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CUBA DA DENTRO Racconti
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Cuba da dentro
Racconti cubani
Il “viaggio di solidarietà”
Era arrivato a Platero dopo un viaggio lunghissimo e avventuroso. Non tanto per il volo, che aveva fatto molte altre volte, ma per tutti gli imprevisti, iniziati già alla Malpensa (difficoltà a far accettare il sovraccarico di bagagli, cioè le donazioni), e poi soprattutto nel proseguimento dall’aeroporto di Varadero alla meta finale, quasi mille chilometri più a oriente.
Il volo era stato come sempre noioso, e gli aveva fatto rinascere i dubbi su quel viaggio, a cui era stato spinto soprattutto dal fatto che non sapeva bene che fare della propria vita, dopo la fine del rapporto che per cinque anni aveva risvegliato i suoi sensi e il suo desiderio di vivere (ma aveva anche sconvolto la sua vita, spingendolo a lasciare bruscamente la compagna con cui aveva vissuto quasi trent’anni).
Nessuna delle ragazze che aveva sbirciato durante la lunga attesa alla Malpensa e poi sull’aereo gli era sembrata interessante: andavano un po’ tutte alla ricerca di esotismo e magari di qualche maschio disponibile (certo non lui, che sentiva sempre più il peso degli anni e delle tante cicatrici); non conoscevano quasi nulla di Cuba, e gli sembravano poco attraenti, a parte un paio che si consideravano fatali e irresistibili, e lo lasciavano trasparire da ogni gesto. Ovviamente evitava queste ultime più delle altre.
Degli uomini (in netta minoranza), pochissimi sembravano informati sulla realtà in cui andavano. Qualcuno era già stato a Cuba, in particolare Mario, il capodelegazione, che era però talmente innamorato dell’isola (e di una sua abitante…) da non accorgersi di molti problemi, anche perché era convinto di capire bene e saper parlare lo spagnolo. Sull’aereo c’erano poi anche due o tre coppie, che sembravano partite per una specie di viaggio di nozze d’argento anticipato. Nessuna tentazione di mettere il dito tra di loro.
Era il primo viaggio, da decenni, in cui Emilio partiva senza una compagna, ma era così stanco di una serie di esperienze fallimentari da non essere minimamente attratto dalla ricerca di “una storia” occasionale. In ogni caso si trattava di un viaggio in cui si era ritrovato quasi per caso, e che aveva accettato solo per curiosare nella vita di una cittadina della provincia cubana. Conosceva bene l’Avana, dove aveva decine di amici, di tutti i ceti sociali, ma sapeva che conoscere cento persone in una città di due milioni di abitanti non ti permette realmente di penetrarla. E sapeva che Cuba non è solo l’Avana. Anzi qualche cubano gli aveva detto: per fortuna! Se tutta Cuba fosse come la capitale, non avrebbe retto alle difficili prove e non avrebbe salvaguardato almeno una parte delle conquiste della rivoluzione….
Così aveva accettato di unirsi alla prima delegazione che partiva per Platero portando molti generi indispensabili per avviare il "progetto di solidarietà". Era organizzata da un circolo ARCI di Milano, di cui da sempre era animatore Mario, che Emilio conosceva e stimava da anni.
Quasi nessuno dei partecipanti sapeva chi era Emilio, la sua lunga consuetudine con il paese, i libri che aveva scritto, le ragioni per cui i promotori dell’iniziativa di solidarietà lo avevano coinvolto in extremis.
Alla Malpensa aveva seguito svogliatamente le trattative con il personale della compagnia aerea e delle dogane per far passare alla partenza le 44 grandi casse con i materiali raccolti per il municipio di Platero (medicinali, quaderni, giocattoli, un impianto di amplificazione, un pesantissimo generatore di energia elettrica per la Casa della Cultura, ecc.). Non era servito d'altra parte il suo intervento: era bastato che una delle iscritte al circolo avesse il marito che lavorava in aeroporto, e questo aveva risolto rapidamente tutto all’italiana.
Ma a Varadero Emilio si era risvegliato dal suo torpore, vedendo che gli stessi responsabili della delegazione sembravano impotenti di fronte alla rigidità della burocrazia cubana. Odalys, la "compagna dirigente” della Casa della Cultura di Platero che era venuta ad accoglierli in aeroporto, era quasi paralizzata dalla divisa del capo delle dogane, che rifiutava di consegnare le 44 casse (diventate nel frattempo 40, e che potevano ulteriormente ridursi nella confusione), perché mancava la “funzionaria responsabile” dell’ICAP, l’associazione cubana per i "rapporti di amicizia” con l’estero, che era stata avvertita ma non era arrivata, ed era anzi introvabile. Stava facendo un “turno di guardia” sul luogo di lavoro, dicevano a casa, ma non rispondeva al telefono dell’ufficio.
Le ipotesi erano due: la più semplice e verosimile era che il telefono fosse rotto, come accadeva con la massima frequenza soprattutto in quegli anni di “Periodo speciale in tempo di pace”, che rendevano più difficili e lunghe le riparazioni; l’altra, più maliziosa, spiegava la sua “sparizione” col fatto che in quei tempi ormai non eroici, la “vigilanza rivoluzionaria” che si continuava a fare ogni notte negli edifici pubblici forniva l’occasione per incontri furtivi, che non si facevano certo disturbare da telefonate petulanti...
Emilio era più propenso a pensare alla seconda ipotesi, anche se quando, qualche mese dopo, incontrò la famosa dirigente desaparecida quel sabato notte, cominciò ad avere dubbi: sembrava proprio contro tutte le tentazioni (ma si sa che i gusti sono molto vari…).
Comunque, quando il capo della dogana aveva dichiarato che non c’era niente da fare, e che potevano pure partire per Platero lasciando lì le donazioni, in pochi istanti si era risvegliato in lui l’istinto dell’organizzatore e la rabbia contro l’ottusità burocratica. Aveva convinto gli altri partecipanti alla spedizione a fare una cosa del tutto inconsueta a Cuba: occupare l’aeroporto.
Alcuni ragazzi, che facevano parte di un gruppo musicale, avevano tirato fuori dal bagaglio gli strumenti e avevano cominciato a suonare, con grande entusiasmo del personale subalterno di Varadero, e notevole imbarazzo del capo delle dogane, soprattutto quando aveva riconosciuto dietro gli arrangiamenti rock alcuni notissimi canti rivoluzionari. Quello che lo imbarazzava di più era l’Internazionale, ormai caduta in disuso a Cuba e associata durevolmente nella mente di un ottuso funzionario al periodo di presenza sovietica, e quindi per lui inspiegabile due anni dopo la dissoluzione dell’URSS. Un mistero che lo tormentava non meno della sicurezza con cui lo strano straniero lo sfidava, anche ricorrendo ad argomenti politici (stava sabotando una missione di solidarietà) e perfino ricattatori, come l’accenno a una conoscenza diretta col ministro della cultura, a cui avrebbe riferito il suo comportamento.
In realtà Emilio aveva incontrato una sola volta il ministro, e non aveva il suo numero di telefono, per cui la minaccia di rivolgersi a lui (“non nella notte tra sabato e domenica, per non disturbarlo, ma certo lunedì mattina”) era pura millanteria. Ma il funzionario locale non ne era certo, e soprattutto non capiva quell’atteggiamento sicuro, di sfida aperta, che non gli era mai capitato di incontrare. Anche una parte della delegazione italiana era spaventata, tanto più che un altro gruppo (dell’Associazione d’Amicizia Italia-Cuba), arrivato con lo stesso aereo e a cui era capitata la stessa sorte, si era subito rassegnato. Se n’erano andati, perfino scandalizzati da una simile mancanza di rispetto nei confronti di un funzionario del paese che adoravano e di cui giustificavano tutto.
La dirigente della Casa della Cultura di Platero venuta incontro alla delegazione per “facilitare le pratiche”, era addirittura terrorizzata da tanto ardire nei confronti di un dirigente di grado superiore al suo. Ma il gruppo musicale continuava a suonare, e i più giovani mostravano di aver accettato la logica della “occupazione”, e si stavano preparando a dormire nella sala degli arrivi.
Il capo delle dogane pensava allo scandalo che sarebbe successo la mattina dopo, quando sarebbero arrivati e ripartiti altri aerei, e soprattutto non capiva la sicurezza sfrontata di quello strano italiano che parlava così bene lo spagnolo, perfino con accento cubano. Su cosa si basava? Aveva davvero le relazioni che vantava? E come giustificare di fronte ai superiori la scomparsa delle quattro casse mancanti? Tra esse, gli spiegò Emilio, c’era una di quelle che contenevano parti del generatore di energia, di nessun valore in sé, ma sufficiente a rendere vana la donazione delle altre (i ladri le avevano prese a caso, evidentemente)..
Emilio alla fine trovò un’auto per accompagnare il dirigente a Matanzas, il capoluogo della provincia, perché raggiungesse l’introvabile funzionaria che stava facendo la guardia al suo ufficio (o a un letto di fortuna). Partì da solo, e tornò troppo presto per essere arrivato veramente alla meta. Probabilmente aveva fatto poco più della metà del tragitto, quanto bastava per riflettere e per concludere che era meglio togliersi dai piedi quegli incomprensibili contestatori. Quando entrò nella sala degli arrivi e annunciò che avrebbe consegnato subito le casse, scoppiò un grande applauso tra gli italiani, ma anche tra i facchini, i poliziotti, gli stessi doganieri. Una vecchia poliziotta si avvicinò ad Emilio e gli disse a voce abbastanza alta che Mas Canosa e gli altri anticastristi di Miami facevano meno danni di certi dirigenti…
Il prestigio di Emilio tra gli italiani, ma anche tra i cubani di Platero, era salito alle stelle. Oltre alla funzionaria c’erano due autisti della guagua, la vecchia corriera scassata che avrebbe dovuto portarli a destinazione, e che risultò a quel punto del tutto insufficiente a caricare anche le casse (ritornate nel frattempo 44, a dimostrazione che i maldestri ladri non erano sconosciuti al capo delle dogane). Fu necessario noleggiare a caro prezzo un pullman turistico, che la guagua seguì arrancando, carica dei bagagli, fino alle porte di Platero, dove gli italiani si fermarono su una spiaggia per un bagno rinfrescante.
Il viaggio, non solo per l’avventura iniziale, era stato snervante. Era stato prenotato un albergo a Santa Clara per passare la notte, ma vi arrivarono che faceva già giorno e quindi nessuno dormì. L’unico sollievo era stato un bagno in piscina e un’abbondante colazione. Una breve sosta al treno blindato e al monumento al Che (ancora senza le sue spoglie) aveva permesso a Emilio di avere un’anticipazione sui problemi creati dalla scarsa conoscenza dei problemi cubani. Infatti, appena il pullman si era fermato, erano arrivate frotte di ragazzini a chiedere un dollaro, e subito una parte dei viaggiatori cominciò a distribuire le proprie scorte alimentari, o a gettare caramelle che provocavano zuffe penose. Anche chi apriva il portafoglio non sapeva come fare a soddisfare tutte le richieste e le mani tese perfino da alcuni vecchi, arrivati al seguito dei bambini.
Nonostante le soste fossero brevissime, il pullman arrivò a Platero solo nelle prime ore del lunedì. L’andatura era stata ridotta per aspettare la guagua, che si fermò effettivamente più volte per forature o altri guasti (era vecchissima, e letteralmente tenuta insieme col fil di ferro). Anche i copertoni erano malamente rappezzati, pur essendo i migliori disponibili a Platero, assegnati temporaneamente dal Municipio proprio per accogliere i visitatori stranieri. Ma la velocità era ridotta anche dalle strade, piene di buche profondissime, e in quegli anni ingombre di carri tirati da buoi e da un gran numero di biciclette, pericolosissime di notte perché rigorosamente senza luci e guidate da contadini che sbandavano per inesperienza: le biciclette erano state introdotte a livello di massa a Cuba, dove, per il clima, “pedalare stanca”, solo al momento della grande crisi energetica provocata dal blocco delle forniture di petrolio da parte della Russia, già preannunciata dalla rarefazione delle consegne negli ultimi anni dell’URSS.
Mentre gli italiani si rinfrescavano in mare, la guagua, che sembrava sempre sul punto di esalare l'ultimo respiro, trovò la forza per uno scatto che permise ai due autisti di arrivare in tempo per avvertire dell’arrivo della delegazione e soprattutto dell’insolita “trattativa” che aveva consentito di sdoganare le casse.
Era appena l’alba, ma gran parte della popolazione era da tempo in piazza ad aspettare i primi ospiti stranieri arrivati fin laggiù (a parte Mario, che c’era arrivato l’anno prima, e si era innamorato del posto e della famosa funzionaria). Una lunghissima cerimonia, con musica, tutto il repertorio della “cantante ufficiale” della Casa della Cultura, le poesie declamate dalla “poetessa ufficiale”, e tanti discorsi retorici, prima che ciascuno degli stanchissimi italiani fosse portato a dormire dalla famiglia ospitante.
Emilio era stato assegnato precedentemente a una casa probabilmente abitata da persone simpaticissime, che gli avevano scritto una bella lettera di benvenuto (gli era stata consegnata in aeroporto da Odalys, la direttrice della Casa della Cultura, che aveva portato a ciascun membro della delegazione una lettera della famiglia ospitante), ma fu spostato in fretta e furia verso una destinazione “privilegiata", dove viveva la dirigente del settore culturale del partito (ben diversa come stile e grinta dalla timida Odalys), con la madre, una sorella e diversi bambini. Capì dopo che il ruolo svolto a Varadero nel rimuovere il blocco burocratico, e anche la funzione di interprete nella cerimonia ufficiale, avevano spinto i dirigenti a collocarlo diversamente.
La casa, come tutte, era modestissima, ma tutto quel che c’era era per lui: l'unico ventilatore, i manghi appena raccolti sull’albero, altra frutta portata dai vicini, perfino gli effimeri fiori che ogni mattina sbocciavano su un enorme cactus nel patio. Ma anche molta, troppa “protezione”: quella della madre della funzionaria, in primo luogo, poco più che cinquantenne appena lasciata dal marito (un ufficiale che viveva poco lontano con una giovane mulatta), e a cui tutta la delegazione attribuì l’intenzione di conquistare il cuore, o almeno il corpo di Emilio. Che finse di non accorgersene, e che comunque non subì mai attentati su quel terreno.
Più simpatica la protezione della figlia minore, Clelia, un’infermiera non bella ma simpatica e intelligente, che gli rivelò ben presto disfunzioni e corruzione nel settore sanitario di cui aveva conoscenza diretta, e che era la più attenta a portargli qualche frutto; il giorno successivo all'arrivo lo aveva guidato a vedere il miracolo della fioritura mattutina del cactus. Aveva una bambina vivacissima, e un “marito” anche lui infermiere che viveva altrove e veniva raramente a trovarla (della maggioranza delle cubane non è facile capire la vita sentimentale e sessuale, vissuta con discrezione, ma anche con molta confusione, per cui Emilio non capiva mai bene con chi stavano…).
La protezione più sgradita era quella politica, esercitata dalla madre, la "Matriarca", che era anche presidentessa del locale CDR, il “Comitato di difesa della rivoluzione”: un organismo che Guevara già nel 1962 aveva definito “muy antipatico al pueblo, e che aveva un po’ le funzioni che sotto il fascismo svolgeva la portiera “capocaseggiato”, che metteva il naso “per vigilanza” in tutte le vicende private degli inquilini.
La Matriarca lo aveva subito ammonito a non frequentare un certo giornalista della radio locale, considerato “estremista”, con cui casualmente Emilio aveva scambiato due parole innocenti già nel primo giro del paese. L’incontro era stato subito riferito, provocando quel primo intervento, che non ebbe alcun effetto. Il giornalista divenne presto il suo migliore amico, e il suo “Virgilio”, che lo guidava nell’infierno grande (un detto cubano, quanto mai azzeccato, dice “Pueblo chico, infierno grande”).
Una serata di fiesta
Erano arrivati a Platero alla vigilia della grande festa del 26 luglio, in cui scorrono fiumi di vero ron (distribuito molto più generosamente del solito proprio per l’occasione), oltre ai pessimi surrogati distillati clandestinamente o derivati dall’alcool da bruciare sottratto al locale Central azucarero. Il nome della più famosa di tali bevande la diceva lunga sulla sua gradazione alcolica: Chispa de tren (scintilla di treno), mentre un'altra analoga si chiamava Warfarina, come una famosa marca di veleno per topi dei tempi andati, di cui si insinuava avesse preso il cattivo odore e gli effetti quasi letali.
C’era musica in piazza, con il famoso Órgano oriental, una specialità appunto delle province orientali, che funzionava facendo scorrere un nastro di cartone e stecche di legno davanti a canne in cui un mantice azionato a pedali immetteva aria. Era accompagnato dai più incredibili strumenti a percussione artigianali (casse di legno, scatole di latta o di rame, timpani, tamburi e tamburelli, ecc.), suonati da improvvisati artisti che si davano il cambio per tornare periodicamente a ballare sulla strada.
La fama di Emilio si era già sparsa grazie a Radio Bemba, come i cubani chiamano la trasmissione rapidissima di notizie negli incontri occasionali per strada o sul lavoro, ed era quindi assediato da persone che gli offrivano una sorsata di ron o di Chispa de tren.
In occasione delle feste (ma a volte anche in altre occasioni), arrivava la birra a granel, cioè sfusa e distribuita da un’autocisterna refrigerata. Quando arrivava non veniva annunciato ufficialmente, ma tutti lo sapevano lo stesso, e i più incalliti bevitori la aspettavano nella piazzetta periferica dove si fermava abitualmente con contenitori di ogni genere, a volte con l‘unico secchio che serviva per prendere l’acqua se non arrivava ai piani alti, ma anche per portare il pastone al maialetto allevato in casa e tenuto durante il giorno legato a un albero sotto le finestre. L’attesa poteva durare molte ore, e quindi nell’attesa si consolavano con una bottiglia di plastica da acqua minerale (allora rara e quindi preziosissima nella provincia cubana), ripiena di Chispa de tren o Warfarina. Poi giravano orgogliosamente col secchio ricolmo di birra, sempre meno fresca, che offrivano agli amici che incontravano, compreso il nuovo amico italiano, che aveva fortunatamente parecchi anticorpi accumulati in altri viaggi in paesi tropicali e poteva quindi permettersi di non rifiutare.
Le onnipresenti bevande alcoliche spesso erano particolarmente maleodoranti; Emilio aveva imparato presto a rendersene conto prima di avvicinare la bocca alla bottiglia, e quindi riusciva con la lingua a limitare la sorsata senza che chi offriva se ne rendesse conto. In genere, dopo il primo sorso, una gran pacca sulla spalla lo salutava col massimo degli elogi concepibili: Eres un verdadero cubano, sei un vero cubano.
Ma il problema non era nato con gli uomini mezzo ubriachi che a ogni angolo gli offrivano da bere. Si era avvicinata a lui una ragazza non bellissima, ma dal viso interessante, solcato da una sottile cicatrice. Era nata un’istintiva simpatia e avevano cominciato a parlare cordialmente (lei faceva soprattutto domande sull’Italia), quando era arrivato un commando di ragazze della Casa della Cultura (forse inviate dalla Matriarca), che avevano preso Emilio sotto braccio dai due lati, tirandolo via e dicendogli “non parlare con lei, è una poco di buono”.
Emilio aveva protestato, spiegando che a 55 anni sapeva proteggersi da solo, e che non aveva mai accettato interferenze di quel genere da nessuno, nemmeno da sua madre, ma la ragazza era subito sparita prudenzialmente tra la folla, e non poté più ritrovarla. Forse era venuta per la festa (e per la notizia dell’arrivo degli italiani) da un paese vicino, forse da una casa sperduta sulla Sierra. Emilio era furioso per questa incursione di “bigotte”, tanto più che aveva abbastanza esperienza per capire che la ragazza era davvero interessata soprattutto a parlare, e che non era una jinetera professionale o dilettante.
Che rabbia… Non era venuto per questo, ma aveva capito che se avesse avuto un’attrazione per qualche ragazza, sarebbe stato quasi impossibile un rapporto personale, per il “controllo sociale” alimentato dalla diffidenza per i rapporti con gli stranieri, che facevano subito pensare alle male lingue, che abbondavano, un’intenzione venale: la donna sospettata di avere o volere un rapporto con uno straniero era subito etichettata come jinetera, cioè di fatto “puttana”.
Le italiane poi gli apparivano ancora quasi tutte poco interessanti, soprattutto perché ingenuamente esaltate dal clima di festa, anche perché non capivano quasi nulla di quello che i cordialissimi interlocutori raccontavano loro parlando in fretta in una lingua che loro non capivano, anche se credevano di comprendere “grosso modo”.
La sera stessa Emilio aveva protestato energicamente con la Matriarca e la figlia, ma senza successo: era pedinato dovunque da una o due ragazze della Casa della Cultura. Non era difficile trovarle, dato che in una cittadina di appena 30.000 abitanti, i dipendenti di quell’organismo erano 56, senza tener conto di quelli del settore culturale del partito… Solo l’amicizia con Virgilio lo aveva salvato: appena poteva Emilio si infilava nei locali della radio, che stava a due passi da casa, e passava le ore discutendo, e stabilendo un’amicizia sempre più solida, che gli assicurava chiavi interpretative di comportamenti poco comprensibili. Il suo nuovo amico gli raccontava vicende dei periodi precedenti (quelle bellissime dei primi anni, quelle a volte tragiche della progressiva assimilazione all’URSS), e descriveva da dentro i meccanismi concreti del funzionamento del Poder Popular, che Emilio non poteva trovare su nessuno dei tanti libri che aveva letto.
“Virgilio” lo avrebbe guidato a “riveder le stelle"….
I gatti dell'Avana (ed altri animali)
Nei suoi soggiorni Cuba prima di quel viaggio Emilio aveva modificato alcune delle sue convinzioni sui gatti. Per un certo periodo aveva perfino pensato che si fossero estinti sull'isola, poi aveva imparato a vederli e aveva capito che erano una specie di termometro del “periodo speciale in tempo di pace”.
Prima del 1991 si vedevano in giro, perfino all’Avana vecchia, dei gatti magari magri e poco socievoli, ma pur sempre gatti. Sulle finestre e sui parapetti dei balconi dei quartieri meno degradati in cui vivevano “quadri” medio alti dell’apparato statale, si notavano gatti meglio nutriti, a volte siamesi o persiani. Le finestre dei massimi dirigenti non si vedevano: erano in ville circondate da muri, in genere collocate in zone riservate ai “diplomatici” (che c’erano davvero, ma non solo loro), in strade di Miramar dove la polizia chiedeva i documenti agli estranei, soprattutto se stranieri non conosciuti, che vi si avventuravano. Quindi i gatti, se c’erano, non si vedevano.
Quando la crisi esplose, per l’interruzione quasi totale dei rapporti commerciali consolidatisi in trent’anni con l’URSS e i paesi del suo sistema (rapporti incrinati, ridotti o sospesi d'altra parte già prima dell’esplosione dell’Unione sovietica e del “passaggio di campo” di paesi come la Cecoslovacchia, la Polonia o la Repubblica Democratica di Germania) non si vedeva più un gatto in giro.
Perfino nelle zone di “ceto medio”. Comunque lì c’erano, ma venivano tenuti chiusi in casa, per evitare che qualcuno pensasse di catturarli per assicurarsi una razione di proteine a buon mercato (a parte i graffi), o anche solo perché nessuno si domandasse come venivano mantenuti. In una casa in cui Emilio aveva abitato per qualche tempo, una coppia degnissima e senza privilegi di nessun genere, riservava ai due gatti siamesi la razione di pesce congelato fornita periodicamente dalla Libreta, la tessera che garantiva a tutti i cubani il minimo indispensabile a un prezzo irrisorio, quasi simbolico. Ma forse, accanto all'amore per i gatti, pesava lo scarso entusiasmo dei cubani per quei pesci, simili a sgombri, che Emilio invece trovava accettabili.
Dopo essere spariti per anni, i gatti erano comunque riapparsi: il primo reaparecido era stato avvistato da Emilio nel 1996 nel quartiere medio povero di Cayo Hueso, tra il centro vero e proprio (il Vedado) e la Habana vieja, poverissima e cadente ma attraversata da una intensa vita clandestina di piccoli traffici più o meno leciti. L’aveva appena intravisto, perché quando il gatto lo scorse (a quell’ora era l’unico passante) interruppe prudentemente la sua passeggiata mattutina, alla ricerca non tanto di rifiuti, dato che allora non ce n’erano di appetibili neppure per un randagio, ma probabilmente di uccelli o di topi. Ma era come la colomba di Noè, annunciava la fine del diluvio.
Un anno dopo già c’era qualche gattino meglio nutrito e meno diffidente nei paraggi di una delle più frequentate paladar. Probabilmente beneficiava degli avanzi dei turisti, ormai scartati anche dai cubani che vi lavoravano o comunque gravitavano intorno a quella redditizia attività.
Invece i cani c’erano sempre stati. Spettrali, rognosi, zoppicanti, alla ricerca di inesistenti rifiuti, ma c’erano. I cubani sono troppo schizzinosi per mangiare i cani, e in genere li amano: dopo la depenalizzazione del possesso di dollari e l’apertura ai cubani dei negozi inizialmente riservati ai turisti stranieri e ai diplomatici, e chiamati per questo diplotiendas, abbinata alla legalizzazione delle attività en cuenta propia come las paladares, le riparazioni di biclette, radio, televisori e orologi, e al permesso di vendere qualche pietanza in strada, cominciarono a circolare anche "cani benestanti", incredibilmente ossigenati, o con méches rosse o arancioni, portati orgogliosamente al guinzaglio dai nuovi ricchi.
Forse, invece nella frenesia della riscoperta del capitalismo che vide riapparire alla luce un’infinità di piccoli commercianti che vendevano di tutto per le strade, qualche proletario cane randagio finì nel picadillo (carne tritata insaporita con aglio e altri odori). Nessuno ne aveva mai parlato a Emilio, che l’aveva però immaginato estendendo a loro la leggenda metropolitana che assicurava che qualche venditore ambulante aveva riciclato nel picadillo perfino le tiñosas, cioè gli avvoltoi che, nutrendosi non si sa di che hanno sempre continuato a volteggiare sulle città e le campagne cubane anche nel “periodo speciale”. Una leggenda metropolitana, forse, ma riferita da decine di persone che assicuravano di averlo saputo con certezza (ovviamente dall’onnipresente Radio Bemba). Come tantissimi altri cubani gli avevano giurato che era stato scoperto che nelle pizzette “napoletane” vendute per strada l’introvabile formaggio (per non parlare della mozzarella, che nessuno a quella latitudine sa cosa sia) era stato sostituito da un preservativo, che nella cottura diventava soffice, per condensarsi poi nello stomaco provocando ovviamente seri disturbi.
"Non mangiare mai le pizzette en la calle", gli raccomandavano gli amici. Non se lo sognava per niente, soprattutto perché, anche se mangiate in una casa o nel ristorante riservato agli ospiti stranieri di un’università, le pizze a Cuba sono immangiabili. Le aveva dovute assaggiare quando all’università di Matanzas, dove era stato più volte ospite, un cuoco che lo adorava gli preparò la sera del suo arrivo degli spaghetti scotti e malconditi e una pizza dal dubbio aspetto, che dovette tuttavia assaggiare per non offenderlo. Si fece perdonare lo scarso appetito assicurando di essere uno strano italiano che non mangiava pastasciutta e pizza, e meno che mai insieme nello stesso pasto, e soprattutto regalandogli i tre quarti della pizza per i figli.
La notizia dei preservativi forse non era vera, ma era verosimile, perché i preservativi a Cuba vengono distribuiti a un prezzo insignificante; sono però rifiutati per machismo non solo dagli uomini, bensì anche dalla maggior parte delle donne. Invece sono graditissimi dai bambini, che li gonfiano come palloncini. Qualcuno, scherzando, disse che forse li mettevano nelle pizze per la lotta all’AIDS, ma un altro interlocutore aggiunse: sempre che non siano usati...
Per le ragioni appena addotte, questo scherzo disgustoso non ha nessuna base reale: troppo difficile e faticoso procuraseli usati, dato che pochissimi li usano, mentre si possono ottenere facilmente nelle farmacie in pesos e nei dispensari che conducono effettivamente la lotta contro l’AIDS. D’altra parte la stessa farina per le pizzette è quasi sempre di provenienza dubbia, o meglio sicuramente rubata nelle mense e nelle tiendas, dato che quella venduta legalmente in dollari a la libre costerebbe troppo per delle pizzette da dieci pesos (mezzo dollaro oggi, ma in quegli anni di cambi folli anche meno di dieci centesimi di dollaro). E l’olio costa ancora di più.
Comunque nel “periodo speciale” gli animali all’Avana non si riducevano a cani, gatti e tiñosas. Anzi. Da ogni terrazzo, a tutte le ore, si sentivano belati e grugniti, e l’alba era preannunciata da innumerevoli galli e galline allevati in casa o in microscopici balconcini. Dopo qualche tempo era stato vietato l’allevamento in città ma, come tutti i divieti, quando sono troppi, anche questo veniva aggirato: ancora nel 1998 di fronte alla sua finestra al secondo piano, a due passi dall’università centrale dell’Avana e a cinquecento metri dal grande albergo Habana libre, l’ex Hilton, Emilio vedeva (e sentiva, purtroppo), due maiali su un terrazzo affacciato su un cortiletto.
Come era possibile nutrire quegli animali nel periodo più duro? Oggi, probabilmente, con gli avanzi dei ristoranti e delle stesse famiglie che dispongono più o meno lecitamente di dollari. Ma nel 1992 o 1993? La spiegazione è semplice, non c’erano più avanzi commestibili (negli anni Settanta e Ottanta nella spazzatura si vedevano intere forme di pane, che qualche vecchio raccoglieva appunto per nutrire galline o maiali), ma si potevano vedere spesso persone con un maialetto o una pecora al guinzaglio, che veniva portato a brucare la rara erba ai bordi delle strade… Una volta Emilio fu colpito da un anziano signore dai modi distinti, che portava con sé come se fosse un cagnolino un bel cerdito (maialetto) con una cordicella attaccata a un nastro rosso. L’animaletto naturalmente si tuffò nella prima pozzanghera che incontrò, sporcandosi tutto. E il suo accompagnatore, col tono che si usa con un bambino, esclamò: “Que haces, sucio? Ahora tengo que limpiarte otra vez…” (che fai, sporcaccione, ora devo lavarti un’altra volta…). Emilio si domandò se sarebbe stato capace di mangiarlo...
Divagazioni sulle abitudini alimentari dei cubani
Emilio era stato sorpreso dal fatto che la maggior parte dei cubani non ama il pesce, ma aveva capito presto che la ragione era semplice: in genere non sanno cucinarlo. Quando i cubani avevano a disposizione il grasso preferito, quello di maiale, cuocevano il pesce affogandovelo dentro, con effetti per noi italiani disgustosi. È vero che a Cuba l’unico olivo che si conosce, per ragioni climatiche, è il “verdeolivo” delle divise, ma un buon pesce viene benissimo cotto alla brace. Ci provò Fidel Castro, grande pescatore d’altura come il Che, ma anche appassionato subacqueo, a farsi riprendere dalla televisione mentre mangiava il pesce arrostendolo su una spiaggia, ma invano. Su questo, solo su questo, i cubani – in blocco – non hanno mai seguito il Líder máximo.
I cubani sono testardamente affezionati agli usi appresi dagli statunitensi durante la lunghissima dominazione economica e culturale iniziata già nel diciannovesimo secolo, quando Cuba era ancora formalmente una colonia spagnola. Quindi sono capaci di rovinare le aragoste (anzi le code di aragosta, perché gettano testa e zampe, privandosi del raffinato piacere di spolparle e succhiarle lentamente) cuocendole in una salsa rossa “all’americana”, con qualche condimento che contribuisce a cancellare lo straordinario e delicatissimo sapore del crostaceo.
Un’amica di Emilio, Viola, più o meno coetanea, che egli aveva frequentato a lungo perché aveva conosciuto molto da vicino il Che, ma anche perché persona delicatissima e sensibile, scoprì il gusto dell’aragosta al naturale una volta che fu invitata a cena in una paladar. Per lei Emilio aveva ordinato la solita aragosta conditissima (probabilmente in quel modo anche gli odiati sgombri avrebbero avuto lo stesso sapore), mentre lui la mangiava en crudo, cioè appena passata nell’acqua bollente. Alla fine lei si fece tentare, e chiese a Emilio di assaggiare un boccone della sua. Concluse, sbalordita, che era arrivata alla sua età senza immaginare cosa aveva perso…
L’ostinazione dei cuochi cubani per la cancellazione del sapore del pesce Emilio l’aveva verificata già molti anni prima del “periodo speciale”, quando alla metà degli anni Ottanta Cuba godeva di un discreto benessere. La sua compagna aveva problemi legati a un’allergia (di tutt’altro genere) che attribuiva tuttavia, grazie alla superficialità del primo medico interpellato, ai grassi animali; quindi in ogni ristorante chiedeva pesce implorando che lo cucinassero al naturale, a la plancha, cioè alla piastra. Andava perfino in cucina a perorare la sua causa. La cosa era allora molto disdicevole perché a Cuba era stato adottato il modello sovietico perfino negli alberghi, dove imperava un maestro o una maestra che faceva aspettare fuori della porta del ristorante senza ragione, e poi assegnava i posti e imponeva le sue regole in modo estremamente e gratuitamente autoritario. Le risposte comunque erano sempre di due tipi: quella dura, che tagliava corto con un no se puede, e quella ipocrita, che assicurava che avrebbero provveduto, e poi portava ugualmente sul vassoio una bellissima fetta di cernia (il menù assicurava che era di ben 346 grammi), ridotta come una specie di disgustosa cotoletta impanata, fritta in abbondante strutto…
Naturalmente c'erano le eccezioni (oltre a quella dello stesso Fidel). Durante uno dei viaggi successivi a Platero Emilio aveva scoperto una piccola comunità di pescatori dilettanti che durante le ferie si accampavano alla meglio vicino al bellissimo faro di Cabo Cruz, e organizzavano mangiate favolose di cernie alla brace. La delegazione italiana, che dopo qualche giorno di congrí (riso e fagioli neri), tostones di banane schiacciate e fritte, o al massimo picadillo, cominciava a non poterne più, organizzò uno scambio proficuo: i campeggiatori intensificarono la pesca preparando una gigantesca grigliata, mentre gli italiani comprarono nelle tiendas in dollari molte casse di birra e un notevole numero di bottiglie di ron (che anche dopo l'apertura ai cubani, per il prezzo erano ancora praticamente inaccessibili per loro).
Fu un'esperienza straordinaria, finita con una sbornia generale.
D'altra parte lo stesso metodo dello scambio in natura funzionava anche durante le visite a località dei dintorni di Platero, dove gli italiani venivano accolti in ogni caso con grandi tavolate di frutta bellissima, in gran parte sconosciuta in Italia, anche nei più raffinati negozi di prodotti esotici. Spesso, poi, la comunità locale aveva preparato una gigantesca caldosa, come nelle province orientali si chiama l'ajiaco, la zuppa di carne di maiale grassissimo (in genere testina e coda, ma ovviamente tutto quello che è disponibile) con yuca, malanga bianca e gialla, boniato, cioè patata dolce, mais, pomodori, cipolle, aglio, ma anche banane e ogni altra vianda disponibile. Anche in quei casi, per evitare di dissetarsi solo col succo delle noci di cocco, o con acqua insaporita da un ananas o una guanabana, uniche bevande disponibili, i visitatori arrivavano con notevoli provviste di bottiglie di rum (la birra sarebbe arrivata calda), comprate con generosità, ma che non rimanevano mai.
A Emilio, che pure era entusiasta della cucina messicana, soprattutto quella conosciuta con qualche rischio per la sua salute nei mercati di paese o di quartiere, quella cubana che aveva conosciuto nelle famiglie sembrava buona (d’altra parte mangiava di tutto, senza il minimo tabu alimentare), ma non tale da fargliela rimpiangere una volta partito. Tuttavia, trovandosi coinvolto in Italia nell’organizzazione di feste di solidarietà con Cuba, si era procurato diversi libri di cucina, ed era rimasto sbalordito: le ricette indicate non le aveva quasi mai trovate nelle famiglie che lo ospitavano, e gli erano anzi sembrate irrealizzabili nell’isola, e non solo a Platero, durante il “periodo speciale”. Ad esempio molte ricette di dolci prevedevano l’uso abbondante di uova, che in città venivano fornite dalla libreta in quantitativi modestissimi, e anche nelle campagne non erano mai abbondanti. Altre ricette prevedevano l’uso di vino, che a Cuba per ragioni climatiche non si produce se non artigianalmente e in quantitativi insignificanti, e raramente di uva. La vite cresce solo in alcune zone più fresche della Sierra, o in alcuni microclimi particolari (ad esempio in una piccola area vicino all’aeroporto di Rancho Boyeros, a due passi dall’Avana), ed è molto aspro. Lo stesso Martí aveva detto di amare il vino cubano, perché aunque es agrio, es nuestro vino…
Più spesso si trova in quantitativi ridottissimi “vino” ricavato facendo fermentare frutta locale, compresi dei lamponi selvatici. Alberto, il suo intraprendente ospite di Platero, riusciva a produrre dalle bucce di banana una specie di vino imbevibile, che però trasformava subito in ottimo aceto, grazie al quale conservava cetriolini e altri prodotti del suo orto. Ma era un caso quasi unico.
Tra i vari libri di cucina cubana acquistati in Italia, Emilio ne aveva trovato uno scritto da un suo caro amico, buon conoscitore di Cuba, ma che gli sembrava ancor più lontano dalla realtà di altri. Pensava che fosse stato scritto basandosi su ricettari di tempi lontani, ma aveva capito poi che non si trattava solo di questo: la causa principale erano gli ambienti molto diversi rispetto ai suoi frequentati all’Avana dal suo amico che vi arrivava come giornalista accreditato, e aveva amici nella nomenklatura...
Lo aveva capito ripensando alle cene ufficiali offerte dal rettore della università di Matanzas in onore di ospiti importanti: non mancava nulla, e c’erano pietanze che Emilio non aveva mai trovato altrove, dalle code di gambero alle uova di pesce; soprattutto si beveva a volontà non solo rum e Whisky, ma Tequila stravecchio e perfino vino messicano o cileno, introvabile negli stessi negozi in dollari. Impossibile che il poco vino estero finisse nelle cucine, quindi.
La verità è che, a parte alcuni ambienti privilegiati, da decenni, a Cuba, si cucina non con quello che sta scritto sui ricettari o con quello che si vuole, ma “inventando” e trasformando alla meglio quello che si è trovato al mercato libero, o si è procurato con lo scambio. Chi ha l’occasione di comprare qualcosa di buono a un prezzo decente, infatti, ne prende una grande quantità e poi rivende l’eccedente, o lo offre a un vicino, che ricambierà alla prima occasione. Emilio stesso si era immedesimato in quella situazione, e ogni volta che tornava a Cuba riempiva una parte delle valigie con i prodotti alimentari più disparati da regalare agli amici. Qualche lattina di olio buono (a Cuba si trovava a carissimo prezzo - in dollari - solo un pessimo olio di semi vari spagnolo), un po’ di parmigiano confezionato sotto vuoto, e per diversi anni… aglio. Infatti nel 1985 Fidel aveva bollato come speculatore, con nome e cognome, un contadino che si era “arricchito” producendo e vendendo l’aglio introvabile nei mercati; per prevenire simili “delitti” Castro aveva chiuso i mercati in cui i contadini potevano vendere qualche loro prodotto, e il prezioso condimento era diventato subito praticamente introvabile e quindi carissimo.
Poi, un anno, arrivato a Cuba con sei o sette bellissime teste d’aglio, Emilio aveva scoperto che il suo regalo aveva perso di valore: era bastato allentare un po’ i freni, e i contadini che lo producevano per sé e, clandestinamente, per qualche amico sicuro, avevano ricominciato a produrlo su larga strada facendone crollare il prezzo nel giro di qualche mese.
Non si poteva fare un po’ prima? Si domandava Emilio con la sua valigia impregnata dell’odore forte dell’aglio, che ovviamente regalò immediatamente, ma senza che il dono fosse apprezzato come sarebbe stato un anno prima.
I gatti in provincia
Se i gatti all’Avana sono il termometro della situazione economica, in provincia sono praticamente invisibili. Eppure nei piccoli centri circondati dalla campagna si è sempre mangiato meglio che nelle grandi città, non foss’altro che per gli spazi disponibili per tenere due o tre piante di mango, di aguacate (quello che in Italia si chiama avocado), di plátano, che per noi è semplicemente un banano, ma che loro distinguono con molti nomi a secondo degli usi, come gli eschimesi hanno molti nomi diversi per quella che per noi è solo la neve. Quello che noi mangiamo in Italia è solo una varietà di plátano fruta, ma a Cuba, come in Messico e in tutto il Centro America l’uso prevalente del plátano è quello di friggerlo come le patatine da noi. Anche l’aguacate non è considerato frutta, ma verdura. E poi ci sono tante specie di tuberi che crescono in poco spazio anche in un patio e sfamano, e lasciano resti che i maiali divorano e trasformano in preziose proteine. I gatti no, ovviamente.
Ecco perché in ogni casa si trovano maiali, e non gatti. Tranne casi rarissimi i gatti non vivono nelle case, ma nascosti nelle vicinanze, e sono odiati perché integrano la loro dieta di uccellini e piccoli roditori con rapide incursioni nelle cucine, facilissime perché basta una distrazione della cuoca: porte e finestre in un paese tropicale sono sempre aperte.
Quando Emilio aveva accennato ingenuamente alla sua simpatia per i gatti, tutti lo avevano guardato stupiti, come se avesse parlato bene di qualche spirito maligno della foresta sempre pronto a far dispetti agli umani. E guai a comparare le eleganti movenze di una ragazza con quelle di una micia! La spiegazione è che quasi nessuno li conosce, li ha accarezzati, ne conosce le affettuosità, le moine straordinarie, i legami di affetto che possono stabilire con le persone che li amano.
D’altra parte anche in Italia esiste il luogo comune che “i gatti si affezionano alla casa e non alla famiglia”. Eppure non corrisponde affatto a una presunta caratteristica “naturale” dei nostri felini. Corrispondeva alla fase in cui il contadino teneva gatti anche in casa, per la caccia ai topi, da noi più abbondanti e terribili distruttori delle scorte di cereali (che in genere nei paesi tropicali non ci sono, a parte il mais). Ma perché fosse un buon cacciatore non gli si dava cibo, se non ogni tanto un pezzetto di pane secco nel latte andato a male o in un resto di sugo inacidito, quanto bastava insomma per tenerselo vicino al granaio. Il gatto dunque sviluppava straordinarie qualità di cacciatore, e sul suo territorio conosceva tutte le tane di topi e di talpe, vicino alle quali passava ore di apparente meditazione, pronto a scattare. Conosceva gli alberi preferiti dagli uccelli per fare il nido, che saccheggiava un momento prima che i nuovi nati spiccassero il volo. E difendeva il suo territorio da intrusioni di concorrenti.
Per questo quando il contadino traslocava a qualche chilometro di distanza, e caricava il gatto sul carretto per portarlo nella nuova casa, dopo qualche giorno lo vedeva sparire. Nel nuovo ambiente il gatto non conosceva tutti i segreti delle tane e dei nidi, e magari trovava un rivale proveniente da una casa vicina che si era appropriato del territorio, mentre il suo padrone continuava a non dargli cibo. Non rimaneva che tornare alla casa d’origine, sperando che il contadino che aveva preso il posto del suo non avesse portato con sé un gatto, che comunque probabilmente non si trovava a suo agio nella nuova situazione, e poteva essere scacciato, anche perché ogni albero, ogni muro, era “firmato” con il messaggio odoroso che i gatti maschi rilasciano a scopo amoroso, e anche le femmine di una certa età con caratteristiche dominanti cominciano a fare per escludere concorrenti.
Oppure, se il gatto era veramente un buon cacciatore, si spostava in una zona non abitata, vivendo esclusivamente di piccole prede, comprese le vipere, facile preda per un animale velocissimo. Lo facevano a volte i maschi di qualche anno, anche se il contadino non traslocava. Ritornavano selvatici. Emilio ne aveva visti parecchi su una montagna che sovrastava la casa di campagna della sua infanzia. Dovevano temere solo i cacciatori e i guardiacaccia, che li odiavano perché distruggevano le covate di fagiani
Ecco l’origine del luogo comune, completamente sfatato quando i gatti, anche se presi in una casa di campagna dove quelle regole vigevano da secoli, sono stati immessi in una casa di città, coccolati, nutriti, vezzeggiati. Hanno imparato a fare ronfamenti, strusciamenti e moine, per indicare al loro “padrone” (in realtà il loro schiavo) i loro desideri, la marca di scatolina più gradita, la poltrona o il letto preferito. La casa, e perfino il giardino, se c’è, conta poco. Emilio aveva avuto una gatta che aveva vissuto da nomade come lui, seguendolo senza problemi in sette o otto case diverse.
A Cuba, ovviamente, la situazione dei gatti nelle campagne non era facile, già prima del “periodo speciale” per il tipo di alimentazione prevalente, ed è diventata ovviamente più difficile in un periodo di penuria. Così, quando Emilio aveva imparato a non nominare la sua folle passione per i mici in genere, e in particolare per le micine, tanto più intelligenti e affettuose dei maschi, aveva scoperto una cosa che lo aveva lasciato di stucco, e che lo aveva costretto a riaprire il discorso. Stava in una casa in cui si era spostato dopo il primo soggiorno per sfuggire al controllo della Matriarca. Ogni volta che ritornava per una nuova fase del programma di solidarietà ci andava molto volentieri, perché era più confortevole di altre per l’ingegnosità del proprietario, Alberto, l’ex direttore del locale Central azucarero, che, al momento di andare in pensione, aveva potuto acquistare per poco, secondo la consuetudine, l’auto di servizio che aveva usato per tanti anni. Ma la utilizzava solo in casi rarissimi come vettura (anche se era bravissimo nel procurarsi per vie traverse qualche tanica di benzina), mentre ricorreva ad essa se un apagón (cioè un’interruzione prolungata della corrente elettrica) arrivava in un momento particolarmente inadatto, mentre era in corso la cottura di un pezzo di carne (e al buio l’incursione di qualche gatto predatore era più facile) o mentre si stava tra amici in compagnia a bere un bicchiere di ron. Bastava accendere il motore al minimo e l’auto parcheggiata nel patio adiacente forniva una modesta illuminazione alla cucina e al soggiorno con un piccolo impianto di fili e lampadine che si era costruito da solo.
Una mattina dunque Emilio vide nell’orto una cassa di legno con una parete a sbarre aperta e collegata a un curioso meccanismo. Una trappola per gatti. Per nascondere il suo imbarazzo e turbamento, ma anche per non mettere in guardia il padrone di casa provocando una risposta menzognera, chiese con aria cortese e indifferente al suo ospite “come li cucinava”. Alberto rispose subito che no, in casa non li mangiavano. E allora perché li catturate? La risposta fu che li fornivano a un amico che gli aveva regalato dei maialini, e con cui si doveva sempre sdebitare. L’amico aveva dei cani da caccia e anche un doberman, che doveva sfamare…
I maiali avevano invece anche in campagna un trattamento privilegiato, e a volte perfino affettuoso. Una delle sue amiche infermiere, Maribel, allevava in casa, al terzo piano, un maialino che la notte dormiva su un piccolo balcone. Il giorno lo lasciava a pascolare e cercare insetti o lombrichi nel giardinetto davanti alla palazzina, legato a una cordicella perché non si allontanasse troppo, e affidato al controllo sociale del vicinato (ognuno ne aveva uno legato a un paletto o a un albero); all’imbrunire lo portava in casa per evitare che un predatore notturno (umano, naturalmente) approfittasse delle tenebre che anche quando non c’era un apagón erano piuttosto fitte, per mancanza di lampadine, fulminate o rubate per portarsele a casa. Il maialino girava nell’appartamento tutta la sera, e si strusciava alle sue gambe. Allora lei si toglieva uno zoccolo e lo accarezzava sul pancino che il cerdito le offriva sdraiandosi sulla schiena. Mancava solo che facesse le fusa. Anche in quel caso mi domandavo come avrebbe fatto a mangiarlo, una volta divenuto abbastanza grande per farlo asado sulla brace.
Forse avrebbe fatto come quelle donne melanesiane che quando una scrofa partoriva un numero eccessivo di maialini, si dividevano quelli in sovrannumero rispetto alle tette disponibili, e ne allattavano uno insieme al proprio figlio, che diventava così un “fratello di latte” del suino. Arrivato il momento giusto, uscivano dal villaggio per non sentire gli strilli disperati della povera bestia, e forse piangevano silenziosamente nella foresta. Rientravano nel villaggio dopo che il pasto comune era stato consumato, rifiutando di toccare quello che era rimasto.
D'altra parte Emilio ricordava la tranquilla indifferenza dei nostri contadini nei confronti delle bestie allevate, che pure a volte chiamano per nome e con cui stabiliscono un certo dialogo, senza avere però problemi a mangiarle o a portarle al mattatoio. In una casa delle campagne marchigiane dove aveva trascorso alcune estati, aveva come vicino un contadino che, quando arava con i buoi appaiati, chiamava continuamente per nome ogni animale, incitandolo. Per farli lavorare meglio, ogni tanto li faceva riposare un po’, e mentre faceva una merenda dava anche a loro, in un secchio, “un goccetto di vino” (non deve essere troppo, spiegava, se no sbandano, né troppo poco, più o meno cinque o sei litri di quello rimasto in fondo alle botti, magari un po’ allungato con l’acqua). Anche la moglie chiamava per nome le oche e le papere (il cui allevamento è riservato alla padrona di casa, la “vergara”) ma poi tranquillamente ne afferrava una e la sgozzava e spennava rapidamente senza la minima esitazione. Così è la vita, nelle campagne…
Anche nella casa in cui Emilio viveva a Platero, mentre ai gatti era riservata la trappola mortale, ai maiali erano riservate cure affettuosissime. Una enorme scrofa gravida era in evidente sovrappeso: la pancia strisciava per terra. Veniva seguita con attenzione e orgoglio, e fu aiutata premurosamente nel parto, in cui tuttavia morì, lasciando dodici orfanelli. Immediatamente scattò la solidarietà contadina: uno dei vicini a cui Alberto aveva regalato tempo prima una maialina, che era nel frattempo diventata anch’essa una bella scrofa di notevoli dimensioni, gliela portò subito. A questo servono i rapporti di scambio senza la mediazione del denaro, per questo i maialini appena cresciuti vengono regalati a un amico e raramente venduti. La scrofa più giovane aveva partorito, nello stesso giorno della madre, anch’essa dodici maialini. Un bel problema, ventiquattro erano veramente troppi.
Ma tutta la casa fu mobilitata, e i maialini venivano attaccati a dodici per volta alle tette della madre vera o adottiva (che per alcuni era una sorella maggiore…), mentre gli altri dodici venivano messi in un recinto per qualche ora in attesa del cambio turno. Se fossero stati lasciati a se stessi, i più deboli sarebbero stati scacciati e sarebbero morti in breve tempo. Intanto un vicino che aveva una vacca procurava per l’emergenza un po’ del preziosissimo latte (in quei tempi razionato a Cuba, e riservato solo ai bambini di meno di sette anni), quasi introvabile e comunque carissimo al mercato libero. Oltre al biberon col latte di mucca, i maialini venivano nutriti con la miel, la melassa di canna nutriente ed energetica che arrivava clandestinamente dal Central dove evidentemente l’ex direttore aveva lasciato un buon ricordo e molti amici. Sopravvissero così quasi tutti, e qualcuno che si era ammalato fu salvato grazie all’impegno dei vicini che lavoravano nell’ospedale o nel poliambulatorio, che procuravano farmaci che anche Emilio somministrava pazientemente per ore nel biberon. Alla fine erano rimasti diciotto o venti, che furono distribuiti – a seconda dei meriti acquisiti - tra tutti quelli che avevano cooperato al salvataggio. Anche Emilio beneficiò di un cerdito asado, che fu arrostito nel patio il giorno della sua partenza. Inutile dire che per giorni e giorni dopo la morte della scrofa, le sue carni furono divise tra tutti i vicini e gli amici, e consentirono pasti abbondantissimi anche in casa. Inizialmente gli faceva un po’ impressione, ma si convinse che in fondo non era morta di malattia: era stato lo sforzo eccessivo del parto e un cedimento del cuore affaticato dal sovrappeso e dalla gravidanza. In realtà gli parve ottima, anche se ovviamente un po’ troppo grassa.
Ma c’è poco da scandalizzarsi: anche nelle campagne italiane, pur non essendo più ai livelli del diciannovesimo secolo, quando si diceva che se un contadino mangiava un pollo fuori dalle occasioni rituali (Natale, Pasqua, i matrimoni), o era malato lui o il pollo, pochi avrebbero lasciato tanta buona carne, dopo una morte per cause traumatiche.
Storie di tiñosas, matavacas e altre fiere
Altri animali che se la passano bene nelle campagne sono le tiñosas, gli avvoltoi cubani dalle grandi ali e che ispezionano da altissima quota il territorio con un volo elegante, a volte rapidissimo, a volte quasi immobile, ad ali aperte, sfruttando ogni corrente d’aria. Paradossalmente la loro condizione è addirittura migliorata nel “periodo speciale”, soprattutto quando sono stati allentati i limiti all’allevamento individuale di volatili e suini, mentre rimaneva vietata la vendita a la libre della carne bovina, praticamente introvabile e quindi oggetto di molti desideri.
I contadini individuali potevano da sempre allevare bovini, sia pure con l’obbligo di venderli solo allo Stato; era divenuto però indispensabile incoraggiare questa forma di allevamento su piccola scala quando la crisi energetica aveva mandato in malora le stalle modernissime create con il “fraterno aiuto dei paesi socialisti” negli anni Settanta e Ottanta, in cui venivano allevate splendide razze olandesi che producevano molto più latte di quelle locali.
Quelle vacche erano però abituate ad altri climi, e quindi avevano bisogno di aria condizionata, in qualche caso – si diceva - perfino con un impianto stereo che trasmetteva musica di Mozart per stimolare la produzione di latte. Inoltre avevano bisogno di mangimi speciali che arrivavano dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dalla Germania Est (che ovviamente non arrivarono più dopo il “crollo” del 1989), dato che non si adattavano all’erba dura e secca di Cuba, a cui era abituata invece la razza locale introdotta dagli spagnoli poco dopo la conquista. Questa razza ormai quasi indigena, era il frutto di un incrocio di vacche provenienti dagli aridi altipiani della Castiglia con i resistentissimi zebù africani dalla grande gobba, e si era riprodotta per secoli allo stato brado. Una razza ben acclimatata, che era stata tuttavia scartata pochi anni dopo la rivoluzione, sia per i suggerimenti degli esperti dei ”paesi socialisti, sia perché effettivamente produceva poco latte, e aveva una carne dura e fibrosa. Non si era estinta del tutto solo per la tenacia di alcuni contadini, e oggi è diventata di nuovo dominante, anche perché assicura buona parte del trasporto locale nelle campagne.
Ma, anche dopo la creazione nel 1995 dei mercados agropecuarios in cui i contadini possono vendere in città le loro produzioni con una modesta imposta e un minimo di controllo, i bovini sono rimasti esclusi dalla liberalizzazione e riservati allo Stato, che li paga – a detta dei contadini - piuttosto poco. E sono entrati in funzione i matavacas, che si avvicinano furtivamente nella notte alle abitazioni dei contadini, prendono un bovino e lo portano il più silenziosamente possibile in un campo di canna da zucchero, dove lo scannano. Ma dato che un camion non passerebbe inosservato, e dovrebbe comunque essere a sua volta rubato, perché gli automezzi pesanti sono tutti di imprese pubbliche, e i ladri sono arrivati nel migliore dei casi con un’automobile, della vacca vengono prese solo le parti migliori, il filetto, le costate, un pezzo di muscolo, raramente un intero quarto, per poter sfuggire più facilmente ai controlli, frequenti sulle strade.
I ladri più scalcagnati, o residenti a breve distanza, si limitano a staccare le parti migliori, quelle che possono entrare in uno zaino o in un sacco. Il resto rimane nel campo di canna, dove viene segnalato dall’arrivo fulmineo di decine, a volte centinaia di tiñosas. Questi rapaci volano così in alto, che vedono a molti chilometri di distanza l’improvvisa sparizione dal cielo dei loro simili, e si precipitano per partecipare al banchetto in fretta, prima che il loro arrivo in massa faccia accorrere qualche contadino, magari lo stesso derubato, e poi le guardie. Queste raccoglievano quanto restava del povero animale, che poi veniva destinato a integrare la scarsa. dieta proteica di qualche scuola.
Se le guardie arrivavano dopo il contadino, lo perquisivano e ispezionavano poi la casa per vedere se aveva nascosto qualche pezzo di buona carne. In un caso, il padre contadino di Alexandra, un'amica infermiera di Emilio, aveva effettivamente recuperato qualche chilo di muscolo dell’animale che gli era stato rubato, e fu detenuto per qualche giorno e severamente multato. D’altra parte il derubato viene sempre sospettato di qualche complicità. Perché non ha sentito il trambusto? Forse era stato pagato per far finta di dormire? Alexandra giurava sull’innocenza del padre e assicurava che da allora in famiglia la notte facevano i turni di veglia, e che una notte i fratelli avevano sorpreso dei ladri che tentavano di portare via un cavallo, e li avevano bastonati a sangue.
Alexandra non aveva interesse a mentire con lui: era una splendida ragazza che chiamavano tutti coral negro (la specie più pregiata di corallo); aveva un bellissimo corpo di negra, con occhi a mandorla dovuti a una dei suoi antenati. Aveva infatti tre nonni nerissimi e una nonna cinese (ce ne sono parecchi in Oriente, portati dopo la fine della schiavitù con “liberi contratti” che essi non sapevano leggere e che li riducevano in una condizione perfino peggiore degli schiavi). Aveva “puntato” Emilio durante una riunione con il personale del policlinico dove lavorava, in cui la delegazione italiana aveva consegnato le donazioni e in cui Emilio aveva parlato della condizione disastrosa del servizio sanitario pubblico in Italia.
Gliela attribuirono tutti come amante, ma era probabilmente solo desiderosa della sua amicizia, e voleva sentirlo parlare per ore della mitica Italia. Solo una volta, anni dopo, gli chiese se poteva invitarla a fare un viaggio in Italia, per rivestirsi un po’ e conoscere il mondo. Emilio rifiutò con una scusa, dicendo che non aveva i mezzi per ottenerle il visto (bisogna dimostrare che si è in grado di pagare il viaggio e l’ospitalità per i tre mesi di durata del permesso di viaggio). In realtà sarebbe stato imbarazzatissimo arrivando in Italia con una stupenda ragazza, alta più di lui e con un corpo da modella, ma anche e soprattutto presentandosi in aeroporto alla stregua dei tanti cinquantenni italiani che vanno a Cuba per comprare carne umana, da esibire poi nel paese di origine. Ma Alexandra rimase sua amica, raccontandogli storie interessanti e a volte tragiche sulla vita dei contadini in quel periodo terribile. Ad esempio Emilio venne a sapere da lei che uno dei più conosciuti matavacas era il marito o comunque il convivente della potente segretaria del locale partito comunista, e per questo godeva di una sostanziale impunità (a parte le legnate prese dai fratelli di Alexandra...).
I furti nelle campagne erano in quegli anni diventati una vera piaga, come negli anni prima della rivoluzione, e negli stessi anni della guerriglia (alcuni banditi che taglieggiavano i contadini spacciandosi per combattenti furono fatti fucilare dallo stesso Guevara). In un caso, mai riportato sulla stampa (neppure quella locale, spesso più libera e interessante dei giornali nazionali), ma ampiamente commentato dalla solita Radio Bemba, un contadino che viveva da solo e che aveva accumulato un bel gruzzolo magari chiudendo gli occhi sulle attività dei matavacas, fu sgozzato in una rapina, probabilmente con le stesso coltellaccio con cui venivano sacrificate le vacche.
Nelle scuole, dove dopo le primarie tutti i ragazzi passano in collegio l’intera settimana, tornando a casa solo il sabato pomeriggio e la domenica) spesso sparivano i ricambi di biancheria che gli studenti si portavano da casa e riportavano da lavare alla mamma (da buoni machos in erba). Perfino nel residence destinato ai professori stranieri visitanti nel bellissimo Campus dell’università di Matanzas, sparì fulmineamente un vecchio costume che Emilio aveva steso al sole su un albero, dopo il primo bagno mattutino.
Quell’università è stata costruita fuori città, a poche centinaia di metri da una bellissima spiaggia, ed Emilio non rinunciava a fare due o tre bagni al giorno appena aveva un’ora libera prima o dopo le lezioni che teneva. Aveva imparato presto a non portarsi nulla in spiaggia, perché la prima volta che era andato a fare il bagno molto presto, quando non c’era proprio nessuno, era arrivato appena in tempo, battendo tutti i record di velocità nel nuoto, per bloccare una vecchia che si stava allontanando con la sua borsa col ricambio. Si era materializzata all’improvviso, sbucando dalle macchie di uva caleta, (un arbusto che si trova su tutte le spiagge cubane e che produce bacche simili all’uva, ma non commestibili). Aveva giurato che si era preoccupata che qualcuno potesse derubarlo e che quindi stava portando “al sicuro” la sua borsa. Da allora Emilio andava in spiaggia già col costume da bagno, portando legata al collo con una cordicella la chiave della stanza, ma non immaginava che anche nel custoditissimo recinto del Campus gli potesse sparire qualcosa.
La cosa comica ed anacronistica è che nell’Università professori, studenti, e perfino il rettore erano tenuti a turni notturni di guardia contro ipotetici controrivoluzionari che potevano sbarcare. E intanto all’interno dello stesso recinto si rubava. Non penso al vecchissimo e slabbrato costume da bagno di Emilio, ma alle sparizioni continue di riserve alimentari dalle cucine, di effetti personali degli studenti, di materiale didattico.
I furti erano diffusissimi all'Avana, a Matanzas, a Platero, soprattutto ad opera degli stessi dipendenti del settore “gastronomia”, da cui sparivano sistematicamente farina, olio, carne, destinati agli esercizi privati in piena espansione. Virgilio che era redattore della piccola radio di Platero, aveva inventato una trasmissione di grande successo in cui un gruppo di marziani sbarcati da un’astronave commentavano quello che vedevano nella cittadina e non capivano. Con le voci alterate accelerando il nastro (non c’erano mezzi tecnici più potenti) i marzianitos chiedevano come mai la pasticceria delle gastronomie di Stato era scarsa e poco appetitosa, mentre fuori, a la libre, se ne trovava di ottima, abbondante e abbastanza a buon mercato. Gli ascoltatori si divertivano e commentavano sul luogo di lavoro, ma il giornalista fu severamente redarguito dai dirigenti di partito del settore gastronomico, irritati per le allusioni alla realtà. Va detto che non gli successe nulla e anzi Radio Bemba fece molte battute sulla lunghissima coda di paglia di quei burocrati.
I medici di Platero
In tutta la sua vita Emilio non aveva mai avuto molto a che fare con i medici, più che per buona salute, per diffidenza nella medicina ufficiale, che invece di agire sulle cause dei mali rimuovendole, ricerca farmaci da venderti. Preferiva aiutare l’opera della natura con un uso moderato delle erbe tradizionalmente usate dalla medicina popolare, magari inserendole nella preparazione di cibi: ad esempio cucinando erbe selvatiche (cicorie, tarassaco, lamio, malva, ortica, tutti ottimi depuratori dell’organismo), e dopo averle bollite ne beveva l’acqua come una tisana. In primavera gli piaceva prepararsi insalatine in cui si mescolavano i sapori dei giovani getti della cicoria e del tarassaco, del papavero, della borragine e di tante altre erbe, scoperte osservando le abitudini dei contadini. In un libro dedicato a duecento specie spontanee commestibili cadute in disuso Emilio poi aveva appreso le virtù dei germogli delle felci, quando spuntano arricciolati, con la consistenza degli asparagi selvatici e il gusto delle noci fresche. Usava anche abbondantemente timo, rosmarino, salvia, issopo, perfino la lavanda (secondo l’uso britannico) per condire carni e pesci, e se aveva insonnia, ricorreva alla valeriana, sperimentata da secoli, o a un infuso di passiflora, che aveva piantato per i suoi bellissimi e insoliti fiori, ma di cui aveva saputo poi che veniva somministrata durante la Grande Guerra ai soldati per vincere “l’angoscia da trincea”.
Insomma non era mai stato un buon cliente per i medici e soprattutto per i farmacisti. Ma a Platero si trovò costretto a frequentarli, in modo dapprima casuale e imprevisto, poi sempre più partecipe. Era successo che alcuni partecipanti alla spedizione di solidarietà avevano avuto problemi di intestino (frequentissimi in ogni paese tropicale, per il clima e l’alimentazione per noi insolita) o di denti. E dopo i primi insuccessi nei tentativi di comunicazione diretta (la maggior parte degli italiani credono di capire facilmente lo spagnolo, e soprattutto di potersi fare capire) era stato chiamato a fare da interprete.
Era imbarazzante, perché finiva involontariamente per violare la privacy di chi aveva chiesto il suo aiuto. Ad esempio aveva scoperto così che Flora, una bella donna che dimostrava poco più di quarant’anni, ne aveva in realtà sessanta, come con qualche imbarazzo dovette rivelare al medico che la interrogava. Lo pregò poi di non rivelare a nessuno il suo segreto. Flora era un tipo curioso, che schivava ogni tentativo di approccio facendo la ritrosa. In realtà non era interessata ai pochi maschi italiani disponibili, e non si fidava di accettare avances dai cubani in una cittadina così piccola, in cui tutto veniva osservato e commentato. Ma quando si ritrovarono all’aeroporto dell’Avana (avevano fatto insieme il viaggio da Platero alla capitale, e poi si erano separati per alcuni giorni, lui per trovare i suoi amici di lunga data, e lei per tentare di conoscere la città organizzandosi col suo incomprensibile spagnolo), lei arrivò tutta orgogliosa di ostentare al suo fianco un bel giovanottone negro che aveva conquistato, o l’aveva conquistata. Non era forse un vero gigolò, e in ogni caso risultò evidente che lei credeva ancora che il rapporto fosse stato del tutto disinteressato, perché chiese a Emilio consigli su come regolarsi di fronte a una “strana pretesa” del suo accompagnatore, che le aveva chiesto “come ricordo” il suo registratore (cosa lei avesse potuto o voluto registrare, rimaneva un mistero, dato che Flora dopo due mesi non capiva ancora una parola di spagnolo).
Ma presto Emilio, pur continuando ad accompagnarli e a tradurre le loro richieste, si disinteressò degli italiani che continuavano a ricorrere al suo aiuto, perché era stato “abbordato” da Mariposa, la direttrice amministrativa del Policlinico, una donna gentile e intelligente che l’accompagnò in giro per i reparti, facendogli vedere, senza un tono questuante e con pochissimi commenti, lo stato pietoso in cui versavano le attrezzature sanitarie.
Nacque un’intesa intensa e duratura, che fu interpretata naturalmente in ben altro modo dalla popolazione di Platero (pueblo chico, infierno grande…) e anche dal compagno di Mariposa, che le fece scenate orribili che lei non gli riferì, ma di cui tanti altri informarono subito Emilio. L’amicizia (non di altro si trattava) era basata sulla sintonia che nacque subito discutendo le iniziative non solo necessarie, ma possibili.
Prima di tutto Emilio convinse Mario a convocare un’assemblea generale degli italiani, in cui si decise di destinare al settore sanitario una parte dei dollari portati e non ancora distribuiti. Quello che aveva già avuto la Casa della Cultura non si toccava, ma non avrebbe avuto di più: quel mastodontico carrozzone burocratico, con i suoi 56 dipendenti, aveva presto deluso i donatori italiani, o almeno quelli che capivano qualcosa, perché nonostante lo zelo e il disinteresse della direttrice, era un refugium peccatorum in cui erano stati ficcati vari nullafacenti ritenuti meritevoli di uno stipendio, o meglio di una sine cura, che avevano provveduto subito a rivendere al mercato nero una parte delle donazioni. Nonostante le difficoltà di traduzione tra spagnolo (per giunta infarcito di cubanismi) e itagnolo, in molte delle famiglie che ospitavano gli italiani la cosa era stata riferita e commentata, provocando una reazione negativa.
Così l’assemblea accettò subito la proposta di Emilio, che partì il giorno dopo con un medico e con il giovane figlio di Mariposa su una sgangherata camioneta in direzione delle città più vicine dove c’erano già tiendas in dollari, alla ricerca prima di tutto di copertoni per lo stesso camioncino e per le due ambulanze, le cui gomme erano una specie di vestito di Arlecchino ottenuto assemblando resti di altri copertoni, tenuti insieme incredibilmente con dei bulloni. Inutile dire che per forare non c’era bisogno di un chiodo.
L’acquisto delle gomme fu avventuroso: teoricamente nei negozi in dollari, allora ancora rarissimi in provincia, si vendevano solo prodotti destinati ai diplomatici e ai turisti. Che ovviamente non avevano camionetas. Di fatto le sole gomme disponibili erano quelle per le auto dei burocrati. Poco male. Ne acquistarono otto, e poi cominciarono il giro di alcune medie aziende in cui il medico conosceva qualcuno. Alla seconda risultò che avevano una scorta inutilizzata di copertoni della misura richiesta (le aziende cubane, secondo l’uso sovietico, se riuscivano a trovare il canale giusto per ottenere una fornitura di qualsiasi cosa, ne accaparravano la massima quantità possibile indipendentemente dalle necessità, ma in proporzione al grado di amicizia con il funzionario preposto all’assegnazione, o anche al favore fattogli), mentre il direttore aveva le gomme della sua Lada molto lise. Affare fatto. Emilio firmò un pezzo di carta senza nessun valore legale che registrava la singolare (e illecita) permuta, e il giorno dopo le due ambulanze potevano recarsi anche sulle strade sterrate di montagna senza forare.
Successivamente fu riequipaggiata con lo stesso sistema anche la camioneta, e poi il sidecar di un’altra istituzione sanitaria. La buonissima e comprensiva direttrice della Casa della Cultura fu convinta a destinare al Policlinico una parte dei moltissimi quaderni e penne a sfera ricevuti e non ancora distribuiti, prima che finissero anch’essi nel mercato nero. Ricette, prescrizioni e certificati venivano infatti fino a quel momento scritti con mozziconi di matita su carta riciclata (nel senso che era già scritta sull’altro lato). È vero che dopo ripetute donazioni di penne, gran parte delle istituzioni di Platero (ma anche di altre città) continuavano a preferire la matita per molti moduli, soprattutto per quelli che assegnavano benzina o altri beni introvabili, come nelle tiendas in dollari le ricevute degli acquisti erano scritte a matita su certi blocchetti con fogli non numerati, da cui l’addetto staccava se gli serviva una pagina per scrivere il suo indirizzo al simpatico italiano che parlava così bene lo spagnolo… Così si alimentava l’economia “informale” e clandestina.
Due tecnici italiani, che lavoravano non nel settore sanitario ma in quello delle telecomunicazioni, e sapevano usare il cacciavite e il cervello, ripararono poi diverse attrezzature, tra cui un microscopio sovietico abbandonato come inservibile perché si era rotta la molletta che teneva fermo il vetrino. Bastò ritagliare un pezzetto di gomma dal tappo di un flacone di antibiotici, e il vetrino non si muoveva più. L’abbandono di un apparecchio ancora riparabile, spiegò Mariposa, era il frutto delle abitudini contratte nel periodo di stretti legami con l’URSS, da cui era stato copiato il disinteresse per la manutenzione, e l’abitudine a richiedere subito la sostituzione di quello che non funzionava.
Poi venne il momento di comprare (sempre in dollari, nei famosi negozi speciali), anche una partita di detersivo e di stracci per lavare i pavimenti. Era andata con Emilio nel capoluogo della provincia anche Mariposa, che incredibilmente continuava a raccomandargli di non prenderne troppi, sia perché si preoccupava sempre di non far spendere troppo gli italiani, sia per timore di furti se la scorta nel magazzino del policlinico diventava troppo grande.
D’altra parte un’altra “leggenda metropolitana”, non di Platero ma dell’Avana, sosteneva che la frazada de piso, lo straccio per lavare i pavimenti, se di buon cotone naturale, veniva ricercato da improvvisati venditori ambulanti di panini col picadillo, che integravano le scarse carni di dubbia provenienza di cui disponevano tritando insieme ad esse uno straccio macerato per molti giorni nell’acqua, che poi asciugavano e soffriggevano con qualche grasso aromatizzato con aglio ed erbe. Gli esperti dicevano che non era pericoloso perché si trattava di un tessuto vegetale naturale, e qualcuno insinuava che a volte poteva provocare persino effetti gradevoli, dato che la materia prima era canapa… Una leggenda metropolitana ma, a differenza di quella sui preservativi stesi sulle pizzette a guisa di formaggio, era finita anche nelle cronache minori di un giornale, escluse però le battute sulla canapa, argomento tabù a Cuba.
Fin qui le esperienze di Emilio riguardavano solo indirettamente la medicina, e si riallacciavano alla sua lunga esperienza di militante e organizzatore politico “tuttofare”. Ma alla fine fu coinvolto in altro modo. Prima di tutto un gruppo di giovani medici e di infermiere gli avevano chiesto di fare una relazione sulla situazione del settore sanitario in Italia. Aveva raccontato tutto quello che sapeva (anche se con poche esperienze dirette, tranne quelle fatte assistendo la madre nel terribile Policlinico di Roma, e poi suo suocero in varie altre strutture), sia pure con qualche reticenza sugli stipendi italiani. Tuttavia quando veniva interrogato in proposito, non mentiva, ma spiegava che quelle cifre, favolose per loro, andavano collocate in una realtà in cui a differenza di Cuba gli affitti, i generi alimentari, l’abbigliamento, la scuola, ecc. avevano prezzi proibitivi. A quel tempo, gli stipendi di medici e infermieri erano, secondo l’anzianità, di duecento o al massimo trecento pesos mensili, che al cambio affermatosi nella prima fase della liberalizzazione del dollaro, 120 pesos per dollaro, corrispondevano a meno di tre dollari.
Inoltre Emilio fece l’errore di accennare alla difficoltà di essere curato in tempi ragionevoli in una struttura pubblica italiana, cosa che imponeva di ricorrere a costosissime visite specialistiche private. Fornì l’esempio delle cure dentistiche e delle protesi, che solo in teoria possono essere fornite da una struttura pubblica, e che hanno in quelle private prezzi inimmaginabili per i cubani. Non l’avesse mai fatto! Uno dei dentisti cominciò a chiedere precisazioni, e volle vedere la protesi che Emilio non aveva cambiato da vent’anni. Anche se rifiutò di farlo nella sala della conferenza, il giorno dopo stava sdraiato a bocca aperta su una poltrona sgangherata del policlinico, con intorno decine di curiosi che commentavano ad alta voce lo stato della sua dentatura. Già questa era per lui un’esperienza terribile (quello per la sua bocca rovinata era forse l’unico pudore che aveva, e la sua ultima compagna in cinque anni di convivenza non aveva mai visto la sua protesi). Ma non era finita. Afferrata una siringa, il medico gli iniettò rapidamente un anestetico e gli estirpò ben due denti, che da decenni reggevano quella protesi obsoleta ma funzionante. L’anestetico era prezioso perché in quel periodo a Cuba era rarissimo: pochi mesi prima un suo caro amico dell’Avana, che pure aveva avuto ruoli importanti nella diplomazia ed era docente universitario, dopo lunghi pellegrinaggi da un policlinico all’altro, si era rassegnato a farsi estrarre un dente dolorante da una mascella infiammata senza nessun anestetico. Glielo avevano offerto a venti dollari, dicendogli che ce l’aveva una persona che abitava di fronte all’ambulatorio. Naturalmente l’anestetico proveniva dalla dispensa del policlinico, e probabilmente non ne era mai uscito, ma faceva lo stesso. Non avendo altre entrate che il suo stipendio, allora equivalente a pochi dollari, aveva dovuto rassegnarsi.
A Platero invece Emilio venne circondato da infinite cure: Mariposa, che stava tra i curiosi che assistevano all’estrazione senza sospettare che aumentava le sofferenze del paziente, afflitto da quel particolare pudore per la sua cavità orale, si premurò subito dopo di trovargli contro il dolore una compressa antinfiammatoria, naturalmente non nella farmacia del policlinico, che come sempre era quasi vuota, ma appellandosi alle infermiere. Come Emilio aveva verificato nella casa della Matriarca, le medicine che scarseggiavano nelle strutture pubbliche abbondavano in ogni casa privata in cui ci fosse qualcuno che lavorava nel settore (dalla lunga dominazione statunitense i cubani, oltre al baseball e alla maniera di cucinare le aragoste rovinandole con i sughi, hanno preso la passione per un uso smodato dei medicinali, che ingoiano senza prescrizione come caramelle). Così un’infermiera, senza nessuna reticenza, si precipitò a casa a prendere nella sua riserva privata il prezioso rimedio che Emilio, per la diffidenza di cui abbiamo parlato nei confronti dei farmaci, non avrebbe voluto, ma che fu costretto a ingurgitare.
Poi Mariposa pretese che Emilio si facesse accompagnare alla casa in cui era ospitato (che distava meno di ottocento metri) se non da un’ambulanza, almeno dalla famosa camioneta. Inutile rispondere che a volte, esasperato per i dolori, si era fatto togliere anche più di due denti in una volta sola, ed era tornato a casa sulle sue gambe o guidando l’auto. “Non è possibile, non sei abituato a questo sole, e per giunta sei a capo scoperto”, gli rispose Mariposa, e chiamò l’autista. Niente da fare. Emilio dovette rassegnarsi, mentre tutto il pueblo chico aveva una sicura conferma della loro inesistente relazione amorosa (a quanto annunciò Radio Bemba, ricavò questa conclusione anche il marito della innocente direttrice, che le fece una scenata con urla sentite a centinaia di metri di distanza).
Nei giorni successivi il dentista gli preparò, sempre gratuitamente, una protesi nuova, costruita assemblando il poco materiale esistente. I denti avevano tonalità diverse da quelli rimasti, e anche tra di loro, ma poco male: durò appena una settimana, perché il materiale con cui era stata fatta era vecchio (probabilmente era un residuato dei tempi della “fraterna amicizia con i paesi socialisti”, e si incrinò subito.
Se questa imprevista conseguenza del rapporto di Emilio con le strutture sanitarie di Platero non fu entusiasmante, altri aspetti furono più interessanti. Adottato completamente dalla comunità del policlinico (che non corrisponde a Cuba a quello che in Italia chiamiamo con questo nome, ed è di fatto il poliambulatorio specialistico, che fornisce assistenza ai “medici di famiglia”, l’istituzione più interessante e originale creata dalla rivoluzione), fu invitato alle riunioni periodiche di bilancio dell’attività che facevano periodicamente, e separatamente, medici, infermiere, e “Brigatiste sanitarie”, le volontarie che affiancano i medici nei compiti di medicina preventiva, fornendo alla popolazione consigli sulle norme igieniche, sugli anticoncezionali, sull’alimentazione, ecc.
Un’esperienza insostituibile per capire dall’interno il funzionamento del settore, con i suoi innegabili pregi ma anche con tutte le sue contraddizioni. Ad esempio scoprì che a tutte le riunioni, convocate nella sala più grande di Platero, quella del Cabaret, ai partecipanti veniva offerto un grande bicchiere pieno di pessimo ron artigianale, la cui gradazione superava probabilmente i cinquanta gradi. Eppure la prevenzione dell’alcolismo e soprattutto delle conseguenze pericolose della distillazione artigianale, che includeva “teste” e code” con alcool metilico, avrebbe dovuto essere un compito prioritario. Ma non è facile sradicare abitudini consolidate, e d’altra parte a mano a mano che i bicchieri si svuotavano l’allegria si diffondeva, al punto che una volta alla fine della riunione fu acceso un giradischi, e perfino Emilio fu costretto a ballare.
Le riunioni dei medici, che riunivano insieme gli specialisti e i medici di famiglia, erano a volte drammatiche, per la denuncia delle difficoltà incontrate nel lavoro, e dello scarso sostegno ottenuto dai burocrati che dirigevano il settore a livello di Poder popular e di partito (come in URSS, il medico che non sapeva fare bene il suo mestiere diventava spesso l’organizzatore dei medici, così come accadeva per gli scrittori, i musicisti, i pittori, ecc.). In quelle assemblee, in cui tutti consideravano Emilio uno di loro, si parlava francamente anche delle statistiche reali riguardanti la salute, ben diverse da quelle proclamate ogni anno a livello nazionale. A Platero la mortalità infantile era passata negli anni del “periodo speciale” dal 14 per mille al 21 e poi a quasi il 30 per mille. Era logico, per la scarsità di attrezzature, di farmaci, perfino delle ruote per le ambulanze e per la famosa camioneta che doveva portare gli specialisti a consulto sui casi più delicati dai medici di famiglia nelle località più lontane, e che non poteva farlo finché aveva gli pneumatici assemblati con i bulloni. Dopo l’arrivo dei copertoni, e poi, nei mesi successivi, di quantitativi notevoli di medicinali portati dall’Italia, la percentuale della mortalità, soprattutto infantile, cominciò a scendere rapidamente, confermando agli scettici l’utilità dell’intervento di solidarietà, che rimetteva in moto un organismo sano e ben congegnato, fornendogli gli strumenti indispensabili per ripartire.
I medici discutevano appassionatamente sulle cause. Certo incideva la penuria di risorse, soprattutto dei mezzi di trasporto, dato che i medici di famiglia erano tutti giovani appena laureati, che se lasciati senza la possibilità di chiedere consiglio, potevano sbagliare più facilmente la diagnosi. In molte località isolate in montagna non c’era luce elettrica e quindi neppure un piccolo frigo per conservare le medicine deteriorabili e i vaccini, non c’era telefono e naturalmente a Cuba (a parte l'Avana, dove presto cominciarono ad apparire nelle mani degli imprenditori stranieri), non esistevano i cellulari. Altri sostenevano, cifre alla mano, che la mortalità infantile in assoluto era diminuita, in conseguenza di una forte riduzione delle nascite che era stata ottenuta con una campagna di educazione agli anticoncezionali, ma era aumentata in percentuale perché le nascite erano diminuite notevolmente nelle zone urbane, mentre erano rimaste più o meno le stesse nei villaggi della montagna dove la campagna di prevenzione era arrivata poco. Erano poi aumentate le gravidanze a rischio di donne e soprattutto di adolescenti mal nutrite e sotto peso.
In città non c’erano problemi: alla donna incinta si assicurava una dieta speciale, e se c’era il sospetto che dividesse con i figli, il marito o i fratelli la razione straordinaria di carne, veniva obbligata a fare un pasto al giorno in una mensa di fabbrica o in un ristorante statale. Ma sui monti, a volte la tredicenne o quindicenne scopriva di essere incinta con ritardo, e magari lo nascondeva, o cercava di risolvere il problema con qualche erba, e l’intervento medico arrivava tardi. Uno dei casi riferiti in assemblea era la morte di un lattante dovuta alla sbadataggine della madre bambina, che gli aveva dato distrattamente da bere uno dei micidiali surrogati del ron scambiandolo per acqua. Tra le cose da fare, dunque, c’era la rimessa in funzione delle ambulanze, l’acquisto di altri mezzi per spostare periodicamente i pediatri nei consultori più sperduti, l’acquisto di piccoli generatori di energia per quelli più lontani.
Emilio si era scandalizzato fin dalla prima visita al policlinico scoprendo che non disponeva di un generatore, e che quindi, quando c’era un apagón, si bloccavano analisi radiologiche, trapani, ecc. In provincia allora le interruzioni di corrente erano persino più lunghe che all’Avana, dove nel 1993 erano giunte a 15 ore al giorno, ma soprattutto non ne veniva annunciato l’inizio e la fine. In realtà anche all’Avana ce n’erano di improvvisi, non preannunciati, dovuti a guasti nelle centrali termoelettriche sovietiche ormai obsolete, e messe a dura prova dall’immissione di petrolio estratto a Cuba, denso, pesante e con un elevatissimo contenuto di zolfo, ma a Platero erano tutti non preannunciati.
Emilio si era vergognato pensando che le informazioni parziali ricevute dal primo visitatore italiano di Platero, Mario, avevano portato anche lui a commuoversi per le sorti della Casa della Cultura, che doveva interrompere gli spettacoli quando mancava l’elettricità, senza accorgersi che al policlinico le conseguenze erano ben più gravi: chi era arrivato dopo qualche ora di cammino (sulle montagne le biciclette non servivano, e altri mezzi non c’erano) per una radiografia, o una medicazione di un dente, doveva tornarsene a casa, prenotando la visita per un altro giorno, e sperando che non ci fosse un altro apagón. Solo l’ospedale (la cui direttrice nel frattempo si era un po’ ingelosita degli interventi a favore del disastratissimo policlinico, e cominciava a fare richieste analoghe) aveva un generatore abbastanza potente, anche se spesso privo di combustibile.
Quando aveva cominciato a essere chiamato dalle autorità locali (soprattutto dal partito, che allora era diretto da un ottimo quadro, promosso poi a una carica più importante nel capoluogo della provincia e sostituito dalla moglie del matavacas), Emilio aveva promesso che l’anno successivo sarebbe stato donato al policlinico un generatore analogo a quello già montato alla Casa della Cultura, ma chiese che intanto venisse assicurato alle due principali strutture sanitari l’accesso alla rete che serviva in paese l’impianto frigorifero per congelare pesci e aragoste, privilegiato perché il prodotto era tutto destinato all’esportazione e quindi a ottenere valuta pregiata. Non lo ottenne, mentre un paio d’anni dopo, quando gli apagones si erano ridotti, ma non erano scomparsi, trovò ben illuminata durante un oscuramento la sede del partito…
In ogni caso quelle discussioni con i medici aprirono gli occhi a Emilio più di cento libri o di incontri con gli intellettuali dell’Avana. Con alcuni di essi si stabilì un’amicizia profonda, e una fiducia reciproca. Invano però tentò di ottenere da qualcuno di loro una risposta ai suoi dubbi sulle statistiche nazionali, tanto discordanti nel loro ottimismo dalla realtà osservabile e da quello che loro stessi avevano discusso senza reticenze in base alla propria esperienza, e a una raccolta di dati minuziosa e accurata. Il suo sospetto è che le statistiche nazionali, che dal 1991 per giunta non venivano più pubblicate in un annuario, ma fornite a pezzi e bocconi in discorsi e articoli trionfalistici, continuassero ad applicare i metodi usati in Unione Sovietica, dove, per ammissione di qualche tecnico del settore durante la glasnost, si seppe che erano state falsificate tutte le statistiche fin dal lontano 1926 (e hanno continuato ad essere “accomodate” in Russia anche dopo la dissoluzione dell’URSS).
In URSS era semplicemente ridicolo: se fossero state vere, la produzione avrebbe da tempo raggiunto e superato i paesi capitalistici più avanzati. A Cuba annunciare ogni anno una strepitosa diminuzione della mortalità infantile, significava allentare la pressione sulla solidarietà internazionale, con il risultato che si era visto a Platero (era stato portato il generatore per fare musica in piazza, mentre mancava la corrente al policlinico). I dati negativi discussi francamente a Platero (e sicuramente a livello locale un po’ ovunque) permettevano di dare una spiegazione semplice e materialistica delle difficoltà, scaricandone come era giusto la colpa sull’embargo e il bloqueo. Ma fallo capire a un burocrate, abituato al trionfalismo…
Anche a livello locale a volte c’erano dei trucchi. A pochi chilometri da Platero, c’era un piccolo centro con un ospedale modello con mortalità zero. Quando cominciarono ad arrivare, invece delle delegazioni casuali del primo anno, gruppi di medici impegnati seriamente e appassionatamente nella solidarietà, si scoprì che quei dati erano solo in parte veri. L’ospedale disponeva effettivamente di mezzi diagnostici e di attrezzature migliori e funzionanti, che permettevano di capire in tempo i problemi della puerpera e poi del neonato, ma otteneva quel risultato strepitoso soprattutto perché inviava negli ospedali del capoluogo tutti i casi più gravi. In caso di morte, figuravano nelle statistiche del capoluogo, non nella loro…
I medici italiani a Platero
La prima delegazione di medici italiani, quasi tutti milanesi, arrivò a Platero un anno dopo i primi contatti. Portava un quantitativo enorme di farmaci (tra cui potenti antibiotici di terza generazione, il cui uso andava spiegato ai medici locali, per evitare che venissero ingurgitati come caramelle secondo l’uso corrente), ma anche apparecchiature di vario genere, come i misuratori dello zucchero nel sangue. Si trattava di materiale in parte comprato grazie a continue sottoscrizioni, in parte estorto agli “informatori scientifici”, come si chiamano eufemisticamente in Italia i rappresentanti delle case farmaceutiche. Si erano scartate le donazioni individuali dei medici, che di ogni farmaco davano due o tre confezioni ricevute in omaggio, con due o quattro compresse. Anche le confezioni “donate” dai rappresentanti erano ridotte, ma un lavoro paziente fatto prima di partire le assemblava riducendo l’ingombro e il peso, unendo in una sola scatoletta i farmaci contenuti originariamente in tre o quattro. Inoltre di ogni prodotto si ottenevano dall’informatore scientifico almeno 60 o 100 confezioni omaggio, permettendo di semplificare il lavoro per tradurre le istruzioni e spiegare l’uso.
La delegazione, che doveva restare solo una settimana a Platero, era composta di medici che non avevano mai visto Cuba, e quindi il viaggio era stato congegnato organizzando un soggiorno di tre giorni all’Avana, poi un rapido viaggio lungo la costa nord, e un ritorno con tappe forzate ma interessanti su quella sud, in particolare passando per la bellissima Trinidad. Ma nonostante Emilio avesse passato i giorni precedenti l’arrivo a garantirsi l’intervento dell’ICAP, discutendo i particolari più minuti con i dirigenti di quel pletorico organismo che doveva sovraintendere alla solidarietà internazionale, all’aeroporto dell’Avana non si presentò nessuno di loro, e non fu possibile ripetere l’exploit di Varadero. L’aeroporto della capitale è ben più grande, e soprattutto fornito di dirigenti autorevolissimi che non si sarebbero fatti intimidire da uno sconosciuto italiano. Un tentativo di occupazione sarebbe finito probabilmente in modo ben diverso, anche perché arrivavano voli a tutte le ore, e un simile scandalo non sarebbe stato tollerato come a Varadero.
I medici a quel punto erano disposti perfino a rinunciare alla parte turistica del viaggio per restare ad attendere lo sblocco delle donazioni, ma l’esperienza di Emilio li convinse a fare altrimenti, soprattutto perché il viaggio era stato minuziosamente organizzato, prenotando soggiorni e pranzi durante le tappe nelle strutture di accoglienza delle università dell’Avana e di altri centri (salvo scoprire in un paio di città che la prenotazione, partita dall’università di Matanzas un mese prima dell’arrivo della delegazione, era stata “dimenticata” dai responsabili locali). Emilio era andato ogni giorno a pregare i funzionari dell’ICAP di intervenire, ma era difficile trovarli: come in altri organismi cubani si pratica quello che viene chiamato il sabado largo (lungo), che comincia il venerdì e finisce il lunedì; per giunta dovevano riposarsi per le fatiche dell’organizzazione di un grande convegno internazionale di solidarietà con Cuba, pieno di discorsi retorici e vuoti, soprattutto da parte dei “professionisti della solidarietà” di vari paesi del mondo, che si succedevano alla tribuna per vantarsi di donazioni a volte ben più modeste di quella portata a Platero da un modesto circolo ARCI di Milano, quella che pochi giorni dopo sarebbe stata bloccata stupidamente dalla burocrazia.
In quei giorni, mentre era sempre alla ricerca degli introvabili dirigenti nelle varie sedi di cui l’ICAP dispone nel quartiere del Vedado, Emilio era entrato in un enorme magazzino, dove trovò accumulate casse e scatole di ogni genere, giacenti da tempo, e in parte rotte per verificarne il contenuto, e “servirsi”. Anche se aveva tranquillizzato i medici, Emilio non era affatto tranquillo.
Arrivati a Platero i medici passarono giorni incantevoli, facendo bagni e tentando di comunicare con gli ospitanti, scelti dal municipio tra i medici e le infermiere dell’ospedale e del policlinico, mentre Emilio stava chiuso nel locale della Radio, consolato da Virgilio mentre provava ininterrottamente a telefonare senza successo all’ICAP dell’Avana. Alla fine di ogni giornata faceva vedere, per scherzo, la mano con l’indice ripiegato, sostenendo che gli si era consumato il dito girando il disco del vecchissimo telefono della radio. Intanto il Poder popular della cittadina aveva inviato all’Avana il “responsabile di Salud”, titolo che equivaleva più o meno a quello di un nostro assessore alla sanità. Ma all’Avana costui si era perso in visite agli amici e aveva dimenticato il suo compito; era quindi introvabile, a qualsiasi ora, al recapito che aveva dato. Era un medico, ma i suoi colleghi di Platero non lo stimavano e chiedevano a gran voce che fosse rimosso dall’incarico. Alla fine, un contatto con l’ICAP fu trovato, e partì una guagua insieme alla famosa camioneta per recuperare la donazione. Arrivò la notizia tranquillizzante che il materiale era stato ritirato, ma le due vetture non arrivarono che tre giorni dopo. Forature e guasti della guagua, come dissero gli autisti, o la necessità di approfittare dell’occasione per incontrare anche loro vecchi amici e fare qualche acquisto, vendendo al tempo stesso al mercato nero qualche prodotto locale di Platero? Mistero.
In ogni caso arrivarono solo nella tarda serata del giorno prima della partenza della delegazione italiana, che doveva assolutamente muoversi alle prime luci dell’alba per mantenere il ruolino di marcia (anche se il mezzo di locomozione era ottimo, un pulmino giapponese con aria condizionata noleggiato a caro prezzo da una struttura universitaria), e arrivare in tempo alla tappa intermedia, piuttosto lontana. Così quella notte nessuno dei medici italiani poté dormire, per aprire le casse insieme ai colleghi locali più appassionati e dediti alla causa, e al solito Emilio che faceva da interprete. C’era una certa apprensione per i rischi nell’uso dei farmaci sconosciuti che potevano derivare da una spiegazione affrettata senza sperimentazione in comune, ma pare che invece i risultati furono ottimi. Tranne che per Emilio, la cui fede nell’utilità delle missioni di solidarietà cominciò a vacillare.
In realtà di “missioni internazionaliste” dei medici italiani ce ne furono altre, ad alcune delle quali partecipò ugualmente Emilio, pur cominciando a rifiutare il ruolo pesantissimo dell’interprete di tutto il viaggio e per tutti. Fu coinvolta quindi anche una professoressa di spagnolo, e soprattutto si organizzarono corsi intensivi di lingua prima di ogni viaggio. Tra l’altro si studiarono tappe in città più grandi, come Matanzas, preparando una visita della Facoltà di Medicina e di un ospedale, per avere un punto di osservazione diverso. Alcuni cominciavano poi, grazie ai corsi di lingua, a cavarsela da soli e a gironzolare nei luoghi visitati per curiosare e scoprire qualcosa di diverso da quello illustrato dal solito dirigente che decantava le meraviglie dell’istituzione.
Una simpatica ginecologa romana cominciò a ridere come una pazza quando scoprì in una bacheca della Facoltà di Matanzas un manifesto murale dedicato alla prevenzione dell’AIDS. Una serie di fogli ritagliati da un depliant pubblicato dal Ministerio de Salud pública spiegava, come avrebbe fatto un parroco italiano, che il rimedio fondamentale per prevenire l’AIDS era evitare assolutamente “i rapporti promiscui”, che erano anche contrari alla morale rivoluzionaria. Ma conoscendo le abitudini locali, il burocrate del Minsap aggiungeva quello che nessun prete avrebbe mai detto: se proprio non potete farne a meno, usate il preservativo. E il consiglio era illustrato con graziosi disegnini sull’uso raccomandato del profilattico: alcuni scontatissimi su come infilarlo sul pene, e uno incredibile (quello che aveva provocato l’ilarità della dottoressa) che dettagliava che fare nel caso si avesse un impulso irresistibile ad avere rapporti orali (particolarmente sconsigliati anche per ragioni igieniche). Il testo e il disegno indicavano come tagliare longitudinalmente il preservativo, fino a ricavarne un rettangolo abbastanza largo… da applicare sulla bocca per evitare il contagio. Ovviamente nessuno sicuramente era mai ricorso a un metodo così assurdo, ed era incredibile che un burocrate avesse fatto una simile pensata. Il tentativo di avere una copia originale del bizzarro depliant fallì miseramente, perché le risate avevano fatto sospettare un atteggiamento irriguardoso verso la massima istituzione sanitaria del paese. Il manifesto fu comunque fotografato come documentazione “a futura memoria”, per convincere gli increduli.
Sull’AIDS in quella sede si svilupparono discussioni abbastanza accese. Alla maggior parte dei medici italiani, tutti di sinistra, già appariva discutibile la vaccinazione forzata praticata a Cuba per le più diverse malattie, ma le analisi obbligatorie e le misure coercitive prese per isolare i sieropositivi e i veri e propri malati (pochi, peraltro, secondo le statistiche fornite) provocarono una vivace polemica. La decana (preside) della facoltà sosteneva che grazie ad esse il fenomeno era stato arginato. D’altra parte le categorie sottoposte ad analisi periodiche erano quelle a rischio, cioè, spiegò, i marittimi che toccavano porti lontani, le jineteras, e le cameriere degli Hotel della spiaggia di Varadero (che rientra nella provincia di Matanzas e quindi nella giurisdizione di quella facoltà). Non capivano le obiezioni di vario tipo fatte dai medici italiani: da quelle basate sulla difesa degli inviolabili diritti democratici del cittadino, a quelle sul perché il controllo era riservato alle cameriere e non anche al personale maschile degli stessi alberghi.
Emilio poi chiese come potevano sapere quali erano le jineteras (e i jineteros, dato che ci sono anche quelli), tanto più che in moltissimi casi non si trattava di professioniste/i, ma di persone che volevano solo “arrotondare” un po’ lo stipendio, o cercavano il contatto con gli stranieri non tanto per avere denaro o qualche regalo, ma nella speranza di un possibile invito all’estero, o meglio ancora di un matrimonio con conseguente visto di uscita permanente. La decana rispose tranquilla di non preoccuparsi, le conoscevano tutte...
In realtà il fenomeno, soprattutto in quegli anni, ma anche prima del periodo speciale, era molto vasto e variegato. Molti cubani, di tutti i ceti sociali, pur stigmatizzando le jineteras, tenevano a chiarire che non erano vere prostitute. In effetti prima dell’apertura ai cubani delle diplotiendas e della legalizzazione del possesso di dollari, alcune ragazze si offrivano agli stranieri per farsi comprare un paio di jeans griffati, o anche solo un paio di occhiali da sole (da cui spesso non toglievano per mesi dalle lenti l’adesivo con la marca, considerato uno status symbol), o un grosso flacone di shampoo (introvabile con la libreta, ma desideratissimo: le cubane hanno una grande attenzione alla pulizia, soprattutto dei capelli).
Ma anche dopo, quando il pagamento in natura (con jeans) non era più necessario giacché ogni cubana poteva comprarli, e quindi si era generalizzato il pagamento in dollari, la maggior parte delle ragazze preferiva civettare mostrando disinteresse, sperando di conquistare il cuore dello straniero. E in effetti in parecchi casi coglievano nel segno, dato che ogni giorno all’Avana si celebravano (e si celebrano) parecchi matrimoni tra giovanissime cubane e italiani di ogni età. Molti di quei matrimoni erano cominciati a letto, come avventuretta di vacanza, ma avevano ugualmente dato origine a un rapporto decente e duraturo. In altri casi invece la ragazza era stata delusa dall’Italia ed era ritornata a casa dopo pochi mesi, divorziando con la facilità con cui è possibile farlo a Cuba.
Non a caso il termine jinetera, che letteralmente vorrebbe dire “cavalcatrice” è piuttosto recente, dato che non è registrato nell’accuratissimo Nuevo catauro de cubanismos preparato da Fernando Ortiz e apparso dopo la sua morte (avvenuta nel 1969), e neppure nell’agile Diccionario cubano de términos populares y vulgares di Carlos Paz Pérez, stampato nell’aprile 1993, ma probabilmente scritto qualche anno prima e ritardato per la mancanza di carta che fu una delle conseguenze del crollo dell’URSS (a Cuba non ci sono a sufficienza alberi per produrre la cellulosa, mentre la carta ricavata dai residui della macinazione della canna può servire al massimo per incartare, male perché fragilissima, qualche oggetto, ma non per stampare libri).
La precisazione sulle date di pubblicazione ovviamente permette di sospettare che la parola sia stata coniata per definire un fenomeno relativamente nuovo rispetto a quello delle classiche putas, o delle bayuseras registrate da Ortiz (da bayú, bordello, derivato a sua volta dal termine francese bajoyer, trasmigrato da New Orleans all’Avana nel secolo diciannovesimo).Anche Paz Pérez registra nel catalogo dedicato a Violencia y hechos delictivos il termine jinetero-a ma limitato all’attività di jinetear, nel senso di vendere qualcosa al mercato nero, e soprattutto di trafficare in divise straniere: una spiegazione che la dice lunga sull’origine recentissima del significato attuale, legata all’esplosione del turismo di massa in dollari.
Emilio sapeva bene, da amici dell’Avana che avevano qualche jinetera come vicina di casa, o di Platero, che vedevano tornare al paese rivestite a nuovo e cariche di preziosi elettrodomestici le ragazze partite qualche mese prima per la capitale, che il fenomeno era molto più diffuso di quanto si poteva vedere per le strade accanto agli alberghi.
Una volta, in un albergo dell’Avana in cui si era fermato per ventiquattro ore prima di traslocare da amici (alloggiare in case private era ancora vietato, e non voleva quindi comunicare l’indirizzo dei suoi ospiti alla polizia di frontiera), era stato svegliato in piena notte da una telefonata. Una voce femminile suadente e leziosa gli aveva sussurrato: “Buenas noches, señor, soy aquí de trabajo. ¿Quiere Usted compañia?”. (“Buona notte, signore. Sono qui al lavoro. Vuole compagnia?”). Emilio, infuriato non tanto perché svegliato a notte tarda, ma perché si era allarmato pensando per un attimo che potesse essere una telefonata dall’Italia da una persona che non si rendeva bene conto della differenza di fusi orari, aveva mandato a quel paese l’intraprendente ragazza con un pittoresco repertorio di insulti cubanissimi, rinunciando così a quello che in qualsiasi altro momento avrebbe fatto per curiosità sociologica: farla venire in camera per capire se era veramente una cameriera dell’albergo come sosteneva. Ma certo era collegata a qualcuno dell’albergo che le aveva segnalato l’arrivo di un single. Quando aveva raccontato l’episodio a una giovane dirigente di Italia-Cuba, questa si era messa a ridere perché le era capitata la stessa cosa in un altro albergo. Naturalmente al telefono c’era una voce maschile.
Ma la decana della Facoltà di medicina di Matanzas era tranquilla: la polizia teneva tutto sotto controllo. In realtà tra il 1991 e il 1995, quando il turismo era cresciuto impetuosamente, il fenomeno si era diffuso così ampiamente che era veramente impossibile avere il quadro di tutte le persone dedite a questa attività. E poi, una volta cominciate le retate, i trasferimenti nei campi di rieducazione, a volte con procedimenti umilianti come la tosatura a zero, era sparita o si era ridimensionata la piccola prostituzione individuale, e si erano create vere e proprie reti che contattavano gli stranieri e li ospitavano in case riservate. Bel successo: dall’artigianato si era passati all’industria!
A Matanzas la delegazione aveva visitato poi l’ospedale, scoprendo un particolare curioso: i lavandini dei bagni erano assicurati con pesanti catene. Il motivo fu spiegato semplicemente: quasi ogni notte, e talvolta anche di giorno, spariva qualche lavandino. Le lampadine poi, che non si potevano incatenare, erano meno della metà di quelle necessarie, soprattutto nei bagni e sulle scale, come a Platero, ma anche all’Avana. Emilio ricordava che una sera del 1992 o 1993 era andato a trovare Hilda Guevara, la figlia maggiore del Che, che viveva all’undicesimo piano di un palazzone del Vedado, e aveva dovuto fare tutte le scale a tentoni (l’ascensore naturalmente era rotto da anni e impossibile da riparare perché prodotto quarant’anni prima negli Stati Uniti), dato che tutte le lampadine delle scale erano state prese per sostituire quelle degli appartamenti. A quell’epoca erano letteralmente introvabili in pesos e i negozi in dollari, che le avevano, erano inaccessibili per i cubani.
Ma in cambio i medici italiani avevano osservato nell'ospedale di Matanzas un particolare simpatico: i familiari dei degenti, in particolare i genitori di bambini ricoverati nel reparto pediatrico, lavoravano volontariamente e gratuitamente a rimettere in sesto l’edificio (ed anzi erano stati alcuni di loro a montare le famose catene nei bagni.
Alcuni dei medici che avevano partecipato alle prime spedizioni avventurose sono tornati poi molte volte a Platero. A mano a mano che i viaggi sono stati organizzati meglio, approfittando delle esperienze accumulate in quelli precedenti, hanno potuto conoscere meglio la realtà dei consultori familiari più sperduti, e hanno imparato a verificare le frasi tranquillizzanti del medico o dell’infermiera o dell’accompagnatore, andando a vedere le condizioni reali dell’ambulatorio, dell’alloggio di medico e infermiera, le scorte esistenti nella piccola farmacia locale. Non per criticare o denigrare quel che c’è, ma per aiutare meglio.
Hanno perfino organizzato, tra innumerevoli difficoltà burocratiche, due convegni scientifici italo-cubani per scambiare esperienze, tanto più che nel frattempo molti di loro hanno preso confidenza con lo spagnolo, combinando lo studio con la pratica. Hanno stabilito bellissimi rapporti di amicizia con quei medici appassionati del proprio lavoro ed orgogliosi delle conquiste della rivoluzione, che hanno permesso al sistema sanitario cubano di reggere anche nei periodi più difficili. Non hanno però più potuto vivere nelle case in cui erano stati ospitati nei primi anni, perché invece di generalizzare quell’esperienza, le autorità municipali – sulla base di una direttiva nazionale - hanno prima riattato una specie di villaggio turistico inizialmente concepito per il turismo interno (e per le zanzare, che vi prosperavano in quantità illimitate per la vicinanza di una palude), poi hanno costruito un vero e proprio albergo in dollari, il cui costo di costruzione probabilmente si ripagherà solo fra qualche decina di anni, dato che non ci sono oltre ai cooperanti altri stranieri che visitano quella località sperduta.
Tutto questo per eliminare una cosa “fuori delle regole”, che è stata assimilata stupidamente dai burocrati alle attività effettivamente (anche se modestamente) speculative delle pensioncine familiari clandestine dell’Avana. Anche nei viaggi verso Platero, invece che nelle strutture universitarie le delegazioni hanno dovuto alloggiare in veri alberghi, spesso di società miste, in cui il partner spagnolo o italiano o francese si prende il grosso del ricavato, e allo Stato cubano resta poco o nulla. In uno degli ultimi viaggi, tra l’altro, nella delegazione si era infilato un medico che gli organizzatori conoscevano poco, e risultò un inveterato puttaniere. In ogni albergo dove alloggiavano, infatti, faceva balenare venti dollari alla carpeta (la reception), e poco tempo dopo compariva una jinetera, a volte professionista, a volte una delle cameriere dell’hotel. Gli altri erano infastiditi e scandalizzati, ma non immaginavano neppure che lo stesso metodo avrebbe funzionato anche a Platero, e che a procurare la ragazza compiacente sarebbe stato un medico locale. Data la dimensione del paese, la ragazza comparve in modo discreto, e non si fece vedere (anche se la sentirono dalle camere vicine). Rimase quindi il dubbio che potesse essere conosciuta, e magari fosse una dipendente del policlinico o dell’ospedale. Inutile dire che ne rimasero amareggiati: in passato, a Platero, non si era mai visto nulla di simile. Ma i costumi reintrodotti all’Avana dalla diffusione del turismo di massa e dalla dollarizzazione, cancellando uno dei vanti della rivoluzione, a quanto pare nel 2000 erano arrivati anche nei più sperduti paesi di provincia.
Emilio aveva d’altra parte osservato subito un sintomo preoccupante: lo stesso dentista che gli aveva cavato i denti nel 1994, volle fargli l’anno successivo una visita di controllo. Ma due anni dopo lo invitò, per la stessa ragione, a casa sua anziché in ambulatorio, e cominciò a lamentarsi perché gli avevano rubato il ventilatore, strumento indispensabile al suo lavoro, e chiese se Emilio poteva ricomprarglielo. Evidentemente erano bastati due o tre anni di dollarizzazione e di contatto con un gruppo di italiani pur dotati di ottima volontà per incrinare anche a Platero la gratuità assoluta del servizio sanitario...
La nuova organizzazione dei viaggi dei medici italiani, che nelle intenzioni dell’autorità doveva moralizzare il paese ed evitare eccessivi contatti con la popolazione, si era rivelata controproducente su tutti i piani: morale ed economico. Nella fase precedente invece i medici e gli altri membri dell’iniziativa di solidarietà lasciavano nel paese, oltre alle generose donazioni, notevoli quantitativi di valuta, dato che – a partire dal secondo viaggio – avevano concordato di versare al municipio una somma relativamente alta, rispetto agli standard cubani, e certo di gran lunga superiore a quello che ricevevano, che era esattamente quello che mangiavano i locali. Le famiglie ospitanti ricevevano solo una razione in più di pane, di riso e di fagioli, come se fosse aumentato il nucleo familiare. In cambio gli italiani imparavano a conoscere da dentro la vita del paese.
Emilio non è più voluto tornare con loro, a quelle condizioni. Sapeva bene che le scelte fatte corrispondono alla volontà di eliminare contatti informali e incontrollabili. Nei primi incontri con i dirigenti, durante il primo viaggio, il segretario del partito di Platero aveva ammesso sinceramente di aver diffidato inizialmente di un’esperienza così nuova, di averla accettata malvolentieri perché non c’era altra alternativa: o rinunciare agli aiuti promessi, o accettare di alloggiare la delegazione nelle case, dato che non esisteva allora altra struttura alberghiera che la Casa de visita riservata ai dirigenti del partito venuti per qualche riunione, che poteva ospitare solo cinque o sei persone, e non certo i sessanta, sia pur scaglionati, che arrivarono nel primo anno. Poi si era convinto che l’esperienza era positiva, anche se i “bigotti” del partito avevano criticato i criteri di scelta delle famiglie ospitanti (secondo loro c’erano alcuni "non troppo in linea”).
Anche Emilio si era preoccupato, d’altra parte, per alcuni problemi creati dagli italiani. Tranne un caso di incredibile tirchieria, quello di una ragazza che non aveva portato nulla alla famiglia ospitante, e poi era partita per i fatti suoi, salvo dare l’indirizzo della casa in cui aveva vissuto a due amici incontrati in aeroporto, parecchi dei membri della delegazione avevano ecceduto in senso opposto, colmando le famiglie ospitanti di regali costosi, portati dall’Italia o comprati nelle tiendas in dollari del capoluogo. Avevano creato così delle invidie tra i vicini, e anche dei tentativi di accaparrarsi i preziosi ospiti invitandoli a cene succulente o accompagnandoli a scoprire bellezze nascoste. Ma questi inconvenienti erano stati superati preparando le delegazioni successive con riunioni di informazione sulla realtà di Cuba, sui problemi esistenti e su quelli che si potevano creare con una malintesa ed eccessiva generosità che creava sperequazioni e quindi tensioni nella comunità. Così, di fatto, si è continuato a fare ogni anno, con risultati soddisfacenti fino a quando quel turismo solidario è stato bloccato, sostituendolo con un turismo normale, per giunta di mediocre qualità.
I medici, comunque, hanno continuato a organizzare il loro viaggio a Cuba ogni anno, anche dopo la morte del più generoso e instancabile animatore del progetto di collaborazione medica, Antonio Fracchia, alla cui memoria è stata dedicata l’ultima importante donazione, un’ambulanza attrezzata. Una donazione importante, ma che ha lasciato comunque uno strascico di amarezze: intralciata dalla burocrazia, l’ambulanza ha impiegato un anno e mezzo ad arrivare, e per giunta senza una parte delle attrezzature inviate, il cui recupero sarebbe stato lungo e non facile.
Emilio in ogni caso ha seguito l’esperienza da lontano, discutendo con i medici i problemi prima del viaggio, e il bilancio al ritorno. Ma ha sempre nostalgia di Platero, e spera che il suo ruolo nel passato, e i molti contatti stabiliti, gli possano risparmiare la tristezza di alloggiare in un mediocre albergo semivuoto, e gli consentano un giorno di tornare a dormire in una casa modestissima, tra gli strilli dei maialini, spartendo con gli amici un pasto frugale annaffiato però da buon ron (per “autodifesa” dalla chispa de tren aveva preso l’abitudine di portare quasi ogni sera un Ron Bucanero invecchiato tre anni, acquistato alle tiendas in dollari…). E spera soprattutto che le autorità locali capiscano l’errore fatto “turistizzando” e banalizzando quella che era un’esperienza originale e positiva, e permettano di ritornare alle origini. Chissà…
La “poetessa ufficiale”
Ogni anno, all'arrivo a Platero, la delegazione era costretta a sorbirsi un paio d’ore di musiche, canti e discorsi. Ogni volta c’era anche qualche pioniere in divisa (gonna o calzoncini bordeaux, e camicia bianca con fazzoletto rosso) che recitava malamente, senza capirne ovviamente il senso, qualche testo del Che (ad esempio la bellissima lettera di addio a Fidel), o qualche poesia in cui proclamava con espressioni granguignolesche di essere pronta o pronto a dare il suo sangue per la patria.
Ma il peggio era Mabel, la poetisa oficial della Casa della Cultura che declamava le sue poesie. Era una donna non più giovane, nera, con occhiali spessi e piuttosto bruttina. Le sue poesie, con poche varianti, proclamavano la sua infelicità, e potevano essere sintetizzate brutalmente così: ma perché non c’è un uomo che mi scopa? Gli italiani che non capivano una parola di spagnolo erano deliziati dal tono retoricamente appassionato della sua recitazione. Quando lei riuscì a spiegare che era afflitta da una grave infermità, che l’aveva resa quasi completamente sorda, Mario e altri del nucleo promotore decisero di organizzare una colletta per comprarle un apparecchio acustico che le consentisse di sentire normalmente. Lei procurò un certificato, scritto come al solito a matita su un pezzaccio di carta già usata sull’altro lato, e su quella base le fu comprato in Italia un apparecchio inserito in un bellissimo paio di occhiali da sole.
Era costato oltre tre milioni di lire, e per finanziare la spesa extra il circolo da cui era partito il progetto di solidarietà decise di pubblicare una raccolta di sue poesie; chiesero quindi a Emilio di tradurle. Lui rifiutò spiegando con un po’ di reticenza che non gli sembravano eccezionali, e che conosceva almeno una trentina di poeti cubani mai tradotti in Italia, e che meritavano veramente di essere fatti circolare. Il libro fu tradotto ugualmente, e naturalmente non fu venduto a sufficienza per ripagare la spesa dell’apparecchio e quella aggiuntiva della stampa, sicché finì per gravare sulle magre finanze personali di Mario (operaio in cassa integrazione) e di pochi altri generosi come lui, ma non più ricchi.
L’anno dopo, il giorno stesso dell’arrivo dal viaggio (meno disastrato della prima volta, ma ugualmente faticoso), dopo le solite noiose cerimonie, alla poetisa emozionatissima furono consegnati gli occhiali speciali, una copia del libro e una lettera molto commovente. Per tutto il giorno Mabel si pavoneggiò orgogliosissima per le strade di Platero, e si recò a far visita a tutti i suoi amici, in particolare a quelli di cui era segretamente innamorata. Si rammaricava forse solo di non avere sulle lenti l’adesivo con il marchio di fabbrica, che secondo l’uso popolare a Cuba non veniva tolto per parecchio tempo per far vedere che gli occhiali erano nuovi, stranieri e di marca.
Il giorno successivo alcuni degli italiani che la conoscevano dall’anno prima la invitarono a fare il bagno su una spiaggia distante una quindicina di chilometri (quelle di Platero erano impraticabili per gli scarichi della fabbrica che congelava pesci e aragoste e per quelli dei vecchi pescherecci che perdevano nafta e grasso da ogni parte). Era un’abitudine simpatica presa da molti l’anno prima, e che consentiva di passare il tempo quando non c’erano viaggi culturali o visite a località della montagna (che si facevano collettivamente con la guagua). Bastava aspettare sulla strada principale del paese che passasse un calessino tirato da un cavallo malridotto, e contrattare la spedizione alla spiaggia per pochissimi pesos. Alcuni di quei calessi erano stati tirati fuori dalle rimesse dove erano stati abbandonati per anni, altri erano stati costruiti alla meglio e sfoggiavano vecchie ruote d’automobile incredibilmente rappezzate.
Erano l’unico mezzo di trasporto urbano e suburbano a Platero, e anche in molte altre località di provincia. Il cavallo, per non sporcare le strade ma soprattutto per “non sprecare nulla”, era munito di un sacco sotto la coda in cui si raccoglievano gli escrementi. I cubani, dopo l’orgia di concimi chimici portati per due decenni dai sovietici, e prima dai tecnici statunitensi, avevano dovuto riscoprire quelli naturali. Alcuni lo consideravano un surrogato a cui si rassegnavano, ma alcuni cominciavano a capire l’importanza di riscoprire un’agricoltura naturale. Analogamente parecchi medici, che avevano accettato inizialmente come un ripiego i suggerimenti del Minsap di riscoprire e utilizzare i rimedi tradizionali a base di erbe, avevano cominciato – anche per l’opera entusiastica di alcuni medici italiani - a capire che in molti casi quei rimedi erano più utili e sicuramente meno dannosi di quelli chimici.
Comunque il calessino era un divertimento per i visitatori italiani, mentre i cubani ci si erano adattati quando i mezzi pubblici di fabbricazione sovietica o bulgara erano andati a pezzi senza che fosse possibile procurarsi pezzi di ricambio. Quelli ancora funzionanti furono poi scartati anche all’Avana, appena fu disponibile un po’ di valuta pregiata rastrellata dal mercato nero riemerso dopo la depenalizzazione del possesso di dollari: oltre ad essere terribilmente inquinanti, consumavano il triplo del combustibile rispetto ai pullman e camion giapponesi o europei che li sostituirono. In una fase intermedia vennero prodotti a Cuba dei singolari mezzi costruiti attaccando a una potente motrice (probabilmente in dotazione all’esercito) una lunghissima e originale vettura di grande capienza, soprannominata subito “camelo” perché aveva una sopraelevazione della parte anteriore e di quella posteriore, in corrispondenza dei carrelli con alte ruote su cui era stata montata.
Tornando alla gita degli italiani con la poetisa, rischiò di provocare uno scandalo clamoroso. Mabel era così orgogliosa del suo apparecchio auditivo montato negli occhiali da sole, che lo teneva anche mentre stava sdraiata su un telo da spiaggia. Poi si alzò e cominciò a entrare in acqua, sempre senza togliersi i preziosi occhiali. Una delle ragazze italiane la fermò in tempo e le spiegò che bagnandosi l’apparecchio acustico si sarebbe rovinato per sempre (meno male che non li aveva portati sotto la doccia la mattina prima di uscire!). La poetisa depositò sul telo gli occhiali ed entrò in acqua. Poi, dopo un brevissimo bagno, tornò a sdraiarsi sul telo per asciugarsi, e dimenticò di rimetterseli. Con enorme stupore alcune delle ragazze si accorsero che rispondeva normalmente a quello che dicevano. Insomma non era sorda, o almeno non lo era completamente. In realtà era una persona sensibile e fragile che drammatizzava la sua infermità per attirare l'attenzione su di sé e per proteggersi.
I cinque o sei italiani presenti, informarono subito Mario ed Emilio. Insieme fu deciso di non far trapelare nulla per evitare uno scandalo, e fortunatamente tennero il segreto così bene che perfino Radio Bemba non ne seppe nulla. In Italia, anche recentemente, Emilio ha trovato in vendita, sui banchetti di libri delle feste di solidarietà con Cuba, la famosa raccolta della “poetessa sorda”. Ancora quasi tutta da vendere.
Radio Bemba
Emilio era stato sorpreso, nel corso del 1994, dalla curiosità e simpatia nei confronti del movimento zapatista, diffuse non solo all’Avana o a Matanzas, ma perfino nelle campagne di Platero. Non erano alimentate certo dai mass media cubani, che su Marcos tacevano o davano poche notizie ambigue, ma sicuramente neppure dalle radio anticastriste di Miami, che ovviamente non avevano nessun interesse a parlare della ripresa di un movimento antagonista nell’America Latina, e per giunta in un paese tanto importante come il Messico. Così Emilio aveva cominciato a interessarsi più sistematicamente a quel sistema di circolazione informale delle notizie (vere o inventate) che i cubani chiamano in gergo Radio Bemba.
Si rese conto presto che le radio di Miami erano ascoltatissime, anche se pochi lo ammettevano. Emilio lo aveva scoperto un giorno che a Platero diverse persone lo avevano abbordato per chiedergli conferma di un attentato a Baggio. La prima volta aveva risposto evasivamente, poi a mano a mano che arrivavano altri a dirglielo, si era incuriosito. Non poteva confessare che non sopportava neppure di vedere una partita di calcio, e che non aveva nessuna idea di chi fosse questo Baggio (uno degli italiani gli rivelò che in realtà ce n’erano addirittura due), ma alla fine aveva cercato di sapere dai suoi interlocutori da chi avevano saputo quella notizia, che era poi risultata ovviamente una “bufala” (costruita estendendo a un calciatore italiano quello che era successo veramente poco prima in Colombia, dove era stato ucciso un portiere di una squadra finanziata dei narcotrafficanti, ritenuto colpevole di non aver parato un goal parabilissimo). Quasi tutti, con un certo imbarazzo, avevano ammesso di averlo saputo da una delle famose radio anticastriste. Dicevano naturalmente che “ogni tanto” dovevano ascoltarle, per sapere “cosa diceva il nemico…”
All’Avana però un amico cubano che aveva fatto un’indagine sociologica sul fenomeno aveva spiegato a Emilio che Radio Martí a volte sparava intenzionalmente una notizia sensazionale, inventata, per verificare l’indice di ascolto all’interno di Cuba in base all’ampiezza delle ripercussioni (che aveva vari modi per conoscere e misurare).
Dalle radio di Miami, d’altra parte, chi aveva la fortuna di avere un registratore, riproduceva le canzoni di Celia Cruz e di altri cantanti che avevano lasciato Cuba, ovviamente messe al bando dalle radio nazionali (ma il clima meno repressivo del “Periodo speciale” faceva sì che almeno a Platero quelle canzoni fossero ascoltate a tutto volume in molte case, e quindi anche dagli occasionali passanti…).
Il controllo dei “bigotti” del partito era molesto, ma solo epidermico. Comunque, proprio per aver inserito qualche canzone di “rinnegati”, un bel video su Guevara prodotto in spagnolo da un editore italiano, che era anche l’autore, fu bloccato a Cuba dalla Editorial Avril, la casa editrice della UJC (Unione dei giovani comunisti), che era formalmente coeditrice. Il documentario peraltro continuò a circolare in forma semiclandestina, a parte alcune proiezioni private organizzate in diverse istituzioni (Casa de las Américas, Associazione dei giornalisti, ecc.), dove suscitò viva commozione, e anche sorpresa nei più giovani, che vedevano per la prima volta parecchi dei filmati sul Che, che pure l’autore aveva ottenuto proprio dagli archivi cinematografici e televisivi dello Stato cubano.
A Platero i bigotti locali e un funzionario della UJC imposero ridicolmente che una proiezione del video organizzata nella Casa della cultura fosse abbreviata facendo scorrere rapidamente senza audio il pezzo incriminato. Inutile dire che alcuni degli spettatori protestarono vivacemente. Quando chiesero spiegazioni ai funzionari ottennero la scusa inverosimile della “mancanza di tempo”, ma per fortuna era presente anche Emilio, convinto come Guevara che “la verità è rivoluzionaria”, e che quindi informò sulle vere ragioni di quella censura. Oltre alla canzone “inopportuna”, questa era stata motivata anche con la necessità di tagliare una frase del Che (peraltro pubblicata a suo tempo anche a Cuba), che criticava severamente alcuni regimi latinoamericani. Secondo quei “bigotti” poteva compromettere le relazioni con quei paesi, che pure non avevano più le dittature del tempo di Guevara! Oltre a informare i suoi amici, Emilio fece arrivare poi una copia del documentario. I videoregistratori erano pochissimi a Platero, ma l’ostilità di quegli stupidi burocrati fece una involontaria propaganda alle proiezioni private, che furono affollatissime.
Con grande amarezza dell’autore-editore, che aveva speso una bella somma per curare l’edizione destinata a Cuba, quel video, che nell’isola non circolò mai, comparve invece nei negozi e sulle bancherelle di Città del Messico e di altre città latinoamericane. Era stato venduto all’estero, violando anche un contratto di coedizione, nella certezza che l’editore italiano era troppo amico della rivoluzione cubana per pensare di ricorrere alla magistratura…
Dalle radio di Miami provenivano almeno in parte le notizie su alcuni scandali non riportati dalla stampa cubana, come la destituzione per malversazioni di un grosso dirigente, Abraham Maciques, collegata alla sparizione di 60 milioni di dollari dalle casse della più grossa impresa di turismo cubano, Cubanacán, che gestisce molti grandi alberghi in collaborazione con imprese straniere. L'unico annuncio dato sulla stampa riguardava solo l’improvvisa sostituzione del presidente Maciques con il viceministro del Turismo Juan José Vega, Maciques era stato nominato Direttore del Palacio de las Convenciones, una struttura ovviamente priva di un peso paragonabile a quella diretta precedentemente. Ma, come sempre a Cuba, un po' tutti "sapevano" e ripetevano la notizia dell'ammanco e dell'arresto dei funzionari intermedi.
Anche su un altro scandalo riguardante un cittadino statunitense rifugiatosi a Cuba da anni in seguito a una condanna politica riportata nel suo paese, e di cui si diceva che fosse nipote di Nixon, non era stata data ufficialmente nessuna notizia, ma il fatto era comunque di dominio pubblico. L'uomo aveva creato una società che avrebbe dovuto commercializzare all'estero prodotti medicinali cubani, ma non aveva mai concluso niente di vantaggioso per Cuba, e alla fine era stato arrestato per spionaggio industriale. Difficile valutare la portata reale dell'episodio, probabilmente marginale, ma che i canali sotterranei di circolazione di notizie come queste tendono sempre a ingigantire. Una conferma in più degli inconvenienti del sistema informativo di stampo sovietico, che continua senza modifiche significative, tranne qualche breccia nella stampa locale e soprattutto nelle radio.
Altre notizie dello stesso genere (arresti o destituzioni di dirigenti) continuavano a circolare a Cuba: vere o verosimili che fossero, confermavano in ogni caso che le società miste con capitali stranieri, accolte inizialmente dalla maggioranza con la speranza che rappresentassero una soluzione dei principali problemi del paese (a parte quelli che le vedevano come miraggio individuale, per ottenere un posto retribuito almeno in parte in dollari...) avevano ingenerato i primi dubbi e soprattutto l'inquietante sensazione che fossero la leva principale per intaccare la principale forza del paese, quella morale.
Tutte queste notizie erano sempre circolate di bocca in bocca (“diffuse” dalla famosa Radio Bemba…). Rimaneva sempre il dubbio tuttavia se le vere radio anticastriste in questi casi avessero veramente “lanciato” le notizie, o si fossero limitate a ritrasmettere quello che, almeno all’Avana, tutti raccontavano sui luoghi di lavoro, agli amici, ai compagni di viaggio sulle guaguas scassate e affollatissime, senza preoccuparsi troppo degli eventuali orecchi indiscreti di agenti della Seguridad. La seconda ipotesi è probabilmente la più veritiera: a Platero le notizie di questo genere arrivavano sempre con qualche giorno di ritardo rispetto all’Avana. E data la difficoltà di comunicazioni dirette in quegli anni, voleva dire che in provincia circolavano solo quando erano state trasmesse dalle radio di Miami, che le avevano ricavate dalle dicerie dell’Avana.
Un’intelligente sociologa nicaraguense di origine cubana, María López Vigil, caporedattrice della rivista centroamericana Envío, aveva scritto proprio nel periodo in cui Emilio faceva queste esperienze, un saggio molto acuto in cui concludeva che, grazie al sistema di mass media ereditato dal periodo di inserimento nel sistema del “socialismo reale”, Cuba “si bloccava da sola”. Emilio lo aveva letto al ritorno all’Avana, dove il saggio circolava fotocopiato in qualche centro di ricerca abbonato a Envío. María López Vigil notava che l’assurdità principale era che l’isola disponeva di un gran numero di giornalisti e intellettuali di grande valore, assolutamente sottoutilizzati o confinati in pubblicazioni raffinate ma a bassissima tiratura, mentre la stampa ufficiale (oltre a sprecare sistematicamente un quarto della prima delle sei o otto pagine del Granma con una foto di un trattore, o di un carro trainato da buoi, o di una riunione), era riempita di frasi stereotipate, che nessuno leggeva e a cui nessuno credeva. Il che era particolarmente inutile in un paese bombardato ventiquattro ore su ventiquattro da trasmissioni (a volte di buona qualità) dalle radio degli anticastristi di Miami, che attiravano l’attenzione con buona musica, avvincenti radionovelas (una grande passione dei cubani fin dagli anni Trenta, solo in parte sostituite dalla telenovelas di produzione locale, messicana o perfino giapponese), ma anche e soprattutto con la diffusione e amplificazione dei pettegolezzi di Radio Bemba.
María López Vigil osservava che in questo modo si sottovalutavano le capacità della popolazione di pensare con la propria testa, e la disponibilità di tanti intellettuali (validissimi ma emarginati) a contribuire alla formazione di un’opinione pubblica rivoluzionaria, anche se anticonformista. Uno di questi, un giornalista dell’agenzia cubana per l’estero, Prensa Latina (quella fondata dall’argentino Jorge Ricardo Masetti), le aveva raccontato una delle tante barzellette che circolano a Cuba, in mancanza di altre forme di espressione, e che è effettivamente sintomatica del clima che i burocrati preposti all’informazione di massa hanno continuato, invano, a tentare di creare.
La storiella è classica: un funzionario della FAO deve realizzare un’inchiesta internazionale. Arriva in Africa e chiede: “Che opinione avete della scarsità di alimenti nel mondo?” L’africano non capisce la domanda e chiede a sua volta: “Alimenti? Cosa sono gli alimenti?”. Il funzionario della FAO va poi in Germania e ripete la domanda, ma anche il tedesco a cui la rivolge si stupisce: “Scarsità? Cos’è la scarsità?”. Infine il funzionario arriva a Cuba e ripropone la sua domanda. E il primo cubano interpellato risponde: “Opinione? Cos’è un'opinione?”.
Di barzellette così, Emilio ne aveva sentite moltissime. Raccontate senza malizia, senza ostilità sostanziale al regime, spesso con autoironia. L’attuale giovane e intelligente ministro della cultura, Abel Prieto, ne ricavò persino un libro, vivace e spiritoso, pubblicato anche in Italia (o solo in Italia?). Ma Emilio considerava piuttosto preoccupante che il principale canale di espressione della critica fossero diventate le barzellette, o il pettegolezzo di Radio Bemba, in un paese che aveva avuto un sostanziale pluralismo dell’informazione nei primi anni della sua esistenza, e che aveva indubbiamente le forze intellettuali per affrontare i problemi in altro modo, senza retorica, senza eufemismi, e senza autocelebrazioni poco credibili. Tuttavia, concludeva ogni volta che ci pensava, il fatto che il paese reggesse a una prova così dura (il bloqueo, il crollo dell’URSS, e anche l’autobloqueo dovuto all’ottusità burocratica), voleva dire che il grosso della popolazione continuava a considerare che valeva la pena di difendere le conquiste della rivoluzione, indipendentemente dai limiti e dai timori dei dirigenti plasmati dalla lunga consuetudine con i metodi dei “fratelli maggiori” dell’URSS e degli altri paesi “socialisti”.
Gli veniva in mente la novella del Boccaccio sull’ebreo che, stanco delle pressioni di un amico cristiano che voleva convertirlo, aveva deciso di andare a Roma per vedere di persona. L’amico si era preoccupato, e aveva pensato che quel viaggio vanificasse tutti suoi sforzi di proselitismo. Invece “Abraham giudeo” era tornato da Roma cristiano, spiegando che il cristianesimo doveva essere proprio la vera religione, se sopravviveva nonostante la corruzione che aveva visto al suo vertice…
Ritorno all’Avana
Il primo soggiorno a Platero era durato quasi due mesi solo per Emilio, una studentessa e una pensionata, Flora. Gli altri avevano prenotato tutti dall’Italia ritorni scaglionati nel corso di agosto, e lo sfoltimento della delegazione aveva ridotto i suoi compiti di interprete, lasciandolo libero per un’esplorazione sistematica del paese e delle campagne vicine, anche per capire le necessità e programmare le prossime spedizioni. Le amicizie fatte gli avevano permesso di trovare la possibilità di andarsene in giro con una delle tante macchine inutilizzate per mancanza di carburante (in quel periodo ne venivano distribuiti ai privati solo pochissimi litri, e non tutti i mesi). Naturalmente benzina e gasolio sottratti alle forniture assegnate alle istituzioni si trovavano facilmente per i più esperti, e in genere alla metà del prezzo ufficiale in vigore nei pochissimi distributori che vendevano in dollari, che era più o meno uguale a quello italiano, e quindi proibitivo per chi era pagato in pesos. Ma anche così “scontato” era sempre troppo per un cubano onesto. Lui, invece, poteva permettersi facilmente un pieno, trovando subito chi forniva con entusiasmo la macchina e gli faceva da autista, con suo grande piacere, dato che guidare su strade piene di voragini e ingombre di carri tirati dai buoi e biciclette era fastidiosissimo. Aveva continuato fino all’ultimo a fare acquisti per le istituzioni sanitarie con i dollari lasciati dal capodelegazione e anche con quanto gli rimaneva di suo.
Ma, alla fine, si avvicinò il giorno del ritorno, che ovviamente in tre non potevano fare con la guagua del municipio, mentre i trasporti di linea su strada erano stati tutti soppressi, e il treno più vicino passava a quasi sessanta chilometri di distanza, era sovraccarico e non si sapeva se e quando partiva, e ancor meno quando arrivava. Aveva provato a prenotare tre biglietti aerei per l’Avana dall’aeroporto più vicino, ma i suoi amici lo avevano fermato: perché spendere 69 dollari a testa (che in fondo non erano molti per un italiano) quando si poteva viaggiare comodamente in auto con 100 dollari per tutti e tre? L’offerta gli era stata fatta in primo luogo da un curioso pastore battista (a Platero c’erano tutti i tipi di confessioni evangeliche, compresi i Testimoni di Geova, che erano ancora discriminati e perseguitati, ma crescevano in forma appena semiclandestina). L’auto del pastore, per giunta, era in buono stato, e al massimo richiedeva quattro candele nuove per essere più sicura.
Ma il personaggio era troppo intraprendente, ed Emilio sospettava che l’offerta dell’auto per un prezzo così ragionevole, oltre ad essere basata su una vasta rete di conoscenze per acquistare combustibile di contrabbando durante tutto il percorso, fosse motivata dal progetto di realizzare proficui scambi commerciali con l’Avana, sicché era preoccupato di potersi trovare involontariamente coinvolto in un’attività illecita. Ne aveva parlato con Mariposa, che aveva subito trovato un medico del Policlinico disposto a portarli alle stesse condizioni e senza fini speculativi.
Ma Radio Bemba aveva subito commentato l’imminente partenza degli ultimi tre italiani, e di bocca in bocca la notizia era arrivata alle massime autorità. Emilio fu convocato alla sede del Poder popular da Norberto, il vicepresidente incaricato di sovraintendere a varie attività, tra cui quella delicatissima delle forniture speciali – fuori libreta - di molti generi introvabili tra cui rum e birre. Teoricamente si assegnava una cassa di birra e un paio di bottiglie di ron a una famiglia solo in occasione di matrimoni o altre ricorrenze importanti, come la festa dei quindici anni, che sanciva l’entrata delle ragazze nella maturità (che anche nel “periodo speciale” imponeva un abito da sposina o da “prima comunione”, una foto ufficiale in grande formato, e un pranzo pantagruelico). Il particolare del grande formato non è insignificante: per mancanza di carta per stampare le foto, quelle da tessera erano in quegli anni ridotte a una dimensione microscopica, mentre quelle da inviare ai parenti lontani erano appena più grandi, e per giunta costosissime. La cassa di birra spariva in un attimo, per la lunga astinenza e l’afflusso di amici alla festa.
Emilio aveva scoperto però che chi manteneva buoni rapporti con Norberto otteneva lo stesso in varie occasioni una buona fornitura di birra: quando era stato invitato a cena con Mario dalla direttrice della Casa della Cultura ne era arrivata misteriosamente una cassa da ventiquattro bottiglie, che i quattro cubani presenti svuotarono in poche ore senza lasciarne neppure una per il giorno dopo. Questo era d’altra parte un atteggiamento comune a tutti, in un periodo di penuria. Anche all’Avana, quando era invitato a cena in una casa, Emilio portava inizialmente quattro o sei lattine comprate negli alberghi in dollari, ma aveva verificato che finivano subito, e così ogni volta aumentava la dose. Ma anche dodici venivano svuotate da un paio di cubani in pochissimo tempo. Non bastavano mai.
In ogni caso Emilio sapeva che Norberto era un uomo influente, un cui invito non si poteva ignorare, anche se quello ed altri comportamenti clientelari analoghi avevano destato in lui una certa istintiva antipatia. Ma entrando nel suo ufficio non poteva neppure immaginare cosa gli avrebbe proposto. Norberto disse di essersi rattristato nell’apprendere che gli italiani che avevano fatto tanto per Platero dovessero spendere ben cento dollari per arrivare all’Avana. Sapeva dunque anche la tariffa. E pensare che Emilio temeva che lo rimproverasse perché ricorreva a un trasporto privato formalmente e sostanzialmente illecito (comprando la benzina in dollari, con cento dollari non si poteva arrivare all’Avana, e poi c’era il ritorno, quindi almeno una parte della benzina necessaria sarebbe stata sicuramente comprata al mercato nero).
Con aria solenne il vicepresidente annunciò che aveva deciso di mettere a disposizione la sua auto con autista, e di assicurare il combustibile necessario prelevandolo dalle scorte del municipio. La partenza era fissata all’alba di tre giorni dopo. All’indomani, però, Norberto cercò Emilio per informarlo che a bordo ci sarebbe stata anche la “sua sposa”. Questa risultò poi essere una sua amichetta, che vendeva il rum a bicchieri – quando c’era - nell’unico spaccio del paese, e che ogni volta che aveva incontrato Emilio per strada gli aveva offerto spudoratamente una bella sorsata dalla bottiglia di plastica con cui se ne portava a casa ogni sera un litro e mezzo. Radio Bemba fece sapere però che oltre all’amichetta, ci sarebbe stato il figlio dodicenne di lei, che doveva fare una visita medica all’Avana. Una vera tragedia viaggiare in sei in una Lada, che era più o meno uguale a una vecchia millecento italiana. In sei, di cui tre italiani con i bagagli di una permanenza di due mesi (Flora in particolare aveva due valigioni e una borsa di medie dimensioni).
Emilio stava pensando già di tornare al progetto originario, rinunciando al viaggio gratuito per averne uno relativamente più comodo, quando arrivò la notizia che le scorte di benzina del municipio erano finite, e che avrebbero dovuto comprare la benzina in dollari lungo la strada, con un costo molto superiore a quello dei tre biglietti aerei. Si precipitò allora da Mariposa, per contattare d’urgenza il medico che si era offerto qualche giorno prima. Ma le cose andarono diversamente.
Mariposa era a casa in ferie, ma tornò come una furia al policlinico, contattando tutti i dirigenti del settore sanitario: in due ore erano stati trovati quasi cento litri di benzina, prelevati dalle scorte assegnate al Policlinico, all’Ospedale, alla Croce rossa, ecc. Dove metterli non era un problema: la Lada era stata già modificata inserendo sotto i sedili posteriori un serbatoio supplementare di notevoli dimensioni e di fattura artigianale. Il rischio era che al minimo urto si trasformasse in una bomba, ma commosso da tanta mobilitazione collettiva, Emilio si rassegnò (non era forse ormai un verdadero cubano?) e non informò neppure di questo dettaglio le due italiane. Nel pomeriggio prima della partenza la vox populi segnalò che Norberto si era fatto dare dollari dal fondo rimasto alla Casa della Cultura per comprare delle gomme nuove. A mano a mano che la notizia si spargeva, l’indignazione montava. Un giovane medico vide passare Norberto con l’auto rimessa a nuovo, e urlò a gran voce: “Descarado de un roba-gomas!” (“spudorato di un ruba-gomme”). Tutti i passanti annuivano e ammiravano il suo coraggio, facilitato in realtà dal fatto che era completamente sbronzo.
All’alba del giorno successivo moltissimi amici, a partire da Mariposa, assistevano sbigottiti ai preparativi della partenza. Non c’erano solo l’autista, la “sposa” con il figlio e i tre italiani, ma c’erano da sistemare tre o quattro casse di birra, altre di “sabado corto”, il nome gergale con cui si designa una bottiglia da birra da tre quarti riempita di rum (ecco a che servivano i bottiglioni rubati ogni giorno!), più una congrua scorta di manghi e aguacates. Ovviamente era impossibile farli entrare nell’auto, dove era già difficile comprimere i passeggeri (Emilio sentì per mesi un dolore alla gamba sinistra che era stata schiacciata per quasi venti ore contro lo sportello), e quindi furono affastellati e legati sul portabagagli, aumentando enormemente l’altezza e quindi la resistenza all’aria della vettura. Vedendo qualcuno degli amici che salutavano con le lacrime agli occhi, a Emilio venne il dubbio che lo dessero già per morto, per la possibile combinazione tra l’enorme sovraccarico che ovviamente rendeva poco stabile la vettura, e la “bomba” rappresentata dal serbatoio supplementare, ovviamente senza una valvola. Ma era rassegnato a tutto.
Quando stavano per arrivare all’Avana le scorte pur cospicue di benzina risultarono esaurite, e certo non si poteva sostituirla con il rum trasportato. Cosicché l’autista personale di Norberto chiese ai tre italiani cinquanta dollari a testa per poter tornare a Platero. Dopo rapida consultazione essi decisero, malvolentieri, di dargliene complessivamente sessanta, ricordandogli che quello che trasportava non era certo destinato alla beneficenza, e che quindi quel che mancava poteva prenderlo dal ricavato della vendita.
Arrivato a casa di amici a tarda notte, dopo aver sistemato le due italiane da un’affittacamere, Emilio seppe che da Platero avevano telefonato più volte Mariposa, Virgilio e soprattutto Inocencia, che aveva assistito alla partenza ed era a quanto pare più preoccupata degli altri per l’insicurezza del viaggio. Avevano tutti chiesto di richiamare a qualunque ora, ed Emilio lo fece. Nel corso delle telefonate riferì tutto, compresa la richiesta dei dollari.
Il giorno dopo tutta Platero era informata e ribolliva di indignazione. Norberto non si faceva neppure vedere in giro. Alcuni telefonarono a Emilio per rimproverarlo di aver ceduto in parte alla richiesta: non dovevano dare neppure un centesimo a quei miserabili, che intanto erano spariti anche loro. Ufficialmente i pochi amici di Norberto dissero che la visita del bambino dallo specialista era stata rinviata, ma tutti sapevano (queste notizie circolano velocemente da un capo all’altro di Cuba) che il prezzo del rum al mercato nero della capitale era sceso, perché da qualche giorno erano cominciate le vendite legali di ron a granel, cioè sfuso. Il prezzo era decentissimo, anche se si sapeva che veniva un po’ annacquato da molti rivenditori. Anche manghi e aguacates avevano subito per ragioni analoghe un ribasso. Cosi i tre rimasero nella capitale per un’intera settimana, nel vano tentativo di trovare qualche ingenuo non ancora informato dei prezzi correnti a cui vendere la merce al prezzo su cui avevano fatto i conti.
Quando finalmente arrivarono a Platero, l’intera cittadina era in subbuglio. Norberto non trovò di meglio che dare la colpa all’autista, licenziandolo. Ma l’autista se la prese con l’ex benefattore, e raccontò in giro la verità che tutti immaginavano. Entro una settimana il partito dovette riassumere l’autista e destituire Norberto da ogni carica. Ma dato che non sapeva che cosa fare, perché si era “iscritto alla burocrazia” fin da giovane, e non aveva mai lavorato in vita sua, lo mantennero ugualmente nell’edificio del Poder popular come semplice impiegato. L’ex vicepresidente andava in giro furioso scaricando veleno contro Emilio, che secondo lui voleva fare il “Che Guevara” o il giustiziere di Platero. E cominciò a bere. Una sera, meno di un mese dopo, mentre guidava l’auto che aveva preso senza autorizzazione (per usare un auto statale ci vuole un modulo apposito firmato da un dirigente, con indicati itinerario, ragioni del viaggio e orario), investì un vecchio in bicicletta. La bici non aveva catarifrangenti o luci, ma era normale in quel periodo (se uno li aveva glieli rubavano subito), e Norberto era in stato di così evidente ubriachezza che dovettero condannarlo a due anni di carcere.
Aveva troppi amici, sicché scontò solo pochi mesi, e poi uscì di prigione. Non lo riassunsero però negli uffici del Poder popular, ma lo misero a gestire un negozietto “di artigianato” locale, che vendeva in pesos pochi oggetti scadenti (caffettiere di latta, imbuti, pentole mal stampate, qualche scopa). La tienda era cosi misera e senza clienti, che Norberto era al tempo stesso il direttore e l’unico dipendente. Era per giunta collocata accanto al primo luccicante negozio in dollari aperto nella città. La gente chiamava per derisione i due locali el príncipe y el mendigo, dal famoso romanzo Il principe e il mendicante. Quando Emilio tornò a Platero pochi mesi dopo, passò con qualche imbarazzo davanti ai due locali, collocati sull’unica strada che portava dal centro al policlinico. Norberto lo guardò con un odio profondo, che confermava che lo considerava la causa unica delle sue disgrazie. Tra l’altro l’amichetta aveva ormai trovato un nuovo protettore…
Esplorazioni
Il viaggio di ritorno di Emilio da Platero all’Avana, con l’auto carica di birra e ron, era stato solo apparentemente il più avventuroso. Alcuni altri, relativamente più corti, da Platero alle città più vicine in cui c’erano già i negozi in dollari non ancora aperti nel 1994 nei centri minori, erano stati non meno movimentati. Il veicolo era la camionetta sgangherata del Policlinico, e si erano protratti a volte per tutta una giornata per la necessità di fare acquisti in città diverse, per la lentezza del mezzo o la frequente necessità di ripararlo alla meglio, ma anche perché la camionetta dava passaggi a una gran quantità di gente. Prima di tutto doveva accompagnare quattro o cinque donne all’ottavo o nono mese di gravidanza all’ospedale principale della provincia per controlli, e riprenderle più tardi. Alcune sembravano proprio sul punto di sgravarsi, soprattutto quando il mezzo sobbalzava sulle buche che costellavano quanto rimaneva dell’asfalto, e la cosa preoccupava non poco Emilio: a bordo infatti c’erano solo un dentista e un tecnico del policlinico, che aiutavano negli acquisti e nelle permute (ad esempio delle gomme), ma non sarebbero stati utili nel caso di un parto anticipato.
C’era spesso anche il figlio maggiore di Mariposa, che si univa volentieri alla piccola comitiva per curiosità e simpatia per Emilio. Una volta poi perché, con una piccola deviazione di una trentina di chilometri, avrebbe recuperato il fratellino, che si era fermato una settimana in campagna presso una famiglia amica. Si arrivò alla fattoria sotto una pioggia scrosciante; naturalmente il grosso dei viaggiatori, comprese alcune delle possibili partorienti, stavano nel cassone scoperto. C’era in realtà anche un telo di plastica, ma tutti erano stati d’accordo di riservarlo alla protezione di un prezioso sacco di cemento.
Quando il ragazzino salì a bordo, il sospetto che almeno un parto fosse imminente era diventato generale, perché sulla strada di campagna dissestatissima una delle donne si stava sentendo veramente male, e tutti per esorcizzare il pericolo e credendo di migliorare la situazione facevano continue battute. Ma le risate si moltiplicarono scoprendo che il figlio minore di Mariposa aveva nel suo sacco una gabbietta con una coppia di cavie che gli avevano regalato gli amici contadini. E appena tirata fuori dello zaino, risultò che una delle cavie era anch’essa in avanzatissimo stato di gravidanza. Cominciarono le scommesse su chi avrebbe partorito prima. In realtà le donne e la cavia arrivarono tutte sane e salve, anche se bagnatissime, a destinazione.
La cosa che sorprendeva maggiormente Emilio in quei viaggi era la solidarietà spontanea che metteva a disposizione di chiunque lo volesse un posticino sullo sgangheratissimo veicolo. In realtà durante il “periodo speciale” tutti i mezzi di qualunque istituzione pubblica erano stati invitati a offrire passaggi a chi aspettava da tempo e quasi senza speranza uno dei rarissimi e imprevedibili mezzi di trasporto rimasti in funzione. A questo scopo era stato creato uno speciale corpo di polizia, che a differenza di altri era visto benissimo dalla popolazione. I suoi membri venivano chiamati in gergo Amarillos (gialli) perché le loro divise erano giallo ocra. C’erano anche all’Avana, ma trovavano maggiore resistenza da parte degli autisti: in particolare quelli delle auto che trasportavano un ufficiale, quando venivano fermati, spiegavano che stavano compiendo una “missione delicata” che impediva di dar passaggi a non si sa chi. Poi c’erano le belle vetture nuove delle società miste, o i veicoli riservati ai turisti stranieri, che ugualmente tendevano a rifiutare l’ospitalità adducendo il regolamento, soprattutto se chi chiedeva di salire era sporco o bagnato dalla pioggia. Per giunta il regolamento c’era davvero: durante uno dei viaggi con i medici dall’Avana a Platero su un pulmino noleggiato in dollari, un autista molto professionale (e preoccupato delle tappezzerie del “suo” veicolo ancora fiammante) resisteva a ogni sollecitazione degli italiani, che proponevano spesso di offrire un passaggio a qualche sventurato tutto inzuppato. Le vetture più disponibili all’Avana erano i camion, o i trattori con rimorchio, su cui per giunta era facile salire in corsa anche fuori dai posti di blocco, quando rallentavano a un incrocio.
Ma in provincia gli Amarillos quasi non occorrevano: ogni cenno di un pedone faceva fermare il veicolo per far salire qualcuno. Alcuni salivano addirittura in corsa, affiancando la camionetta e appoggiando un piede su una delle ruote in movimento. Una vera acrobazia, anche se in quelle condizioni la velocità era sempre abbastanza ridotta. Alcuni conoscevano già qualcuno che era a bordo, e deducevano da questo la destinazione probabile. Ma fare anche solo un pezzo di strada su quattro ruote era una bella fortuna.
Dalle conversazioni di quella varia umanità Emilio ricavava notizie preziose sulla vita di ogni giorno. Argomento principale erano i furti, che nelle campagne imperversavano. Oltre a quelli soliti (maiali, bovini, lenzuola stese ad asciugare), seppe così che c’era perfino chi rubava un alveare con tutte le api dentro: un’impresa arrischiata e quasi incredibile. Ma un paio d’anni dopo seppe da Polo Torres, uno straordinario personaggio che Guevara aveva ricordato più volte nei suoi Passaggi della guerra rivoluzionaria come el Capitán descalzo, che quei furti erano abbastanza comuni: a lui, che aveva pazientemente fatto moltiplicare le sue arnie, catturando gli sciami vaganti nella boscaglia, fino ad arrivare ad averne centocinquanta (le teneva in una radura piena di fiori profumati, un po’ fuori mano), i soliti ignoti le avevano portate via tutte!
Il soprannome di Capitán descalzo si basava sulla diceria che Polo avesse lasciato l’esercito ribelle subito dopo la rivoluzione perché non sopportava la divisa e le scarpe, anche se le cause erano più complesse. Prima di tutto il rifiuto di una disciplina militare che dopo la vittoria non capiva più, ma anche la nostalgia per il suo lavoro di contadino sulla Sierra, di cui negli anni successivi ha parlato francamente con gli amici del viaggio di solidarietà, che l’hanno registrato e ne hanno ricavato un bel libro.
Anche se la pronuncia di Emilio era quasi perfetta, e soprattutto si sforzava di modellarla sulla cadenza cubana, tutti quelli che salivano sulla camioneta si rendevano subito conto che era straniero. La ragione la capì dopo: praticamente nessuno a Cuba, a parte Fidel e alcuni dirigenti storici, porta la barba. E lui ce l'aveva. Inoltre la notizia del grosso gruppo di italiani arrivati a Platero era circolata in parte della provincia, e qualcuno sapeva anche del suo ruolo personale, e del suo atteggiamento poco diplomatico e a volte persino violento nei confronti dei “bigotti” del partito e delle istituzioni. Così persone che non aveva mai visto (così almeno credeva) gli facevano un sacco di domande sulla ragione di quella strana spedizione di solidarietà, ma soprattutto su quello che accadeva nel resto del mondo, e in particolare sull’Italia e sull’Europa (di cui sapevano più di quello che qualsiasi italiano medio sa dell’America Latina, per non parlare di altri continenti).
Gli chiedevano anche di Marcos e degli zapatisti: domande che lo rendevano felice, ma lo sorprendevano molto. La stampa ufficiale cubana non aveva quasi parlato degli zapatisti. Peggio ancora, nel 1994, sul Granma era uscita in proposito un’intervista a… Salinas de Gortari, il presidente del Messico, che lo aveva scandalizzato (era come se nel Messico del 1957 o 1958 un giornale avesse chiesto il parere di Batista sui barbudos della Sierra). D’altra parte in provincia non arrivava certo la voce un po’ più vivace e libera delle riviste come Cuadernos de Nuestra América, Temas, Contra Corriente, Caminos, formalmente tollerate ma con tirature limitatissime, che le confinavano inevitabilmente negli ambienti intellettuali, soprattutto della capitale. Ma Radio Bemba faceva circolare notizie raccolte chissà come, e l’interesse era grandissimo (ogni volta che all'università di Matanzas arrivavano ospiti messicani, magari spoliticizzati, c’era sempre qualche docente che faceva amicizia per farsi dare qualche numero de La Jornada o di altri quotidiani o settimanali messicani.
La consapevolezza diffusa dell’importanza della rivolta zapatista, a Emilio sembrava una conferma straordinaria di come l’internazionalismo generoso dei primi anni della rivoluzione avesse lasciato tracce profonde. Se all’inizio a Platero qualcuno, ingenuamente, aveva chiesto se la delegazione era stata “mandata dall’Italia”, intendendo dal suo governo (che nel 1994 era, non si dimentichi, quello di Berlusconi), l’interesse per gli zapatisti era molto meno ingenuo: tutti speravano che finalmente Cuba fosse meno sola!
Sesso e repressione sessuale tra i cubani
Appena arrivato a Platero, Emilio aveva subito verificato quanto fossero infondate le leggende sulla straordinaria libertà sessuale delle cubane, che affondavano le loro radici in parte nella letteratura del periodo prerivoluzionario, e soprattutto nei racconti dei primi entusiasti che avevano visitato l’isola subito dopo la rivoluzione. Alcuni gli avevano raccontato di favolose e interminabili scopate, alimentate da interi bicchieri pieni di ostriche, e dallo champagne bevuto a fiumi e usato per farsi una doccia rinfrescante quando si era stanchi e accaldati.
Quando era arrivato per la prima volta a Cuba, dopo la fine dell’influenza sovietica più forte, che gli aveva sconsigliato per anni di andare nel paese che amava tanto per non essere vigilato a ogni passo perché conosciuto come trotskista (in quegli anni c’erano ancora risorse per mettere un agente alle costole di uno straniero sospettato di qualcosa), non c’era più champagne, anche se c’era ancora la birra, il cui uso afrodisiaco era sconsigliabile per l’appiccicaticcio che avrebbe lasciato sulla pelle. Le leggendarie ostriche, capì poi, erano dei piccoli molluschi che crescono sulle radici delle mangrovie, almejas y ostiones, che all’Avana erano introvabili ma che a Platero venivano effettivamente venduti per le strade in occasione delle feste: si potevano comprare a poco prezzo, crudi e conditi con una salsina di limone, serviti in un piccolo bicchiere.
Ma quanto al sesso, il problema principale e la diversità maggiore rispetto alla Cuba degli anni Sessanta, era che per influenza sovietica era comparsa una certa sospettosità verso gli stranieri, che rasentava a volte la xenofobia. Una sua amica milanese, Alessandra, aveva avuto una storia appassionata con un membro del comitato centrale del partito, che si era conclusa bruscamente con un’irruzione della Seguridad nell’albergo a buon mercato in cui lei viveva. Avevano portato via senza spiegazioni il suo compagno, e il giorno stesso la direttrice dell’albergo in cui si era istallata da mesi le aveva cortesemente detto che aveva bisogno della sua stanza. Si era dovuta trasferire in un albergo molto più caro, che non poteva permettersi a lungo, e dopo una settimana di vani tentativi per ricontattare il suo amico, introvabile in ufficio e a casa, e che temeva quindi fosse finito in carcere, si era rassegnata a tornare in Italia.
Successivamente era stata avvertita da un comune amico cubano che il suo uomo era solo stato ammonito severamente e minacciato di più severe sanzioni se riprendeva il rapporto con “una straniera”, considerato inammissibile per un dirigente. Tanto più che lei all’Avana si era trasferita nella speranza di vivere facendo corrispondenze free lance per i giornali di sinistra, ma non si era registrata come giornalista. Era quindi sospettabile di fini oscuri, magari di essere un'agente della CIA…
Qualche mese dopo Alessandra aveva saputo con lo stesso mezzo che il suo amico sarebbe andato per una settimana in Spagna, dove lo raggiunse, e rimase incinta. Lo aveva raccontato a Emilio, per convincerlo a inserirla in una delle delegazioni di solidarietà che stava per partire. Alessandra era ormai al settimo mese e voleva che il figlio nascesse cubano. Tutti i medici l’avevano sconsigliata, per la pericolosità di un viaggio in quelle condizioni in un paese tropicale, specialmente perché in provincia non si trovava acqua minerale, e quella dei rubinetti non era sicurissima. Tentò anche di inserirsi in una delegazione successiva, portando il bambino di pochi mesi. Fu ugualmente convinta a non farlo per le stesse ragioni igieniche, date le condizioni avventurose del viaggio e la precarietà della sistemazione nelle case di Platero. Emilio la perse poi di vista, ma la vicenda gli parve istruttiva.
Naturalmente in una grande città come l’Avana i contatti tra straniere/i e cubani/e erano più facili, salvo in casi come quello, in cui sottoposto a sorveglianza era proprio il partner cubano, sulla cui relazione “illecita” era evidentemente trapelata qualche notizia. Quando si rividero in Spagna, forse per l’ultima volta, lui era furioso perché in realtà per diversi dirigenti di livello superiore si era fatta un’eccezione. Io stesso conosco almeno due casi di matrimoni “misti” di esponenti del partito, uno con una finlandese e un altro con un’italiana.
In genere i racconti di italiani su “avventure all’Avana” con favolose mulatte, infittitisi negli anni del grande boom turistico, in molti casi nascondevano incontri con jineteras mimetizzate da ingenue fanciulle innamorate. Ed erano possibili solo grazie alla rete di connivenze createsi nei grandi alberghi in dollari, mentre la maggior parte delle donne, anche all’Avana, stavano attentissime a non avere relazioni visibili con stranieri per non essere catalogate tra le jineteras dal vicinato, e soprattutto dalle attentissime presidentesse dei CDR (in genere donne di casa, o pensionate), occupate più a mettere il naso nelle vicende amorose delle donne della loro cuadra, che a smascherare controrivoluzionari. Il sistema dei comitati di difesa della rivoluzione è basato in genere su una presenza capillare: ogni CDR ha in genere la competenza su una cuadra, cioè un blocco di isolati delimitato da quattro strade. Oltre alla presidenza, tiene riunioni periodiche di tutti gli aderenti (è pericoloso o almeno inopportuno non iscriversi) che devono riferire su ogni movimento sospetto.
Emilio aveva verificato come funzionavano molti anni prima, nel primo viaggio, quando era alla ricerca di una nota professoressa di storia a cui doveva portare dei libri. L’indirizzo era inesatto o forse aveva traslocato, ma la ricerca era stata seguita dapprima e poi presa sotto tutela da una “presidentessa”, che aveva convocato i presidenti dei CDR delle cuadras adiacenti, ufficialmente per aiutare lo straniero nella ricerca ma in realtà per sottoporlo a domande che rivelavano una notevole sospettosità
A Platero poi aveva visto in funzione la “Matriarca”, e un’altra volta all’Avana gli era capitato di essere ospitato da un amico che viveva col suocero, anche lui “presidente” (ce ne sono anche di sesso maschile, in genere pensionati). In quel caso durante le settimane di convivenza aveva però verificato quanto fosse radicata la “doppia morale”. Grandi discorsi rivoluzionari, ma una notevole disinvoltura nel rifornirsi di generi alimentari dai contadini o dai piccoli trafficanti che bussavano agli appartamenti di persone conosciute quando ancora la vendita diretta di verdure, carne, aglio non era permessa ed anzi era teoricamente perseguibile a norma di legge. In ogni caso, essendo in genere anziani e senza molto altro da fare, la funzione prevalente dei presidenti di CDR era appunto quella di controllo sulla moralità dei cittadini affidati alle loro cure.
A Platero, che era città piccola e pettegola (pueblo chico, infierno grande, appunto), tutto era più difficile. Naturalmente qualche “storia” c’era stata, con molte difficoltà dovute alla convivenza di molte persone nello stesso appartamento, per giunta con porte che per lasciar passare l’aria erano spesso a doghe, come le finestre, tutte senza vetri dato il clima e la difficoltà di sostituirli. In un caso era stato informato dettagliatamente, perché con suo grande imbarazzo era stato chiamato a fare da interprete quando erano esplosi problemi tra un giovanissimo italiano e la famiglia di una ragazza. La vicenda si era conclusa con lo spostamento dell’italiano, che non si era comportato molto bene: tra l’altro aveva invitato la ragazza a unirsi alla delegazione in una gita di due giorni a Santiago, creando molte invidie tra i tanti che avrebbero voluto un analogo invito, ma aveva poi rifiutato di pagare per lei l’albergo e il viaggio.
In qualche altro caso era andata meglio, ma sempre tra grandi difficoltà dovute al sovraffollamento delle case, in cui in genere convivevano diverse generazioni, compresi i figli sposati. Lo spazio per la privacy, ovviamente, era quasi inesistente. Anche Emilio aveva fatto qualche esperienza diretta. Il suo ruolo, inizialmente solo tecnico, ma poi diventato effettivamente dirigente, aveva attirato su di lui molte attenzioni femminili. Le aveva in genere ignorate, per scarso interesse, o per timore di complicazioni. Era molto attratto da Mariposa, ad esempio, che ricambiava così evidentemente da provocare una crisi grave col suo compagno (mentre il figlio aveva cominciato, come accade spesso quando un ragazzo sensibile percepisce il sentimento della madre e lo condivide, a ricercare sempre più la compagnia di Emilio). Ma per moltissime ragioni non si era andati avanti, e l’affetto era stato “sublimato” nell’impegno comune per risolvere i problemi del Policlinico.
Invece Inocencia, una proletaria un po’ ruspante che era anche la maggiore pettegola del paese, il vero altoparlante di Radio Bemba, e che lo aveva subito informato delle scarpe da ginnastica, dei giocattoli, dei quaderni finiti nel mercato nero subito dopo la donazione alla casa della cultura, gli era riuscita molto simpatica, anche se le sue informazioni dovevano essere sottoposte a un vaglio attento, perché insieme a quelle esatte ce n’erano molte frutto di maligne insinuazioni che aveva raccolto in giro.
Era la suocera della figlia maggiore della “Matriarca”, che aveva sposato il figlio medico di Inocencia, che in quel periodo faceva il suo servizio di “medico di famiglia” in una località sperduta e tornava raramente a casa. Le tre donne si odiavano cordialmente. La nuora in particolare detestava Inocencia, perché temeva che potesse raccontare al figlio alcune sue scappatelle con uno degli italiani, iniziate durante un’escursione a Santiago, ma riferite dalla vox populi quando meno prudentemente si erano ripetute in ore notturne nel suo ufficio di responsabile culturale del partito. In ogni caso c’era stato un invito a cena per Emilio e la nuora (che viveva con la madre), ed era stato impossibile declinarlo. L’ambiente era del tutto diverso dalla casa della Matriarca: l’appartamento era al terzo piano di un edificio degli anni Settanta in cui la pompa dell’acqua era rotta, e occorreva rifornirsi con un secchio, l’unico della casa, per cucinare e per lavarsi (e per prendere la cerveza a granel quando arrivava con il famoso thermos, l’autocisterna refrigerata). Con Inocencia viveva una figlia infermiera, Maribel, mulatta, simpatica, ma carica di un odio viscerale per la cognata e soprattutto per "coral negro", sua collega nel Policlinico, e di cui assurdamente diceva che era una “negra prieta” (prieto vuol dire negro, ma anche “sporco”). Maribel era quella che accarezzava la pancia del maialino di casa col piede…
Inocencia fece a Emilio avances abbastanza esplicite fin dal primo incontro, e presto furono accolte, anche se dopo qualche esitazione: la reputazione della donna era pessima, per la sua ininterrotta tendenza a criticare le autorità locali, spesso a ragione, ma a volte anche a torto. Era inopportuno che la relazione venisse allo scoperto. Tuttavia il rapporto non fu facile anche per altre ragioni: nella piccolissima casa di Inocencia viveva non solo la figlia, che aveva Emilio in simpatia e che forse sospettava qualcosa, ma anche la madre, seguace di una setta “spiritualista”. Inocencia ci teneva a non far sapere nulla a entrambe, che però, a turno, erano quasi sempre in casa. Così i rari incontri furono furtivi e acrobatici, in genere sulle scale, naturalmente buie, quando al termine di una serata Inocencia accompagnava giù Emilio. A volte dovevano ricomporsi precipitosamente perché si apriva una porta, o da sotto arrivava un inquilino.
L’unica possibilità “comoda” offerta dal paese era una panchina in una grande piazza periferica destinata ai grandi raduni politici e ancora senza case intorno, quando di notte c’era un apagón. Ma in provincia le interruzioni di corrente, frequentissime e molto prolungate, non avevano un orario prevedibile di inizio (poco male), e neppure di conclusione, il che era decisamente peggio. Non si sapeva mai se era programmata (e in tal caso durava otto o dieci ore, o anche molto più), o casuale, dovuto a un guasto improvviso, che poteva essere riparato anche in meno di un’ora. Invano Emilio aveva chiesto alle autorità, che su altre cose lo ascoltavano con attenzione, che rivendicassero dalla compagnia elettrica informazioni sul calendario delle interruzioni previste. Naturalmente Emilio lo aveva richiesto in nome delle esigenze del Policlinico, ma aveva un interesse personalissimo. Una notte, infatti, la luce era ritornata all’improvviso, e lui e Inocencia si erano dovuti rivestire in fretta e furia al primo riapparire (per fortuna debole e intermittente) dell’illuminazione pubblica. Accanto a loro videro emergere dall’oscurità altre coppie, tutte di cubani, che fortunatamente si preoccupavano per sé, e non avevano interesse a riferire chi avevano visto sulle altre panchine, per non ammettere la loro presenza in quel luogo di incontri clandestini. Ovviamente per Emilio non era la condizione ideale per dare il meglio di sé.
Inocencia gli si era attaccata molto, e lo cercava in tutti i modi. Lo inseguì una volta, facendo un viaggio allucinante su un treno che arrivò sei o sette ore dopo l’orario previsto, perfino all’Avana, dove lui era tornato da qualche settimana. Ma Emilio all'Avana non poteva portarla nella casa in cui era ospitato, e Inocencia si appoggiava a un compaesano a cui era ancor meno opportuno rivelare il motivo del suo viaggio, sicché si limitarono a camminare per ore sotto il sole, senza che la notte portasse un apagón utilizzabile per un incontro furtivo come a Platero. Un disastro.
Anche lei comunque a Platero era preoccupata che la relazione venisse alla luce (in senso non solo metaforico) per non essere considerata una jinetera (e non lo era, perché non volle mai nulla, ed anzi prese tanto sul serio la “storia” da rompere subito col suo compagno abituale). Il rapporto, in quelle condizioni, si allentò, e non riuscì a durare. A Emilio aveva insegnato tante cose, compresa una decina di termini gergali riferiti agli organi e alle attività sessuali, introvabili perfino sui due cataloghi di cubanismos e di términos vulgares, per non parlare dei normali dizionari. Viceversa aveva scoperto che ignorava o quasi i termini che i dizionari spagnoli davano come usuali. Insomma aveva arricchito le sue conoscenze linguistiche (non solo riferite al sesso) e di questo le era grato. Ma ovviamente non bastava alla sopravvivenza di un rapporto così fragile e per giunta scomodissimo…
Ma il rapporto non si era ancora interrotto del tutto quando Inocencia chiese ad Emilio se voleva portare con sé per qualche mese in Italia Maribel, che era presente e rideva senza imbarazzo, dicendo che non le sarebbe dispiaciuto. Emilio declinò garbatamente l’offerta, come aveva fatto con coral negro, e come fece successivamente con Marina, un’amica dell’Avana che, un paio d’anni dopo, gli propose, in circostanze analoghe, di invitare in Italia la figlia di 23 anni.
In quest’ultimo caso accadde una cosa sorprendente. La ragazza, studentessa universitaria, era bellissima; era già divorziata come spesso a Cuba accade a quell’età. Non c’era stato assolutamente nulla tra loro, neppure un’attrazione minimamente percepibile. Ma si dichiarò interessatissima alla proposta. Emilio dovette trincerarsi dietro le sue difficoltà economiche, che apparivano verosimili dato il suo abbigliamento trascurato. Gli altri stranieri, anche quelli impegnati nella solidarietà, si vestivano in modo elegante e soprattutto griffato, attirando così spesso le attenzioni degli scippatori, che in qualche caso nei vicoli bui dell’Avana vecchia avevano lasciato in mutande qualche malcapitato. I cubani erano molto attratti dai jeans e dalle bluse o magliette coloratissime e firmate, ancora irraggiungibili per loro, e quindi alcuni se li procuravano come potevano. Per Emilio vestire con vecchi jeans sdruciti, scarpe di pezza, e portare le poche cose necessarie in una borsa di tela che a Cuba non lavava mai, era prima di tutto un’abitudine, ma anche un antifurto. Detto per inciso, in ogni casa cubana in cui fu ospite, doveva lottare per impedire che le donne di casa si impossessassero della sua biancheria per lavarla, ritenendo sorprendente e disdicevole che lo facesse un maschio. E dal lavaggio ci teneva a salvare la borsa di tela, che così com’era conciata scoraggiava qualsiasi scippatore.
In quel caso comunque il suo look convinse la ragazza a rinunciare per il momento al sogno di un viaggio all’estero. Ma lei gli disse subito di non preoccuparsi: aveva avuto da poco la promessa di un posto di lavoro in una Corporación, una società mista tra lo Stato cubano e una ditta straniera, che pagava in dollari una parte dello stipendio, e appariva a un cubano un paese di Bengodi che avrebbe permesso di arricchirsi rapidamente. Così si premurò di tranquillizzare Emilio, dicendogli che se aveva problemi economici, probabilmente entro un paio d'anni sarebbe stata in grado di aiutarlo lei a pagare il biglietto aereo.
A poco altro si riducevano le altre esperienze di Emilio a Cuba. In tutti i casi aveva incontrato affettuosità sincera e disinteressata, e una grande curiosità per uno straniero che sapeva di Cuba tante cose (“sai più cose di noi”, dicevano a volte), e che riusciva a parlare del Che per ore. Ma aveva trovato anche terribili difficoltà a garantirsi la privacy.
Il caso limite è quello di Dulce Teresa, una cameriera nerissima incontrata in un albergo del centro in cui era finito per caso (come quando arrivava in aereo all’Avana, per evitare che la polizia turistica si informasse dove era alloggiato o, trovandolo senza prenotazione, gli imponesse di prendere una camera in un albergo carissimo); con lei era nato un rapporto che si era protratto per anni in una forma assolutamente platonica per scelta di entrambi. Era cominciato con la sorpresa della ragazza per i tanti libri su Guevara che Emilio teneva sul comodino, e soprattutto per quelli che contenevano foto praticamente sconosciute a Cuba. Era innamorata di Guevara, e per giunta aveva detto che stava studiando italiano e inglese, perché, dato che era “negra y fea" (brutta), rimaneva sempre in mansioni subalterne e mal retribuite. Emilio le aveva regalato qualche suo articolo sul Che, e la sera dopo (Dulce Teresa faceva sempre il turno di notte), lei li riportò accuratamente annotati durante uno sforzo di tradurli con l’aiuto di un microscopico dizionario. Davvero studiava l’italiano! Emilio aveva nella stanza degli spaghetti, delle scatolette di tonno e qualche lattina di birra, che aveva comprato per andare il giorno dopo a pranzo da Hildita Guevara, e gliene offrì una parte (i cubani non potevano ancora entrare nei negozi in dollari, perfino se lavoravano in un hotel per turisti con tienda incorporata). Ma Dulce Teresa rifiutò sdegnata: voleva solo parlare e ascoltare.
Gli aveva vietato di andare a casa sua, perché si vergognava di fargli vedere dove e come viveva, ma gli aveva dato l’indirizzo, perché lui aveva promesso di spedirle prima di partire da Cuba un libro fotografico, che conteneva anche alcuni articoli sul Che, e che gli serviva nel frattempo per un convegno su Guevara a cui doveva partecipare a Matanzas. Emilio riuscì però a ritornare all’Avana, alloggiando da amici e non in albergo. Provò a telefonarle in albergo, ma non gliela passarono. Il giorno dopo andò a cercarla nel vicolo dell’Avana vecchia che lei gli aveva indicato. Non c’era, perché le avevano cambiato il turno, ma trovò il figlio, simpaticissimo e già informato su di lui. La casa era spaventosa, fatiscente come quasi tutta la zona adiacente al porto. Quando la raggiunse qualche giorno dopo, le disse che non era lei a doversi vergognare delle condizioni in cui abitava…
Nacque così un’amicizia intensa e disinteressata, che durò per anni, anche con un intenso scambio epistolare (non molto paritetico, perché lui preferiva non spedire a una oscura cameriera una lettera dall’Italia, sapendo per esperienza che la posta proveniente dall’estero veniva spesso aperta col pretesto di cercare dollari, e sigillata poi con una vistosa striscia di adesivo e con una specie di francobollo con la sigla del funzionario preposto al controllo). Aspettava quindi che un amico si recasse a Cuba, e spedisse la lettera con un’affrancatura locale.
Dopo qualche anno, Dulce Teresa gli chiese un giorno di fare all’amore, e lui non seppe rifiutare, soprattutto perché lei era effettivamente bruttina come aveva detto la prima sera, e avrebbe sicuramente frainteso un rifiuto. Il problema non era però il suo aspetto (d’altra parte appena spogliata rivelò un corpo snello e bellissimo), ma le circostanze dell’incontro. Non era opportuno chiudere la porta di casa, anzi il cancelletto, col catenaccio e il lucchetto come faceva quando usciva, disse, “perché il vicinato avrebbe pensato male”. Invece il vicinato, nella persona della sua amica Esmeralda, si presentò, salì le scale (Dulce aveva il letto in un cubicolo al piano rialzato), e cominciò candidamente a curiosare.
Prima di tutto cominciò a fare domande. La prima, classica a Cuba, riguardava il numero dei figli di Emilio. Stupore per la risposta negativa e soprattutto per la spiegazione (il timore di trascurarli, per la vita nomade da rivoluzionario che aveva fatto per decenni). “Ma non è che sei impotente?”, chiese spudoratamente Esmeralda. Dulce Teresa la tranquillizzò accennando con la testa a una bustina di preservativo aperta che era rimasta sul comodino, ma l’amica non era convinta: all’Avana vecchia un profilattico appariva una stranezza molto discutibile. Intanto non accennava ad andarsene, con qualche imbarazzo di Emilio, che si era tirato su il lenzuolo, ma temeva che la curiosità spingesse l’ospite indiscreta a rimuoverlo per verificare di persona come stavano le cose.
Inutile dire che le circostanze di quell’incontro lo spinsero a sublimare nuovamente il rapporto.
Esmeralda, che era una santera, gli fornì però preziose informazioni e lo mise in contatto con la vita clandestina del quartiere, in cui c’erano perfino negozi informali che vendevano erbe sacre e galli per i sacrifici rituali. Emilio visitò anche la sua casa, più miserabile ancora di quella di Dulce Teresa. Vi si accedeva da una precaria scala interna di legno, a cui mancavano però diversi pioli, e che era quindi pericolosissima da salire e soprattutto scendere al buio (ovviamente non era illuminata). Fu informato con la massima tranquillità che il suo compagno, che egli non vide mai, era un matavacas, ma evidentemente faceva anche altre attività, dato che una volta Esmeralda gli offrì di acquistare a bassissimo prezzo una piccola valigia elegantissima con le ruote (come quelle diventate poi diffusissime anche da noi). Rifiutò perché era evidentemente rubata a un giapponese, come rivelava la griffe, e quindi, se Emilio non avesse avuto gli scrupoli che aveva, sarebbe stata facilmente identificabile ai controlli dell’aeroporto.
Un anno dopo Emilio andò a trovare Esmeralda per sapere cosa si diceva nell’ambiente della santería sulla voce popolare che le attribuiva la sparizione di due bambini, che sarebbero stati rapiti per usarli in un sacrificio rituale. La voce non era solo “popolare”, dato che a Emilio l’aveva riferita per primo un medio funzionario di partito del quartiere di Habana Vieja, con cui aveva tentato di organizzare un incontro della delegazione italiana che stava per arrivare (la terza o quarta della serie) con le istituzioni locali. Era stato proposto vagamente qualche mese prima, e ora si trattava di definire più precisamente il programma. Non si può, gli disse il burocratello, le strutture del partito e del Poder popular sono impegnate nelle ricerche dei due bambini e nella discussione sulle iniziative da prendere per fronteggiare il pericolo. A Emilio sembrava incredibile che un dirigente, sia pure locale, di un partito comunista, potesse tranquillamente attribuire ai paleros, cioè ai santeros seguaci del culto del palo de monte, un omicidio rituale ricalcato pari pari sulla vecchia calunnia antiebraica. Ma era così.
La sorpresa maggiore venne quando Esmeralda non solo respinse l’accusa, ma candidamente spiegò che se i santeros non avevano mai fatto sacrifici umani, in questo caso si vedeva chiaramente l’impronta della "prenda judía". Il termine prenda, letteralmente “abito”, ma a Cuba anche un contenitore usato per i riti della santeria, veniva usato in gergo per indicare una conventicola, una setta. Così la vecchia calunnia dell’antisemitismo cristiano rimbalzava nell’Avana in cui gli ebrei, pochissimi, non avevano subito persecuzioni, e non avevano mai avuto un ruolo importante, sicché erano praticamente sconosciuti. Evidentemente in un momento di crisi acuta come quella che attraversava l’Avana in quel momento, il bisogno di demoni a cui attribuire ogni male è altrettanto forte di quello di santi protettori (comunque le processioni della santeria per San Lazaro, identificato con Babalú Oyé, o Santa Barbara che copriva il culto per Changó, erano più affollate che mai).
In realtà i due bambini, che poi non erano tanto piccoli, ma vivacissimi e irrequieti tredicenni, furono ritrovati pochi giorni dopo in una cittadina vicina dove erano andati a trovare un amico. Il burocrate che aveva preso tanto sul serio quella leggenda metropolitana, incontrò comunque frettolosamente la delegazione, facendo un penoso discorso retorico e generico sui trionfi della rivoluzione. Si offrì anche di ospitare un ragazzo italiano che aveva deciso di lasciare momentaneamente gli altri per restare qualche giorno in più all’Avana (voleva studiare percussioni con uno dei tanti gruppi informali che si sentivano suonare nelle cantine). Al momento di ripartire per raggiungere con mezzi di fortuna Platero, si accorse che dei cinquecento dollari che aveva nello zaino, gliene erano rimasti solo cento. Ma il burocrate e i suoi fratelli testimoniarono unanimemente alla polizia che nella notte avevano sentito dei rumori di qualcuno che apriva una finestra, chiaramente un ladro. Furono creduti, ovviamente, anche se nessuno poteva capire perché un ladro si sarebbe preoccupato di lasciare al malcapitato il minimo indispensabile per raggiungere Platero su una delle tante auto che si offrivano a chi ne aveva bisogno nei pressi della stazione degli autobus, dove una folla passava anche giorni interi per trovare un posto sulle poche linee rimaste in funzione. Un bel caso di “doppia morale”.
Alla fine, per le ragioni già accennate, e per altre che si capiranno facilmente, l’amicizia con Dulce Teresa divenne sempre più epistolare. In uno degli ultimi incontro lei gli aveva parlato del suo timore che Tony, il figlio ormai tredicenne, si mettesse con los bandidos. Era stato espulso per indisciplina da una scuola prestigiosa, e aveva perso di conseguenza anche il posto in una squadra di pallacanestro collegata alla scuola. Sembrava più grande della sua età, con un fisico notevolissimo. La madre diceva di essere grata alla rivoluzione perché le aveva permesso di studiare, e di crescere un figlio così bello, anche senza il marito, che era marittimo e aveva approfittato di una sosta in un porto straniero per chiedere asilo politico, smettendo subito di mandare anche il più piccolo aiuto economico per il figlio. Tony era effettivamente bellissimo, e consapevole di avere una forte attrattiva sulle donne straniere. Una volta, quando era appena cresciuto, chiese a Emilio di aiutarlo a trovare un’italiana che se lo portasse con sé al ritorno. Intanto, secondo Dulce Teresa, aveva cominciato a consumare “droga”.
In realtà si trattava probabilmente solo di qualche spinello (a Cuba tutto viene considerato “droga”, tranne il terribile alcool fabbricato artigianalmente, che scorre a fiumi e può effettivamente provocare lesioni irreversibili per la presenza di residuati tossici della distillazione). Ma uno spinello preconfezionato si vendeva a un dollaro, e nessun ragazzo dell’Avana vecchia lo aveva. Quindi si moltiplicarono gli scippi… Poi c’erano misteriose pillole e polveri, chiamate con nomi gergali (uno si chiamava “Mecca”). Dulce Teresa aveva dovuto portarsi al lavoro la chiave del lucchetto con cui chiudeva il suo armadio a muro, perché la prima derubata era stata lei. Ma un giorno aveva trovato in casa il passaporto spagnolo di un’anziana turista, e aveva chiamato con frasi enigmatiche ma allarmanti Emilio. Voleva che lo restituisse lui, perché come molti cubani era convinta che la polizia avesse potentissimi mezzi per intercettare la corrispondenza, e non se la sentiva di spedire lei il passaporto alle autorità o almeno di lasciarlo in una buca delle lettere. Emilio cercò di tranquillizzarla sull’impossibilità di quei controlli, ma alla fine prese il passaporto, lo chiuse in una busta e lo lasciò in una cassetta per le lettere di uno dei grandi alberghi per turisti
I timori di Dulce Teresa erano condivisi da gran parte dei sottoproletari dell’Avana vecchia, ma anche da altri di estrazione sociale e istruzione superiore. Alcuni, per esempio, avevano giurato a Emilio che nei seggi elettorali c’erano invisibili telecamere per spiare se qualcuno annullava il voto.
Una cosa inverosimile, non foss’altro che per le difficoltà economiche e il ritardo tecnologico del paese, ma spiegarlo non serviva a nulla. D’altra parte la maggior parte degli italiani che vanno a Cuba per vedere “l’ultimo baluardo del socialismo”, viceversa, credono alle più incredibili esaltazioni propagandistiche, e non guardano mai nulla con i propri occhi. Anche a Platero, quando si scoprì il traffico di pacchi destinati alle istituzioni e rivenduti sul mercato nero, ci fu qualcuno degli italiani che disse che in realtà, se si vedevano in giro scarpe da ginnastica o altri oggetti portati dagli italiani, lo si doveva a una “distribuzione ai poveri”.
Ci sono insomma diverse Cube, e una di esse viene ignorata o negata dai professionisti (ma anche dai dilettanti) della “solidarietà” e della “amicizia tra i popoli”. Una specie di cecità volontaria, come quella che ha impedito per decenni di cogliere le contraddizioni del socialismo reale (da cui Cuba, che pure è in parte diversa, ha ereditato non poco). Una bella canzone del cantautore Carlos Varela ha messo alla berlina appunto gli stranieri che arrivano al Nacional o all’Habana Libre, gli alberghi più lussuosi, passano le serate al Tropicana (il carissimo locale che fin dal tempo di Batista presenta una versione “per turisti” della musica cubana), vanno a bere un mojito alla Bodeguita del medio e un Daiquirí alla Floridita (i due locali eternati da Hemingway), e poi concludono la vacanza nel ghetto dorato di Varadero. Un tropicollage, canta Varela: venite ad aspettare la guagua per due ore, entrateci schiacciandovi, mangiate quello che passa la Libreta, se volete conoscere Cuba. E mettete soprattutto il naso nelle case dell’Avana vecchia… Inutile dire che gli innamorati del tropicollage non crederanno una parola sull’esistenza di una discreta circolazione della droga all’Avana.
Emilio invece aveva imparato moltissimo frequentando Esmeralda, e gli altri vicini dell'Avana vecchia. Quanto a Dulce Teresa, gli aveva raccontato più volte tristi storie di albergo, dal tentato omicidio notturno di un italiano che ostentava bracciali e collane d’oro massiccio e si era scelto come compagna fissa una delle peggiori jineteras del quartiere, a episodi che lei, come molti cubani, attribuiva giustamente alla “doppia morale”. Un giorno, ad esempio l’avevano mandata a pulire due stanze, che invece sul computer della carpeta (che lei, intelligente e desiderosa di apprendere non solo l’italiano e l’inglese, aveva imparato a usare), figuravano limpias y libres (pulite e libere). In realtà erano occupate da intraprendenti italiani che le pagavano – ovviamente scontate - direttamente a qualche impiegato. Lei aveva ostentatamente rifiutato sostenendo che se erano limpias y libres non c’era bisogno di pulirle. Era nato uno scandalo. Ma chi faceva l’imbroglio era troppo potente. L’utilizzazione delle camere fu registrata in ritardo, e lei fu criticata come calunniatrice da una dirigente in una riunione del collettivo dell’albergo. Finì a fare le pulizie notturne nella cucina, perdendo quindi ogni accesso alle mance…
Intanto Tony aveva finito per fare un passo falso, ed era stato condannato a cinque anni per furto. Per qualche tempo Dulce Teresa si era dissanguata per fargli avere ogni confort (con venti dollari a una guardia, la fidanzatina poteva raggiungerlo passando con lui una notte in una cella singola), e aveva speso perfino duecento dollari per comprargli un inutile diploma nella scuola in cui si era iscritto poco tempo prima, perché non risultasse che l’aveva dovuta abbandonare perché arrestato. Era un’ingenua illusione: per cancellare ogni traccia di una condanna ci sarebbe voluto ben altro, sempre che fosse veramente possibile. Poi Tony fu trasferito nel carcere di Camaguey, e le spese per raggiungerlo periodicamente divennero enormi. In alcune tristissime lettere successive Dulce Teresa lasciò capire che aveva finito per accettare le offerte dei turisti, prostituendosi per pagare le spese per tirare fuori o almeno vedere il ragazzo. E pensare che nei primi incontri non aveva accettato neppure un pacco di spaghetti o una scatola di tonno per il figlio, e tanto meno una piccola mancia in dollari. Solo qualche foto di Guevara…
A Emilio dunque quella conoscenza era servita dunque soprattutto per fare un gran passo avanti nella conoscenza della Cuba sotterranea, e non ricordava con particolare piacere l’unica volta che per non offenderla aveva fatto all’amore con Dulce Teresa sotto la vigilanza attenta del vicinato. Non riusciva neppure a capire la misteriosa eccitazione degli stranieri per le cubane, soprattutto negre e mulatte. Alcune sono belle e poche bellissime, ma spesso sono deturpate da orribili tinture per capelli, con inverosimili tonalità di giallo, arancione e rosso, quasi sempre mal applicate e soprattutto raramente rinnovate prima di un mese, per cui emergono larghe strisce di nero (a volte lo riscontrava anche nelle professoresse dell'Università).
Forse, a mano a mano che la piccola prostituzione “per necessità” è stata colpita, mentre si è affermata quella ben organizzata e più remunerativa, le jineteras più fortunate hanno potuto permettersi una maggiore eleganza e una più frequente visita al parrucchiere Ma comunque, dopo la crescita impetuosa del turismo di massa, concentrato soprattutto nella capitale e a due passi dai quartieri più miseri, la spaventosa disparità nei livelli di vita tra i cubani e gli stranieri (che credono di fare bene offrendo mance generosissime), ha finito per allargare l’area dell’amore mercenario, verso cui, fin da ragazzo, Emilio aveva provato fastidio e indifferenza. E questo gli aveva reso meno forte la nostalgia dell’Avana, quando ne era lontano. Era troppo cambiata, e rivederla, lo faceva soffrire come l’agonia di una persona amata. Perché la Cuba rivoluzionaria stava morendo, avvelenata dai dollari…
La spaghettara “tortillera”
Sul sesso e sulla repressione sessuale tra i cubani, un problema a parte è quello dell’omosessualità. Durante i lunghi soggiorni a Platero, Emilio non aveva mai avuto notizia dell’esistenza di omosessuali conclamati. Naturalmente ci saranno stati, era impossibile che in una cittadina di 30.000 abitanti non ce ne fosse nessuno. Ma erano invisibili. Quanto all’Avana, il film Fragola e cioccolato, se aveva rappresentato il riflesso di un mutamento dell’atteggiamento del regime, aveva registrato e denunciato anche l’incomprensione nei loro confronti diffusa nella società. Le folle che facevano la coda davanti ai cinema in cui si proiettava, rivelavano però un forte desiderio di affrontare il problema. E un film che, a quanto diceva Radio Bemba, non era piaciuto a Fidel, si era comunque prodotto negli studi cinematografici statali, ed era normalmente proiettato in diverse sale, nei limiti concessi dalla carenza di energia elettrica, che aveva ridotto negli anni più duri del “periodo speciale” l’apertura di cinema e teatri.
D’altra parte, Fidel aveva poi veramente criticato come corrosivo e controrivoluzionario Guantanamera, l’ultimo film dello stesso regista di Fresa y chocolate, Thomás Gutiérrez Alea, (chiamato da tutti confidenzialmente Titón), pur ammettendo di non averlo visto. Ma il film non era stato vietato. Così vanno le cose a Cuba…
Nei primi anni del regime, peraltro la discriminazione contro gli omosessuali c’era stata davvero. Erano stati sbattuti nelle UMAP (Unidades Militares de Apoyo a la Producción, in pratica reparti militarizzati che svolgevano lavori pesanti in agricoltura o nella costruzione di infrastrutture, in genere lontano dalle città), insieme a diversi preti e vescovi cattolici, pastori protestanti, ecc. Metterli insieme aveva intenzioni volutamente offensive: di fatto voleva insinuare che tutti i ministri del culto fossero maricones. Ma le proteste di molti sinceri amici di Cuba, tra cui Jean Paul Sartre, avevano fatto chiudere rapidamente quell’esperienza. Diversi dei deportati di allora, tra i quali due notissimi cantautori e un pastore protestante, siedono oggi nell’Asamblea popular, il parlamento di Cuba, un’altro è l’arcivescovo dell’Avana. Un biografo di Castro, Ted Szulc, pur essendo piuttosto anticomunista, ha sostenuto che quella misura vessatoria non derivava da una diretta pressione sovietica (anche perché era precedente al quindicennio in cui l’influenza politica e culturale dell’URSS era diventata più forte), ma era stata ispirata dalla cultura assorbita da Castro durante la sua formazione in un collegio dei gesuiti.
Comunque quella brutta storia era finita da un pezzo. Ma gli omosessuali rimanevano invisibili. Forse la comparsa dei primi casi di AIDS e una campagna per affrontare il problema ricalcata inizialmente su quella del resto del mondo, e che quindi sottolineava il legame della “lebbra del ventesimo secolo” con i comportamenti sessuali “devianti”, aveva contribuito a mantenere l’omosessualità, anche quando non era più oggetto di persecuzioni, clandestina o quasi. Pesava anche il diffuso e mai sradicato machismo ereditato dalla cultura prerivoluzionaria. E se probabilmente Szulc ha ragione per quanto riguarda l’origine prima della bella trovata di spedire i maricones a lavorare nei campi, non va esclusa neppure (almeno sul riaffiorare dei pregiudizi) l’influenza indiretta della cultura stalinista assorbita dai tanti cubani che avevano studiato nell’URSS di Breznev (oltre cinquantamila laureati a Mosca!) o nelle “democrazie popolari”, in cui il giudizio sull’omosessualità restava demonizzante.
A proposito dell’AIDS, tuttavia va detto che fin dal 1994 o dal 1995 l’atteggiamento delle autorità cubane aveva subito un profondo e positivo mutamento: sulla stampa (in particolare su Juventud Rebelde e Trabajadores, gli organi della gioventù comunista e del sindacato, che per mancanza di carta uscivano ormai una volta a settimana, ma erano più vivaci e articolati del Granma) erano comparsi ampi servizi che sottolineavano l’importanza di reinserire nelle famiglie chi era stato colpito dalla malattia. Veniva assicurata loro una razione alimentare speciale, ed erano seguiti da specialisti, che rassicuravano le famiglie e la popolazione che non c’era pericolo di contagio se si osservavano misure igieniche elementari. Civilissima Cuba, anche grazie allo straordinario corpo sanitario creato dalla rivoluzione!
Ma di gay, Emilio fino alla metà degli anni Novanta non ne aveva visto nessuno. Nessuno gliene aveva parlato, neppure a Platero, dove pure gli avevano raccontato aneddoti di ogni tipo su ciascun dirigente, su ogni persona appena nota. Eppure credeva di conoscere tutto di quella cittadina, per i molteplici legami, dal sommo potere locale a Inocencia, che era l’amplificatore più potente di “Radio Bemba”, e che spesso alle notizie già circolanti aggiungeva qualcosa di suo con notevole malizia, ma anche un certo intuito.
Eppure ci dovevano essere, non solo per elementari considerazioni statistiche. Quando il gruppo di solidarietà si era procurato una videocassetta di Fresas y chocolate in lingua originale, e l’aveva proiettata (Emilio aveva dovuto fare una faticosissima traduzione simultanea per gli italiani) erano arrivati moltissimi cubani che volevano vederla. Fu necessario ripetere più volte la proiezione, seguita con interesse e partecipazione da un gran numero di giovani (è vero che il bersaglio del film non è solo la discriminazione degli omosessuali, ma anche il conformismo e il “bigottismo”).
Qualche anno più tardi era comparso a Platero un policromo travestito (con i capelli malamente ossigenati con strisce di rosso), che si aggirava alla stazione delle corriere, suscitando viva curiosità. Doveva essere forse il 1997, dato che i mezzi pubblici avevano ricominciato a circolare (e a far circolare stranieri avventurosi anche in provincia). Il travestito peraltro era cubanissimo, anche se con un abbigliamento ottenuto sicuramente da qualche turista straniero.
Emilio già nel primo anno di interprete factotum, aveva sentito qualche commento su due ragazze italiane, che a qualcuna delle beatas (bigotte) della Casa della Cultura sembravano un po’ troppo affettuose tra loro. Aveva così sentito per la prima volta la parola gergale tortillera che designa una lesbica. Perché tortillera? Letteralmente vuol dire “chi fa le frittate”. Emilio non riusciva a capire, ma alle sue domande perfino Inocencia, fonte inestimabile di informazioni sulle parole che non si trovano nei dizionari, rispondeva solo con risatine. D’altra parte perché Emilio si interessava a quella strana “deviazione”? A Inocencia piacevano inequivocabilmente gli uomini.
Poi Emilio aveva avuto un vero e proprio colpo di fortuna, prezioso per un indagatore così attento ad ogni aspetto della vita cubana. Aspettando un aereo per l’Italia nell’aeroporto di Varadero, aveva conosciuto, durante la lunga attesa delle formalità, del controllo dei bagagli e dell’imbarco, una trentenne veneta, Paola. C’era stata un’istintiva simpatia reciproca, ed era stato naturale chiedere due posti vicini. Paola era una piccola imprenditrice che era stata contattata da rappresentanti del settore gastronomico cubano durante un’esposizione del settore in Canada. La famiglia infatti gestiva una catena di ristoranti italiani in vari paesi. Le avevano offerto un locale già pronto per aprirvi una pizzeria e un ristorante italiano a condizioni favorevolissime. Se avesse dovuto aprire un locale simile in Italia, diceva, avrebbe dovuto investire almeno due miliardi, e le tasse le avrebbero portato via una grossa fetta del ricavato. A Cuba si teneva il 50% del ricavato, e le venivano forniti gratis il locale, la manodopera e gli ingredienti. Lei doveva metterci solo le sue capacità. Questa storia suscitava un enorme curiosità in Emilio, che aveva già scoperto parecchie assurdità nel sistema delle imprese miste, anche se questa gli sembrava più grande delle altre. Così le prime ore di viaggio erano passate analizzando il funzionamento dell’impresa.
Paola era scandalizzata perché aveva accettato di iniziare quell’esperienza sperando di poter presto trasmettere la sua esperienza a qualcuno che volesse imparare. Non voleva rimanere in eterno a Cuba. E invece doveva lottare con l’incompetenza e la corruzione di quelli che dirigevano la manodopera, e pensavano solo ad arricchirsi rubando.
Lei ad esempio, per non disgustare i tanti avventori italiani, che in maggioranza hanno la pessima abitudine, quando sono all’estero, di andare a cercare una mediocre imitazione di quello che mangiano tutti i giorni a casa invece di provare la cucina locale, aveva chiesto di sostituire con quelli italiani gli spaghetti cileni che le venivano forniti. Quelli cileni non sono di grano duro, e si scuociono facilmente (in Italia ci si farebbe la colla per i manifesti). Per giunta nelle diplotiendas costavano apparentemente come quelli italiani, ma in realtà di più, perché le confezioni erano da quattrocento grammi e non da mezzo chilo come quelle italiane. Così, alla fine si era offerta di acquistare lei gli spaghetti in Italia, detraendoli dalla sua quota di guadagno. ¡No se puede!, le aveva subito risposto il direttore cubano. La ragione Emilio la intuiva da solo: se gli spaghetti arrivavano a carico di Paola al vicino aeroporto, sarebbe stato più difficile rubarne una parte, come avveniva sistematicamente nel breve tragitto di centotrenta chilometri in camion dall’Avana a Varadero.
Paola era esasperata per questo, per i continui furti, per i guardiani corrotti: quando partiva, spiegò, era costretta ad affidare il controllo informale del locale a una coppia di amici gay (un italiano e un cubano), che ospitava volentieri, dato che era lesbica. Lo disse con l’ovvia tranquillità di chi lo ha scoperto da tempo. Emilio allora non si accorgeva ancora al primo incontro se una ragazza era lesbica (più tardi aveva imparato a farlo, cogliendo quasi sempre nel segno) ma, per motivi che non sapeva spiegare, fin da ragazzo ne attirava spesso la simpatia. E loro, che sapevano “fiutare” subito se qualche donna era potenzialmente lesbica senza ancora saperlo, identificavano anche in lui qualcosa di femminile, e in ogni caso una possibilità di amicizia e di scambio disinteressato.
Finalmente Emilio aveva trovato una fonte di informazione diretta. Le lesbiche a Cuba ci sono, raccontò Paola, ma non le piacevano: tutte quelle che aveva conosciuto erano “troppo violente”. Per questo ogni tanto aveva bisogno di tornare un mese in Italia a rifarsi. Invece i maschi cubani le sembravano più gentili e delicati. Quanti pregiudizi distrutti in poche ore!
Paola si rivelò dunque una miniera di informazioni preziose, prima di tutto sull’economia cubana in transizione verso il capitalismo, e sugli assurdi criteri di calcolo degli utili. Emilio lo sospettava già: sul settore turistico si forniscono sempre le cifre degli ingresos brutos, le entrate lorde, che non significano nulla. Quanto è stato speso dallo Stato cubano per produrre quelle entrate? E se quello della pizzeria e spaghetteria di Paola era forse un caso limite (lei si prendeva il 50% delle entrate senza aver investito nulla se non la sua esperienza), Emilio aveva la certezza che anche nelle imprese più grandi la ripartizione degli utili era tutt’altro che favorevole per Cuba, anche perché chi doveva controllare le imprese miste guadagnava legalmente l’equivalente di pochi dollari al mese, mentre il “controllato” disponeva di somme enormi sufficienti a corrompere chiunque o quasi. Le periodiche destituzioni di ministri del Turismo o di presidenti di compagnie alberghiere, confermavano che il problema era grave, anche senza risolvere nulla con continui avvicendamenti e la periodica identificazione di capri espiatori.
Per giunta dal sistema sovietico di contabilità, basato su una grande quantità di moduli generici, inutilizzabili per un serio controllo e facilmente falsificabili, Cuba aveva ereditato anche una scarsa capacità di fare calcoli esatti del rapporto tra costi e ricavi. Lo aveva sperimentato Emilio a Platero, ma anche all’università di Matanzas, doveva aveva trascorso lunghi periodi. Il problema del combustibile ad esempio non era il suo costo: bastava ottenere un’assegnazione di un “buono benzina” dalle autorità locali. Una volta l’università gli aveva messo a disposizione un intero pullman per fargli raggiungere una delegazione a Varadero: l’incidenza del costo del combustibile sulle spese generali evidentemente non veniva calcolata.
Ma ci sono dati più significativi. Chi ha pagato i giganteschi pedraplenes (terrapieni in pietra) lunghi oltre quaranta chilometri, che hanno unito alla terraferma Cayo Coco e Cayo Santa Maria per rendere più rapido e comodo l’arrivo dei turisti nei grandi complessi alberghieri costruiti in quelle due isolette? Non certo gli imprenditori stranieri, che in nessuna parte del mondo farebbero a spese loro un investimento così costoso e inutile. Almeno a Cayo Coco, il vantaggio di arrivarci direttamente in pullman da Varadero anziché trasbordare per fare l’ultimo tratto del viaggio in un battello non è stato sufficiente per allettare i turisti, e alla fine è stato necessario costruire sull’isoletta un piccolo aeroporto.
Per giunta un pedraplén di quelle dimensioni è dannosissimo per l’ambiente (anche se ci sono diversi ponti, la circolazione delle correnti è stata modificata). Ovvio che di questo gli imprenditori stranieri non si preoccupano troppo. Quello che voleva capire Emilio era però un’altra cosa: in quale voce del bilancio dello Stato cubano figurano quelle gigantesche opere? In quella del turismo o in quella delle infrastrutture sociali? E comunque perché nelle relazioni trionfali sull’aumento del turismo si indicano solo le entrate lorde, invece di dettagliare anche le spese e quindi i ricavi netti effettivi?
Queste erano le domande che Emilio si era posto più volte appena aveva cominciato a conoscere da vicino, anzi da dentro, la realtà cubana. D’altra parte alcuni amici economisti gli avevano riferito di aver calcolato in modo rigoroso, in una ricerca commissionata dal partito comunista, di cui erano membri e dirigenti nella loro provincia, quanto si ricavava per ogni somma investita in un’azienda agricola, scoprendo che per ogni sei pesos spesi ne entravano cinque, col risultato di ottenere una perdita modesta, ma secca. L’inchiesta era finita nel cassetto (e una copia, per fortuna, era arrivata poi a Emilio). Quando aveva potuto cominciare a leggere gli inediti di Guevara, aveva scoperto d’altra parte che si poneva le stesse domande già nel 1963 o 1964…
Ma se l’incontro con Paola gli aveva fornito un’interessante conferma su questo terreno, Emilio era contento anche perché aveva finalmente capito perché a Cuba si usava il termine tortillera. Lei gli aveva spiegato che era dovuto al fatto che le lesbiche cubane usavano le mani con molta violenza, manipolando il corpo della partner come se stessero impastando non una tortilla spagnola o cubana con le uova, ma una tortilla messicana o centroamericana di farina di mais. Era per questo che lei se ne andava spesso volentieri da Cuba: aveva nostalgia della dolcezza e della tenerezza che aveva conosciuto nei suoi primi incontri in Italia. Chissà se anche su questo la sua fonte era attendibile, o si trattava di un’esperienza del tutto casuale e particolare che lei generalizzava. A Emilio dispiaceva di non essere una donna, per poter soddisfare anche su questo piano la sua insaziabile curiosità.
Verifiche
Emilio negli ultimi viaggi era andato spesso a Cuba senza una compagna, ma non per cercare sesso e avventure erotiche. Tuttavia quel che aveva trovato casualmente, a Platero e all’Avana, lo aveva un po’ demoralizzato. Stava perdendo la fiducia nella propria forza di attrazione, e soprattutto nella sua capacità di soddisfare una donna nelle abituali condizioni di mancanza di riservatezza. Appena si creava un’occasione (sulle scale di Inocencia o sul letto matrimoniale di Marina, se la figlia era uscita un momento) si sentiva in qualche modo obbligato ad “approfittare”, anche se in quel momento aveva tutt’altro in mente. E si sentiva deluso da sé stesso.
Nei lunghi soggiorni all’università di Matanzas, poi, non aveva suscitato nessun interesse che non fosse puramente intellettuale nelle più o meno giovani docenti. Quanto alle studentesse erano, come tutti gli studenti, prive di interesse per i convegni su Guevara a cui lui era invitato, e quanto ai suoi corsi di posgrado per i docenti, nonostante le sollecitazioni ai colleghi, non c’era stata nessuna possibilità di far partecipare almeno qualche laureando. Di fatto, con gli studenti non c’era nessuna comunicazione. Un paio delle ragazze addette al ricevimento degli ospiti dell’hotelito in cui l’università ospitava i professori stranieri gli avevano manifestato invece simpatia e una gli aveva regalato un ingenuo souvenir, ma Emilio si era convinto, forse a torto, che aspettassero di veder balenare un biglietto da dieci o venti dollari, cosa che non si sognava minimamente di fare, un po’ per principio, un po’ perché fin da ragazzo non era mai stato capace di apprezzare l’amore venale. Così si stava domandando sempre più spesso se la sua solitudine era dovuta al fatto che stava invecchiando e appesantendosi troppo…
Forse c'era anche qualche altra spiegazione: le esperienze fatte negli ultimi anni non erano poche, ma erano state quasi tutte deludenti (se ne salvavano forse due o tre). Nelle notti di insonnia in aereo o in treno, invece di contare le pecore, aveva tentato un bilancio delle sue esperienze, e lo aveva trovato complessivamente negativo; aveva concluso che forse era colpa sua, della sua prudenza, che lo portava a una certa passività, sicché non sceglieva la partner ma ne era scelto. E nella maggior parte dei casi aveva scoperto presto che non valeva la pena, che si trattava di storie scontatissime e ripetitive. A volte se ne era accorto nella fase dell’approccio e aveva tentato di tirarsi indietro, senza riuscirci.
Inoltre pesava il fatto che l’ambiente frequentato da Emilio era quello intellettuale, in cui – soprattutto negli anni Settanta - una serie di comportamenti erano dettati da mode e da ideologie che rendevano meno spontaneo il rapporto. Emilio era un grande parlatore, e aveva cominciato presto a scoprire che le storie che raccontava con la sua voce calda avevano una grande capacità di attrazione. Era diventata, di fatto, una tecnica, e questo lo inquietava.
Ricordava invece sempre più spesso con nostalgia le sue prime esperienze affettive, e perfino il suo primissimo contatto con una donna, quando aveva appena 12 o 13 anni. Bruna era una ragazza semplice, non bellissima, di poco più di venti anni, venuta “a servizio” a Roma da un paesino dell’Umbria. Aveva un corpo grande e tenero, che lo aveva attratto prima che se ne rendesse ben conto: avevano cominciato durante l’estate, nella casa di villeggiatura di famiglia, giochi sempre più coinvolgenti ma ancora quasi infantili, che non la spaventavano. Facevano la lotta su un letto, quando tutti gli altri erano in giardino, e l’arma segreta di Emilio era il solletico, a cui era del tutto insensibile, mentre Bruna ne soffriva moltissimo. Ma pur ridendo e raccomandando di farla finita prima che qualcuno se ne accorgesse, aveva accettato che dalle ascelle Emilio passasse presto a carezzare i suoi seni grandi e morbidi.
“Smettila!”, diceva Bruna, ma poi tornava volentieri allo stesso gioco appena c’era la sicurezza di non essere sentiti.
Tornati in città, ogni tanto avevano un pomeriggio di tranquillità assoluta, perché tutti erano usciti, e il gioco si era fatto più ardito; a volte le carezze erano scese più in giù. Bruna aveva raccomandato la prudenza, tanto più che non sapeva bene se era vergine. Aveva avuto una sola esperienza, durante un periodo di mietitura: una notte il figlio del padrone era entrato nello stanzone in cui dormivano le ragazze e si era coricato al suo fianco. Bruna non sapeva spiegare bene cosa era successo, se non che aveva avuto molta paura di essere scoperta, e che non aveva perso sangue.
Ma Emilio era paziente e prudente, e a lei piacevano molto quei giochi: sembrava quasi che non ci fosse differenza di età. Così aveva finito per lasciarsi togliere le mutandine, e le carezze che accettava si avvicinavano ormai alle sue grandi labbra e le scostavano cautamente senza spaventarla. Fino al giorno in cui Emilio aveva cominciato a cercare di capire se era vergine non più con le dita, ma sfiorandola dolcemente con il suo membro. Bruna era attratta e abbastanza tranquilla perché si fidava del rapporto di vera amicizia che si era instaurato durante l’estate, e ignorava il detto napoletano che alle ragazze raccomandava attenzione perché “il pesce non ha spalle”.
Quando aveva cominciato a penetrarla, e aveva capito che era possibile senza farle male, Emilio si era però eccitato moltissimo e si era ritratto prima di inondarla col suo seme. Bruna non si era commossa per il senso di responsabilità (insolito in un ragazzo di quell’età), ed era stata invece terrorizzata dal vedere un fazzoletto riempito da un abbondante getto di sperma. “Allora sei già in grado, potesti mettermi incinta!”, aveva gridato ed era fuggita nella sua stanzetta. Quella sera stessa aveva annunciato ai genitori di Emilio che sua madre le aveva telefonato per chiederle di tornare d’urgenza per assistere la nonna, e la mattina dopo era partita prestissimo senza che Emilio riuscisse almeno a salutarla.
Eppure una storia così semplice e rimasta inconclusa, gli era rimasta dentro per decenni. Certamente era per il contrasto con altre, troppe, esperienze che gli avevano lasciato l’amaro in bocca. E in fondo questa era una possibile spiegazione del fatto che a Cuba aveva avuto solo rapporti con donne estranee all’ambiente intellettuale, come Inocencia, Marina o Dulce Teresa…
Un giorno però a Matanzas era successo qualcosa di imprevisto. Era arrivata una delegazione di rettori colombiani, con mogli e graziose ricercatrici o “stagiste” al seguito. Cuba incoraggiava queste visite, che pure non avevano grandi ricadute politiche e culturali: l’ospitalità, per alcuni nell’ostello universitario, per i più importanti negli alberghi cittadini o di Varadero, assicurava infatti un consistente afflusso di dollari, mentre gli ospiti si godevano una bella vacanza, e neppure tanto cara (nell’hotelito si pagavano 25$ al giorno, moltissimi per Cuba, insignificanti per chi veniva dall’Europa o dal Messico). Figuriamoci poi se il “viaggio culturale” era pagato da qualche istituzione accademica.
Emilio cercava di sfuggire a questi incontri periodici, anche se erano occasione di rinfreschi con cocktail di gamberetti, frutti di mare, rum, birra e a volte perfino whisky in abbondanza. Forse anzi li evitava proprio per questo, dato che questa ospitalità strideva con le condizioni abituali delle mense per gli studenti e anche per i docenti, e aveva notato varie volte che i colleghi cubani più vicini a lui per orientamenti politici ed etici, rifiutavano l’invito a questi ricevimenti.
Emilio aveva sempre chiesto di poter mangiare con i colleghi locali nella loro mensa anziché in quella molto più fornita riservata agli ospiti stranieri, pur pagando regolarmente la pensione concordata, ma gli era stato esplicitamente vietato. Era riuscito tuttavia, con la scusa di cercare un collega, a metterci il naso, e aveva visto cosa c’era. In quella degli studenti non aveva mai messo piede, ma sapeva dai colleghi cubani più sensibili quali erano le condizioni.
Quanto alle delegazioni straniere, anche se tentava in genere di svignarsela in tempo, non ci riusciva quasi mai, perché era sempre reperibile a pranzo o al seminario che teneva per i docenti la mattina. Così il rettore lo aveva “precettato” anche quella volta, chiedendogli di accompagnare i colombiani che si recavano una mezza giornata a Varadero, che dista una trentina di chilometri dal Campus, per fare prima un giro negli alberghi più belli e lussuosi e poi un bagno e una merenda nella Casa de visita dell’università, collocata sulla spiaggia. Doveva farlo, gli disse, perché una parte dei professori dell’università erano impegnati altrove, e doveva rinforzare il nucleo degli accompagnatori.
Mentre stavano passando da un albergo a un altro (bisognava sempre farne vedere almeno tre o quattro, per invogliare gli ospiti a tornarci in vacanza) Emilio si trovò vicina una delle donne più attraenti della delegazione, che cominciò a fargli domande sulle ragioni per cui stava da tanto tempo nell’isola e sui suoi studi, e non lo mollava mai. Ofelia lo aveva colpito subito sia per la sensualità della sua voce e del suo viso, sia per una caratteristica insolita: la sua pelle era bianca come la neve.
Presto, parlando, si erano sfiorati, ed era apparso evidente che stava scattando qualcosa in entrambi. Dicendo che molto raramente faceva una nuotata in mare, Ofelia decise di togliersi il copricostume e spalmarsi una crema solare superprotettiva prima di fare un bagno. Ovviamente il suo corpo era ancora più bianco, ma bellissimo.
Entrarono in acqua, e camminando senza nuotare arrivarono abbastanza lontano dalla riva, sempre continuando a parlare. Sbilanciandosi un po’ Ofelia gli si appoggiò come se avesse davvero perso l’equilibrio e lui sentì immediatamente che era una donna sensibile e carnale, e non esitò a stringerla per qualche secondo, senza nascondere più l’attrazione.
Ormai chiaro che era scattato in entrambi un desiderio fortissimo, tornarono a riva in fretta cercando nella Casa de visita una stanza da bagno tranquilla e chiudibile, ma invano. Per giunta, mentre si scambiavano almeno un bacio carico di desiderio in un corridoio appartato, sbucò all’improvviso, forse non casualmente, una collega di Emilio, e fu impossibile proseguire.
Lui era sempre più eccitato, per la straordinaria carica di sensualità che percepiva in Ofelia, la sua mancanza quasi totale di prudenza (ahimé, quasi…) e soprattutto perché… si era sentito rinascere.
Nel pullman cercarono due posti vicini, e li trovarono, ma non erano appartati come speravano. Tuttavia ormai il desiderio era irrefrenabile, e cominciarono a toccarsi sotto un grande telo da mare steso sulle gambe. Baciarsi era impossibile, per i troppi sguardi, compreso quello del rettore di Bogotà (che forse per lei era anche qualcos’altro, visto quanto lei si preoccupava di non essere vista soprattutto da lui). Ma Ofelia aveva infilato intanto con disinvoltura nei calzoncini di Emilio una mano, mentre con l’altra aveva preso quella di lui, inizialmente arrestatasi all’inizio della sua coscia bianca e morbidissima, e l’aveva aiutata a salire più in su. A quel punto Emilio non si era trattenuto, aveva scostato le mutandine già umide e aveva cominciato a penetrarla con due dita. L’eccitazione era al massimo, ed Emilio non riuscì a trattenersi: alla discesa dal breve tragitto dovette coprirsi col prezioso asciugamano per non far vedere che si era inzuppato i pantaloni come un adolescente.
Ma che fare poi? A nessuno dei due bastava quell’assaggio, che non aveva certo placato il desiderio. La proposta più semplice era che lei si fermasse la notte nella stanza dell’ostello, in cui Emilio era solo. Per un caso del genere avrebbe volentieri dato alla ragazza della reception, che quella sera era una delle più simpatiche e civettuole, i famosi venti dollari che lei forse aspettava, per comprare non il suo corpo ma il suo silenzio.
Ma Ofelia escluse subito che fosse possibile, e anche che egli potesse raggiungerla quella notte nell’hotel dell’Avana, dove sarebbero arrivati dopo qualche ora. Emilio sperava di farsi dare un passaggio dal pullman della delegazione, ma era anche pronto a cercare un taxi più o meno regolare. Non si può, diceva lei, è pericoloso, c’è il famoso rettore (che appunto forse non era solo il rettore…). Ofelia gli diede invece un biglietto da visita elegantissimo e profumato, e aggiunse a mano un paio di numeri di telefono riservati: voleva che Emilio la raggiungesse a Bogotà dopo una settimana o due.
Non se ne fece più nulla. Ci furono un po’ di telefonate, prima ardenti, poi sempre più tiepide. Emilio ripensava a quel che si erano detti per ore prima che il contatto in acqua innescasse l’esaltazione erotica. Alla domanda su come riusciva a restare così bianca sotto il sole di Bogotà, Ofelia aveva risposto che il sole non lo vedeva mai: entrava in auto nel garage sotterraneo della sua casa, e ne usciva appena arrivata in quello della Facoltà. Perché? Il rischio di rapimenti… Bogotà non è sicura, aveva detto, soprattutto per chi porta un cognome come il mio (era effettivamente quello di una delle famiglie più ricche della Colombia).
Insomma, Emilio rinunciò quasi subito all’idea, anche se lei aveva descritto la sua casa favolosa con una coltura di orchidee in una veranda, e gli aveva fatto vedere anche una foto della splendida figlia diciottenne (lei ne aveva a malapena una ventina in più).
Si era arreso per viltà? Forse, ma anche per esperienza. Una attrazione erotica anche straordinaria, non sempre regge facilmente alle verifiche successive. Se invece della fulminea e imprevista scoperta su una spiaggia non deserta, e della furiosa esplorazione su due poltrone di un autobus, si organizza un viaggio a freddo, si arriva dopo quindici ore in un aeroporto, per correre poi in taxi verso un appuntamento preso settimane prima, difficilmente si ritrova una realtà che assomiglia veramente al ricordo coltivato nell’attesa. Non poche volte gli era capitato qualcosa di simile e aveva avuto la sensazione (probabilmente ricambiata) di trovare una persona diversa da quella incontrata in una specie di sogno che si era portato dentro…
Pensava soprattutto a una bellissima “storia” con un’amica argentina, Mariela, di qualche anno più grande di lui, ma ancora bellissima, con cui nel 1981 aveva convissuto platonicamente per diversi giorni in una casa di Città del Messico discutendo prevalentemente i dolori amorosi di una comune amica e senza pensare minimamente (almeno lui) a qualcosa di diverso. Una sera che parlavano già da ore, prima con l’amica inconsolabile, e poi da soli, dopo che l’amica era andata via, Mariela lo aveva preso per mano dolcemente, gli aveva messo un dito sulla bocca e lo aveva portato nel suo letto. Era stato bellissimo, e il desiderio aveva retto senza attenuarsi per tutta una settimana, fino al giorno in cui lei era ripartita per il suo paese.
Poi la lontananza era stata riempita con molte lettere e qualche telefonata, finché Mariela riuscì a venire in Italia in un viaggio di lavoro. L’attesa del nuovo incontro però era stata delusa presto, soprattutto per le circostanze ambientali: lei a Roma era ospite nella casa del suo ex marito, carissimo amico di Emilio, con una moglie forse solo svagata, ma che a lui dava l’idea di interessarsi troppo alla vicenda. Le prime volte la casa non era vuota, anche se a differenza dell’Avana vecchia qui la stanza aveva almeno una porta a vetri. Emilio era teso e inquieto come sempre quando doveva trattenere i gemiti per la vicinanza di estranei, ed era imbarazzato anche per quelli che Mariela invece non si preoccupava minimamente di trattenere. Lei era rimasta un mese intero in Italia, ma non gli sembrava la stessa del breve incontro magico nella casa vuota di Città del Messico. Nelle ultime due settimane avevano diradato gli incontri, almeno quelli a letto. Si erano rivisti poi una ventina d’anni dopo a Buenos Aires, senza che dalla cenere degli anni riaffiorasse almeno un po’ di brace ardente. Forse, quindi, Emilio aveva fatto bene a lasciare la passione per Ofelia rinchiusa nel quadro di un solo folle e irripetibile pomeriggio a Varadero…
Il colonnello “bandido”
Diversi anni prima della legalizzazione dei ristorantini che sarebbero stati chiamati paladares, Emilio aveva conosciuto per caso un singolare personaggio. Robusto e riccioluto, Oscar stava lavorando a torso nudo nell’atrio di una casa fatiscente dell’Avana vecchia. Preparava trofei da vendere ai turisti: teste di pesce spada imbalsamate, enormi aragoste e grossi granchi svuotati, coperti da una vernice trasparente e montati su una tavoletta, piccole sculture in legno. Il tutto con la porta d’ingresso spalancata e in piena luce, nonostante la sua attività fosse a quel tempo ancora illecita, nel senso che quel che veniva prodotto dall’asfittico artigianato sopravvissuto agli anni di statizzazione totale e assoluta (quella che Guevara aveva sconsigliato prima di andar via da Cuba) doveva essere obbligatoriamente venduto per pochi pesos alle Tiendas de artesania, che rivendevano poi ai turisti quegli oggetti a un prezzo ben più alto, e in dollari. Oscar, invece, li vendeva direttamente e in dollari. Per vivere e far vivere loro - diceva indicando due bambini vivacissimi che gli giocavano tra i piedi – che devo fare? Il bandido? Ma agli occhi della morale corrente nella Cuba sovietizzata, la sua attività illegale, se scoperta, veniva repressa quasi alla stregua di quella dei banditi.
Emilio era stato colpito dal suo viso intelligente e sfrontato, e anche da un particolare curioso: ogni tanto arrivava qualcuno a prendere discretamente qualcosa; anche un poliziotto del quartiere (il suo vicolo era centralissimo, in una zona turistica ben sorvegliata) veniva a prendersi un buon caffè, molto migliore di quelli distribuiti dalla libreta. Oscar, evidentemente, “sapeva vivere”, e soprattutto convivere con i rappresentanti dell’autorità. I caffè non venivano mai pagati, ma il poliziotto faceva “la vista gorda”, espressione gergale che letteralmente voleva dire “la vista grassa”, corrispondente al nostro “chiudere un occhio o tutti e due”. Infatti, come Emilio seppe quando diventarono amici, Oscar faceva un po’ di contrabbando di carne, di caffè, di altri generi che si procurava dal padre, contadino in una delle province centro orientali dell’isola. E le aragoste, non le usava solo per imbalsamarne il guscio: aveva sempre un congelatore pieno di code, di quelle che pescava a qualche chilometro dalla capitale. Altra attività vietatissima, ma largamente praticata.
Emilio, durante i successivi soggiorni a Platero, aveva trovato spesso bellissime code di aragoste in bella vista sulle tavole imbandite dei dirigenti locali che lo avevano invitato a cena, e che non si sognavano affatto di nascondere che le pescavano o, peggio, se le facevano dare dall’impianto che doveva surgelarle per venderle all’estero. Anche all’Avana, in suo onore, gli amici meno politicizzati che lo invitavano a cena gli procuravano le aragoste (comprate a un dollaro l’una, gli spiegavano, dato che era sempre curiosissimo sui prezzi, senza timore di apparire indiscreto). Non le trovava mai nelle case degli intellettuali della izquierda, i guevaristi” che erano stati discriminati nel periodo di maggiore influenza sovietica, tra il 1971 e il 1986, e che erano di un puritanesimo rigoroso.
A casa di uno di loro una sera trovò sulla tavola solo harina, cioè polenta, senza nessun condimento a parte il sale. Emilio era arrivato senza preavviso, perché il telefono, come spesso accadeva, non funzionava da molti giorni, e fu invitato ad accomodarsi con qualche imbarazzo e molte scuse per la povertà del desco. Povertà che invece lo commosse e lo fece sentire orgoglioso dell’amicizia con un uomo e una donna (dato che anche la moglie era una straordinaria intellettuale) rimasti così fedeli allo spirito originario della rivoluzione, nonostante le dure prove subite.
Il suo ospite infatti, era stato allontanato per anni dall’insegnamento per compiacere i sovietici che lo consideravano “trotskista” come Guevara. Tuttavia – e questo conferma la “diversità” di Cuba anche negli anni più bui - era stato inviato come diplomatico in una sede scomoda ma politicamente molto importante. Quando era “riaffiorato” dopo il lungo “esilio interno” (che comportava soprattutto l’impossibilità di pubblicare quello che scriveva), era diventato ricercatissimo in convegni che si tenevano in Europa o in America Latina, da cui riportava a volte anche mille dollari di compensi: li versava integralmente al Centro Studi in cui lavorava, per finanziare le pubblicazioni o alzarne la tiratura. E mangiava, appunto, solo polenta scondita, come i nostri contadini di un secolo fa.
Tornando a Oscar, appena las Paladares furono tollerate, ne aprì una, modestissima come attrezzature ma con una cucina prelibata. La sua casa era un rudere che aveva riattato alla meglio da buon carpentiere che era, ma non era fornita neppure di acqua corrente (se la procurava inizialmente con un lungo tubo di gomma dai vicini), mentre l’energia elettrica era rubata collegandosi abusivamente a un cavo. C’erano solo un paio di tavolini e delle sedie scompagnate, e qualche panca costruita da lui, ma bastavano perché i clienti cubani, che non erano pochi, portavano in genere il cibo a casa. Praticava tre tariffe diverse: una per i turisti danarosi, una ridottissima per i cubani, e una intermedia per me, che mangiavo ottime aragoste con pochi dollari.
Quando il governo tentò di regolarizzare il settore introducendo controlli e stabilendo imposte abbastanza elevate, subì qualche perquisizione e anche un paio di fermi di polizia. Ma se cavò in poco tempo, aumentando le tangenti per gli ispettori e i piccoli regali (qualche coda di aragosta, qualche libbra di carne o un pacchetto di buon caffè) per i poliziotti del quartiere, che quindi lo avvertivano in tempo dell’arrivo di qualche rompiscatole non ancora “addomesticato”. Quando fu imposta una tassa di duecento pesos mensili per gli esercizi che vendevano in valuta nazionale e di duecento dollari per gli altri, Emilio gli chiese come faceva, dato che la maggior parte dei clienti erano ormai stranieri. Rispose: “io vendo in pesos, e se gli stranieri non li hanno, vanno a cambiare i dollari da mio cognato, nella casa di fronte”. Fatta la legge, trovato l’inganno…
Col passare del tempo, la fiducia di Oscar in Emilio aumentava. Un giorno, vedendo che rifiutava lo zucchero nel caffè, osservò “sei come il Che”. E cominciò a raccontare che era stato per più di un anno nella sua scorta. I particolari che raccontava corrispondevano a quello che Emilio aveva appreso da tante testimonianze, ma egli continuava a dubitare che si potesse trattare di una millanteria basata su qualche confidenza di persone che veramente avevano vissuto vicino a Guevara.
Poi Oscar gli raccontò tutta la sua storia: aveva combattuto, giovanissimo, nell’Esercito ribelle nella sua provincia, una di quelle attraversate da Guevara e Cienfuegos nella loro marcia verso l’Avana, ed era stato “fondatore” prima della Gioventù ribelle, poi della Seguridad. Il titolo di “fondatore” è molto stimato a Cuba. Vuol dire essere entrato fin dal primo giorno in un organismo creato nel corso o subito dopo la rivoluzione. Oscar aveva militato nella Seguridad fino a diventarne un ufficiale superiore col grado di colonnello. Aveva partecipato alla lotta contro i bandidos (cioè i controrivoluzionari che avevano tentato di imitare le gesta dei barbudos annidandosi sulle montagne dell’Escambray, e aveva lottato per anni contro la corruzione dilagante. Con entusiasmo per i primi dieci anni, poi con dubbi sempre maggiori. Quando nel 1980 un gran numero di cubani si riversò nella cittadina di Mariel, da cui Fidel aveva concesso di partire a chi voleva, fu inviato a “organizzare la protesta spontanea” che doveva limitare il fenomeno, diventato più massiccio del previsto. Doveva cioè organizzare gli insulti e il lancio di uova marce a quelli che aspettavano un’imbarcazione che li venisse a prendere. Venivano definiti gusanos, cioè vermi, come i veri controrivoluzionari, ma lui sapeva che una parte di essi era solo stanca di un regime che stava diventando sempre più lontano dalle sue origini. Avevano “perso la fede”, e speravano semplicemente in un salario migliore altrove.
Oscar non poteva rifiutare un compito assegnatogli, ma si dichiarò malato, adducendo un esaurimento nervoso; chiese poi di lasciare il suo posto per tornare a fare l’antico mestiere di carpentiere. Ma evidentemente aveva espresso i suoi dubbi a qualche collega, e fu arrestato “per abbandono del posto di lavoro”. Fu condannato a una lunga pena detentiva, che scontò per quasi dieci anni.
All’uscita non desiderava più riprendere il suo lavoro di carpentiere, pagato pochissimo; inoltre la moglie lo aveva lasciato durante la detenzione. Si mise con una sottoproletaria dell’Avana Vecchia, insieme alla quale riattò quel rudere, e cominciò a vivere di espedienti e piccoli traffici.
Questa la storia che raccontò a Emilio, accettando perfino che la registrasse. Emilio manteneva tuttavia qualche dubbio, pur pensando che un fondo di verità potesse esserci. Poi ebbe una conferma sorprendente. Un giorno egli aveva invitato Ernesto, un regista cubano che aveva conosciuto in Italia, a mangiare qualcosa con lui nella modesta Paladar. Appena Oscar vide Ernesto, ne fu colpito, lo studiò attentamente e gli chiese se era nato a Cienfuegos, e se aveva un padre che gli assomigliava. Era così, e risultò che quasi venti anni prima Oscar era stato per qualche giorno a casa sua, durante una “missione” in quella città: doveva scoprire le prove su un funzionario corrotto, che trovò e arrestò. In quell’anno Ernesto aveva solo quindici anni, ma qualcosa di quella vicenda ricordava. Che capacità professionali ha perduto la Seguridad quando ti ha licenziato e arrestato, commentò Emilio, sbalordito.
Di fatto secondo la morale corrente era diventato un “bandido”, ma se si parlava del Che o di Camilo Cienfuegos, ritornava il rivoluzionario dei primi anni. Di Guevara raccontava aneddoti che furono poi confermati dalla prima figlia, Hildita, che allora era ancora viva, e in parte dalla vedova, tranne uno che la riguardava direttamente, ma la metteva in una luce discutibile.
E una volta che sentì un avventore cubano fare una battuta che metteva in dubbio la versione ufficiale della morte di Camilo Cienfuegos, insinuando che ci potesse essere lo zampino di Castro, esplose infuriato, smentendolo, e cominciando una lunga ricostruzione dell’ultimo giorno e dell’ultima notte di Camilo: lui era di guardia proprio all’aeroporto da cui Camilo partì, nonostante il servizio meteorologico avesse annunciato l’avvicinarsi di un ciclone. Secondo Oscar, Cienfuegos era un cabezón, una testa dura, come il Che, e aveva voluto partire lo stesso, illudendosi di aggirare il ciclone in cui invece il suo piccolo aereo scomparve per sempre.
Non era possibile poi che qualcuno avesse fatto un sabotaggio all’aereo, diceva, perché il pilota, legatissimo a Camilo e scomparso con lui, dormiva a bordo per vigilare. Li abbiamo cercati per giorni e giorni, precisava Oscar, spiando l’oceano, esplorando tutti i cayos (gli isolotti sabbiosi su una base corallina che orlano le coste di Cuba).
L’avventore cubano non si convinse: sono in molti a ripetere questa storia, che proietta nel passato la diffidenza per Fidel nata negli anni della maggiore influenza sovietica e rimasta anche dopo, per le tante reticenze su quel periodo, sulle circostanze della morte di Guevara, ecc.
Emilio era già convinto da prima, per una elementare constatazione: Cienfuegos era andato a Camaguey per arrestare Hubert Matos, un comandante che aveva avuto un certo ruolo nella prima fase della rivoluzione, ma era anche un proprietario terriero che aveva rifiutato la riforma agraria e aveva scritto una lettera di dimissioni a Fidel. Camilo era andato ad arrestarlo per timore che potesse organizzare una rivolta, in una provincia dove c’erano forti resistenze alla riforma agraria. L’elemento decisivo è appunto che in quel 1959 Fidel, il Che e Camilo si trovavano in totale accordo proprio sulla necessità di accelerare e portare a termine la riforma agraria.
Nonostante quel passato, che Oscar rivendicava con orgoglio, il presente scivolava sempre più ai margini della legalità, anche se egli ripeteva spesso a Emilio che non voleva certo il ritorno a quel capitalismo che aveva combattuto con le armi in pugno: voleva solo una vita decente per i due bambini che gli erano nati dalla convivenza con la nuova compagna, che lo aiutava ottimamente a cucinare ma lo irritava per la sua rozzezza, per l’incomprensione totale dei discorsi politici e dei suoi ricordi del passato, e anche un po’ perché non condivideva le sue generosità verso chi, come Emilio, gli era entrato in simpatia.
Ma non solo verso Emilio. Era diventato una specie di factotum nel quartiere. Trovava tutto a tutti, senza chiedere denaro alle persone che stimava o da cui poteva ricevere un favore domani. A Emilio ad esempio regalò una piccola scultura di Changó, la divinità africana (identificata per secoli, prudenzialmente, con Santa Barbara), a cui i cubani neri, e anzi non solo neri o meticci come Oscar, offrono il primo sorso di una battaglia di ron. Di fatto era una specie di “sindaco della Habana Vieja”. Come il sindaco del Rione Sanità…
Quando Emilio nel 1994 arrivò all’Avana da Platero, alla fine di agosto, Oscar si rivelò un testimone prezioso sui balseros, ma soprattutto sulla sommossa che c’era stata in quel mese, e che era difficile interpretare solo guardando la TV, o viceversa ascoltando le dicerie popolari (che erano regolarmente alimentate dall’ascolto delle radio di Miami). Anche suo cognato era partito con altri tre, d’altra parte, e non si avevano più sue notizie (le radio di Miami trasmettevano ogni giorno i nomi di chi era arrivato). Lo stavano piangendo per morto, quando arrivò all’Avana con le mani completamente spellate, e la pelle bruciata dal sole. Avevano remato per tre giorni su una piccola zattera precaria (ce n’erano di tutti i tipi), sempre più a fatica per una leggera brezza che veniva da nord, e che si rafforzava continuamente. Alla fine, invece di vedere “Lamerica”, si erano accorti che stavano di nuovo di fronte alle coste cubane. Si rassegnarono, e si consolarono con una sbornia colossale, insieme a Oscar e a tutto il vicinato.
Sei mesi dopo, parlando con Emilio, il famoso cognato disse che “i balseros erano tutti pazzi”. Era cambiato il clima, si stava un po’ meglio, e aveva già dimenticato di essere stato anche lui tra quei pazzi… In quella occasione Oscar era furioso con le autorità perché avevano dato il via a chiunque volesse partire, purché non rubasse un’imbarcazione dello Stato, e non portasse bambini, ma avevano oscurato la CNN, che veniva fino a quel momento ritrasmessa agli alberghi per turisti, e captata con piccole antenne paraboliche da moltissimi abitanti dell’Avana. Le antenne erano vietate, ma venivano costruite da molti artigiani e vendute per cinquanta dollari. Spuntavano da tutte le finestre e balconi, ma la polizia faceva la vista gorda… Sospendere la trasmissione della CNN (che mandava in onda molte immagini degli annegati ripescati) aveva impedito di capire l’ampiezza del dramma, e quindi molti incoscienti erano partiti per un viaggio senza ritorno.
Poi, a mano a mano, la sempre maggiore “professionalizzazione” di Oscar, aveva provocato un raffreddamento dei rapporti. L’ultima volta che Emilio aveva accompagnato nel ristorantino una delle tante delegazioni di passaggio per l’Avana, bastò che uno degli italiani chiedesse sigari e ron e questi comparvero subito in quantità industriale, perfino nelle marche desiderate. La sua paladar era diventata una centrale di smistamento della refurtiva proveniente dalle diplotiendas, o direttamente dalle fabbriche. Emilio non poteva più accettare di essere anche involontariamente complice. Non si videro più. Ma Emilio ha continuato a pensare che la storia di Oscar, e della sua lenta trasmigrazione da rivoluzionario a bandido, rimanga importante per capire cos’è successo a Cuba negli ultimi anni.