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Cuba a una svolta

Cuba, protagonisti e periodizzazione · pubblicato il 3 ottobre 2009 · 30 min di lettura

Un bilancio delle trasformazioni della società cubana e dello scontro nel gruppo dirigente, tracciato da Janette Habel, collaboratrice de "le Monde diplomatique" e autrice - tra l'altro - di Cuba tra continuità e rottura, pubblicato in Italia dall'editore Roberto Massari. Il saggio è aggiornato fino a settembre 2009.

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Cuba a una svolta - Le scelte di Raúl CASTRO

di Janette Habel*

Singolare la storia cubana. Dopo quattro secoli di predominio coloniale spagnolo, oltre cinquant’anni di repubblica segnati da due dittature, e mezzo secolo di Rivoluzione, l’isola si trova ancora una volta di fronte a una svolta della propria storia. Ridefinire un progetto di sviluppo praticabile nelle mutate condizioni storiche e geopolitiche, garantire la stabilità del paese, organizzare il passaggio del timone dai vecchi quadri storici alle nuove generazioni, intavolare trattative con l’amministrazione di Obama: è questo il compito di Raúl Castro. «Tutto si può trattare, tranne la sovranità», ha dichiarato il nuovo presidente cubano.

Ammettendo pubblicamente che il sistema funziona male, che i salari sono insufficienti, che sono indispensabili «cambiamenti strutturali e concettuali», Raúl Castro ha risvegliato molte speranze. I cambiamenti annunciati procedono, però, con lentezza. «Indipendentemente dai nostri desideri di risolvere tutti i problemi, non possiamo spendere di più di quello che possediamo», ha precisato il nuovo esecutivo, richiamando la gravità della crisi mondiale e deludendo quanti si aspettavano soluzioni più rapide. Una frenata? Cambiamento di marcia, o prudenza? Una decina di ministri sono stati destituiti – tra questi, l’ex capo della diplomazia, Felipe Pérez Roque – ed è stata annunciata la fusione di ministeri in rapporto con la produzione, cercando di rendere più “funzionale” un apparato statale ipercentralizzato e molto burocratizzato. In realtà, si tratta di epurazioni sintomatiche di gravi tensioni politiche al vertice dell’apparato statale.

Come contraddistinguere quello che a Cuba alcuni definiscono il “raulismo”? L’elezione (il 24 febbraio 2008) del fratello minore di Fidel Castro ad opera della Presidenza del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri non equivale a una transizione di sistema. I dirigenti cubani hanno appreso la lezione dell’esperienza sovietica e dell’Europa dell’Est. Dopo mezzo secolo di “fidelismo” e due anni di potere interinale, il fratello di Fidel Castro deve garantire la continuità e la stabilità del regime, promuovendo al contempo riforme ritenute indispensabili. Raúl Castro, con i suoi 78 anni, dispone di un tempo limitato per farlo. Tuttavia, il ritmo dei cambiamenti effettuati rivela un cauto gradualismo, per limitare il costo sociale delle riforme e non aprire un vaso di Pandora dalle conseguenze incalcolabili. La sfida è «uscire dal caos senza cadere nella legge della giungla», sostiene il sociologo cubano Aurelio Alonso. C’è però impazienza nella popolazione.

Perché i cambiamenti annunciati si fanno attendere? Le ragioni sono varie. La prima ha a che fare con l’aggravarsi della situazione economica. La seconda è politica. Occorre adeguare le istituzioni del sistema perché questo persista dopo la scomparsa di Fidel Castro, al potere ormai da cinquant’anni. La terza dipende da una nuova congiuntura: l’emergere di una società civile e di una gioventù assai meno ricettiva nei confronti dei discorsi ufficiali. La quarta è internazionale: come trattare con l’amministrazione Obama, quando l’Avana mantiene rapporti privilegiati con Hugo Chávez? È un’equazione difficile; l’avvicinamento con il presidente Lula potrebbe consentire di riequilibrare le alleanze e facilitare i negoziati con il nuovo presidente nordamericano.

Qual’è la dinamica di riforme?

 

La successione appena avviata inciampa nell’imprevisto coincidere di difficoltà congiunturali (aumento dei prezzi delle materie prime, gravità dei disastri provocati da tre cicloni uno dopo l’altro, conseguenze della crisi economica e finanziaria internazionale, calo del ritmo di sviluppo cubano) e strutturali (forte dipendenza dalle importazioni, bassa produttività, doppia moneta, ipercentralizzazione burocratica). I margini di manovra economici per il successo delle riforme sono ristretti. Stando ad alcuni economisti cubani, la mappa di percorso – vale a dire la strategia - delle riforme è già tracciata. «Il menu è pronto. Resta solo da stabilire una data, almeno per quanto riguarda le misure iniziali», dichiara l’economista Omar Everleny Pérez, vicedirettore del Centro Studi dell’Economia Cubana (Cecec).1 Resta da farlo approvare al prossimo Congresso del Partito comunista cubano Pcc), previsto per l’autunno 2009, e poi metterlo in moto. [alla fine di luglio però Raúl Castro ha annunciato il rinvio del congresso a tempo indeterminato. ndt]
Per ora il governo procede a piccoli passi, anche se sono state già adottate alcune singole misure impopolari di austerità. Si è innalzata l’età della pensione, da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini. Si è riformato il sistema salariale, generalizzandone l’applicazione a partire dal 2009, per cui non esiste più un tetto per i salari nel settore pubblico e questi possono variare a seconda del rendimento e dei risultati. «Per guadagnare di più bisogna produrre di più», si legge nei cartelloni ufficiali. I viaggi all’estero di funzionari e quadri delle imprese si sono ridotti della metà, sono stati soppressi i premi concessi ai lavoratori con maggiore rendimento ed alcune sovvenzioni. Il ministro delle Finanze ha sottolineato di fronte all’Assemblea nazionale2 l’esigenza di modificare «la politica fiscale vigente», annunciando l’eliminazione progressiva di «esenzioni indebite e fortemente sovvenzionate, ben al di sopra delle attuali possibilità del paese» La dinamica che soggiace alle prime misure è contrassegnata da un orientamento di mercato.
Raúl Castro ha ribadito, tra l’altro, la priorità assegnata all’agricoltura. A partire dal 2008 sono state prese una serie di misure volte a stimolare la produzione agricola, nell’intento di ridurre importazioni di generi alimentari sempre più dispendiose. Alcuni prodotti di base dell’alimentazione cubana (riso, fagioli, grano) dipendono, infatti, dalle importazioni. Secondo l’Ufficio nazionale di statistiche, nel 2007 il tasso di sfruttamento dei terreni agricoli era solo del 45%, rispetto al 55% di terreni incolti. La produzione di alcuni generi alimentari sta diminuendo. L’apporto del settore agricolo al ricavo di divise e calato: nel 2007 costituiva il 16% delle esportazioni (di contro all’88% del 1990, quando lo zucchero rappresentava l’80% del totale delle esportazioni).3 Il settore statale, attualmente, è poco produttivo, a differenza del settore privato, che lavora all’incirca un 30% dei terreni coltivati e assicura oltre la metà della produzione nazionale.

Per correggere la situazione, Raúl Caxtro ha annunciato una serie di riforme, allo scopo di stimolare la produzione di beni alimentari, dichiarata dal nuovo esecutivo obiettivo prioritario di «sicurezza nazionale». I terreni incolti sono stati distribuiti in usufrutto a produttori privati (è stato suddiviso nel gennaio 2009 il 7,5% della superficie utile). Il governo sostiene di avere concesso in usufrutto circa 680.000 ettari di terre a maggese). L’usufrutto non è trasferibile, ma è rinnovabile per periodi di 10 anni e tutte le terre interessate saranno sottoposte a tassazione Il prezzo d’acquisto pagato ai contadini è stato aumentato per determinati prodotti. Sono state adottate misure di decentramento. Le 169 delegazioni agricole comunali che sono state istituite hanno il compito di sfruttare tutti i terreni e di migliorare i meccanismi di commercializzazione, particolarmente inefficienti. Sono state smantellate alcune aziende pubbliche, diventate prestatrici di servizi, mentre il personale è stato destinato alla produzione.

La situazione economico-sociale, tuttavia, richiede misure più incisive. A distanza ormai di un ventennio, ancora non si è recuperato il tenore di vita del 1989. Nonostante l’aumento nominale del salario nel 2005, l’economista Carmelo Mesa-Lago valuta che i salari reali (ritoccati in base all’inflazione) continuino, nel 2007, a essere più bassi del 76% rispetto a quelli del 1989.4 Un giudizio confermato da Raúl Castro, che in un suo discorso5 ha ammesso che «i salari sono chiaramente insufficienti a soddisfare i bisogni». Malgrado l’aumento delle pensioni decretato nel 2005, il loro livello medio reale è inferiore del 61% a quello del 1989.6 Alcune famiglie molto povere conoscono la malnutrizione.7 Con la crisi, il sistema sanitario e l’istruzione hanno subito peggioramenti. I quadri, i professionisti particolarmente qualificati, i docenti, in mancanza di adeguate remunerazioni, si dedicano ad altre attività. È stato messo in piedi un sistema accelerato di formazione di docenti per mitigare la carenza di insegnanti, ma le cattive prestazioni del “maestri rampanti” hanno suscitato proteste da parte della popolazione. Quanto alla sanità, il trasferimento di decine di migliaia di medici cubani all’estero, soprattutto in Venezuela, ha provocato la penuria di professionisti del settore e alcuni impianti ospedalieri mancano ormai del personale indispensabile.8
Secondo alcuni economisti cubani, il sistema economico si trova in un vicolo cieco e non riesce a costituire il punto di partenza per lo sviluppo. Pedro Monreal parla di «deragliamento» dell’economia e della «dura realtà di un paese invaso dal marabú [il vocabolo di origine africana, a Cuba indica una pianta strisciante e infestante. ndt]», che esige una «riunificazione economica, sociale e politica».9 Secondo Omar Everleny Pérez occorre «lasciare andar libere tutte le forze produttive, sviluppare il mercato, promuovere gli investimenti stranieri e rilanciare la Pmi [Piccola e media impresa], tra le altre misure in grado di restituire dinamismo a un’economia così improduttiva».10 «C’è bisogno di una profonda trasformazione strutturale, incluse forme di proprietà non statale, non solo in agricoltura, ma anche nel settore manifatturiero e nei servizi».11 La preoccupazione principale è appunto l’economia. È sintomatico che Carlos Lage – ora destituito, ma in precedenza responsabile governativo incaricato di seguire gli sviluppi economici – abbia chiamato in causa la corruzione e l’incompetenza amministrativa, constatando come la ripresa non corrispondesse alla quantità di risorse distribuite. Dato, tuttavia, che le riforme di mercato applicate durante la crisi successiva alla caduta dell’Unione sovietica (il “Periodo speciale”) hanno destabilizzato l’equilibrio sociale precedente, se si tratta di spingersi oltre la prudenza s’impone, tanto più in quanto esistono opinioni diverse sui «cambiamenti strutturali» da realizzare.

Preparare il post-castrismo: istituzionalizzare e stabilizzare il regime

 

La sfida è anche politica. C’è in ballo la funzionalità di un sistema predisposto per operare in un altro contesto storico. Lo scenario della successione è imprevisto. Il passaggio di poteri perfettamente controllati, nel 2006, preparava la popolazione all’assenza di Fidel Castro, gravemente malato. La sua vita era in pericolo. Rinunciando ai propri incarichi (tranne quello di Segretario del Pcc), Fidel Castro sembrava farsi da parte. Tuttavia, malgrado i suoi 83 anni, non solo egli continua ad essere presente, ma sembra migliorare, e “riflette” quasi quotidianamente sulle colonne del Granma e su Internet. A volte, le sue “«Riflessioni» sono lette integralmente in televisione. E non sempre i suoi scritti coincidono con le decisioni prese dal governo di Raúl Castro (come si è potuto vedere a proposito dei messaggi relativi ai rapporti con l’Unione europea o con determinati governi latinoamericani). Questo vuol dire che esistono divergenze tra “raulisti” e “fidelisti”? I dissensi fra i due fratelli non sono evidenti. Sono intuibili stili di lavoro diversi: i “raulisti” dimostrano un maggior pragmatismo e un funzionamento più organizzato nel quadro delle istituzioni vigenti, in particolare l’esercito; nei secondi, è presente un volontarismo che non vacilla di fronte alle difficoltà e che spesso imbocca scorciatoie. Ma al di là di questi tratti, però, è difficile individuare tendenze politiche organizzate in seno all’apparato statale. Il sistema politico a partito unico non è trasparente e non consente l’espressione pubblica delle divergenze, a parte il fatto che il Pcc è molto eterogeneo.

La stampa ufficiale è dominata dal “gergo” della burocrazia e il black out [delle notizie] sarebbe pressoché totale senza Radio Bemba, il sistema di trasmissione voce/orecchio, generalmente bene informata. Il ricercatore cubano Haroldo Dilla12 individua tre settori nell’élite politica.13 In primo luogo, le personalità storiche ancora attive (tra cui Raúl Castro è la figura chiave), generalmente dedite alle attività finanziarie e commerciali, fautrici di una vasta apertura economica e sostenitrici di un rafforzato controllo politico garantito dall’Esercito. Un secondo settore sarebbe, per Dilla, quello composto da politici più giovani, in rapporto con dirigenti economici e con alcuni centri di ricerca, fautori di una maggiore flessibilità politica, e che sarebbero in contatto con dirigenti latinoamericani, in particolare col presidente venezuelano Hugo Chávez. Gli esponenti più rappresentativi sarebbero il vicepresidente ora epurato Carlos Lage, il ministro della Cultura Abel Prieto, ancora in carica, e probabilmente il ministro, anche lui epurato, dei Rapporti con l’estero Felipe Pérez Roque. Infine, un terzo settore, molto conservatore e con una visione politica settaria, accetterebbe riforme, purché siano controllate e si preservino le prerogative della burocrazia del Pcc. Il primo vicepresidente, José Ramón Machado Ventura (78 anni), ne sarebbe la figura preminente. Il settore controlla l’apparato di partito, che comprende varie centinaia di migliaia di funzionari. Si tratta dei pilastri politici dell’amministrazione, la cui sorte è legata al mantenimento di uno Stato molto accentrato, per cui la loro paura è quella di essere destabilizzati da «cambiamenti strutturali» che potrebbero celare obiettivi politici.

Mentre ci si aspettava la promozione di Carlos Lage a numero due, nel 2008, con sorpresa generale, è stato promosso a vicepresidente del Consiglio di Stato Machado Ventura, che quindi, se venisse meno Raúl Castro, ne diventerebbe il successore ufficiale, secondo la Costituzione cubana. La decisione imprevista preannunciava la destituzione di Carlos Lage. L’alleanza tra il vertice della nomenklatura del Pcc e dei militari “storici” costituisce attualmente il nocciolo duro della direzione del paese. Nel quadro del processo di successione in corso, la destituzione di Carlos Lage e di F. Pérez Roque consente a Raúl Castro di rafforzare il proprio potere e di collocare la propria gente. Secondo il suo modo di pensare, il Pcc rappresenta l’avanguardia della Nazione. Naturalmente, essendo partito unico, il Pcc è ben lungi dall’essere omogeneo.

Alla vigilia di importanti avvenimenti, il nuovo presidente intende «lavorare alla messa a punto delle istituzioni», in alleanza con le Far (Forze armate rivoluzionarie), di cui è stato ministro per quasi mezzo secolo. L’Esercito ha acquistato un notevole peso economico. È veicolo di parecchie trasformazioni economiche e incide nel favorire riforme che diano più spazio al mercato e alla disciplina, per rendere competitiva una produzione che non lo è. Gli imprenditori delle Far applicano da tempo «il perfezionamento delle imprese», come si chiama il sistema di gestione applicato nelle aziende cubane, con criteri di mercato per ricercare efficienza e redditività. L’applicazione di meccanismi di organizzazione e di direzione impiegati dalle imprese private che funzionano in un’economia capitalista comporta maggiore autonomia decisionale da parte dei dirigenti, inclusa la facoltà di ridimensionare il personale. Nell’agosto 2007, 797 imprese su un totale di 2.732 (la maggior parte delle imprese sono pubbliche) applicavano le norme di «perfezionamento».14 Esse comportavano la nuova politica salariale nazionale applicata a partire dal secondo semestre del 2008; secondo questa, tutti lavoratori saranno retribuiti in base al rendimento, con un salario di base stabilito a prescindere dalle tabelle salariali nazionali, per cui in una stessa impresa potrebbero coesistere sistemi remunerativi differenziati, una prassi che era precedentemente vietata.

Il nuovo presidente ha posto l’accento sulla regolarità del funzionamento istituzionale, frequentemente alterato dal fratello maggiore. L’abbandono della «battaglia delle idee» (una struttura parallela estremamente costosa messa insieme da Fidel Castro per promuovere i suoi progetti economici e sociali) e la destituzione di un certo numero di “talebani” (soprannome assegnato ai giovani fidi del lider massimo, il cui attivismo provocava spesso il “corto circuito” della legalità amministrativa) confermano la volontà di “collegialità” – e disciplina – sul modello dell’organizzazione dell’Esercito. Per questo aspetto, il “raulismo” si differenzia dal “fidelismo”, senza che questo significhi maggiore preoccupazione per la partecipazione democratica. In ogni caso, il disordine istituzionale alimentato da Fidel Castro era diventato insostenibile.

D’ora in poi, è necessario riformare, riorganizzare, senza destabilizzare: un’operazione difficile, che lascia per ora poco, o nessuno, spazio alle nuove generazioni. Sorprende vedere come né Fidel né Raúl abbiano avuto sufficiente fiducia nella generazione successiva tanto da trasmetterle – sia pure sotto il loro controllo – la responsabilità di governare, pur avendo in carica da tempo alcuni dirigenti sperimentati quarantenni o cinquantenni. Era il caso di Carlos Lage (57 anni) e di F. Pérez Roque (43 anni). Così, con poche rare eccezioni, il potere resta in mano alla vecchia generazione storica,15 che in questo modo afferma la sua volontà di decidere da sola le riforme che decolleranno.

Per la vecchia guardia la situazione non è semplice. Come sostituire il ruolo di arbitro esercitato fino a poco fa da Fidel Castro, lider carismatico «insostituibile» a detta di Raúl, cercando di evitare che le cerchie dirigenti si dividano? Come «costruire il consenso», sapendo che qualsiasi rottura al vertice minaccerebbe il complesso del sistema? Nel credo castrista l’unità è un criterio sacro e la divisione dell’élite il pericolo peggiore. Ma le improvvise destituzioni di alti responsabili effettuate nel marzo 2009 sono un chiaro riflesso delle difficoltà. Come maneggiare le divergenze senza dover ricorrere alla repressione o alla calunnia? I metodi impiegati contro dirigenti politici riconosciuti, accusati di essersi burlati dell’età e delle capacità del nucleo dirigente di fronte a stranieri, tradendo così la fiducia riposta in essi da Fidel e Raúl Castro, ricordano purtroppo i procedimenti abituali nell’ex Urss.

La nota ufficiale che ne comunicava la destituzione è stata seguita da una «riflessione» di Fidel Castro, sotto forma di chiarimento che non solo esprimeva il suo pieno accordo con la decisione, ma denunciava anche – un elemento aggravante – le ambizioni dei suoi vecchi collaboratori, che «li hanno indotti a svolgere un ruolo indegno». Ovviamente, le destituzioni di Carlos Lage (considerato una figura legata ai “riformatori”) e di Felipe Pérez Roque (che guidava la diplomazia dal 1999) sono state interpretate come segnale di una coalizione attorno agli uomini legati a Raúl Castro, a scapito di quelli più vicini al “lider massimo”. Come spiegare altrimenti la presa di distanza accusatoria di Fidel Castro verso i suoi ex subordinati, a rischio di essere smentito? Carlos Lage è un uomo noto per la sua integrità, mai messa in dubbio in precedenza. E quando Felipe Pérez Roque ha lasciato il ministero dei Rapporti con l’estero lo hanno salutato con applausi.

Si sono manifestati pubblicamente dubbi, interrogativi e critiche, provenienti da personalità vicine al regime, che hanno contestato le accuse ufficiali.16 È avvenuto quando si è verificato un nuovo incidente, con l’arresto di un uomo d’affari amico di Carlos Lage. Accusato di essere un agente spagnolo, Hernandez era stato intercettato all’aeroporto dell’Avana. Sarebbero state le sue conversazioni con Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, ascoltate e registrate a loro insaputa, ad avere provocato le denunce. A Cuba sono stati presentati ai dirigenti politici e militari del paese video che ne riproducevano le frasi che mettevano in discussione l’età di Fidel Castro e le capacità del fratello.17
Le frasi irrispettose sulla vecchia generazione che non si decide a cedere il posto nascondono dissensi più politici? Non lo si può escludere. In questo quadro, quale è il vero ruolo di Fidel Castro? Quale funzione ha oggi? «Ho ridotto le “Riflessioni” che avevo in progetto per quest’anno per non dare fastidio ai compagni del Partito e dello Stato nelle decisioni che devono prendere» di fronte alla crisi mondiale, aveva scritto l’ex presidente cubano in una dichiarazione pubblicata nel sito Internet ufficiale Cubadebate. Come minimo, va detto che l’impegno non è stato mantenuto.18 Contrariamente a quanto dichiarato, Fidel Castro non si è fatto da parte. Non ha più responsabilità ufficiali, ma la sua autorevolezza non dipende dai titoli e le sue «riflessioni» continuano a pesare nelle decisioni politiche. Lo si è potuto vedere quando, dopo la visita della presidente cilena Michelle Bachelet all’Avana, ha quasi provocato un incidente diplomatico richiamando un contenzioso storico quale il bisogno di uno sbocco al mare della Bolivia. Lider carismatico, Fidel Castro fungeva da arbitro e decideva, indipendentemente dal fatto che il suo carisma, con l’andare del tempo, fosse diventato “routine” (Max Weber). Oggi, la malattia gli impedisce di occupare la scena in primo piano, ma non per questo è meno attivo.
Il problema che si pongono molti cubani è se le epurazioni si devono a una preoccupazione crescente di fronte ai cambiamenti della politica nordamericana verso Cuba, o se preannunciano una serie di decisioni impopolari, in momenti in cui le difficoltà economiche e sociali provocano pessimismo e un malessere allarmante nell’opinione pubblica. «Ormai corriamo contro il tempo, la parete o l’abisso», scrive l’ex diplomatico Pedro Campos.19
L’ipotesi secondo cui i due fratelli Castro sosterrebbero scelte politiche differenti (con Fidel Castro che, diffidando del nuovo presidente nordamericano, sosterrebbe il mantenimento di rapporti privilegiati con Hugo Chávez, e Raúl Castro, invece, che preferirebbe avvicinarsi al presidente Lula, nella prospettiva di una grossa trattativa col l’amministrazione di Obama) è credibile.20 Carlos Lage e F. Pérez Roque avevano contatti frequenti con il presidente venezuelano. Anziché appoggiarsi soprattutto su un fronte latinoamericano costruito attorno a Hugo Chávez, Raúl Castro conta sul presidente brasiliano per diversificare le alleanze, limitare la dipendenza cubana dall’influenza venezuelana e agevolare i negoziati con Washington. La debole delegazione cubana inviata al Foro sociale di Belén (Brasile) nel gennaio 2009 testimonia le priorità del presidente cubano, anche se erano presenti i presidenti di Equador, Bolivia, Paraguay, Venezuela e Brasile. C’è da chiedersi, tuttavia: non si tratta di una divisione dei compiti? i due fratelli non stanno facendo il doppio gioco? Di fatto, nell’immediato, niente può sostituire l’interscambio privilegiato con Chávez,

Una società civile emergente

 

Oltre al contesto politico, una terza ragione rende più rischiosa la realizzazione delle riforme. A partire dagli anni ’90, è emersa una società civile. Con la malattia di Fidel Castro, questa embrionale dinamica sociale si è rafforzata.21 Alcune riforme impopolari hanno risvegliato proteste, come è accaduto nel gennaio 2009, quando i dipendenti cubani di ditte straniere si sono opposti alla decisione tendente a sottoporre a tassazione i loro salari. Anche l’aumento dell’età pensionabile ha suscitato proteste. Si tratta, comunque, di un malessere sociale limitato ma che trova echi, e questo spiega la cautela delle autorità.

Esistono, inoltre, cerchie intellettuali o militanti che si esprimono, soprattutto in Internet. Nel 2007, durante un incidente noto come la “guerra delle e-mail”, centinaia di intellettuali e artisti hanno protestato contro un programma televisivo compiacente verso alcuni ex censori della cultura. I bilanci particolarmente critici degli anni di piombo (il “decennio grigio” degli anni ’70), la rievocazione delle derive del “socialismo reale” al Congresso dell’Unione degli scrittori e artisti cubani (Uneac) nell’aprile 2008, sono stati i primi indizi di questo risveglio. Nel corso delle 5.000 assemblee svoltesi in luoghi di lavoro nel 2007, sono stati denunciati le disparità di reddito, l’accesso diseguale alle divise, le difficoltà dei trasporti pubblici, la mancanza di insegnanti e la loro insufficiente formazione, la riduzione del numero di medici, la povertà dei servizi, l’incompetenza degli amministratori e la piccola corruzione rampante. Si è manifestato il bisogno di una maggiore partecipazione popolare nelle decisioni.

Le autorità avevano incoraggiato queste critiche: «è così che si possono fare passi avanti», si diceva nel Partito. Nel dicembre 2007, Raúl Castro ha commentato marginalmente questi dibattiti nell’Assemblea Nazionale: «Non ci serve che ci dicano quali sono i problemi». Serviva che «si aprisse bocca» per conoscere lo stato d’animo della popolazione. Si sono poi susseguiti altri incidenti significativi. Le domande in pubblico di un giovane studente al presidente dell’Assemblea Nazionale Ricardo Alarcón, la diffusione nel sito Internet di Kaosenlared (di cui non si sa bene chi siano gli ispiratori) di vari contributi o proposte alternative nel quadro della preparazione del Congresso del Pcc del 2009, nonche i dibattiti apertissimi organizzati dalla rivista TEMAS attestano lo stesso fenomeno.

Si osserva una forte divaricazione tra il discorso ufficiale e le sensibilità delle generazioni nate alla fine del XX secolo: una sfida che accentua il deteriorarsi del clima politico. «Ho 25 anni», ha dichiarato nel 2007 Carlos Lage Codorniu,22 , presidente della Federazione degli studenti universitari (Feu) e figlio di Carlos Lage: «La mia vita è stata segnata dagli anni di crisi, un periodo durante il quale si è assistito al logoramento di una serie di valori a Cuba» […] «vi è in corso un dibattito tra generazioni, tra ciò in cui crede la generazione dei nostri padri e la nostra, che vuole proporre idee nuove. Anche i giovani più ortodossi hanno modi di pensare e di assumere non solo la rivoluzione, ma anche la vita in società, differenti» […] «occorre premere per rafforzare il peso della nuova generazione, ma anche se qualcuno lo capisce, altri sono più reticenti». La differenza generazionale è indubbiamente uno degli elementi più inquietanti per la direzione del paese. Con l’andare degli anni, il marxismo sovietico insegnato all’Università sotto l’etichetta di «socialismo scientifico» è stato percepito da alcuni giovani come un dogma sclerotizzato, di cui Fidel Castro sarebbe l’incarnazione.
Non è sicuramente la prima volta che si producono iniziative emanate dalla società civile”. Molte associazioni civili e organizzazioni non governative che hanno cercato di fornire alternative alle difficoltà della popolazione hanno subito il boicottaggio da parte della burocrazia. Se i progetti di una Ong superavano i limiti prestabiliti, lo Stato interveniva quasi sempre con contraccolpi negativi.23 È stato il caso di Habitat Cuba (una Ong cubana),24 nel momento in cui le esperienze di «architettura partecipativa» avevano sicuramente consentito di migliorare le condizioni abitative della popolazione, semplificando la regolarizzazione o la ricostruzione degli appartamenti con il supporto di professionisti. Lo Stato cubano può sì spiegare che cerca di proteggere la propria sovranità nazionale denunciando i tentativi di ingerenza di alcune Ong nordamericane, ma appare assurdo che imponga limiti e controlli a organizzazioni che hanno respinto qualsiasi ingerenza internazionale e che aderiscono agli obiettivi dichiarati del progetto rivoluzionario. Si tratta di una costante del potere castrista: anche se di sinistra e rivoluzionaria, non si tollera alcuna espressione sociale autonoma di carattere politico. «La burocrazia continua a dialogare con se stessa e a imporre alla gente accordi disuguali, in forma di coazione o di cooptazione, riproducendo l’asimmetria tra la sfera statale e quella sociale», osserva il professor Armando Chaguaceda.25

Adesso, però, queste pratiche si criticano e il bisogno di una democrazia più partecipativa, o anche più ispirata all’autogestione, si manifesta in riviste (tra cui TEMAS), in Internet, in circoli militanti, all’Università o in strutture associative. Anche prima della destituzione del padre, il giovane presidente della Feu, Carlos Lage Codorniu, osservava «la mancanza di qualsiasi cultura di dibattiti», il fatto che «gli spazi di partecipazione hanno perso la loro credibilità, perché gli studenti non vedono le istituzioni e i loro dirigenti come una via di comunicazione con la rivoluzione» […], «ci sono persone ottime, che però non occupano posti di direzione, perché questi sono appannaggio di compagni magari molto disciplinati, correttissimi, d’accordo con gli imperativi del passato, ma che oggi non corrispondono alle esigenze dei cubani». In modo premonitore, soggiungeva: «Talvolta si escludono persone accusate di non essere rivoluzionarie perché hanno opinioni diverse […] poi queste politiche sbagliate si identificano con la rivoluzione». Il filosofo Jorge Luís Acanda conferma: «c’è bisogno che il socialismo cubano sia meno statale, per promuovere la trasformazione democratica del potere e della proprietà».

La via vietnamita: un’alternativa?

 

Fin dove vuole e può arrivare Raúl Castro? È lì per perpetuare il sistema politico, riformandolo solo sul piano economico. Se però si scarta qualsiasi terapia d’urto, è poco credibile l’idea di una transizione graduale senza un costo sociale. La polarizzazione e la frammentazione sociale provocate dalla crisi dopo il crollo dell’Urss hanno già sortito effetti disgreganti.26 Coloro che denunciano i pericoli della via cinese per Cuba mettono in rilievo il rischio che costituirebbe per il sistema. È il caso dell’ex ministro dell’Economia José Luís Rodriguez, ora destituito. Aveva dichiarato, nel 2007, che Cuba non avrebbe cambiato il proprio modello economico per seguire quello della Cina o quello del Vietnam, ma che si trattava soltanto di rendere più efficiente l’economia, senza che questo comportasse la diversificazione delle forme di proprietà. Secondo lui, la proprietà statale doveva quindi continuare ad essere preponderante, e lo sviluppo di piccole imprese non era all’ordine del giorno. Questo punto di vista ha avuto qualcosa a che fare con la sua cacciata? In proposito si possono solo fare supposizioni. Ma queste prese di posizione sono parte del dibattito interno in corso. E Fidel Castro non ha mai nascosto le sue riserve su questi «meccanismi capitalistici», di cui teme le conseguenze politiche.

A breve scadenza, la continuità del castrismo non sembra minacciata. Ma un potere carismatico è riformabile? È vero che il modello vietnamita (cui guarda con attenzione il nuovo esecutivo) dimostra come il passaggio da un’«economia di comando» (centralmente pianificata) a una «economia socialista di mercato» (secondo la definizione dei dirigenti vietnamiti) non sia sinonimo di trasformazione democratica.

In Vietnam, il processo di rinnovamento (doi moi) promosso dal Partito comunista vietnamita nel 1986 ha permesso di passare da un’economia inefficiente, sottoposta all’irresponsabilità burocratica e dipendente dall’aiuto straniero, a un’economia di mercato i cui saggi di crescita, negli ultimi anni, hanno superato l’8%. I successi vietnamiti affascinano i dirigenti cubani, come testimoniano tanti interscambi, viaggi e pubblicazioni bilaterali.27

La priorità data all’agricoltura e l’assegnazione ai contadini di terre produttive, gli investimenti stranieri (che sono stati alla fine autorizzati per lo zucchero), gli aggiustamenti previsti dei tassi cambiari per chiudere con la doppia moneta, si ispirano all’esperienza vietnamita. Cuba, però, non è paragonabile alla Cina o al Vietnam. Né per la situazione geopolitica, né per la dimensione, né per le risorse economiche, né per storia e cultura. Il “«socialismo di mercato» significa in realtà il «capitalismo selvaggio» protetto dallo Stato e dal Partito, sottolineano alcuni dirigenti. Il comportamento delle imprese cinesi non è meno da rapina di quello delle multinazionali del Nord, e a volte è peggiore. L’applicazione di quel modello potrebbe comportare gravi conseguenze.

Tanto più che il passaggio di timone potrebbe difficilmente avvenire nel quadro di una continuità istituzionale che è stata costruita per e da Fidel Castro. Il Pcc non ha la stessa coerenza storica del Pc vietnamita. Un «capitalismo del partito» è problematico, per ragioni sociali e politiche; disuguaglianze (disoccupazione, deficit sanitario e scolastico…) più o meno tollerate finora a Pechino o ad Hanoi rischierebbero di essere accolte male a Cuba, dove è forte la cultura egualitaria e redistributiva. Infine, l’economia di mercato sotto il controllo del Partito e dello Stato non lascia alcuno spazio a quella democrazia partecipativa e basata sull’autogestione che molti cubani rivendicano. Come articolare le riforme economiche di mercato senza cambiare il paradigma politico-sociale, proteggendo al tempo stesso le prerogative della burocrazia? È appunto l’equazione che deve risolvere Raúl Castro in vista del Congresso del Pcc previsto per l’autunno 2009 [in realtà, rinviato – ndt].

Novità nelle Americhe

 

Mentre l’amministrazione del presidente Obama ha cominciato ad ammorbidire un embargo durato quasi cinquant’anni, liberalizzando viaggi e trasferimenti di divise drasticamente limitati da George Bush, l’Avana non è più isolata internazionalmente. Le grandi potenze anticipano i cambiamenti futuri. La visita del Commissario europeo per lo sviluppo, Louis Michely, l’abolizione delle sanzioni da parte dell’Unione europea, applicate dal 2003, hanno preceduto la visita del presidente cinese Hu Jintao. Si sono stabiliti una decina di accordi bilaterali (che comprendono l’acquisto di zucchero e nichel cubano) ed è stato ristrutturato il debito commerciale, procrastinato di altri cinque o dieci anni.28 La Cina è il secondo socio commerciale dell’Avana, dopo il Venezuela. Per Pechino, Cuba è una buona porta d’ingresso per accedere alle preziose materie prime dell’America Latina.

Anche il capo del Cremlino, Dimitri Medvedev, si è recato nell’isola nel 2008, mentre la Russia partecipa insieme al Venezuela, principale alleato cubano, a manovre militari nei Caraibi. Per Mosca, sviluppare legami con Caracas e l’Avana consente di rispondere al progetto nordamericano dell’installazione dello scudo missilistico in Polonia e nella Repubblica Ceca. La Russia rinnoverà l’equipaggiamento militare cubano di origine sovietica ormai obsoleto, e gruppi petroliferi russi intendono sfruttare la zona economica esclusiva di Cuba. Mosca sembrerebbe disposta a “dimenticare” il debito dell’ex alleato.

Raúl Castro dispone, inoltre, di forti sostegni in America Latina. Quello di Hugo Chávez, ovviamente, ma anche quello del presidente brasiliano Lula e di altri dirigenti latinoamericani, che approfittano della fine dell’egemonia statunitense per prendere le distanze da Washington. Il 16 dicembre 2008, durante una riunione in Brasile, Cuba è stata accolta nel Gruppo di Río e 33 nazioni latinoamericane e caraibiche hanno riaffermato la loro condanna delle sanzioni nordamericane contro l’isola. Dopo il viaggio del presidente brasiliano Lula, nel 2008, i presidenti di Argentina, Cile, Ecuador, Guatemala, Honduras, Repubblica dominicana e Venezuela sono stati ricevuti all’Avana. Nel 2009, il presidente messicano Calderón ha annunciato che vi si sarebbe recato anche lui. Queste visite costituiscono un omaggio «alla resistenza del paese da quasi 50 anni», ha dichiarato Raúl Castro. Al Vertice delle Americhe, svoltosi a Trinidad e Tobago nell’aprile 2009 con la presenza di Barak Obama, i governanti latinoamericani hanno mandato un messaggio al presidente nordamericano: non è possibile passar sopra alla normalizzazione dei rapporti di Washington con Cuba. Ma non vi è stato consenso sulla dichiarazione finale, che è stata respinta dai paesi dell’Alba perché non menzionava l’embargo.

Gli altri governi latinoamericani l’hanno adottata… senza firmarla. Con un’altra virata, Washington, osservando che ovviamente «bisogna essere in due per ballare la rumba»,29 ha annunciato l’apertura di colloqui esplorativi «informali» con l’Avana. La partita di ping-pong è cominciata, e sarà lunga, visto che sono notevoli gli intralci legislativi e politici negli Stati Uniti. Dall’altro lato dello stretto della Florida, Fidel Castro ha subito sostenuto che Obama aveva «interpretato male» le dichiarazioni di Raúl Castro.30 Quest’ultimo aveva dichiarato di essere disposto a discutere di tutto, «prigionieri politici» inclusi, una terminologia sempre rifiutata da Fidel Castro. Nell’isola, i rapporti con Washington minacciano di trasformarsi in una questione di politica interna. «Sta arrivando il lupo, ma invece della pistola porta fasci di dollari», ha scritto Pedro Campos, esortando a effettuare i cambiamenti indispensabili per affrontarlo.31 Come gestire il passaggio da mezzo secolo di scontri a una fase di normalizzazione dei rapporti? Trovare un modus vivendi con l’amministrazione nordamericana che consenta di salvaguardare l’indipendenza e le principali conquiste sociali ottenute in cinquant’anni e realizzare al tempo stesso le «riforme strutturali», non è una cosa semplice da intravedere.

Per finire, in assenza di dibattito politico organizzato e di libertà di stampa, è difficile cogliere gli sviluppi della varie tendenze politiche che attraversano la società cubana. Al di là dei dissidenti, il cui impatto oggi è molto debole, è possibile individuare tre correnti che, in realtà, si intersecano in vario modo, a seconda delle varie questioni. Schematicamente, è possibile distinguere i pragmatici, che si richiamano a Raúl Castro e che sono alla ricerca di una versione cubana del “modello” vietnamita. A metà strada tra Chávez e Lula, vogliono porre fine al conflitto con il grande vicino del Nord. In secondo luogo, vi sono gli “ortodossi”, che diffidano dei «cambiamenti strutturali » e delle loro ripercussioni politico-sociali nel momento in cui il regime è portato a negoziare con l’amministrazione Obama. Nonostante la sua età e la malattia, Fidel Castro continua ad essere il garante dell’intransigenza nei confronti dell’imperialismo. Prima di qualunque concessione, egli esige la soppressione dell’embargo e conserva la sua visione verticistica della società, unita intorno al capo per affrontare il nemico. Le varie impostazioni hanno in comune la volontà di preservare un regime autoritario basato sul partito unico.

Un altro orientamento più democratico è presente tra intellettuali, studenti, alcune frange del Partito che esprimono la aspirazione di vasti strati della società. Lo ha dimostrato il dibattito popolare organizzato nel 2007. Queste persone richiedono cambiamenti, senza per ora auspicare una rottura. Rivendicano a un tempo più democrazia politica e una maggiore libertà economica per i lavoratori autonomi, i contadini, i commercianti e gli artigiani. Vogliono, però, conservare il controllo dello Stato sui settori strategici e preservare le conquiste sociali. Questa tendenza è disomogenea, e comprende sostenitori della democrazia partecipativa e dell’autogestione, fautori «di un effettivo pluralismo che emancipi le sinistre»32 e persone favorevoli all’economia mista. In ogni caso, è la prima volta che sembra introdursi una corrente di pensiero diversa dalle due varianti burocratiche del castrismo, quella carismatica “fidelista” e quella pragmatica “raulista”. La fine dell’embargo sarebbe una condizione perché si sviluppi.

 

* Janette Habel è ricercatrice presso il Centro di Alti Studi dell’America Latina, membro del Comitato scientifico di Attac-Francia, nonché militante dal Maggio ’68 w poi della LCR e della Quarta Internazionale. Negli anni Sessanta ha svolto compiti di solidarietà a Cuba, restando poi in costante rapporto con quanto accadeva nell’isola; ha partecipato a vari eventi all’Avana e ha continuato a seguire gli sviluppi del processo rivoluzionario, pubblicando spesso articoli su “Le Monde Diplomatique”. Di lei segnaliamo, in italiano, Cuba tra continuità e rottura, Massari, Bolsena, 1990.

1La Jornada, 17/3/2008 (“Cuba quiere soltar todas las fuerza productivas” [Cuba intende lasciare andar libere tutte le forze produttive]).

2 L’Avana, Assemblea nazionale popolare, 24-27/12/2008.

3La Carta de La Habana, n. 90, febrero 2009.

4 Carmelo Mesa-Lago, “The cuban economy at the crossroads: Fidel Castro’s legacy, debate over change and Raúl Castro’s options [L’economia cubana a un bivio: l’eredità di Fidel Castro, dibattito sul cambiamento e sulle scelte di Raúl Castro”, Documento di lavoro, Real Instituto Elcano, Madrid, 2008.

5 Il 26/7/2008.

6 Ivi, p. 157.

7 Omar Everleny Pérez, “La economia en Cuba: un balance necesario [L’economia a Cuba, un bilancio indispensabile]”, in Nueva Sociedad, n. 216, julio-agosto 2008 (Buenos Aires).

8 Julie M. Feinsilver, “Médicos por petróleo [Medici in cambio di petrolio]”, in Nueva Sociedad, n. 216, cit., p.119.

9Espacio laical, La Habana, n.2, 2008.

10La Jornada, 17/3/2008 , cit.

11 Omar Everleny Pérez, cit.

12 Haroldo Dilla è sociologo ed è stato tra i ricercatori del prestigioso Centro studi sull’America (Cea), i cui responsabili sono stati repressi da Raúl Castro nel 1996. Vive attualmente nella Repubblica Domenicana.

13 Haroldo Dilla, “La dirección y los limites de los cambios [La direzione e i limiti dei cambiamenti]”, in Nueva Sociedad, n- 216, cit.

14La Carta de La Habana, n. 82, junio 2008.

15 Su 23 membri dell’Ufficio politico 6 sono militari. Comandanti e generali rappresentano il 26% del Consiglio di Stato. A parte l’ascesa di vari militari nel corso della riorganizzazione ministeriale del marzo 2009, il colonnello Armando Emilio Pérez, uno degli incaricati del «perfezionamento delle imprese», è stato nominato in aprile viceministro dell’Economia.

16 V. il sito di Kaosenlared come pure quello di Rebelión vicino al governo cubano.

17El País, 23/3/2009.

18 AFP, 23/1/2009.

19 Autore del progetto di tesi sottoposto al prossimo Congresso del Pcc, questo ex funzionario del ministero dell’Interno collabora regolarmente al sito Kaosenlared.

20È stato segnalato in un testo anonimo intitolato “Materiale di lavoro”, circolato in Internet, come pure dallo scrittore Richard Gott in “A freesh breeze in Havana” [Un venticello fresco all’Avana].

21 V. Alexander Gray, Antoni Kapcia, The Changing dynamic of cuban civil society [Mutamento della dinamica della società civile cubana], University Press of Florida, 2008.

22 Il figlio di Carlos Lage, economista e presidente della Feu, successivamente destituito (in TEMAS, nn. 50-51, abril-septiembre 2007).

23 V. n. 21.

24 Diretta dall’architetta Selma Diaz, ex responsabile dell’Urbanizzazione territoriale. Habitat Cuba è stata sciolta.

25 Università dell’Avana: “Sus cumbres burrascosas, nuestras agendas pendientes[Le loro cime tempestose, le nostre agende pendenti]”, 26/4/2009 (www.kaosenlared).

26 Si veda al riguardo il lavoro della sociologa cubana Mayra Espina: “Viejas y nuevas disigualdades en Cuba [Vecchie e nuove disuguaglianze a Cuba]”, in Nueva Sociedad, n. 216, cit.

27Cuba y Vietnam: un nuevo análisis de las reformas económicas [Cuba e il Vietnam: una nuova analisi delle riforme economiche], a cura di Rosario Domingo e Ruben Tansini, Ministero dell’Economia e della Pianificazione di Cuba, in Nueva Sociedad, n. 216, cit.

28La Carta de La Habana, n. 89, gennaio 2009.

29The Economist, 18 aprile 2009.

30El País, 23 aprile 2009.

31“Las trampas de Obama”[le trappole di Obama], 26 aprile 2009 (www.kaosenlared)-

32 Armando Chaguaceda, “Nada cubano me es ajeno: notas sobre la condición ciudadana”, in TEMAS, nn. 50-51, 2007.