra fino a completa vittoria”.

Nello stesso giorno però il Consiglio direttivo della CGL si riunisce invitando per un primo “inventario” della situazione parecchi esponenti socialisti. Tra i torinesi sono presenti come rappresentanti della federazione provinciale Nino Benso e Palmiro Togliatti, segretario della sezione cittadina del PSI, entrambi della sinistra. Ad essi si chiede se sono pronti ad attaccare per primi, cioè a dare inizio a un moto armato insurrezionale. Togliatti risponde di no:

“Se vi fosse un attacco contro le officine la difesa è pronta e sarebbe efficace, non così l’attacco. La città è circondata da una zona non socialista, e per trovare delle forze proletarie che aiutassero la città dovrebbero arrivare sino a Vercelli e Saluzzo. Vogliamo sapere se si arriva ad un attacco violento ed insurrezionale; vogliamo sapere quali sono i fini che si vuole raggiungere. Non dovete contare su una azione svolta da Torino sola. Noi non attaccheremo da soli: per farlo occorrerebbe un’azione simultanea delle campagne e soprattutto un’azione nazionale”.12

Evidentemente Togliatti teme che i dirigenti sindacali riformisti vogliano mandare allo sbaraglio l’avanguardia torinese, fingendo di essersi convertiti all’azione insurrezionale che si guardano bene dal preparare e senza neppure far nulla per estendere le lotte ad altre categorie. Benso è ancora più netto e fornisce dei dati interessanti:

“Vi sono degli stabilimenti ben armati, altri ben poco. La FIAT Centro, che pare una delle meglio provviste, non ha che cinquemila colpi di mitragliatrice… La rivoluzione, se deve esservi, deve essere italiana, altrimenti le due città più spinte, Torino e Milano, saranno sopraffatte”.13

Un anno dopo, una nota redazionale non firmata sull’Ordine Nuovo spiegherà le ragioni della diffidenza dei rivoluzionari torinesi nei confronti della direzione sindacale e di quella dello stesso partito socialista:

“Come era possibile che i torinesi non pensassero che l’offerta fosse un’abile trappola per ottenere che il movimento torinese fosse definitivamente schiacciato dalla polizia che aveva a Torino concentrato un imponente apparato di truppa? […] A Torino si poteva nel quadro generale di una lotta nazionale sostenere l’urto delle forze governative e molte probabilità di vittoria esistevano; non si poteva però assumersi la responsabilità di una lotta armata senza avere la certezza che anche nel resto d’Italia si sarebbe lottato ugualmente, senza avere la certezza che la Confederazione, secondo il suo solito, non avesse lasciato addensare a Torino, come nell’aprile, tutte le forze militari del potere di Stato”.14

In una successiva autodifesa D’Aragona aveva giustificato il comportamento della Confederazione che dirigeva addossandone la responsabilità al rifiuto dei torinesi, e ancor più nettamente questa tesi veniva ribadita in un documento ufficiale del Direttivo della CGL, che è un capolavoro di ipocrisia:

“Un movimento insurrezionale in Italia avrebbe dato modo alla borghesia di scatenare una violenta e sanguinosa reazione che avrebbe diminuito le nostre forze ed impedito il successivo svolgersi dell’azione politico-sindacale socialista. Questa nostra convinzione fu anche maggiormente rafforzata perché i rappresentanti della Sezione e della Federazione provinciale di Torino ebbero a dichiarare esplicitamente che anche in quella città, ritenuta la più rivoluzionariamente preparata, lo schiacciamento del proletariato, in caso di insurrezione, era da ritenersi sicuro”.15

Il documento sorvolava sul fatto che Togliatti e Benso avevano parlato di sconfitta sicura nel caso di isolamento di Torino, non certo in assoluto. Va detto che anni dopo D’Aragona, che continuava a scrivere in epoca fascista in Italia, si vantò di avere salvato il paese dal bolscevismo.

Scheda

La “prospettiva greca”

Nel 1944-1945 gli stessi argomenti della CGL riformista saranno ripresi dagli stessi partiti comunisti stalinizzati per escludere la presa del potere in Italia, in Francia, in Belgio, nella stessa Spagna che attendeva dalla vittoria della coalizione antifascista un appoggio per un’insurrezione contro Franco.

In realtà la sconfitta era probabile (non sicura, come ha dimostrato la Jugoslavia), in caso di mancato coordinamento europeo. Ma le forze della reazione non sarebbero state in grado di affrontare un’azione di repressione simultanea in molti paesi d’Europa, anche per la presenza, nel 1945, di un forte movimento sviluppatosi tra le truppe statunitensi per il ritorno immediato in patria.

Quella mistificazione fu ripetuta poi per decenni, fino ai giorni nostri, usando un falso clamoroso: la sconfitta della cosiddetta prospettiva greca. Per farlo, si presentò sempre come un’insurrezione avventurista quello che invece fu un attacco proditorio al movimento comunista ateniese - nel dicembre 1944 – compiuto da modeste forze britanniche, che ebbero un relativo successo solo perché i consiglieri sovietici convinsero il PCG a non fare convergere su Atene le notevoli forze partigiane presenti in Epiro, in Tessaglia e nel Peloponneso.

Un’insurrezione, effettivamente “avventurista” in Grecia ci fu solo – come reazione disperata alla repressione feroce dei monarchici – alla fine del 1947, in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa e quando già la situazione era mutata e consentiva agli Stati Uniti di fare affluire truppe fresche per schiacciare un movimento tardivo e indebolito dai suoi precedenti errori di collaborazione di classe, non certo di estremismo (ad esempio gli Accordi di Varkiza del gennaio 1945, che imposero la collaborazione con la monarchia e soprattutto il disarmo delle forze partigiane che avevano liberato da sole il paese).

[Per maggiori dati, si veda il capitolo Rivoluzione e guerra civile in Grecia, in Antonio Moscato, Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996, pp. 189-206]

Preparato da quell’incontro, il 10 e 11 settembre si tiene il Consiglio nazionale della CGL allargato alla Direzione del PSI.    In esso prevale l’Ordine del giorno presentato da Ludovico D’Aragona, che ottiene 591.245 voti contro quello della sinistra, presentato da Bucco e Schiavello, che ne ha 409.569, mentre si astengono in 93.623, cioè la maggior parte delle sezioni della FIOM e lo stesso Buozzi. La mozione della sinistra era assai semplice:

“Il Consiglio nazionale della Confederazione Generale del Lavoro demanda alla Direzione del partito l’incarico di dirigere il movimento indirizzandolo alle soluzioni massime del programma socialista, e cioè la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio”.16

Quella della maggioranza rivendicava la guida del movimento, pur affermando demagogicamente che l’obiettivo della lotta doveva essere

“il riconoscimento da parte del padronato del principio del controllo sindacale delle aziende, intendendo con questo aprire il varco a quelle maggiori conquiste che devono immancabilmente portare alla gestione collettiva e alla socializzazione per risolvere così in modo organico il problema della produzione”.

Rinunciando all’estensione della lotta a tutte le categorie, si preparava la sconfitta, e il “varco” si apriva non a ipotetiche e automatiche “maggiori conquiste”, ma al fascismo.

Prima di decidere di astenersi, Buozzi aveva ipotizzato una terza posizione, che auspicava l’estensione del movimento a tutte le categorie (controllate però ovviamente dalla CGL e non dalla FIOM), con il programma di “attuare tutte le riforme politiche ed economiche più insistentemente reclamate dal proletariato socialista” (naturalmente lasciate nel vago), purché fossero “compatibili con le condizioni del Paese”.

Insomma la rivoluzione è stata messa ai voti, in un consesso tutt’altro che rivoluzionario, che l’ha ovviamente respinta. La delusione è enorme, e nei dieci giorni in cui le occupazioni si protraggono senza una prospettiva di allargamento, aumenta la tensione, e si producono spesso sparatorie senza molto senso. In una di esse un industriale torinese, Pietro De Benedetti, padrone della fabbrica omonima, uccide due operai della vicina Capamianto, senza subire nessuna conseguenza (il giorno dopo fa parte di una delegazione della Confindustria che si reca insieme a quella della CGL a Milano per un incontro esplorativo viaggiando sullo stesso treno. In tale occasione conosce D’Aragona, che gli viene presentato dal prefetto Lusignoli come “il salvatore d’Italia”).17

Lo sbocco proposto da Giolitti, rientrato finalmente in attività dopo le vacanze e un viaggio in Francia, sarà un progetto di legge sul controllo sindacale, che i sindacalisti accettano prontamente e che avrà la stessa sorte di quello sulle 35 ore di Prodi: non si concretizzerà mai. Eppure l’esito finale non è scontato, tanto è vero che in una conversazione telefonica (registrata a loro insaputa, il vizio delle intercettazioni telefoniche è antico…) due autorevoli esponenti della maggioranza parlamentare come il direttore del Corriere della sera Luigi Albertini e Giovanni Amendola, più volte ministro, prendono in esame la possibilità di fare cadere il governo e dare il potere alla CGL, per riportare l’ordine nel paese. Non sarà necessario. Anche la FIOM ridimensiona le richieste sul salario, mentre gli industriali rinunciano all’intransigenza iniziale, riservandosi una controffensiva articolata in fase di applicazione del contratto. L’accordo viene stilato alla presenza di Giolitti, e prevede 4 lire di aumento (quindi più della metà della richiesta iniziale), 6 giorni di ferie annuali (la richiesta era di 12), prevede il pagamento delle giornate di ostruzionismo, ma lascia agli industriali la valutazione di quanto corrispondere per la produzione effettuata. In linea di massima si escludono licenziamenti, tranne in casi di incompatibilità assoluta di qualche operaio con i dirigenti, da risolvere con una commissione paritetica. Un'altra commissione paritetica, che viene istituita per decreto legge firmato da Giolitti, dovrà abbozzare il progetto di legge sul “controllo”, ma la motivazione addotta riprende l’affermazione della CGL, che ha dichiarato che lo scopo del controllo è “conseguire un miglioramento dei rapporti disciplinari tra datori e prenditori d’opera e l’aumento della produzione”!

Con simili premesse, è logico che l’occupazione prosegua nella maggior parte delle fabbriche ancora per una settimana, anche se la mancanza di una direzione nazionale del movimento renderà impossibile una svolta che consenta risultati più sostanziosi. L’amarezza si accrescerà quando la maggior parte degli industriali definirà la quota di retribuzione per le giornate di occupazione.

Giolitti appare più forte di fronte agli industriali che lo avevano accusato di avere portato il paese alla catastrofe. La sua autodifesa di fronte al Senato spiega assai bene la sua logica:

“Come potevo impedire l’occupazione? Si tratta di 600 manifatture dell’industria metallurgica. Per impedire l’occupazione avrei dovuto mettere una guarnigione in ciascuno di questi opifici, nei piccoli un centinaio di uomini, nei grandi alcune migliaia: avrei impiegato per occupare le fabbriche tutta la forza di cui potevo disporre! E chi sorvegliava i 500.000 operai che restavano fuori delle fabbriche? Chi avrebbe tutelato la pubblica sicurezza nel Paese? Forse dovevo, una volta avvenuta l’occupazione, far sgombrare le fabbriche con la forza? Era la guerra civile.”18

Perfino Mussolini aveva ammesso che Giolitti non poteva fare che così. In un editoriale del Popolo d’Italia del 28 settembre, intitolato “L’epilogo”, aveva scritto:

“Si poteva evitare l’invasione delle fabbriche? Forse, ma ad invasione avvenuta, nelle 24 ore successive, tale conflitto si presentava già più difficile. Ogni giorno di occupazione rendeva sempre più poderoso il compito di una espulsione degli operai – manu militari – dalle fabbriche. I guai provocati da questo atteggiamento governativo sono stati certamente gravissimi, ma chi può assicurare che la ‘mano forte’ non avrebbe scatenato un incendio infinitamente più pericoloso da domare?”

In ogni caso, a partire da quel momento il fascismo comincia ad essere considerato con più attenzione dalla borghesia, appena uscita dalla “grande paura”. Nel 1919 Mussolini non era neppure riuscito ad essere eletto in Parlamento, ma ora trova appoggi finanziari, indulgenza o complicità delle forze armate e della polizia per le sue squadracce, che cominciano gli attacchi sistematici alle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio. L’occupazione delle fabbriche aveva fatto vedere la grande volontà di lotta della classe, nonostante l’inadeguatezza della sua direzione. Per giunta, la sinistra del Partito socialista aveva deciso di uscirne e costituirà nel gennaio 1921 il Partito Comunista d’Italia. Non c’era molto tempo per la borghesia, che non voleva affrontare a breve scadenza un nuovo scontro in condizioni più difficili.

Agnelli nel corso dell’occupazione aveva giocato una carta abilissima, pur di chiudere la vertenza almeno a livello aziendale. Il 18 settembre, terza “domenica rossa”, aveva annunciato al ministro socialista Romita la sua idea di trasformare la società in una cooperativa con operai e impiegati. “Meglio una FIAT controllata, secondo le teorie riformiste, in cooperativa, piuttosto di una FIAT controllata, secondo i metodi rivoluzionari, dai consigli di fabbrica”. Romita era rimasto perplesso, ma viene incoraggiato a dare la notizia al governo e ai sindacati. Lo sdegno degli altri industriali e degli stessi azionisti è enorme, mentre la maggioranza degli operai si lascia prendere dall’entusiasmo. I sindacalisti della FIOM e della CGL sono presi di contropiede, ma si consolano con le prevedibili difficoltà degli ordinovisti. Gramsci mette le mani avanti, ritenendo non credibile “una modificazione dell’ordinamento prioritario dell’impresa che non discenda dalla conquista del potere”, ma la maggioranza dei delegati, anche vicini all’Ordine Nuovo, non hanno il coraggio di frenare gli entusiasmi, e temono di vedersi tagliati fuori rifiutando la trattativa.

Così, alla fine di settembre, Giovanni Agnelli si reca allo stabilimento FIAT Centro per prenderlo in consegna dalla Commissione Interna che lo ha diretto durante l’occupazione. Nel suo studio c’è una grande falce e martello e un vistoso mazzo di garofani rossi, ma gli operai lo applaudono. Subito dopo Agnelli annuncia ai giornali le sue dimissioni, insieme a quelle del direttore generale Guido Fornaca.

“Debbo dare comunicazione che, qualunque soluzione si voglia dare a riguardo della cooperativa, l’amministratore delegato e il direttore generale non possono proseguire oltre nelle loro cariche attuali. Essi sono stati i veri esponenti di un regime borghese autoritario; qualunque atto facessero in nome della cooperativa, sarebbe sospetto, mentre l’esecuzione del controllo, data la loro presenza, creerebbe difficoltà gravissime e conflitti continui. Infine il loro programma di lavoro è intimamente legato con le organizzazioni e i tempi precedenti, oggi occorre forse cambiarli e adattarli ai tempi nuovi con una mentalità diversa che essi non si sentono di avere. Persone nuove, non direttamente coinvolte nella lotta, potranno forse più facilmente risolvere la situazione. Quindi non per dignità offesa, né per risentimento, ma esaminata la cosa con dovuta ponderazione e nell’esclusivo interesse dell’ente, rassegnano le dimissioni, restando in carica, temporaneamente, quanto occorra per mettere in funzione chi dovrà sostituirli e portare a termine le trattative iniziate per la trasformazione in cooperativa della società”.19

Con questo secondo colpo da maestro, Agnelli si rivela un grande giocatore d’azzardo. I lavoratori ancora dubbiosi vengono disorientati. Intanto nel corso di un mese, in cui rimane assente da Torino per vegliare la madre morente a Villar Perosa, Agnelli si fa rappresentare da un giovane ancora quasi sconosciuto, Vittorio Valletta, in una tumultuosa assemblea degli azionisti, che lo accusano di tradimento, ma non hanno nessuna proposta alternativa. Mancano i verbali di quell’assemblea, che vede comunque il trionfo di Valletta, ma le indiscrezioni che trapelano sulla stampa aumentano il credito di Agnelli tra i lavoratori. Alla fine di ottobre, migliaia di operai e impiegati    partecipano ai funerali di sua madre, a Villar Perosa. Il Corriere della sera del 31 ottobre descrive così l’episodio:

“Per deliberazione dei dirigenti delle organizzazioni operaie, durante le esequie in tutti i quattordici stabilimenti che compongono la FIAT è stato sospeso il lavoro in segno di lutto. All’uscita dalla chiesa parrocchiale, è avvenuto un significativo episodio. Uno dei membri della Commissione Interna operaia della FIAT Centro, consigliere provinciale socialista, si è avvicinato al comm. Agnelli e gli ha detto ad alta voce: ‘Torni con noi!’. Un rappresentante degli impiegati, a nome di tutti i colleghi, ha espresso lo stesso desiderio. Il comm. Agnelli, sopraffatto dalla commozione, non ha pronunciato parole, ma ha stretto lungamente la mano ai due interpreti del personale dell'azienda".20

Agnelli ha vinto. Ritornerà con un potere ancora maggiore nel Consiglio di Amministrazione. Quando pochi mesi dopo, di fronte all’annuncio del primo migliaio di licenziamenti in blocco per fronteggiare la crisi del settore auto, i sindacati guidati dagli ordinovisti ordinano la ripresa dello stato di agitazione, la maggioranza degli operai, preoccupati da una minaccia di chiusura, accettano, pur di ottenere la riammissione al lavoro, sottoscrivono personalmente a uno a uno un impegno ad accettare la disciplina aziendale, le norme di lavoro decise dalla direzione e i provvedimenti per il ridimensionamento della produzione e degli organici.

La promessa della cooperativa è servita per spezzare la lotta, come il decreto governativo sul controllo sindacale: i modesti risultati delle costose lotte di aprile e di settembre hanno fatto il miracolo. Agnelli ha ripreso le redini in mano, col fido Valletta, e non le mollerà più.

 La FIAT in camicia nera

Durante l’ascesa del regime fascista i giornali che Agnelli ha cominciato a controllare (nel giro di pochi anni acquista il Corriere Italiano, il Nuovo Paese, l’Impero, il Nuovo Piemonte, il Giornale di Roma, il Tempo, il Resto del Carlino) si schierano apertamente per Mussolini. La Stampa invece sarà conquistata definitivamente solo nel 1924, anche se fin dal 1920 Giovanni Agnelli e il suo socio Riccardo Gualino si sono assicurati un terzo del pacchetto azionario e soprattutto il diritto di prelazione in caso di alienazione della quota del direttore e principale proprietario, Alfredo Frassati. L’influenza della FIAT si esercitava attraverso un uomo di Agnelli, il ragionier Giuseppe Colli. La conquista definitiva avverrà nel 1925, e in maniera non limpida: Mussolini durante la crisi Matteotti si era infuriato con il giornale torinese, su cui scrivevano non pochi esponenti della fronda giolittiana, tra cui Luigi Salvatorelli, Luigi Ambrosini, Giovanni Ansaldo. Il Duce lancia la parola d’ordine “Ripulire gli angolini”, che si concretizza in un violento boicottaggio de La Stampa: bastonature ai venditori, sequestri quasi quotidiani, poi - a partire dal 29 settembre 1925 – con un decreto prefettizio che sospende le pubblicazioni con un pretesto. Agnelli si fa avanti, lieto di unire l’utile al dilettevole, compiacendo il Duce ed estendendo la base della sua egemonia piemontese. Frassati viene liquidato con una somma abbastanza consistente, e la sua quota viene presa dalla FIAT, ma gestita personalmente da Agnelli.21

Molto significativo che, scavalcando il suo rozzo luogotenente torinese, Cesare Maria de Vecchi, Mussolini non ha puntato su un uomo di paglia o su un industriale di mezza tacca prono al suo volere, ma sul vero padrone di Torino, pur sapendo quanto fosse incerta la “fedeltà” di Giovanni Agnelli, che aveva sempre rifiutato una sottomissione totale, a differenza dei Crespi del Corriere della sera. Sulle questioni marginali i giornalisti continueranno ad avere la “briglia lunga”, ma sulle questioni decisive sarà Giuseppe Colli, per conto del Senatore, a decidere.

Nel 1927 il segretario del PNF torinese Carlo di Robilant si lamentò con il vicesegretario nazionale Achille Starace che “nel complesso della redazione de La Stampa vi sono delle ruote che cigolano nel senso della devozione al regime”, ma di non avere avuto successo con le ripetute rimostranze fatte ad Agnelli. Questi gli disse infatti, “come disse anche al Prefetto, di avere avuto disposizioni dal Governo di mantenere il suo giornale in una forma di collaborazione, senza fascistizzarlo”.

Anche più dura la reazione del senatore Agnelli di fronte alla protesta del vicedirettore fascista Luigi Collino, che aveva bloccato una notizia che gli sembrava avesse implicazioni politiche e che non gli era stata sottoposta, ma l’aveva trovata poi sul giornale, dove era stata reinserita dal ragionier Colli, per ordine del proprietario. Collino scriveva al solito di Robilant, che si era recato da Agnelli, ma era stato rudemente rimproverato.

“Fra le altre dichiarazioni fattemi vi sono le seguenti che ti sottopongo: 1°, chi comanda a La Stampa, e deve comandare soltanto, è il ragionier Colli, amministratore unico a cui tutti, me compreso, dobbiamo rimanere subordinati. 2°, il vero direttore e l’unico artefice del giornale è il ragionier Colli, a cui risalgono tutti i meriti e tutte le ragioni di successo di organizzazione e di diffusione. 3°, il ragionier Colli ha più sensibilità politica di qualunque altro per la scelta delle notizie, degli atteggiamenti. 4°, il vice direttore responsabile deve obbedire in tutto, pubblicare quello che la proprietà o l’amministrazione gli ordinano, oppure andarsene”.22

Meno di un anno dopo, Agnelli, in occasione delle dimissioni del direttore, Andrea Torre, scriveva una “lettera di precisazioni”, in cui dichiarava che non si poteva parlare di “diversità di vedute politiche”, dal momento che “io non reputai mai opportuno comunicare a Lei le mie opinioni, né potevano interessarmi le personali opinioni Sue, avendo già precisa conoscenza del suo passato”. Torre, che era fascista, ed era stato imposto da Mussolini,    nella lettera di dimissioni non solo lamentava di non avere mai avuto effettivi poteri, ma elencava anche precisi punti di dissenso. Con tono sprezzante Agnelli aggiungeva nella sua riposta che il Torre, dopo che era stata “signorilmente liquidata in 24 ore a Sua richiesta la cospicua indennità (lire 923.000)”, non avrebbe dovuto lamentarsi, dato che per la prima volta aveva avuto la possibilità di dirigere “un importante organo politico, oltre il vantaggio materiale a cui La abbiamo conosciuta non insensibile”. Agnelli forzava sempre un po’ la mano, ma non aveva tutti i torti quando al mediocre direttore (che aveva fatto cadere negli ultimi mesi la tiratura) ricordava di avere avuto carta bianca dal regime:

“Io avevo avuto dal Capo del Governo l’ordine di mantenere al giornale una linea che lo rendesse bene accetto ai lettori, specialmente del ceto operaio, che sopra tutto si volevano acquisire al Fascismo. Tale ordine io mi credevo in diritto di trasmettere a Lei che, pur dichiarandosi con me d’accordo, in linea di principio, operava poi, particolarmente a mezzo delle disposizioni impartite alla redazione, in modo di abbassare il giornale al livello di quelli che vivendo di lodi e plagi perdono la loro autorità e diminuiscono la diffusione senza rendere alcuna autorità al Regime”.23
Il corsivo è mio, è sottolinea la ragione forte del Senatore. Certo, c’è anche l’arroganza di un uomo che si considera il sovrano assoluto nelle sue proprietà. Fatto sta che anche Torre fu sconfitto e sostituito da Curzio Malaparte, che verrà poi a sua volta licenziato in tronco (con fortissima liquidazione), probabilmente perché ostentava troppo la sua relazione con la moglie dell’“erede al trono”, Edoardo Agnelli.24
Prima di rassegnarsi alle dimissioni, Malaparte che allora era un fervente sostenitore dell’estremismo squadrista, aveva sferrato un attacco politicamente motivato all’uomo di fiducia di Agnelli, il direttore amministrativo Giuseppe Colli, che fu sostituito immediatamente da un altro uomo al tempo stesso devoto e dal passato inequivocabilmente antifascista, Cesare Fanti, che aveva militato nelle file dei socialisti riformisti. In cambio aveva accettato che il nuovo direttore fosse l’ex segretario del partito fascista Augusto Turati, che cinque mesi prima era stato destituito da Mussolini in seguito alle rimostranze del Vaticano per l’eccessiva ostilità dimostrata nei confronti della stampa e delle organizzazioni cattoliche. Ma Turati non aveva la levatura per reggere effettivamente la direzione di un giornale con una redazione così affiatata, e finì per essere a sua volta accusato di morbidezza verso l’antifascismo dalla cricca di Farinacci e Starace, che gli scatenarono contro gli estremisti del GUF (gioventù universitaria fascista), che assaltarono “La Stampa” tirando sassi al vetrate, ma vennero messi in fuga dagli operai accorsi dalla tipografia. Turati sapeva che la manifestazione era diretta soprattutto contro di lui, e protestò vivacemente con Mussolini: “I 20.000 disoccupati - scriveva nella sua lettera - guardano stupiti tutto questo carnevale di indisciplina da parte di cento maleducati figli di papà”.25
Ma Farinacci, che non perdonava a Turati di averlo sostituito nel 1926 alla segreteria del partito, non si sarebbe fermato di fronte a nulla. Per screditarlo, scatenò una campagna di insinuazioni su una sua presunta omosessualità, e alla fine costrinse il duce a revocargli l’incarico e a radiarlo dal partito, spedendolo a Rodi.26 Agnelli, consigliato da Frassati, ne approfittò per chiedere a Mussolini che il nuovo direttore fosse un professionista, e non un notabile del partito. Il duce accettò, designando Alfredo Signorelli, che era stato collaboratore del “Popolo d’Italia”, e da tre anni era capo della redazione romana de “La Stampa”. Funzionò benissimo, dato che accettò di fatto di mantenere il giornale su una linea di collaborazione, ma senza “fascistizzarlo”.
Mussolini, evidentemente, sapeva bene a cosa alludeva Giovanni Agnelli nella lettera in cui liquidava Torre, parlando della necessità di “conquistare il ceto operaio”: nelle ultime elezioni della Commissione Interna, nel maggio 1925, le liste comuniste avevano ottenuto 5.013 voti, quelle socialiste della FIOM 4627, la UIL aveva avuto solo 358 voti, i popolari 162, mentre i candidati fascisti, nonostante gli appoggi ricevuti dal Regime, avevano avuto solo 767 consensi. Subito dopo le elezioni, il senatore Agnelli aveva trattato il rinnovo del contratto aziendale con gli eletti comunisti, scavalcando perfino i socialisti della FIOM.27 Quando pochi mesi dopo, nell’ottobre del 1925, le Commissioni Interne venivano sciolte, Agnelli continuò a preferire il dialogo diretto con i dipendenti, scavalcando spesso i sindacati fascisti divenuti obbligatori.

Comunque, sia pure con la relativa autonomia rivelata dal braccio di ferro su La Stampa, per vent’anni, la FIAT, “indosserà la camicia nera”. Se la toglierà solo il 25 luglio 1943. Ma la sua ascesa da modesta impresa locale a grande gruppo mondiale è stata tutta determinata dal rapporto con il fascismo e le sue imprese di guerra. Seguiamone le tappe

“Fascista a Roma, antifascista a Torino”

Il 28 ottobre Agnelli era stato tra i primi a inviare un telegramma di felicitazioni a Mussolini, a cui presto chiese ingenuamente di smobilitare le squadracce e di “mettere un freno ai ras di provincia”, come il “quadrumviro” De Vecchi, rozzo e ignorante (temeva che fosse controproducente). Ma subito dopo riconobbe ai sindacati fascisti, che pure non avevano i requisiti di legge, il diritto a partecipare alle elezioni della commissione interna. A chi dei suoi amici liberali lo criticava per questo gesto, Agnelli rispose cinicamente che i sindacati fascisti avevano il merito di evitare la contrapposizione “muro contro muro”, e di dissociarsi dalla FIOM, che era rimasta legata ai “vecchi metodi di lotta”, cioè allo sciopero. E siccome De Vecchi, viceversa, considerava a sua volta suoi nemici nel partito i sindacati fascisti, che puntavano sulla demagogia e non solo sui manganelli, Agnelli lo scavalcò, invitando Mussolini a Torino a visitare il nuovo stabilimento del Lingotto, apprezzato anche da Le Corbusier per la moderna struttura architettonica.28 Per l’inaugurazione vera e propria era stato invitato, poco prima, il re. Mussolini accettò, pur evitando lo scontro diretto con il più accanito avversario di Agnelli, De Vecchi, che anche in ambiente fascista era soprannominato per l’aspetto fisico e la scarsa intelligenza “un cazzo con i baffi”, ma continuava a controllare le squadracce piemontesi.29

Poiché Cesare Maria De Vecchi continuava a pregiudicare i rapporti con la FIAT, che definiva la “plutocrazia industriale”, Mussolini, per allontanarlo da Torino, lo chiamò a Roma con la promessa di un alto incarico e il titolo nobiliare di conte di Val Cismon; lo spedirà poi come governatore in Somalia, dove De Vecchi farà stragi ma si arricchirà rapidamente.

Ad Agnelli invece Mussolini fece arrivare, prima della visita al Lingotto prevista per l’autunno del 1923, la nomina a senatore del regno, che viene fatta dal re “su proposta del capo del governo”. E il Duce prepara bene la sua “marcia su Torino”, come la chiamerà Piero Gobetti. Per prevenire contestazioni anche Giovanni Agnelli prende le sue misure: convoca le commissioni interne per informarle, e ai mugugni risponde che “ci sono tre modi per riceverlo: applaudire, tacere o sabotare. Vi lascio scegliere tra i primi due. Il terzo modo lo stroncherò con ogni mezzo”. La maggior parte degli invitati - selezionatissimi - al ricevimento, sceglieranno il secondo, e gli operai rimasti al lavoro saranno dissuasi dal manifestarsi da una massiccia presenza di squadristi e di milizia.

Agnelli si compiaceva allora di fare circolare la voce che fosse fascista a Roma e antifascista a Torino (bella cosa!), ma chiudeva il suo discorso con un “Viva Mussolini”. Comincerà a dire che è “mussoliniano”, ma non fascista.30 Intanto ottiene dal “capo”, con cui stabilisce un rapporto diretto, oltre all’abolizione della nominatività dei titoli azionari anche l’accantonamento dei provvedimenti di confisca dei sovrapprofitti di guerra per gli industriali (che avevano fatto parte del programma demagogico del primo fascismo), la riduzione delle imposte di ricchezza mobile sulle società anonime e i loro amministratori, e soprattutto lo scioglimento prima delle commissioni interne e poi dei sindacati, per dare vita al nuovo ordinamento corporativo.

Inoltre, con la complicità di ministri come Aldo Finzi (ebreo e fascista), del quadrumviro Italo Balbo, il senatore Agnelli si era impossessato di vari quotidiani sottratti all’opposizione, tra cui il Resto del Carlino, nel cui Consiglio di Amministrazione aveva collocato il figlio Edoardo mentre Mussolini vi era rappresentato dal fratello Arnaldo. Al momento della crisi per l’assassinio di Giacomo Matteotti, il cui corpo risultò essere stato trasportato con un auto di quel quotidiano bolognese, Agnelli tace a lungo, con grande stupore dei suoi vecchi amici liberali. Quando si arriverà al voto, Agnelli lo darà a Mussolini, che non dimenticherà.

Il peso economico crescente della FIAT (nel 1926 esportava il 57% della sua produzione complessiva, che rappresentava circa l’88% dell’export nazionale del settore auto), e quello politico rappresentato dallo status particolare de “La Stampa”, consentì d’altra parte ad Agnelli alcune significative differenziazioni pubbliche. In particolare nel 1927, la decisione del duce di rivalutare la lira portandola a “quota novanta” per ragioni di prestigio nazionale (per emulare Poincaré che aveva stabilizzato il franco) e per accrescere i consensi della piccola borghesia risparmiatrice e a reddito fisso, provocò una dura reazione di Agnelli su due piani: “La Stampa” fu l’unico quotidiano a pubblicare il testo dell’intervento di Ettore Conti in Senato, che aveva irritato Mussolini al punto di farlo uscire dall’aula “in gran cipiglio”; la FIAT, che aveva già ridotto il personale di 3.200 unità, annunciò altri 4.000 licenziamenti, dovuti in parte a difficoltà congiunturali, .ma soprattutto alla svalutazione delle sue importanti riserve in dollari. Il governo annunciò subito il sequestro de “La Stampa”, e minacciò di gravi ritorsioni la stessa FIAT, che metteva in cattiva luce il regime proprio mentre questo varava la “Carta del Lavoro”, che veniva presentata come una specie di statuto a tutela dei lavoratori. Ma alla fine la FIAT la spuntò, ottenendo nuovi sgravi fiscali, e anche l’offerta di rilevare a un prezzo conveniente uno stabilimento modenese di trattori agricoli.31

L’attacco internazionale alla FIAT nel 1929

Gli Agnelli hanno nel frattempo acquistato la Juventus, per assicurarsi le simpatie popolari con la vecchia ricetta degli imperatori romani: panem et circenses. Fino alla sua morte il presidente sarà Edoardo, che introdurrà per primo le paghe favolose ai calciatori, e inventerà gli “oriundi” per aggirare le disposizioni governative contro l’utilizzazione di giocatori stranieri. Giovanni I intanto consolida con l’IFI la struttura familiare di controllo dell’impero finanziario, che cresce a dismisura.

Nel 1929 ha già consistenti interessi in diverse parti del mondo - dagli Stati Uniti alla Polonia, ma anche in Russia, nei Balcani e in Estremo Oriente - ma si trova subito in difficoltà. Riesce a resistere in Italia, ma perde colpi all’estero. La Ford, che pure retribuisce i suoi operai quattro volte di più di quelli FIAT, riesce a vendere le sue vetture a un prezzo quattro volte inferiore. La Francia, che era la migliore cliente della FIAT, alza i dazi doganali d’entrata dal 25% al 60%. Il mercato estero è praticamente perduto, il fatturato tra il 1929 e il 1931 si riduce della metà.

Ma c’è un pericolo maggiore: la Ford tenta di sfondare sul mercato italiano, dopo essersi assicurata la collaborazione di una potente lobby di industriali e finanzieri milanesi, e di un gruppo di gerarchi tra cui Emilio De Bono, vecchio amico del De Vecchi, e Costanzo Ciano, il cui figlio Galeazzo aveva sposato Edda Mussolini, e a cui era stata promesso che uno dei due stabilimenti Ford in Italia sarebbe stato costruito a Livorno, sua città natale. Partecipavano all’operazione anche il ministro Bottai,  e il presidente dell’Automobil Club, Silvio Crespi.

Questa lobby era tutt’altro che disinteressata, ma avanzava un argomento ragionevole: la concorrenza americana sarà utile, stimolandola, alla stessa FIAT, le cui difficoltà dipendevano da una generale carenza tecnica, da un’insufficiente programmazione e dalla mancanza di modelli utilitari. Il governo poi doveva temere ritorsioni internazionali a una troppo aperta politica protezionistica a favore della casa torinese.

Agnelli, affiancato ormai dal fedelissimo “professore” Vittorio Valletta, che dal gennaio 1928 è diventato direttore generale (con grande irritazione di molti dirigenti della prima leva, che si sentono scavalcati), punta subito sullo spirito nazionalista di Mussolini, insofferente all’invadenza di prodotti stranieri, vista come una mortificazione dell’orgoglio nazionale. E Mussolini avoca a sé ogni decisione in materia, bloccando i piani della Ford, “che non può pretendere di rifarsi in Europa delle perdite che subisce a casa sua”. Anzi chiude d’autorità – per questioni “d’ordine nazionale” - gli impianti che il gruppo americano aveva già nel porto franco di Trieste. Gli azionisti FIAT salutano con gioia questa decisione, che blocca anche un altro tentativo della General Motors di installarsi in Italia “considerandola alla stregua di una colonia”, e il 6 marzo del 1930 votano all’unanimità la proposta di ricordare la decisione del “duce” con un’epigrafe a caratteri d’oro collocata nell’atrio principale del Lingotto.

I gerarchi fascisti ormai legati agli interessi stranieri non demordono: Costanzo Ciano scrive a Mussolini, segnalando che la FIAT, nonostante gli interventi in suo favore, aveva ridotto ulteriormente l’orario di lavoro (ovviamente con riduzione del salario) e aveva sospeso la produzione in vari reparti del Lingotto. Invano. Quando la FIAT si rivolge a Mussolini avvertendo che, in mancanza di nuovi e ancora più energici provvedimenti contro la concorrenza estera, avrebbe dovuto adottare altre “gravi e dolorose decisioni” sul piano dell’occupazione, ottiene subito che i dazi doganali sulle autovetture estere vengono aumentati del 130% ed estesi anche alle parti staccate. Di fatto teme che la Ford ritorni all’attacco attraverso un accordo di joint venture firmato con l’Isotta Fraschini per la produzione di un’autovettura utilitaria con maestranze italiane. La Ford ha sempre dietro di sé Ciano, che scrive al “duce” che anche “gli operai che lavorano nelle fabbriche milanesi o in altre parti d’Italia hanno diritto alla medesima protezione di quelli che lavorano in FIAT”. Inoltre, segnala che nel capitale azionario sarebbero stati maggioritari due italiani, il conte Gian Riccardo Cella e Ludovico Mazzotti Biancinelli, ex dirigente Ilva. Ma Agnelli pone un tassativo “o con noi o contro di noi”, mentre qualcuno informa Mussolini che dietro gli industrali milanesi si nascondono alcuni gerarchi del partito: dopo una vigorosa strigliata ai gerarchi lobbysti, il “duce” blocca la costituzione della joint venture, diffida attraverso Bottai la casa di Detroit dal continuare i suoi tentativi, e soprattutto emana due decreti: il primo riserva al governo di decidere quali industrie sono fondamentali “per la fabbricazione di prodotti essenziali per la difesa della nazione”, il secondo riconosce tra questi l’industria dei trasporti terrestri. La FIAT ha vinto.32

E la FIAT ricambia, sfornando finalmente col nome di Balilla l’utilitaria voluta dal “duce”, e i treni popolari che vengono battezzati “littorine”, in onore del fascio littorio. Mussolini concede l’avallo a un grosso prestito per forniture militari alla Turchia, alla Grecia e all’Argentina. Agnelli e Valletta hanno ormai tutte le porte aperte a Roma: riescono a bloccare un progetto di monopolio delle ferrovie statali nel trasporto pubblico, e uno di una speciale tassazione degli automezzi pesanti che viene fatto cadere in concomitanza con l’uscita di un nuovo modello di autocarro. L’Alfa Romeo viene inspiegabilmente sostituita dalla FIAT in alcune grosse forniture ai cantieri navali di Monfalcone. “Nella mutata economia politico-sociale del paese guidata da S. E. il Capo del Governo – dichiara -, anche l’industria trova una nuova comprensione dei suoi fini nazionali e sociali”. E intanto ottiene anche l’esenzione della Balilla dalle tasse di circolazione, la revoca delle misure restrittive dei servizi automobilistici rispetto alle ferrovie, l’estensione della speciale protezione doganale prevista per le auto a tutte le costruzioni meccaniche sussidiarie. Sempre nel supremo interesse nazionale…

Tuttavia va dato atto ad Agnelli che non si è limitato a contrattare privilegi e sgravi, ma per qualche tempo ha pensato a una soluzione più radicale della crisi generale del capitalismo. Castronovo pensa che abbiano avuto qualche effetto i contatti avuti in Unione Sovietica, dove nel marzo 1932 ha inaugurato un enorme stabilimento di cuscinetti a sfera (il più grande del mondo) e una fonderia per leghe leggere (di cui a nascosto a Mussolini lo sbocco finale, che era la produzione di parti di motori di aviazione). Il Commissario del popolo all’Industria gli aveva ribadito infatti che il capitalismo era condannato inevitabilmente a precipitare in una crisi irreversibile, e questa tesi, che aveva sentito più volte negli anni Venti durante gli incontri con i membri comunisti e socialisti delle Commissioni interne gli appariva in quel momento convincente.

Così preparò in gran segreto un testo con una proposta che appariva sorprendente provenendo da uno dei maggiori industriali: una riduzione generalizzata dell’orario a 36 o 32 ore settimanali, ma con un aumento della paga oraria tale da impedire ogni perdita salariale. Per ottenere la massima risonanza, stese le sue proposte sotto forma di intervista rilasciata all’United Press, la principale agenzia di stampa nordamericana, che fece arrivare tramite il rappresentante della FIAT a Roma al corrispondente americano Thomas Morgan, con l’impegno a farlo arrivare simultaneamente ai principali quotidiani di tutto il mondo. Alla domanda su cosa pensava della crisi, Agnelli rispondeva:

“Penso anzitutto che nessuna crisi fu mai tanto vasta e profonda. […] Non è solo una delle solite crisi periodiche, cosiddette cicliche, ma è una crisi che tocca tutta la struttura dell’economia mondiale, e<se la sua soluzione dovesse essere lasciata al naturale gioco delle forze economiche, dovremmo aspettare molto tempo, e chissà attraverso quali cataclismi. Infatti questa crisi sviluppa effetti sociali di una gravità senza precedenti”.33

Agnelli riteneva che ridurre ed eliminare la disoccupazione fosse un imperativo categorico, e che “se non dovesse riuscire a risolvere questo angoscioso problema, dovremmo dubitare del nostro sistema economico”. Egli considerava insufficiente la riduzione dell’orario a quaranta ore, senza parità di salario, per giunta, come era stato proposto a Ginevra nella conferenza internazionale del lavoro nel febbraio di quello stesso anno. Infatti, osservava, “alla base di tutto l’edificio economico, in qualsiasi regime sociale, sta la remunerazione del lavoro manuale, cioè il salario”. Per questo, osservava, “è la spesa operaia nel campo dei generi di prima necessità che mette in moto la macchina dei consumi, anche per i generi superflui, perché i produttori e i venditori dei primi traggono dal proprio prodotto il mezzo per acquistare per sé i secondi”. L’argomento per arrivare alla conclusione pratica delle 36 o 32 ore settimanali era molto rigoroso:

“Non è detto che i costi e i prezzi debbano aumentare nella stessa misura dei salari. Infatti, il costo di un prodotto è costituito, oltre che della spesa della manodopera, anche di altri elementi, che diminuiscono con l’aumentare della produzione fino almeno alla saturazione degli impianti esistenti.. Comunque, basterà che abbiamo uno scarto tra i due aumenti: quello del salario e quello del costo. Questa differenza fra i due aumenti nella misura e nel tempo, rappresenta appunto l’aumento del potere d’acquisto. È il margine per il maggior consumo. Il margine su cui può giocare la ripresa. Quello che i francesi chiamano l’amorçage: cioè l’adescamento, lo spunto e la spinta che rimettono in moto la macchina economica”.34

L’effetto della proposta fu clamoroso e provocò anche un certo disorientamento del regime: il testo dell’intervista fu pubblicato quasi integralmente dal principale organo fascista, il “Popolo d’Italia”, e quindi, successivamente, da altri giornali italiani, che furono tuttavia aspramente rimproverati, mentre quelli che non l’avevano ancora fatto vennero diffidati a parlarne dall’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio. Qualche giorno dopo un trafiletto dell’ufficioso “Giornale d’Italia” metteva in guardia contro “illusioni e speculazioni”.

Agnelli dovette intervenire di nuovo, con una lettera personale a Mussolini, per “chiarire il suo pensiero”, precisando che la sua proposta era di una soluzione internazionale e non “puramente nazionale”, altrimenti non avrebbe avuto effetti pratici nei confronti di una crisi che era mondiale. D’altra parte tutti i più autorevoli esponenti dell’industria italiana espressero il loro dissenso. E la proposta rimase sulla carta. Agnelli, visto che non veniva accettata a livello internazionale, continuò a ricorrere a licenziamenti o a riduzioni d’orario con perdita di salario…

Poco dopo la liquidazione di Turati e la crisi di relazioni provocata dalla sortita sulla riduzione d’orario, Mussolini volle celebrare al Lingotto il “Decennale della rivoluzione fascista” con una spettacolare scenografia: parlò da un palco a forma di incudine (anche per ricordare le sue origini di “figlio del fabbro”), con sullo sfondo il simbolo della FIAT ornato da un grande fascio. Gli operai hanno dovuto sospendere il lavoro in tutti gli stabilimenti e recarsi inquadrati e preceduti da fanfare alla manifestazione. Questa volta sono stati retribuiti, e forzati a “manifestare il loro entusiasmo” (nella precedente visita del duce, Agnelli aveva trattenuto la paga ai partecipanti, e aveva fatto capire che non gradiva eccessive manifestazioni di consenso). Il figlio di Giovanni Agnelli (e padre di Gianni) sta sul palco in divisa fascista.

Ma, in quell’ottobre 1932, Agnelli fu avvertito dal prefetto che “il Capo del Governo si era manifestato nel senso che ormai era opportuna l’entrata di Agnelli nel Partito Nazionale Fascista”. Agnelli dirà poi di aver dovuto trangugiare un “amaro calice”, perché aveva sempre pensato di restare esente da una simile imposizione come i membri della dinastia sabauda. Ma lo trangugiò.35

Elena Croce, la figlia del filosofo, osserverà a questo proposito che “Agnelli affettava con umiltà un’assoluta innocenza nelle cose della cultura e della politica, ma non ci voleva molto ad accorgersi che la prima era fatta di disprezzo, e la seconda di calcolo e paura”.

 

Nel 1935 la FIAT corre un brutto rischio: mentre estende sempre più il suo impero, conosce alcune difficoltà produttive, che spingono il ministero della Guerra a ricorrere all’odiata rivale Ford per l’acquisto di 3.000 autocarri necessari all’invasione dell’Etiopia.36 Solo con qualche ritardo la FIAT riuscirà poi a fornirne altri 5.000, ottenendo in cambio un’attenzione privilegiata nella fornitura di materie prime, lauti risarcimenti per la perdita di mercati esteri come conseguenza delle sanzioni decise contro l’Italia dopo l’impresa di Etiopia e della conseguente politica autarchica (in nome della quale aveva peraltro ottenuto vaste concessioni di zone alpine per la ricerca di minerali “nazionali”). Sempre con il contributo statale la FIAT costruisce in Veneto stabilimenti per la produzione di vetro in lastre, cementifici e stabilimenti per la produzione di materie plastiche derivate dal catrame, e acquista perfino risaie nel vercellese e in Emilia-Romagna.

Alla vigilia della guerra, grazie alle commesse militari, gli operai sono ormai 50.000, il fatturato è passato da 750 milioni del 1935 ad oltre 2 miliardi nel 1937. Ma l’adesione di Agnelli e Valletta al regime si raffredda sempre più. La ragione di fondo è l’alleanza con la Germania, divenuta sempre più stretta dopo la guerra di Etiopia e quella di Spagna. Il peggioramento dei rapporti con la Gran Bretagna aveva reso sempre più difficile la penetrazione nelle colonie inglesi in Asia, in Africa e in Australia, nonostante l’esistenza di una buona rete di vendita e di diversi ispettorati di zona. Il mutamento di atteggiamento dell’opinione pubblica statunitense dopo il fermo discorso del presidente Roosevelt del settembre 1937 contro il fascismo e l’alleanza italo-tedesca aveva avuto subito ripercussioni sulle vendite nei mercati nord-americani.

La prospettiva di beneficiare dell’accordo commerciale firmato nel luglio 1938 con il Giappone si era rivelata presto illusoria: Toyota, Nissan e Mitsubishi non avevano nessuna intenzione di cedere ad altri i propri spazi di mercato nel Sud-est asiatico.

A partire dal periodo delle sanzioni la Germania è diventata quindi il più importante sbocco europeo della casa torinese, e Mussolini ha incoraggiato l’aumento degli investimenti nello stabilimento della NSU di Heilbronn e in un’officina di carrozzeria a Weinsberg. Nel 1938 la NSU arriva a produrre 10.000 vetture. Ma la FIAT, che aveva puntato da tempo ai mercati dell’Europa orientale, si trova in difficoltà perché la finanza e l’industria tedesca puntano su quegli stessi mercati con ben maggiore capacità di penetrazione. In Cecoslovacchia l’occupazione tedesca aveva messo in gravi difficoltà la rappresentanza della FIAT a Praga, e anche l’Ungheria si stava trasformando in un mercato riservato all’industria germanica. La Polonia era rimasta una base importante fino al 1938 (la produzione della consociata Pzinz era giunta a coprire il 30% delle immatricolazioni) ma fin dall’inizio del 1939 il legame sempre più stretto dell’Italia con la Germania aveva bloccato ogni prospettiva di assicurare le forniture direttamente o indirettamente militari (dagli aerei alle autoblindo, dalle automotrici ai carri ferroviari) che erano state sollecitate dal governo polacco.

D’altra parte la conquista dell’Impero non offriva grandi prospettive: il mercato dell’Africa orientale era molto ristretto. In Etiopia la FIAT, più per “dovere patriottico” che nella prospettiva di vantaggi concreti, aprì alcune officine di assistenza tecnica, ovviamente destinate agli automezzi militari e civili degli italiani. In cambio si era aggiudicata attraverso la Impresit appalti di lavori stradali e di trasporti pubblici.

Rimaneva, ma per poco, il mercato jugoslavo, mentre l’Albania non era certo capace di assorbire quote importanti della produzione automobilistica: rimaneva solo la prospettiva di qualche appalto per lavori pubblici, e lo sfruttamento delle risorse minerarie. Molto poco, rispetto a quello che si era perduto altrove.

Ecco la ragione di fondo dell’inquietudine dei dirigenti della FIAT di fronte all’irresponsabile politica estera di Mussolini, e la premessa del suo “antifascismo” dell’ultima ora. Ma c’era dell’altro: l’autarchia e in genere i preparativi di guerra avevano provocato un notevole peggioramento della condizione operaia e quindi un diffuso malcontento. Un aumento dei salari del 10% deciso dal governo dopo tanti tagli era stato riassorbito subito dal rincaro dei generi alimentari, e dall’aumento del prelievo fiscale per tutti i lavoratori che in seguito all’incremento delle retribuzioni nominali erano entrati in una fascia di tassazione superiore. Il fascismo dunque veniva meno alla sua funzione stabilizzatrice, e stava innescando una nuova radicalizzazione della classe operaia.

Inoltre l’allestimento del nuovo grandissimo stabilimento di Mirafiori procedeva a rilento, per la necessità di allestire grandi gallerie sotterranea imposte dal governo come rifugi antiaerei. Agnelli aveva deciso di accelerare i tempi per utilizzare i sovrapprofitti realizzati con le forniture militari per la conquista dell’Etiopia, valutati a 600 milioni di allora. Tra le spese aggiuntive c’erano anche quelle imposte dalle pressioni della curia torinese, preoccupata dall’afflusso di una grande massa di operai nella zone: fu necessario tacitarla sia assicurando la disponibilità a finanziare un corpo di “cappellani di fabbrica”, sia destinando una parte dell’area alla costruzione di un edificio, affidato ai salesiani, con scuola e oratorio.

Doppio e triplo gioco durante la guerra

Alla vigilia della guerra Mussolini fa la sua terza visita alla FIAT, il 15 maggio 1939. Lo stato maggiore aziendale è schierato in camicia nera, gli operai sono stati condotti a forza nel piazzale dello stabilimento non ancora completato di Mirafiori (inizialmente visto con diffidenza dal governo fascista, che temeva le concentrazioni operaie troppo grandi). Mussolini arriva su un’Alfa Romeo, che era allora concorrente della FIAT, cosa che non piace né ai dirigenti, né agli operai, che hanno però altre ragioni di dissenso. I cinquantamila operai non rispondono con ovazioni alle consuete tirate oratorie del “duce”, che si irrita sempre più. Chiede se ricordano un suo precedente discorso, ma la piazza rimane muta, e Mussolini sbotta, paonazzo d’ira: “Se non lo avete letto, andate a leggerlo, se non lo ricordate, andate a rileggerlo” e volta le spalle, sibilando “questi piemontesi, tutti dei porci”. Non c’entrava il Piemonte, evidentemente, ma la rinascita di un’opposizione di classe.

Lo aveva ammesso poco tempo prima un rapporto riservato del Prefetto di Torino, che affermava che “la grande maggioranza delle maestranze metallurgiche della FIAT, nonostante la sua appartenenza formale al partito fascista, è rimasta quello che era, socialista e comunista per convinzione”. E anche il federale fascista Gazzotti aveva segnalato anch’esso con amarezza che “questa FIAT resta, nella sua manodopera, socialista e comunista. Non c’è quella partecipazione che ci si potrebbe attendere da una folla di miserabili disoccupati che da tutte le regioni d’Italia sale a Torino per fare della FIAT la più alta concentrazione operaia del paese”.

Agnelli intanto si preparava alla guerra, che però sperava lasciasse fuori l’Italia: infatti, fino a un giorno prima delle due aggressioni, aveva continuato a fornire autocarri alla Francia e alla Grecia, motori d’aviazione alla Gran Bretagna, bombardieri alla Persia, automezzi, velivoli e carri armati alla Jugoslavia, alla Finlandia e a diversi paesi del Sudamerica…

Durante la prima fase del conflitto, contrariamente alla versione fornita dopo il 1945 da Valletta, la FIAT si impegna a fondo nella produzione bellica, facendosi pagare bene la crisi verticale delle vendite in Inghilterra e Francia, dove la consociata SIMCA era arrivata nel 1937 al quarto posto per fatturato e delle immatricolazioni. Appena iniziate le operazioni Valletta stese un promemoria per illustrare le possibilità di sviluppo della produzione per le Forze Armate, chiedendo però che le autorità garantissero una ferrea disciplina nelle fabbriche attraverso la “militarizzazione dei dipendenti”, in modo che fossero passibili, “anche sul lavoro, delle sanzioni del Codice Militare di Guerra”.37 Ovviamente questo desiderio fu esaudito.

Agnelli tuttavia, dichiarava agli azionisti nel marzo 1941 che, pur concentrando il massimo di energie nella produzione militare, pensava anche al dopo:

“La FIAT non perde di vista le necessità del domani, per essere pronta a soddisfarle pienamente: ripresa automobilistica del paese, ripresa dell’esportazione, espansione nel più grande impero e in quegli spazi vitali e zone di influenza che, secondo gli accordi dell’Asse, si apriranno al lavoro italiano”.38
Altro che fronda antifascista! E intanto ottiene contributi per potenziare gli impianti della Vetrocoke di Porto Marghera, e per nuove produzioni a Siena, Apuania e Scalea. E tenta di farsi concedere gli impianti italiani della Standard Oil, nel quadro delle misure di ritorsione al bloco delle forniture americane destinate a Torino e al sequestro di una motonave appartenente a una società del gruppo. Valletta aveva presentato un piano dettagliato che prevedeva, in cambio dell’affidamento delle succursali italiane della Esso, a costruire una nuova raffineria. Pur avendo ottenuto importanti appoggi, il progetto non andò in porto, perché il ministero delle Finanze preferì che i beni della Esso passassero direttamente sotto la giurisdizione della Ragioneria generale dello Stato. Un anno dopo, il 3 dicembre 1942, una lettera di Valletta al ministro delle Finanze Thaon de Revel, segnalando le difficoltà provocate dai bombardamenti continui di Torino e altre città, chiedeva che si derogasse dalle “attuali restrizioni di carattere fiscale e burocratico”, introducendo norme “a carattere eccezionale e di sgravio” su molte operazioni come la costituzione di società commerciali, l’acquisto di case, cascinali e tenute “senza il pagamento dell’imposta sul plusvalore “, nonché l’acquisizione di pacchetti azionari “senza l’obbligo del contemporaneo investimento di pari importo in Buoni del Tesoro al 3%”. Inoltre chiedeva con insistenza che lo Stato cedesse alla FIAT il controllo delle acciaierie di Cogne.39 Un mese prima Valletta all’amministratore delegato della Cogne che aveva segnalato le difficoltà a ottenere l’autorizzazione del ministro delle Finanze, aveva detto brutalmente: “Consenso o non consenso, io vado dal Duce, e se il Duce non ci darà Cogne aggiungerà un’altra grave responsabilità a quelle che si è già assunto”.40

Ma ancora una volta non ottenne nulla. Probabilmente l’insuccesso si spiega con il crescente fastidio di Mussolini nei confronti di Agnelli, che vari rapporti prefettizi accusavano di “monopolizzare le speculazioni in borsa sulla FIAT”, e soprattutto di ostentare eccessivamente il lusso infischiandosi delle prescrizioni delle autorità sulla necessità di un clima austero in tempo di guerra: un rapporto del settembre 1941 denunciava lo scandalo provocato tra la gente del luogo da una festa da ballo in “ grande stile” nella villa di famiglia a Forte dei Marmi.

Mussolini cominciava a irritarsi sempre più, fino ad annunciare che avrebbe mantenuto le tessere annonarie anche dopo la fine della guerra per costringere gli industriali come Agnelli a mangiare come il loro più umile operaio. Sia Grandi che Ciano osservavano preoccupati che nel duce ritornava fuori l’anima del socialista rivoluzionario di trent’anni prima. E in effetti tutte le segnalazioni che riceveva sull’entità dei superprofitti di guerra avevano spinto il duce ad annunciare verso la fine del 1941 la reintroduzione di quella nominatività dei titoli azionari che aveva abolito nel 1922 con uno dei suoi primi atti di governo (anche se le molte complicità nell’apparato statale fecero rinviare più volte il decreto, sicché quando entrò in vigore nel giugno 1942 le principali aziende avevano distribuito forti acconti sui dividendi, riducendo la quota tassabile a ben poco).

Il mutamento di atteggiamento di Valletta, di Agnelli e di gran parte dei grandi industriali italiani avviene negli ultimi mesi del 1942: tra le ragioni c’era l’effetto materiale sulla produzione e psicologico sulla popolazione dei distruttivi bombardamenti angloamericani, che rivelavano l’assoluta impreparazione della contraerea, c’era la scarsità delle forniture di materie prime, ma c’era soprattutto la sensazione che la guerra stava volgendo al peggio per le potenze dell’Asse. La vittoriosa controffensiva sovietica partita da Stalingrado aveva intrappolato gran parte delle truppe italiane nel bacino del Donez,, mentre i rovesci subiti da italiani e tedeschi in Tunisia e in Libia mutavano i rapporti di forza nel Mediterraneo.

È in quel periodo che alcuni industriali come Volpi, Pirelli e Donegani avevano cominciato a pensare di sostituire Mussolini, e ne avevano parlato apertamente con il conte Vittorio Cini, l’industriale e finanziere veneziano che era ministro delle Comunicazioni. Agnelli ne era stato informato ma per il momento non si era esposto apertamente, puntando piuttosto a stabilire rapporti ancora più stretti con la Chiesa cattolica. utilizzando i salesiani, a cui aveva affidato la “cura spirituale” degli operai di Mirafiori. Tuttavia aveva evitato gesti di aperta rottura col regime, tanto è vero che anche dopo il 25 luglio e l’8 settembre riuscì a mantenere buoni rapporti con l’occupante tedesco, un po’ meno buoni con la Repubblica sociale italiana, la repubblichina di Salò, che lo vorrebbe come ministro e non conta nulla.

Gli scioperi del 1943 e 1944

Il primo grande sciopero dopo l’avvento del regime fascista, e quasi l’unico nell’Europa in guerra, è quello del marzo 1943, che partì proprio dalla FIAT. Anche se è stato paragonato allo sciopero contro la guerra e il carovita del 1917, nel 1943 non fu spontaneo, ma organizzato dal PCI, che aveva già 80 iscritti (nel 1925 il PCd’I aveva complessivamente 400 tesserati nelle cellule operaie della FIAT). In pochi mesi essi crebbero notevolmente, raggiungendo 7.500 iscritti nel 1946, sia pure a scapito della qualità (il famoso “partito nuovo” di Togliatti, che qualcuno esalta ancora oggi!), tanto è vero che nello stesso anno i voti ottenuti nell’elezione della Commissione Interna furono solo 7.000, cioè 500 in meno. Il Capo della polizia, Carmine Senise, riferisce nelle sue memorie di avere informato Mussolini almeno venti giorni prima di quel che si stava preparando (aveva intercettato dei fogli di istruzioni distribuite ai militanti), ma che Mussolini non fece nulla, salvo incaricare gli organi corporativi di vigilare. Ma i sindacati fascisti, a cui erano iscritti tutti i lavoratori, si rivelarono incapaci di disinnescare le tensioni latenti.

Più ancora delle sconfitte militari, fu quello sciopero a segnare la fine di Mussolini, che il Gran Consiglio del fascismo (e il Vaticano, la dinastia, i grandi industriali che erano tra gli ispiratori del complotto di Ciano e Grandi), riteneva colpevole di aver fallito nel suo compito principale, quello di bloccare una classe operaia che invece rialzava la testa e appariva diretta da quel Partito comunista che i Tribunali speciali evidentemente non erano riusciti a distruggere.

Nel marzo del 1944, in condizioni assai più difficili (Torino e tutta l’Italia centro-settentrionale erano occupate dalle truppe naziste e dalle Brigate Nere) fu di nuovo la FIAT a dare il segnale di uno sciopero a cui parteciparono cinquecentomila lavoratori in tutto il Nord. Centinaia di operai torinesi furono deportati verso i campi di sterminio, ma ormai la stessa borghesia aveva capito che doveva imboccare un’altra strada.

Valletta tratta con i nazisti per limitare gli arresti e le deportazioni, in nome delle esigenze della produzione bellica. Mantiene al tempo stesso buoni rapporti attraverso vari dirigenti con gli antifascisti moderati, ma anche con i comunisti, di cui sa che sono stati alla testa dei due grandi scioperi generali contro la guerra.41 Convince i nazisti che deportare tutti i responsabili è pericoloso, dato che sono essenziali per la produzione e anche che spostando i macchinari e gli uomini si perderebbero mesi preziosi.42 Per fermare gli scioperi, di cui conosce bene il movente politico, ma anche il legame con le rivendicazioni economiche, concede unilateralmente forti aumenti, indennità, premi.

Un rapporto del Servizio Politico della Guardia Nazionale Repubblicana in data 19 gennaio 1945, descrive francamente le difficoltà di approvvigionamento della popolazione, affamata e provata dal grande freddo provocato da forti nevicate, e teme che possono innescare altre proteste. Ma riferisce un dato significativo:

“Alcune grandi aziende industriali – per esempio il gruppo FIAT – hanno provveduto a somministrare ai dipendenti piccoli quantitativi di legna facendola trasportare dalle vallate. Per fare ciò hanno dovuto prendere opportuni accordi con le bande dei fuori-legge. Sono stati accordi riservatamente seguiti e sorvegliati”.

In che modo? Attraverso quali informatori? Gli stessi dirigenti FIAT, probabilmente, che tuttavia hanno spiegato così bene la necessità di quegli accordi alla GNR, che questa “non ha creduto opportuno porre alcun veto in considerazione della finalità degli stessi”.43

Di fronte a questo atteggiamento, i nazisti capiscono, i fascisti protestano, ma vengono tacitati con una visita di Valletta a Salò, dove questi dichiara di essere riconoscente per la legge sulla socializzazione, e di essere pronto ad applicarla. Il 6 marzo 1945 si svolgono le elezioni per approvare o respingere il progetto: parteciperanno solo alcuni fascistoni, pari allo 0,6% dei lavoratori. Mussolini è furioso e minaccia ritorsioni, ma non fa in tempo, perché deve cominciare a preparare lo sgombero del Garda per arroccarsi nel “ridotto della Valtellina”, da cui dice di voler far partire la controffensiva. In realtà, si prepara la fuga, che finirà a Dongo.

Un anno tra il primo e il secondo sciopero, un altro anno (con una ripresa, più circoscritta, ma di grande forza della lotta proprio a Torino nel giugno 1944) sarà necessario per arrivare a una nuova fase, più organizzata e meglio armata: la difesa delle fabbriche. Se nel 1944 i tedeschi avevano accettato di ridurre gli arresti e le deportazioni, pur di avere la preziosa produzione bellica promessa da Valletta e da altri dirigenti industriali, negli ultimi mesi di guerra hanno ordini precisi di portare via tutti i macchinari possibili e di distruggere gli altri. Si illudono che qualche evento (in particolare le famose armi segrete in febbrile preparazione, e di cui tutti parlano) possa mutare le sorti della guerra.

Ma trovano grandi difficoltà, perché gli operai sono pronti a battersi per la “loro” fabbrica, gli industriali sono interessati a salvare gli impianti, perché hanno già stabilito accordi – in genere attraverso intermediari in Svizzera - con gli ex nemici per forniture (la guerra non è ancora sicuramente finita), gli stessi comandi militari alleati preferiscono indirizzare verso questo compito i partigiani, che hanno cercato finora di frenare e indurre alla smobilitazione. Ma non è lo stesso una passeggiata, e sia i partigiani sia gli operai che li appoggiano dall’interno rischiano molto.

Nonostante il doppio gioco, la maggior parte degli industriali e dei dirigenti preferiscono riparare in Svizzera. Qualcuno che non ha fatto in tempo, o è fanaticamente fascista, il 25 aprile finisce al muro, ma si tratta in genere di pesci piccoli.

Ma per Agnelli (che morirà il giorno stesso in cui gli veniva annunciato il proscioglimento dall’accusa di collaborazionismo, il 16 dicembre 1945) e soprattutto per Valletta, che da mesi era divenuto amministratore delegato unico, c’era all’orizzonte un’ancora di salvezza: poche settimane dopo la grande ondata di scioperi del marzo 1944, c’è stata la svolta di Salerno, che fornirà la base “teorica” per la collaborazione dei comunisti alla restaurazione capitalista e alla ricostruzione dell’apparato statale andato a pezzi per la guerra e la guerra civile.. Valletta sparisce dalla fabbrica per otto mesi, mettendosi sotto la protezione degli ufficiali alleati. Sarà poi assolto dall’accusa di collaborazionismo, adducendo come meriti i contatti avuti con esponenti alleati, e anche la sua capacità di ottenere dagli ufficiali tedeschi la salvezza degli stabilimenti.44 In realtà, ad ogni minaccia di smantellarli, si rispondeva garantendo l’aumento della produzione, facendosela peraltro pagare subito, probabilmente con i beni rastrellati in tutta l’Europa.

Il giovane Gianni Agnelli, che si era fatto mandare in Russia (dove stava comodamente installato in una casa ben riscaldata e fornita di ogni ben di Dio assai lontano dal fronte) e poi in Africa (ugualmente senza l’ombra di un pericolo), si presenterà dopo la guerra con un curriculum di “partigiano”. In realtà, aveva tentato di raggiungere una sua tenuta vicino ad Arezzo su un auto guidata da un maresciallo tedesco a cui era stata offerta una macchina per i suoi servigi, ma aveva avuto un incidente d’auto ed era stato ricoverato a Firenze, dove aspettò gli alleati, presso i quali si arruolò come ufficiale di collegamento.

 

1 Angiolo Silvio Ori, Storia di una dinastia. Gli Agnelli e la FIAT, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 31. La vicenda è peraltro menzionata in tutte le biografie non agiografiche. Nella monumentale opera di Velerio Castronovo, FIAT 1899-1999. Un secolo di storia italianai, Rizzoli, Milano, 1999, la vicenda è ricostruita dettagliatamente alle pp. 36-46.

2 A. S. Ori, op. cit., p. 43.

3 Ivi, pp. 52-54.

4 Angiolo  Silvio Ori (op. cit., pp. 58-59), fa un’insinuazione abbastanza pesante: “In una delle quattro ultime vetture del corteo, una FIAT, viaggia il signor Adolf Egger, rappresentante della FIAT a Vienna. Cosa ci faceva in quel corteo? Nessuno troverà mai una spiegazione. Neppure la gendarmeria serba, impegnata a stabilire se e quale relazione ci fosse tra Egger e l’attentato. In realtà è un agente segreto”. In realtà, la funzione prevalente di questo personaggo è quello di collegamento con il capitale tedesco e austriaco, e con la Banca Commerciale, il cui presidente, Otto Joel,  è “a sua volta amico personale dell’ex cancelliere tedesco von Bulow […] e appunto attraverso Egger in rapporti fiduciari con il governo e la corte imperiale di Vienna”. Joel ed Egger erano al centro delle trame per conservare alla Triplice l’Italia, o almeno mantenerla neutrale. In ogni caso, Egger è il promotore della FIAT Werke, che costruisce uno stabilimento a Florisdorf, primo investimento diretto all’estero della casa torinese (associata alla Banca Commerciale).

5 Antonio Gramsci, Superstizione e realtà, apparso su L’Ordine Nuovo dell’8 maggio 1920, ora in Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo. 1919-1920, Einaudi, Torino, 1954, p. 113.

6 Paolo Spriano, L’occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi, Torino, 1964, pp. 19-20.

7 Ivi, p. 20.

8 Ibidem.

9 Ivi, p. 43.

10 Alfredo Frassati, Giolitti, Parenti, Firenze, 1959, p. 30.

11 Antonio Gramsci, Partito e sindacati, ora nel volume L’Ordine Nuovo (1919-1920), cit, pp. 404-408.

12 P. Spriano, op. cit., p. 103.

13 Ivi, p. 104.

14 Ibidem.

15 Ivi, p. 105.

16 Ivi, pp. 110-111.

17  Ivi, pp. 125 e 128.

18 Ivi, p. 58

19 A. S. Ori, op. cit., p. 107.

20 Giancarlo Galli, Gli Agnelli. Una dinastia, un impero. 1899 – 1998, Oscar Mondadori, Milano, 1999, p. 43.

21 Ivi, p. 57.

22 La lettera, conservata nell’Archivio Centrale di Stato, è riportata in G. Galli, op. cit., p.58.

 

23 V. Castronovo, op. cit., pp. 433-436. Pochi mesi dopo Malaparte sarebbe stato condannato a cinque anni di confino per la pubblicazione del suo libro Technique du coup d’Etat.

24 Edoardo peraltro sul “trono” non arriverà mai, perché tenuto in disparte dal padre e soprattutto dal sempre più indispensabile Vittorio Valletta fino alla sua tragica morte avvenuta in un incidente aviatorio nel 1935.

25 Ivi, p. 461.

26Ibidem.

27 Galli insinua che dietro questa iniziativa ci fosse “la prima mossa di un’altra partita: i rapporti con l’URSS, che già allora stavano molto a cuore alla FIAT”. Ivi, p. 65. In effetti, dopo il riconoscimento dell’URSS da parte dell’Italia, Agnelli ottenne via libera per una prima presenza nell’Unione Sovietica: una consulenza per un impianto di cuscinetti a sfera, che comportò anche l’addestramento di tecnici e operai sovietici a Torino e a Villar Perosa. (Ivi, p. 68).

28 Le Corbusier considerava il Lingotto un “documento per l’urbanistica”, perché “utile nella precisione e nella chiarezza, nell’eleganza e nell’economia più stretta”. V. Castronovo, op. cit., p. 334.

29A. S. Ori, op. cit., p. 123.

30 Agnelli non era l’unico industriale liberale a tentare questa distinzione: anche un editoriale di Giuseppe Belluzzo su “L’Industria” del novembre 1923 aveva presentato l’atteggiamento degli imprenditori italiani con la formula “mussolinismo più che fascismo”. (V. Castronovo, op. cit., p. 337). Era un evidente tentativo di separare il ruolo del primo ministro da quello delle squadracce e dei sindacati fascisti. Ma durerà fino alla verifica dell’assassinio Matteotti.

31 V. Castronovo, op. cit.,pp. 377-381.

32 A. S. Ori, op. cit., p. 143-150.

33 V. Castronovo, op. cit.,p. 454.

34 Ivi, p. 455.

35 Ivi, pp. 466-467.

36 A. S. Ori, op. cit., p. 150.

37 V. Castronovo, op. cit., p.585.

38 Ivi, p. 588.

39 Ivi, p. 602.

40 Ibidem.

41  Valerio Castronovo (op. cit., pp. 670-672 e passim) fornisce molti dati sui rapporti di Valletta ed altri dirigenti non solo con esponenti antifascisti ma anche con agenti britannici e statunitensi, alcuni dei quali furono nascosti in stabilimenti o uffici della FIAT, all’interno dei quali avevano anche installato radio trasmittenti. Ma, nell’ultimo anno della guerra, ciò non esclude la tesi del doppio gioco.

42 Ma non c’erano solo questi argomenti: ad alcuni esponenti germanici come il gen. Hans Leyers fu fatto balenare qualche vantaggio concreto in cambio di una certa elasticità: Leyers infatti, subito dopo la guerra, ottenne una ben remunerata consulenza presso la Deutsche FIAT (Ivi, p. 641).

43  Il documento è riportato integralmente nel Quaderno Gli scioperi del marzo 1944, a cura del Comitato Torinese per le Celebrazioni del 50.le della Liberazione, sotto il patrocinio della Città di Torino, p. 65.

44 L’assoluzione di Valletta fu imposta a fatica dagli alleati e dallo stesso governo, che anche prima della conclusione del processo gli aveva affidato delicate missioni internazionali. Il comitato di agitazione della FIAT lo aveva invece denunciato formalmente come “traditore della patria” il 26 novembre 1944, e tale atteggiamento era stato condiviso a lungo dal CLN torinese (V. Castronovo, op. cit., pp. 667, 689, e passim).