I grandi nodi del Novecento › Capitalismo e anticapitalismo › Cento... e uno anni di Fiat
Fiat 2
Versione di lettura convertita dal file originale.
Capitolo II
La FIAT nell’Italia repubblicana
La ricostruzione: conflittualità e collaborazione di classe
L’egemonia conquistata dai comunisti con le loro eroiche lotte viene ora utilizzata per assicurare la ricostruzione capitalistica dell’Italia, convincendo gli operai a rinunciare “per il momento” alle loro rivendicazioni di potere, attendendo il “momento buono” che sarebbe stato scelto dai loro dirigenti. Ci sono perplessità, ma nel complesso la “doppiezza” paga. Così uno dei massimi dirigenti del PCI di quegli anni, Emilio Sereni, in un’assemblea dei Consigli di Gestione nel teatro Odeon di Milano, il 16 settembre 1945, si rivolge a una platea inquieta con questi argomenti, che sarebbero stati respinti violentemente nel 1920, ma che riescono almeno in parte a fare breccia in una classe operaia giovane e inesperta:
Non tutti erano ancora convinti, a quanto pare, se l’Unità di quel periodo doveva continuamente mettere in guardia contro “provocatori trotskisti” che “incitavano all’odio” tra le componenti dello schieramento antifascista, o tentavano di mantenere ben oliate le armi. In quello stesso mese di settembre un comunicato della Camera del Lavoro di Milano, pubblicato su L’Unità del 16 settembre col titolo Denunciare i provocatori di manifestazioni inconsulte, rivelava una realtà ancora fuori controllo:
La stessa realtà non ancora “normalizzata” si riscontra dovunque. In una riunione del dicembre 1945 della Direzione nazionale con i segretari dei comitati direttivi di Milano, Genova e Torino, un po’ tutti i dirigenti locali si lamentano di tendenze “estremiste”. Ad esempio il rapporto della federazione di Torino denuncia questa situazione:
Al ritorno da quella riunione con la Direzione del partito il segretario della Federazione ammetteva che non c’era una vigilanza sufficiente contro la tendenza a formare gruppi illegali: “I compagni vedono, ma non sempre denunciano; non riusciamo a spiegare la nostra politica nazionale, cosa vogliamo, chi siamo veramente; ci considerano emissari di Mosca, come dei rinunciatari”. E concludeva amareggiato che “vi è troppo operaismo nel nostro partito, troppo settarismo”.
Inutile dire che la magistratura, tutta formatasi sotto il fascismo, non aspettava di meglio. Vedremo anche alla FIAT che le provocazioni poliziesche, sancite poi da magistrati compiacenti, contribuirono a colpire le avanguardie politiche e sindacali. D’altra parte i lavoratori avevano dovuto rinunciare anche alle “epurazioni interne”, che avevano cacciato dalla fabbrica un gran numero di capi accusati di collaborazione col fascismo, ma anche responsabili di atteggiamenti repressivi nei confronti dei lavoratori. Ai primi di novembre del 1945 Togliatti si era già pronunciato nel comitato centrale del PCI a favore del ritorno di Valletta, ma si era recato poi anche al Congresso provinciale di Torino per convincere i comunisti locali a cambiare linea, alludendo chiaramente alla situazione creatasi alla FIAT:
Subito dopo Emilio Sereni rivolse un appello, pubblicato sull’Unità del 1° dicembre 1945, ai “tecnici” della FIAT, per rassicurarli che i comunisti volevano “vederli ritornare, richiamare al lavoro come fratelli del lavoro”, non esclusi quelli che “ieri, nell’atmosfera di oppressione creata dal fascismo, hanno lavorato per i padroni”. Ma quelli che venivano chiamati “tecnici” erano invece capi, che avevano avuto gravi responsabilità politiche in molti momenti, ed erano per questo odiati dai lavoratori.
Non c’è dubbio che la linea di collaborazione di classe passò per l’inesperienza delle nuove leve comuniste, e l’assenza di un’alternativa alla linea nazionale, che era avallata soprattutto dal prestigio di Togliatti, il quale non mancava mai di ricordare che veniva dall’URSS ed era l’interprete delle indicazioni del grande “partito fratello” e di Stalin.
Un dirigente del PCI di grande peso, Giorgio Amendola, in una relazione al Convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 ha ricostruito con brutale franchezza quel processo, che trasformò una grande forza comunista e antagonista nel principale baluardo dell’interesse nazionale:
La parola Nazione è scritta con la maiuscola. Nel 1962 i quadri del PCI erano ormai quasi tutti assimilati, e accettavano questo linguaggio tipico della socialdemocrazia, ma non altrettanto facile era stato fare accettare quella linea a tutti nel 1945. Alcuni si domandavano anche perché i “padroni collaborazionisti” dovessero tornare a dirigere la fabbriche, mentre l’epurazione colpiva i pesci piccoli.
Ma, nel complesso, i meccanismi di controllo nel partito riuscirono a contenere il dissenso. Una delle tecniche usate era quella di “farsi condizionare” dalle componenti non comuniste, anche se del tutto insignificanti dal punto di vista numerico. Così, il 14 dicembre 1945, il segretario della federazione del PCI di Torino convoca una riunione dei rappresentanti della maggiori fabbriche cittadine, con l’obiettivo di fare dimettere il Consiglio di Gestione di Mirafiori, in cui sono stati eletti sette comunisti su sette:
Bisognava dunque rifare le elezioni, in modo che nel CDG “ci siano 2 comunisti, 2 socialisti, 1 PDA [Partito d’Azione], 1 DC, 1 apolitico”. E così si fece. Non fu un caso unico. Anche nella CGIL, non solo prima, ma anche dopo la scissione del 1948, fu sempre assicurata negli organi dirigenti una sovrarappresentanza di altre componenti: ancora negli anni Sessanta c’erano “rappresentanti” repubblicani, socialdemocratici, cristiano sociali, che non rappresentavano proprio nulla (e a volte erano militanti del PCI che si fingevano esponenti di quelle correnti), ma permettevano di dire: faremmo ben altro, ma non siamo soli, dobbiamo tenere conto di chi non è comunista…
I “problemi posti dalla concorrenza” di cui parlava il segretario torinese si concretizzarono in: licenziamenti (anche se a Mirafiori la forza della classe operaia spinse la direzione aziendale a rinviarli di qualche tempo, mentre colpirono subito altri stabilimenti FIAT e molte altre fabbriche), e in fortissimo aumento della produttività individuale senza nuovi macchinari, quindi attraverso un’intensificazione dello sfruttamento.
I Consigli di Gestione
Un ruolo essenziale nella restaurazione dell’ordine capitalistico avranno proprio i Consigli di gestione, che gli operai interpretano come uno strumento del loro potere, ma le cui funzioni sono state invece definite in una riunione – non a caso tenuta segreta – tra il CLN torinese e il Consiglio di Amministrazione FIAT, svoltasi il 30 gennaio 1946. Alla riunione partecipa anche Valletta, oltre al giovane Gianni Agnelli (il senatore è morto un mese prima). La proprietà riconosce ufficialmente il CdG, ma i rappresentanti del PCI nel CLN, Sulotto e Serra, rinunciano definitivamente al CdG come organo deliberativo. Sulotto dice che è inutile discutere sulle parole “consultivo” e “deliberativo”, dato che quel che conta è che “questo organismo deve essere di collaborazione, deve servire a far collimare i due elementi, che fino a ieri sono stati visti come antitetici”.
Viene anche accettato il ritorno della direzione FIAT al suo posto: Valletta prenderà nuovamente possesso della poltrona di direttore generale il 2 febbraio, ma gli operai lo sapranno oltre venti giorni dopo. Egli eviterà ancora per un pezzo di incontrarli, ricordando che nei giorni della liberazione, quando si era presentato ai funerali di due operai caduti per liberare la fabbrica si era trovato un mitra puntato ed era stato salvato da alcuni quadri comunisti, che lo avevano consegnato alle autorità di occupazione.
Valletta aspetterà quasi un anno per apparire in pubblico, ma intanto approfitta dei rapporti con i dirigenti comunisti del CdG (anche se ci sono, come si è visto, esponenti di altri partiti, servono da schermo, perché il ruolo principale rimane al PCI), che fanno proposte perfettamente accettabili dalla proprietà, che consistono nel puntare sulle esportazioni verso l’Est europeo (ma si concretizzeranno solo nella vendita di un migliaio di camion alla Polonia), e nella riduzione dei costi di produzione per aumentare le vendite. Non accettano la riduzione ulteriore dei salari proposta da Valletta (che avverrà però ugualmente a più riprese, anche con riduzioni di orario senza parità di salario) e affermano invece che bisogna colpire duramente imprecisati “settori speculativi”.
La lotta alla speculazione è un cavallo di battaglia del PCI in quegli anni, ma viene formulata in modo così ambiguo da svuotarla di ogni contenuto non propagandistico, in base a distinzioni di lana caprina come questa formulata da Scoccimarro per definire una “nuova politica economica”:
L’unica speculazione “malsana” sarebbe invece l’aggiottaggio, che è tuttavia illegale, e quindi mai ammesso. La distinzione serve a fare accettare in blocco il capitalismo, condannandone solo presunti eccessi: il “giusto profitto” va bene, non il “superprofitto”, lo sfruttamento non deve diventare “supersfruttamento”, i “capitalisti onesti” devono poter “lavorare”, mentre vanno colpiti imprecisati e indefinibili “plutocrati” (un termine non a caso preso a prestito da Mussolini, che lo usava largamente nella sua demagogia).
Intanto gli operai avvertono solo in parte il pericolo, anche perché confondono i molti diritti esercitati per tacito accordo con veri e propri diritti sanciti. Passeranno molti anni prima che si comprenda - a proprie spese - che quel che era accettato in base ai rapporti di forza non era tuttavia regolamentato e quindi regolare. Così gli spostamenti dal posto di lavoro, la vendita della stampa sindacale e politica, ecc., tollerati per un certo periodo, diventeranno successivamente pretesti sufficienti per licenziamenti o altri provvedimenti punitivi. Qualcosa di simile a quanto accadrà alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta a molti quadri operai radicalizzatisi nella situazione di “dualismo di potere di fatto” creatasi con le lotte del 1969.
Dei consigli del CdG la FIAT non tiene nessun conto. Il giovane Agnelli e Valletta, una volta tornati in sella, non faranno molta fatica per ottenere l’appoggio dei governi di unità nazionale prima e poi centristi a un nuovo rilancio industriale, con gli stessi metodi usati per farsi sostenere dai governi liberali e dal fascismo. Il momento buono per cominciare a licenziare i più combattivi arriva subito dopo la sconfitta elettorale delle sinistre nelle elezioni del 18 aprile 1948.
L’inizio della repressione
La mattina del giorno successivo, nessuno riprende a lavorare. Il segretario della CdL si incontra con Valletta dal Prefetto, e ottiene vaghe promesse di definire la questione in serata. In cambio la CdL si impegna a fare riprendere il lavoro alla 14 dello stesso giorno. Senza successo. Sarà la scarcerazione degli arrestati a fare terminare lo sciopero. Ma è solo un rinvio: i dossier sono pronti per fare scattare la repressione alla prossima occasione.
La Lancia rifiuta l’intervento della Commissione Interna nella ridistribuzione dell’orario tra tutti i lavoratori, e a metà di giugno proclama la serrata a tempo indeterminato, facendo occupare la fabbrica da parte della polizia. La risposta è analoga a quella di venti giorni prima, al momento delle perquisizioni delle sedi del PCI da parte della polizia: una sospensione immediata, generale e spontanea di tutte le fabbriche torinesi. La FIAT è bloccata completamente, e gli operai si recano in corteo alla Lancia, ma anche alle sedi dei partiti e del sindacato. In una riunione che si tiene nella CdL solo alcuni socialisti approvano il comportamento degli operai, mentre PCI e DC ritengono più opportuno ricorrere alla solita ora di sciopero, questa volta dalle 11 alle 12 dello stesso giorno, per recarsi nelle fabbriche e convincere gli operai a riprendere il lavoro nel turno pomeridiano. Ancora una volta senza successo: lo sciopero continua, e alla fine la Camera del Lavoro deve proclamarlo, questa volta senza ridurlo a un’ora. Ma DC, PSLI (come si chiamava in quella fase il Partito socialdemocratico di Saragat) e PRI si dissociano. Stanno già preparando la rottura che si consumerà due settimane dopo, col pretesto dello sciopero per l’attentato a Togliatti, anch’esso assolutamente spontaneo e invano contrastato con le stesse modalità che abbiamo visto in atto per fermare le mobilitazioni contro gli arresti, le perquisizioni e la serrata della Lancia. L’ultima iniziativa unitaria sarà mezza giornata di sciopero indetta per il 2 luglio per la rivalutazione delle categorie.
La notizia che Togliatti è in fin di vita arriva fulmineamente anche a Torino, dove i rapporti tra la massa operaia e la direzione sindacale comunista e socialista continuano a incrinarsi (una nuova ondata di fermate spontanee ha accolto pochi giorni prima la notizia che il Piano Fanfani per l’edilizia popolare prevede una decurtazione della tredicesima mensilità). Pressati tra l’irrequietezza e la combattività della base e i ricatti delle componenti filogovernative, i dirigenti sindacali di sinistra scontentano un po’ tutti.
I tentativi di fermare lo sciopero già nella serata del 14, poi per le 12 del giorno 16, vengono accolti malissimo dagli operai. Grandi assemblee sindacali e di partito vengono indette per i giorni successivi, e si cerca di indirizzare il malcontento sulla persona del ministro degli Interni Scelba, che ha cominciato ad arrestare su larga scala gli attivisti (aveva effettivamente proposto di sgomberare gli stabilimenti con la forza, ma sia Valletta sia il prefetto hanno esitato e non se ne è fatto nulla: a Torino non sono state dimenticate le lezioni di Giolitti nel 1920).
E le masse, nel frattempo, anche se non hanno dimenticato queste vicende, sono disorientate per la perdita rapida di tutte le conquiste fatte, e prive di indicazioni dall’interno dei reparti. Nelle elezioni del 29 marzo 1955 (preparate da controlli polizieschi e da gravi intimidazioni nei confronti di chi firma per presentare la lista di classe o accetta di fare lo scrutatore) la FIOM scende dal 63% al 36%, mentre sale al 41% la FIM-CISL (che nel 1958 verrà sconfessata dalla CISL nazionale e diverrà poi il SIDA, il “sindacato giallo” di Arrighi), e avanza anche la UIL, ugualmente “collaborazionista”. Sembra la fine di un epoca, e la sconfitta definitiva dei protagonisti di una grande stagione di lotte. Ma basterà aspettare sette anni per vedere emergere una nuova generazione, certo meno preparata politicamente, ma anche più difficilmente controllabile.
Di Vittorio e la “svolta del 1955”
La sconfitta del 1955, tuttavia, ebbe l’effetto di stimolare una drammatica discussione in un direttivo nazionale della CGIL tenutosi dal 26 al 28 aprile (meno di un mese dopo le elezioni della Commissione interna FIAT) e aperto da una relazione sinceramente autocritica di Giuseppe Di Vittorio (ripubblicata nel 1977 dal n. 49 della rivista monografica della CGIL “Proposte”).
Un linguaggio oggi dimenticato, e da decenni. Non a caso questo testo è stato ripubblicato proprio nel 1977, in un momento in cui il sindacato cominciava a conoscere nuove gravi difficoltà (e gli interventi di Pugno e Foa sono pieni di accenni ai nuovi problemi di rapporto con le masse). Di Vittorio si domandava come era stato “possibile al grande padronato giungere alle forme estreme di dispotismo” di cui aveva parlato.
In realtà, se gli scioperi politici effettivamente non erano stati moltissimi, avevano avuto la conseguenza inevitabile sia di approfondire il solco con gli stessi lavoratori aderenti alle altre organizzazioni, sia di offrire facili pretesti per i licenziamenti: c’erano stati scioperi contro la venuta in Italia del generale statunitense Ridgway, distintosi nella guerra di Corea per l’uso delle armi batteriologiche e perciò soprannominato “generale peste”, contro il tentativo di un esercito europeo, contro la “legge truffa” del 1953. Non si discute la giustezza degli obiettivi, ma l’opportunità di mobilitazioni così caratterizzate, mentre non si riusciva a organizzare la lotta in difesa della condizione operaia colpita su tutti piani.
Gli errori di politica sindacale identificati in quella relazione erano soprattutto sul terreno dell’analisi dei processi in corso, e dei rapporti con le masse:
Da questo discendevano “le impostazioni schematiche e generiche” che non tenevano conto “delle profonde differenze esistenti da azienda ad azienda e da settore a settore”. Qui c’era il centro dell’autocritica:
Di Vittorio osservava poi che la CGIL non aveva saputo comprendere che “l’azione padronale contro i lavoratori non è fatta solo di terrorismo, di dispotismo, di brutalità e di violenza”, ma è spesso accompagnata, soprattutto nelle grandi fabbriche, “da una azione paternalistica molto differenziata e capillare”:
Non bastava denunciare queste “elargizioni” come forme di coercizione indiretta, ma chiarire che “questi vantaggi – a volte considerevoli – non sono in nessun modo benefiche concessioni dei padroni dei grandi monopoli, ma costituiscono un preciso diritto dei lavoratori”. Non era mancata solo la propaganda, ma “un’azione sindacale differenziata, tendente a trasformare tutto ciò che vuole apparire una concessione propagandistica in un diritto che spetta al lavoratore”. Infatti, “se l’azienda è in grado di concedere dei miglioramenti, a qualsiasi titolo e sotto qualsiasi forma, significa che riesce a realizzare alti profitti”. Quindi, accanto alle rivendicazioni salariali, rivendicare anche la colonia per i bambini, la casa, il sussidio straordinario, il prestito, per trasformare quello che assume l’aspetto di una concessione paternalistica in un diritto sacrosanto. Si coglieva poi un altro grave limite della CGIL:
La riflessione autocritica investiva poi il “diaframma” che si era creato “fra i nostri attivisti di base e le masse, fra queste e le direzioni dei sindacati”. Dopo un elogio sincero agli “eroi oscuri del nostro movimento”, che hanno accettato “con slancio, senza esitazioni, di rischiare il licenziamento, di subirlo, soffrendo la miseria e la fame pur di non piegarsi al padrone”, Di Vittorio aggiungeva:
Quel momento cruciale di svolta, che non risolveva tutti i problemi, ma avviava una ricerca che metteva in movimento forze nuove nel sindacato, e apriva una “lotta fra due linee”, per usare un’espressione di Vittorio Foa, fu merito della capacità di Di Vittorio di affrontare realisticamente il trauma, e soprattutto di ascoltare le voci che auspicavano il rinnovamento (gran parte della CGIL di Torino, la FIOM di Milano e di molte altre province, l’Ufficio studi diretto da Trentin, la Federbraccianti, ecc.). Abbiamo riportato stralci così ampi dalla relazione di Di Vittorio, sia per l’efficacia con cui egli analizza alcuni dei limiti del sindacato, sia per sottolineare il metodo, inconsueto allora e ancor più oggi, nel sindacato ma anche nei partiti della sinistra, di assumersi la principale responsabilità degli errori, anziché scaricare l’autocritica sulle spalle dei quadri intermedi e della base, incapaci di capire e quindi applicare una linea sempre giusta.
Ricordando quel drammatico direttivo, Foa ha tracciato un quadro efficace del grande dirigente:
Secondo Foa, per la sua formazione e la sua esperienza diretta, “Di Vittorio non capiva la fabbrica, non conosceva l’industria. La sentiva, ma non la conosceva nei suoi termini precisi”. Per questo quei dirigenti che premevano “per il ritorno alla fabbrica, ai problemi operai” temevano che nella relazione non ci fosse l’autocritica necessaria e un segnale di svolta. Invece ci fu, ed è una testimonianza del fiuto politico del grande dirigente sindacale.
Certo molti degli errori, delle incoerenze, delle ambiguità, erano una conseguenza di scelte del passato, di una contraddizione profonda dovuta alla linea del PCI dalla “Svolta di Salerno” in poi, che aveva fatto disperdere molte energie in nome della “strategia dei due tempi”, cioè della collaborazione di classe, dell’accettazione della ricostruzione dello Stato borghese, in tutti i paesi in cui la spartizione del mondo in aree di influenza prevedeva il mantenimento dell’economia capitalista, con il condimento di una fumosa “democrazia progressiva”. Su questo Di Vittorio non seppe o non volle aprire la riflessione autocritica.
Ma la sua scelta del Comitato direttivo di aprile del 1955 permise, tra l’altro, di ricucire i rapporti con i settori classisti della CISL, che avevano guadagnato spazi affrontando problemi reali sottovalutati dalla CGIL: negli anni successivi sarà possibile ricostruire momenti di unità d’azione nelle lotte, e la CISL nel 1958 espellerà la sua sezione sindacale della FIAT per atteggiamenti filopadronali (assumerà dapprima il nome di Liberi Lavoratori Democratici, e diventerà poi il SIDA, Sindacato Italiano dell’Automobile). Di Vittorio punterà a ricostruire l’autonomia della CGIL su vari terreni. Anche in questo quadro va vista la sua ferma critica dell’intervento sovietico in Ungheria nel novembre 1956, che si attirò le ire di Togliatti, ma che, oltre ad essere sacrosanta, preservava l’unità della CGIL messa in pericolo dalle prime avvisaglie di un possibile centro-sinistra (in particolare dopo l’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat).
Appendice alla seconda parte
Vittorio Valletta
La FIAT per moltissimi anni è stata rappresentata da Vittorio Valletta. Non solo egli ha assicurato la continuità della dinastia Agnelli per ben 22 anni, dal 1945 al 1967, ma anche nel decennio precedente era stato qualcosa di più di un fedele e geniale collaboratore del Senatore.
Era entrato in scena subito dopo l’occupazione delle fabbriche del 1920. Il 26 ottobre di quell’anno, aveva avuto un ruolo determinante nell’assemblea dell’AMMA, l’associazione piemontese degli industriali, che aveva messo sotto accusa Giovanni Agnelli per i suoi “cedimenti”, e soprattutto perché aveva accettato le “liste di proscrizione” (954 operai e 40 tecnici) presentate dalla Commissione interna. Valletta, che era contitolare di una piccola impresa di accessori per aeroplani, riconvertita dopo la guerra per la produzione di automobili, la Chiribiri, riuscì a far riconfermare Agnelli alla presidenza dell’AMMA.
Egli aveva acquistato anche un piccolo pacchetto di azioni della FIAT, e grazie a ciò, intervenne due giorni dopo a una tumultuosa assemblea degli azionisti, che sospettavano Agnelli di essersi messo al sicuro un notevole capitale sottratto all’impresa grazie a speculazioni in borsa. Anche in quel caso riuscì a convincere la maggioranza che bisognava riconfermare Agnelli per garantire la continuità di un’azienda che costituiva un “grande aggregato di ricchezze di funzioni sociali”, che non poteva essere messo in pericolo da un cambio di gestione, in un momento in cui, nonostante le difficoltà momentanee, era possibile prevedere che sarebbe stato ristabilito presto “il principio di autorità e di ordine”.
Agnelli aveva conosciuto quel giovane intraprendente già da qualche anno, nel periodo delle sue disavventure giudiziarie, quando Valletta, appena laureatosi in economia con una tesi sulla responsabilità degli amministratori nella redazione del bilancio, lavorava nello studio Broglia, incaricato con successo di difendere Giovanni Agnelli dall’accusa di falso in bilancio. Era stato proprio Valletta a scrivere la perizia firmata da Broglia che assicurò l’assoluzione.
Come Agnelli era stato ufficiale, per passare poi a varie altre attività. Oltre alla partecipazione allo studio Broglia, era amministratore di diverse piccole ditte, aveva insegnato in un Istituto commerciale ed era poi divenuto nel 1907 direttore dell’Istituto tecnico Quintino Sella. Teneva anche lezioni in corsi serali gratuiti per operai promossi da varie istituzioni filantropiche di ispirazione socialista umanitaria alla De Amicis. Aveva una capacità di lavoro incredibile, che negli anni dei molteplici contatti con l’URSS lo fece paragonare a Molotov, soprannominato “sedere d’acciaio” per la sua resistenza al tavolo di lavoro. Ma era assai più brillante del burocrate sovietico.
insegnamento esterno e poi nelle scuole FIAT
Agnelli aveva tentato di inglobarlo offrendogli di acquistare in blocco la Chiribiri, ma senza successo. Gli offrì però un contratto triennale con un mandato assai ampio, e il compito di far quadrare i conti. Così, dal febbraio 1921 Valletta cominciò a recarsi tutte la mattine negli uffici della FIAT, allora in corso Dante, senza rinunciare per il momento alle altre attività, a cui si era aggiunto anche l’incarico di assistente universitario presso la cattedra di tecnica bancaria e industriale. Appena un mese dopo il suo ingresso negli uffici, venne nominato direttore amministrativo centrale.
Aveva già dimostrato notevoli doti diplomatiche, sia nei contatti con banchieri statunitensi, sia e soprattutto nei confronti dei gerarchi e dello stesso Mussolini. Ma probabilmente Agnelli l’aveva scelto perché era sempre rimasto estraneo alle contese e alle lotte per il potere degli altri dirigenti, per la sua metodica capacità di lavoro e per la sua totale abnegazione, che lo stesso Valletta aveva sintetizzato affermando in un’intervista che egli era “all’ombra di un grande Capo, e nel sole di una grande Idea”.
La morte improvvisa dell’erede Edoardo, avvenuta in un incidente aviatorio il 14 luglio 1935, trasformò Valletta da prezioso collaboratore in fondamentale punto di appoggio per il Senatore, che si avvicinava ai settant’anni, mentre il più grande dei nipoti, Gianni, aveva solo quattordici anni..
La rapidità nella nomina, che concentrava in un solo uomo gran parte dei poteri aziendali, era dovuta anche alla preoccupazione di evitare ingerenze del regime, come era avvenuto con la Romeo. Valletta, combinando l’esigenza di un controllo totale della manodopera con le sue antiche esperienze di socialista umanitario, aveva sviluppato un imponente sistema di servizi ricreativi, assistenziali, di colonie per i figli di dipendenti, di scuole di formazione professionale, di spacci che offrivano a prezzi concorrenziali biciclette, suppellettili, indumenti. A tutti i dipendenti veniva spedita a casa una rivista aziendale, “Bianco e Rosso”. Il tutto in concorrenza con le attività dopolavoristiche e mutualistiche dei sindacati fascisti, che protestarono più volte invano. Tuttavia nel giugno 1935 aveva accettato che si creasse in fabbrica una “Legione 18 novembre” della milizia, allo scopo di adottare “strumenti più adeguati di vigilanza fascista”. La “Legione” gli verrà poi rinfacciata dalla commissione di epurazione, ma che Valletta si giustificherà asserendo che in questo scopo aveva evitato di fornire “volontari” per le guerre di Etiopia e di Spagna, come avevano fatto altre fabbriche, col risultato di danneggiare la produzione.
Valerio Castronovo esprime in molte parti della sua opera monumentale un giudizio piuttosto benevolo nei confronti di Valletta, sia accettando con larghezza le successive giustificazioni delle sue molte complicità col regime, sia sottolineando spesso il suo giudizio negativo su diversi provvedimenti fascisti (espresso in privato, ma a volte anche in conversazioni telefoniche con Agnelli che la polizia intercettava e registrava, pur senza prendere provvedimenti). Anche a proposito delle relazioni di Valletta con esponenti antifascisti e con ufficiali inglesi e britannici nell’ultimo periodo della guerra, che Castronovo descrive minuziosamente, non viene presa in troppa considerazione l’interpretazione che le attribuiva soprattutto a un classico doppio gioco, iniziato per giunta in una fase in cui l’esito della guerra era prevedibile.
Valletta era indubbiamente, come il suo maestro, afascista, anche se con tessera. Era infastidito dall’ignoranza e dall’arroganza dei gerarchi, ma aveva accettato il regime finché assicurava, bene o male, l’ordine e la disciplina. Si trovava meglio negli Stati Uniti che con quei “coglioni di Roma” (l’espressione fu registrata…), e fu un convinto sostenitore dei rapporti con l’URSS, in cui si recò più volte, molto prima di arrivare al suo capolavoro, la costruzione dello stabilimento di Togliattigrad. Al tempo stesso si rifiutò di richiamare a Torino quei tecnici e operai comunisti che lavoravano all’istallazione di quell’impianto e avevano espresso ad alta voce la loro indignazione per i metodi applicati in URSS, esattamente come aveva difeso dalla deportazione in Germania gli operai sospettati come sabotatori dai nazisti: sempre in nome delle sacrosante esigenze della produzione.
Valletta fu effettivamente un antesignano del centrosinistra, e anche simpatizzante dei socialdemocratici (era amico personale di di Saragat), ma era al tempo stesso l’uomo che organizzò i reparti confino e licenziò perfino quegli operai che l’avevano salvato dai partigiani più decisi e irrequieti che gli avevano puntato contro un mitra. Era l’uomo che aveva saputo utilizzare la disponibilità alla collaborazione di classe del PCI, anche per la sua buona conoscenza della realtà sovietica, ma anche quello che si impegnò con l’ambasciatrice statunitense Clara Boothe Luce a colpire duramente la FIOM, puntando sulla UIL e sulla CISL, che poi contribuì a scindere finanziando il SIDA di Arrighi.
Non era schizofrenia. La spiegazione è abbastanza semplice: preferiva, potendo, le soluzioni morbide, e gli uomini del compromesso a quelli di regime (fascisti prima e poi democristiani) ma era spietato nell’eliminare chi si opponeva anche solo parzialmente ai suoi progetti. Egli si era formato “all’ombra di un grande Capo”, e aveva continuato, dopo la morte del Senatore, a portarne avanti il progetto subordinando tutto alla “grande Idea”: fare sempre più grande e potente la FIAT.
Per questo i giudizi su di lui sono tanto contraddittori: altamente positivi quelli di coloro che guardano solo gli indici della produzione e dei profitti, durissimi invece quelli dei licenziati, dei sindacalisti discriminati e confinati, e anche di tutti coloro che valutano un’azienda non solo dal numero di beni prodotti, ma anche e soprattutto dall’occupazione che garantisce, dai livelli retributivi e dal tasso di sfruttamento della forza lavoro.
1 Citato in Giorgio Galli, Storia del PCI, Schwarz, Milano, 1958, p. 236.
2L’Unità, ed. milanese, 16 settembre 1945.
3 Citato da Liliana Lanzardo, Classe operaia e partito comunista alla FIAT. La strategia della collaborazione di classe. 1945-1949, Einaudi, Torino, 1971, p. 44.
4 Togliatti aveva manifestato anche il suo fastidio per la richiesta di nazionalizzazione della FIAT richiesta dalla federazione di Torino. Cfr. V. Castronovo, op. cit., p. 706.
5 Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p. 452.
6 V. Castronovo, op. cit., pp. 723-724.
7 Giorgio Amendola, Lotta di classe e sviluppo economico, Editori Riuniti, Roma, pp. 30-32.
8 Ampi stralci del verbale di quella riunione sono riportati da Liliana Lanzardo, op. cit., p. 242.
9 Citato nel saggio su Torino, di Fabio Levi, in Paride Rugafiori, Salvatore Vento, Fabio Levi, Il triangolo industriale tra ricostruzione e lotta di classe. 1945-1948. Feltrinelli, Milano, 1974, pp. 226-227.
10 L. Lanzardo, op. cit., p. 462.
11 Ivi, p. 472.
12 Per una rassegna sulle mobilitazioni spontanee in tutt’Italia innescate dall’attentato a Togliatti, e sui comportamenti del PCI e della maggioranza della CGIL per fermarle, si veda il capitolo 14 luglio 1948: la rivoluzione impossibile?, in Antonio Moscato, Sinistra e potere. L’esperienza italiana 1944-1981, Sapere 2000, Roma, 1983.
13 L. Lanzardo, op. cit., p. 496.
14 GC. Galli, Gli Agnelli, cit. p. 131.
15 Vittorio Foa, in un interessante intervento sulla sconfitta alla FIAT, parla di duemila tra licenziati e confinati lontano dal reparto. Vittorio Foa, La centralità della condizione operaia, in P. Boni, V. Foa, E. Pugno, Sindacato e fabbriche nella svolta del ’55, in “Proposte”, n. 49, aprile 1977 (ma in realtà dell’ottobre di quello stesso anno), p. 26.
16 Giuseppe Di Vittorio, Il coraggio dell’autocritica, Ivi, p. 29.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 Ivi, p. 30.
20 Ibidem.
21 Ibidem.
22 Ivi, pp. 30-31.
23 Ivi, p. 31.
24 Ibidem.
25 Ivi, p. 32.
26 Ivi, p. 25.
27 Ivi, p. 18.
28 V. Castronovo, op. cit., p. 397.
29 V. Castronovo, op. cit., pp. 502-503.