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Aggiornamento Cuba seconda edizione
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Aggiornamento 2004 del libro su Cuba
Bilancio di un decennio di trasformazioni
Dieci anni dopo le trasformazioni dell’economia e della società cubane del 1993-1994, le più profonde che siano state introdotte negli ultimi trenta anni, è possibile tentare di ricavare un primo bilancio.
Prima di tutto bisogna rispondere alle domande: queste misure hanno ottenuto i risultati che si prefiggevano? E il rapporto tra il loro costo sociale e i risultati è soddisfacente?
Sappiamo bene (e lo abbiamo ripetuto più volte nel libro) che i problemi di Cuba in parte notevole dipendono da cause indipendenti dalla volontà e dalle scelte dei suoi dirigenti, ma questa considerazione generale non impedisce di verificare se sono stati raggiunti gli obiettivi che le riforme si proponevano.
Le scelte fatte nel 1993-1994, pur essendo state annunciate improvvisamente e sotto la pressione di una crisi economica e sociale che sembrava divenuta incontrollabile, non erano certo improvvisate e anzi erano in discussione da anni. Tuttavia erano state più volte bloccate, in alcuni casi con conseguenze negative per chi aveva osato proporle prima che fossero assunte dal gruppo dirigente.
L’accelerazione del 1994
Forse le manifestazioni del 4 agosto furono più drammatiche di quanto avessi saputo e scritto allora (v. sopra, p. 142), e rivelarono un’esitazione di parte del gruppo dirigente nel fronteggiare la prima contestazione pubblica dal momento della vittoria della rivoluzione. Ma ciò non modifica il giudizio espresso nel libro sulla iniziativa di Fidel, che confermava il coraggio personale del vecchio leader (difficile immaginare, in qualsiasi paese del mondo, un altro dirigente di primo piano pronto a scendere in piazza in un momento difficile) e la sua convinzione, fondata, di poter spendere ancora il suo carisma per disinnescare la protesta.
Questa tuttavia si spense soprattutto per l’annuncio che non ci sarebbe stata più nessuna misura repressiva nei confronti di chi voleva uscire da Cuba, a due sole condizioni: che non sottraesse imbarcazioni di proprietà dello Stato, e non trascinasse nell’avventura minorenni non ancora in grado di prendere autonomamente decisioni.
Gli Stati Uniti, che avevano fino a quel momento utilizzato propagandisticamente la vicenda, vennero messi in difficoltà dalla decisione cubana e cominciarono a deportare chi sbarcava sulle loro coste verso campi di concentramento situati nella base di Guantanamo o nella zona del Canale di Panama. La forte comunità cubana di Miami, infatti, pur essendo un prezioso serbatoio di voti di destra, ha sempre creato parecchi problemi di ordine pubblico per il suo intreccio con attività illegali, dallo sfruttamento della prostituzione al narcotraffico, ed era preoccupante una sua brusca ulteriore crescita numerica.
Quando gli aspiranti al “paradiso statunitense” si resero conto non solo che molti di coloro che erano partiti non erano mai arrivati, e che la destinazione finale del viaggio dei sopravvissuti erano campi recintati col filo spinato, in compagnia di altri sventurati partiti da Haiti o da altri paesi del centro e sud America che non avevano mai avuto in nessun momento trattamenti di favore, l’ondata migratoria illegale si bloccò di colpo. Fu allora possibile negoziare un accordo tra i due governi, che regolamentava l’uscita da Cuba di 20.000 persone ogni anno con regolari visti. Questi saranno però spesso concessi con parsimonia dagli Stati Uniti, sembra per contenere l’afflusso di nuove reclute per la malavita della Florida.
Lo abbiamo ricordato per sottolineare che le autorità cubane erano state capaci, dopo alcune comprensibili esitazioni, di evitare il ricorso alla repressione. In diverse altre occasioni avevano concesso con larghezza la possibilità di emigrare legalmente negli Stati Uniti a chi voleva andarsene: lo avevano fatto al momento della prima ondata di anticomunisti più o meno legati al regime di Batista, o più semplicemente spiazzati dalla fine delle bische e dei bordelli, che fuggirono nel 1960 pensando di tornare presto con una spedizione controrivoluzionaria; lo hanno fatto nel 1980 quando aprirono il porto di Mariel all’emigrazione di chi voleva andarsene. Partirono allora oltre 100.000 cubani (che rappresentavano comunque meno dell’1% della popolazione), poi l’operazione fu bloccata dagli USA, preoccupati dall’afflusso massiccio di elementi dediti alla criminalità. La scelta del 1994 non era dunque un’eccezione, mentre lo è la brusca reazione del 2003.
Il caso del niño Elián
Dopo il 1994 il fenomeno dei balseros, comunque, si era drasticamente ridotto, ma non era mai sparito del tutto. Era ritornato alla ribalta nel novembre 1999, per la sorte di un bambino di sei anni, Elián González, che la madre aveva trascinato con sé – senza il consenso del padre – in un avventuroso viaggio su una precaria imbarcazione. La madre era morta nel naufragio, e il bambino, che aveva resistito “miracolosamente” aggrappato a un canotto, era stato salvato ma era finito nelle mani di lontani parenti e soprattutto in quelle dei gruppi anticastristi di Miami, che l’avevano colmato di regali e trasformato in un simbolo.
La Casa Bianca aveva deciso inizialmente di trattenere il bambino, servendosi di una legge del 1964 che concede automaticamente la residenza negli Stati Uniti a ogni cubano che arrivi in quel paese in qualsiasi modo, anche illegale. Una legge che è servita più volte ad accogliere persino criminali comuni che avevano rubato imbarcazioni o dirottato aerei, magari assassinando guardie di frontiera, ma che era assurdo applicare a un bambino che non era evidentemente in grado di capire dove veniva portato.
Indubbiamente il fatto che alla fine tutte queste manovre siano fallite e una sentenza abbia imposto la restituzione del bambino, è stato sentito come un grande successo dalla maggior parte dei cubani. Tuttavia ho potuto anche sentire opinioni diverse: alcuni – assolutamente non definibili come “dissidenti” – hanno espresso perplessità sul costo delle manifestazioni “oceaniche” organizzate indebolendo ulteriormente il già cronicamente insufficiente servizio di trasporti pubblici, e con la spesa aggiuntiva di centinaia di migliaia di magliette (commissionate all’estero) con il ritratto del niño Elián.
La conclusione positiva non si può infatti attribuire solo o soprattutto all’ampiezza delle mobilitazioni che hanno portato in piazza a Cuba oltre un milione e mezzo di persone per reclamare la restituzione di Elián (in altri casi la Casa Bianca non si è preoccupata troppo di manifestazioni ostili in altri paesi), ma piuttosto alle prese di posizione di giuristi e di esponenti religiosi statunitensi, come il reverendo Joan Brown Campbell, presidente del Consiglio nazionale delle Chiese degli USA, che si è recato a Cuba e ha accusato il governo del proprio paese “di non voler riconsegnare il bambino al suo legittimo papà”.
Inoltre, anche se in vista delle elezioni presidenziali molti uomini politici guardavano solo alla lobby cubana di Miami, sempre più aggressiva (era riuscita a impedire un viaggio di Fidel Castro a Seattle, dove era stato invitato dal governatore dello Stato di Washington), altri puntavano per diverse ragioni alla fine dell’embargo; da tempo si infittivano i viaggi all’Avana di uomini d’affari ed esponenti politici come il governatore dell’Illinois. E infatti, di lì a poco, nonostante l’avvento di Bush alla presidenza, il bloqueo sarebbe stato allentato. Ma la campagna interna ed esterna sul caso del bambino ha rappresentato un precedente importante. Da allora le autorità cubane hanno cominciato a parlare sempre più di avvenimenti simili, come la detenzione dei cinque cubani infiltrati nelle organizzazioni controrivoluzionarie di Miami e che sono stati condannati all’ergastolo negli USA per “spionaggio”, e sempre meno dello stato dell’economia.
Un altro tema che ha riempito a lungo le pagine di Granma e gli schermi televisivi è stato ad esempio il “processo numero 88/99” promosso a istanza della centrale sindacale, della Associazione piccoli contadini, della Federazione delle donne, delle organizzazioni giovanili e studentesche, compresa quella dei pionieri, contro il governo degli Stati Uniti, che non essendosi presentato è stato dichiarato “ribelle” e condannato a risarcire somme enormi come indennizzo di tutte le persone morte o rimaste invalide per effetto della politica di aggressione e di blocco. Una trovata propagandistica per tentare di quantificare i danni realmente subiti dal popolo cubano, ma senza alcuno sbocco pratico.
Processi al dissenso e nuovi tentativi di espatrio nel 2003
Nel 2003 si sono avuti molti nuovi clamorosi tentativi di fuga dal paese, che sono coincisi con l’inasprimento della repressione contro i dissidenti. Il primo di essi è avvenuto il 19 marzo 2003, appena un giorno dopo un'ondata di arresti di dissidenti: sei persone hanno sequestrato un aereo Dc3 della Cubana de Aviación all’Aeroporto Nuova Gerona (Isola della Gioventù) e lo hanno dirottato verso Miami. Il 31 marzo c’è stato un altro tentativo di sequestro.
C’è un nesso tra la nuova serie di dirottamenti e la stretta repressiva? Per coloro che credono nell’infallibilità delle autorità cubane, nonostante esse nel corso degli anni abbiano preso anche molte decisioni sbagliate e inaccettabili, che hanno poi saputo modificare autonomamente (anche perché i veri amici di Cuba le criticavano francamente), non ci sono dubbi. I lumpen (di essi si sottolinea nell'accusa che erano “pregiudicati”) che dirottano un mezzo per raggiungere il paradiso di Miami, sono presentati come “terroristi” al soldo degli Stati Uniti, inseriti nello stesso piano destabilizzatore che si sarebbe espresso con i gruppi del dissenso.
Eppure, proprio nei giorni immediatamente successivi all’arresto dei dissidenti, le autorità di Miami avevano cominciato a scoraggiare i dirottatori, ad esempio arrestando per “pirateria aerea” il passeggero che, armato di bombe a mano, aveva costretto ad atterrare in Florida un aereo in volo dall’isola della gioventù all’Avana il 31 marzo 2003 (era il secondo dirottamento in pochi giorni).
Gli stessi tre che sono stati poi condannati a morte per il dirottamento avvenuto il 2 aprile 2003 del piccolo ferry boat che collega il porto dell’Avana con i quartieri di Regla e Casablanca, a bordo del quale c’erano circa 50 persone, erano stati intercettati dai guardacoste statunitensi e costretti a fare marcia indietro e a recarsi nel porto di Mariel. Un po’ difficile sostenere la tesi ufficiale, che li presenta come “terroristi” al servizio degli Stati Uniti.
Dinamica e significato della repressione
Ma torniamo alla repressione del dissenso. Il 18 marzo i reparti della Seguridad (la polizia politica) avevano arrestato in poche ore 78 persone in varie città dell’isola (quasi 50 fuori dell’Avana). Il momento scelto era la vigilia dell’intervento in Iraq di Stati Uniti e Gran Bretagna, per cui la maggior parte della stampa internazionale aveva dedicato poche righe all’avvenimento. Gli arrestati sono stati accusati di “cospirazione” e “realizzazione di atti di tradimento della patria al servizio degli Stati Uniti”.
Dopo un processo a tempo di record iniziato il 3 aprile, gli imputati sono stati condannati a pene oscillanti tra i 6 e i 28 anni di carcere. Sulla prima pagina del quotidiano Granma, organo del Partito comunista cubano, l’8 aprile appare un trafiletto con il titolo “Controrivoluzionari condannati”. In 15 righe si dà conto del processo durato 4 giorni. Poi comincia il martellamento, via Internet, contro chi ha espresso perplessità, tra cui molti vecchi amici di Cuba come Eduardo Galeano, José Saramago, Günter Grass, Antonio Tabucchi, François Maspero, Carlos Monsiváis, Carlos Fuentes.
Tra i condannati ci sono: Raúl Ribeiro, poeta e giornalista, con un passato di primo piano nell’establishment culturale dell’isola; Héctor Palacio, della coalizione d’opposizione Todos Unidos; l’economista Marta Beatriz Roque, già condannata nel 1999 insieme a Vladimir Roca; molti giornalisti, come Ricardo González Alfonso e Oscar Espinosa Chepe, che è anche un rigoroso economista. La maggioranza degli arrestati aveva collaborato al lancio del Progetto Varela (raccogliendo 11.000 firme che chiedevano al governo dell’Avana di indire un referendum sul sistema politico).
La denuncia della retata è partita da Oswaldo Payá, il dissidente più noto che vive a Cuba, promotore del Progetto Varela, che ha dichiarato che gli arresti e le condanne hanno decapitato la rete di coloro che avevano raccolto le firme intorno alla proposta. Payá non è però stato arrestato. Probabilmente perché è molto legato alla gerarchia cattolica nell’isola, ed è considerato “l’uomo del Vaticano”.
Nel corso del processo viene annunciato clamorosamente che tra i 78 arrestati tre (che ovviamente sono stati subito scarcerati) erano agenti della Seguridad infiltrati, che diventano testi a carico. La campagna di propaganda organizzata in modo incessante dai sostenitori acritici di ogni scelta del governo cubano, insiste con dovizia di particolari, in articoli e libri, sulle loro testimonianze, sia per presentare tutti i dissidenti come venduti allo straniero, sia per ridicolizzarli sottolineando che alcune delle loro associazioni erano state promosse da membri della stessa Seguridad.
Chi ripete con soddisfazione queste cose per sminuire il significato dell’emergere di un dissenso che osa presentarsi allo scoperto raccogliendo firme su un progetto di riforma (non è facile in un sistema a partito unico, come gli arresti hanno d’altra parte confermato), e crede che con la repressione “la rivoluzione si difende”, evidentemente non conosce o non ricorda come funzionavano i servizi a Berlino Est, a Praga, a Budapest, a Mosca, che avevano sì efficacemente infiltrato ogni embrione di organizzazione dissidente, senza riuscire tuttavia a controllare i processi di differenziazione in atto all’interno degli stessi partiti comunisti negli ultimi anni. In particolare a Berlino Est molti degli organizzatori delle proteste alla vigilia della caduta del muro, compresi alcuni che saranno poi tra i principali dirigenti della PDS, sono risultati al momento dell’apertura degli archivi collaboratori della Stasi... E la Seguridad cubana è stata organizzata fin dai primi anni Sessanta con la consulenza e la supervisione dei servizi sovietici, tedesco-orientali e cecoslovacchi (fu uno dei primi aiuti di “specialisti” ricevuti da Cuba...).
Naturalmente la presenza dei provocatori tra gli organizzatori del Progetto Varela e delle altre organizzazioni indipendenti è stata utilizzata anche per “provare” con le loro deposizioni che quei “sedicenti dissidenti” erano in realtà “mercenari al soldo di Bush”. Ancora una volta ci sembra che chi si fa convincere facilmente da queste insinuazioni senza il minimo dubbio sulla fonte, farebbe bene a passare in rassegna i processi dello stesso genere che si tenevano nei paesi del “socialismo reale” e che non li hanno protetti minimamente dalla crisi che maturava, ma al contrario, nascondendone i sintomi, hanno impedito che si prendessero rimedi efficaci.
Non dispongo ovviamente di elementi precisi e attendibili su questi ultimi processi, che ufficialmente sono stati “pubblici” anche se si sono tenuti di fatto a porte chiuse. Il Ministro degli Esteri di Cuba, Felipe Pérez Roque, ha dichiarato che in ognuno di essi “hanno partecipato circa 100 persone, tra familiari, testimoni e periti”. Naturalmente, ha aggiunto, “sono stati i tribunali che hanno autorizzato che le persone partecipassero”. E ai commenti di alcuni diplomatici che avrebbero voluto essere presenti, ha risposto che partecipare ai processi non è “tra i loro compiti”, mentre alle proteste della stampa che è stata esclusa ha risposto che “non hanno partecipato nemmeno centinaia di rivoluzionari che avrebbero voluto essere presenti a questi processi”.
Comunque, dato che per il carattere solo apparentemente “pubblico” dei processi non abbiamo avuto la possibilità di ascoltare anche la voce degli accusati, non abbiamo oggi elementi per accettare o mettere in dubbio le accuse che essi fossero “al soldo di Bush”, fondate sull’asserito ritrovamento di poche migliaia di dollari nelle case di due degli arrestati (a Cuba la quasi totalità di chi riceve dollari da familiari o amici li conserva nelle case e non li deposita in banca).
Il precedente dei processi del 1999
Più o meno le stesse accuse erano state mosse nel 1999 a quattro dissidenti, che dopo una lunga detenzione preventiva erano stati condannati il 15 marzo: Vladimir Roca, pilota militare figlio del fondatore del PC, e che per anni aveva tentato di proporre riforme dall’interno del partito prima di costituire un piccolo gruppo socialista democratico, aveva avuto 5 anni di carcere; René Gómez Manzano e Felix Monne 4 anni; Maria Beatriz Roque 3 anni e sei mesi. Pene che qualcuno definì lievi, ma in realtà gravissime dato che colpivano reati di opinione.
Tutti e quattro, anche se processati a porte chiuse, avevano fatto sapere di non avere nulla a che fare con i controrivoluzionari di Miami, e di essersi sempre battuti contro il bloqueo. La loro storia personale tendeva a escludere la fondatezza di questa accusa. Sono stati d’altra parte incarcerati per 18 mesi senza processo, e la scelta di processarli nel marzo 1999 facilitava l’associazione con le nuove misure repressive che colpiscono molti reati ideologici.
Le accuse di complicità si basano in genere su collegamenti “oggettivi”, sullo scambio di corrispondenza con l’estero, che oggi è stata considerata un crimine punibile con la detenzione fino a 20 anni. La legge considera gravi reati la “ricerca, o ottenimento di informazioni” che possono servire al governo nordamericano, la “introduzione nel paese di materiali sovversivi, la loro riproduzione o diffusione” e anche la “collaborazione diretta o mediante terzi, con emittenti radio o televisive, periodici, riviste o altri mezzi di diffusione di massa”. Ma chi stabilisce quali sono i materiali sovversivi?
La formula “mediante terzi” può inoltre consentire di incriminare chi ha scritto a Cuba un articolo o documento concepito per la circolazione interna ma che è poi finito riprodotto su una rivista straniera. Questo è un caso limite che rende più scandalosa la formulazione della legge, ma ci sembra difficile condannare anche chi, avendo formato un gruppo politico, cerca di far conoscere le sue proposte politiche utilizzando l’unico canale disponibile, quello della stampa estera presente a Cuba, dato che è impensabile di farle arrivare su quella cubana.
Anche se le radio a Cuba sono meno rigidamente controllate della TV, certo non potrebbero mai dare notizia di un documento di oppositori. È così scandaloso allora che un dissidente cerchi di far ascoltare le proprie posizioni facendole pervenire per telefono o con altri mezzi alla tante radio che trasmettono dalla Florida? Se queste radio sono tanto ascoltate da moltissimi cubani, compresi quelli più “ortodossi” (che, come ho più volte verificato, dicono sempre di farlo per “conoscere le posizioni del nemico”), è comprensibile che le si utilizzi, anche se questo viene considerato un reato di tradimento.
Nel caso dei primi quattro condannati del 1999 (alcuni dei quali, dopo avere scontato la pena, sono stati tra i firmatari del Progetto Varela, e sono stati nuovamente arrestati) l’accusa più concreta era di avere chiesto al rappresentante degli Stati Uniti di fare 10 (dieci!) fotocopie di un loro documento. A Cuba è praticamente impossibile fare fotocopie, tranne che nei grandi alberghi di lusso dove costano mezzo dollaro a copia. Negli uffici o nelle università devono essere autorizzate a una a una, prima che vengano assegnati i fogli corrispondenti alla richiesta. Comprensibile che chi cerca di far conoscere le proprie idee e non ha nessun altro mezzo, chieda aiuto alle ambasciate. Per criticarli bisogna prima domandarsi se avevano altre possibilità. La maggior parte di loro aveva tentato per anni invano di usare i canali del partito. Comunque, se erano mercenari, erano proprio a buon mercato...
Anche quel processo si era svolto a porte chiuse, e la procedura appariva inquietante, specie se confrontata con quella usata per il mercenario salvadoregno che aveva messo bombe negli alberghi, che è stato processato pubblicamente nello stesso periodo. La ragione della differenza di trattamento è semplice: un criminale comune senza ideali non ha avuto difficoltà a prestarsi a un processo spettacolo con confessione (sincera o caricata di coinvolgimenti, non sappiamo), mentre i quattro “dissidenti” avrebbero ovviamente potuto sostenere ancora le loro idee, forse non condivisibili, ma che non abbiamo potuto conoscere direttamente. L’unica cosa che sappiamo è che quei quattro nel luglio 1997 avevano chiesto in un documento elezioni pluralistiche e invitato a boicottare le elezioni a lista unica.
A molti sostenitori di Cuba in Italia questo è sembrato un grave crimine: non riescono evidentemente a capire che se si considera sbagliato e controproducente un sistema elettorale, e si vuole esprimere un dissenso, non c’è altro mezzo. Ma in genere, pur condendo la difesa del sistema a partito unico con anacronistiche citazioni di José Martí (che non si proponeva di mettere al bando altri partiti, ma solo di unificare in una sola forza rivoluzionaria i gruppi di cubani sparsi negli Stati Uniti per lanciare la lotta armata a Cuba), quelli che si indignano nei confronti di chi organizza un gruppo politico a Cuba sono in realtà nostalgici del “monolitismo” sovietico, senza riflettere sulle circostanze in cui si affermò, nel corso della guerra civile, e soprattutto sul suo miserevole esito.
C’è un collegamento tra i dirottamenti e il dissenso?
C’è un nesso tra la nuova ondata di dirottamenti di imbarcazioni di piccolo cabotaggio o di aerei e la stretta repressiva? Per coloro che credono nell’infallibilità delle autorità cubane, nonostante esse nel corso degli anni abbiano preso anche molte decisioni sbagliate e inaccettabili, che hanno poi saputo modificare autonomamente non ci sono dubbi: dissidenti ”mercenari” e dirottatori ”terroristi” fanno parte di un solo piano.
Eppure, proprio nei giorni immediatamente successivi all’arresto dei dissidenti, le autorità di Miami avevano cominciato a scoraggiare i dirottatori, ad esempio arrestando per “pirateria aerea” il passeggero che, armato di bombe a mano, aveva costretto ad atterrare in Florida un aereo in volo dall’Isola della Gioventù all’Avana il 31 marzo 2003 (era il secondo dirottamento in pochi giorni).
Gli stessi tre che sono stati poi condannati a morte per il dirottamento avvenuto il 2 aprile 2003 del piccolo ferry boat che collega il porto dell’Avana con i quartieri di Regla e Casablanca, a bordo del quale c’erano circa 50 persone, erano stati intercettati dai guardacoste statunitensi e costretti a fare marcia indietro e a recarsi nel porto di Mariel. Un po’ difficile sostenere la tesi governativa, che presenta i tre come “terroristi” al servizio degli Stati Uniti.
Un qualche nesso tra l’emergere pubblico del dissenso e la ripresa dei dirottamenti tuttavia c’è, anche se è di natura ben diversa. È l’evidente peggioramento della situazione economica (anche per il mancato effetto delle riforme avviate e rimaste a metà) a spingere da un lato diversi intellettuali che hanno avuto a volte un certo ruolo nella rivoluzione ad intensificare gli sforzi per ottenere dei cambiamenti che ritengono non rimandabili, mentre dall’altro alcuni settori sottoproletari ritengono ai dover tentare con ogni mezzo l’evasione da una realtà che sembra loro senza speranza di cambiamento. Ma è un collegamento oggettivo, non due manifestazioni dello stesso complotto.
Per questo dedicheremo una parte importante di questo aggiornamento all’analisi della situazione economica.
Bush è ”fascista”?
La spiegazione che viene data di questa recente stretta repressiva si basa su un’analisi della situazione internazionale formulata dallo stesso Fidel Castro nel discorso del 1° maggio 2003: negli Stati Uniti ormai ci sarebbe un “regime nazifascista”. Come pensare che sia bastata l’elezione di Bush a cambiare la natura del regime? E tutta la politica verso l’America Latina (non solo Cuba) negli anni Sessanta e Settanta, cos’era? E il Vietnam? E, soprattutto, come si spiega che in un ”regime fascista” la stampa può dare notizie sulle torture praticate da militari statunitensi a prigionieri iracheni, e che a queste politiche sciagurate si opponga un grande movimento contro la guerra?
Oggi la situazione è complicata da nuove oscillazioni di Castro nella valutazione di Silvio Berlusconi, definito pubblicamente “Benito Burlesconi” al momento delle manifestazioni sotto le ambasciate italiana e spagnola guidate personalmente da Fidel e da Raúl Castro: è trasparente la citazione dal ”Grande dittatore” di Chaplin; sarà anche divertente, ma è producente?
Sembra che Castro dimentichi che non solo Berlusconi e Aznar, ma tutta l’UE ha condannato le misure repressive a Cuba, e che è assai difficile che gli altri governi europei sconfessino una decisione che hanno sottoscritto. È vero che non hanno mai protestato contro la pena di morte negli USA e che tutti hanno avallato direttamente l’aggressione all’Afghanistan e di fatto anche quella all’Iraq, ma che c’entra? Indipendentemente dalle opinioni negative che si possono avere sui governi dell’UE, che senso ha attaccarli in questa forma? È utile schierare quasi tutto il mondo politico italiano e spagnolo nella condanna dell’insolita manifestazione sotto le due ambasciate? Non a caso anche Romano Prodi, che è ovviamente legittimo criticare per molte cose, ma che indubbiamente non è un fascista, si è irritato.
Naturalmente c’è chi ha salutato con entusiasmo queste sfilate, compiacendosi perché Fidel “le ha cantate a Berlusconi”. Bizzarramente, invece, gli stessi compagni avevano tranquillamente accettato che in passato Fidel elogiasse inopportunamente Berlusconi. Lo aveva fatto nel 1994 sul ”Corriere della sera” (vedi sopra, a p. 155), e c'era stata un'ambigua smentita, ma nel giugno 2002 un’altra intervista a Castro dello stesso genere, apparsa sul rotocalco “Chi”, conteneva un nuovo elogio a Silvio Berlusconi. L’intervistatrice era un’avvenente attricetta, Katia Noventa, ex cognata di Berlusconi, invitata come “testimonial” dell’Habano, il sigaro simbolo di Cuba. Non si sa per quali meriti la suddetta signora sia stata invitata all’Avana e poi fatta sedere al tavolo d’onore accanto a Fidel. Castro in quell’occasione avrebbe detto che, pur non avendo mai avuto “l’onore di conoscere” personalmente Berlusconi, sapeva che “con l’attuale governo l’Italia sta sopportando la crisi meglio di altri paesi europei”. Da quello che gli hanno spiegato, proseguiva, “l’Italia, grazie al suo sistema basato sulla piccola e media impresa ha creato più posti di lavoro”. Di conseguenza “le condizioni sono nettamente migliori rispetto al resto d’Europa”. Chissà da chi aveva avuto queste fantasiose informazioni...
Ma torniamo al problema centrale, ben più grave delle oscillazioni nelle valutazioni di personaggi minori come Berlusconi. Che implicazioni ha la definizione di Bush come fascista, anzi nazifascista? Significa spiegare ogni processo, ogni differenziazione, con l’aggressività di Bush, e le provocazioni del suo “agente all’Avana” Cason. È più facile bollare come tradimento ogni dissenso, se indebolisce un paese che sta per essere aggredito.
2) Ma Cuba sta per essere aggredita?
Certo il contesto internazionale incoraggia la radicalizzazione di ogni scontro; certo la scelta di Cason come rappresentante dell’amministrazione statunitense a Cuba non è un caso; certo a dirigere la politica degli USA verso l’America Latina c’è Otto Reich, che è stato uno degli ispiratori del golpe di Pinochet. Ancor più sicuro che Bush vorrebbe spazzare via lo “scandalo cubano” e che sogna di poter realizzare quello che dieci presidenti si sono proposti senza riuscirci.
Ma la tesi di una preparazione di un intervento degli Stati Uniti, a cui i dissidenti e i “terroristi” dirottatori fornirebbero l’occasione, è almeno in parte contraddetta da molti elementi. Il primo è che sono molti i desideri di Bush che non si possono realizzare nel contesto creato dalla sciagurata guerra in Iraq: nella lista degli “Stati canaglia” da abbattere ce n’erano parecchi, tra cui almeno uno che dava e dà più fastidio di Cuba, l’Iran, che nel 1979 umiliò gli Stati Uniti come mai era avvenuto prima. E a Teheran governano gli stessi che tennero in ostaggio per 444 giorni i 68 funzionari trovati nell’ambasciata... Ma di attaccare l’Iran non se ne parla neppure più, dopo la verifica dell’effetto disastroso – anche sull’opinione pubblica statunitense – del costoso intervento in Iraq.
Con la stessa Libia si è trovato un canale di collaborazione accettando scuse e risarcimenti per le vittime degli attentati agli aerei, mentre le smargiassate missilistiche (con minacce di usare testate atomiche) del regime nord-coreano sono state incassate con disinvoltura a Washington.
Anche nell’area caraibica, dove non c’è dubbio che Cuba è la più fastidiosa spina nel fianco, ci sono tanti precedenti che confermano che dopo il fallimento clamoroso della spedizione mercenaria di Playa Girón (nel lontano 1961...) gli Stati Uniti finora (e sono passati ben 43 anni da allora, compresi tre di presidenza Bush) hanno evitato di rischiare una guerra dall’esito imprevedibile.
Per questo, sei anni dopo, nonostante una campagna propagandistica internazionale che collocava Cuba nella lista dei narcotrafficanti (campagna che spinse Cuba a processare e condannare Ochoa, cfr. p. 129), gli Stati Uniti decisero di fare una prova generale di quel che potevano fare nel nuovo contesto creato dallo sgretolamento del blocco sovietico, invadendo non Cuba, ma Panama... (dove ugualmente ebbero pesanti perdite, anche se di molto inferiori a quelle subite dalla popolazione locale, massacrata con i bombardamenti di interi quartieri della capitale).
Vuol dire che non ci sarà mai un attacco statunitense a Cuba? Non si può certo escluderlo, ma perché sia possibile occorre qualcosa che oggi non c’è: una divisione verticale del gruppo dirigente, o uno scollamento ben più grave di quanto ci sia mai stato tra esso e la popolazione, in seguito a qualche misura veramente impopolare.
Inoltre, un intervento militare è reso più difficile dalle divisioni evidenti nel gruppo dirigente statunitense. La politica degli Stati Uniti in ogni epoca non è mai stata esente da contraddizioni, tra la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato, il Pentagono, il Congresso, a sua volta sottoposto a pressioni di varie lobby. Nessuno è animato da nobili sentimenti, ma le divisioni corrispondono a interessi diversi. Così alcuni Stati interessati alla vendita dei loro prodotti agricoli hanno premuto per la fine o l’attenuazione dell’embargo, e Bush a volte ne ha bloccato le decisioni.
Non si tratta tanto di una contrapposizione tra democratici e repubblicani... Era Clinton il presidente nel 1997, quando ci furono gravi attentati contro diversi alberghi dell’Avana, in uno dei quali morì un giovane imprenditore italiano, Fabio Di Celmo, organizzati da veri mercenari che hanno confessato di essere al soldo di organizzazioni statunitensi, certo con l'aiuto o almeno il beneplacito della CIA, per scoraggiare il turismo e soprattutto per bloccare la visita del papa.
La situazione economica dieci anni dopo le riforme
Abbiamo già accennato ai prodotti alimentari (e non solo) made in Usa, di cui si parla poco per evitare che risulti che il bloqueo non è più così rigido. Va detto che questa apertura, offerta nel 2000 sotto la pressione del settore agricolo dal Congresso degli Stati Uniti, che aveva approvato un emendamento che concedeva il permesso di vendere alimenti e medicinali, era stata rifiutata in un primo momento seccamente da Castro, che protestava per l’imposizione del pagamento in contanti e perché il commercio veniva aperto in una sola direzione.
Quando nell’ottobre 2001 Cuba fu colpita duramente dall’uragano Michelle, il presidente Bush, rilanciò la proposta in termini di “aiuti umanitari”, per ricambiare il gesto delle autorità cubane che avevano offerto la loro collaborazione dopo l’11 settembre. Castro rifiutò “l’aiuto umanitario” ma chiese e ottenne di comprare alimenti, naturalmente a pronta cassa.
L’unica spiegazione razionale di questa scelta, che ovviamente ha irritato molto gli operatori messicani e spagnoli che avevano per anni rifornito alberghi e negozi realizzando profitti considerevoli, è che ha l’obiettivo di aumentare l’attrazione di Cuba sui produttori statunitensi di generi alimentari, in modo di trasformarli in una lobby contro il bloqueo. Gli operatori spagnoli (che pure rimangono in ottima posizione, anche per i consistenti investimenti fatti negli anni scorsi nel settore turistico) hanno protestato formalmente, mentre il Messico, che è stato più duramente colpito dato che in passato era il fornitore specializzato di merci statunitensi che aggiravano l’embargo, ha manifestato la sua irritazione votando la risoluzione contro Cuba nella Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Comunque, le vetrine piene non sono sufficienti a valutare lo stato dell’economia, e soprattutto non sono un indicatore che consenta di misurare il soddisfacimento effettivo dei bisogni della maggior parte della popolazione.
Naturalmente ci sono le relazioni nell’Assemblea Nazionale del ministro dell’Economia, José Luis Rodríguez o del presidente della Commissione Problemi economici della stessa Assemblea, il deputato Osvaldo Martínez.
Osvaldo Martínez prosegue poi spiegando che “se guardiamo all’essenziale della nostra realtà cubana, l’anno 2002 ha visto una piccola crescita ma un grande sviluppo. Piccola crescita in quanto alla misura del PIL; alto sviluppo in relazione alla creazione delle basi essenziali per uno sviluppo umano integrale che trascende lo stretto limite delle transazioni mercantili, e supera qualsiasi concezione dello sviluppo esistente in questo mondo globalizzato, neoliberale, in profonda crisi economica e ancor più in crisi di valori umani”. Il corsivo è mio, per sottolineare questa volta qualcosa che non riesco a capire: come si misura questo “sviluppo umano integrale che trascende lo stretto limite delle transazioni mercantili”?
Altri dati emergono dalla relazione, tra un riferimento e l’altro ai padri della patria e del socialismo (Céspedes, Martí, Bolivar, Marx, Guevara e Fidel) e le considerazioni su tutta una serie di dati non economici: accanto alle insufficienze, “spiccano molte iniziative dispiegate lungo l’anno nel contesto della Battaglia delle Idee, che vanno verso una trasformazione sociale dentro il socialismo, che renda irreversibile la Rivoluzione per l’azione cosciente di cubane e cubani solidali, dai solidi valori etici e patriottici, colti”. Ma alla fine, pur senza troppe cifre, emerge che l’aumento dei costi e la diminuzione del prezzo dello zucchero ha “implicato la disattivazione di 70 zuccherifici e la razionalizzazione dell’industria di appoggio, delle istallazioni e del parco macchinari”. “Nessuno è rimasto disoccupato né dimenticato, nessuno ha perso il suo salario”, assicura Osvaldo Martínez, che spiega poi che “si sono aperte ampie possibilità di studio” per chi non ha più lavoro.
Altri dati positivi riguardano la produzione di medicinali e l’accelerazione dell’informatizzazione, che ha assegnato più di 50.000 computer alle scuole (circa la metà alle scuole elementari). Insieme ai televisori con videoregistratore sono diventati uno strumento indispensabile per sostituire gli insegnanti che lasciano la scuola per cercare lavoro nel settore turistico o in altri mestieri individuali più remunerativi.
Anche la relazione tenuta da Osvaldo Martínez il 23 dicembre 2003 ha le stesse caratteristiche, ed anzi la parte dedicata allo sfacelo dell’America Latina è ancora maggiore, i dati sull’economia cubana più ermetici: ad esempio si dice che tra il 1994 e il 2003 “la crescita dell’economia di Cuba, anche se misurata con l’inesatto strumento del PIL, supera la crescita media dell’America Latina con una proporzione da 4 a 1”. Ma qual’è questa crescita “media”? Non si capisce, perché in un passo si accenna a 16 anni di arretramento su 23 anni del ciclo neoliberista, e in un altro si dice che in America Latina il PIL per abitante è calato dell’1,5% tra il 1997 e il 2003. Ma come si può calcolare una media continentale tra economie così diverse e sfasate tra loro? E neppure servono i dati sui 227 milioni di poveri, con 20 milioni in più ogni anno, o i dati sui “negri che ricevono il 45% in meno dei compatrioti bianchi”. Dove?
Insomma si spiega quasi solo che tutti gli altri stanno peggio, il che, se si mettono tutti insieme, può anche funzionare sul piano propagandistico, ma non è neppure molto utile per descrivere un continente sempre più differenziato al suo interno.
I dati concreti sono ancora meno dell’anno precedente, e in parte non concordano. I giovani inseriti nei corsi di Superación integral ad esempio sono lievemente diminuiti (107.302 contro 119.575 dell’anno precedente, forse per il passaggio ad altre attività) e così anche i computer (45.000 invece dei 50.000 della relazione precedente).
Il dato più positivo è probabilmente l’aumento della produzione di petrolio e gas naturale, che è cresciuta notevolmente: si parlava del 26% nel 2002, ma nel 2003 non sono stati forniti dati sulla crescita. Si dice però che ormai la produzione nazionale di petrolio e gas copre il 90% del fabbisogno delle centrali termoelettriche, anche se per la sua qualità non può essere utilizzata per altri usi (e ha inoltre reso necessarie modifiche alle centrali e una maggiore manutenzione).
Per aumentare la produzione e soprattutto nella speranza di trovare a maggiore profondità petrolio più leggero e con minore percentuale di zolfo, Cuba ha aperto 112.000 kmq della zona di mare sotto la sua sovranità a diverse imprese straniere, tra cui la spagnola Repsol, la Sherrit Internazional (con base in Canadà), la brasiliana Petrobras, ma ha fatto sapere di essere pronta ad accogliere anche imprese statunitensi (che peraltro sembra abbiano già fornito alla Repsol attrezzature, tra cui una delle più grandi piattaforme di perforazione sottomarine).
Nella relazione di Osvaldo Martínez c’è anche un accenno generico, senza nessuna quantificazione, ai risultati conseguiti nel campo delle biotecnologie, per le quali tuttavia, oltre ai dati economici, occorrerebbe conoscere quali sono e con che tipo di applicazione. È comunque significativo che una compagnia californiana, la Cancer Vax Corp, ha aperto trattative per ottenere dal governo Bush l’autorizzazione a realizzare programmi di ricerca congiunti con Cuba per trovare un vaccino contro il cancro.
Il carattere lacunoso dell’informazione sull’economia non permette di ricavare conclusioni soddisfacenti. Ad esempio, se tra le righe della relazione del dicembre 2002 si diceva già di sfuggita che la riorganizzazione dell’industria dello zucchero aveva portato alla chiusura di quasi la metà del totale degli zuccherifici, nel 2003 non se ne parla più, e tanto meno si accenna a quanto zucchero viene ora acquistato, e a che prezzo, in altri paesi tra cui il Brasile.
La trasformazione di Cuba da paese esportatore a importatore di zucchero, non ha in sé nulla di scandaloso. In fondo liberarsi dalla monocoltura era un sogno di tutti i barbudos del 1956-1959, che durante l’ultima fase della lotta appiccarono il fuoco con entusiasmo a vaste piantagioni di canna, un po’ per colpire il regime, ma un po’ anche per prefigurare un paese diverso. Di tentativi di sostituire i cañaverales con altre coltivazioni nei primi anni ce ne furono parecchi, quasi tutti fallimentari per inesperienza, o anche per effetto dei primi consiglieri forniti da un’Unione Sovietica in cui ancora la scienza dell’agricoltura era dominata dal ciarlatano Lisenko, protetto da Chrusciov non meno che da Stalin. O forse, più banalmente, perché tante generazioni di monocoltura a canna avevano cancellato perfino il ricordo di altre possibili attività, a parte il tabacco e il caffè, che erano però legati a particolari ambienti (e infatti il tentativo di piantare caffè nella pianeggiante provincia dell’Avana non ebbe esito).
Quindi, se in una Cuba in cui molti impianti erano diventati fatiscenti (la maggior parte di quelli chiusi non saranno trasformati ma verranno rottamati) e in cui la produttività si era ridotta sempre più, produrre zucchero viene a costare più che in Brasile, ben venga che lo si acquisti lì. D’altra parte, già in passato, in anni in cui la produzione aveva cominciato a calare, e c’erano contratti da rispettare, Cuba aveva acquistato zucchero da altri paesi caraibici per mantenere gli impegni e non perdere clienti fissi. Tuttavia oggi non se ne parla troppo, e non ci sono dati sui costi. Ci auguriamo che la reticenza non sia legata alla necessità di nascondere degli affari poco vantaggiosi fatti dai funzionari preposti al commercio estero (il settore più vulnerabile dalla corruzione) o imposti, come già in passato e per molti altri prodotti, dai “bisogni dei turisti”.
I dati economici “non ufficiali”
Sono particolarmente utili poi gli scritti di Carmelo Mesa-Lago, un economista di origine cubana che insegna da tempo negli Stati Uniti, senza essere impegnato politicamente con la dissidenza, e che è a volte citato anche da autori cubani ortodossi, per il rigore della documentazione e l’assenza totale di polemiche politiche faziose.
Negli ultimi anni, Mesa-Lago, già autore di una pregevole Breve historia economica de la Cuba socialista. Politica, resultados y perspectivas (apparsa nel 1994 presso Alianza Editorial, Madrid), ha pubblicato Ecónomia y bienestar social en Cuba a comienzos del siglo XXI, ed. Colibrí, Madrid, 2003.
Io stesso avevo sentito Fidel Castro dichiarare all'Encuentro Mundial de Solidaridad del novembre 1994 che Cuba non stava “costruendo il socialismo” ma semplicemente difendendo il massimo possibile delle conquiste della rivoluzione. Evidentemente, nei momenti difficili, Fidel ritrova i toni semplici e diretti che avevano caratterizzato le prime fasi della sua attività rivoluzionaria.
Ma vediamo in che cosa consistono gli “effetti alienanti” di quei cambiamenti.
In primo luogo in una disparità economica sconosciuta fino a dieci anni fa. Mentre il salario medio reale nel settore statale è diminuito tra il 1995 e il 2002 del 44%, le differenze estreme nei salari e introiti diversi sono passate da 829 a 1 nel 1995 a casi limite di 12.500 a 1 nel 2002.
Anche su un altro piano l’impatto delle riforme del 1994 ha avuto un effetto squilibrante: le imposte indirette sono arrivate al 54% del totale, e incidono più pesantemente sulla popolazione a basso reddito, mentre chi beneficia di rimesse dall’estero e di profitti di attività commerciali semilegali o illegali contribuisce in modo minimo.
Inoltre la tassazione su affittacamere autorizzati e gestori di paladares è in cifra fissa, troppo alta per chi ha un’attività modesta e saltuaria, che è quindi tentato di chiudere o rendere clandestina la sua attività (ad esempio spostando il ristorantino in un appartamento adiacente non visibile dalla strada) per non pagare, mentre è irrisoria per chi ha a disposizione una casa grande e ben tenuta, con molte stanze da affittare e spazio per garantire un pranzo in un patio fuori visuale. Conosco personalmente qualche caso: si tratta in genere di ex diplomatici o funzionari di buon livello, o ufficiali superiori in pensione, che avevano avuto dallo Stato un’abitazione confortevole.
Per questo una delle proposte di Mesa-Lago, ripresa nelle loro rivendicazioni da dissidenti come Vladimir Roca e Oscar Espinosa Chepe, è una riforma fiscale che introduca una forte progressività delle imposte, ma che ovviamente ha bisogno di controlli efficaci, non affidati a chi guadagna pochi dollari al mese e può essere facilmente tentato dalle bustarelle.
Un altro elemento di disparità segnalato da Mesa-Lago è legato al forte deterioramento dei servizi di salute pubblica, con attrezzature obsolete e spesso privi di farmaci, mentre si sono sviluppate non solo strutture speciali in dollari per i turisti, ma anche cliniche riservate alle forze armate, alla Securidad e ai dirigenti di un certo livello. In ogni caso, al di là dell’esattezza delle cifre indicate per approssimazione, è certo che ci siano disparità di reddito e quindi di condizioni di esistenza.
Sintomatico che alla fine del 2002 siano stati riaperti i centri per l’acquisto dell’oro in possesso della popolazione (ufficialmente chiamati Centros de Tasación y Compra, e popolarmente Casas del oro y de la plata). I gioielli portati dalla popolazione vengono valutati in base al peso e ai prezzi vigenti sul mercato internazionale, e pagati con “pesos convertibili”, una moneta valida solo a Cuba e che nei TRD (Tiendas de Recaudación de Divisas) è equivalente ai dollari. La misura è stata decisa evidentemente per controbilanciare le flessioni degli acquisti nei TRD che si erano avute dopo gli aumenti dei prezzi (tra il 10 e il 30%) decisi nel giugno di quell'anno, e ha una funzione analoga a quella dei Monti di Pietà da noi.
In una situazione così difficile, e che non accenna al miglioramento, si capisce perché riprende la spinta alla fuga negli Stati Uniti. Meno logico che a questo fenomeno venga assimilato, senza fondamento, un dissenso che non vuole lasciare l'isola, ma trovare vie d’uscita diverse da quelle ufficiali, che tra l’altro sembrano cercare più capri espiatori che soluzioni. Non è un caso che nello stesso marzo 2003 in cui cominciano gli arresti e la demonizzazione del Progetto Varela, sono stati destituiti ben quattro viceministri dell’Economia, tra cui la prima viceministro Marta Villanueva (a Cuba la struttura dei ministeri è ancora modellata su quella pletorica che vigeva nel”socialismo reale”). Ovviamente non avevano nulla a che vedere col dissenso, ma a qualcuno si doveva dare la colpa per il peggioramento della situazione economica. Per qualche tempo si è pensato che la valanga travolgesse anche il ministro dell’Economia José Luis Rodríguez, che però non è stato poi toccato.
3) Le polemiche contro gli amici critici
Lo stesso Fidel Castro, in un’intervista a Miguel Bonasso sul giornale argentino “Pagina 12” (ripresa da “Repubblica” il 12–5–03), dopo avere dichiarato la sua simpatia per coloro che rifiutano la pena di morte, ha detto che la sospensione della moratoria delle esecuzioni dopo quasi tre anni è stata decisa “per ragioni assolutamente giustificate”. Infatti Cuba si trova di fronte a una “questione di vita o morte”, come nell’aprile 1961 di fronte allo sbarco di Playa Girón. I dirottatori sono parte di un piano che voleva “provocare con un’ondata di sequestri una crisi migratoria che sarebbe stata usata come pretesto per un blocco navale di Cuba, cosa che inevitabilmente avrebbe portato a una guerra”. La tesi dovrebbe essere avvalorata da una ricostruzione della crisi del 1961 e di quella dell’ottobre 1962, quando Kennedy minacciò la guerra atomica se Chrusciov non ritirava i missili forniti a Cuba, ma il nesso non appare molto chiaro.
E quando l’intervistatore gli chiede un giudizio sulle critiche espresse recentemente da José Saramago, Fidel risponde che “è un buon scrittore”, ma che purtroppo non ha ”capito nulla della realtà attuale di Cuba e del mondo. Non è l’unico che si oppone alla pena di morte, milioni di cubani sono contrari alle condanne a morte, ma neppure uno solo di loro ha avuto dubbi di fronte a una alternativa che conoscono molto bene”. È implicito che chi anche a Cuba ha espresso dubbi non è un vero cubano, ma un traditore…
Il bersaglio principale è stato Eduardo Galeano che, dopo aver denunciato gli orribili approdi delle socialdemocrazie da un lato, degli “Stati comunisti” dall’altro, aveva scritto efficacemente: “La rivoluzione cubana è nata per essere diversa. Sottoposta a un’incessante persecuzione imperiale, è sopravvissuta come poteva e non come voleva. Il suo popolo generoso e coraggioso si è molto sacrificato per restare in piedi in un mondo pieno di gente in ginocchio. Ma nel duro cammino percorso in tanti anni, la rivoluzione è andata perdendo quel vento di spontaneità e di freschezza che dall’inizio la spingeva avanti. Lo dico con dolore. Cuba duole”.
Ancora più grave che Galeano abbia parlato di Fidel Castro in questi termini: “Fidel ha buone intenzioni e, in una situazione di bloqueo e tragica solitudine, ha ottenuto alcuni miracoli. Certo, all’interno di una struttura verticale di potere che non condivido, dato che non sono monarchico, né in nome di diritti ereditari di una dinastia, né in nome del socialismo. Ma grazie alla Rivoluzione cubana, rappresentata nel simbolo di dignità nazionale che è Fidel, Cuba è passata da colonia a patria”.
Questo metodo, di cui potrei fornire decine di esempi, deriva direttamente dallo stalinismo. E, come ha detto Galeano, fa male a Cuba. Coloro che credono di aiutarla giustificandone ogni gesto, non si accorgono che la rivoluzione cubana è stata un po’ diversa, e un po’ più complessa, di come la immaginano e la rappresentano loro (in genere recenti esaltatori, formatisi nel culto di altri paesi del ”socialismo reale” di cui si sentono orfani) e presenta non poche soluzioni di continuità nella sua storia.
Le non facili relazioni internazionali
Cuba ha dovuto in questi anni lottare duramente per spezzare l’isolamento internazionale e ci è in parte riuscita. Vedremo più avanti un aspetto di questa battaglia, la preparazione della visita del papa con una paziente tessitura di relazioni con la Santa Sede e l’episcopato locale.
Uno sforzo particolare è stato fatto all’ONU, dove da anni l’Assemblea generale vota una condanna del bloqueo, naturalmente senza conseguenze pratiche, come per tutte le risoluzioni dell’ONU. Ma è importante che a opporsi siano rimasti solo due paesi, Stati Uniti e Israele, più uno o due staterelli fantoccio come le Isole Marshall (50.000 abitanti, ex dipendenza degli USA, di cui utilizza direttamente la moneta).
Un’altra battaglia difficile (e purtroppo ugualmente priva di implicazioni pratiche) è quella per evitare una condanna della Commissione dell’ONU per i Diritti umani, dove Cuba al contrario ha tentato spesso di fare condannare gli Stati Uniti. Anche quest’anno, sia pure con uno scarto minimo, Cuba è stata condannata, ma è difficile attribuire la responsabilità dell’insuccesso a debolezze della diplomazia: infatti alcune iniziative politiche o militari che dovevano fronteggiare il pericolo esterno o interno, reale o sopravalutato, hanno vanificato molto del lavoro svolto per conquistare alleati.
Partiamo da un episodio drammatico, che non ci sembra corrispondesse a una reale e immediata minaccia per la sicurezza dell’isola. Il 24 febbraio 1996 i caccia cubani hanno abbattuto due piccoli aerei Cessna di un’organizzazione anticastrista di Miami che, come avevano fatto altre volte, stavano entrando nello spazio aereo di Cuba, per raccogliere balseros in difficoltà e in alcuni casi per lanciare volantini. Grandi speculazioni vennero fatte subito in tutto il mondo su questo episodio, presentato come un crimine mostruoso e inaudito, una violazione del diritto internazionale, anche perché l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile ha subito sostenuto che i due Cessna erano stati colpiti mentre erano ancora fuori dello spazio aereo cubano. Naturalmente non c’erano state analoghe proteste per l’attentato contro un aereo della Cubana de Aviación fatto esplodere al largo delle Barbados nel 1976 probabilmente da Luis Posada Carriles, accusato di essere il mandante delle bombe che hanno ucciso l’italiano Di Celmo nel 1997. Ma, facendo leva sull’abbattimento di due aerei disarmati e “in missione umanitaria”, la lobby anticastrista negli Stati Uniti è riuscita a premere su Clinton, che aveva fino a quel momento rifiutato di firmare la legge Helms Burton (che aggrava l’embargo e colpisce chi commercia con Cuba). Le esitazioni di Clinton erano dovute alle pressioni, in senso opposto alla legge, dei circoli industriali che già commerciavano con Cuba attraverso qualche prestanome messicano o canadese e che avrebbero voluto avere via libera. Clinton alla fine ha firmato. Valeva la pena di interrompere il processo distensivo per così poco?
La vicenda di Roberto Robaina
Anche a Cuba in quei giorni c'era chi dubitava della lungimiranza di un’azione che aveva scongiurato un pericolo non grave, ma provocato reazioni ben più dannose. Al momento della brusca destituzione nel giugno 1999 di Roberto Robaina, il giovane ministro degli Esteri, considerato per varie ragioni il “delfino” di Fidel, molti cubani e qualche commentatore estero pensarono che fosse caduto in disgrazia per avere espresso in precedenza perplessità per alcune campagne che avevano reso più difficile il suo lavoro, e per episodi come questo. Dato che non c’è stata mai nessuna dichiarazione pubblica di Robaina, è difficile sapere se questa interpretazione aveva qualche fondamento.
Come per un altro “delfino” di Castro destituito all’improvviso, Carlos Aldana, le informazioni ufficiali erano reticenti, vaghe e accompagnate da insinuazioni infamanti. Aldana era sparito per anni dall’Avana per dirigere un’azienda agricola in una lontana provincia, Robaina aveva passato un lungo periodo in silenzio con incarichi imprecisati lontano dalla capitale, mentre sua moglie veniva coinvolta in uno scandalo legato al turismo sessuale proveniente dal Messico, che sarebbe stato organizzato o tollerato dall’agenzia di viaggi Rumbos di cui era dirigente (ma è stata alla fine prosciolta da ogni responsabilità personale). Poi egli era tornato all’Avana per frequentare l’Accademia di politica estera che forma i diplomatici, un “recupero” che suonava una beffa per chi aveva diretto per sei anni la politica estera del paese.
Roberto Robaina era stato scelto da Castro nel 1986 come segretario dell’Unione dei giovani comunisti (UJC), dove si era affermato come innovatore organizzando concerti di strada all’Avana. Chiamato da tutti col diminutivo affettuoso di Robertico, Robaina era molto amato soprattutto da molti giovani, che apprezzavano la sua oratoria brillante e scorrevole (ma in realtà abbastanza inconsistente), perché sembrava rompere con una tradizione di retorica e di frasi fatte. Nel 1993 era diventato ministro degli Esteri in un momento difficile e aveva svolto abbastanza bene il suo compito, almeno guardando il numero dei paesi con relazioni diplomatiche con Cuba, che si raddoppiò in quegli anni. Era anche un garbato cicerone che accompagnava gli ospiti ritenuti illustri o importanti (come Benetton e simili) nelle strade dell’Avana Vecchia.
Poi di colpo, nel giugno 1999, era stato destituito con una motivazione che non voleva dire nulla: “sollevato dai suoi incarichi in attesa che gli siano assegnate nuove funzioni”. Il testo pubblicato dal Granma diceva che la misura era stata presa a causa della “complessità attuale della situazione internazionale e delle tensioni che essa provoca, della sua importanza crescente per l’avvenire del paese e del mondo, della necessità di un lavoro più profondo, rigoroso e sistematico che questo settore esige”. Cioè non diceva nulla, dato che “la situazione era complessa” anche sei anni prima, quando Robaina era stato messo al posto di Ricardo Alarcón de Quesada, che invece era diventato ministro degli Esteri dopo una lunga permanenza a New York come rappresentante cubano presso l’ONU, che gli aveva dato grandi conoscenze (oggi Alarcón è presidente dell’Assemblea Nazionale, carica non troppo significativa per lo scarso peso effettivo dell’Assemblea, per cui comunque le sue grandi conoscenze della politica internazionale non servono molto).
Bizzarramente, al posto di Robaina fu messo un trentaquattrenne ancor meno esperto di questioni internazionali, Felipe Pérez Roque, che veniva dalla FEU (l’organizzazione degli studenti universitari), ma era stato “allevato” da Fidel che lo aveva inserito nel suo “gruppo di appoggio”, una specie di segreteria informale, di fatto al di sopra di tutti gli organi dello Stato, e poi lo aveva chiamato come suo segretario personale incaricato di rispondere alle lettere inviate dalla popolazione al líder máximo per segnalare abusi e chiedere giustizia.
La visita del papa
Eppure Robaina (verso cui, ripeto, non provavo molta simpatia) aveva saputo tessere pazientemente i contatti che hanno preparato la visita del papa.
Per evitare equivoci, va detto subito che Castro ha “dovuto” invitare il Papa. Non poteva avere certo molte illusioni su di lui e sulla politica vaticana, e sapeva bene che le sue dichiarazioni contro l’embargo non avrebbero avuto implicazioni pratiche, ma erano finalizzate a facilitare un viaggio a cui Giovanni Paolo II teneva molto, soprattutto dopo i ”crolli” del 1989. Ma l’incontro in Vaticano, la cena con non so quanti cardinali, e l’invito al papa sono stati molto utili per rompere l’isolamento di Cuba, aggravato dal passaggio della Spagna (tradizionalmente aperta a Cuba perfino negli ultimi anni di Franco) a posizioni oltranziste allineate agli USA, più grave nel momento in cui Aznar assumeva la presidenza di turno della Comunità europea. Erano iniziative utili per sfuggire alla morsa, ma ovviamente con un prezzo.
L’atteggiamento dei marxisti nei confronti di questa decisione può essere paragonato a quello verso le misure economiche decise da Castro nel 1993-1994. Cuba non aveva molte altre scelte. Ciò non toglie che una parte delle ripercussioni di quelle riforme hanno creato nuovi problemi.
Con lo stesso spirito va vista la scelta di incoraggiare il viaggio del papa. Non ha senso dire, come è stato fatto, che il governo cubano non doveva invitarlo, o che doveva fare questo o quello, ma non è neppure opportuno nascondere i problemi che il viaggio ha creato o, per meglio dire, ha rivelato.
Giovanni Paolo II è un politico sperimentato, che ha a sua disposizione un apparato che rappresenta una delle migliori reti di informazioni esistenti al mondo. E’ stato molto cauto nei suoi discorsi, e così è stato il suo principale rappresentante nell’isola, il cardinale Jaime Ortega. Il papa ha così attenuato (senza rinunciare ad esprimerle) le sue rivendicazioni di pluralismo e di “diritti della Chiesa” (compresa l’imposizione di limitazioni del diritto dei non credenti all’aborto, al divorzio, ecc., alla faccia della tanto proclamata “libertà in Cristo”). La potenza e complessità della Chiesa ha permesso anche un gioco delle parti, facendo dire le cose più dure all’arcivescovo di Santiago.
La cautela non toglie che nei discorsi del papa, nella messa in scena prima rifiutata e poi accettata dal governo cubano, nella prudente forzatura realizzata con gli slogan rilanciati dalla folla, gli applausi che a volte diventavano ovazioni prolungate, sono state poste le premesse di una proiezione politica del cattolicesimo cubano.
La Chiesa infatti ha catalizzato le diffuse inquietudini sulla “libertà” (cioè sui pesanti limiti alla possibilità di espressione di opzioni diverse) e ha dimostrato una forza politica e anche organizzativa superiore alla sua base reale, sicché ora di fatto si erge a fianco e di fronte al regime. Per non perdere la sfida, durante il lungo braccio di ferro sulle modalità della visita papale, Castro ha deciso di cavalcare la tigre: dopo aver creato mille ostacoli sui luoghi prescelti per la apparizioni del papa (in particolare era stata negata a lungo la Piazza della Rivoluzione), ha invitato i cubani a partecipare in massa ai raduni, per assumersi almeno una parte del merito della straordinaria affluenza prevista. Un gesto intelligente, ma non risolutivo. Si è visto che se era possibile controllare gli striscioni e i cartelli, non era altrettanto possibile controllare tutti gli slogan, la lunghezza degli applausi, il modo con cui certi passi del discorso papale venivano salutati dalla folla in piedi che agitava le bandierine a doppia faccia, cubane e vaticane: nonostante l’abilità degli operatori cubani, gli unici ammessi alle riprese, quell'entusiasmo coloratissimo contrastava visibilmente con il quadrato scuro dei dirigenti rimasti seduti.
Un altro particolare emerso dalle riprese colpiva perché appariva viceversa ricalcato sui noiosissimi rituali ufficiali introdotti a Cuba sul modello sovietico dagli anni Settanta: i doni offerti al papa dai laici che portavano prodotti tipici delle loro province, e le frasi di impegno a tutelare la dignità della donna, dei giovani, perfino dei bambini, ecc. da parte dei loro rispettivi rappresentanti (il bambino che ha letto spaurito il suo messaggio era identico a tanti pionieri ascoltati in decine di occasioni politiche a Cuba). Al papa polacco questi rituali non apparivano certo nuovi, ma era visibilmente soddisfatto, perché non era il regime a organizzarli, bensì la Chiesa, che si candidava quindi a concorrente perfino su questo terreno.
Castro ha dovuto fare una lunga e costante ritirata su molti terreni, tanto più scomoda perché le decisioni precedenti non erano popolari. Si pensi alla soppressione della festa del Natale, imposta nel quadro di quella fase estremista iniziata dopo la partenza e la morte del Che con la cosiddetta offensiva rivoluzionaria (cioè la soppressione di ogni pur minima attività artigianale e commerciale) e culminata nel 1969-1970 con lo sforzo volontaristico della grande zafra dei 10 milioni di tonnellate di canna, che disorganizzò tutta l’economia non meno del “grande balzo” cinese del 1958. Castro ha detto che la festa del Natale è stata ripristinata in via eccezionale e provvisoria per un solo anno, ma era inverosimile che si riuscisse a sopprimerla dopo che si è visto con quanto slancio è stata accolta a livello di massa.
Nei mesi successivi venivano indette anche le elezioni, che si sono tenute l'11 gennaio 1998, a pochi giorni all'arrivo del papa, e hanno avuto il consueto risultato del 98% dei votanti, con solo un 3% di schede bianche o nulle. Questo dato ovviamente non significa molto, tenuto conto della forte pressione per sospingere gli indifferenti e anche gli scontenti a presentarsi alle urne. Ma la scadenza elettorale, a prescindere dal risultato scontato, è un'occasione per attivizzare tutte le strutture del partito, i CDR (comitati di difesa della rivoluzione), ecc., impegnandoli a contattare a uno a uno gli elettori, per rintracciare chi fosse fuori città per lavoro o per cure, e segnalarlo alla struttura più vicina, per preparare il voto a domicilio per anziani e infermi, ecc., ma soprattutto per tastare il polso a quei cittadini che si erano un po' persi di vista. Bisogna dire che ancora una volta questo sistema, se come termometro degli umori della popolazione è come minimo un po' approssimativo, ha funzionato come strumento di mobilitazione e di controllo sociale.
I problemi lasciati dalla visita del papa
La Chiesa cattolica non è forza maggioritaria tra i cubani e tra gli stessi credenti, ed è stata screditata da secoli di collaborazione con l’oppressione coloniale, di ostilità alle rivoluzioni del 1868 e del 1895 (anche se il “precursore” Felix Varela era un prete e José Martí era cristiano). Non solo esiste ed è in molte realtà assai consistente un mondo evangelico variegato, battisti, avventisti, pentecostali, Testimoni di Geova (tuttora perseguitati per il rifiuto delle trasfusioni e dell’omaggio alla bandiera, ma Giovanni Paolo II non se ne preoccupa, dato che dove può la Chiesa organizza essa stessa la loro persecuzione), ma la maggior parte degli stessi cattolici appartengono in realtà a vari culti sincretistici, dalla notissima santeria alle chiese “spirituali” o “spiritiste” diffuse nelle province orientali. La Chiesa cattolica è tuttavia di gran lunga la più organizzata e, grazie al notevole apparato di direzione mondiale, la più lungimirante e la più capace di raccogliere frutti politici dalla crescita del sentimento religioso.
Va detto chiaramente che sono ovviamente a favore del pluralismo politico. Non ho mai condiviso le spiegazioni diffuse a Cuba sul crollo del sandinismo come dovuto all’esistenza di libere elezioni (il sandinismo aveva vinto le prime elezioni ugualmente pluraliste, e ha perso le seconde per effetto del prolungarsi della guerra, e per le conseguenze del devastante liberismo economico accettato su pressione dei suoi sostenitori europei), anche se so che una parte della stessa “sinistra” cubana che si richiama a Guevara dice ancor oggi che il superamento del partito unico, frutto di un processo storico complesso e di molteplici fattori, non è un problema immediato e tanto meno sentito dalle masse (casomai, dicono, sarebbe urgente il ritorno a quel pluralismo nell’informazione che caratterizzò i primi anni dopo la vittoria della rivoluzione, fino alla partenza di Guevara).
Una critica da sinistra dei teologi della liberazione
I quattro avevano anche avuto esperienza diretta del ruolo nefasto del papa in Nicaragua, dove aveva trattato con arroganza il governo sandinista, i sacerdoti impegnati nella rivoluzione, gli stessi familiari delle vittime dei controrivoluzionari. La loro previsione era che a medio e lungo termine la chiesa locale assumesse più nettamente la parte polemica degli interventi papali, utilizzandoli come base della catechesi e della sua lotta per l’egemonia. La loro valutazione è stata poi confermata dalla dichiarazione fatta dal papa appena rientrato a Roma (“La visita a Cuba mi ha ricordato la mia prima visita in Polonia, e spero produca analoghi frutti”).
I quattro non avevano dubbi che l’obiettivo di fondo di Giovanni Paolo II sia l’abbattimento del comunismo o di quello che a lui pare tale. Per questo, secondo loro, non andava sopravvalutato il tono pacato delle polemiche, dettato da considerazioni tattiche.
Da veri amici di Cuba, i quattro teologi hanno anche invitato a riflettere sugli applausi che hanno salutato le critiche del papa alla rivoluzione, espressione di una minoranza, certo, ma non insignificante: “rivelavano un malcontento più diffuso e profondo di quanto pensassimo, anche se solo in pochi casi quel malcontento implicava un rifiuto del progetto socialista e un desiderio di restaurazione capitalista”.
Ne deducevano la necessità che “all’interno della rivoluzione e dello stesso partito si aprano maggiori spazi di dibattito e di critica, per evitare che quelle espressioni di malcontento debbano rifugiarsi nelle strutture della Chiesa cattolica”. Uno dei quattro chiese anche a Fidel se continuava a pensare che il papa rappresentasse, come aveva detto, il più forte mal di capo per l’imperialismo. Alla risposta affermativa di Fidel un’altro dei teologi, che conosceva bene da anni e da vicino questo papa e le sue ambiguità, gli ha detto che al massimo è un mal di capo curabile con una sola aspirina.
Castro ha insistito nel valorizzare la critica papale al bloqueo, al debito, alla corsa al riarmo, alle armi nucleari, al neoliberismo, alla dittatura del mercato, alle guerre di aggressione e di conquista. In molte sedi internazionali egli aveva avuto l’impressione di una singolare coincidenza tra la voce di Cuba e quella del papa, come era accaduto a Roma alla conferenza della FAO, dove aveva incontrato per la prima volta Giovanni Paolo II.
Girardi però sottolineava che le critiche del papa, sempre più frequenti negli ultimi anni, non colpivano il capitalismo in quanto tale ma il “capitalismo selvaggio” (come se potesse essercene un altro), non il liberismo ma il neoliberismo, ecc., mentre il comunismo è stato ed è sempre condannato in blocco non per le sue deviazioni, ma per la sua essenza, come “intrinsecamente perverso”. In definitiva, i quattro teologi hanno detto a Castro che una critica così moderata del sistema rappresenta un contributo alla sua razionalizzazione più che al suo superamento. Castro è sembrato in parte convinto, ma ha detto comunque che gli argomenti del papa potevano essere utili per avvalorare la lotta di Cuba contro il liberismo e il capitalismo.
Cuba dopo la visita del papa
Durante la sua visita a Cuba il papa ha recuperato molti consensi a sinistra per le sue pur vaghe parole contro il neoliberismo e l'embargo. Capiamo bene che per Fidel Castro quella visita sia stata preziosa, non foss'altro che per dimostrare alle migliaia di giornalisti accorsi per “assistere alla sua caduta” che il regime era forte e in grado di resistere bene anche agli attacchi dell’episcopato reazionario. Il papa, come ha detto chiaramente al ritorno, voleva fare ”come in Polonia” (crede evidentemente di essere stato lui a far cadere un regime che era invece per conto suo marcio e incapace di riformarsi). Non è riuscito al primo tentativo, ma si è ripromesso di provare ancora. La controprova: il silenzio di Woitila nel 1999, al momento dei primi arresti di dissidenti e dell’inasprimento delle pene per i crimini comuni, che ampliava di molto la gamma dei reati per cui era applicabile la pena di morte. Giovanni Paolo II, che pure aveva condannato tante volte in sintonia con l'episcopato americano la pena di morte negli Stati Uniti, in questo caso ha taciuto. Evidentemente ha pensato che la stretta repressiva fosse un segno di debolezza e che aprisse lo spazio per fare a breve scadenza quel che non gli era riuscito nella prima visita per la combinazione tra orgoglio nazionale e attesa che la sua venuta rompesse veramente il blocco.
In realtà, quasi tutte le speranze generate dall’arrivo del papa sono state deluse, in particolare per la verifica dell’assenza di risultati concreti ai fini della cessazione del bloqueo. Al momento della visita, c’era stata una grande emozione e attesa anche tra i non cattolici: l’80% delle porte dei quartieri poveri dell’Avana erano contrassegnate da un adesivo con il ritratto del papa e la scritta “Juan Pablo II, estamos contigo”. Manuel Vázquez Montalbán, nel suo bel libro sulla visita del Papa (e molto altro...) ha descritto una scuola di arti plastiche dell’Avana vecchia dove era arrivato guidato da Eusebio Leal, l’historiador oficial de la Ciudad considerato il viceré della città vecchia che conosce palmo a palmo.
Lo stato delle relazioni internazionali negli ultimi anni
In questi anni successivi alla visita del papa, comunque, c’erano stati alcuni progressi nelle relazioni internazionali, in primo luogo le aperture commerciali da parte degli Stati Uniti di cui abbiamo già parlato. Nel dicembre 2000 ha visitato Cuba anche il presidente Putin, ma gli accordi economici stipulati sono di modesta entità. Nel periodo della presidenza Eltsin i rapporti economici erano relativamente migliorati, ripristinando in parte gli scambi tradizionali (petrolio contro zucchero o agrumi), dimostrando che il rapporto negli anni Settanta e Ottanta aveva qualche fondamento razionale in una reciproca utilità, e anche quelli politici non si erano deteriorati troppo, grazie alla prudenza del gruppo dirigente cubano, che aveva evitato di dire anche una sola parola di critica al cannoneggiamento del palazzo del Parlamento russo. La Russia era rimasta così il principale fornitore dell’apparato militare cubano. Tuttavia gli scambi erano stati poi ostacolati dal costo dei trasporti e dalla progressiva diminuzione della produzione di zucchero nell'isola.
Inoltre, le pressioni degli Stati Uniti sulla Russia perché interrompesse il sostegno militare a Cuba sono diventate più convincenti, dal momento che la Russia non aveva più un reale bisogno delle stazioni fisse di ascolto e osservazione situate nell’isola, superate e rese inutili dall’osservazione satellitare. Putin pretese di modificare i termini economici dell’accordo di cooperazione militare, ma di fronte all’irritazione cubana le stazioni furono definitivamente chiuse, e Cuba ha così perso i 200 milioni di dollari che venivano corrisposti annualmente dalla Russia per l’utilizzazione della base di Lourdes.
Più importante e positivo il rapporto con il Venezuela, anche se l’instabilità in quel paese e alcune catastrofi naturali che lo hanno colpito hanno rallentato in diversi periodi le forniture di petrolio. Chavez è comunque venuto a Cuba molte volte, accolto sempre entusiasticamente e fraternamente da Castro. Per alcuni anni è stato l’unico alleato possibile in America Latina, soprattutto per la progressiva presa di distanza del Messico.
Un certo rilievo aveva avuto la visita a Cuba dell’ex presidente Carter, piuttosto utile propagandisticamente. Ma l’effetto è stato poi annullato dall’ondata repressiva dell’anno successivo, fermamente criticata anche da Carter.
Più importanti le relazioni stabilite con il Brasile di Lula e l’Argentina di Kirchner, con diversi viaggi di Castro in quei paesi, e visite a Cuba di Lula e di ministri argentini. Politicamente questa intesa cordiale è ben più utile di quella con il solo Chavez (discusso e non saldissimo), che comunque beneficia anch'egli del nuovo clima latinoamericano creato dai successi elettorali della sinistra nel Cono Sud.
Va detto che Cuba ha avuto finora buoni rapporti con altri paesi come la Colombia, evitando di appoggiare le guerriglie operanti in quel paese. Un atteggiamento analogo c’era stato in passato con il Messico, ignorando il movimento zapatista, e anche con la Spagna (negando ospitalità e appoggio all’ETA in nome della “lotta al terrorismo”).
Tanta cautela non è servita a molto. Gli arresti e le condanne hanno reso più difficili i rapporti con molti paesi amici. Negli ultimi anni, nella Commissione per i Diritti Umani dell’ONU, Cuba ha avuto, sia pure di stretta misura, una serie di condanne, a cui ha reagito duramente.
Nel 2001, ad esempio, una mozione di condanna era passata con 22 voti a favore, 21 contrari e una decina di astenuti, ma in quello stesso anno Cuba era stata esclusa anche dai negoziati per l’ALCA con la motivazione che sarebbe l’unico ”paese non democratico dell’emisfero occidentale”.
Nell’aprile 2002 il risultato è stato analogo, ma l’elemento più inquietante è che ben sette rappresentanti di paesi latinoamericani (tra cui il Messico, che era stato per decenni una sponda preziosa per aggirare il bloqueo) votano a favore della mozione, mentre si astengono Brasile ed Ecuador, e votano contro Cuba e Venezuela. La reazione cubana porta alla rottura dei rapporti diplomatici con l’Uruguay, presentatore della mozione di condanna, e lascia uno strascico di aspre polemiche con il governo messicano.
Conclusioni
Abbiamo già sottolineato in molte parti del libro, e anche in questo aggiornamento dedicato al bilancio dell'ultimo decennio, che la maggior parte dei problemi di Cuba derivano da responsabilità oggettive non sue, da una situazione internazionale particolarmente allarmante, da uno scambio ineguale tra prodotti finiti e materie prime come lo zucchero e il nichel, dallo stato d'assedio permanente in cui l'isola vive da più di quarant'anni. La maggior parte, ma non tutti.
Abbiamo ricostruito l'atteggiamento del governo cubano di fronte a chi voleva lasciare l'isola, molto più duttile nel 1960-1961, nel 1980 e ancora nel difficile e drammatico 1994, non per denunciare una presunta incoerenza, ma per mettere in evidenza che negli ultimi due anni c'è stata una reazione di panico, che ha portato a un irrigidimento e a una criminalizzazione senza precedenti di un fenomeno che si manifesta ugualmente anche in Messico, ad Haiti e in altri paesi dell'America Centrale, e che si spiega più semplicemente con l'enorme attrazione che presentano gli Stati Uniti per la popolazione più povera dei paesi limitrofi. Ma questa semplicissima spiegazione materialista viene usata poco e malvolentieri da Cuba, che preferisce denunciare i complotti di Bush e della ”mafia di Miami”, evitando di spiegare perché in certi periodi sono stati meno efficaci.
Abbiamo parlato a lungo della visita del papa, che diede al mondo, attraverso le migliaia di giornalisti accorsi con intenti prevalentemente ostili, una splendida dimostrazione di un sostanziale consenso e di meccanismi di controllo efficaci e discreti, nei confronti degli scontenti.
Se ora si reagisce in altro modo, dunque, vuol dire che c'è qualcosa di nuovo, in primo luogo per la perdita delle speranze riposte in una prossima fine del blocco. Questo è stato incrinato, ma non a beneficio di tutti, e sono proprio gli esclusi a cercare di nuovo con furore e disperazione la strada della fuga.
L'informazione rimane bloccata, rituale e non efficace, anche se sono state introdotte delle tavole rotonde televisive, riprodotte poi in appositi supplementi di “Granma”, che hanno suscitato molto interesse per la partecipazione di qualche esponente dell'esilio, ma che nel complesso non hanno mutato l'impostazione generale. Colpisce la mancata o insufficiente utilizzazione di tutte le energie disponibili: sulle riviste attaccate da Raúl nel 1996 (legali, anche se di fatto “semiclandestine” per la modesta tiratura imposta e la vendita in dollari) si potevano trovare, soprattutto nei primi anni Novanta, articoli di respiro scritti in forma brillante, mentre la stampa ufficiale continua ad essere tuttora affidata a giornalisti mediocri e incapaci di sfuggire al teque (che potremmo tradurre con “burocratese”) e a toni retorici che non convincono nessuno. La rectificación de errores soprattutto su questo terreno si è trasformata nel suo contrario: ratificación de horrores.
Ma ancora di più che nella cosiddetta “battaglia delle idee” l'irrigidimento pesa su altri terreni, con misure che aumentano le incertezze sul futuro: tanto i paladares che i lavori en cuenta propia, e perfino l'utilizzazione dei dollari, sono stati sottoposti a regolamentazioni diverse nel tempo, a tassazioni per certi aspetti inefficaci, ma che appaiono vessatorie a chi ha una attività modesta e incoraggiano a eludere i controlli ritornando nell'illegalità diffusa prima delle riforme del 1993.
E poi c'è l'incognita Fidel: in tutti i dibattiti, per anni, qualcuno chiedeva cosa poteva accadere alla sua scomparsa, e io rispondevo che probabilmente non sarebbe accaduto niente di speciale, che al fianco di Castro erano cresciuti decine di quadri giovani e preparati, trentenni o al massimo quarantenni, come Robaina, Abel Prieto, Alarcon, Roque, che avrebbero garantito una successione indolore…
Tuttavia in questi ultimi anni le svolte brusche, le destituzioni improvvise di ministri, le sostituzioni senza spiegazioni al vertice dell'Ufficio Politico (che conta ben più che il pletorico Consiglio dei ministri), perfino gli interventi per frenare le intemperanze repressive e censorie di Raúl Castro, si sono infittiti e sono avvenuti in una forma sostanzialmente “monarchica”. La concentrazione del potere impedisce la visibilità della dialettica interna, che pure indubbiamente c'è. Preoccupa pensare a cosa potrebbe accadere quando non sarà più possibile la “sintesi” fatta dal líder máximo spendendo quel carisma che non ha nessun altro (e meno che mai il fratello, che pure è l'erede designato). Per questo non si può più considerare ingenua la domanda sulle ripercussioni di un'eventuale scomparsa di Fidel, solo perché viene riproposta incessantemente e in forma sgradevole dai mass media ostili.
Ma quell'episodio del 1996, in particolare la reazione all'attacco di Raúl (che come risultato concreto ebbe solo quello di liquidare il CEA affidandolo a un mediocre scribacchino, mentre i ricercatori attaccati o costretti a lasciarlo trovavano tutti lavori equivalenti in altri centri studi) ha dimostrato che le forze per un cambiamento ci sono: a Cuba c'è una straordinaria intelligencija che non teme il confronto con nessun altro paese dell'America Latina. Giulio Girardi ha lanciato più volte un appello a fornire carta per quelle riviste critiche e al tempo stesso fedeli (più di tanti burocrati arrivisti) agli ideali originari della rivoluzione, alla sua “anima guevariana”. Il grosso del movimento che appoggia Cuba non lo ha ascoltato, e ha continuato a organizzare viaggi turistici e a riprodurre sui suoi organi gli scritti più dogmatici dei massimi dirigenti.
Ma all'interno del più vasto movimento di solidarietà, che non coincide sempre con l'Associazione ufficiale di Amicizia Italia-Cuba, e che ha ottenuto in molti casi risultati notevoli, che hanno contribuito a spezzare la sensazione cubana di isolamento e di accerchiamento in un mondo ostile, bisogna battersi per portare non solo medicinali e attrezzature, ma anche un sostegno concreto alle attività politico-culturali di questa intelligencija, che non deve sentirsi sola ed essere per questo sospinta o costretta ad appoggiarsi sull'unica struttura legale esistente al di fuor di quelle controllate dalla burocrazia del PCC, la Chiesa cattolica.
1 Appariva un nuovo strato sociale, ben visibile, perché numeroso, ma non il più pericoloso. Più insidioso invece, vedremo, lo strato privilegiato dei funzionari statali (ex militari o ex diplomatici) inseriti come “controllori” nelle società miste, e spesso esposti a fortissime e irresistibili tentazioni di arricchimento rapido.
2 Ho vissuto prima dell'apertura a tutti delle tiendas in dollari in una cittadina orientale per un progetto di solidarietà. Eravamo parecchi italiani ospitati in case di cubani, e avevamo constatato il loro stupore di fronte alla grande varietà di prodotti per bagno o per la cucina di cui ci servivamo o che portavamo in dono.
3 La famiglia del bambino sarà premiata alla conclusione della vicenda inserendola in un ambiente particolarmente confortevole, tanto diverso da quello di partenza che Elián, poco dopo il ritorno, chiese in diretta televisiva: “ma quando torniamo a Cuba?”. La casa con giardino e piscina in cui era stato accolto dopo il rientro assomigliava più a quella degli zii in cui aveva vissuto a Miami, che a quella da cui era partito con la madre da Cardenas su un’imbarcazione di fortuna...
4 Il paragone a qualcuno sembrerà scandaloso ma anche i primi soviet nella Pietroburgo del 1905 nacquero in seguito alla proposta del generale dell’Ochrana Zubatov, che aveva incoraggiato la loro formazione per poter controllare meglio le prime manifestazioni operaie...
5 Conferenza stampa di Felipe Pérez Roque del 9 aprile 2003, traduzione dell’ambasciata a Roma che l’ha inoltrata.
6 In contrapposizione alle 11.000 firme raccolte per il Progetto Varela, è stata organizzata una massiccia campagna con raccolta (non troppo spontanea) di un numero enorme di firme, più o meno corrispondente all’intera popolazione ed è stato organizzato un plebiscito che con le solite percentuali del 99% ha dichiarato irreversibile il sistema politico cubano, senza accorgersi che questa scelta ricalcava quella fatta da tutti i regimi del “socialismo reale”, che quando erano entrati nella fase più critica si erano premuniti proclamando sulla carta un’egemonia del partito che di fatto non c’era più.
7 Questa interpretazione impressionista dell'aggressione poliziesca a Genova come sintomo dell'instaurazione di una dittatura fascista o ”cilena”, era fatta proprio anche dalle ”Madri di Piazza di Maggio”, di cui nessuno nega il coraggio e la tenacia, ma che non sempre hanno la necessaria esperienza politica per valutare vicende di altri paesi (si basano inoltre su diversi collaboratori decisamente estremisti). Oggi, ovviamente, le loro principali esponenti condividono le analisi di Castro e giustificano di conseguenza la svolta repressiva.
8 Lo ha dimostrato il sostanziale fallimento della “manifestazione nazionale” indetta il 28 giugno 2003 a Roma con la parola d’ordine "Difendiamo Cuba" e che per l’impostazione settaria e giustificazionista ad ogni costo ha raccolto meno di duemila persone. Quanto maggiore era la frustrazione per l’insuccesso, tanto più forte l’intolleranza espressa nei confronti dei due soli oratori che avevano tentato di affrontare il problema delle condanne, interrotti al grido di ”Ma Cuba è socialista” che vuol dire che un paese ”socialista” può fare quello che crede per difendersi dai suoi stessi cittadini!
9 A un corsivo di “Liberazione” che aveva osato esprimere perplessità sull’opportunità di quell’intervista, aveva risposto il giorno dopo una giornalista dello stesso quotidiano, Maria R. Calderoni, con una lettera in cui diceva di non trovarci “niente di scandaloso”: i giudizi positivi sul governo Berlusconi, le sbrigative equidistanze tra destre e sinistre europee le sembravano “più frasi di circostanza, in un contesto che riflette il difficile momento economico che attraversa l’Isola (in gran parte sempre per colpa Usa…)” Insomma quel che dice e fa il líder máximo a qualcuno va sempre bene. Se elogia Berlusconi lo fa per “tattica”, se lo insulta è perché è coraggioso. Un atteggiamento che ripropone quello avuto per tanto tempo da gran parte della sinistra di fronte a ogni zig zag di Mosca e di Pechino…
10 Chi pensasse che l’apparizione di una modesta opposizione intellettuale e politica a Cuba possa avere la stessa funzione, farebbe un’analogia campata in aria. Ben diversa invece sarebbe la situazione se ci fosse una divisione clamorosa nel gruppo dirigente, prima o dopo la morte di Fidel Castro. Ma questa ipotesi, per giunta ancora poco probabile, non è assimilabile in alcuna maniera alla rivendicazione del pluralismo da parte di intellettuali quasi sconosciuti al grosso della popolazione.
11 Per le ripercussioni a Cuba, in particolare sul sistema di difesa, cfr. sopra, p. 130.
12 Il ministro del Commercio estero Raúl de la Nuez ha dichiarato che le 10 nazioni che nel 2003 rappresentano il 72% dell’intercambio commerciale con Cuba sono, nell’ordine, Venezuela, Spagna, Cina, Canadà, Paesi Bassi, Italia, Stati Uniti, Messico, Francia e Russia. Tuttavia il commercio con gli Stati Uniti è praticamente a senso unico: Cuba acquista soia, olio di soia, grano, riso e mais, mentre gli USA non comprano quasi nulla (vedremo d’altra parte che il crollo della produzione di zucchero, di cui Cuba è diventata importatrice, renderebbe difficile il ripristino dei tradizionali rapporti economici prerivoluzionari). Il commercio estero di Cuba, secondo la stessa fonte, aveva avuto una flessione del 14% nel 2002, e un aumento del 13,2% nel 2003.
13 L’opinione più diffusa è che si tratti di persone che realizzano guadagni leciti o meno leciti in piccole attività commerciali o all’interno di corporaciones (imprese miste), mentre alcuni dei fortunati possessori di moto prestigiose sarebbero, secondo l’opinione popolare, sfruttatori della prostituzione che, da quando è stata resa meno visibile nelle strade perché sottoposta a retate, ha dovuto diventare più organizzata e simile a quella dei paesi capitalistici.
14 Tuttavia anche in quel caso una lettura attenta dei dati permetteva di scoprire alcuni trucchi. Ad esempio la popolazione dell’Ucraina rimase immutata nel corso di tutti i tragici anni Trenta, senza crescere né calare di una sola unità, nel periodo in cui verosimilmente era diminuita drammaticamente per le repressioni, la deportazione, le carestie. Analogamente l’aumento progressivo della vodka nei bilanci sovietici era stata occultata prima nella voce “bevande alcooliche e non alcooliche”, poi in quella “altri prodotti”, che balza da meno del 3% a oltre il 32%. Su questo rimando alle analisi contenute nel mio Intellettuali e potere in URSS (1917-1991). Bilancio di una crisi, seconda edizione, Milella, Lecce, 1995, pp. 131-136, e Gorbaciov. Le ambiguità della perestrojka, Erre Emme, Roma, 1990, in particolare la scheda su L’alcolismo in URSS, pp. 51-53. Oscar Espinosa Chepe (su “Cubaencuentro” del 18/1/2003) ha esaminato la nuova edizione dell’Anuario estadistico de Cuba apparso dopo una lunga interruzione nel 2002 (con data 2001), rilevandone le reticenze, la sparizione di tabelle e di dati comparativi su un più lungo arco di anni come si faceva nelle precedenti edizioni (in questa si parte invece dal 1997).
15 Un saggio di Bruno Bosco, del Dipartimento dei Sistemi Giuridici ed Economici dell’Università di Milano-Bicocca, Note sull’utilizzo di indicatori diversi dal reddito per la valutazione dello sviluppo sociale in un paese: il caso di Cuba, fornisce elementi interessanti per tentare di quantificare l’incidenza dei fattori non documentati dalle variazioni del PIL. (bruno.bosco@unimib.it).
16 Il neretto, che riporto dalla traduzione inviatami dall’ambasciata, è di Martínez, il corsivo è mio, e vuole sottolineare un concetto bizzarro, come appunto il “formalismo statistico”. Le statistiche sono o dovrebbero essere rigorosamente oggettive, mentre la parola formalismo, nel gergo burocratico, tende a delegittimarle. D’altra parte se i risultati sono inferiori o no a quanto ci si era prefissati in sede di bilancio, non è un dato soggettivo da presentare col condizionale...
17 Gli apagones sono le brusche e prolungate interruzioni di erogazione di energia elettrica. La cattiva qualità del petrolio nazionale, molto pesante e poco raffinabile, crea frequenti blocchi nelle centrali termoelettriche, anche se con l’aiuto di investitori stranieri sono state introdotte migliorie tecniche per ridurre gli inconvenienti.
18 Il grassetto è di Martínez. La differenza rispetto ad analoghe soluzioni nostrane, del protrarre gli studi per nascondere la disoccupazione, è sostanziale, perché a Cuba gli studi sono completamente gratuiti. Tuttavia la descrizione dei “giovani prima non impegnati nel lavoro né nello studio” e a rischio di “entrare nella criminalità” fa pensare a una specie di provvedimento rieducativo per giovani sbandati e vagabondi.
19 In particolare negli alberghi di Varadero o dell’Avana ai turisti venivano servite pere e mele acquistate in Spagna, invece della frutta tropicale locale. Pere, mele, pesche, non crescono a Cuba e sono molto apprezzate dai locali, che peraltro non possono frequentare gli alberghi per turisti. Il loro acquisto era dunque una spesa non necessaria ai turisti, anche se gradita ai funzionari locali e soprattutto ai partner spagnoli che facevano da intermediari.
20 Analizzando la situazione dell’allevamento di bovini Oscar Espinosa Chepe rilevava che, per la diminuzione dei capi e la loro insufficiente alimentazione, Cuba è costretta ad importare annualmente più di 80 milioni di dollari di latte in polvere. In un articolo sulla “finanza creativa” della Parmalat apparso su “Repubblica” del 25 gennaio 2004, la vendita di latte in polvere veniva definita la prima delle operazioni fittizie escogitate per truccare i bilanci. Il contabile Giancarlo Bocchi riferiva ai giudici una frase meravigliata di Fausto Tonna: “Stiamo esagerando con questo latte in polvere a Cuba, ne avranno fin sopra i capelli”. Sicché c’è il dubbio che, secondo una inveterata abitudine dei capitalisti che intervengono a Cuba, una parte di quelle forniture servissero a operazioni finanziarie (ovviamente previa “lubrificazione” dei meccanismi di controllo...). Un articolo uscito su ”Granma internacional” l’11 febbraio parlava a lungo della Parmalat nel quadro della crisi mondiale del capitalismo, paragondola alla Enron, ecc., e accennava solo di sfuggita a “operazioni virtuali o rimesse immaginarie, come per le 300.000 tonnellate di latte in polvere per Cuba”. Tutte sulla carta? E allora da chi altro veniva acquistato il latte per i bisogni cubani?
21 Se nella sinistra italiana c'è scarso entusiasmo per le esperienze di quei paesi, va detto che i governanti di Cuba li considerano socialisti. Ovviamente il fatto che Espinosa Chepe proponga di imitarli non attenua la sua colpa fondamentale di fronte ai burocrati, che è quella di puntare all'autorganizzazione, e di permettersi di fare analisi e proposte fuori dai canali ufficiali.
22 Gli scritti di Oscar Espinosa sono reperibili su vari siti come Cubanet.
23 Carmelo Mesa-Lago, Crecientes disparidades económica y sociales en Cuba: impacto y recomendaciones para el cambio, pubblicato in Internet nel sito del Proyecto sobre la transición en Cuba.
24 Il discorso di Fidel Castro al Congresso dell’UNEAC è apparso su “Granma” (8-12-1993).
25 C. Mesa-Lago, Crecientes disparidades, cit., p 19
26 Ivi, tabella a p. 12.
27 Ivi, pp 2 e17-19.
28 La rivista era “Socialist Register”. L’articolo di Dilla mi era parso ottimo e lo avevo tradotto subito, ma ero stato criticato da amici cubani, che pure, in privato, condividevano le sue tesi: “vedrai che se ne andrà, non si possono scrivere queste cose così brutalmente”. E difatti nel 1999 Dilla, senza diventare un ”dissidente”, ha accettato un incarico in una università centroamericana. Il suo testo può essere richiesto inviando una mail a: antonio.moscato@unile.it.
29 Mi scuso per il pessimo italiano, che non dipende da me: cito dalla traduzione di “Repubblica”.
30 Tanto il testo di Galeano che i commenti di Kilberg mi sono pervenuti da quest'ultimo, che invia ogni giorno almeno 3 o 4 mail. A chi fosse interessato a ricevere questi materiali, segnalo l'indirizzo: pkilberg@datafull.com
31 L’articolo firmato da Tonino Bucci apparso il 9 aprile 2004, aveva anche un titolo che dava per scontata la colpevolezza e la complicità con Washington di tutti i dissidenti: Il silenzio su Cuba. “Dissidenti”, un libro inchiesta di due giornalisti cubani a un anno dal processo contro la rete di 75 collaboratori del governo Usa. Gli argomenti usati nel libro per denigrare i dissidenti sono in realtà quelli classici usati per decenni a Mosca, a Bucarest, ecc., nei confronti degli oppositori: sarebbero avidi di potere e soprattutto di dollari...
32 Si assimila per giunta chi resta e vuole restare a Cuba anche a costo di pesanti sacrifici (oltre agli arrestati, molti altri firmatari del Progetto Varela hanno perso il posto di lavoro o sono stati espulsi dalle università) a chi se ne è andato, magari col consenso del governo cubano, che offre la possibilità di insegnare o lavorare all’estero in altro modo (ad esempio come artisti) senza troppi problemi, se si assicurano rimesse alle famiglie.
33 Un altro argomento utilizzato è il processo a “los cinco héroes prisoneros del Imperio”, cioè ai cinque agenti cubani processati negli Stati Uniti e condannati per l’incredibile reato di “cospirazione al fine di commettere spionaggio”, e accusati anche di avere segnalato alle autorità cubane i due velivoli dei “Fratelli per il riscatto” abbattuti nel 1996 mentre penetravano nelle acque territoriali cubane. Un esempio di pubblicazione di questo genere è Cuba o della mela marcia, (La Città del sole, Napoli, 2003), che risponde alle critiche sia fornendo un elenco dei crimini (veri) degli Stati Uniti, sia ripubblicando alcuni scritti del Che, che in realtà con i problemi attuali non hanno nessuna relazione.
34 Che tristezza. Viene in mente il processo che nell’anno 897 il papa Stefano VI intentò contro il cadavere del suo predecessore, papa Formoso... Robaina era vivo, ma ugualmente non ha parlato...
35 È possibile che all’arresto di Villanueva fosse collegata anche l’inchiesta sulla moglie di Robaina.
36 Montaner ha insinuato malignamente che la grande “trovata innovativa” introdotta da Robaina a Cuba, e che in sostanza consisteva nel lanciare il grido “Chi non salta è yanqui” spingendo tutti a saltare (ribattezzata “el brinco [salto] ideológico”) abbia irritato Castro: ci sarebbe una foto in cui salta anche lui come un canguro, ma con un’espressione disgustata dalla stupidità della cosa. È solo un pettegolezzo, ma divertente.
37 Nessun cubano ha espresso perplessità per il rientro dei resti del Che, anche se qualcuno ha osservato che per onorarlo sarebbe stato meglio pubblicare i numerosi suoi scritti rimasti inediti.
38 Contrariamente a quello che pensano gli apologeti della repressione, è proprio questa, che può colpire molto i semplici cittadini indifesi ma si ferma di fronte alla grande forza della Chiesa, che può accrescere notevolmente il peso di questa. L'esperienza polacca viene evocata solo per attribuire al papa la responsabilità della crisi, ma non si ricorda che dopo 40 anni di regime sedicente socialista il peso politico della Chiesa, che era modesto tra il 1918 e il 1939, e modestissimo nei primi anni dopo il 1945, per il suo rifiuto della riforma agraria, è cresciuto verticalmente. Rinvio per questo al mio Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939–1981), Lacaita, Manduria–Roma, 1988.
39 Un altro sintomo di questo nuovo peso della Chiesa è rappresentato dalla scarcerazione di 300 detenuti richiesta dal cardinal Sodano durante la visita del papa come gesto di buona volontà in vista di nuovi incontri. Erano contenuti in una lista più ampia: di essi 75 erano definiti da Sodano ”prigionieri politici” (da Robaina ”controrivoluzionari”), i rimanenti venivano liberati per motivi umanitari.
40 Il resoconto della discussione, steso da Giulio Girardi, è apparso in diversi paesi, e in Italia su “il manifesto” pochi giorni dopo l'incontro. Cito tuttavia dall'originale spagnolo inviatomi dall'autore.
41 Manuel Vázquez Montalbán, E Dio entrò all’Avana, Frassinelli, Milano, 1998, p. 29.
42 Ivi, p. 17.
43 Sintomatico del mutamento di clima negli ultimi anni il fatto che, nel clima creatosi dopo l’11 settembre in nome della lotta contro il terrorismo (ma anche evidentemente per non pregiudicare i primi segni di attenuazione del bloqueo), Cuba non aveva protestato per la detenzione a Guantanamo degli uomini catturati in Afghanistan e aveva offerto perfino la sua collaborazione in caso di evasioni. Eppure, negli stessi Stati Uniti c'era già l'amministrazione Bush. che oggi viene definita ”nazifascista”.
44 Il 27 marzo di quell'anno il “Granma” aveva pubblicato un durissimo attacco di Raúl Castro alle nuove riviste indipendenti, e in particolare a “Cuadernos de Nuestra America”, pubblicata dal Centro Studi sull'America (il CEA, uno strumento di ricerca del CC del PCC), a cui collaboravano intellettuali come Fernando Martínez, Julio Carranza, Aurelio Alonso, Haroldo Dilla, Rafael Hernández, Juan Valdéz. L'attacco presentava in puro stile stalinista quelle riviste come ”secondo binario dell'intervento USA” e le ricollegava alla rivista marxista “Pensamiento crítico, che era stata chiusa nel 1971 su pressione sovietica, e che ora veniva definita ”quintacolumnista y diversionista”. Quando però il discorso fu trasmesso in televisione, risultò che le frasi più gravi non erano state pronunciate. Una censura al testo scritto preparato dal “numero due” poteva essere attribuita al solo Fidel, ma evidentemente c'erano altre resistenze: diversi membri dell'Ufficio politico del partito espressero il loro appoggio alle riviste partecipando alla presentazione dei numeri che erano in stampa al momento dell'attacco. Le riviste hanno però poi prevalentemente evitato di affrontare in forma esplicita temi politici ed economici scottanti; qualcuno dei collaboratori se ne è andato silenziosamente da Cuba, altri sono stati indotti successivamente a firmare appelli “ortodossi”, in parziale contrasto con le idee che avevano sostenuto per decenni.