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Fiat 2

Cento... e uno anni di Fiat · pubblicato il 22 giugno 2009 · 36 min di lettura


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Capitolo II

La FIAT nell’Italia repubblicana

La ricostruzione: conflittualità e collaborazione di classe

L’egemonia conquistata dai comunisti con le loro eroiche lotte viene ora utilizzata per assicurare la ricostruzione capitalistica dell’Italia, convincendo gli operai a rinunciare “per il momento” alle loro rivendicazioni di potere, attendendo il “momento buono” che sarebbe stato scelto dai loro dirigenti. Ci sono perplessità, ma nel complesso la “doppiezza” paga. Così uno dei massimi dirigenti del PCI di quegli anni, Emilio Sereni, in un’assemblea dei Consigli di Gestione nel teatro Odeon di Milano, il 16 settembre 1945, si rivolge a una platea inquieta con questi argomenti, che sarebbero stati respinti violentemente nel 1920, ma che riescono almeno in parte a fare breccia in una classe operaia giovane e inesperta:

“Sarebbe troppo comodo per le vecchie classi dirigenti che hanno portato l’Italia alla catastrofe poter dire ai lavoratori: ora arrangiatevi da soli. […] I lavoratori non sono caduti nel tranello, hanno saputo esigere che i rappresentanti della proprietà prendessero la loro parte di responsabilità nel ricostruire”.1

Non tutti erano ancora convinti, a quanto pare, se l’Unità di quel periodo doveva continuamente mettere in guardia contro “provocatori trotskisti” che “incitavano all’odio” tra le componenti dello schieramento antifascista, o tentavano di mantenere ben oliate le armi. In quello stesso mese di settembre un comunicato della Camera del Lavoro di Milano, pubblicato su L’Unità del 16 settembre col titolo Denunciare i provocatori di manifestazioni inconsulte, rivelava una realtà ancora fuori controllo:

“A questa CdL risulta che da qualche elemento non ancora identificato vengono promossi qua e là scioperi assolutamente inconsulti. Mentre si richiama l’attenzione delle masse operaie e in modo particolare delle commissioni interne sull’errore gravissimo di eccedere in queste manifestazioni, si dichiara senz’altro che non saranno riconosciuti i movimenti e le agitazioni che non abbiano avuto il preventivo benestare da parte della segreteria generale della CdL. Si invitano formalmente i componenti delle C.I. a voler denunciare senza riguardo i promotori di queste agitazioni che – dato il particolare momento che attraversa il Paese – devono essere considerati alla stregua di provocatori e, come tali, duramente colpiti”.2

La stessa realtà non ancora “normalizzata” si riscontra dovunque. In una riunione del dicembre 1945 della Direzione nazionale con i segretari dei comitati direttivi di Milano, Genova e Torino, un po’ tutti i dirigenti locali si lamentano di tendenze “estremiste”. Ad esempio il rapporto della federazione di Torino denuncia questa situazione:

“Alcuni compagni ingenui che non capiscono la linea del partito, sono caduti nella manovra provocatrici della costituzione di bande armate, come la Ghepeù o l’Armata Rossa Proletaria. […] Inoltre vi sono ordini provenienti dalla Federazione di cui non si rintraccia mai la fonte. Esempio: ordine di un probabile sciopero; prepararsi; ordine di prepararsi a occupare le fabbriche e mettersi in stato di difesa; ordine di formare subito squadre e armarle. […] Difficile arrivare ovunque a smentirle. Il problema è l’incomprensione della linea del partito.”3

Al ritorno da quella riunione con la Direzione del partito il segretario della Federazione ammetteva che non c’era una vigilanza sufficiente contro la tendenza a formare gruppi illegali: “I compagni vedono, ma non sempre denunciano; non riusciamo a spiegare la nostra politica nazionale, cosa vogliamo, chi siamo veramente; ci considerano emissari di Mosca, come dei rinunciatari”. E concludeva amareggiato che “vi è troppo operaismo nel nostro partito, troppo settarismo”.

Ma nel complesso le frange irrequiete furono contenute, e se necessario colpite da provvedimenti disciplinari interni, o segnalate alla repressione statale, naturalmente come “provocatori”. La linea dura verso i perturbatori (mentre l’amnistia rimetteva in circolazione fascisti e collaborazionisti) partiva dallo stesso Togliatti, allora Ministro della Giustizia (logicamente è il modello a cui si riferisce oggi Diliberto).4 Tra gli appelli alla magistratura perché “faccia rispettare la legge e la proprietà” firmati da Togliatti, Giorgio Bocca ne ha riportato integralmente uno durissimo nei confronti dei disoccupati, che in tutta l’Italia scendevano in piazza con comprensibile esasperazione:
“Non sarà sfuggito all’attenzione delle SS. LL. Ill.me che, specie in questi ultimi tempi, si sono verificate in molte province manifestazioni di protesta da parte di disoccupati, culminanti in gravissimi episodidi devastazione e di saccheggio a danno di uffici pubblici nonché di violenze contro i funzionari. Pertanto questo ministero, pienamente convinto della necessità che l’energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico debba essere validamente affiancata e appoggiata dall’autorità giudiziaria, si rivolge alle SS. LL., invitandole a voler impartire ai dipendenti uffici le opportune direttive affinché contro le persone denunciate si proceda con la massima sollecitudine e con estremo rigore. Le istruttorie e i relativi giudizi, devono essere espletati con assoluta urgenza onde assicurare una pronta ed esemplare repressione.”5

Inutile dire che la magistratura, tutta formatasi sotto il fascismo, non aspettava di meglio. Vedremo anche alla FIAT che le provocazioni poliziesche, sancite poi da magistrati compiacenti, contribuirono a colpire le avanguardie politiche e sindacali. D’altra parte i lavoratori avevano dovuto rinunciare anche alle “epurazioni interne”, che avevano cacciato dalla fabbrica un gran numero di capi accusati di collaborazione col fascismo, ma anche responsabili di atteggiamenti repressivi nei confronti dei lavoratori. Ai primi di novembre del 1945 Togliatti si era già pronunciato nel comitato centrale del PCI a favore del ritorno di Valletta, ma si era recato poi anche al Congresso provinciale di Torino per convincere i comunisti locali a cambiare linea, alludendo chiaramente alla situazione creatasi alla FIAT:

“Un grande stabilimento dell’Italia del nord non è in grado di proseguire il lavoro, in quanto sono stati allontanati ben 1.200 esperti tecnici, e non sotto accuse di atrocità e collaborazionismo, ma semplicemente perché invisi alla massa. Questo è un grave errore, qui esulano motivi politici ed entrano in gioco le vecchie rivalità di carattere sindacale fra tecnici e operai. I lavoratori onesti e coscienti non devono inasprire tale dissidio, ma adoperarsi per un avvicinamento e una fratellanza delle categorie, non dimenticandosi che di provetti tecnici la vita italiana, oggi, ha un grandissimo bisogno.”6

Subito dopo Emilio Sereni rivolse un appello, pubblicato sull’Unità del 1° dicembre 1945, ai “tecnici” della FIAT, per rassicurarli che i comunisti volevano “vederli ritornare, richiamare al lavoro come fratelli del lavoro”, non esclusi quelli che “ieri, nell’atmosfera di oppressione creata dal fascismo, hanno lavorato per i padroni”. Ma quelli che venivano chiamati “tecnici” erano invece capi, che avevano avuto gravi responsabilità politiche in molti momenti, ed erano per questo odiati dai lavoratori.

Non c’è dubbio che la linea di collaborazione di classe passò per l’inesperienza delle nuove leve comuniste, e l’assenza di un’alternativa alla linea nazionale, che era avallata soprattutto dal prestigio di Togliatti, il quale non mancava mai di ricordare che veniva dall’URSS ed era l’interprete delle indicazioni del grande “partito fratello” e di Stalin.

Un dirigente del PCI di grande peso, Giorgio Amendola, in una relazione al Convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 ha ricostruito con brutale franchezza quel processo, che trasformò una grande forza comunista e antagonista nel principale baluardo dell’interesse nazionale:

“Nelle giornate insurrezionali i padroni, gli industriali collaborazionisti, e anche molti altri che avevano colpe minori sulla coscienza, avevano abbandonato i loro posti. Gli operai, i tecnici, gli impiegati, raccolti intorno ai Comitati di Liberazione Nazionale di azienda, avevano assunto la direzione degli stabilimenti, non per instaurare un regime di classe con l’eliminazione dei proprietari, ma per assicurarne la gestione nell’interesse nazionale”. […] La diserzione dei padroni poneva alla classe operaia il compito di dirigere la ripresa produttiva, in una tragica situazione d’emergenza, e non per soddisfare solo i propri interessi di classe, ma per rispondere alle esigenze generali della Nazione”.7

La parola Nazione è scritta con la maiuscola. Nel 1962 i quadri del PCI erano ormai quasi tutti assimilati, e accettavano questo linguaggio tipico della socialdemocrazia, ma non altrettanto facile era stato fare accettare quella linea a tutti nel 1945. Alcuni si domandavano anche perché i “padroni collaborazionisti” dovessero tornare a dirigere la fabbriche, mentre l’epurazione colpiva i pesci piccoli.

Ma, nel complesso, i meccanismi di controllo nel partito riuscirono a contenere il dissenso. Una delle tecniche usate era quella di “farsi condizionare” dalle componenti non comuniste, anche se del tutto insignificanti dal punto di vista numerico. Così, il 14 dicembre 1945, il segretario della federazione del PCI di Torino convoca una riunione dei rappresentanti della maggiori fabbriche cittadine, con l’obiettivo di fare dimettere il Consiglio di Gestione di Mirafiori, in cui sono stati eletti sette comunisti su sette:

“Le difficoltà verranno quando dovremo combattere la concorrenza per l’apertura dei mercati. […] Le difficoltà che ci saranno non dovranno essere accollate tutte a noi, perciò occorre che nel CDG ci siano tutti i partiti. […] Siamo molto interessati a farli partecipare anche se loro non vogliono, poiché voi capite che se abbiamo dei CDG interamente nelle nostre mani di fronte alle difficoltà gravissime dovremo prendere serie misure che la concorrenza ci imporrà. […] Se abbiamo nei CDG 7 comunisti e 7 rappresentanti dei datori di lavoro, durante la campagna elettorale vi sarà interesse a dimostrare che non siamo capaci”.8

Bisognava dunque rifare le elezioni, in modo che nel CDG “ci siano 2 comunisti, 2 socialisti, 1 PDA [Partito d’Azione], 1 DC, 1 apolitico”. E così si fece. Non fu un caso unico. Anche nella CGIL, non solo prima, ma anche dopo la scissione del 1948, fu sempre assicurata negli organi dirigenti una sovrarappresentanza di altre componenti: ancora negli anni Sessanta c’erano “rappresentanti” repubblicani, socialdemocratici, cristiano sociali, che non rappresentavano proprio nulla (e a volte erano militanti del PCI che si fingevano esponenti di quelle correnti), ma permettevano di dire: faremmo ben altro, ma non siamo soli, dobbiamo tenere conto di chi non è comunista…

I “problemi posti dalla concorrenza” di cui parlava il segretario torinese si concretizzarono in: licenziamenti (anche se a Mirafiori la forza della classe operaia spinse la direzione aziendale a rinviarli di qualche tempo, mentre colpirono subito altri stabilimenti FIAT e molte altre fabbriche), e in fortissimo aumento della produttività individuale senza nuovi macchinari, quindi attraverso un’intensificazione dello sfruttamento.

I Consigli di Gestione

Un ruolo essenziale nella restaurazione dell’ordine capitalistico avranno proprio i Consigli di gestione, che gli operai interpretano come uno strumento del loro potere, ma le cui funzioni sono state invece definite in una riunione – non a caso tenuta segreta – tra il CLN torinese e il Consiglio di Amministrazione FIAT, svoltasi il 30 gennaio 1946. Alla riunione partecipa anche Valletta, oltre al giovane Gianni Agnelli (il senatore è morto un mese prima). La proprietà riconosce ufficialmente il CdG, ma i rappresentanti del PCI nel CLN, Sulotto e Serra, rinunciano definitivamente al CdG come organo deliberativo. Sulotto dice che è inutile discutere sulle parole “consultivo” e “deliberativo”, dato che quel che conta è che “questo organismo deve essere di collaborazione, deve servire a far collimare i due elementi, che fino a ieri sono stati visti come antitetici”.

Viene anche accettato il ritorno della direzione FIAT al suo posto: Valletta prenderà nuovamente possesso della poltrona di direttore generale il 2 febbraio, ma gli operai lo sapranno oltre venti giorni dopo. Egli eviterà ancora per un pezzo di incontrarli, ricordando che nei giorni della liberazione, quando si era presentato ai funerali di due operai caduti per liberare la fabbrica si era trovato un mitra puntato ed era stato salvato da alcuni quadri comunisti, che lo avevano consegnato alle autorità di occupazione.

Valletta aspetterà quasi un anno per apparire in pubblico, ma intanto approfitta dei rapporti con i dirigenti comunisti del CdG (anche se ci sono, come si è visto, esponenti di altri partiti, servono da schermo, perché il ruolo principale rimane al PCI), che fanno proposte perfettamente accettabili dalla proprietà, che consistono nel puntare sulle esportazioni verso l’Est europeo (ma si concretizzeranno solo nella vendita di un migliaio di camion alla Polonia), e nella riduzione dei costi di produzione per aumentare le vendite. Non accettano la riduzione ulteriore dei salari proposta da Valletta (che avverrà però ugualmente a più riprese, anche con riduzioni di orario senza parità di salario) e affermano invece che bisogna colpire duramente imprecisati “settori speculativi”.

La lotta alla speculazione è un cavallo di battaglia del PCI in quegli anni, ma viene formulata in modo così ambiguo da svuotarla di ogni contenuto non propagandistico, in base a distinzioni di lana caprina come questa formulata da Scoccimarro per definire una “nuova politica economica”:

“La Borsa è l’organismo più perfetto e più delicato creato dall’economia capitalista nel suo sviluppo storico. Essa assolve a una funzione utile e necessaria. Pensare di sopprimere la Borsa, permanendo il sistema dell’economia capitalistica, è una sciocchezza. Tra le funzioni della Borsa c’è anche quella della speculazione; prevedere lo sviluppo a venire della situazione economica per adeguare gradatamente il meccanismo economico, in modo da evitare sbalzi improvvisi dei prezzi. La Borsa e la speculazione sono un po’ come il “volano” del meccanismo economico. Lo speculatore prevede l’avvenire, gradatamente vi adagia la realtà con grande beneficio della società: questa è la speculazione sana, utile, che assolve ad una funzione economica importante e che bisogna difendere”9.

L’unica speculazione “malsana” sarebbe invece l’aggiottaggio, che è tuttavia illegale, e quindi mai ammesso. La distinzione serve a fare accettare in blocco il capitalismo, condannandone solo presunti eccessi: il “giusto profitto” va bene, non il “superprofitto”, lo sfruttamento non deve diventare “supersfruttamento”, i “capitalisti onesti” devono poter “lavorare”, mentre vanno colpiti imprecisati e indefinibili “plutocrati” (un termine non a caso preso a prestito da Mussolini, che lo usava largamente nella sua demagogia).

Intanto gli operai avvertono solo in parte il pericolo, anche perché confondono i molti diritti esercitati per tacito accordo con veri e propri diritti sanciti. Passeranno molti anni prima che si comprenda - a proprie spese - che quel che era accettato in base ai rapporti di forza non era tuttavia regolamentato e quindi regolare. Così gli spostamenti dal posto di lavoro, la vendita della stampa sindacale e politica, ecc., tollerati per un certo periodo, diventeranno successivamente pretesti sufficienti per licenziamenti o altri provvedimenti punitivi. Qualcosa di simile a quanto accadrà alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta a molti quadri operai radicalizzatisi nella situazione di “dualismo di potere di fatto” creatasi con le lotte del 1969.

Dei consigli del CdG la FIAT non tiene nessun conto. Il giovane Agnelli e Valletta, una volta tornati in sella, non faranno molta fatica per ottenere l’appoggio dei governi di unità nazionale prima e poi centristi a un nuovo rilancio industriale, con gli stessi metodi usati per farsi sostenere dai governi liberali e dal fascismo. Il momento buono per cominciare a licenziare i più combattivi arriva subito dopo la sconfitta elettorale delle sinistre nelle elezioni del 18 aprile 1948.

L’inizio della repressione

Già ai primi di maggio la FIAT denuncia un furto di due bidoni di benzina e una calcolatrice, e una “pronta azione di polizia” arresta vari operai. Due di essi si dichiarano correi di due popolari membri di Commissione Interna, Calissano e Guerra, notoriamente comunisti. E’ il pretesto per l’irruzione della polizia nelle sedi del PCI, dove non cerca né i bidoni né la calcolatrice, ma si impossessa degli elenchi degli iscritti al Fronte Popolare.10 La notizia esce sui giornali la domenica, ma i sindacalisti non hanno neppure pensato a riunirsi subito. Ci pensano gli operai e i quadri di base, che il lunedì non cominciano neppure a lavorare. In particolare l’arresto di Calissano, molto stimato a Mirafiori dove lavorava, rende difficile far riprendere il lavoro. Per farlo la CdL tenta di “proclamare lo sciopero per poterlo fermare”, indicendo un’ora di sciopero dalle 16 alle 17, a fine turno cioè di una giornata in cui nessuno aveva lavorato. L’obiettivo dichiarato è di mandare i sindacalisti nelle fabbriche più importanti per fare un sopralluogo e per calmare gli animi. Ma essi si trovano di fronte operai inquieti, che vorrebbero manifestare in piazza: gli si risponde che per farlo bisogna chiedere ventiquattro ore prima l’autorizzazione delle autorità…

La mattina del giorno successivo, nessuno riprende a lavorare. Il segretario della CdL si incontra con Valletta dal Prefetto, e ottiene vaghe promesse di definire la questione in serata. In cambio la CdL si impegna a fare riprendere il lavoro alla 14 dello stesso giorno. Senza successo. Sarà la scarcerazione degli arrestati a fare terminare lo sciopero. Ma è solo un rinvio: i dossier sono pronti per fare scattare la repressione alla prossima occasione.

A giugno la FIAT comunica che ha la necessità di licenziare 1.500 dipendenti della SpA e 500 dell’Aeritalia, mentre la Lancia chiede la riduzione del personale da 8.000 a 5.000. I CdG sono stati scavalcati dal padronato, ma anche dal sindacato: la Camera del Lavoro interviene direttamente per evitare agitazioni, ottenendo dalla FIAT “scuole di riqualificazione” per i lavoratori temporaneamente sospesi, che serviranno solo all’azienda come anestetico, e saranno definite poi dal CdG “scuole burletta”.11 Per giunta tali scuole riguardano solo la FIAT e non le decine di fabbriche ugualmente colpite.

La Lancia rifiuta l’intervento della Commissione Interna nella ridistribuzione dell’orario tra tutti i lavoratori, e a metà di giugno proclama la serrata a tempo indeterminato, facendo occupare la fabbrica da parte della polizia. La risposta è analoga a quella di venti giorni prima, al momento delle perquisizioni delle sedi del PCI da parte della polizia: una sospensione immediata, generale e spontanea di tutte le fabbriche torinesi. La FIAT è bloccata completamente, e gli operai si recano in corteo alla Lancia, ma anche alle sedi dei partiti e del sindacato. In una riunione che si tiene nella CdL solo alcuni socialisti approvano il comportamento degli operai, mentre PCI e DC ritengono più opportuno ricorrere alla solita ora di sciopero, questa volta dalle 11 alle 12 dello stesso giorno, per recarsi nelle fabbriche e convincere gli operai a riprendere il lavoro nel turno pomeridiano. Ancora una volta senza successo: lo sciopero continua, e alla fine la Camera del Lavoro deve proclamarlo, questa volta senza ridurlo a un’ora. Ma DC, PSLI (come si chiamava in quella fase il Partito socialdemocratico di Saragat) e PRI si dissociano. Stanno già preparando la rottura che si consumerà due settimane dopo, col pretesto dello sciopero per l’attentato a Togliatti, anch’esso assolutamente spontaneo e invano contrastato con le stesse modalità che abbiamo visto in atto per fermare le mobilitazioni contro gli arresti, le perquisizioni e la serrata della Lancia. L’ultima iniziativa unitaria sarà mezza giornata di sciopero indetta per il 2 luglio per la rivalutazione delle categorie.

La notizia che Togliatti è in fin di vita arriva fulmineamente anche a Torino, dove i rapporti tra la massa operaia e la direzione sindacale comunista e socialista continuano a incrinarsi (una nuova ondata di fermate spontanee ha accolto pochi giorni prima la notizia che il Piano Fanfani per l’edilizia popolare prevede una decurtazione della tredicesima mensilità). Pressati tra l’irrequietezza e la combattività della base e i ricatti delle componenti filogovernative, i dirigenti sindacali di sinistra scontentano un po’ tutti.

Fin dalle prime ore del pomeriggio del 14 luglio 1948 praticamente tutte le fabbriche di Torino (come in gran parte d’Italia) vengono occupate.12 I dirigenti vengono sequestrati e piantonati da operai armati. Chiamato al telefono dal prefetto, Valletta rifiuta ogni aiuto e assicura di essere libero di muoversi, se lo desidera, purché munito di un lasciapassare rilasciato da Calissano, il dirigente delle Commissioni Interne Mirafiori (lo stesso che era stato oggetto pochi mesi prima della provocazione poliziesca sui bidoni di benzina). Anche un esponente dell’ambasciata degli Stati Uniti, l’avvocato Cocks, sorpreso dall’occupazione nello studio di Valletta, per uscire dalla fabbrica deve accettare queste condizioni.

I tentativi di fermare lo sciopero già nella serata del 14, poi per le 12 del giorno 16, vengono accolti malissimo dagli operai. Grandi assemblee sindacali e di partito vengono indette per i giorni successivi, e si cerca di indirizzare il malcontento sulla persona del ministro degli Interni Scelba, che ha cominciato ad arrestare su larga scala gli attivisti (aveva effettivamente proposto di sgomberare gli stabilimenti con la forza, ma sia Valletta sia il prefetto hanno esitato e non se ne è fatto nulla: a Torino non sono state dimenticate le lezioni di Giolitti nel 1920).

Intanto si consuma la scissione sindacale. E Valletta, che pure confermerà a ottobre in Tribunale la sua versione iniziale, negando di avere subito violenze o limitazioni della propria libertà, incarica l’ufficio legale di fare riprendere l’istruttoria sulla questione del furto di benzina di maggio: il 25 luglio partono i primi quattro arresti.13 Il 3 agosto ne vengono effettuati diversi altri, questa volta su denuncia dei dirigenti delle ACLI. Il 31 agosto altri arresti di dirigenti operai di Mirafiori non riescono a innescare uno sciopero generale, ma si moltiplicano le fermate spontanee nei reparti in cui lavoravano, al punto che Valletta sollecita maggiore cautela, preoccupato che lo stato di tensione negli stabilimenti faccia diminuire la produzione.
A ottobre, tuttavia, appena gli operai accusati del sequestro di Valletta vengono assolti dalla magistratura in base alle dichiarazioni del dirigente FIAT a loro favore, giunge la comunicazione del loro licenziamento per “infrazioni disciplinari”. Comincia l’epurazione massiccia dei quadri più combattivi: in pochi anni vengono licenziati per motivi scopertamente politici 164 lavoratori, di cui 30 membri della Commissione Interna. Il più prestigioso dirigente comunista, Giovan Battista Santhià, che era stato protagonista dell’occupazione del 1920, aveva subito lunghe condanne detentive ed era tornato poi a organizzare lo sciopero insurrezionale, viene messo alla porta nel 1952 perché “non poteva ulteriormente essere trascurata la sua posizione di direttore FIAT e i suoi obblighi di alto esponente di un partito di cui è ben noto il costante atteggiamento di ostilità e di lotta a scopo distruttivo nei confronti della FIAT”.14
Per moltissimi altri – spesso i protagonisti del salvataggio degli impianti nell’aprile 1945 - ci sono invece gli spostamenti nei “reparti confino”, come l’OSR (Officina Servizi Ricambi, ribattezzata subito Officina Stella Rossa), dove sono isolati da resto degli operai e lasciati praticamente senza lavoro, in attesa che i loro legami con le masse si siano logorati e sia possibile procedere a un licenziamento relativamente indolore.15

E le masse, nel frattempo, anche se non hanno dimenticato queste vicende, sono disorientate per la perdita rapida di tutte le conquiste fatte, e prive di indicazioni dall’interno dei reparti. Nelle elezioni del 29 marzo 1955 (preparate da controlli polizieschi e da gravi intimidazioni nei confronti di chi firma per presentare la lista di classe o accetta di fare lo scrutatore) la FIOM scende dal 63% al 36%, mentre sale al 41% la FIM-CISL (che nel 1958 verrà sconfessata dalla CISL nazionale e diverrà poi il SIDA, il “sindacato giallo” di Arrighi), e avanza anche la UIL, ugualmente “collaborazionista”. Sembra la fine di un epoca, e la sconfitta definitiva dei protagonisti di una grande stagione di lotte. Ma basterà aspettare sette anni per vedere emergere una nuova generazione, certo meno preparata politicamente, ma anche più difficilmente controllabile.

Di Vittorio e la “svolta del 1955”

La sconfitta del 1955, tuttavia, ebbe l’effetto di stimolare una drammatica discussione in un direttivo nazionale della CGIL tenutosi dal 26 al 28 aprile (meno di un mese dopo le elezioni della Commissione interna FIAT) e aperto da una relazione sinceramente autocritica di Giuseppe Di Vittorio (ripubblicata nel 1977 dal n. 49 della rivista monografica della CGIL “Proposte”).

Il grande dirigente sindacale liberava subito il campo dai tentativi di attribuire la responsabilità della sconfitta soltanto al dispotismo padronale e agli scissionisti, al ricatto delle commesse americane subordinate alla liquidazione o emarginazione di comunisti. Tutto questo naturalmente c’era, ma Di Vittorio osservava che la CGIL “non può far dipendere la sua efficienza, la sua forza, le sue possibilità d’azione, dalla buona volontà del padronato”.16
“È certo che, ogni volta che è possibile, il padronato tende a colpire, con tutte le sue armi, leali e sleali, legali e illegali, ogni organizzazione che tende ad intaccare i profitti del capitale per migliorare le condizioni dei lavoratori. Dobbiamo perciò attenderci sempre i colpi della reazione padronale. Una grande organizzazione come la CGIL, dunque, deve essere sempre in grado di lottare, di manovrare, di muoversi per impedire che i piani del padronato contro i lavoratori si realizzino. Diciamolo francamente: non ci siamo riusciti”.17

Un linguaggio oggi dimenticato, e da decenni. Non a caso questo testo è stato ripubblicato proprio nel 1977, in un momento in cui il sindacato cominciava a conoscere nuove gravi difficoltà (e gli interventi di Pugno e Foa sono pieni di accenni ai nuovi problemi di rapporto con le masse). Di Vittorio si domandava come era stato “possibile al grande padronato giungere alle forme estreme di dispotismo” di cui aveva parlato.

“Dobbiamo dire chiaramente ai lavoratori, che anche per i nostri errori il padronato ha potuto portare molto avanti la sua politica di terrorismo e di coazione. Dobbiamo dare la prova ai lavoratori che la CGIL ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, di esaminare la propria azione, di scoprire e di denunciare apertamente i propri errori e di fare appello agli stessi lavoratori perché ci aiutino con il loro consiglio, con le loro esperienze, a superare questi errori, queste difficoltà, queste deficienze, e quindi a trovare assieme la strada che ci deve permettere di andare avanti”.18
Di Vittorio precisava che non si trattava “soltanto di gravi difetti nel lavoro quotidiano, di semplici lacune e insufficienze in questo lavoro”, che però indubbiamente esistevano. “Vi sono anche errori di linea, errori di politica sindacale”, anche se non sono quelli indicati dagli avversari. In particolare Di Vittorio sosteneva che la CGIL non aveva logorato inutilmente le sue forze, o “chiesto sacrifici superiori a quelli che potevano essere consentiti nella situazione data”. Negava anche che si fossero fatti troppi scioperi “politici”.19

In realtà, se gli scioperi politici effettivamente non erano stati moltissimi, avevano avuto la conseguenza inevitabile sia di approfondire il solco con gli stessi lavoratori aderenti alle altre organizzazioni, sia di offrire facili pretesti per i licenziamenti: c’erano stati scioperi contro la venuta in Italia del generale statunitense Ridgway, distintosi nella guerra di Corea per l’uso delle armi batteriologiche e perciò soprannominato “generale peste”, contro il tentativo di un esercito europeo, contro la “legge truffa” del 1953. Non si discute la giustezza degli obiettivi, ma l’opportunità di mobilitazioni così caratterizzate, mentre non si riusciva a organizzare la lotta in difesa della condizione operaia colpita su tutti piani.

Gli errori di politica sindacale identificati in quella relazione erano soprattutto sul terreno dell’analisi dei processi in corso, e dei rapporti con le masse:

“Il primo errore di politica sindacale che abbiamo commesso, a mio giudizio, è quello di non aver tenuto sufficientemente conto delle profonde modifiche che si sono prodotte negli ultimi anni e si vanno producendo, specialmente nelle grandi fabbriche, per quanto concerne i metodi produttivi, la struttura delle retribuzioni e, soprattutto, i metodi assolutamente nuovi, di carattere scientifico, che il padronato ha aplicato e applica per garantirsi un controllo più diretto e capillare sui lavoratori, presi individualmente, in seno alla fabbrica e fuori dell’azienda. Dobbiamo convenire che non conosciamo a fondo le condizioni reali dei lavoratori nella nuova situazione, che non abbiamo studiato il carattere delle modifiche che sono state operate in molte fabbriche, e le loro conseguenze pratiche”.20

Da questo discendevano “le impostazioni schematiche e generiche” che non tenevano conto “delle profonde differenze esistenti da azienda ad azienda e da settore a settore”. Qui c’era il centro dell’autocritica:

“Abbiamo preteso di andare avanti sulla base di schemi generali entro i quali pensavamo di poter comprendere tutte le questioni particolari. […] Di questo errore di fondo siamo responsabili prima di tutto noi del centro confederale. Non abbiamo saputo cogliere le particolarità della situazione, non abbiamo saputo cogliere le rivendicazioni più sentite, per condurre in base ad esse, lotte concrete, azienda per azienda, sia pur inquadrandole in una linea di carattere generale che legasse il tutto”.21

Di Vittorio osservava poi che la CGIL non aveva saputo comprendere che “l’azione padronale contro i lavoratori non è fatta solo di terrorismo, di dispotismo, di brutalità e di violenza”, ma è spesso accompagnata, soprattutto nelle grandi fabbriche, “da una azione paternalistica molto differenziata e capillare”:

“I grandi complessi monopolistici riescono a dare premi, sussidi straordinari in caso di malattia dei familiari dei lavoratori; ad accordare prestiti in caso di parto, di matrimonio e in altri casi; ad organizzare spacci più economici per l’acquisto di generi alimentari, di tessuti; a istituire colonie per bambini; a costruire case per collegare strettamente l’occupazione all’abitazione per i lavoratori, per cui alla minaccia di licenziamento si accompagna automaticamente la minaccia dello sfratto”.22

Non bastava denunciare queste “elargizioni” come forme di coercizione indiretta, ma chiarire che “questi vantaggi – a volte considerevoli – non sono in nessun modo benefiche concessioni dei padroni dei grandi monopoli, ma costituiscono un preciso diritto dei lavoratori”. Non era mancata solo la propaganda, ma “un’azione sindacale differenziata, tendente a trasformare tutto ciò che vuole apparire una concessione propagandistica in un diritto che spetta al lavoratore”. Infatti, “se l’azienda è in grado di concedere dei miglioramenti, a qualsiasi titolo e sotto qualsiasi forma, significa che riesce a realizzare alti profitti”. Quindi, accanto alle rivendicazioni salariali, rivendicare anche la colonia per i bambini, la casa, il sussidio straordinario, il prestito, per trasformare quello che assume l’aspetto di una concessione paternalistica in un diritto sacrosanto. Si coglieva poi un altro grave limite della CGIL:

“Dobbiamo studiare, d’altra parte, i nuovi metodi introdotti in alcune fabbriche, in legame con la ‘produttività’ come viene concepita dagli americani. Di questi esperimenti noi non abbiamo sufficientemente discusso. […] Non solo non siamo riusciti a scatenare un movimento di opposizione contro questi metodi, e quindi ad elaborare una piattaforma di rivendicazioni che si potesse opporre positivamente ad essi, ma non ci siamo preoccupati di raccogliere notizie, dati, informazioni, segnalazioni. Queste sono deficienze gravi. Quando non si conoscono le situazioni reali, non si possono avere che delle impostazioni generiche, schematiche, che non convincono nessuno”.23
Dopo avere ribadito, a scanso di equivoci, che la responsabilità di questa “mancanza di conoscenze precise e documentate”, anche sui nuovi metodi delle human relations, ricadeva in primo luogo sul centro confederale, Di Vittorio accennava una assai più circoscritta autocritica a proposito della parola d’ordine del “controllo democratico sui monopoli”, limitandosi a “riconoscere che, in molti casi, abbiamo condotto la lotta per questo obiettivo senza alcun legame, o con scarsi legami, con le rivendicazioni particolari dei lavoratori occupati in questo o quel settore dominato dal monopolio”.24 In realtà questa parola d’ordine, che si riallacciava al “controllo sindacale” proposto da Buozzi e D’Aragona in accordo con Giolitti nel 1920, era di fatto impraticabile, dato che già allora i “monopoli” (che come la FIAT, erano spesso anche multinazionali), sfuggivano ad ogni “controllo democratico” e potevano essere colpiti soltanto da lotte basate sugli interessi concreti della maggioranza dei lavoratori, come accadrà quando inizierà il nuovo ciclo di lotte.

La riflessione autocritica investiva poi il “diaframma” che si era creato “fra i nostri attivisti di base e le masse, fra queste e le direzioni dei sindacati”. Dopo un elogio sincero agli “eroi oscuri del nostro movimento”, che hanno accettato “con slancio, senza esitazioni, di rischiare il licenziamento, di subirlo, soffrendo la miseria e la fame pur di non piegarsi al padrone”, Di Vittorio aggiungeva:

“Una organizzazione sindacale come la nostra non può accontentarsi di essere in contatto solo con lo strato attivo della classe operaia. Il sindacato, per adempiere ai suoi compiti elementari, ha il dovere di organizzare e di portare avanti la grande massa dei lavoratori, compresi quelli che non hanno ancora una coscienza di classe formata. […] Abbiamo posto più volte l’esigenza di una democratizzazione profonda della vita del sindacato: non prendere decisioni dall’alto, fare numerose assemblee nelle quali non parlino solo i dirigenti, ma soprattutto i lavoratori, anche quando potrebbero dire cose non del tutto gradite ai dirigenti. […] Affermiamo dalla tribuna del Comitato direttivo che non ci sentiamo, non ci sentiremo mai staccati dalle migliaia di lavoratori che, subendo la violenza padronale, in contrasto con i loro interessi e con la loro volontà, hanno votato contro la CGIL”.25

Quel momento cruciale di svolta, che non risolveva tutti i problemi, ma avviava una ricerca che metteva in movimento forze nuove nel sindacato, e apriva una “lotta fra due linee”, per usare un’espressione di Vittorio Foa, fu merito della capacità di Di Vittorio di affrontare realisticamente il trauma, e soprattutto di ascoltare le voci che auspicavano il rinnovamento (gran parte della CGIL di Torino, la FIOM di Milano e di molte altre province, l’Ufficio studi diretto da Trentin, la Federbraccianti, ecc.). Abbiamo riportato stralci così ampi dalla relazione di Di Vittorio, sia per l’efficacia con cui egli analizza alcuni dei limiti del sindacato, sia per sottolineare il metodo, inconsueto allora e ancor più oggi, nel sindacato ma anche nei partiti della sinistra, di assumersi la principale responsabilità degli errori, anziché scaricare l’autocritica sulle spalle dei quadri intermedi e della base, incapaci di capire e quindi applicare una linea sempre giusta.

Ricordando quel drammatico direttivo, Foa ha tracciato un quadro efficace del grande dirigente:

“Di Vittorio era un uomo affascinante, di una capacità di suggestione enorme; era un bracciante pugliese che aveva fatto la seconda elementare e che poi aveva studiato per conto suo. Era un capo-popolo, cioè aveva una specie di rapporto carismatico con la gente, e chi ha lavorato con lui ha subìto la sua suggestione in modo fortissimo”.26

Secondo Foa, per la sua formazione e la sua esperienza diretta, “Di Vittorio non capiva la fabbrica, non conosceva l’industria. La sentiva, ma non la conosceva nei suoi termini precisi”. Per questo quei dirigenti che premevano “per il ritorno alla fabbrica, ai problemi operai” temevano che nella relazione non ci fosse l’autocritica necessaria e un segnale di svolta. Invece ci fu, ed è una testimonianza del fiuto politico del grande dirigente sindacale.

Certo molti degli errori, delle incoerenze, delle ambiguità, erano una conseguenza di scelte del passato, di una contraddizione profonda dovuta alla linea del PCI dalla “Svolta di Salerno” in poi, che aveva fatto disperdere molte energie in nome della “strategia dei due tempi”, cioè della collaborazione di classe, dell’accettazione della ricostruzione dello Stato borghese, in tutti i paesi in cui la spartizione del mondo in aree di influenza prevedeva il mantenimento dell’economia capitalista, con il condimento di una fumosa “democrazia progressiva”. Su questo Di Vittorio non seppe o non volle aprire la riflessione autocritica.

Ma la sua scelta del Comitato direttivo di aprile del 1955 permise, tra l’altro, di ricucire i rapporti con i settori classisti della CISL, che avevano guadagnato spazi affrontando problemi reali sottovalutati dalla CGIL: negli anni successivi sarà possibile ricostruire momenti di unità d’azione nelle lotte, e la CISL nel 1958 espellerà la sua sezione sindacale della FIAT per atteggiamenti filopadronali (assumerà dapprima il nome di Liberi Lavoratori Democratici, e diventerà poi il SIDA, Sindacato Italiano dell’Automobile). Di Vittorio punterà a ricostruire l’autonomia della CGIL su vari terreni. Anche in questo quadro va vista la sua ferma critica dell’intervento sovietico in Ungheria nel novembre 1956, che si attirò le ire di Togliatti, ma che, oltre ad essere sacrosanta, preservava l’unità della CGIL messa in pericolo dalle prime avvisaglie di un possibile centro-sinistra (in particolare dopo l’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat).

Quanto alla ricostruzione della forza operaia nella FIAT, la strada sarà lunga, e in gran parte sarà determinata dall’incontro tra l’avanguardia che aveva resistito negli anni bui, ma aveva saputo rinnovarsi (ad esempio proponendo fin dal 1957 l’elezione dei delegati, come giustamente rivendica Emilio Pugno)27, e le nuove generazioni, spesso da poco in FIAT e di origine meridionale, ma, come si diceva, molto “incazzate”. Un incontro non facile, come vedremo al momento di Piazza Statuto, ma alla lunga pagante.

 

Appendice alla seconda parte

Vittorio Valletta

La FIAT per moltissimi anni è stata rappresentata da Vittorio Valletta. Non solo egli ha assicurato la continuità della dinastia Agnelli per ben 22 anni, dal 1945 al 1967, ma anche nel decennio precedente era stato qualcosa di più di un fedele e geniale collaboratore del Senatore.

Era entrato in scena subito dopo l’occupazione delle fabbriche del 1920. Il 26 ottobre di quell’anno, aveva avuto un ruolo determinante nell’assemblea dell’AMMA, l’associazione piemontese degli industriali, che aveva messo sotto accusa Giovanni Agnelli per i suoi “cedimenti”, e soprattutto perché aveva accettato le “liste di proscrizione” (954 operai e 40 tecnici) presentate dalla Commissione interna. Valletta, che era contitolare di una piccola impresa di accessori per aeroplani, riconvertita dopo la guerra per la produzione di automobili, la Chiribiri, riuscì a far riconfermare Agnelli alla presidenza dell’AMMA.

Egli aveva acquistato anche un piccolo pacchetto di azioni della FIAT, e grazie a ciò, intervenne due giorni dopo a una tumultuosa assemblea degli azionisti, che sospettavano Agnelli di essersi messo al sicuro un notevole capitale sottratto all’impresa grazie a speculazioni in borsa. Anche in quel caso riuscì a convincere la maggioranza che bisognava riconfermare Agnelli per garantire la continuità di un’azienda che costituiva un “grande aggregato di ricchezze di funzioni sociali”, che non poteva essere messo in pericolo da un cambio di gestione, in un momento in cui, nonostante le difficoltà momentanee, era possibile prevedere che sarebbe stato ristabilito presto “il principio di autorità e di ordine”.

Agnelli aveva conosciuto quel giovane intraprendente già da qualche anno, nel periodo delle sue disavventure giudiziarie, quando Valletta, appena laureatosi in economia con una tesi sulla responsabilità degli amministratori nella redazione del bilancio, lavorava nello studio Broglia, incaricato con successo di difendere Giovanni Agnelli dall’accusa di falso in bilancio. Era stato proprio Valletta a scrivere la perizia firmata da Broglia che assicurò l’assoluzione.

Come Agnelli era stato ufficiale, per passare poi a varie altre attività. Oltre alla partecipazione allo studio Broglia, era amministratore di diverse piccole ditte, aveva insegnato in un Istituto commerciale ed era poi divenuto nel 1907 direttore dell’Istituto tecnico Quintino Sella. Teneva anche lezioni in corsi serali gratuiti per operai promossi da varie istituzioni filantropiche di ispirazione socialista umanitaria alla De Amicis. Aveva una capacità di lavoro incredibile, che negli anni dei molteplici contatti con l’URSS lo fece paragonare a Molotov, soprannominato “sedere d’acciaio” per la sua resistenza al tavolo di lavoro. Ma era assai più brillante del burocrate sovietico.

insegnamento esterno e poi nelle scuole FIAT

Agnelli aveva tentato di inglobarlo offrendogli di acquistare in blocco la Chiribiri, ma senza successo. Gli offrì però un contratto triennale con un mandato assai ampio, e il compito di far quadrare i conti. Così, dal febbraio 1921 Valletta cominciò a recarsi tutte la mattine negli uffici della FIAT, allora in corso Dante, senza rinunciare per il momento alle altre attività, a cui si era aggiunto anche l’incarico di assistente universitario presso la cattedra di tecnica bancaria e industriale. Appena un mese dopo il suo ingresso negli uffici, venne nominato direttore amministrativo centrale.

Alla morte improvvisa di Guido Fornaca, amministratore delegato dal 1921 e vero alter ego di Agnelli, avvenuta nel gennaio 1928, Valletta fu immediatamente nominato direttore generale della FIAT (era già, dall’anno precedente, consigliere d’amministrazione). La maggior parte dei dirigenti presenti in azienda da vecchia data furono sorpresi e indignati perché lo consideravano solo un amministrativo, un “passacarte” che non aveva nulla a che vedere con la produzione. Ma il Senatore aveva visto giusto: le dimensioni raggiunte dalla FIAT avevano effettivamente bisogno di un manager in grado di “coordinare l’attività amministrativa con quella tecnica, in modo da calibrare le esigenze della produzione alle risorse finanziarie”.28

Aveva già dimostrato notevoli doti diplomatiche, sia nei contatti con banchieri statunitensi, sia e soprattutto nei confronti dei gerarchi e dello stesso Mussolini. Ma probabilmente Agnelli l’aveva scelto perché era sempre rimasto estraneo alle contese e alle lotte per il potere degli altri dirigenti, per la sua metodica capacità di lavoro e per la sua totale abnegazione, che lo stesso Valletta aveva sintetizzato affermando in un’intervista che egli era “all’ombra di un grande Capo, e nel sole di una grande Idea”.

La morte improvvisa dell’erede Edoardo, avvenuta in un incidente aviatorio il 14 luglio 1935, trasformò Valletta da prezioso collaboratore in fondamentale punto di appoggio per il Senatore, che si avvicinava ai settant’anni, mentre il più grande dei nipoti, Gianni, aveva solo quattordici anni..

“Fu dunque una fortuna per Agnelli la presenza ai vertici della FIAT di un uomo sagace e devoto come Valletta. Da quando aveva assunto nel 1928 l’incarico di direttore generale e di procuratore della società, il ‘Professore’ (come lo si cominciava a chiamare) era divenuto il più scrupoloso esecutore delle direttive di Agnelli e, insieme, l’interprete più perspicace della sua filosofia aziendale. […] In ogni caso, quel che lo distingueva da altri dirigenti di professione era un’intelligenza pratica di prim’ordine, non disgiunta da una cultura di base che gli consentiva una visione delle cose non contingente ma in prospettiva. La sua capacità di lavoro era proverbiale, indiscussa era anche la sua conoscenza degli uomini e la sua abilità nell’affrontare le questioni più spinose, nel districare le matasse più aggrovigliate. Da Agnelli aveva appreso inoltre l’arte del comando e una buona dose di sapienza tattica”29

La rapidità nella nomina, che concentrava in un solo uomo gran parte dei poteri aziendali, era dovuta anche alla preoccupazione di evitare ingerenze del regime, come era avvenuto con la Romeo. Valletta, combinando l’esigenza di un controllo totale della manodopera con le sue antiche esperienze di socialista umanitario, aveva sviluppato un imponente sistema di servizi ricreativi, assistenziali, di colonie per i figli di dipendenti, di scuole di formazione professionale, di spacci che offrivano a prezzi concorrenziali biciclette, suppellettili, indumenti. A tutti i dipendenti veniva spedita a casa una rivista aziendale, “Bianco e Rosso”. Il tutto in concorrenza con le attività dopolavoristiche e mutualistiche dei sindacati fascisti, che protestarono più volte invano. Tuttavia nel giugno 1935 aveva accettato che si creasse in fabbrica una “Legione 18 novembre” della milizia, allo scopo di adottare “strumenti più adeguati di vigilanza fascista”. La “Legione” gli verrà poi rinfacciata dalla commissione di epurazione, ma che Valletta si giustificherà asserendo che in questo scopo aveva evitato di fornire “volontari” per le guerre di Etiopia e di Spagna, come avevano fatto altre fabbriche, col risultato di danneggiare la produzione.

Valerio Castronovo esprime in molte parti della sua opera monumentale un giudizio piuttosto benevolo nei confronti di Valletta, sia accettando con larghezza le successive giustificazioni delle sue molte complicità col regime, sia sottolineando spesso il suo giudizio negativo su diversi provvedimenti fascisti (espresso in privato, ma a volte anche in conversazioni telefoniche con Agnelli che la polizia intercettava e registrava, pur senza prendere provvedimenti). Anche a proposito delle relazioni di Valletta con esponenti antifascisti e con ufficiali inglesi e britannici nell’ultimo periodo della guerra, che Castronovo descrive minuziosamente, non viene presa in troppa considerazione l’interpretazione che le attribuiva soprattutto a un classico doppio gioco, iniziato per giunta in una fase in cui l’esito della guerra era prevedibile.

Valletta era indubbiamente, come il suo maestro, afascista, anche se con tessera. Era infastidito dall’ignoranza e dall’arroganza dei gerarchi, ma aveva accettato il regime finché assicurava, bene o male, l’ordine e la disciplina. Si trovava meglio negli Stati Uniti che con quei “coglioni di Roma” (l’espressione fu registrata…), e fu un convinto sostenitore dei rapporti con l’URSS, in cui si recò più volte, molto prima di arrivare al suo capolavoro, la costruzione dello stabilimento di Togliattigrad. Al tempo stesso si rifiutò di richiamare a Torino quei tecnici e operai comunisti che lavoravano all’istallazione di quell’impianto e avevano espresso ad alta voce la loro indignazione per i metodi applicati in URSS, esattamente come aveva difeso dalla deportazione in Germania gli operai sospettati come sabotatori dai nazisti: sempre in nome delle sacrosante esigenze della produzione.

Valletta fu effettivamente un antesignano del centrosinistra, e anche simpatizzante dei socialdemocratici (era amico personale di di Saragat), ma era al tempo stesso l’uomo che organizzò i reparti confino e licenziò perfino quegli operai che l’avevano salvato dai partigiani più decisi e irrequieti che gli avevano puntato contro un mitra. Era l’uomo che aveva saputo utilizzare la disponibilità alla collaborazione di classe del PCI, anche per la sua buona conoscenza della realtà sovietica, ma anche quello che si impegnò con l’ambasciatrice statunitense Clara Boothe Luce a colpire duramente la FIOM, puntando sulla UIL e sulla CISL, che poi contribuì a scindere finanziando il SIDA di Arrighi.

Non era schizofrenia. La spiegazione è abbastanza semplice: preferiva, potendo, le soluzioni morbide, e gli uomini del compromesso a quelli di regime (fascisti prima e poi democristiani) ma era spietato nell’eliminare chi si opponeva anche solo parzialmente ai suoi progetti. Egli si era formato “all’ombra di un grande Capo”, e aveva continuato, dopo la morte del Senatore, a portarne avanti il progetto subordinando tutto alla “grande Idea”: fare sempre più grande e potente la FIAT.

Per questo i giudizi su di lui sono tanto contraddittori: altamente positivi quelli di coloro che guardano solo gli indici della produzione e dei profitti, durissimi invece quelli dei licenziati, dei sindacalisti discriminati e confinati, e anche di tutti coloro che valutano un’azienda non solo dal numero di beni prodotti, ma anche e soprattutto dall’occupazione che garantisce, dai livelli retributivi e dal tasso di sfruttamento della forza lavoro.

 

1 Citato in Giorgio Galli, Storia del PCI, Schwarz, Milano, 1958, p. 236.

2L’Unità, ed. milanese, 16 settembre 1945.

3 Citato da Liliana Lanzardo, Classe operaia e partito comunista alla FIAT. La strategia della collaborazione di classe. 1945-1949, Einaudi, Torino, 1971, p. 44.

4 Togliatti aveva manifestato anche il suo fastidio per la richiesta di nazionalizzazione della FIAT richiesta dalla federazione di Torino. Cfr. V. Castronovo, op. cit., p. 706.

5 Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p. 452.

6 V. Castronovo, op. cit., pp. 723-724.

7 Giorgio Amendola, Lotta di classe e sviluppo economico, Editori Riuniti, Roma, pp. 30-32.

8 Ampi stralci del verbale di quella riunione sono riportati da Liliana Lanzardo, op. cit., p. 242.

9 Citato nel saggio su Torino, di Fabio Levi, in Paride Rugafiori, Salvatore Vento, Fabio Levi, Il triangolo industriale tra ricostruzione e lotta di classe. 1945-1948. Feltrinelli, Milano, 1974, pp. 226-227.

10 L. Lanzardo, op. cit., p. 462.

11 Ivi, p. 472.

12 Per una rassegna sulle mobilitazioni spontanee in tutt’Italia innescate dall’attentato a Togliatti, e sui comportamenti del PCI e della maggioranza della CGIL per fermarle,  si veda il capitolo 14 luglio 1948: la rivoluzione impossibile?, in Antonio Moscato, Sinistra e potere. L’esperienza italiana 1944-1981, Sapere 2000, Roma, 1983.

13 L. Lanzardo, op. cit., p. 496.

14 GC. Galli, Gli Agnelli, cit. p. 131.

15 Vittorio Foa, in un interessante intervento sulla sconfitta alla FIAT, parla di duemila tra licenziati e confinati lontano dal reparto. Vittorio Foa, La centralità della condizione operaia, in P. Boni, V. Foa, E. Pugno, Sindacato e fabbriche nella svolta del ’55, in “Proposte”, n. 49, aprile 1977 (ma in realtà dell’ottobre di quello stesso anno), p. 26.

16 Giuseppe Di Vittorio, Il coraggio dell’autocritica, Ivi,  p. 29.

17 Ibidem.

18 Ibidem.

19 Ivi, p. 30.

20 Ibidem.

21 Ibidem.

22 Ivi, pp. 30-31.

23 Ivi, p. 31.

24 Ibidem.

25 Ivi, p. 32.

26 Ivi, p. 25.

27 Ivi, p. 18.

28 V. Castronovo, op. cit., p. 397.

29 V. Castronovo, op. cit., pp. 502-503.