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Fiat 3

Cento... e uno anni di Fiat · pubblicato il 22 giugno 2009 · 44 min di lettura


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Capitolo III

Gli anni della riscossa operaia

di Diego Giachetti

 

La sorpresa di Piazza Statuto

Nel 1962 si apriva la lotta per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La piattaforma varata dai sindacati chiedeva la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, il prolungamento del periodo di ferie, la riduzione del cottimo e dello straordinario, la possibilità per le organizzazioni sindacali di contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. Sulle azioni di lotta previste pesava la grande incognita costituita dal comportamento dei lavoratori della Fiat i quali, a cominciare dal fallimento dello sciopero, indetto nel 1953 contro la “legge truffa”, non avevano più aderito alle iniziative di carattere politico e sindacale.

Ormai da anni agli scioperi indetti dalla FIOM partecipava solo una piccola parte dei lavoratori, quelli più politicizzati e sindacalizzati, ormai del tutto isolati dal resto della classe operaia. Negli anni Cinquanta la Fiat aveva vinto il movimento operaio torinese con una serie di misure di carattere disciplinare, politiche e produttive. Aveva instaurato un controllo rigido della forza lavoro mediante una articolata struttura gerarchica che, dal basso verso l’altro, comprendeva l’operatore, il capo squadra, i capi reparto, i capi officina, i dirigenti, coadiuvati da guardie e da spie. Aveva concesso ai suoi dipendenti alcuni privilegi, quali la garanzia del posto di lavoro, l’assistenza sociale, un livello salariale più alto della media in cambio della loro fedeltà all’azienda, della non partecipazione agli scioperi, della non iscrizione al sindacato FIOM. Aveva ostacolato e colpito in tutti i modi possibili il sindacalismo comunista in fabbrica, istituendo i famosi reparti confino, nei quali aveva relegato quei militanti sindacali e politici che non era riuscita a licenziare e favorendo, nel contempo, la nascita e lo sviluppo di un sindacalismo aziendale, culminato con la costituzione del SIDA. Aveva profondamente trasformato l’organigramma produttivo, applicando su vasta scala il modello tayloristico; tale trasformazione aveva consentito l’assunzione di migliaia di operai comuni, provenienti dalla provincia torinese, dal veneto e poi dal meridione, che non possedevano più le caratteristiche politiche e sociali legate alla figura dell’operaio professionale e di mestiere, quello che aveva costituito l’ossatura dell’avanguardia politica e sindacale alla Fiat. A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta a Mirafiori gli operai che possedevano la prima categoria erano passati dall’8 al 6,5%, quelli di seconda categoria dal 23 al 16%, quelli di terza categoria dal 67 al 73%1.
Per anni le relazioni de Consiglio di Amministrazione2 potranno vantare un totale controllo sulla forza lavoro e sulla situazione sindacale: “nel 1955 nessun sciopero alla Fiat. Continuità di lavoro e aumento di produttività”; nel 1957: “la collaborazione e il clima ormai stabile alla Fiat hanno confermato ed approfondito il distacco della maggioranza degli operai e della totalità degli impiegati dalle organizzazioni sindacali non collaborative”; nel 1959 la relazione evidenziava la fermezza della direzione nel contrastare le azioni, aperte o occulte, intese a “portare disordine nelle officine, a rovinare la produzione”. Una fermezza che trovava riscontro positivo grazie al clima di collaborazione instauratosi tra la Commissione Interna e la direzione aziendale, una collaborazione, per altro, favorita perché in quell’organismo dei lavoratori erano “in forte maggioranza gli esponenti dei Sindacati democratici (CISL, UIL, Liberi Lavoratori)”.
In questo contesto lo sciopero del 6 febbraio 1962 indetto dalla FIOM torinese in tutto il gruppo Fiat per appoggiare una piattaforma rivendicativa che chiedeva le 40 ore settimanali, il sabato festivo, 70 lire di aumento salariale, contrattazione dei tempi e degli organici, rivalutazione delle qualifiche, si rivelava un insuccesso. Così pure lo sciopero nazionale del 13 giugno, indetto alla Fiat solo dalla FIOM e dalla FIM e ostacolato dagli altri due sindacati, UILM e SIDA, falliva nuovamente. Solo il 19 giugno si rompeva il ghiaccio. Durante lo sciopero nazionale restavano fuori dagli stabilimenti Fiat 2000 operai del primo turno che formavano dei picchetti per convincere quelli del secondo turno a non entrare in fabbrica. Alla fine della giornata si valutava in circa 7000 il numero dei partecipanti allo scioperi. Una cifra ancora esigua rispetto alle migliaia di lavoratori che non avevano scioperato, tuttavia espressione di un’avvenuta inversione di tendenza. Era un avvenimento eccezionale, scrisse il dirigente comunista Lorenzo Gianotti perché non si trattava più di avanguardie isolate, ma di una “minoranza di massa” composta non solo dal vecchio nucleo operaio che aveva resistito alla repressione, ma da “gruppi di giovani, non collegati in buona parte alle organizzazioni sindacali, riunitisi in forme spontanee tra di loro”3. A questo punto, finalmente, le adesioni allo sciopero successivo del 23 giugno furono numerose, circa 60 mila lavoratori, tra i quali alcuni impieganti non del tutto spontaneamente consenzienti. Esultavano i sindacati, in particolare FIOM e FIM, reagiva con rabbia la direzione aziendale condannando, sulle pagine de “La Stampa”, gli scioperi che danneggiavano la produzione, provocavano disordini, impedivano di rispettare il rispetto delle curve di produzione e la consegna della auto già prenotate dai vari committenti e criticando la polizia perché non era riuscita a tutelare, davanti ai cancelli, durante il picchettaggio, la “libertà di lavoro” dei dipendenti. Ma, accanto a questa reazione, la direzione e lo stesso Valletta premevano sulla Confindustria perché fosse meno intransigente nelle trattative in corso coi sindacati, si dichiaravano disposti a chiudere al più presto il contratto, facendo alcune concessioni e inserendo il loro operato all’interno dell’azione modernizzante e riformatrice del nascente centro sinistra che il padronato torinese targato Fiat appoggiava esplicitamente in contrasto coi settori più conservatori della borghesia industriale italiana.

Il 4 luglio, vista l’interruzione delle trattative tra Confindustria e sindacati, venivano proclamate una serie di agitazione per i giorni seguenti. Contemporaneamente la Fiat si diceva disposta ad aprire un confronto, per chiudere a livello aziendale la vicenda contrattuale, coi “liberi sindacati”, ovvero UIL, SIDA e CISL, con esclusione della CGIL. La CISL rifiutava, UIL e SIDA vi partecipavano e concludevano un accordo separato. Subito divampava la polemica tra i sindacati, “La Stampa” titolava UIL e SIDA si accordano con la Fiat e invitano gli operai a non scioperare, in fabbrica decine di aderenti ai due sindacati strappavano le tessere con rabbia, per protesta. Lo sciopero del 6 luglio riusciva completamente nei vari stabilimenti Fiat. Spontaneamente alla SPA Stura un corteo di circa seicento operai lasciava la fabbrica e si dirigeva verso Piazza Statuto, collocata al centro della città, dove risiedeva la sede della UIL per protestare contro l’accordo appena firmato. Fra i partecipanti alla manifestazione molti erano gli iscritti a quel sindacato, sdegnati da un comportamento che non condividevano affatto. Giunti in piazza si radunavano sotto la sede della UIL, fischiavano e urlavano contro il “contratto bidone” e contro alcuni sindacalisti, tentavano di penetrare all’interno della sede, altri lanciavano pietre contro le finestre. Intanto una folla di curiosi, fatta anche di giovani meridionali che abitavano nelle vie limitrofe, si radunava per assistere allo spettacolo.

Fischi, urla e pernacchie si levavano quando arrivava la polizia, applausi invece per gli operai raccolti sotto la sede della UIL. Nel primo pomeriggio avveniva la prima carica per disperdere i dimostranti e la folla che si era radunata per guardare. Era l’inizio di una serie ripetuta di scontri che si protrassero per tre giorni avendo come epicentro Piazza Statuto. I dimostranti si ritiravano nelle vie laterali, scappavano a piccoli gruppi in direzioni diverse; poi, quando la polizia ritornava al centro della piazza, ricomparivano. A nulla valsero i tentativi fatti dai dirigenti della Camera del lavoro, tra cui Sergio Garavini, o del PCI, come Giancarlo Pajetta giunto appositamente da Roma, per convincere i manifestanti a sciogliersi e a ritirarsi dalle vie adiacenti la piazza. Gli scontri, che erano iniziati il sabato pomeriggio, si protrassero per altri due giorni e cessarono del tutto solo alle due di mattina di martedì 10 luglio. In tre giorni di scontri 1251 persone erano state fermate, 90 erano state arrestate e processate per direttissima, un centinaio denunciate a piede libero, 169 gli agenti feriti.

Comprendere ciò che era accaduto in quei giorni non era facile. Sindacati e partiti di sinistra, dopo un abbozzo di analisi, cedettero facilmente al ricorso a vecchie    categorie da Sant’Uffizio attribuendo la causa di tutto ai “facinorosi”, ai “provocatori” agli elementi “che nulla avevano a che fare con la classe operaia”, ai “gruppuscoli estremisti” e via di seguito fino a giungere a sostenere che la manifestazione, da un certo punto in poi, era stata alimentata da elementi fascisti. Quanto era accaduto rifletteva la situazione nuova che si era venuta a creare dentro la fabbrica, con la massiccia immissione di nuovi lavoratori dequalificati, e nella città. Una città la cui composizione popolare e di classe risultava profondamente mutata a causa della massiccia immigrazione meridionale che aveva occupato quartieri fatiscenti del centro storico, dove centinaia di famiglie e di giovani meridionali vivevano in condizioni simili a quelle del proletariato londinese raccontate da Engels nel saggio sulla Questione delle abitazioni e denunciate all’epoca in un importante libro inchiesta pubblicato da Feltrinelli, L’immigrazione meridionale a Torino, scritto da Goffredo Fofi. Un nuovo proletariato, separato anche linguisticamente da quello tradizionale della città che parlava piemontese anche nelle sue istituzioni sindacali (Camera del lavoro) e partitiche, si accumulava nei quartieri portandosi dietro una rabbia e una tensione incapace di orientarsi e incanalarsi verso le tradizionali forme organizzative del movimento operaio. Va anche detto che l’atteggiamento di sufficienza e di condanna verso questi strati sociali, considerati alla stregua di sottoproletari, selvaggi, incolti, marginali, manifestato dalle organizzazioni sindacali e della sinistra torinese nei confronti di quella rivolta di piazza non facilitava certamente l’incontro e la presa di contatto. Averli etichettati come provocatori fascisti, come elementi facilmente preda dei loro istinti violenti e aggressivi non contribuiva certo a favorire la loro presa di coscienza, così scriveva un comunista torinese, purtroppo una voce isolata4.

In un clima teso proseguivano gli scioperi nel mese di luglio ai quali la Fiat rispondeva, pochi giorni prima dell’inizio delle ferie d’agosto, con 84 licenziamenti contro operai che, secondo il comunicato dell’azienda riportato da “La Stampa” del 4 agosto, “nelle recenti giornate di sciopero commisero atti di violenza e di minaccia grave nei confronti dei loro compagni di lavoro”. Si giungeva, nell’ottobre del 1962, alla firma di un accordo tra tutti i sindacati torinesi e la Fiat, accordo che veniva poi recepito in quello nazionale firmato nel febbraio del 1963 che prevedeva la riduzione dell’orario di lavoro a 44 ore settimanali per il settore auto, ma con ampie deroghe; aumenti salariali non uguali per tutti, ma secondo le qualifiche, dell’11% in media; scatti biennali di anzianità; aumenti dei sussidi di malattia e infortunio.

La firma del contratto riportò la calma negli stabilimenti torinesi e, poco a poco, il conflitto di classe che pure si era manifestato in modo ampio dopo gli anni Cinquanta, cominciò ad essere un ricordo lontano. Gli anni seguenti furono caratterizzati da un nuovo boom del mercato dell’auto che provocò un ulteriore sviluppo degli stabilimenti (Rivalta entrava in funzione nel 1967), nuove massicce assunzioni di manodopera, inglobamenti di industrie automobilistiche minori: Om e Autobianchi, Lancia nel 1969. Parallelamente la Fiat firmava un accordo per la costruzione di uno stabilimento automobilistico in URSS e alla presidenza dell’azienda ascendeva, al posto dell’ottantenne Valletta, Giovanni Agnelli, quello celebrante e celebrato oggi nel centenario.

Anche in questo clima in parte nuovo e di ritrovata pace sociale, la Fiat non abbandonava la tecnica della repressione e dello stillicidio dei licenziamenti per motivi politici: nel marzo del 1963 due operai venivano licenziati a Mirafiori, dopo uno sciopero, nel febbraio del 1965, altri lavoratori erano licenziati negli stabilimenti di Stura e alla Ricambi. In quegli anni il sindacato di classe ricostruiva, con fortune alterne, il suo intervento e la sua presenza in fabbrica. Gli aspetti di quella ricostruzione erano però contraddittori e i risultati piuttosto fragili. Basta vedere l’andamento dei risultati per le elezioni dei membri della Commissione interna di quegli anni5 per rendersi conto delle difficoltà in cui versava la FIOM. Se nel 1963 la FIOM incrementa dell’8% i suoi voti raggiungendo quota 34,3%, l’anno dopo perdeva esattamente il 7,1%, mentre la FIM perdeva l’1% circa e incrementavano la UILM (+2,3%) e il SIDA (+7%). Nel 1965 FIOM e FIM arretravano ancora.
Stesso contraddittorio andamento ebbero gli scioperi alla Fiat proclamati dai sindacati in occasione della lunghissima vertenza per il rinnovo dei contratti del 1966, una vertenza che durò un anno e che vide l’indizione di ben 23 giorni di sciopero. Alla Fiat i primi scioperi trovarono riscontro e adesione tra gli operai, ma già nel mese di marzo la partecipazione crollava a Mirafiori e la Fiat subito approfittò di questa debolezza per licenziare e sospendere alcuni lavoratori alla SPA, alla Ricambi e alla OSA di Stura. Nel mese di aprile flessione generalizzata in tutti gli stabilimenti, poi rilancio della partecipazione al Lingotto e a Stura, ma non negli altri complessi. Al rientro dalle ferie le adesioni crollavano del tutto, lo sciopero del 6 ottobre 1966 falliva, a quello di tre giorni    del 16,17,18 novembre aderivano solo “striminzite minoranze su cui ormai da mesi” era tornato a “pesare l’isolamento”6.

L’indimenticabile 1969

Il 1969 registrò nel nostro paese il punto più alto della conflittualità di classe. Nel periodo 1968-1975 il tasso medio di scioperi fu di 11,55 ore perse per ogni dipendente; nel 1969 si raggiunse l’apice di 23 ore di sciopero per dipendente; nel periodo precedente (1959-1967), il tasso medio di sciopero era stato di 7,26 ore per ogni dipendente7. Le ore di sciopero effettuate nel triennio 1969-1972 erano quasi uguali a quelle effettuate nei sette anni precedenti, dal 1962 al 1968 compresi. La tabella seguente offre un’immagine numerica e significativa dell’intensità del conflitto di classe che maturò in quel periodo e del protagonismo di massa che lo supportò, in particolare negli anni che vanno dal 1968 al 1971.

 

Ore di sciopero totali in milioni e lavoratori partecipanti in migliaia8

                                                                    Tutti i settori                                                                                    Solo industria

Anni

lav. partecip.

ore totali

lav. partecip.

ore totali

1960

2338

 46,2

1392

29,5

1961

2698

 79,1

1383

42,8

1962

2910

181,7

1587

126,7

1963

3694

 91,1

2441

62,7

1964

3245

104,7

1882

62,4

1965

2310

 55,9

1255

26,6

1966

1887

115,7

1114

87,8

1967

2243

 68,5

1016

28,7

1968

4862

 73,9

3206

49,8

1969

7507

302,5

4734

232,9

1970

3722

146,2

2074

84,8

1971

3891

103,5

2943

49,7

 

Complessivamente nel 1969 ben 20.000.000 di ore di sciopero si erano consumate alla Fiat, di queste 9.000.000 furono effettuate in quell’anno nei tre maggiori stabilimenti della Fiat torinese, Mirafiori, Lingotto e Rivalta. L’incremento delle ore di sciopero che si registrò nel 1969 raggiunse un indice così elevato da non trovare riscontri simili né in vertenze contrattuali precedenti né in quelle successive. Le lotte arrivavano al termine di una crescita occupazionale    e produttiva senza precedenti. I dipendenti Fiat degli stabilimenti torinesi dai 50.000 che erano nel 1950 diventavano 158.000 nel 1968 e 170.000 l’anno seguente. Di questi nel 1969 quasi cinquantamila lavoravano a Mirafiori, più di undicimila nel nuovo stabilimento di Rivalta aperto nel 1967 e più di seimila al vecchio impianto del Lingotto. Le auto prodotte per ogni operaio passavano dal 2,1 % del 1950 all’11,8% del 1968, il numero di vetture prodotte in un anno saliva da 118.000 a 1.470.000, circa seimila al giorno.

L’aumento del lavoro ripetitivo, dequalificato, tipico delle linee di montaggio, si accompagnava ad una rotazione della manodopera abbastanza elevata. Il 10% ogni anno lasciava la Fiat e cercava un altro lavoro, circa 1000 operai al mese si licenziavano, su 100 nuovi assunti 40 abbandonavano dopo poco. L’assenteismo ruota attorno al 12-13%, che voleva dire 5-6 mila operai che ogni giorno non si presentavano in fabbrica. D’estate la percentuale toccava anche punte del 25%. Si trattava in media di tre-quattro giornate di mutua al mese    a cui i lavoratori ricorrevano per staccare un attimo, per riposarsi, “per non morire” dicevano tra di loro, soprattutto quelli addetti alle linee di montaggio, costretti ad un lavoro dequalificato, massacrante dal punto di vista fisico e psicologico, perché monotono, ripetitivo, sempre uguale. L’epoca dell’operaio produttore, professionale, che amava il suo lavoro, orgoglioso del suo saper fare, ben descritto nelle testimonianze riportate nel libro recente di Donato Antoniello9 era conclusa. I nuovi operai di linea non si identificavano certo col lavoro e verso quel tipo di lavoro e di fabbrica sviluppavano un atteggiamento di rifiuto, di odio e disprezzo. D’altronde molte testimonianze di lavoratori, soprattutto di quelli addetti alle Carrozzerie hanno descritto condizioni di lavoro pesantissime, in situazioni sempre al limite della vivibilità psicofisica per il lavoratore. Chi entrava in quei reparti rimenava sconvolto, come accadde a Tom Dalessandri, oggi segretario della CISL, ma nell’aprile del 1968 giovane assunto Fiat alle    Carrozzerie di Mirafiori:
“Entrai e subito mi dissi: questi sono tutti matti, non è possibile che il lavoro sia questa cosa qui. In alto contro i soffitti che sembravano un cielo scuro, scorrevano i convogliatori. Per terra i corridoi di legno catramato, anche questi scuri. Gli operai lavoravano alla lastroferratura che era il posto dove si metteva assieme la scocca delle vetture. Quel giorno mi fecero fare il giro dei principali reparti. […] Mi sembrava veramente di stare in un altro mondo. E poi i rumori diversi da un settore all'altro, assordanti, insistenti, ripetitivi. Il clic delle pinze, lo scoppiettio pirotecnico della saldatura, il frastuono delle lamiere, il sibilo dell’aria compressa e dei getti d’acqua, lo sferragliare dei nastri trasportatori in perenne movimento. E quel reparto speciale che erano le presse dove ci si parlava all’orecchio come gli innamorati perché sennò non ci si sentiva neppure a dieci centimetri di distanza”.10

Un rumore assordante, cadenzato ritmicamente che faceva sembrare quelle officine a campi di battaglia vietnamiti, col taratatà delle mitragliatrici, il sibilo dei proiettili, il pesante rumore delle bombe sganciate dagli aerei americani, il caos, la confusione, le urla, la frenesia continua, l’assillo perenne. “La Fiat sarà il vostro Vietnam” e “Agnelli, l’Indocina ce l’hai in officina” non erano quindi solo slogan ripresi dalla lotta che in quegli anni il popolo vietnamita conduceva contro l’invasione americana, riflettevano una situazione concreta, una condizione di vita.

Una situazione sempre più insostenibile che prima o poi doveva esplodere e di questo pare ne avessero sentore anche i capi reparto e officina i quali segnalavano sintomi di malessere e di tensioni sui luoghi di lavoro che già si manifestavano negli anni precedenti l’autunno caldo nei reparti Fiat, come ricorda oggi un funzionario del personale, Enrico Auteri, al quale non era sfuggito che già nella seconda metà degli anni Sessanta a Mirafiori germinavano “focolai di conflittualità”, che esprimevano una rabbia e un malcontento diffuso tra i lavoratori meno qualificati, dovuto all’esasperazione delle condizioni di lavoro. Infatti, per far fronte ad una richiesta di mercato in costante crescita si aumentavano i carichi di lavoro agli operai, le linee “tiravano di più”, i tempi di lavorazione tendevano ad abbassarsi sempre di più sotto l’occhio vigile dei capi squadra e dei cronometristi. Nel 1967, ricorda il funzionario, si arrivò ad un vero e proprio scontro fisico tra capi squadra e sorveglianti da una parte contro gruppi di operai che volevano fermare i convogliatori che trasportavano i motori dalla Meccanica alla Carrozzeria. Inoltre, frequenti erano le azioni di sabotaggio:

“Tutte le “Millecento” avevano problemi […] e, quando andavano in pista di [prova], ballavano, facevano rumori infernali [perché gli operai] saldavano dentro al tunnel della trasmissione e del cambio le bottiglie di Coca Cola”.

Quindi per chi viveva all’interno della fabbrica negli anni Sessanta l’“autunno caldo” non costituì una sorpresa, ma solo “un problema” che si ripresentava con “intensità rinnovata” rispetto a prima11.

Secondo lo studioso torinese Giuseppe Berta, in quegli anni la Fiat non aveva più una conoscenza precisa della propria forza lavoro, non era più in grado di sentire e capire cosa serpeggiava nei reparti, anche perché il management era tutto attento ai volumi della produzione, ad inseguire le curve in ascesa della richiesta del mercato automobilistico. Il bisogno sfrenato di manodopera da immettere nei reparti e quindi le assunzioni indiscriminate avevano fatto saltare tutti gli argini e i filtri di selezione messi in atto dall’ufficio del personale negli anni precedenti. Per di più il modello gerarchico di conduzione della fabbrica, impostato negli anni precedenti, non era in grado di cogliere e recepire la tensione e il conflitto che si manifestava nei reparti, soprattutto in quelli dove più massiccia era stata l’immissione di nuovi lavoratori immigrati:

“Alle riunioni di direzione non era nemmeno lecito, per i quadri più giovani, far udire la propria voce […] e se anche qualcuno avesse tentato di porre in rilievo le manifestazioni inquietanti che andava osservando, probabilmente i suoi superiori non gli avrebbero prestato ascolto. Ogni considerazione che non concernesse direttamente il raggiungimento degli immediati obiettivi di produzione era giudicata come accessoria […] Il primato della produzione […] surclassava ogni altro compito manageriale: gli uomini del personale erano chiamati a rifornire del necessario combustibile umano le strutture produttive senza interferire con le loro logiche consolidate”.12
Solo nel 1972 i manager del personale Fiat riuscirono a produrre un’Indagine psicologica sulla personalità degli operai Fiat, basata su 395 interviste. Quel che affiora con forza dall’indagine “è la situazione di disagio e di tensione che grava sulle linee di montaggio dell’auto. Lì stanno il centro di tutte le difficoltà che incontra la Fiat e la radice del carico di disaffezione che si riflette poi sull’intera struttura aziendale”.13 Si trattava però della registrazione di un evento che era già accaduto e si era già manifestato compiutamente nelle lotte del 1969.

Una disaffezione, un malessere, un accumulo di rabbia e di tensione si andava per altro sedimentando nella città e nei comuni vicini a causa della massiccia ondata migratoria. Sul finire degli anni Sessanta Torino e i comuni della cintura subivano una trasformazione profonda. Migliaia di operai provenienti dalle regioni meridionali raggiungevano la città e i comuni limitrofi. Altri, sempre meridionali emigrati in Germania e in altre nazioni dell’Europa del Nord, coglievano l’opportunità di avvicinarsi un poco di più alla famiglia che avevano lasciato al Sud, e si trasferivano a Torino, dove il lavoro non  mancava. La grande impresa Fiat, ma anche tantissime piccole fabbriche dell’indotto e le imprese edili, dopo aver prosciugato il bacino di manodopera costituito dai contadini delle province piemontesi e dagli immigrati veneti, cominciavano ad attingere nel meridione tra popolazioni abituate fin dal secolo precedente ad emigrare in cerca di un lavoro. Alcuni dati demografici danno immediatamente un’idea di quanto era accaduto in termini di aumento della popolazione. Nel 1951 Torino aveva    700.000 abitanti e la sua prima cintura qualche migliaio. Nel 1969 gli abitanti della città più quelli della prima e della seconda cintura ammontavano complessivamente ad    1.600.000 . Quartieri cittadini tradizionalmente abitati da operai si sovraccaricavano in quegli anni di una massa proletaria senza precedenti. Mirafiori Sud passava dai 18.747 abitanti del 1951 ai 119.569 del 1969, Lingotto da 23.753 a 42.798, Santa Rita da 22.936 a 88.563.    Nei primi tre mesi del 1969 la popolazione di Torino cresceva di 8989 unità, di cui 7.103 nuovi immigrati. Nei 23 comuni della cintura in due mesi la popolazione era aumentata di 3830 unità, di cui 3.123 nuovi immigrati.

All’inizio del 1969 la Fiat aveva ancora bisogno di manodopera, per attivare la nuova fabbrica di Rivalta, doveva assumere 15 mila operai e nuovamente l’attingeva al Sud. Arrivavano a Torino e si sistemavano, se così si può dire, nei quartieri periferici, nei comuni della cintura, o nelle topaie del centro storico, aggravando situazioni sociali già precarie e difficili. Quindicimila nuovi immigrati a Torino significava che entro l’anno sarebbero arrivate almeno altre cinquanta-sessantamila persone, in quanto ogni immigrato, appena sistemato, tendeva a chiamare al Nord la moglie, i figli, i parenti e i conoscenti in cerca di lavoro. Appena la notizia si diffuse in città e nei comuni limitrofi, i padroni di casa aumentarono gli affitti del 30% e iniziarono a sfrattare gli inquilini che non erano in grado di sostenere la nuova spesa. Questa volta però la reazione di chi viveva nelle case d’affitto diventò protesta organizzata, in poco tempo nei quartieri e nei comuni della cintura sorgevano spontaneamente dei comitati di inquilini che nulla avevano a che vedere con deleghe di partito, ma erano l’espressione di assemblee popolari riunitesi casa per casa, lotto per lotto che, in poco tempo, davano vita ad una rete di contropotere dal basso che occupava lo spazio d’intervento di enti locali impotenti di fronte al monopolio e alla speculazione edilizia, oppure obbedienti e connivente con esso.

Questa tensione sociale nuova che cresceva in fabbrica e fuori negli anni 1967-1968 si intersecò con l’esperienza politica e sociale condotta dal nascente Movimento studentesco sorto con l’occupazione di Palazzo Campana di Torino. Pur trattandosi di due processi distinti di maturazione di coscienze e di comportamenti, la contemporaneità della loro esplosione li costrinse al confronto e all’incontro. Un incontro, quello tra operai e studenti, che non era affatto predeterminato e diretto verso gli esiti che poi ebbe. Il fatidico ’68 degli studenti coincise a Torino con una ripresa della conflittualità operaia in fabbrica che si manifestò con la notevole partecipazione degli operai degli stabilimenti Fiat allo sciopero nazionale per le pensioni del 7 marzo 1968. Nei giorni seguenti i sindacati di categoria FIOM, FIM, UILM e SIDA predisponevano un questionario, distribuito in 40 mila copie, al fine di sondare quali erano le rivendicazioni dei lavoratori. Rispondevano in ventimila circa chiedendo l’eliminazione del turno di notte, la riduzione dell’orario di lavoro, la regolamentazione dei tempi e dei ritmi della produzione e aumenti salariali. Si dichiararono disponibili allo sciopero come forma di protesta verso condizioni di lavoro che in molti definivano “schiavistiche”, basate sullo sfruttamento crescente e totale della forza lavoro, condannati ad eseguire operazioni sempre meno gratificanti e sempre più ripetitive e monotone.

La vertenza contrattuale che i quattro sindacati decisero di aprire, dopo l’inchiesta svolta tra i lavoratori, si caratterizzava per i seguenti obiettivi: riduzione dell’orario di lavoro, a parità di paga, da 48 a 44 ore settimanali, aumenti salariali di circa 20 lire l’ora, rivalutazione dell’indennità di linea e dei cottimi, controlli sui ritmi di produzione. Il primo sciopero di 24 ore, fissato per il 30 marzo, riusciva pienamente, vi aderiva circa l’80% dei lavoratori. La presenza ai picchetti davanti alle porte degli stabilimenti era cospicua, numerosi erano gli operai che affiancavano i sindacalisti, gli studenti del Movimento studentesco torinese, quelli di Potere Operaio, che facevano riferimento al Potere Operaio pisano, il Fronte della Gioventù Lavoratrice e la Lega    studenti e operai.

Lo sciopero alla Fiat intanto si ripeteva con successo il 6 aprile e l’11. I sindacati, di fronte alle prime timide aperture della direzione aziendale, decidevano di    consultare gli operai tramite un altro questionario che conteneva una sola domanda: “scrivi liberamente ciò che pensi sulla conduzione della vertenza e sul modo di portare avanti l’azione sindacale”. Le copie distribuite furono 40 mila, le risposte 15 mila. Il 75% degli operai che risposero erano favorevoli al proseguimento dello sciopero, circa un terzo erano per l’intensificazione della lotta. Molte delle risposte contribuirono a capire le motivazioni per cui    scioperavano. Si trattava spesso di ragioni che andavano oltre la piattaforma rivendicativa dei sindacati: scioperavano perché “non ne [potevano] più”, perché volevano “lavorare da uomini e non da bestie”, perché si sentivano trattati “come schiavi”, perché volevano “piegare il capitalista Fiat dopo settant’anni di schiavitù padronale”;    volevano la fine “della dittatura in fabbrica” e non solo poche lire di aumento; molti esprimevano per iscritto disprezzo e odio verso Agnelli a cui venivano “augurate malattie e sofferenze con una precisione da insulto dialettale”14.

FIM; FIOM; UILM E SIDA intanto aprivano le trattative con la Fiat, che portarono alla firma di un accordo che prevedeva le 44 ore settimanali, 19 lire di aumento all’ora, una rivalutazione dell’indennità di linea e una forma di controllo dei tempi e dei ritmi di produzione mediante l’esposizione di tabelloni e/o cartellini da dare ai singoli operai sui quali dovevano essere riportati tre dati fondamentali: numero degli operai necessari alla produzione e numero di quelli eventualmente da sostituire, numero di vetture da montare. L’accordo suscitò vivaci proteste tra gli operai che giudicarono insoddisfacente la soluzione relativa all’orario di lavoro, scarso l’aumento di 19 lire e puramente formali i diritti acquisiti sui tempi.

Primavera a Mirafiori

Dopo le lotte contrattuali della primavera del 1968, la Fiat sembrava ricaduta nel tradizionale torpore, ma era una calma apparente, come dimostrava l’adesione allo sciopero generale di mezz’ora per i fatti di Avola del 2 dicembre 1968. Pochi mesi dopo, il 9 aprile 1969, a Battipaglia in provincia di Salerno, durante una manifestazione di protesta per la chiusura di un tabacchificio, una donna e un giovane venivano uccisi dalla polizia. Uno sciopero di protesta veniva proclamato dai sindacati per l’11    aprile. Protagonisti di questo sciopero furono in prevalenza i lavoratori meridionali, quelli più poveri, privi di aiuti e solidarietà in una città che sentivano estranea, scarsamente abituati a recepire le tattiche e i metodi di lotta della tradizione sindacale torinese.

Dove lo sciopero riuscì fu, per i partecipanti, un’esperienza estremamente importante. Dopo vent’anni, come acutamente notava il cronista sulle pagine torinesi de L’Unità, era la prima volta che migliaia di lavoratori iniziavano uno sciopero dall’interno degli stabilimenti, interrompevano il lavoro ed uscivano sfilando davanti ai posti di controllo, ai capi, ai guardiani, varcando infine i cancelli con un senso di liberazione.15 Lo sciopero interno di breve durata aveva il vantaggio di far perdere poco salario e di bloccare automaticamente le officine a monte e a valle del reparto in agitazione. L’agitazione interna presupponeva poi un momento collettivo di discussione, di incitamento allo sciopero, dentro il reparto. Questi iniziali frammenti di nuove esperienze operaie si sintetizzarono emblematicamente, proprio nel corso dello sciopero dell’11 aprile, nell’episodio accaduto alle officine Ausiliarie. In quell’occasione    un operaio ebbe il coraggio, durante la pausa per la refezione, di salire su un tavolo della mensa e, di fronte ad oltre 1500 operai, spiegare i motivi per i quali si doveva scioperare. Il significato dell’unità e della solidarietà di classe tra i lavoratori del Nord e quelli del Sud e i comuni obiettivi della lotta anticapitalistica. Per questo suo ardire egli era stato trasferito in un altro reparto, ma quattro giorni dopo, nello stesso refettorio, un altro lavoratore ripeteva il gesto invitando gli operai a protestare contro il trasferimento del loro compagno. La protesta ebbe un esito positivo, immediato: l’operaio fu reintegrato al suo posto. Era un primo segno evidente della debolezza padronale, che fu immediatamente percepito dai lavoratori i quali, durante una nuova assemblea improvvisata, decisero di avanzare una serie di rivendicazioni e di aprire una vertenza contrattuale coll’azienda. Si apriva in questo modo la prima delle cento vertenze che caratterizzeranno i mesi di maggio e di giugno alla Fiat.   

Il 13 maggio scioperavano in 8000 alle officine Ausiliarie di Mirafiori e alla Prova Motori. Si trattava di uno sciopero interno che aveva caratteristiche diverse dalle tradizionali astensioni dal lavoro proclamate dall’organizzazione sindacale. Come tante altre vertenze e agitazione che prendevano vita in quei giorni a Mirafiori, anche questa si caratterizzava per l’intreccio tra la spontanea autodeterminazione di base e le indicazioni di lotta provenienti dal sindacato. Quest’ultimo aveva predisposto il terreno proclamando un’ora di sciopero, ma la decisione di proseguire oltre l’ora , aprendo una fase più avanzata di lotta, venne decisa dagli stessi lavoratori senza consultare la direzione sindacale.    Le rivendicazioni erano un intreccio tra obiettivi tipici delle vertenze sindacali, in questo caso mensa,    passaggi di categoria, contrattazione dei carichi di lavoro e del cottimo e altri che segnalavano la nascita di una coscienza nuova tra i lavoratori. Nel corso della lotta si elessero infatti i delegati di squadra, espressione di gruppi omogenei di lavoratori    ai quali rispondevano direttamente dell’andamento della vertenza. I delegati operai delle Officine Ausiliarie diffusero un appello nel quale si affermava:

“L’assemblea è lo strumento attraverso cui gli operai, uniti per squadra, per reparto, per officina, discutono e decidono gli obiettivi da raggiungere, i modi per raggiungerli e per affermare il loro potere e il controllo sul lavoro. Riteniamo inaccettabile qualsiasi forma di regolamentazione e di limitazione dell’assemblea [...] L’assemblea nomina il delegato e può revocarlo in qualsiasi momento [...] Non è né proposto né nominato da nessuna organizzazione esterna alla fabbrica, ma è esclusivamente l’espressione della volontà dell’assemblea”16.

L’agitazione operaia intanto si estendeva di giorno in giorno in altri reparti. Il 19 maggio scioperavano i carrellisti per tutto il primo turno. Riuniti in assemblea respingevano la proposta dei capi reparto di mandare una delegazione a discutere con la direzione. “Che vengano loro a parlare con noi, se ci tengono!”, affermavano. Chiedevano un aumento salariale di 50 lire. L’agitazione proseguiva il giorno dopo. L’indomani cessava lo sciopero dei carrellisti ma iniziava quello dei gruisti che protestavano per il mancato passaggio di qualifica e bloccavano il rifornimento dei pezzi per le linee di montaggio. Il 22 maggio scendevano in lotta gli operai delle Grandi Presse. Lo sciopero    iniziava con un corteo interno che convinceva i riluttanti a lasciare il posto di lavoro. Anche gli operai delle catene di montaggio cominciavano ad agitarsi. A questo punti i lavoratori coinvolti nella lotta a Mirafiori erano ormai 12 mila. Il 27 maggio, durante uno sciopero di otto ore, si formava un corteo interno per decisione autonoma dei lavoratori, che percorreva le officine al grido di “Potere operaio”, innalzando cartelli con sopra scritto “Vogliamo lavorare di meno e guadagnare di più”. Le altre richieste erano aumento di 50 lire uguali per tutti più 80 lire per il turno di notte da farsi una volta ogni cinque settimane e controllo sui tempi di produzione.

Mirafiori ormai era in fermento dentro e fuori. Lo si vedeva al momento dell’entrata e dell’uscita degli operai davanti ai cancelli. Assieme ai venditori ambulanti e tra il brulichio di automobili e tram che caricavano e scaricavano gli operai, in mezzo a questo groviglio di persone e di cose, la discussione era vivacissima. Capannelli di operai e di studenti che distribuivano volantini e contemporaneamente discutevano e riferivano ciò che era accaduto dentro la fabbrica, nel proprio reparto, si formavano ovunque. I sindacati FIOM, FIM, UIL e SIDA, stentavano a “tener dietro” a tutto questo “casino”, come si sentiva sovente ripetere in senso positivo e propulsivo da parte di molti operai.    Essi venivano spesso criticati per la loro scarsa presenza alle porte. Si trattava di un’osservazione più che giusta -replicavano in un volantino- sintomo di una debolezza organizzativa che loro stessi ammettevano: “con 20 persone, 16 membri di Commissione interna e un paio di sindacalisti per un complesso di 60 mila operai e oltre 30 porte è impossibile far fronte a tutti i problemi”.17 Una difficoltà dei sindacati e dello stesso Partito comunista torinese a Mirafiori ai quali si contrapponeva la vivacità dell’intervento degli operai del PSIUP e di un nuovo organismo autonomo sorto in quell’occasione, l’Assemblea operai studenti, costituitasi allo scopo di coordinare la lotta operaia e in grado di dispiegare davanti ai cancelli della fabbrica circa duecento militanti, molti dei quali provenienti dall’esperienza del Movimento studentesco torinese. Il lavoro da loro svolto era al tempo stesso molto semplice quanto importante. Ce lo ricorda il protagonista di Vogliamo tutto, Alfonso Natella, personaggio realmente esistito, licenziato proprio in quei giorni, perché si era scontrato con i guardioni Fiat che volevano impedirgli di entrare in fabbrica con un cartello appeso al collo.
“La mattina presto si andava a distribuire il volantino ai cancelli [...] poi si dormiva un po’, poi si andava ancora all’una e mezzo, le due, davanti ai cancelli per distribuire il volantino all’entrata del secondo turno. E si aspettava il primo turno che uscisse per fare la riunione con quelli del primo turno. Si andava lì ancora alla sera alle undici ad aspettare gli operai del secondo turno che uscivano e si faceva la riunione con loro, si faceva l’assemblea [...] Tutte le lotte venivano preparate nelle assemblee che si facevano all’uscita del primo e del secondo turno”.18

Ai primi di giugno entravano in agitazione gli operai che lavoravano alle catene di montaggio e ciò bloccava totalmente la produzione a Mirafiori. Gli operai delle linee chiedevano unitariamente la seconda categoria uguale per tutti senza capolavoro, automaticamente dopo sei mesi dall’assunzione, volevano 50 lire di aumento uguali per tutti sulla paga base e su quella di posto. Sempre più i lavoratori decidevano autonomamente e direttamente della loro lotta, la iniziavano e la terminavano quando volevano, per riaprirla quando ritenevano fosse necessario. Le assemblee che si svolgevano nei reparti, alle linee, non si tenevano più per informare il sindacato di cosa dovesse chiedere al padrone, sempre più esse decidevano quali rivendicazioni gli operai devono strappare alla direzione e    quali erano le forme più efficaci di lotta per ottenerle. Si organizzavano preventivamente gli scioperi, si individuano i punti nevralgici del ciclo produttivo, dove si poteva, con forme di agitazioni articolate e di breve durata, colpire duramente il processo produttivo con il minor danno per il salario operaio.

Il 12 giugno un accordo tra sindacati e azienda sanciva l’istituzione di un comitato d’officina composto da un membro di Commissione Interna per ogni sindacato, più un delegato che la Fiat chiamava esperto, ogni 250 operai, che aveva il compito di controllare i tempi di lavoro riportati sulle tabelle e i ritmi produttivi secondo quanto era già stato stabilito col contratto dell’anno precedente. Eravamo lontani dalla proposta organica di delegato elaborata inizialmente dai lavoratori delle Officine Ausiliarie e dalle funzioni    che esso aveva cominciato a svolgere là dove era stato eletto. Quei lavoratori chiedevano dei delegati con “le mani sporche”, operai come gli altri, senza distacco dalla produzione, conosciuti personalmente, a portata di mano, quindi controllabili e revocabili in ogni momento.   

Cinque settimane continue di scioperi articolati avevano provocato un crollo nella produzione valutabile in 30 mila auto in meno, pari ad un valore di circa 40 mila miliardi di allora. In questo contesto, sul finire del mese di giugno i sindacati annunciavano di aver raggiunto un accordo con l’azienda. L’accordo prevedeva un aumento salariale di lire 21,5 per tutti sull’indennità di mensa, più aumenti differenziati per un ventaglio che andava dalle 5 alle 84 lire su voci diverse della paga base. Molti lavoratori passavano alla seconda categoria, ma contemporaneamente oltre a rimanere la terza, si prevedeva la costituzione della terza super, quindi l’accordo manteneva la divisione in categorie, anzi ne aggiunge un’altra.

L’accordo, sottoposto alla verifica delle assemblee operaie, veniva approvato di stretta misura e dopo vivaci discussioni. Molto severo era il giudizio espresso dall’Assemblea operai e studenti, che lo giudicavano un bidone e invitavano a continuare la lotta perché le rivendicazioni operaie (forti aumenti salariali uguali per tutti, riduzione dell’orario di lavoro, parità normativa con gli impiegati) non erano state soddisfatte.

Corso Traiano, un caldo anticipo dell’autunno

Il 3 luglio del 1969 i sindacati avevano proclamato uno sciopero generale provinciale sulla questione del caro fitti e della casa per i lavoratori. L’Assemblea operai e studenti aveva indetto per il primo pomeriggio una manifestazione davanti alla porta 2 di Corso Tazzoli, stabilimento di Mirafiori, coll’intenzione di formare un corteo e raggiungere il centro della città. All’appuntamento si presentarono in tre-quattromila operai e studenti. Si trattava in prevalenza di operai immigrati assunti e immediatamente messi a lavorare alla catena di montaggio. Altri invece svolgevano attività precarie e sottopagate nelle piccole imprese e nell’edilizia come manovali. La polizia presidiava tutte le vie d’accesso a Mirafiori, la palazzina e i cancelli. I dimostranti inalberavano cartelli con scritte varie: “LAVORO A CATENA SCIOPERO A CATENA”, “AGNELLI ALLE PRESSE”, “POLIZIA SERVA DEL PADRONE”, “POLIZIA UGUALE SS”, “SINDACATO E PADRONE: ACCORDO BIDONE”, “CONTRO IL PADRONE BLOCCO DELLA PRODUZIONE”, “CHE COSA VOGLIAMO? VOGLIAMO TUTTO!”.

Il vice questore Voria, responsabile della piazza,    appariva deciso ad impedire che si formasse il corteo. “Scioglietevi!”, gridava al megafono, “tornatevene a casa”. Partiva all’improvviso la prima carica della giornata. I manifestanti si ammassavano ai bordi del viale che circonda Mirafiori, poi si ricomponevano, convergevano verso il centro del viale, afferravano le pietre dalla massicciata del tram, iniziavano una fitta sassaiola contro la polizia che si ritirava. Il corteo provava a riformarsi, impedito in questa sua intenzione, svoltava in Corso Traiano, sospinto dalla polizia, raccolto dietro due lunghi striscioni con sopra scritto: “ALLA FIAT LA LOTTA CONTINUA”, “TUTTO IL POTERE AGLI OPERAI”. Fatte poche centinaia di metri il corteo veniva brutalmente attaccato alle spalle e di fronte e veniva disperso. Molti manifestanti però raccoglievano pietre e bastoni dai cantieri vicini e tornavano all’attacco contro polizia e carabinieri che presidiavano il corso. Era l’inizio degli scontri di Corso Traiano19 che si protrassero coinvolgendo gli abitanti del quartiere ed estendendosi in tutta la zona, fino a notte inoltrata. 200 persone furono fermate, 29 arrestati, un centinaio di agenti feriti.

L’autunno caldo

La firma dell’accordo tra sindacati e direzione Fiat nel giugno del 1969 e l’approssimarsi della chiusura degli stabilimenti per le ferie di agosto contribuivano a far diminuire la conflittualità nei reparti, ma non l’eliminavano del tutto. Certo molti operai protagonisti degli scioperi dei mesi precedenti ora dovevano lavorare un po’ di più per recuperare il salario perduto e per “mettere da parte” il necessario per “finanziare” il viaggio verso i luoghi d’origine, il Sud, quello che tradizionalmente si faceva ai primi di agosto intasando i caselli autostradali con le automobili piene di bambini e il portapacchi stracarico. Nonostante queste più che legittime preoccupazioni, il 15 luglio si verificavano fermate spontanee nelle officine 13, 53, 54, 55, 56 di Mirafiori per protestare contro le richieste di straordinari e di aumento dei ritmi lavorativi. Il giorno seguente veniva sospeso un operaio dell’officina 54, l’officina scendeva in sciopero e due giorni dopo il sospeso rientrava in fabbrica. Il 17 luglio si erano fermate le officine 23 e 24 per protestare contro il caldo opprimente che aveva provocato alcuni svenimenti e collassi tra gli operai.

In quei giorni i sindacati distribuirono un questionario per rilevare quali rivendicazioni gli operai volevano fossero inserite nella futura piattaforma per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Le risposte dei lavoratori si caratterizzavano per la richiesta di aumenti salariali uguali per tutti e non più differenziati per categorie; inoltre, precisavano che i margini lasciati al negoziato tra le parti erano strettissimi, pochi spazi cioè alla mediazione e alla contrattazione, i lavoratori mandavano a dire che volevano praticamente ottenere tutto quello che chiedevano. Il 29 luglio i sindacati rompevano anticipatamente i contratti stipulati in precedenza con la Confindustria e l’Intersind e chiedevano di iniziare le trattative nei primi giorni di settembre.

Il 25 agosto riprendeva il lavoro alla Fiat. Il conflitto alla Fiat Mirafiori si riaccese subito a cominciare da un’officina, la 32, dove venivano lavorati particolari dei motori delle automobili. Lunedì 1° settembre alle ore 8 e 30 del mattino la squadra saldatrici e valvole scendeva spontaneamente in sciopero. Si formava un corteo che confluiva nel refettorio dove si svolgeva un’assemblea con i rappresentati della Commissione interna. L’atmosfera era abbastanza tesa, alcune bordate di fischi si levarono contro i sindacalisti, gli operai rivendicavano il passaggio di categoria per tutti e cento lire di aumento sulla busta paga. La discussione con i membri della Commissione Interna proseguì animatissima. Lo sciopero della 32 si ripercuoteva sulle altre linee di montaggio che si fermavano per mancanza di pezzi. Alle 12 e 30 venivano sospesi 700 operai delle officine 26, 27, 33. Erano le tre officine limitrofe alla 32. Dalle 16 e 30 in avanti venivano messi in cassa integrazione, a scaglioni di due-tre mila lavoratori, pressoché tutti gli operai delle linee di montaggio. Nel giro di due giorni oltre 40.000 operai furono sospesi dal lavoro; venne comunicato loro di starsene a casa in attesa che i loro compagni della officina 32 smettessero lo sciopero. Il provvedimento della direzione Fiat suscitava scalpore tra i sindacati e i partiti di sinistra che lo giudicavano una vera e propria provocazione, volta a mettere contro gli operai di questa officina tutti i sospesi, per dimostrare agli uni e agli altri che gli scioperi andavano condotti nelle dovute forme e con il dovuto preavviso. “Siamo di fronte a una rappresaglia – scriveva Maurizio Ferrara su “L’Unità” del 4 settembre 1969 - è Agnelli, non gli operai, che estremizza, fino ai limiti dell’irresponsabile avventurismo”. Il vero e proprio autunno caldo a Torino era cominciato.

Nel corso della lotta all’officina 32 le segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici si erano riunite a Torino e, il 3 settembre, avevano deciso di denunciare in anticipo il contratto chiedendo alla Confindustria di iniziare la trattativa nazionale entro il 9. La Confindustria accettava e l’incontro veniva fissato per il giorno 8. La piattaforma contrattuale dei metalmeccanici sostenuta nazionalmente da CGIL-FIOM, UIL-UILM, CISL-FIM e localmente dal sindacato SIDA, era il frutto di un lungo e travagliato dibattito che si era sviluppato a partire dalla Conferenza Nazionale della FIOM a Rimini, poi dal Congresso UILM a Venezia e di quello FIM a Sirmione. Inoltre, prima di scrivere la piattaforma contrattuale i sindacati erano ricorsi ad ampie consultazioni di base svoltesi nei mesi precedenti tra i lavoratori metalmeccanici. Essa, alla fine, si articolava attorno alle seguenti richieste:

  • ·Aumenti di salari e stipendi di 75 lire per tutte le categorie operaie e di 15.600 lire mensili per tutte le categorie speciali e impiegatizie. 

  • ·Riduzione dell’orario settimanale a 40 ore a parità di retribuzione. 

  • ·Parità normativa tra operai e impiegati in caso di infortunio e malattia. Tre giorni di ferie in più per gli operai. 

  • ·Diritto di assemblea all’interno degli stabilimenti durante l’orario di lavoro anche con la partecipazione di dirigenti sindacali esterni, per un totale di 10 ore annue retribuite e da effettuarsi durante l’orario di lavoro. 

Si trattava di una piattaforma contrattuale che recepiva molte delle rivendicazioni che erano emerse nelle lotte della primavera, tuttavia questo non era sufficiente per preservarla dalle critiche dell’Assemblea operai e studenti, la quale già in un volantino distribuito l’8 settembre 1969 sosteneva: “il contratto è una gabbia per la lotta operaia, e per questo lottiamo anche contro il contratto”, per ribadire che gli operai avevano la forza di continuare da soli la lotta “senza aspettare le dichiarazioni di sciopero” del sindacato: “noi dobbiamo decidere le forme e gli obiettivi della lotta”; secondo loro, come scrissero in un volantino successivo, la fase che si stava aprendo alla Fiat era qualcosa che travalicava il mero dato contrattuale e sindacale e che poneva sul tappeto la questione del potere in fabbrica e fuori.

Nel corso di questa lotta, che riprenderà nelle modalità di conduzione (scioperi interni, assemblee, cortei nei reparti) quelle già sperimentate nella primavera, i sindacati riuscirono a ricostruire la loro presenza in fabbrica, soprattutto facendosi paladini della proposta dei delegati di reparto, i quali verranno eletti spontaneamente nel corso di quei mesi:

“E’ il delegato la pedina vincente del sindacato, che gli consente in poche settimane di prendere la testa del movimento creatosi […] si ricostruisce in pochi mesi un nutrito stato maggiore del sindacato in fabbrica, formato da questi delegati: magmatico, di difficile direzione, ma che sancisce il reingresso dell’organizzazione di classe (e del PCI) nella fabbrica”.20

L’Assemblea operai e studenti, l’organismo che nella primavera aveva svolto un ruolo determinante nella conduzione della lotta, vide ridimensionata la sua presenza sia per i forti contrasti interni, tra quelli che poi diedero vita a Lotta Continua e Potere Operaio, sia per la frontale opposizione all’idea del delegato, che invece trovava consenso tra i lavoratori. Tuttavia, malgrado questo, gli “estremisti” o i “gruppettari”, come li chiamavano i giornali per bene e anche quelli della sinistra tradizionale, nel corso di quelle lotte seppero costruire un loro radicamento nella Fiat, raccogliendo il consenso di avanguardie operaie di fabbrica di un certo valore.

La lotta uscì ben presto dal perimetro della fabbrica per coinvolgere i quartieri operai, il proletariato torinese in genere, costruendo nei fatti una sorta di egemonia operaia capace di dirigere le rivendicazioni sociali degli strati oppressi. L’adesione alla lotta operaia fu corale da parte di molti strati subordinati ed oppressi. Un vivace movimento degli studenti medi superiori vi partecipò quasi quotidianamente con manifestazioni, cortei, assemblee, incontri con i lavoratori. In fabbrica le lotte operaie conobbero momenti di tensione e di durezza estrema. In ottobre ci fu un tentativo, riuscito secondo alcuni, fallito secondo altri, di occupazione di Mirafiori. Quando i lavoratori capirono che il contratto non sarebbe stato facilmente accettato dalla Confindustria, e cominciarono a vedere i loro salari decurtati per le ore di sciopero, intensificarono lo scontro. Rabbiosi cortei interni destrutturarono l’intero sistema di controllo della forza lavoro costruito da Valletta, s’impossessarono della fabbrica, la percorsero in lungo e in largo, elessero i delegati, diedero la caccia prima ai crumiri e ai “capi”, poi, usciti dai reparti e dalle officine, cominciarono a ripulire le palazzine dove lavoravano gli impiegati.

Solo il 21 dicembre venne siglato l’accordo con la Confindustria, un accordo contrattuale che, dal PCI ai sindacati, fu giudicato come la più importante conquista sindacale del dopoguerra, perché introduceva forti aumenti salariali, uguali per tutti, riduceva l’orario di lavoro, sanciva nuovi diritti sindacali e nuovi poteri di contrattazione e di controllo sul processo produttivo mediante gli strumenti di democrazia di base, i delegati di reparto e l’assemblea dei delegati, che permettevano di modificare profondamente i rapporti    di forza all’interno della fabbrica. I punti più importanti dell’accordo consistevano nell’aumento di 65 lire orarie (la richiesta iniziale era di 75) uguali per tutti gli operai e 13.500 lire mensili per gli impiegati a fronte di una rivendicazione iniziale di 15.600 lire. L’orario settimanale era ridotto a 40 ore entro il 1971 o il 1972, a secondo delle categorie. Il lavoro straordinario doveva essere contenuto nei limiti massimi di due ore giornaliere e 10 ore settimanali entro il 1970, in seguito 9 ore nel 1972 e 8 ore dalla fine del 1972. Era introdotta la parità nel trattamento infortunistico tra operai e impiegati (cioè 100% della retribuzione), mentre nel trattamento per malattia si prevedeva l’avvicinamento agli impiegati fino a raggiungere la parità nel 1972 . Gli operai potevano godere di un giorno di ferie in più, la piattaforma contrattuale ne chiedeva tre. Diritto di assemblea in fabbrica, con più di 15 dipendenti, con 10 ore retribuite l’anno, istituzione dei delegati nelle aziende con otto ore di permesso retribuite al mese.

Quella stagione di lotte aveva segnato la fine definitiva dei precedenti “anni duri alla Fiat”, secondo la bella frase che dà il titolo ad un libro scritto da Emilio Pugno e Sergio Garavini per i tipi dell’Einaudi nel 1974. Anni duri per i lavoratori e i sindacalisti torinese s’intende, perché, invece, per l’azienda i decenni Cinquanta e Sessanta furono anni di piena espansione, di incremento vertiginoso delle curve di produzione, di aumento dei profitti e di nuovi investimenti. Se mai per l’azienda gli “anni duri”, a detta di Giovanni Agnelli, intervistato da Marcello Sorgi per la “La Stampa” del 10 luglio 1999 vennero dopo il ’68, con l’autunno caldo, quando inizia “una grande sarabanda”.

La “grande sarabanda”.

Quelle lotte, quella nuova composizione di classe avevano messo in crisi la cultura dell’impresa, una crisi profonda che travolgeva e rimodellava le stesse strutture della rappresentanza operaia di base e sindacale. Quelle lotte, dopo gli anni del boom, del consumismo, del neocapitalismo integrante la classe operaia, dimostravano che lottare si poteva ancora, che lottando si ribaltavano rapporti di forza e gerarchici che sembravano consolidati per l’eternità. Da quello scontro, iniziato allora e protrattosi per tutti gli anni Settanta, la Fiat e il movimento operaio torinese ne uscirono profondamente trasformati. Un nuovo soggetto operaio, attivo e protagonista in prima persona, era sorto e si preparava a svolgere un suo ruolo sulla scena politica e sociale degli anni Settanta.

“Non finisce qui”, aveva promesso Gasparazzo, dopo il contratto del 1969, il celebre operaio comune meridionale uscito dalla penna di Roberto Zamarin sulle pagine di “Lotta Continua”. In effetti, Gasparazzo ebbe ragione, la firma del contratto non diminuì l’attenzione per la condizione di lavoro in fabbrica. Nuove vertenze, nuove richieste furono ben presto avanzate nei reparti Fiat e la lotta per il rinnovo contrattuale del 1972 dimostrò ancora una volta quali potenzialità e quale protagonismo di massa si era costituito in quell’azienda. Anche questa volta la lotta fu lunga e dura e il finale fu eclatante.

Dopo cinque mesi di lotta per il rinnovo del contratto, giovedì 29 marzo 1973 a Mirafiori il primo turno aderiva alla nuova astensione dal lavoro proclamata dai sindacati. Circa diecimila operai formavano un corteo interno, poi si dividevano in tanti gruppi e bloccavano i dodici cancelli d’ingresso al grande stabilimento. Turni successivi si univano alla lotta che andava oltre i tempi e le modalità fissate dai sindacati. Per tutta la giornata la Fiat Mirafiori rimaneva bloccata, paralizzata da scioperi, cortei interni, presìdi. Contemporaneamente la lotta si estendeva ad altri stabilimenti cittadini. Presìdi operai si formavano davanti ai cancelli della Fiat Lingotto, Ricambi, della Pininfarina e della Fausto Carello. Nei rimanenti stabilimenti Fiat gli scioperi raccoglievano l’adesione di circa ventimila lavoratori. Per tutto il giorno scioperavano anche i ventimila operai e impiegati nelle fabbriche Olivetti del Canavese. Il blocco totale della produzione e i picchetti ai cancelli continuavano venerdì 30 marzo, il giorno seguente e riprendeva lunedì 2 aprile scavalcando ormai tutte le indicazioni che il sindacato dei metalmeccanici aveva dato o si sforzava di dare. Il protagonismo di massa e l’organizzazione basata sui delegati eletti dagli operai nei vari reparti erano il nerbo e la direzione del movimento. Diego Novelli su “L’Unità” del 3 aprile riferiva dell’alto grado “di maturità e intelligenza raggiunto dal movimento”, della “forza dei nuovi strumenti rappresentativi di base (delegati e consigli)”, che consentiva una “rapida crescita del livello politico”.

Nella tarda serata di lunedì 2 aprile la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici e la Federmeccanica raggiungevano un accordo e il contratto era firmato. I punti salienti erano i seguenti: abolizione delle categorie e delle qualifiche, ovvero inquadramento unico; aumento salariale di 16 mila lire al mese uguale per tutti; riduzione dell’orario di lavoro settimanale a 39 ore mediante la concessione di una giornata di riposo ogni otto settimane lavorative; una settimana in più di ferie; affermazione del diritto allo studio mediante l’ottenimento delle 150 ore retribuite.

1Cfr. Gianni Alasia Partito amato, amaro partito, Emmelibri, Novara, 1999, p. 71.

2 Cfr. nota n. 51 del libro di Marco Revelli, Lavorare in Fiat, Garzanti, Milano, 1989, p. 135.

3 Lorenzo Gianotti, Trent’anni di lotte alla Fiat (1948-1978), Bari, De Donato, 1979, p. 134.

4 Cfr. Renzo Gambino, Le esperienze della lotta dei metalmeccanici torinesi, “L’unità”, 10 novembre 1962. Su questo episodio e sul giudizio dato a caldo dai sindacati e dalla sinistra torinese Vittorio Foa, ad esempio, fece in seguito autocritica riconoscendo che la posizione del sindacato allora fu “netta e sbagliata” e che Piazza Statuto fu in qualche modo “il preannuncio della protesta del 1968” (Il Cavallo e la torre, Einaudi, Torino, 1991, p. 260). Giorgio Benvenuto nel 1971 arriverà a dire che “la rivincita dei lavoratori italiani inizia a Piazza Statuto a Torino” (Le tappe di sviluppo del processo unitario fra i metallurgici, in “Quaderni di rassegna sindacale”, n. 29, 1971. Su Piazza Statuto vedi il libro di Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto, Feltrinelli, Milano, 1979.

5 Cfr. Lorenzo Gianotti, Trent’anni di lotte alla Fiat (1948-1978), cit. p. 153.

6 Ivi, p. 157.

7 Per questi dati cfr., Ida Regalia e Marino Regina, Sindacato e relazioni industriali, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 2, tomo I, Einaudi, Torino, 1996, pp. 782-783.

8 Tabella tratta da Eugenio Preo, 1966/69/72: a confronto tre stagioni di lotta, “Bandiera Rossa”, n. 6, 1 aprile 1973.

9 Donato Antoniello, Da Mirafiori alla S.A.L.L. ,Jaca Book Milano, 1998

10Il mio ’68 ormai lontano, quando arrivai alla Fiat, a cura di Salvatore Tropea, “La Repubblica”, 10-7-1999. Vedi in merito le bellissime testimonianze di lavoratori Fiat raccolte nel libro di Gabriele Polo, I Tamburi a Mirafiori, Cric, Torino, 1989.

11Cfr. la testimonianza del dott. Enrico Auteri, raccolta il 7 marzo 1991 e depositata presso l’Archivio storico della Fiat di Torino, citata dal libro di Giuseppe Berta, Conflitto industriale e struttura d’impresa alla Fiat 1919-1979, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 146-147.

12 Ivi, p. 148.

13 Ivi, p. 159.

14 Francesco Ciafaloni, Le lotte operaie alla Fiat e il movimento studentesco, “Quaderni Piacentini”, n.35, luglio 1968, p. 75. In appendice all’articolo sono riportate alcune risposte degli operai al questionario (Risposte di operai Fiat al referendum).

15Torino: per la prima volta lo sciopero dentro la Fiat, “L’Unità” 12 aprile 1969.

16Documento riprodotto in Angelo Dina, Un’esperienza di movimento di massa. Le lotte interne alla Fiat: (fine 1968-giugno 1969) , “Classe”, n.2, 1970, p.247.

17 Stralcio di un volantino riportato su “L’Unità” del 6 giugno 1969. Alberto Tridente, segretario provinciale della FIM-CISL, in un’intervista a “Il Giorno” del 4 settembre 1969 dichiarava: “Alla Fiat Mirafiori ci sono più di 50.000 operai e appena diciotto membri di commissione interna. Nello stesso stabilimento fra noi e la FIOM, faremo si e no 1600 tesserati”. Nella relazione di attività dal VI al VII Congresso, presentata dal direttivo provinciale della CGIL nel giugno del 1969 si poteva leggere: “Alla Fiat siamo ancora in una situazione estremamente precaria. […] La nostra organizzazione […] è ancora insufficiente, […] siamo ancora una corrente di opinione” (Copia della relazione, ciclostilata, è contenuta nelle carte dell’archivio personale di Gianni Alasia a Torino). Nel 1968 il PCI aveva circa 100 iscritti alla sezione Mirafiori, dato riportata di Piero Fassino in  Classe, operai e politica nell’esperienza di Torino e del Piemonte, ciclostilato, busta n. 21, carte del PCI, Federazione di Torino, presso Fondazione Piemontese Antonio Gramsci.

18Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Feltrinelli, Milano, 1970, p. 137 e p. 142.

19Cfr., Diego Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1997 e il capitolo di Marco Scavino, “Dalle lotte della primavera alla battaglia di Corso Traiano”, in Diego Giachetti, Marco Scavino, La Fiat in mano agli operai. Il caldo autunno torinese del 1969, di prossima pubblicazione presso la Biblioteca Franco Serantini, di Pisa, 1999.

20 Renzo Gianotti, in Storia del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. IV, Dalla ricostruzione ai giorni nostri, De Donato, Bari, 1981, p. 449.