Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
Movimento operaioIl sito di Antonio Moscato, ricostruito

I grandi nodi del Novecento › Capitalismo e anticapitalismo › Cento... e uno anni di Fiat

Sabattini introd FIAT

Cento... e uno anni di Fiat · pubblicato il 22 giugno 2009 · 5 min di lettura


Scarica il file originale (DOC, 16 kB)

Versione di lettura convertita dal file originale.

Prefazione

Il libro di  Raffaello Renzacci e Antonio Moscato “Cento anni della Fiat - Lottare alla Fiat” è una puntuale ricostruzione degli avvenimenti sindacali, quelli che una volta venivano chiamati “i cicli delle lotte”. Pur nella difformità delle epoche storiche, anche se parlare di epoche per i 100 anni della Fiat è un po’ ridondante, e tuttavia per noi 100 anni sono più di un epoca storica in quanto rappresentano momenti di vita vissuta che hanno profondamente segnato la società italiana e in prima persona tutti quelli che con questa vicenda hanno avuto a che fare.

Certo, nel quadro che emerge nei vari periodi vi è una costante: lo sforzo inumano fatto da migliaia di persone, di lavoratori, di classe operaia, per affermare la propria identità attraverso le lotte, è sempre stato oscurato dalla Fiat che ha visto l’organizzazione sindacale con ostilità e non l'ha mai veramente accettata se non quando vi era costretta dalla forza delle lotte.

Per conquistare un briciolo di dignità quante lotte sono state necessarie!

E il libro descrive con precisione assoluta questo succedersi di eventi. Sia essa la Fiat dell’epoca giolittiana, la sua trasformazione nel periodo bellico e nel primo periodo post­bellico culminato nell’esperienza dei Consigli di fabbrica di matrice gramsciana che hanno fatto da sfondo alla nascita di un sindacalismo radicale, legato agli ideali della tradizione socialista italiana, conclusosi con l’avvento del fascismo e l’appoggio dato al regime dalla Fiat del senatore fondatore dell'impresa. Ai periodi bellici con i primi imponenti scioperi del ‘43, che segnarono la presa di distanza della classe operaia in maniera decisiva e determinante dal fascismo e da tutte le sue forme di espressione in fabbrica e nella società. Non a caso furono determinanti queste lotte per dare una svolta sociale all’impegno dei partigiani In tutto il nord Italia.

Ma dopo le lotte per la resistenza e primi due anni del dopoguerra, che avevano in sé una imponente dose di idealità, vennero le divisioni sindacali. L’atteggiamento della Fiat ancora mutò nei confronti del sindacato e dei lavoratori. E se Scelba era l’immagine della repressione nel paese, il professor Valletta lo era nella Fiat. Si organizzavano i reparti confino per i militanti sindacali di matrice comunista e socialista, si organizzavano i sindacati gialli, ad esempio il Sida, che aveva la funzione di rompere il fronte di lotta unitario; quindi con l’introduzione della divisione, la maggior debolezza del sindacato e la minor capacità di incidere nei confronti della direzione aziendale. Tutto questo si traduceva in un peggioramento delle condizioni di vita in fabbrica e nella società.

Paradossalmente, il capitalismo, e con lui la Fiat, aveva bisogno di un mercato di massa per vendere l’automobile e quindi fu costretto ad aumentare i salari se voleva vendere le auto ai propri operai e a tutta la società italiana; tuttavia l’organizzazione del lavoro in fabbrica era altamente autoritaria, discriminante e repressiva nei confronti dei lavoratori fino a rendere intollerabili le differenze esistenti tra la fabbrica e la realtà che la circonda.

Solo alla fine degli anni ‘50, inizio anni ‘60, con le prime lotte operaie e il cambiamento politico, dai governi di Scelba e Tambroni, il centro-destra, si passa alle prime aperture verso il centro-sinistra da parte della Fiat, ma non cambia il livello di discriminazione totale nei confronti dei militanti della Fiom-Cgil. Contemporaneamente cambia l’organizzazione del lavoro, ci sono le prime lotte per l’eguaglianza salariale, per il riconoscimento della professionalità, per i diritti in fabbrica e tutto questo sfocia nell’impetuoso movimento del ‘68, ‘69, “l’autunno caldo”.

E qui il libro interpreta correttamente quelle lotte che hanno cambiato la società italiana a partire dalla fabbrica. Ricordare anche qui alcuni di quei momenti è d’obbligo, così come la conquista del pagamento della malattia, delle ferie per gli operai, della mensa, dell'inquadramento unico, 150 ore, e cioè della dignità del lavoratore in fabbrica che ritornava ad essere un cittadino, con diritti e doveri, anche all’interno della fabbrica. Era la Legge 300 “Lo statuto dei diritti del lavoratori” che oggi qualche scellerato, in testa i padroni, vorrebbe cancellare.

La Fiat reagì. Utilizzando la sua disorganizzazione e la ristrutturazione nel mondo automobilistico, favorita da una pressante necessità di innovare la fabbrica a scapito dell'occupazione di massa, riuscì ad organizzare alla fine delle lotte dell''80 la marcia dei quarantamila. Tale movimento fu considerato conclusivo non solo dalla Fiat ma anche dal sindacato confederale. Per questo influì decisamente nelle conclusioni della vertenza. L’ennesimo cambiamento della politica italiana favorì, come sempre, questa conclusione. Era l’avvento di una destra che si spacciava per sinistra, ma che in realtà aveva una funzione di restaurazione all’interno della società. E faceva capolino all'interno della società italiana la globalizzazione. Ancora una volta la Fiat si adeguava o per meglio dire favoriva il cambiamento.

Gli anni seguenti furono di dura resistenza che diventa ripresa del movimento sindacale, dei diritti civili ed il tentativo di ripresentarsi del sindacato alla Fiat con una posizione che cercava di superare quei duri periodi di restaurazione. Ma, mentre cambiava la società, come abbiamo visto, la Fiat ha sempre assecondato ed utilizzato il potere politico per restare dominante nella società italiana. I principi della globalizzazione e del mercato mondiale rischiano di vanificare questi sforzi rendendo insufficiente la strategia dell’assecondamento o della guida delle svolte politiche che Fiat ha gestito in questi 100  anni di vita italiana. Non è più sufficiente blandire o colpire il sindacato ed i lavoratori in Italia. Mettersi in concorrenza con il resto del mondo è un’impresa che sarà molto più ardua.

Non è un caso che nel film celebrativo dei 100 anni della Fiat, realizzato per il centenario dalla stessa Fiat il movimento dei lavoratori ed il sindacato abbiano soltanto lo spazio di 3 minuti; questo spazio è stato utilizzato per dire che erano anni terribili, perché non si riusciva più a controllare nulla in fabbrica, con la conflittualità che sfociò, dice la Fiat nel terrorismo. Tutto ciò fu chiuso finalmente dalla marcia dei quarantamila.

C’è chi continua a pensare in questi termini, rispetto ai lavoratori Fiat, tutti compresi, che, bisogna dire, hanno costruito la ricchezza di quella famiglia e di questo Paese.

La forza del grande gruppo torinese è sempre stata quella di presentare una cultura egemonica, specie in Piemonte, che ha deciso persino ciò che doveva essere ricordato e ciò che andava oscurato. Di un decennio di lotte e di conquiste sociali, civili e politiche rimane la marcia dei quarantamila, mentre tutto il resto è incubo e terrorismo.

La Fiat è sempre vissuta con la complicità necessaria di parte consistente del potere politico, senza il quale non avrebbe un così generale potere sociale ed economico; per questo la globalizzazione è sentita dalla Fiat con tanta paura per il proprio futuro. Le ancore politiche non sono più sufficienti.

il Grande fratello americano e tedesco presenta i suoi conti. E’ possibile che siamo vicino ad una svolta decisiva.

Claudio Sabattini

 

Roma, 14 febbraio 2000