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Fiat 5

Cento... e uno anni di Fiat · pubblicato il 22 giugno 2009 · 79 min di lettura


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Gli uomini grigi

Per martedì 14 ottobre il Coordinamento dei capi e intermedi Fiat, capeggiato da Luigi Arisio, aveva convocato una assemblea al Teatro Nuovo. Ci fu chi nei giorni precedenti tentò di segnalare il pericolo che questa manifestazione fosse pesantemente usata contro la lotta: " I capi che si prestano a queste manovre sono chiaramente strumenti della Fiat nel suo attacco contro il diritto al lavoro. Bisogna quindi che martedì tutti i lavoratori vadano all'assemblea, con una manifestazione pacifica e democratica, per far pesare con la loro presenza di massa le reale esigenza di difesa del diritto al lavoro"1. Negli stabilimenti Fiat, diversi gruppi di delegati sollecitarono la Flm ad organizzare una contro-iniziativa, ma la risposta fu rassicurante, non era il caso di preoccuparsi per una assemblea che avrebbe raccolto non più di mille persone. E invece la Fiat aveva fatto le cose in grande, aveva mobilitato i dirigenti di tutto il gruppo, a loro volta questi avevano impartito ordini ai capi e a catena questi avevano telefonato a casa ai lavoratori più moderati e opportunisti. Poi avevano organizzato pullman, pulmini e auto per raccogliere tutti i disponibili e predisposto tanti bei cartelli che invocavano il diritto di lavorare. Quella mattina del 14 ottobre alcuni della Flm si recarono al Teatro Nuovo per distribuire ai capi il volantino sindacale: "successe che uno degli organizzatori, un caporeparto che conoscevo, mi venne incontro tutto preoccupato chiedendomi se avessimo organizzato una contro-manifestazione  operaia. Mi pento ancora di non avergli risposto di "si", forse sarebbe bastato per farli fuggire come topi, tanto erano tesi e timorosi. Questi nostri eroi, prima che avesse inizio l'assemblea, se ne stavano raccolti a piccoli gruppi davanti al teatro in attesa che la situazione si definisse. Erano circospetti e timorosi, si sentivano dei ladri di galline sul punto di essere scoperti"2. Poi dal Teatro Nuovo uscì un corteo silenzioso, nel quale i partecipanti erano organizzati per gruppi, dietro i cartelli dei rispettivi stabilimenti, un po' come fanno alle volte le comitive di religiosi in pellegrinaggio. Durante il corteo furono ripetutamente avvicinati da giornalisti che domandavano loro le motivazioni della protesta, ma in parecchi casi i giornalisti "si sentivano rispondere di parlare con quelli che si trovavano in testa al corteo" 3.
Infine il corteo arrivò nella piazza Municipio, dove nel frattempo si erano radunati gruppi di operai e delegati e lì "..fu sufficiente un lancio di monetine da parte dei pochi compagni che si erano raccolti, per metterli in fuga. Lasciarono sul campo i loro lussuosi cartelli di legno fatti fare dalla Fiat, che io ed un altro compagno raccogliemmo e, opportunamente ridipinti, utilizzammo per ben altre manifestazioni"4. La prima stima della Questura fu di 10-12.000 partecipanti. Il quotidiano della Fiat, La Stampa, parlò, con un po' di pudore, di 30.000 persone, mentre Repubblica titolò con il corteo dei "40.000". Nei giorni seguenti, per tutti, anche per i segretari nazionali Cgil, Cisl e Uil, quelli di Arisio furono i "40.000".
La notizia giunse a Roma mentre era in corso la trattativa sindacale, dopo le prime notizie "…la delegazione Fiat chiese una breve interruzione per un consulto. A mia volta, informai i compagni del sindacato sulle notizie ricevute. Rientrò la delegazione della Fiat e Romiti disse:'Le cose che ci siamo detti fino a questo momento non valgono più perché quello che è avvenuto stamattina a Torino modifica tutto il quadro della situazione'. La seduta è sospesa"5.

Si prepara la resa

Appena terminata la manifestazione dei capi, con un tempismo sorprendente, il procuratore capo, Bruno Coccia ed il sostituto procuratore, Bruno Tinti, emisero un'ordinanza di intervento della Polizia e dei Carabinieri per garantire il libero accesso agli stabilimenti della Fiat. La Questura annunciò che avrebbe eseguito l'ordinanza dalla mattina successiva.

Nei ricordi di Marco Giatti ecco l'effetto che ebbero a Roma le notizie della manifestazione dei capi Fiat e poi dell'ordinanza: " …eravamo nell'ufficio di Pio Galli al mattino con Bertinotti quando arrivò la notizia di questa cosa. Ne vedevo l'impatto sul gruppo dirigente; quindi non è che nego che sia stata una cosa eccezionale, storica; non è che ci siano state tante manifestazioni con quelle caratteristiche. Però ha innescato un meccanismo in cui appunto il sindacato è caduto di schianto. Il sindacato e la sinistra, sotto l'urto di questa cosa qua e anche sotto la minaccia che se nella notte non facevano un accordo la polizia avrebbe sgombrato i cancelli, hanno ceduto. Secondo me si poteva reagire: proclamare lo sciopero generale e in qualche modo pareggiare il conto. Questa minaccia che Carniti fece fu lasciata cadere". Poi, sempre secondo Giatti, vi fu la riunione decisiva: "..prima della notte famosa fu fatta una riunione in via Lucullo alla sede della Uil. Erano presenti tutti, Lama, Benvenuto, Carniti e tutti gli altri. Era la giornata dei 40 mila. Era già un certo periodo di tempo che eravamo a Roma. In sostanza si decise quello che poi sarebbe successo nella notte, cioè la firma dell'accordo. E soltanto due sindacalisti dissero che non erano d'accordo e votarono contro; uno era Tiziano Rinaldini e l'altro ero io". Prosegue Giatti: " ..quello della Fiat era un progetto ben preciso di riorganizzazione e ristrutturazione, nel quale non voleva un sindacato forte, ma voleva un sindacato sostanzialmente in ginocchio, che non la ostacolasse. Mentre in loro c'era questa consapevolezza e anche questa radicalità, non ce n'era altrettanta sul nostro versante, tant'è che una delle argomentazioni usata contro noi due in quella riunione, e in particolare da Lama, era che mentre noi ponevamo la questione come se fosse un "Forte Alamo", lui sosteneva che in realtà si trattava di un fatto puramente congiunturale"6.
Anche Romiti conferma il contrasto nel sindacato: "Sul finire, emerse poi un contrasto molto netto fra i vertici romani del sindacato e le strutture torinesi. Lo ha raccontato lo stesso Lama… A Roma le confederazioni si rendevano conto che la Fiat aveva bisogno di ritrovare una competitività e, dunque, doveva liberarsi della troppa gente che aveva nei reparti. A Torino, per esempio la quinta Lega della Flm a Mirafiori, la pensavano nel modo opposto, con grandi discorsi che lo stesso Lama ha definito retorici, gonfi di propositi di battaglia" 7. In quei giorni la direzione del Pci torinese, si mosse con decisione: "Furono inviati telegrammi ai membri comunisti della delegazione sindacale alle trattative romane per invitarli ad accettare la bozza di compromesso con l'azienda e furono date disposizioni "militari" ai propri militanti di scoraggiare ogni tentativo di organizzare contromanifestazioni alla marcia dei quarantamila"8.
Tra gli operai di Torino la marcia dei capi suscitò estrema preoccupazione, ma ebbe l'effetto salutare di una sferzata e fin dal pomeriggio i presidi si riempirono di gente. La marcia dei capi, i ripetuti tentativi di sfondamento dei picchetti dei giorni precedenti, la sentenza della magistratura che intimava lo sgombero, avevano messo in allerta il popolo dei cancelli: "Alle porte, migliaia ascoltano da oratori improvvisati le ultime notizie, le nuove indicazioni, in un accavallarsi convulso di timori e speranze. I volti tesi, le espressioni intense spostano ancora una volta lo scenario a tempi perduti […] Si teme soprattutto la trattativa romana, ripresa alle 22 dopo una lunga pausa: se si chiudesse adesso, si dice, così a ridosso della manifestazione dei capi, senza possibilità di riscatto, sarebbe la catastrofe. Si seguono gli spostamenti delle colonne di automezzi della polizia e dei carabinieri che dalle prime ore del mattino incominciano ad ammassarsi intorno allo stabilimento"9.
A Roma, al Ministero del lavoro, verso mezzanotte, Romiti entrò nell'ufficio di Foschi: "Seduti intorno al ministro c'erano già i tre leaders sindacali. Stavano in silenzio. Carniti era molto teso, sembrava in preda all'ira. Benvenuto aveva l'aria del pugile sconfitto. Lama mi sembrò il più sereno, fumava la sua pipa e mi guardava. Domandai: allora, che cosa facciamo? Lama parlò per tutti. Parlò con grande dignità. Disse: abbiamo già i biglietti dell'aereo per Torino, partiamo domani mattina con il primo volo, diremo negli stabilimenti che la vertenza è finita, abbiamo perso. Chiesi: ma come lo mettiamo giù questo accordo? E Lama: metta giù lei il testo dell'intesa, dottor Romiti"10.
Dopo una lunga notte di tensione, all'alba del 15 ottobre, la gente dei picchetti ascoltò al giornale radio:" Raggiunta una ipotesi di accordo per la Fiat. La notizia è di pochi minuti fa. Le parti sono arrivate ad un'intesa dopo una lunga riunione iniziata ieri pomeriggio e durata tutta la notte. Ora la parola passerà ai delegati sindacali del gruppo che dovranno approvare l'accordo"11. Davanti a Mirafiori le prime ore della mattina erano trascorse in modo convulso, tra notizie frammentarie sui contenuti dell'accordo e fronteggiamenti con gruppi di capi pronti allo sfondamento e squadre di carabinieri pronti a caricare gli scioperanti. Appena fu possibile, in molti si recarono alla porta cinque. Intontiti dalla mancanza di sonno, barbe non rasate da giorni, impregnati dal fumo dei falò, con lo stato d'animo di chi si aspetta il peggio, cercavano di capire che cosa fosse successo. Nel pomeriggio era stata convocata l'assemblea di tutti delegati Fiat con i segretari nazionali al Cinema Smeraldo, nella periferia di Torino.

Il cinema Smeraldo

Alle 14, platea e galleria sono straboccanti di gente. Di fianco alla pedana del palco ci sono Lama, Garavini, Trentin, Marianetti; gli altri, Carniti, Benvenuto e i segretari dell'Flm non sono ancora arrivati. Il caos è generale, un gruppo di delegati seduto a cavalcioni su un angolo del palco, lancia e dirige lo slogan che tutti riprendono: "Lama, Carniti, Benvenuto, il posto di lavoro non va svenduto". Continueranno a farlo in modo ossessivo per tutta l'assemblea tra un intervento e l'altro. Con un'ora di ritardo arrivano i segretari dell'Flm, ma l'assemblea non inizia perché i dirigenti sindacali continuano a parlare con i giornalisti. Dalla platea si comincia a gridare "fuori i giornalisti". Pio Galli apre l'assemblea e riporta un po' di calma. Enzo Mattina, con fatica, cerca di illustrare i punti dell'accordo: "La Fiat, subordinatamente all'attuazione degli impegni ai punti 3 e 7, nel presupposto del corretto funzionamento di tutti gli istituti convenuti, provvederà a richiamare dalla cassa integrazione guadagni per il loro reinserimento nell'attività lavorativa quei lavoratori che al 30 giugno 1983 si trovino ancora in integrazione salariale…[ forti proteste in sala].  ...Fatemi finire! Dovete, ehm, dobbiamo sentire tutto, compagni. Sentiamo tutto e poi ci saranno gli interventi. Ho detto che provvederà a richiamare quei lavoratori che ancora… E comunque tutti rientrano, significa …[forti proteste]". Poi prosegue: "l'ipotesi del licenziamento mascherato non c'è più, perché non sono lavoratori quelli che dovessero andare in mobilità - che attendono all'infinito una sistemazione, ma in ogni caso, a una data potranno e dovranno rientrare in fabbrica. Perché c'è un impegno esplicito"12 Continuano i fischi, le grida, gli slogans: "Da Torino al meridione, non vogliamo nessun bidone" oppure "E' ora, è ora di cambiare, la segreteria se ne deve andare". Alternati agli interventi dei delegati parlano i leaders sindacali, tutti, con più o meno convinzione, a favore dell'accordo. Aloia. segretario Fim di Torino, a favore. Prende la parola Trentin, in camicia, mettendo nelle sue parole tutto il suo carisma: "Possiamo considerare quest'ipotei d'accordo una sconfitta, possiamo rifiutarla, non sporcarci le mani. Ma sarebbe un grave errore. Io lo considero un risultato positivo che, soprattutto, garantisce la continuità del movimento.." e più avanti "..abbiamo una grande responsabilità di fronte a tutti i lavoratori, nel rispetto reciproco, senza fare il processo alle intenzioni, senza dare ascolto alle insinuazioni, ragionando sui fatti. E' la responsabilità di sconfessare o meno il gruppo dirigente del sindacato dei Consigli. Sarebbe la fine dei Consigli - il frutto più prezioso di questi dieci anni"13. Fausto Bertinotti, quando interviene "..impersonifica completamente sia per le cose che dice che per l'atteggiamento il quadro completo della sconfitta"14. Dice fra l'altro che " è un accordo firmato in condizioni difficili. Ci sono però alcuni punti di grave arretramento"15.  Pierre Carniti conclude gli interventi dei sindacalisti, anche lui è a favore. Tra i sindacalisti, l'unica eccezione è rappresentata da Pasquale Inglisano, ex delegato Fim della Carrozzeria di Mirafiori e da pochi mesi funzionario della Flm, che esprime tutto il suo disagio e con le lacrime agli occhi, dice: "La mia sensazione è che i compagni non vivono solo di cose pratiche; vivono per ideali e anche per sensazioni. Quando io ho sentito questo accordo - l'ho sentito prima, quando i compagni mi hanno telefonato verso le sette e mezza mentre stavamo ancora in riunione - io ho provato delle cose … ma non tanto di odio per questa organizzazione, ma di impotenza politica, di non sapere che cosa fare [applausi]…La gente si chiede 'ma perché in quella organizzazione in cui ho creduto e continuo ancora a credere ci devono essere ancora i meccanismi contro i quali mi batto all'interno di questa società?' ". I posti alla presidenza non sono sufficienti, rimangono seduti solo Galli e Mattina, mentre Lama, Carniti, Benvenuto e tutti gli altri sono in piedi dietro la presidenza. Ancora più esplicito di Inglisano è Liberato Norcia: "Io aspettavo veramente, dopo 12 anni di militanza e di lotta, aspettavo questo momento. Che ci fossero tutti quanti qua, e stasera ci sono.. Ci sono tutti i dirigenti [applausi] … Ci fosse Lama, ci fosse Carniti, ci fosse il compagno Mattina. Ogni contratto che noi abbiamo fatto - io da quando faccio la militanza di 12 anni - non ho sentito mai che qualcuno dei dirigenti abbia firmato un contratto e non abbia detto che non aveva dei punti positivi dentro. Il fatto è che i compagni della dirigenza…[viene interrotto da qualcuno della presidenza]. Non ti preoccupare, perché io non mi commuovo per nessuno. Stai calmo e tranquillo, non ti agitare che io sono da tanto tempo agitato [ risate in sala] - …per il fatto che devono capire che il delegato, quando entra alle sei e mezza dentro la fabbrica, porta i problemi suoi famigliari, si scontra con i problemi degli altri lavoratori all'interno della fabbrica, si scontra con i problemi del lavoro e con il padrone, e deve sopportare anche le malefatte che ci fanno i dirigenti con le loro dichiarazioni [applausi scroscianti]. Questo momento lo aspettavo da 12 anni [tra gli applausi] per dirvelo a tutti quanti"16. I delegati, i dirigenti di massa degli operai Fiat, si sentono traditi ed impotenti, sono colmi di rabbia, tentano come hanno fatto altre volte, con la pressione e la contestazione, di spostare il gruppo dirigente, ma da quello non giungono risposte, i dirigenti più critici verso l'accordo preferiscono starsene zitti. L'intervento di Norcia è lo sfogo di colui che, quando tutto è perduto, si toglie finalmente un peso dal cuore. Il senso storico della lotta alla Fiat è ancora più presente nel momento in cui si sta consumando la sconfitta. Giovanni Falcone, delegato Fiom della Carrozzeria ed ex militante di Lotta Continua, pronuncia una sorta di testamento politico, non solo suo, ma di un'intera generazione di avanguardie: "Un compagno, poche sere fa, mi diceva: 'E' un fatto storico: un altro compagno come noi aveva parlato nel '69, stavolta parli tu - dice - e si chiude un'epoca'. Allora si apriva ora si chiude. Mi lascia l'amaro in bocca questo. Perché per me dodici anni di lotta non sono stati semplicemente così, ma è stata una lunga esperienza politica, lo è stata per tutti. Ci pensate? Un emigrante che viene su dalla campagna come tanti altri, non riusciva a dire una parola … tanta timidezza - in parte ce l'ho ancora, ma molta è superata - riuscire a far dei discorsi politici. Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere uno come me all'interno della fabbrica? Possa ancora richiamarlo? [..] Qui non ci sono delegati che sono stati per principio contro il sindacato. Non c'è nessuno, credo in questa sala. Ci sono invece dei delegati che vogliono il massimo quando il livello di lotta esprime il massimo. Questa è la differenza che c'è tra chi porta le difficoltà qui, oggi - che ci sono state nel movimento, nessuno le nega, ci sono state le difficoltà - ma c'è chi viene qui facendosi scudo delle difficoltà e anche del corteo dei capi, per giustificare un accordo che a noi ci fa fare dei passi indietro. Ci sono degli accordi (applausi scroscianti) che non ti fanno fare dei passi avanti, che magari ti fermano sulle posizioni che hai acquisito. Dopo hai difficoltà, e riprendi il cammino. Ma questo è sicuramente un accordo che ci fa fare molti passi indietro". Falcone va avanti nel suo intervento, quando per ragioni di tempo viene richiamato dalla presidenza: "…Non ti preoccupare, compagno. Ho anche il diritto, dopo 12 anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare ancora [applaus], perché io credo…., credo [tra gli applausi] che la possibilità come operaio Fiat, come delegato Fiat, non ce l'avrò mai più. Almeno la soddisfazione di aver chiuso in bellezza, e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprenda più..[applausi scroscianti]"17.
La convinzione di essere stati traditi dal gruppo dirigente, disarma i delegati della Fiat. Sono solo un piccolo gruppo di militanti trotzkisti e pochi altri delegati della sinistra che, contrastando la spinte alla delusione e alla rassegnazione, cercano di smontare con razionalità le argomentazioni dei dirigenti sindacali e puntano lucidamente alla continuazione della lotta.  Interviene Angelo Caforio, portavoce dei 61 licenziati del '79: " C'è un problema concreto: con chi? Con chi  contratteranno nelle scadenze di cui si parla all'interno di questa proposta? Con chi contratteranno quando con questi 23.000 avranno fatto fuori la parte più importante della classe operaia Fiat? Non della Mirafiori, ma di tutte le fabbriche Fiat. Quale struttura consiliare resterà in fabbrica? [applausi] …Accettare questo accordo così com'è significa piegarsi lo stesso, ma questa volta col consenso, con lo sfrangiamento della nostra organizzazione…"18. E' poi la volta di Piero De Montis, delegato Fim dell'Iveco: " Pensate quale valenza ha fare un accordo, per giunta come questo che a mio avviso è perdente, l'indomani della manifestazione dei capi. Sapete cosa dimostra all'opinione pubblica? Che loro con una manifestazione sola hanno sconfitto 35 giorni di lotta degli operai [applausi]…Si tratta di uno sbaglio clamoroso del sindacato, e va detto con chiarezza alle assemblee"19. Dopo l'intervento di Carniti, i dirigenti sindacali nazionali abbandonano sfrontatamente la sala, con l'assemblea che continua senza di loro. Dopo dieci ore di discussione Rocco Papandrea, delegato Fim delle Meccaniche, presenta anche a nome di altri delegati della sinistra una mozione. Dopo circa mezz'ora di brevi interventi contro e a favore, la mozione viene approvata a stragrande maggioranza. Nella notte alcuni militanti la ciclostileranno per distribuirla alle assemblee del primo turno. Il testo della mozione è molto breve, valuta l'ipotesi ancora insufficiente e giudica inaccettabili i punti riguardanti la messa in cassa integrazione dei 23.000. In particolare sottolinea che l'accettazione delle liste di proscrizione significherebbe la distruzione della forza sindacale dentro la fabbrica. Conclude proponendo ai lavoratori di continuare nella mobilitazione fino al raggiungimento di tutti gli obbiettivi.20

 

Negli anni successivi furono diversi i dirigenti sindacali che con un senso autocritico ritornarono su quegli avvenimenti. Pio Galli ricorda : "Il gruppo dirigente, sia della Flm che delle Confederazioni, si trasferì a Torino per la riunione del consiglio di fabbrica della Fiat Mirafiori, composto da ottocento delegati. La riunione fu drammatica e anticipò ciò che ci aspettava nelle assemblee. Anziché riflettere per concludere dignitosamente una vicenda che aveva interessato tutta Italia, siamo andati avanti come bulldozer, contando sul prestigio dei dirigenti"21. Anche Fausto Bertinotti, rammentando la discussione al Cinema Smeraldo, ha ammesso : "C'erano anche ragioni meno nobili: una concezione dell'Organizzazione vissuta con un lealismo d'altri tempi, cioè una sorta di codice d'onore per cui l'Organizzazione va difesa, sempre, qualunque cosa faccia […] Io devo dire onestamente che non rifarei l'intervento nel Consiglione. Non rifarei quell'intervento che allora naturalmente era molto convinto, ma ripensato più tardi criticamente, anche per molto tempo, lo considero oggi un errore di lealismo, di paternalismo, e se volete un eccesso di preoccupazione che il termine "sconfitta" trascinasse con sé il disarmo, che invece era un atteggiamento di cui liberarsi"22. Anche Luciano Lama ha fissato un ricordo del Consiglione: "Gente dappertutto, che si accalcava. Proprio davanti a noi, a un paio di metri da noi c'era una coppia di giovani che si comportavano come se fossero in una stanza da soli. Mentre c'era la discussione, con grida, fischi, interruzioni, quei due si baciavano, si stringevano, si strusciavano, si toccavano in modo plateale voluto. Ecco non ricordo uno spettacolo più deprimente"23. In quella giornata storica, dove si decideva con rabbia e passione del futuro di decine di migliaia di persone, dove si stava creando una rottura insanabile tra il gruppo dirigente ed il corpo dei delegati della Fiat, Lama è forse l'unico che quel giorno è riuscito ad interessarsi  a quei due giovani.
La posizione del Pci è favorevole all'intesa. L'Unità riporta i giudizi positivi di Chiaromonte e il comunicato della Federazione torinese: "..ritiene l'ipotesi d'accordo presentato alla Fiat un risultato positivo della lunga e matura lotta dei lavoratori. […] La Fiat è stata costretta al ritiro definitivo dei licenziamenti e delle liste di proscrizione e ha dovuto accettare il principio del rientro di tutti i lavoratori"24. La gran parte dei volantini che il Pci torinese ha predisposto per la distribuzione, rimangono nei pacchi, perché sono molti i militanti comunisti che rifiutano di distribuirli, non condividendo il giudizio positivo sull'accordo.

Bagnati dalla pioggia e dalle lacrime

Giovedì 16 ottobre alle 6 del mattino sono convocate le assemblee. Già alle 5 del mattino cominciano ad affluire i primi lavoratori. Sta piovendo. A Mirafiori le assemblee si terranno nei piazzali dei diversi settori e vedranno la partecipazione dei segretari nazionali confederali: Lama alle Carrozzerie, Carniti alle Meccaniche e Benvenuto alle Presse. Già prima dell’inizio delle assemblee ci si rende conto che la Fiat ha mobilitato capi e impiegati che si sono presentati organizzati e che stanno raggruppati in modo separato dagli altri lavoratori. In qualche stabilimento, alcuni delegati  chiedono inutilmente che i capi non votino perché non avendo partecipato alla lotta, non avrebbero diritto di decidere. Intorno alle sei e dieci iniziano tutte le assemblee. I segretari confederali parlano davanti ad un mare di ombrelli e ripetono nella sostanza quanto sostenuto il giorno precedente al Cinema Smeraldo e cioè che la Fiat è stata sconfitta perché è stata costretta al ritiro dei licenziamenti e che l’accordo raggiunto garantisce a tutti i lavoratori espulsi il rientro in fabbrica al termine della cassa integrazione. L’assemblea delle meccaniche è ripresa da una troupe della Rai. Carniti illustra l'accordo. Intervengono contro l’accordo alcuni operai e delegati, e tra questi Roberto Alotto che tra l’altro dice: “Ebbene i licenziamenti oggi non ci sono. Questo è un punto a nostro favore. Però sono mascherati! Perché questa è una lista di proscrizione! Questi 23.000 noi non avremo nessuna garanzia che riusciremo a farli rientrare ..”25. Carniti conclude a fatica la sua replica in un crescendo di contestazioni. Nell'intervento risponde duramente a chi lo contesta. Si vota. Il delegato che gestisce l’assemblea chiede a tutti di chiudere gli ombrelli. Chi è a favore? E si alzano poche  mani davanti al palco, mentre i favorevoli sono in blocco nel gruppo di capi in fondo al piazzale. Chi è contrario? Si alzano tantissime mani e pugni chiusi e sulle facce delle persone già si legge la soddisfazione di aver compattamente bocciato l'accordo. Il risultato del voto è molto incerto, la stima è ad occhio, invece chi gestisce l'assemblea dice con molta sicurezza al microfono che l'ipotesi d'intesa è approvata a stragrande maggioranza. Succede un pandemonio: "questo modo di dare l'esito delle votazioni e l'atteggiamento di Carniti fanno rabbia, la sensazione di essere stati traditi e l'impotenza di darsi strumenti per ribaltare la scelta fatta dal gruppo dirigente del sindacato scatenano la reazione di una gran parte di operai presenti. Si chiede a gran voce la verifica delle votazioni, si grida al tradimento, parecchi strappano la tessera del sindacato, alcuni piangono disperati, altri inveiscono contro Carniti a parole e tirandogli monetine. Delegati e militanti si stringono attorno a Carniti per evitare il peggio e finché si rimane sul piazzale dell'assemblea si controlla la situazione. Tutto si fa confuso. Si scorta Carniti fuori dello stabilimento. Un gruppo di una ventina di operai, fra cui qualche esterno, corre dietro il dirigente sindacale, che viene preso a schiaffi, pugni, ombrellate; qualcuno degli operai che scortano il segretario sindacale è ferito da una pietra. Si ferma una prima macchina, una 127 rossa, che viene assalita e bollata. Se ne ferma un'altra, una Renault, su cui a malapena si riesce a far salire Carniti. Qualche operaio sale sul cofano anteriore a strappare il tergicristalli, altri prendono a calci l'auto, una pietra infrange i vetri. Anche qui si ripetono le scene di disperazione, non si condivide l'assalto a Carniti, e si pensa che vada proprio male se i dirigenti sindacali vengono picchiati dagli operai"26. Anche Pio Galli ricorda con amarezza quei momenti: "le assemblee si svolsero in condizioni tremende, tra accuse e insulti. "Traditori! Venduti!"  Gran parte della gente al momento del voto è andata via. Come si fa a dire che l'accordo è stato approvato? Anche se la maggioranza di quelli che sono rimasti ad alzare la mano era per l'approvazione lo stato d'animo era di disfatta. E tutto questo l'abbiamo pagato per anni"27. In realtà i dati ufficiali della consultazione non sono mai stati resi noti né dalla Flm né dalle Confederazioni, mentre invece dalle ricostruzioni fatte dai delegati della sinistra sindacale, l'andamento del voto negli stabilimenti Fiat registra una evidente prevalenza del No.28 Valerio Castronovo, nella sua monumentale e agiografica storia della Fiat, oltre a molte inesattezze  afferma che "In complesso, tuttavia, il testo dell'intesa con la Fiat proposto dalle Confederazioni venne approvato sia pur di stretta misura"29. Non portando alcun riscontro a questa tesi, non resta che inchinarsi davanti alle magiche possibilità della cabala!

Se alle assemblee del mattino coloro che hanno partecipato alla lotta sono confusi e smarriti, alle assemblee del pomeriggio i contenuti dell'accordo sono più chiari, le idee sono più definite ed il voti contrari prevalgono a valanga. A Mirafiori le assemblee del pomeriggio di concludono tutte con l'indicazione di ritornare ai rispettivi cancelli e continuare i presidi. Si saprà che alla riunione fatta in Quinta Lega nel pomeriggio si da per scontata la bocciatura dell'accordo e per il giorno dopo sono previste assemblee nei refettori per riorganizzare la lotta. Ma i segretari nazionali confederali senza neanche aspettare la conclusione delle assemblee del pomeriggio annunceranno in un comunicato che l'accordo è approvato e andranno al Ministero a firmarlo. La spregiudicatezza e la determinazione di Lama, Carniti e Benvenuto, mettono in riga le strutture sindacali più critiche, annichiliscono i militanti operai, prevalgono la disperazione e l'impotenza. Nei giorni successivi, in particolare il venerdì e ma in qualche caso come a Chivasso per tutta la settimana successiva, ci saranno diversi tentativi di continuare la lotta e di riorganizzarla. Ma in generale i delegati sono abbandonati a se stessi, nello sbandamento più totale, senza ricevere alcuna indicazione dalle proprie strutture sindacali, e tutti i sindacalisti, anche i più critici, tacciono. L'avanguardia della Fiat, senza più la sponda degli apparati sindacali, non ha l'autonomia necessaria, sia politica che organizzativa, per prendere in mano la lotta. Il senso del tradimento, con un misto di rancore e delusione sconfinati, paralizzano ogni volontà.

 

Alla porta 5 viene affisso un cartello con il volto del Marx dei 35 giorni che commenta la sconfitta: "avevamo la ragione e la forza, ci è rimasta la ragione… coraggio compagni".

 

Domenica mattina, il 19 ottobre 1980, la giornata è plumbea e piovosa, perfettamente aderente alla situazione sindacale. Davanti alla porta 5, due protagonisti di quella lotta si aggirano, come su un campo di battaglia, tra le strutture ed il materiale frettolosamente abbandonati in una ritirata troppo precipitosa. I cartelli infradiciati dalla pioggia conservano solo l'alone delle scritte e dei disegni che contenevano. Le bandiere sono appiccicate qua e là sull'asfalto. In un angolo del pullman, dimenticato in terra, lo striscione del Consiglio di Fabbrica di Mirafiori. E' il simbolo dell'esercito sconfitto, è l'emblema di un'epoca  e di un'esperienza sindacale che sta per scomparire. Viene raccolto, accuratamente piegato e portato via. Verrà conservato, come testimonianza materiale, che un decennio di lotte a Mirafiori, non sono state un sogno.  

Il revisionismo sindacale

Dopo la conclusione della lotta iniziarono nel movimento operaio le rese dei conti e fu probabilmente quel momento che segnò la fine del sindacato dei consigli e della Flm. Le strutture dei metalmeccanici e qualche loro alleato piemontese, come Fausto Bertinotti e Adriano Serafino, vennero accusati dai dirigenti confederali e del Pci di aver esagerato sia negli obiettivi che nelle forme di lotta. Ma le recriminazioni non si limitarono alla conduzione della vertenza dell'autunno, fu messa sotto accusa tutta l'esperienza sindacale alla Fiat e un dirigente del Pci, Napoleone Colajanni, espresse giudizi non molto diversi da quelli della direzione aziendale: "Alla Fiat lo scontro è stato permanente. I poteri nuovi conquistati dal sindacato troppe volte sono stati usati solo per dire no. Per dire no agli straordinari quando la domanda tirava oppure adoperati a copertura di una conflittualità subalterna di gruppi ristretti, mentre non prendeva mai corpo una proposta positiva, non solo per la produttività e la mobilità, ma anche per gli orientamenti produttivi dell'impresa e per l'allargamento delle alleanze della classe operaia verso gli intermedi, gli impiegati e gli stessi dirigenti"30.
Lorenzo Gianotti nella parte conclusiva del suo libro sottolinea inorridito che "..ha resistito la tesi che attribuisce il rovescio dell'autunno 1980 al perfido disegno padronale contro un sindacato che aveva sostanzialmente ragione"31. Si riferisce in particolare al giudizio espresso da Claudio Sabbatini : " L'esito di quella battaglia - 'distorta' da molti, soprattutto da coloro che avevano interesse a modificare i rapporti di forza stabiliti dalle lotte nella società italiana - è noto a tutti. Anche a chi ancora oggi sostiene che la lotta del 1980 sia stata una lotta settaria. La verità è che le organizzazioni sindacali metalmeccaniche (Flm) non riuscirono  a fronteggiare i grandi poteri industriali e finanziari che proprio allora si allearono per dare una 'lezione' al sindacato unitario"32 .
Nel periodo successivo la revisione critica non si limitò alle vicende dell'80 alla Fiat, ma ad essere messa sotto accusa fu tutta l'esperienza sindacale degli anni '70, quella che comunemente viene definita del Sindacato dei Consigli. Da questo punto di vista il lavoro più organico e accurato di demolizione è stato realizzato da Aris Accornero nel suo libro, "La parabola del sindacato". Accornero si domanda in premessa quali siano state le peculiarità del movimento sindacale italiano rispetto alle altre esperienze europee e arriva alla conclusione che il male oscuro che progressivamente lo  ha corroso sia stato l'egualitarismo salariale. La scelta dell'egualitarismo ed il conseguente conformarsi alla rappresentanza dell'operaio-massa, è stata la causa di una politica errata da parte dei sindacati: "Essi non vollero che gli operai rinunciassero a dei vantaggi per redistribuirli in favore di altri: anzi ritennero che l'interesse dell'operaio-massa fosse compatibile con gli interessi di tutti"33. Le Confederazioni cercarono di correggere questa impostazione "..ma altra era la cultura sindacale dominante. I metalmeccanici presero infatti le distanze da quella che passò poi alla storia come la svolta dell'Eur"34. L'anomalia italiana si espresse secondo Accornero anche nella forma inedita di impostazione negoziale ben rappresentata dalle "..folte delegazioni presenti alle trattative e stazionanti nei corridoi del ministero del Lavoro.."35 e  questa eccessiva presenza della base finì per indebolire la funzione del dirigente sindacale, il quale veniva ridotto ad "..una rappresentanza a sovranità limitata poiché la sua delega era condizionata: la necessità di un continuo confronto e di ripetute sanzioni ai propri comportamenti minava la titolarità del mandato ricevuto"36. In sostanza secondo Accornero ognuno avrebbe dovuto stare al suo posto, gli operai a lavorare ed i sindacalisti a trattare, senza troppi vincoli. E ancora, insistendo su questo punto: "questa forma di demagogia populista non poteva che dare frutti amari: infatti tolse ai gruppi dirigenti la facoltà di prendere decisioni e il coraggio di fronteggiarne le conseguenze. Era un sintomo del declino"37. Naturalmente Accornero nella sua ricostruzione revisionista arriva anche alle vicende dei 35 giorni: "Diffidenza di classe, minorità culturale, sindrome di Davide: questa è la logica che portò alla drammatica sconfitta operaia del 1980 alla Fiat, la più grave dopo quella del 1955"38 e descrivendo la specificità delle relazioni sindacali a Torino vi trova: "una logica quasi anti-negoziale perché basata sui rapporti di classe di tipo antagonistico e non su relazioni di lavoro di tipo contrattual-conflittuale. Rapporti fondati dunque sull'intransigenza, che non lasciano spazio alla mediazione: lavoro e capitale possono soltanto vincere oppure perdere. (Logica tenace, se è vero che nelle assemblee congressuali della Cgil tenute alla Fiat Mirafiori la mozione della sinistra sindacale - "Essere Sindacato", capeggiata da F. Bertinotti - ha ottenuto nel '91 il triplo dei voti avuti su scala nazionale)39. Pur portando dei contributi analitici anche interessanti, il libro di Aris Accornero sembra percorso dalla sindrome di Bartali - "l'è tutto sbagliato.."- con movimenti, conflitti, operai, sindacalisti e padroni che rifiutano di conformarsi ai precetti del corretto modello sindacale. Un modello di sindacato che dovrebbe tutelare gli operai comuni ma premiare quelli ad alta professionalità, dovrebbe migliorare le condizioni del mondo del lavoro ma al contempo tutelare i profitti, dovrebbe difendere i posti di lavoro ma contemporaneamente garantire maggiore libertà di licenziamento. Auguri!

Una sconfitta evitabile

A posteriori alcuni dei protagonisti della vicenda dei 35 giorni affermano che non avevano creduto nella possibilità di vincere quello scontro e la quasi totalità dei ricercatori e degli storici hanno la tendenza a rappresentare la sconfitta come un epilogo inevitabile. Ma quella disfatta di ottobre era veramente ineluttabile? A distanza di vent'anni alcuni limiti di quella lotta sono forse più chiari. Non vi era quasi consapevolezza del profondo mutamento che attraversava l'economia mondiale e che, come la punta di un iceberg, cominciava a manifestarsi con una crescente globalizzazione del mercato dell'auto. Le rendite di posizione che fino a metà degli '70 avevano mantenuto i produttori europei e nordamericani sui propri mercati nazionali, venivano rimesse in discussione. La ricerca di una continua espansione produttiva, non essendo più garantita dall'incremento del parco di auto circolanti, si rivolgeva inevitabilmente alla conquista degli spazi di mercato dei concorrenti.

L'apparente razionalità della legge del mercato capitalistico, che ha portato a livelli parossistici e distruttivi di competitività, disgraziatamente non ha mai trovato in questi vent'anni nel movimento operaio europeo ed internazionale oppositori credibili. Anche nell'80 la maggior parte dei dirigenti del sindacato e del Pci, sulle ragioni economiche e produttive dichiarate dall'azienda non ebbero niente da obiettare. Mentre i settori del sindacato e del movimento, che più risolutamente si  batterono contro l'operazione della Fiat, tendevano a sottovalutarne le motivazioni strutturali cogliendone soprattutto la valenza politica negativa, come se quella volontà di cancellare il sindacato conflittuale fosse, principalmente, il desiderio di una rivincita autoritaria di ordine puramente politico ed ideologico. La proposta della cassa integrazione a rotazione aveva una funzione difensiva e in nessun caso sul medio periodo poteva rappresentare un'alternativa al modello della Fiat. Occorre ammettere che oggi è difficile immaginare che allora vi fossero tutte le condizioni storiche per imporre sul piano strategico un alternativa operaia, fondata su una ulteriore estensione del controllo dei lavoratori, su una politica industriale non regolata dalla massimizzazione del profitto e sulla rimessa in discussione degli stessi assetti proprietari dell'azienda. Forse, però la specifica dinamica della vertenza Fiat avrebbe potuto concludersi con un compromesso difensivo un po' più dignitoso. Nel caso di una tenuta del potere contrattuale dei lavoratori, probabilmente la resa dei conti con la logica di mercato, si sarebbe comunque riproposta ma questo non significa che la Fiat del 1980  fosse invincibile. Come riconosce lo stesso Romiti, e non solo per vezzo, per la Fiat la vittoria ottenuta fu di proporzioni al di sopra delle aspettative: "Debbo dire, per onestà, che neppure noi alla Fiat ci aspettavamo un finale tanto clamoroso a nostro favore. Eravamo decisi ad andare fino in fondo, ma non speravamo di fare tredici al totocalcio"40. E' talmente pesante il colpo subito dal movimento sindacale che lo stesso Romiti è costretto a confessare il suo stupore: "Nei primi anni Ottanta, però, il silenzio del sindacato colpiva" 41. Ma forse quella disastrosa conclusione poteva essere evitata e la conferma di questa possibilità si ritrova anche nella confessione di Romiti: "Sì, ho avuto una grande paura di non farcela. All'esterno davamo l'impressione di essere molto sicuri di noi, molto tranquilli, uomini di ferro che non si spostavano di un millimetro anche se la soluzione della vertenza non veniva. Ma la realtà era diversa. Io mi accorgevo di camminare su d'un crinale molto sottile, e ogni giorno non sapevo se sarei caduto dalla parte giusta o da quella sbagliata. E' stato così fino all'ultimo giorno, sino alle ultime ore [...] sapevo pure che sul fondo poteva esserci la sconfitta dell'azienda"42. A conferma che un altro finale non solo era possibile ma si è addirittura sfiorato, vi è la testimonianza di Giorgio Benvenuto così come riportata da Gianotti: "La delegazione Fiat sarebbe in difficoltà evidenti. Circola la voce che Gianni Agnelli abbia chiesto a Romiti di trovare comunque un compromesso. La sera del 13 l'intesa è raggiunta; data l'ora e la stanchezza, si decide di stendere materialmente il testo l'indomani. La manifestazione di Torino rimette tutto in discussione"43. Solo nel primo mese di scioperi la Fiat aveva perso 135.000 auto e una rinnovata e radicale continuazione della lotta avrebbe presto messo la Fiat in ginocchio: "La resa della Fiat pareva quindi imminente, tanto più che piovevano da Roma in corso Marconi sollecitazioni e appelli reiterati a trattare sulla base delle richieste del sindacato, anche per il timore che non si sarebbe potuto garantire altrimenti l'ordine pubblico con tanta gente ogni giorno in piazza. Marco Benedetto, che a quel tempo era a capo della Direzione stampa del gruppo torinese, rammenta come fosse diffusa la convinzione che ai piani alti della Fiat stessero per "mollare" e si preparassero a un compromesso per non 'spaccarsi le ossa'" 44

Le ragioni di una sconfitta

Una ricercatrice, Miriam Golden, ha confrontato su scala internazionale numerose vertenze apertesi per contrastare processi di riduzione di personale e con molto buon senso ha rilevato che nei casi in cui tali riduzioni sono proposte sulla base di criteri oggettivi, ad esempio l'anzianità aziendale, le lotte sindacali  sono state più contenute. Dove invece non si è rispettato il criterio dell'anzianità, che sicuramente salvaguarda maggiormente i quadri sindacali, la risposta di lotta è stata esasperata e frontale. La Golden definisce queste ultime esperienze come "sconfitte eroiche" e nel caso Fiat si è permessa di scrivere che se nell'80 l'azienda avesse proposto criteri non discriminanti, risparmiando il grosso dei delegati e dei militanti sindacali, la risposta sindacale sarebbe stata probabilmente più morbida. Giuseppe Bonazzi nel suo recente studio per i cento anni della Fiat ragionando su questa ipotesi, sentenzia che "…la tesi della Golden è stata giudicata fantasiosa sia da esponenti del sindacato che dell'azienda"45. In sostanza secondo Bonazzi lo scontro frontale ci sarebbe stato anche nel caso in cui la Fiat avesse compilato le liste in base a criteri oggettivi. Senza mettere in discussione la competenza degli esponenti consultati e cioè di Bruno Manghi, sociologo ed ex dirigente Cisl e di Maurizio Magnabosco, forse è la conclusione di Bonazzi ad essere fantasiosa. Da tutte le testimonianze risulta che fu la lettura delle liste e lo scoprire che esse erano state spudoratamente  compilate allo scopo di decimare l'avanguardia di fabbrica, squadra per squadra, a spostare l'orientamento prevalente dei delegati verso forme di lotta estreme. Inoltre, prima dell’atto unilaterale della Fiat, la Flm, anche quella torinese, aveva avanzato un’ipotesi di estremo compromesso basata sui criteri della legge sui licenziamenti collettivi. Se la mattina del primo ottobre la Fiat  avesse voluto accogliere la proposta dell'Flm, ci sarebbe stato lo spazio per un’altra dinamica della vertenza e per una conclusione di tipo diverso, ma non era quello che volevano in corso Marconi. Il messaggio affidato alle liste da parte di  Romiti e degli Agnelli era  rivolto alle persone non colpite dalla cassa integrazione per far scattare in loro un moto di difesa fideistica dell’impresa. Una minaccia al posto di lavoro, di ordine generale ed indistinto, avrebbe al contrario cementato il grosso dei lavoratori contro l’azienda, come in effetti accadde nella prima fase della vertenza. Senza l’elenco dei ventitremila, difficilmente ci sarebbe stata la marcia dei “quarantamila”.

 

Forse l'entità della sconfitta è stata determinata dalla gravità di errori ed impostazioni non corrette da parte dei protagonisti dei 35 giorni? Bonazzi nel suo lavoro, riprendendo suoi studi precedenti e valutazioni di altri ricercatori come Aris Accornero, ritiene che la sconfitta sia stata determinata dalla frattura tra il quadro dei lavoratori militanti e quello della massa dei lavoratori non attivi, con un sindacato torinese sostanzialmente prigioniero dei settori radicalizzati, incapace di prestare attenzione alla fascia più moderata dei lavoratori. A sostegno di questa tesi Bonazzi utilizza principalmente una ricerca realizzata nei primi mesi del 1980 dal Pci in collaborazione con l'Istituto Gramsci e il Cespe. Da questa ricerca, elaborata su circa 15.000  questionari raccolti in tutto il gruppo Fiat, emerse che i lavoratori, suddivisi in tre categorie sociologiche, risultavano per il 43% collaborativi, per il 31% conflittuali-contrattualisti e per il 26% antagonisti.  Senza negare che i lavoratori tendenzialmente moderati avessero un certo peso nella realtà Fiat, non convince la fotografia di una fabbrica in balia di una minoranza esagitata senza legami con l'insieme dei lavoratori. Il valore scientifico dell’inchiesta del 1980, come rilevato anche da qualcuno degli autori della ricerca, era in parte viziato dalle finalità politiche del Pci. Inoltre è probabile, che utilizzando come canali di diffusione e di raccolta dei questionari la rete degli attivisti del Pci, questo abbia selezionato già in partenza le caratteristiche degli intervistati a scapito del corretto peso dei settori più conflittuali e antagonisti. Gino Giulio, quadro dirigente del Pci alle Presse di Mirafiori, conferma che la ricerca fu gestita prevalentemente dai militanti Pci di orientamento moderato che intervistarono soprattutto i lavoratori dalle posizioni meno radicali46. Inoltre occorre considerare che in genere le inchieste fotografano una situazione statica. Occorre tenere presente che  l’umore dei lavoratori in una grande realtà come Mirafiori, così come il loro modo di pensare e di comportarsi, cambiava totalmente a seconda che la fase fosse di lotta o di normale attività produttiva. Anche  con la più completa scientificità, un ritratto fatto ai lavoratori Fiat nei primi mesi del 1980, sarebbe stato abbastanza diverso dagli stessi soggetti immersi nelle lotte di settembre ed ottobre.  Vi sono altri elementi che sul finire degli anni '70 smentiscono la tesi di un’avanguardia autoreferenziale, ad esempio la crescente partecipazione all’elezione dei delegati e l'aumento delle iscrizioni alla Flm, oppure la funzione sempre più scarsa dei picchetti negli scioperi o ancora che le scelte più radicali, così è stato ancora nell’ottobre del 1980, prevalevano proprio nei momenti in cui si metteva in moto la gran massa dei lavoratori.      

Una sconfitta tecnologica?

Marco Revelli riprendendo un filone analitico molto in voga nella seconda metà degli anni '70, fa risalire le ragioni della sconfitta ad una sorta di spiazzamento tecnologico della coscienza operaia. Secondo questa tesi gli operai della Fiat, che nel 1969 avevano scoperto il proprio ruolo rivoluzionario sfruttando a proprio vantaggio la rigidità della catena di montaggio e la massificazione del modello di produzione fordista, a partire dalla metà degli anni '70 vengono progressivamente disorientati dai processi di ristrutturazione tecnologica che sconvolgono il mondo nel quale essi si sentivano padroni. L'ottobre 80 fu, quindi, il primo conflitto "..in una fabbrica già trasformata dall'innovazione tecnologica. La sconfitta operaia fu il prodotto più maturo di quel ciclo di radicale innovazione tecnologica avviato dal padronato da almeno un quinquennio. Per quanto dura la cosa sia da accettare da parte di una cultura che dell'idea di progresso ha fatto un dogma, la liquidazione della classe operaia come dimensione soggettiva dentro il processo di lavoro fu il prodotto del futuro, non un rigurgito del passato" 47 e ancora: " non fu, in altre parole, la sconfitta dei 35 giorni ad aprire la via a un ciclo d'innovazione tecnologica che spiegherebbe i successi degli anni '80; ma al contrario fu il ciclo intensivo di innovazione dei secondi anni'70 ad aprire la via alla sconfitta operaia" 48. In polemica con una posizione del Pci che, accusando la Fiat di scarsa modernità tecnologica, finiva per sostenere proprio quel modello flessibile che avrebbe sconvolto le capacità di controllo operaio sul processo produttivo, Revelli commette un errore di valutazione  temporale e considera significativi gli effetti dell'innovazione sulla soggettività operaia già prima del 1980. Nel corso di tutti gli anni '70 la Fiat non era stata ferma. Sono soprattutto la lotta operaia ed i nuovi rapporti di forza che le impongono ammodernamenti tecnologici di una certa consistenza sia per migliorare le condizioni di lavoro che per aumentare la produttività e flessibilità senza scontrarsi frontalmente con i lavoratori: "Dopo il 1973 per fronteggiare condizioni di saturazioni dei mercati con durata incerta e con sbalzi qualitativi e quantitativi della domanda, si producono innovazioni tecnologiche che si riconoscono utili anche per recuperare margini di flessibilità perduta a seguito delle contestazioni"49. Revelli ricorda le prime innovazioni nel 1973 in alcuni reparti della Lastroferratura e della Verniciatura a Mirafiori, poi nel 1974 la transfertizzazione delle Presse e l'introduzione del Robogate per l'assemblaggio automatico delle scocche nella Lastroferratura di Rivalta. Successivamente vi fu l'introduzione del Digitron alle Carrozzerie di Mirafiori per il montaggio automatico della parte motore sulla scocca. Nel 1979 furono avviate le nuove cabine di verniciatura robotizzate a Mirafiori. Tutte innovazioni d'avanguardia sul piano tecnologico ma che per tutti gli anni '70 non modificarono sostanzialmente il modello rigido taylorista  del ciclo produttivo e non provocarono di per sé né una caduta della capacità di controllo dei lavoratori né una significativa riduzione dell'efficacia del conflitto interno. Su questo piano fu emblematica la vertenza della Verniciatura di Mirafiori nell'autunno del 1979 quando, a rendere difficoltosa la continuazione della lotta non furono le nuove linee "intelligenti" e flessibili ma le lettere di licenziamento poste dalla Fiat sul tavolo di trattativa. Anzi in quel primo confronto tra la tecnologia flessibile ed il conflitto operaio, i lavoratori scoprirono rapidamente i punti vulnerabili della cosiddetta "intelligenza artificiale", mandandola facilmente in tilt. La Fiat progettò e iniziò a realizzare la nuova fabbrica flessibile e la produzione snella prima del 1980: "A partire dal 1977 e per tutti gli anni '80, al modello di linea produttiva rigida, che fornisce prodotti identici per molti anni, si va gradualmente sostituendo un modello a flessibilità accentuata, secondo il quale ogni entità produttiva (es.: ogni reparto) può fornire elementi diversi a diverse entità produttive a valle secondo programmi quantitativi e mix qualitativi variabili nel tempo entro limiti assai ampi" . Ma la possibilità di affermare le rigidità del mercato sulla produzione passava inevitabilmente dalla rottura delle rigidità imposte dal controllo operaio nelle officine. Così sintetizza le esigenze della Fiat Maurizio Magnabosco: "..si decise con convinzione di investire per il rinnovo della gamma di prodotto. Tale rilancio doveva coincidere con l'introduzione di una tecnologia di avanguardia, in grado di produrre vetture adeguate alle esigenze dell'utenza, cioè qualità e costi competitivi. Dal canto suo, il mercato, che stava andando incontro a una fase di ripiegamento, esprimeva tendenze ed evoluzioni non sempre prevedibili, ma che comunque premiavano chi possedeva un'immediata capacità di risposta. Tuttavia gli investimenti sarebbero stati ben poco efficaci, se non si fossero ripristinate le condizioni di agibilità in fabbrica, idonee a sostenere uno sforzo riorganizzativo senza precedenti della Fiat"50.

Operai senza politica

Come storicamente avvenne anche per la Toyota, alla Fiat il nuovo modo di produrre fu possibile imporlo solo dopo la sconfitta operaia, soltanto su una classe operaia impaurita e privata di gran parte dell'intelligenza critica che l'aveva caratterizzata per più di un decennio. Marco Revelli, interrogandosi sulla fragilità politica e organizzativa dimostrata dall'avanguardia Fiat nell'ottobre 1980, insiste su un rapporto meccanico tra modello produttivo e coscienza operaia affermando che tale debolezza "..si spiega solo con un processo di lenta erosione, di scomposizione e disarticolazione che condusse allo scontro decisivo una classe operaia ormai estenuata, confusa, per molti versi obsoleta (e consapevole di esserlo). Una classe operaia, per così dire, ormai non più "legittimata" dalla propria collocazione materiale dentro il processo di lavorazione; non più "adeguata" alla dimensione nuova dell'estrazione di plusvalore".51 Il ragionamento di Revelli per quanto suggestivo non appare convincente. Ancora nel contratto del 1979 i lavoratori della Fiat, strutturalmente rafforzati dalle migliaia di giovani nuovi assunti, espressero una altissima forza conflittuale. Semmai i problemi seri sul piano della lotta iniziarono con la difficoltà a rispondere al licenziamento dei 61, cioè su un terreno direttamente politico. Un terreno insidioso, sul quale i lavoratori facevano fatica ad orientarsi tra le aberranti azioni dei terroristi e il teorema che tutti i militanti più combattivi fossero brigatisti o loro fiancheggiatori.

Se anche esiste una relazione tra le forme della produzione e il divenire della coscienza operaia questo avviene su tempi medio lunghi e non nell'arco di pochi anni. La coscienza di classe, sia collettiva che individuale, una volta acquisita  in un complesso intreccio di esperienza di lotta e crescita culturale, mantiene un grado di persistenza relativa anche rispetto a grandi  trasformazioni strutturali.

Le debolezze politiche della classe operaia della Fiat vanno ricercate in larga misura proprio sul terreno della politica e chiamano in causa i limiti soggettivi e gli errori delle forze del movimento operaio. Come si è già detto, nella sconfitta dell'autunno '80 ha pesato una grande impreparazione sindacale e politica a rispondere con un progetto offensivo alla crisi di un ciclo di sviluppo capitalistico e alla rimessa in discussione di una funzione del movimento operaio meramente ridistributiva e riformatrice. Mentre buona parte dei gruppi dirigenti del Pci e di Cgil, Cisl e Uil assumevano la svolta strategica del grande padronato, i settori della sinistra classista tendevano a riprodurre i vecchi modelli rivendicativi o ad arroccarsi sulla difensiva. Nella vicenda dei 35 giorni hanno infine trovato uno sbocco gli errori e le incapacità soggettivi accumulati sia alla Fiat che sul piano generale, nel corso di un decennio, ad esempio: l'incomprensione di gran parte della sinistra classista del ruolo dei delegati e della necessità di rafforzare i consigli di fabbrica come soggetto indipendente dalle organizzazioni sindacali, la sconfitta dei delegati e della sinistra sindacale nel portare a termine il percorso di unità sindacale organica, almeno della Flm, l'incapacità della sinistra sindacale di rappresentare un'alternativa credibile rispetto all'involuzione moderata del movimento sindacale a partire dal 1977, il fallimento delle esperienze della sinistra rivoluzionaria che nel corso degli anni hanno bruciato o lasciato allo sbando tantissimi quadri operai. Se nell'80 l'avanguardia operaia della Fiat, quella nata nelle lotte del '69 dava segni di stanchezza e di affaticamento, non era a causa delle trasformazioni tecnologiche ma perché si era in parte consumata nella sua stessa esperienza. Col passare degli anni su alcuni quadri operai e delegati agirono sia fenomeni di relativo adagiamento sulle conquiste ottenute, che tendenze alla burocratizzazione nel rapporto con i lavoratori, su altri influì una crescente disillusione rispetto alle speranze di cambiamento radicale della società. Per un decennio l'esperienza dei consigli di fabbrica  si è come bloccata ad uno stato ibrido: struttura di base del sindacato ma senza possibilità di decidere nelle scelte delle organizzazioni e senza nemmeno possedere una piena autonomia politica, finanziaria e organizzativa, un ambito di azione che, nonostante il generoso tentativo dei consigli di zona, si è sostanzialmente confinato dentro la fabbrica, delegando la rappresentanza generale alle elites politiche e sindacali, l'incapacità di reagire alla sindrome del tradimento costruendo un'alternativa alla politica moderata dei grandi apparati del movimento operaio. Per trovare un'immagine efficace dell'incompiutezza dell'esperienza consiliare, è come se le avanguardie della Fiat fossero rimaste abbarbicate ai cancelli della fabbrica per tutti gli anni '70.

"Traditi come all'Ultima Cena"

La conclusione della lotta dei 35 giorni, segnò una rottura tra la base operaia e l'insieme  del vertice sindacale che forse non aveva precedenti nella storia del movimento sindacale italiano. Buona parte dei protagonisti operai di quella lotta vissero l'accordo raggiunto nella notte del 15 ottobre come un colossale tradimento. Un operaio della Carrozzeria, Luigi Rosso, esprimendo un sentimento comune a tantissimi altri lavoratori, ha paragonato la fine dei 35 giorni all'archetipo per eccellenza del tradimento: "Ormai lo si può dire chiaramente. Siamo stati traditi. Traditi, secondo me, come nell'Ultima Cena.."52.
Secondo Tom Dealessandri i lavoratori ed una parte del sindacato non riuscirono a comprendere il valore di quell'accordo: "Credo si possa fare una lunga analisi, però l'accordo Fiat sulla ristrutturazione, secondo me, è uno dei migliori accordi sulla ristrutturazione fatti in Italia […] Il punto è come è stato vissuto l'accordo, nel senso che dalla gente è stato vissuto come una sconfitta. E' stato vissuto come una sconfitta perché questa gente, questo sindacato, non erano preparati a capire che eravamo di fronte a problemi di una crisi profonda"53.  Ma è possibile fare questa operazione di separazione tra la valutazione di una linea sindacale e l'opinione dei lavoratori che si intendono rappresentare? Su questo punto Fausto Bertinotti si è dato una risposta: "uno degli errori più tragici che il sindacato può fare, è quello di guardare alle vicende sindacali nella dimensione tecnica dell'accordo e misurare dentro la logica propria dell'accordo se una cosa va bene o non va bene. […] Se un accordo o una vicenda viene vissuta nel senso comune della gente, come sconfitta, come una mortificazione dell'identità collettiva, non c'è niente da fare, quell'accordo sarà ingestibile in qualsiasi sua parte perché muove un immaginario collettivo molto più profondo della superficialità e del carattere giuridico-istituzionale dell'accordo medesimo"54. Pur nel quadro di un riconoscimento di una sconfitta, Bertinotti arriva a chiedersi se fosse necessario per il sindacato firmare l'accordo di ottobre: "In anni successivi fui molto colpito da una raffigurazione che ho visto in televisione, ed era l'atto conclusivo della vicenda, del grandissimo scontro sociale dei minatori inglesi. Quando, dopo la sconfitta, questi minatori entrano senza accordi, sconfitti, nelle miniere (non ci vuol essere nessuna retorica) con le bandiere rosse, con questo grande senso di sé, della propria storia, della propria identità, con un grande orgoglio di classe. […] Se uno potesse dire: va bene, in questo momento abbiamo perso, torniamo dentro e riproviamoci. L'accordo no, perché è un'operazione sostanzialmente di riconsegna alla classe dirigente della Fiat del comando dell'azienda"55. Claudio Sabattini,  che in seguito alla sconfitta dell' 80 fu di fatto destituito dalla Fiom ed emarginato, così valuta quella conclusione: "io ho avuto degli asprissimi conflitti nel gruppo dirigente centrale della Cgil, della Cisl e della Uil, asprissimi. Anch'io pensavo delle cose, altri ne pensavano altre. Ho scritto anch'io che a cinque giorni dalla conclusione era molto difficile per un segretario generale delle Confederazioni dire "O la Fiat molla o molla la Fiat", però neanche in questo caso e neanche in questa situazione io userò la categoria del tradimento, preferisco pensare che l'abbiamo pensata in modo diverso e lo dice proprio chi in quel momento pensava che si trattasse proprio di un tradimento". Insistendo sulla categoria del tradimento, Sabattini precisa: "Il fatto che io pensassi che quella era una battaglia generale che avrebbe cambiato le relazioni industriali in Italia se vinta dalle imprese, e il fatto che altri non lo pensassero, non significa che chi non la pensava come me possa  oggi essere dipinto moralmente come un traditore"56. In sostanza Claudio Sabattini preferisce porre l'accento sull'esistenza di linee politiche diverse che si sono misurate e scontrate, ma è sufficiente? Giustamente Marco Revelli introduce un'interpretazione meno ambigua di quella del tradimento, preferendo i concetti più obiettivi di verità e menzogna: " Quando Mattina, al Cinema Smeraldo, disse che tutti i 23.000 in cassa integrazione sarebbero rientrati in fabbrica con certezza, io rivendico il diritto di dire che mentiva. […] Si può anche mentire in buona fede ritenendo che sia la via migliore: è un vecchio vizio delle grandi organizzazioni e delle burocrazie. E' un grande vizio delle elites di potere ritenere che, avendo loro comunque ragione, ed essendo gli altri degli ingenui, occorra mentire per raggiungere un buon risultato"57.                              

Guai ai vinti!

Al rientro in fabbrica i risultati della decimazione operata dalla Fiat si poterono misurare con mano. Ecco qualche dato.

Alla Lancia di Chivasso furono messi in cassa integrazione 1778 lavoratori su un organico 7.200. Il consiglio di fabbrica raccolse i dati di 1500 cassintegrati: il 31% erano invalidi ed inidonei, il 32% donne, il 30% giovani sotto i 30 anni, gli iscritti alla Flm 980, pari al 65%. I delegati della Flm espulsi furono 36 sui 104 del CdF. Ma i dati aggregati non rendono bene l'operazione della Fiat. Gli iscritti Flm erano concentrati soprattutto in alcuni reparti combattivi: dei 299 cassintegrati della Lastroferratura, 214 erano iscritti al sindacato; su 189 espulsi della Finizione, 184 erano tesserati Flm, ecc.. Alle Presse di Mirafiori c'è l'esempio dell'officina 65, dove su 229 lavoratori posti in cassa integrazione vi erano ben 8 delegati. Al Lingotto furono espulsi 1440 lavoratori. Da un'inchiesta del CdF il 43% dei cassintegrati erano nuovi assunti (dal '77 all' 80) e di questi oltre il 73% erano donne, mentre il 32% risultava composto da  invalidi e inidonei.

La Fiat non si era dimenticata di nessuno e con equità espulse tutti coloro che per un motivo o per l'altro, avrebbero potuto rappresentare un ostacolo ad una secca intensificazione del lavoro: gli invalidi e gli inidonei, le donne, i nuovi assunti più refrattari al comando, gli iscritti alla Flm, molti militanti sindacali della Fiom e della Fim,  i delegati più combattivi dei reparti strategici, quasi tutti i militanti di estrema sinistra e anche quelli che lo erano stati in passato,  molti dei militanti del Pci, in particolare quelli di base e più sensibili al movimento e persino alcuni quadri operai che erano stati ingiustamente licenziati negli anni precedenti, ai quali la Fiat, in barba alle sentenze della magistratura, continuava a versare il salario ma rifiutandosi di farli rientrare al lavoro. La lista degli espulsi era un lungo elenco di rese dei conti anche per fatti molto lontani nel tempo.

La Conferenza del Pci torinese del 1982 fece un primo inventario di quella che era stata presentata ai lavoratori come una mezza vittoria: gli iscritti alla Flm negli stabilimenti Fiat si erano ridotte di un terzo, passando dal 39,1% del 1978-1979 ad una media oscillante intorno al 24%; la produttività aveva conosciuto un incremento medio del 30%, con punte in alcuni reparti del 45-47%; il processo di ristrutturazione e riorganizzazione era stato "gestito unilateralmente dall'azienda"; l'assenteismo da una media del 11,5% del 1978-1979 era sceso al 4-6%; 12.000 dipendenti avevano scelto le dimissioni incentivate previste dall'accordo dell'80; gli iscritti al Pci negli stabilimenti Fiat Auto che nel 1980 erano 3461 risultavano 2440 nel 1982. Oltre ai dati raccolti dal Pci occorre rilevare che le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, che dal 1969 avevano mantenuto un radicamento discreto alla Fiat, erano state completamente cancellate dagli stabilimenti. Qua e là rimasero, come una sorta di ostaggi, un pugno di militanti.

Tom Dealessandri così ricostruisce i problemi di tenuta del sindacato in quegli anni: "Nel 1980 avevamo raggiunto un numero di iscritti molto consistente rispetto al passato: una media del 35-40%. Nel 1985, invece, abbiamo subìto non solo un calo quantitativo, spiegabile con il drastico ridimensionamento della manodopera (oltre 50.000 addetti in meno), ma anche in percentuale: abbiamo perso, in quattro anni, circa il 20% degli iscritti.

Gli operai, evidentemente, non individuavano più il sindacato come strumento di difesa. Ma la paura aveva la sua parte. Negli ultimi dieci anni si era superato il concetto che essere iscritti al sindacato significava essere più esposti verso l'azienda: cioè rischiare trasferimenti, l'esclusione dai passaggi di categoria, ecc."58. Alla Fiat Mirafiori su un totale di 40844 dipendenti al primo gennaio 1985 risultavano 6116 iscritti alla Flm, pari ad un tasso di sindacalizzazione del 15%59.
Anche la capacità di mobilitazione era stata seriamente compromessa: "Negli scioperi più importanti si è arrivati, al massimo, al 25% di adesione; per il contratto nazionale, al 50-60%"60.
Sul piano delle relazioni sindacali la situazione non era più incoraggiante: "Sono quattro anni che in Fiat non si fanno accordi sulle condizioni di lavoro e sul salario, se si eccettua da un lato l'adeguamento del premio annuo, presente nell'intesa del 1982 e l'accordo fatto alle Meccaniche Mirafiori, relativo al Lam, nel quale si stabilisce un nesso tra quantità di produzione, qualità della stessa e salario, e dall'altro gli accordi relativi al gruppo in quanto tale che riguardano in particolare, le prospettive dei lavoratori in CIG (luglio 1981 - ottobre 1983)."61
Fino al 1980 i consigli di fabbrica ricevevano la comunicazione trimestrale dei programmi produttivi ma negli anni  successivi il quadro mutò radicalmente: "La Fiat si è trasformata da fabbrica per produrre, in fabbrica per vendere. Si pensi, oggi, alla inutilità della contrattazione dei programmi produttivi trimestrali, uno dei pilastri del controllo sindacale nel rapporto tra produzione ed organici, a fronte della nuova programmazione produttiva mai superiore ai 15 giorni".62

 

Nel corso degli anni '80 la Fiat dispiegò pienamente la propria politica di innovazione, sia di processo che di prodotto, mantenendo al contempo una pressione autoritaria e repressiva sui lavoratori. Il risultato fu una crescita strabiliante della produttività, (e dello sfruttamento). Qualche esempio: il numero di auto annue prodotte  per addetto che era di 14 nel 1979, passò a 28 nel 1985; nel 1983 la Fiat Auto produsse 1.222.900 vetture, quasi come nel 1980 (1.275.500) ma con circa metà dell'organico; alla Carrozzeria di Mirafiori nel 1985, 7183 operai producevano circa 2000 vetture giornaliere, quando nel 1979, per produrne 2240, l'organico diretto era di 13.262 operai.

La progressione delle vendite ( 1.208.800 auto nel 1980, 1.240.500 nel 1981, 1.266.900 nel 1983, fino a superare i 2 milioni nel 1987) era inversamente proporzionale al numero dei dipendenti in forza negli stabilimenti Fiat Auto: 113.000 operai nel 1979, 80.000 nell'81, 70.000 nell'82, 60.000 nel 1984. Tra il 1980 ed il 1986 i dipendenti del Gruppo Fiat passarono da 350.000 a 225.000. Nel 1982 nel settore auto furono raddoppiati gli investimenti rispetto all'anno precedente, mentre nel 1983 raggiunsero la cifra di 902 miliardi di lire e nel 1984, circa 1000 miliardi. Negli stabilimenti Fiat nel 1980 erano in funzione 300 robot, nel 1987 divennero quasi 2000. In Lastroferratura sulle nuove linee robotizzate per assemblare le parti di una vettura con punti elettrosaldati, nel 1984 occorrevano 50 operai per produrre 600 scocche, nel 1978, senza robot, ne erano necessari 200. Si ridussero anche i tempi di progettazione dei nuovi modelli: la Punto fu ideata e messa in vendita in 30 mesi, negli anni '70 occorrevano 4-5 anni.

In coerenza con questa dinamica crebbero progressivamente anche i profitti: da un passivo del Gruppo Fiat di 422 miliardi del 1980, si passò a un utile consolidato di 187 miliardi nel 1981, a 261 miliardi nell'82, 376 miliardi nell'83, poi 870 miliardi nell'84, 1682 miliardi nell'86 e 3220 miliardi nel 1987.

L'altra faccia del successo Fiat

Nel 1987, dopo anni di silenzio, il movimento sindacale fu obbligato a denunciare una condizione dei lavoratori Fiat fattasi insostenibile, fu così che cominciò a venire alla luce la parte nascosta dell'irresistibile successo della Fiat . Ecco ad esempio alcuni casi raccolti dai delegati Fiom di Rivalta in un dossier molto accurato e documentato63: "Officina 85 - Operaia (anni 53) addetta linea di montaggio n.1, lamenta parecchie limitazioni fisiche documentate. Non riesce a tenere il ritmo della linea, si decide a chiedere al capo squadra di fare visita di cambio lavoro, il capo le fa firmare un modulo; dopo parecchio tempo, visto che non viene convocata si rivolge ad un delegato […] Lo stesso giorno l'operaia viene richiamata dallo stesso capo che le fa firmare un secondo modulo, la vera richiesta di visita medica, l'altro modulo era uno stratagemma per ingannare l'operaia". Un altro esempio: "Officina 84 - Operaia, viene mandata spesso in prestito sulla linea di montaggio pur avendo una cartella clinica che non le permette di fare lavori di quel genere. Quando ha protestato il capo reparto l'ha convocata nel suo ufficio e per circa un'ora l'ha rimproverata energicamente sconsigliandola di protestare e di accettare il lavoro della linea come le altre colleghe. Questo è un fatto diffuso, i lavoratori inidonei ormai rassegnati non protestano più". Sono spesso bassezze e angherie miserevoli ma che riescono ad avvelenare l'esistenza, soprattutto quando si tratta dei lavoratori più indifesi.

I carichi di lavoro sono insopportabili e i nuovi sistemi computerizzati degli Uffici Analisi Lavoro riescono a realizzare l'impossibile moltiplicazione del tempo: "Da valutazioni fatte dal comitato cottimi sindacale non è azzardato dire che un lavoratore oggi sulle linee di montaggio svolge mansioni per circa 600 minuti nell'arco dei 450 minuti di presenza", cioè gli viene fatto fare un lavoro equivalente a 10 ore in 7 ore e mezza.

I controlli medici richiesti dalla Fiat sono esasperati: vi sono casi di 3 controlli in 5 giorni, controlli medici a casa di persone che sono ricoverate in ospedale, in ferie, in permesso retribuito o in infortunio. Gli infortuni sono occultati: "il lavoratore infortunato viene medicato e poi viene "convinto" a tornare al lavoro […] Vi sono stati casi di lavoratori con piccole fratture ossee agli arti che sono "guariti" lavorando […] Nel 90% dei casi il lavoratore accetta di non aprire l'infortunio, se poi i dolori dovuti all'infortunio dovessero continuare il lavoratore viene invitato a mettersi in mutua".

Non va meglio per i diritti sindacali: spostamenti punitivi di lavoro per chi sciopera, promesse di assunzioni di figli per chi non sciopera, più tante altre invenzioni antisindacali.

Non è diversa la situazione degli altri stabilimenti Fiat. Da una ricerca fatta dal consiglio di fabbrica delle Meccaniche di Mirafiori su cinque officine, risulta una crescita del 70% degli infortuni più gravi, cioè quelli con prognosi superiore ai 15 giorni. Il consiglio di fabbrica delle Presse denuncia alla Procura della Repubblica una situazione di grave pericolo: "La nuova organizzazione del lavoro ha comportato e comporta tagli di personale e di conseguenza dei tempi di lavorazione. I settori maggiormente colpiti sono non a caso, quelli che dovrebbero funzionalmente svolgere le mansioni di manutenzione preventiva degli impianti; specie negli ultimi tempi gli interventi di carattere manutentivo sono unicamente volti al ripristino, il più celermente possibile, della produzione tralasciando di curare gli aspetti più direttamente legati alla sicurezza del lavoro"64.
Dopo il salasso dell'ottobre, quello che rimase della comunità degli operai Fiat, fu travolto, frantumato e polverizzato per tutto il decennio successivo. Una classe operaia invecchiata, con un'età media di 45-50 anni, si ritrovò alla mercé delle angherie e dei ricatti della gerarchia aziendale, flessibilizzata e sottomessa ad un sistema tecnologico e organizzativo sempre più avvolgente, senza più un'identità collettiva da cui trarre forza e ragioni. Ma, come fece notare Fulvio Perini, in quegli anni segretario generale della Cgil piemontese, non erano stati la macchina ed il mercato a sconfiggere l'operaio: "L'automazione ed il rapporto con mercati turbolenti hanno decisamente influenzato i mutamenti del processo di lavoro, ma ciò non può indurci in errore: non è il mercato a decidere tutto su tutto, non è la macchina (come dice Claudio Napoleoni) che sovrasta e domina capitale e lavoro. Contano i rapporti tra gli uomini, tra le classi".65

La lunga marcia dei cassintegrati

Nell'ottobre del 1980 cominciò l'odissea dell'altra metà dei lavoratori Fiat: i 23.000 cassintegrati. Dalla generale prostrazione per la sconfitta emerse a poco a poco la volontà degli espulsi di rimanere organizzati nel sindacato. Furono inizialmente alcuni delegati Flm e militanti PdUP, in particolare Guarcello e Citriniti, ad avanzare l'idea di costruire un coordinamento sindacale dei cassintegrati e ad impegnarsi in questo senso. La prima idea fu quella di continuare ad agire come delegati nei rispettivi consigli di fabbrica e convocare periodicamente assemblee comuni di lavoratori in produzione ed in cassa integrazione. In questo senso la Flm concordò con la Fiat che almeno due delle assemblee retribuite annuali, sarebbero state comuni. Molto presto però ci si accorse che i lavoratori in cassa integrazione avevano una propria specificità sindacale, come del resto i lavoratori rimasti in Fiat erano più preoccupati della propria situazione interna che non della condizione dei cassintegrati, e fu così che nel 1981 si fecero in tutti gli stabilimenti le assemblee dei cassintegrati e vennero eletti 140 delegati. Giovanni Maiorano ricorda l'inizio del suo impegno nel Coordinamento: " In un primo tempo, alcuni compagni che prima di me avevano fatto parte del Coordinamento "spontaneo" non mi vedevano di buon occhio. Avevano il sospetto che fossi entrato nel Coordinamento non per mia scelta, ma perché mi ci aveva mandato il Pci. Ciò mi dava molto fastidio, ma, resistetti e in poco tempo questi compagni dovettero cambiare idea. Prima dell'elezione dei delegati, benchè dei compagni del Pci in Cig ce ne fossero molti, a dare attività al Coordinamento erano molto pochi. Infatti erano per lo più dell'ex-PdUP (4-5), 2-3 del Pci e un paio della Lcr"66. Ben presto il Coordinamento Flm dei lavoratori Fiat in cassa integrazione assunse un ruolo di primo piano nella vita sindacale torinese. Era un organismo sindacale inedito ed anomalo, composto di militanti che, retribuiti dalla Cig, impegnavano tutto il loro tempo quotidiano nell'attività di organizzazione e tutela dei cassintegrati: "..una struttura sindacale di 15-20 "funzionari" a tempo pieno, che inoltre poteva contare su un'area oscillante tra le 30 e le 60 persone quotidianamente disponibili in caso di necessità"67.  Diversamente dai normali funzionari del sindacato che devono comunque rispondere della propria attività alle organizzazioni di appartenenza e possono esserne condizionati, i militanti del coordinamento erano sostanzialmente privi di condizionamenti materiali, se non per le risorse necessarie all'attività, e tendevano a rapportarsi alle altre strutture del sindacato come organizzazione indipendente.
Nei sette anni di cassa integrazione, i cassintegrati Fiat fecero di tutto per non farsi dimenticare, in primo luogo da Agnelli e Romiti ma anche dalla città, dal governo e dal proprio sindacato e, per sottolineare questa funzione di pungolo, il Coordinamento titolò il proprio giornalino sindacale "La spina nel fianco". Le forme di lotta organizzate dal Coordinamento furono piuttosto inedite rispetto alla tradizione sindacale. Ecco come  Fausto Cristofari sintetizza così le mille iniziative dei cassintegrati: "..non potendo usare l'arma dello sciopero si tentava di colpire l'immagine, falsa, offerta dalla Fiat. Per la verità siamo stati tra i pochi (o gli unici?) a farlo, proprio nel centro dell'impero, a Torino. Ogni Natale eravamo in via Garibaldi con l'Agnellone [ un pupazzo animato in gomma piuma raffigurante Gianni Agnelli  alto circa 4 metri - nda] a volantinare. Al Salone dell'auto offrivamo ai bambini palloncini con su scritto "lavoro". A corso Marconi abbiamo organizzato una manifestazione di rumori, armati di bidoni, sirene ecc…Abbiamo cercato di utilizzare radio, tv, giornali"68. Per fornire un'idea approssimativa dell'attività dei cassintegrati si possono aggiungere: decine e decine di assemblee, presidi, cortei, convegni, appelli, petizioni, incontri, occupazioni simboliche (stazioni ferroviarie, Mole Antonelliana, sedi INPS, Ufficio Imposte, sedi di partito), centinaia di migliaia di volantini distribuiti, iniziative con disoccupati, studenti, cassintegrati di altre fabbriche, trasmissioni autogestite su radio e televisioni locali, presenze in programmi televisivi nazionali, lavori di utilità pubblica autogestiti, spettacoli teatrali, azioni legali, costituzione di cooperative e altro ancora. La sede del Coordinamento, presso la Quinta Lega Flm, era ogni giorno frequentata da decine di lavoratori in cassa integrazione che chiedevano informazioni, consigli, assistenza sindacale. Soprattutto grazie al ruolo riconosciuto e apprezzato del Coordinamento l'adesione dei cassintegrati al sindacato rimase sempre molto alta, non meno del 60%.

I rapporti tra il Coordinamento e la Flm precipitarono nel estate del 1983, quanto, in base all'accordo sottoscritto nell'ottobre 1980 e alle assicurazioni dei segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil, tutti coloro che erano rimasti in cassa integrazione sarebbero dovuti rientrare al lavoro. Alla vigilia della scadenza dell'accordo la situazione era la seguente: ai 22.523 lavoratori posti in cassa integrazione nell'80 se ne erano aggiunti 3.350 dopo la chiusura del Lingotto nel luglio 1981 e 1.970 nel febbraio 1982 con la chiusura della Materferro e una nuova riduzione di organici a Rivalta e Verrone; sul totale complessivo di circa 28.000 lavoratori posti in cassa integrazione, una parte si era licenziata accettando le incentivazioni dell'azienda; la Fiat non aveva richiamato al lavoro le 2000 persone per le quali si era impegnata nell'accordo aziendale dell'81; al primo luglio restavano in cassa integrazione a zero ore ancora 15.500 lavoratori.

Di nuovo abbandonati e traditi?

Alla scadenza dell'accordo, su indicazione della Flm, i cassintegrati varcarono i cancelli e parteciparono alle assemblee che si tennero nei piazzali degli stabilimenti, ma nei giorni successivi ricevettero l'immancabile lettera della Fiat che in linguaggio burocratico comunicava loro la continuazione della cassa integrazione. Nei mesi successivi il Coordinamento tentò in tutti i modi di influire sulla trattativa che proseguiva tra Fiat e Flm e mobilitò in forze i cassintegrati per vincolare i dirigenti della Flm ad un nuovo accordo che prospettasse una soluzione di lavoro, anche graduale, per tutti i cassintegrati. Per costruire una prospettiva credibile secondo il Coordinamento occorreva che la Fiat fosse disponibile a discutere di strumenti che avrebbero garantito una certezza di rientro. In particolare: riduzioni d'orario, contratti di solidarietà, diverse distribuzioni della cassa integrazione, blocco degli straordinari. Una linea questa, assunta inizialmente da tutta la Flm ma rapidamente abbandonata di fronte all'indisponibilità della Fiat. Quando il Coordinamento si rese conto che i dirigenti della Flm stavano trattando in una direzione diversa da quella definita con i lavoratori, ritirò la propria delegazione dalla trattativa e nei giorni successivi, con i cassintegrati che presidiavano la palazzina dell'Unione Industriale, cercò in vario modo di interrompere il negoziato. Con un blitz fu sistemato sulla facciata della palazzina uno striscione con su scritto: "Questa trattativa si svolge contro la volontà dei lavoratori", ma i dirigenti sindacali continuarono a trattare. Furono recuperati una decina di grandi bidoni da olio lubrificante, acquistati petardi e trombe da segnalazione nautica e per due giorni consecutivamente sotto le finestre  della sala nella quale si stava trattando si produsse il più grande frastuono della storia sindacale torinese, ma i dirigenti sindacali continuarono a trattare. Al massimo dell'esasperazione i cassintegrati fecero irruzione nella palazzina e, prendendosi un po' di manganellate dai carabinieri, convinsero rappresentanti della Fiat e dell'Flm ad uscire, ma i dirigenti sindacali, nella notte, continuarono a trattare, fino a quando raggiunsero l'accordo. In pratica il nuovo accordo scambiava l'impegno dalla Fiat al rientro di tutti al primo luglio 1983, con una certezza di rientri scaglionati per circa 4000 lavoratori, lasciando i restanti 11.000 in cassa integrazione senza prospettive certe. Di nuovo tra i militanti operai della Fiat comparvero la sensazione di esser stati traditi e la voglia di abbandonare l'impegno, ma poi ancora una volta prevalse il senso di responsabilità verso le 11.000 persone rimaste in cassa integrazione. Il Coordinamento pretese che l'accordo fosse sottoposto al voto dei lavoratori: il 15 ottobre 1983 al Palazzetto dello Sport 2500 cassintegrati bocciarono, con un solo voto favorevole, l'accordo sindacale. Allora la Flm decise che l'accordo doveva essere votato anche dai lavoratori Fiat in produzione. I rappresentanti del Coordinamento si presentarono in tutte le assemblee degli stabilimenti torinesi e chiesero ai loro compagni in produzione di astenersi o votare contro ed  il risultato fu che la maggioranza respinse l'accordo. Allora la Flm disse che sull'accordo dovevano votare anche gli stabilimenti del Sud e dal Sud, nei mesi successivi affluirono a Torino dati che riportavano valanghe di voti favorevoli. Finalmente l'accordo era stato approvato! Quello che era successo lo chiarisce con molta franchezza Marco Giatti: "Io, di nuovo, l'accordo dell'83 non l'ho firmato, pur essendo responsabile Fiat; ha firmato Damiano. Nell'83 falsificammo i risultati del referendum che fu fatto per sapere se si approvava o meno l'accordo. Noi abbiamo falsificato i risultati; sono anche in grado si dire come, visto che li ho falsificati anch'io. In sostanza, alla fine viene fuori che la maggioranza era d'accordo e approvava; in realtà non è vero. Se non avessimo falsificato i dati, quell'accordo sarebbe stato respinto e dai cassintegrati e dai lavoratori dentro"69. Come per l'80, anche in questa vicenda alcuni dirigenti sindacali rimproverano i delegati ed i lavoratori di non aver compreso la positività dell'accordo sindacale. Ecco cosa dice Tom Dealessandri in proposito: "Veramente non ho mai capito perché il Coordinamento dei cassintegrati si sia rifiutato di ragionare (e far ragionare) sulle conseguenze di un processo di ristrutturazione di quelle dimensioni; e neppure perché ruppe con il sindacato proprio nel momento in cui si stava realizzando un giro di boa. Nel 1983 iniziava infatti, una fase graduale di rientri"70. In realtà questa indisponibilità a "ragionare" era originata dalla ferma volontà del Coordinamento di rappresentare fino in fondo gli interessi dei lavoratori di cui era rappresentante e quello che  portò fedelissimi militanti della Fim e della Fiom a scontrarsi con le proprie organizzazioni non era  la ristrettezza mentale o l'estremismo ideologico, ma la scelta di tutelare i diritti indisponibili dei lavoratori. Alcune volte si possono incontrare sindacalisti o uomini politici che cercano di "far ragionare" coloro che stanno perdendo il lavoro o che non lo hanno da tempo, oppure che sono senza casa o mancano anche delle minime fonti di sussistenza. Per quanto grandi siano la loro retorica e la loro dialettica, non riusciranno mai a convincere le persone che sia accettabile perdere il lavoro, non avere mezzi di sussistenza e non avere una casa.

La Fiat invisibile

In quegli anni la realtà sociale torinese e piemontese fu sconvolta dal fenomeno della cassa integrazione a zero ore di massa, il numero dei cassintegrati in provincia di Torino arrivò nel 1983 a 55.000. Sono molte le ricerche che nel corso degli anni '80 cercarono di cogliere i problemi ed i drammi di migliaia di persone pagate per essere forzatamente inattive ma indagarono anche sulle nuove opportunità e  i nuovi percorsi professionali e di vita che scaturirono dalla cassa integrazione. In generale si può affermare che la condizione della cassa integrazione è stata vissuta in modo molto diverso da persona a persona, in base alle risorse, alle aspettative ed ai convincimenti di ogni lavoratrice e lavoratore in cassa integrazione ma è innegabile nella sua dimensione sociale complessiva sia prevalsa la connotazione negativa e punitiva che la Fiat ha voluto dare alla cassa integrazione.  Per buona parte degli anni '80 presentarsi come "uno dei 23.000" non era un buon biglietto da visita nelle relazioni sociali, si rischiava nel migliore dei casi di essere trattati con sospetto.

Il solito Bonazzi tende a banalizzare le ricerche che hanno messo in risalto la condizione di disagio vissuta da migliaia di cassintegrati e avanza il sospetto che alcuni ricercatori, ad esempio quelli che pubblicarono "L'ombra del lavoro"71, scelsero di proposito solo i "derelitti" per avvalorare le proprie scelte etiche ed ideologiche della cassa integrazione come "sciagura"72. Bonazzi, tutto preso dal suo sforzo teso a dimostrare come la messa in cassa integrazione di decine di migliaia di persone sia stata, in fondo, una benedizione, sorvola come se nulla fosse sulla numerosa pubblicistica che documenta i casi di suicidio di cassintegrati ed il diffondersi di patologie psichiche. Agostino Pirella, nel 1984 responsabile dei servizi psichiatrici della Regione Piemonte rilevava in un convegno: "La nostra esperienza di questi anni comincia anche a cambiare. Ha una patologia diversa. Questa figura del cassintegrato, che è una persona che progressivamente rimane emarginata e contro la quale poi si scatena questa sorta incredibile di persecuzione per cui c'è oggi la tendenza a valorizzare chi è produttivo, chi produce ricchezza, e a colpevolizzare, ad accusare duramente chi è in una condizione di assistito"73. Pirella nello stesso intervento denunciò che in quei primi anni '80 i casi seguiti dai servizi psichiatrici erano aumentati del 200% e che il 60-70% del totale erano soggetti non occupati. L'avvocato torinese Francesco Caterina tra l'ottobre 1980 e l'aprile 1984 aveva censito e documentato 149 casi di suicidio tra cassintegrati della Fiat e delle aziende dell'indotto. Loris Campetti dalle pagine de Il Manifesto denunciò le responsabilità della Fiat: "Quando il lavoro è identità, perderlo equivale a togliere senso alla vita.[..] Chi ringraziare se non la Fiat? Ma siccome non è possibile dimostrare un nesso di causa effetto tra una condizione operaia "speciale" come quella della cassa integrazione - un salario, sia pur ridotto, pagato mensilmente per restare inoperosi fuori della fabbrica - e un suicidio, la Fiat probabilmente non rischierà nulla. Almeno sul piano giudiziario, su quello morale, invece, il discorso è diverso".74 La rivista Psichiatria/Informazione, animata da Delia Frigessi Castelnuovo ed altri psichiatri democratici, dedicò un numero monografico alla relazione tra disagio psichico e cassa integrazione, che raccoglieva sull'argomento, interviste, studi e ricerche. Roberto Cardaci autore di una delle ricerche scriveva: ".. il cassintegrato non è un occupato (percepisce il salario, ma non produce, non è in fabbrica), non è disoccupato, continua a dipendere dalla Fiat. Questa dipendenza è confermata dalle continue convocazioni […] si tratta di offerte di denaro per incentivare le dimissioni del cassintegrato. […] Il ritornello è sempre lo stesso: si offrono milioni (inizialmente circa sette ora a distanza di 4 anni, 12 o 15) ma anche molto meno purché il lavoratore vada via dalla fabbrica. Cambia la forma del dialogo: ogni cassintegrato, conosciuto perfettamente dall'azienda nel suo comportamento, riceve un trattamento diverso nel colloquio. Gli addetti alle pubbliche relazioni usano il registro della dolcezza o della durezza a seconda del temperamento dei cassintegrati. Ci sono stati alcuni casi di svenimenti da parte di cassintegrati ipersensibili o sofferenti di cuore, che non hanno potuto reggere ai toni provocatori usati"75.

 

La Fiat applicando un punto contenuto negli accordi sindacali, convocava periodicamente i cassintegrati, una volta al mese, ogni quindici giorni, una volta alla settimana a seconda dei casi e offriva soldi per l'autolicenziamento. Nei primi anni le cifre erano di pochi milioni ma salirono progressivamente con il passare degli anni, fino a superare i 100 milioni nei casi di alcuni militanti sindacali. Marco Revelli ha calcolato che in sette anni si licenziarono dalla Fiat più o meno 40.000 lavoratori e, con una media di incentivazione intorno ai 15 milioni a testa, si può stimare  che la Fiat utilizzò allo scopo circa 600 miliardi di lire. Una cifra ragguardevole ma comunque poca cosa se confrontata con i miliardi di finanziamenti e di sgravi ricevuti in quegli anni dallo stato. La Fiat convocava i cassintegrati da uno stabilimento all'altro, minacciava e qualche volta attuava, rientri al lavoro negli stabilimenti più lontani dall'abitazione del lavoratore. Nei colloqui, spesso venivano costruite provocazioni e, quando il cassintegrato perdeva il controllo e reagiva, veniva posto davanti all'alternativa di autolicenziarsi o venire licenziato per giusta causa. Quasi tutte le dimissioni incentivate erano postdatate, vale a dire che nella contrattazione l'azienda offriva al lavoratore un pacchetto di cassa integrazione  più o meno corposo, facendo poi risultare il licenziamento solo dopo alcuni mesi. Per sette anni i cassintegrati ed il loro Coordinamento denunciarono in tutte le sedi i mezzi poco "ortodossi" che la Fiat usava per spingere all'autolicenziamento, ma in molti fecero finta di non vedere e anche nel sindacato si lasciò funzionare quello che risultò alla fine lo strumento più efficace per risolvere il problema dei cassintegrati Fiat.

La cassa integrazione della Fiat, sia sul piano sindacale che su quello della condizione di vita, era  il prototipo dell'incertezza e l'incertezza in molti casi diventò una condizione insopportabile. Ecco il caso concreto di un cassintegrato seguito dalla Maristella  Fantini della Usl 1 di Torino: "La Cig è per lui più ansiogena della disoccupazione, di qui il desiderio di licenziarsi. Disoccupazione come liberazione. Da che cosa? Dal lavaggio del cervello cui viene sottoposto ogni 15 giorni dall'azienda: 'licenziatevi, tanto voi per la Fiat non contate niente', (periodica conferma del rifiuto, rinforzo periodico della convinzione: 'sono uno che non conta'). Inoltre liberazione dalla umiliazione di essere come mendicanti in attesa."76. Non è strano, o quantomeno poco professionale, che coloro che  si sono impegnati in questi ultimi tempi a ricostruire la storia della Fiat, ad esempio Bonazzi, Gianotti e Castronovo, non facciano alcun accenno alle drammatiche conseguenze sociali delle scelte dell'azienda? Ma forse hanno la convinzione che sia sconveniente evocare  suicidi e sofferenze nelle celebrazioni del centenario della Fiat.

Cambiare la linea del sindacato

Dopo la firma dell'accordo dell'83 al Coordinamento non rimase altra strada che il ricorso alla magistratura, senza l'illusione di risolvere per via legale il problema del rientro in fabbrica per migliaia di lavoratori ma con la ferma convinzione di usare tutti gli strumenti che avrebbero messo in difficoltà la Fiat. Fu così che, anche grazie ad un parziale appoggio della Cgil piemontese, si costituì un collegio di sette avvocati, in parte indipendenti in parte collaboratori del sindacato, che promosse 11 ricorsi legali pilota per un totale di 110 lavoratori. Le vertenze dei cassintegrati diventarono anche un'occasione per alleggerire il peso della Fiat sulla Pretura del lavoro, infatti i giudici torinesi, uno dopo l'altro, condannarono la Fiat e ordinarono il reintegro dei cassaintegrati. Naturalmente i ricorrenti si presentarono ai cancelli degli stabilimenti con la sentenza favorevole in mano ma immancabilmente la Fiat li tenne fuori e fece appello al Tribunale. Le sentenze di secondo grado furono invece complessivamente favorevoli all'azienda, ma i giudici riconobbero ai lavoratori il diritto di pretendere l'intera retribuzione per il periodo compreso tra la scadenza del primo accordo, il 30 giungo 83, e la firma di quello successivo. Questa piccola cosa fu l'occasione per organizzare alcune migliaia di vertenze ed ottenere dalla Fiat la restituzione di 500.000 lire per ogni lavoratore. Un'attività che permise al Coordinamento di rafforzare il rapporto con i cassintegrati, aumentare le adesioni al sindacato e con le sottoscrizioni dei lavoratori, costituire un proprio fondo indipendente per sostenere le proprie iniziative, anche quando queste non fossero sostenute e finanziate dalle  organizzazioni sindacali. Il Coordinamento segnalò in tutte le sedi possibili, presidenze INPS regionali e nazionali, Procura della Repubblica, ecc.., che se la magistratura riconosceva con le proprie sentenze il diritto dei lavoratori alla piena retribuzione, considerando quindi illegale la cassa integrazione per tre mesi, la Fiat avrebbe dovuto restituire all'INPS circa 40 miliardi di lire, ma tutti fecero finta di niente.

I delegati del Coordinamento non limitarono le loro azioni ai temi del rientro in fabbrica o dell'occupazione, scelsero di intervenire a tutto campo sull'insieme dei problemi sindacali dai rinnovi contrattuali, ai congressi della Cgil e della Cisl, alle vicende della scala mobile. A questo proposito Tom Dealessandri ricorda che "..il Coordinamento si lascia in quegli anni poco alla volta trascinare nel dibattito più generale, per cui il Coordinamento diventa il luogo dove si prendono posizioni su tutto, su un qualsiasi problema succeda a Torino, nel sindacato, nel mondo, coè diventa un'altra entità, un altro sindacato"77. L'interpretazione di Tom Dealessandri, per altro comune a molti altri sindacalisti della Flm, sembra accreditare l'immagine di un Coordinamento che trascura i compiti della propria rappresentanza per occuparsi di altro. In realtà nel Coordinamento maturò la convinzione, anche tra i delegati più moderati, che per battersi con efficacia contro la Fiat ed ottenere il rientro al lavoro di 10.000 persone occorreva cambiare radicalmente il sindacato e la sua linea rivendicativa. Quando nel giorno di San Valentino del 1984 il governo Craxi, con il consenso della Cisl, della Uil e della componente socialista della Cgil ed in aperta rottura con la maggioranza della Cgil, apportò alcune modifiche peggiorative al meccanismo automatico di recupero dei salari, il Coordinamento decise di impegnarsi nella costruzione del cosiddetto movimento dei consigli di fabbrica "autoconvocati". Prese contatto con altri consigli di fabbrica torinesi, Aeritalia, Iveco, Michelin, Italgas e si impegnò nella realizzazione delle mobilitazioni, degli scioperi, delle assemblee autogestite dai delegati. In quei primi mesi del 1984 il Coordinamento divenne un punto di riferimento nello sviluppo del movimento anche a livello nazionale, infatti, anche grazie al sostegno della Cgil piemontese, si tennero a Torino la seconda assemblea nazionale dei consigli e l'assemblea nazionale per l'occupazione. Successivamente, anche per scelta della Cgil nazionale, il movimento perse di forza e si  esaurì, deludendo in questo modo le aspettative dei delegati dei cassintegrati che avevano lavorato per innescare, attraverso i consigli, un processo di rifondazione dal basso del movimento sindacale. Ecco il bilancio che trae Guarcello: "Gli autoconvocati, tuttavia, pur avendo espresso un forte movimento insieme alla Cgil, non riescono a vivere di vita propria. L'idea, sostenuta da noi soprattutto, partendo dalla nostra esperienza, di porre le basi per creare una struttura stabile, non riscuote molto successo"78.Le vicende della scala mobile portarono ad una forte crisi dei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil ed  ebbero come conseguenza la rottura del patto unitario tra le confederazioni e la cancellazione dei sindacati unitari di categoria, prima fra tutti la Flm. Forse il Coordinamento fu la sola struttura sindacale che a livello nazionale continuò per anni a firmarsi con la sigla Flm, nonostante le ripetute diffide di alcune organizzazioni sindacali.

Nella primavera del 1986 si riaprì il confronto con la Fiat per un nuovo accordo riguardante i cassintegrati. I segretari della Fim, Fiom e Uilm come nei casi precedenti, ignorando il punto di vista del Coordinamento e delle assemblee dei  cassintegrati, dichiararono la loro disponibilità ad un accordo che in cambio di sabati lavorativi e obbligo al turno notturno per le donne, prevedeva il rientro immediato di una parte di lavoratori, oltre all'immancabile nuovo slittamento della data del rientro per tutti gli altri. Per protesta, accampati in una stanza della V Lega, tre esponenti del Coordinamento, Futino, Maiorano e Cristofari, iniziarono uno sciopero della fame. Ma i dirigenti sindacali continuarono a trattare e dopo tre giorni firmarono il nuovo accordo. L'accordo del 19 marzo 1986, il quarto dall'ottobre del 1980, prevedeva la proroga della cassa integrazione fino al 1989, 2000 rientri nel mese di luglio, 1.300 collocazioni nel settore pubblico (grazie ad una legge, la 444 del 1985, praticamente inventata solo per la Fiat) e, per i rimanenti 3500 cassintegrati, dopo appositi corsi di "rieducazione", il rientro a scaglioni entro il 1987.

La soluzione finale

L'accordo dell'86 specificò quanto previsto già in quello dell'83 e cioè la costituzione di unità produttive espressamente dedicate al rientro dei cassintegrati, in particolare quelli che, essendo invalidi ed inidonei, avevano una ridotta capacità lavorativa. Dal 1985 con l'attivazione dello stabilimento di Robassomero, la Fiat recuperò nella zona industriale intorno a Torino fatiscenti capannoni nei quali trasferì alcune produzioni di Mirafiori e Rivalta e li riempì di cassintegrati. Nel corso del 1986 ne verranno aperti 6 e prenderanno la denominazione ufficiale di  UPA (Unità di Produzione Accessoristica): Robassomero, Airasca, Orbassano, Bruino, Mirafiori via Biscaretti, Teksid via Nole. Identica cosa  avvenne a livello nazionale ed anche per gli stabilimenti Alfa Romeo acquisiti dalla Fiat: Capannone Aquino a Cassino, le UPA di Casalnuovo e Cassandrino vicino a Pomigliano d'Arco e i reparti confino di Mazzo e …. Nel milanese.

La fotografia dei deportati nelle UPA è chiara: "Il 60% di essi ha un'anzianità di servizio superiore ai 20 anni ed un'età superiore ai 45. Gli invalidi e gli inidonei sono quasi la maggioranza (il 25% era stato assunto con la legge 482, quella che regolamentava le assunzioni obbligatorie di invalidi e portatori di handicap nella grande industria). Moltissimi sono coloro che hanno riportato delle menomazioni alle proprie capacità lavorative durante il lavoro in Fiat. Oltre il 50% dei lavoratori destinati alle Upa sono ancora iscritti al sindacato e la quasi totalità lo è stata negli anni precedenti; uno su cinque è iscritto a partiti politici, quasi tutti di sinistra". 79 Dei 520 delegati messi in cassa integrazione nel 1980 e negli anni successivi, buona parte erano andati in pensione o si erano licenziati o erano stati chiamati nel pubblico impiego, solo una decina rientrò a Mirafiori e Rivalta, i rimanenti, circa 50, furono relegati nelle UPA. L'esempio più scandaloso di discriminazione si verificò alla Teksid di via Nole, dove su un organico di 30 lavoratori, 7 erano delegati. Giovanni Maiorano così racconta il suo rientro in via None : "l'officina che è di 12 metri per 32 è poco riscaldata, e stare tutto il giorno seduti, soprattutto per gente che ha delle invalidità, non è bello. Vedo che alle finestre hanno aggiunto dei nylon per impedire gli spifferi, e alcuni vetri rotti sono stati sostituiti con del cartone". Maiorano è tornitore specializzato e al suo rientro gli fanno trovare un tornio :" la macchina è troppo vecchia, manca il banco, mancano tutti gli utensili e di lavoro non c'è traccia. Comunque inserisco corrente sia alla macchina che alla lampada, verifico che la corrente arriva, ma quando cerco di far girare il mandrino la macchina non funziona […] questo tornio ha fatto la guerra del 15/18, questo tornio non girerà mai". Dopo qualche giorno finalmente il tornio sarà messo in funzione : " il giovedì il caporeparto mi comunica che è arrivato un po' di lavoro, ci sono cassette piene di bulloni. C'è anche un piccolo disegno mezzo strappato con uno schizzo fatto a mano. Devo tranciare tutto il filetto, sfaccettarli e fare uno smusso, ci sono anche segnate delle tolleranze da rispettare. Mi chiedo subito a cosa possono servire dei bulloni senza filettatura, questo fatto lo commento con il caporeparto. Lui mi risponde che è una campionatura. Ma come? Una campionatura di 300 bulloni? […] Questa settimana è finita. Sono stati cinque giorni molto brutti. Forse più brutti di come si possa immaginare. E si è messo pure a nevicare. Alla sera alle 23, mentre rientro a casa e mi trovo fermo con la macchina in mezzo alla neve, penso a tante cose. Mi viene in mente che se la settimana successiva sarebbe stata uguale alla prima, avrei deciso di incatenarmi al tornio e stare lì finché non avessero deciso di mettermi in condizione di lavorare "80.
Nel capannone di via Biscaretti 33 a Mirafiori sono invece concentrati gli invalidi più gravi. La situazione in questo lager è descritta da Gad Lerner nel suo libro 'Operai' : " Zoppi e focomelici, mutilati e cerebrolesi, infartuati e poliomielitici, con toraci sovradimensionati su gambe scheletriche, s'avviano lungo il marciapiede a prestare la propria opera in Fiat.[…] Si tratta di un reparto che fino al 1980 svolgeva lavorazioni chimiche, i bagni galvanici necessari alla lastratura. Poi è stato abbandonato fino al settembre 86. Conserva i vecchi tubi e vecchi aspiratori, ma i vetri sono tutti ancora rotti e d'inverno riscaldare è un problema. Tantopiù che lo percorrono giorno e notte , avvelenando l'aria, dieci carrelli a nafta di quelli che non si usano più in nessun'altra zona della fabbrica. Non proprio l'ideale per la nutrita pattuglia dei broncopatici qui radunati. Un sordo lavora lungo i corridoi, e allora bisogna toccarlo perché si sposti al passaggio dei carrelli. Giorgio Vigliero, tre operazioni al cervello, proprio non sopporta il rumore, si mette a gridare, da i numeri, lo lasciano vagabondare senza sosta e rifugiarsi nelle stanzette laterali. […] E ancora c'è Giuseppe De Maria, eletto delegato della Uilm quando lavorava al Lingotto, che dopo l'infarto è stato messo lì a infilare le rondelle sui bulloni, per poi appoggiarli uno accanto all'altro sul fondo delle cassette magnetiche. De Maria sa bene di fare un mestiere assurdo: quando le cassette già non si rovesciano durante il trasporto in camion, sono gli stessi operai delle Carrozzerie che ne mescolano il contenuto tirando su bulloni a manciate per fare più in fretta"81. I delegati confinati in via Biscaretti  cercarono inutilmente di risolvere almeno qualche disagio : " Un'altra grossa difficoltà era rappresentata dalle persone che avevano particolari problemi di movimento, almeno una decina. Questi non solo avevano difficoltà nel raggiungere la pendola, una delle quali posta a molta distanza dall'ingresso, ma in alcuni casi non erano in grado di salire le scale che portavano alla mensa e agli spogliatoi. Tale situazione costringeva alcuni lavoratori a consumare il proprio pasto tra i luridi cassoni dell'officina. Più volte Riccardi ed io richiedemmo che venisse loro permesso di utilizzare il montacarichi della mensa, ma anche in questo caso, per sadica stoltezza, ci fu risposto che non era possibile. Non eravamo in grado di risolvere nemmeno i più piccoli problemi, ad esempio quello di collocare una luce all'ingresso del capannone, il marciapiede era disseminato di buche, una trappola per le molte persone con stampelle. Per più di un anno dall'apertura del reparto ci fu negata un'infermeria. Per le persone che ogni giorno avevano necessità di questo servizio, dalla iniezione di insulina al pronto soccorso, la soluzione era rappresentata dal caposquadra che con un auto accompagnava i casi meno preoccupanti all'infermeria delle Presse, a qualche chilometro di distanza, oppure dall'arrivo dell'ambulanza nei casi più gravi. Dopo un anno di richieste a livello sindacale aprirono l'infermeria, facendola funzionare per solo due giorni alla settimana; occorreva sentirsi male o infortunarsi nei giorni e negli orari stabiliti. I servizi igienici, del tipo alla turca, rappresentavano un ostacolo enorme per alcuni lavoratori che non erano in grado di chinarsi e di mantenersi in equilibrio; la Fiat non si è mai preoccupata minimamente che venissero negate le esigenze fisiologiche elementari a dei lavoratori invalidi"82. Dopo il rientro di tutti i cassintegrati, la Fiat fece leva sulle condizioni inumane dei reparti confino, amplificate da uno stillicidio  di provvedimenti disciplinari, per convincere altre centinaia di persone ad autolicenziarsi e quelli che resistettero ebbero la sorte, qualche anno più tardi, di essere venduti dalla Fiat ad altre aziende insieme a capannoni e macchinari. Forse con la cessione degli stabilimenti, nel giugno del 1990, si può dire che la Fiat chiuse definitivamente la partita  iniziata venti anni prima con quella classe operaia generosa e ribelle nata nelle lotte del 1969 e, con un accanimento inusitato, riuscì a disperdere anche le ceneri di quella che forse era stata l'eresia sociale più significativa della seconda metà del secolo in Europa.

 

In tutti gli anni della cassa integrazione i delegati del Coordinamento, nell'ambiente sindacale, venivano ironicamente definiti gli "ultimi giapponesi", cioè paragonati a quei soldati nipponici dimenticati sulle isolette del Pacifico che, ignorando la fine del conflitto, credettero per lungo tempo di essere ancora in guerra. In realtà se di tutti gli espulsi poterono rientrare in Fiat diverse migliaia di persone, questo non avvenne grazie alle promesse dei segretari confederali ma soprattutto per merito della volontà  irriducibile dei delegati del Coordinamento che non si rassegnarono mai alla sconfitta. Così Fulvio Perini sintetizza gli atteggiamenti che dopo l'80 separarono il movimento sindacale torinese:" In effetti l'operazione culturale compiuta dalla Fiat ci ha divisi. Prendo a prestito per rappresentare questa divisione la metafora del film 'Il ponte sul fiume Kwai' : da un lato il colonnello che bada solo al prodotto, a costruire un buon ponte e non importa se ci passerà sopra il nemico, dall'altra i guastatori "83. In effetti i militanti del Coordinamento erano inorriditi dal fatto che nel sindacato si continuassero a costruire ponti per far passare le truppe nemiche e usarono tutti i mezzi per far prevalere la ragione dei lavoratori. Marco Revelli per descrivere con una provocazione positiva l'essenza della vicenda dei cassintegrati ha definito quei delegati dei "residui", gli ultimi residui dell'esperienza operaia degli anni '70 : " E tuttavia non è scontato che il 'residuo' sia, di per se stesso, inerte scoria di un passato muto: che in esso si concentri  per definizione l'inattuale, l'irreale, il non-vero. Per Vilfredo Pareto, ad esempio - che sulle bizzarrie del sociale e sulla intrinseca 'non-logicità' dell'agire umano ha fondato la sua sociologia generale - i 'residui' rappresentano esattamente l'opposto : il nucleo di verità sostanziale che sopravvive una volta disperso il fumo delle 'derivazioni' ; la motivazione autentica che rimane - che 'residua' appunto - dopo aver sgombrato il campo delle razionalizzazioni a posteriori che gli uomini elaborano per darsi una motivazione accettabile del proprio agire"84.

1 Volantino della Lrc, 12 ottobre 1980, in Con Marx alle porte, op. cit. p. 206 e 207

2 Raffaello Renzacci, in Notiziario di DP, 16 novembre 1990

3 Bastanza Battista, in L'altra faccia della Fiat, op. cit. p 78

4 Raffaello Renzacci, in Notiziario di DP.

5 Galli - Pertegato, op. cit., p.170

6I cassintegrati Fiat, op. cit., p. 147

7 Pansa - Romiti, op. cit., p. 135

8 Bonazzi, in Annibaldi - Berta, op. cit., p. 113

9 Revelli, op. cit., pp. 97 e 98

10 Pansa - Romiti, op. cit., pp. 127 e 128

11 Citato in Perotti - Revelli, op. cit. p 108

12 Perotti - Revelli, op. cit. p.112

13 L'Unità, 16 ottobre 1980

14 Epifanio Guarcello in Laboratorio Piemonte N°0, p.21

15 Il Manifesto, 16 ottobre 1980.

16 Perotti - Revelli, op. cit., p. 116

17 Ivi, p. 118

18 Ivi, p.116

19 Ibidem

20 Il testo della mozione è riportato in Marx alle porte, op. cit., p.213

21 Pio Galli, op. cit., p.198

22 Assemblea di presentazione del libro "L'altra della Fiat", 20 ottobre 1990, trascrizione dattiloscritta da registrazione magnetica.

23 Luciano Lama, Intervista sul mio partito, a cura di Gianpaolo Pansa, Laterza, Roma-Bari,  pp 101 e 102

24 L'Unità, 16 ottobre 1980.

25 Perotti-Revelli, op. cit. p120

26 Epifanio Guarcello, in Laboratorio Piemonte N° 0

27 Pio Galli, op. cit. pp.198 e 199

28 I risultati ,  per ogni stabilimento, sono riportati in: Con Marx alle porte e Laboratorio Piemonte N° 0

29 Valerio Castronovo, Fiat 1899-1999, Rizzoli, Milano, 1999, p. 1530

30 Intervento su La Repubblica del 28 ottobre 1980, citato in Valerio Castronovo, op. cit. pp.1533 e1534

31 Gianotti, op. cit., p.270

32 In Bonaventura Alfano, Mirafiori e dintorni, Ediesse, Roma 1997, p.17

33 Aris Accornero, La parabola del sindacato, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 65

34 Ivi, p. 67

35 Ivi, p. 97

36 Ivi, p. 141

37 Ivi, p. 142

38 Ivi, p. 143

39 Ivi, p. 146

40 Pansa-Romiti, op. cit., pp. 139 e140

41 Ivi, p. 153

42 Ivi, pp. 120 e 121

43 Gianotti, op. cit., p. 254

44 Castronovo, op. cit.,  p. 1522

45 Bonazzi, op. cit. p.114

46 Testimonianza resa all'autore

47 Marco Revelli, in Quaderni Fiat N° 1, op. cit. p.90

48 Ivi, p. 92

49 Ivi, p. 91, Relazione interna Fiat del marzo 1983, citata da Revelli

"  Ivi, p. 91

50 Dealessandri-Magnabosco, op. cit., p. 175

51 Quaderni Fiat N° 1, p. 92 citata da Revelli

52I cassintegrati Fiat, op. cit., p. 216

53 Ivi, p. 179

54 Ivi, p. 203

55 Ivi, p. 202

56 Assemblea di presentazione del libro "L'altra della Fiat", 20 ottobre 1990, trascrizionne dattiloscritta da registrazione magnetica.

57 Ibidem

58 Dealessandri-Magnabosco, op. cit., p. 108

59 Documento della V Lega, maggio 1985

60 Dealessandri-Magnabosco, op. cit., p. 108

61 Conferenza Fiom Piemonte, schede per la discussione, Torino,  novembre 1984

62 Relazione di Cesare Damiano, Conferenza sulla Fiat Auto, Cgil e Fiom Piemointe,Torino 15 ottobre 1985

63 Documento "La Fiat è anche questo a Rivalta", materiali per il convegno della Fion Piemonte: L'altra faccia della Fiat", Torino 18 marzo 1987

64 Citata da Montefalchesi e Perotti in Attualità del pensiero e dell'opera di G.A. Maccacaro, Milano, 1988, p. 202

65 Intervento di Fulvio Perini, alla Conferenza sulla Fiat Auto,  Cgil e Fiom Piemonte, Torino 15 ottobre 1985  

66L'altra faccia della Fiat, op. cit ,  p.184

67Ivi,  p.234

68Ivi,  p.150

69I Cassintegrati Fiat, op.cit.,  p.150

70 Dealessandri - Magnabosco, op. cit.,  p.112

71 Filippo Barbano (a cura di), L'ombra del lavoro, Franco Angeli !987 Milano

72 In Annibaldi-Berta, op. cit., p 121

73In Lavoro e non lavoro a cura della Fim-Cisl, atti del convegno del 25 ottobre 1984, p.35

74 Il Manifesto, 19 aprile 1984

75 Psichiatria/informazione, N° 3 1984, p. 59

76 Ivi, p. 47

77I cassintegrati Fiat, op. cit., p. 186

78 Guarcello in L'altra faccia della Fiat, op. cit., p.47

79 Gabriele Polo in Polo-Revelli, Fiat - i relegati di reparto, Erre Emme Edizioni, Roma, 1992

80 Opuscolo ciclostilato a cura del Coordinamento Lavoratori Fiat in cassa integrazione, Racconto di un rappresentante sindacale della Fiom Cgil, gennaio 1987.

81 Gad Lerner, Operai, Feltrinelli, Milano, 1988, pp.43 e 60.

82 Raffaello Renzacci in Ai confini dell'impero Fiat, a cura della Federazione Torinese e della Sezione Fiat Mirafiori del Pci,  Torino, marzo 1989.

83I cassintegrati Fiat, op. cit., p.XIV

84 Polo-Revelli, op. cit., p.10.