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Aggiornamento Cuba terza edizione

Cuba, protagonisti e periodizzazione · pubblicato il 22 giugno 2009 · 26 min di lettura


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Cuba dopo Castro… Un interrogativo più urgente nel 2006

 

A distanza di un anno e mezzo dall’ultima edizione, la situazione a Cuba non appare migliorata. Si ripetono periodicamente le grandi mobilitazioni su temi lontani dai problemi della gente comune: i “cinque eroi”, l’estradizione di Posada Carriles, l’assedio con le bandiere alla sede diplomatica degli Stati Uniti per coprire le scritte luminose che scorrono sulla facciata. Vengono sostituiti ministri, o lasciati al loro posto ma umiliati pubblicamente da Fidel che ne proclama l’incompetenza e prende decisioni al di fuori delle istituzioni. È il caso di Ulises del Toro (ministro dello zucchero) che egli stesso aveva nominato e che è diventato un capro espiatorio per il crollo della produzione.  D’altra parte già al momento della Grande zafra dei 10 milioni di tonnellate il ministro dello zucchero Borrego che aveva dubitato della realizzabilità dell’obiettivo era stato destituito mentre Fidel che aveva preso la decisione risultata irrealizzabile è rimasto al suo posto.

La preoccupazione per cosa potrà accadere in caso di morte improvvisa del Comandante si accresce logicamente. Quando il potere è così concentrato in una sola persona, tanto più se si esercita soprattutto grazie a un forte carisma più che a una carica formale, come lo stesso Fidel sottolinea spesso, il problema della successione è più complesso ed è possibile che vengano alla luce tensioni rimaste sotterranee o che erano state mediate adeguatamente per anni. Basta pensare a quanto avvenne in Jugoslavia dopo la morte di Tito, che con la sua forte personalità aveva arginato negli ultimi anni le spinte centrifughe e gli eccessi degli strati burocratici che puntavano alla restaurazione del capitalismo. L’analogia è ovviamente solo parziale, dato che in Jugoslavia il detonatore dei conflitti era la catastrofe economica provocata dall’indebitamento con le banche occidentali, cresciuto fortemente da anni fino a livelli sudamericani, ma nascosto al paese per volontà di Tito, e la materia esplosiva era fornita dall’esistenza di una questione nazionale complessa, che a Cuba non esiste.

Il problema è solo che il ruolo di Fidel Castro cogli anni è cresciuto, nonostante l’evidente declino delle sue forze, ed sempre più indiscusso in pubblico. Non si tratta di una fatalità, ma della conseguenza inevitabile dell’allontanamento di tutti quegli esponenti del gruppo dirigente ritenuti potenziali dissenzienti. Il gruppo dirigente reale si è ristretto e ha assunto sempre più le caratteristiche di una specie di segreteria personale del líder máximo, in cui a fianco a pochi sopravvissuti veterani della Sierra, ci sono giovani e giovanissimi selezionati per la loro intelligenza ma anche e soprattutto per la loro devozione.

Anche per questo dobbiamo augurare lunga vita a Fidel, non solo per lui stesso, ma per Cuba. La successione potrebbe infatti non essere facile, proprio per la mancanza di un gruppo di direzione collegiale di suoi pari, con credibilità e autonomia di giudizio. Formalmente c’è già da anni un successore designato, il fratello Raúl, ma a parte l’età (ha pochi anni meno di Fidel) il suo carisma e la capacità di costruire un consenso intorno a sé non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli del fratello maggiore. 1 

Le difficoltà di far funzionare un gruppo collettivo si è vista in occasione dello svenimento di Fidel durante un comizio in un quartiere dell’Avana il 23 giugno 2001: la folla fu presa dal panico ma anche sul palco ci fu una grande confusione. Alla fine prese il microfono non il più alto in grado, che era Carlos Lage, responsabile dell’economia, ma Felipe Pérez Roque, il giovanissimo ministro degli esteri, che invitò la folla a sciogliersi e la congedò gridando: Viva Fidel, viva Raúl! Quest’ultimo non era presente (come di consueto, perché per ragioni di sicurezza i due fratelli raramente compaiono in pubblico insieme). Fidel intanto si era ripreso grazie alla somministrazione di ossigeno, e aveva voluto tornare al microfono, irritato perché era già stata staccata l’amplificazione. Il giorno dopo dichiarò scherzosamente a “El Pais” “Qualcuno potrebbe dire che ho fatto il morto per vedere che tipo di funerale mi faranno...”

Da molto tempo è un luogo comune dire che Fidel è al tempo stesso “capo del governo e capo dell’opposizione”, nel senso che è l’unico che può sferrare duri attacchi a questo o quel membro del governo, o ai criteri prevalenti nel paese. Lo ha fatto molte volte, con la sola parentesi del periodo successivo al fallimento della grande zafra del 1971 e della cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” che aveva chiuso bruscamente ogni attività economica non statale: Fidel, duramente criticato all’interno del gruppo dirigente, avrebbe voluto dimettersi, ma fu costretto a rimanere al suo posto accettando però per anni un controllo rigido sui suoi discorsi. Gabriel García Márquez nell’introduzione a una raccolta di scritti di Fidel ha parlato dei “discorsi prigionieri” di un Castro “soffocato dalla camicia di forza della parola scritta” (ma nell’edizione cubana la frase è stata tolta).2

Si occupava intanto con il consueto entusiasmo della selezione dei tori e delle vacche da riproduzione, del colore dei taxi, della ricetta per il pane, della scelta del personale per il cantiere di una centrale nucleare, perfino della collocazione dei mobili e degli strumenti in un centro di ricerca che visitava. Lo fa ancora oggi, forse ancora di più. La pretesa di vedere e sapere tutto naturalmente ha ovviamente non pochi inconvenienti. Il primo e più semplice è che così non solo finisce per occuparsi di molte cose secondarie perdendo di vista quelle fondamentali, ma rischia anche di assumersi responsabilità forse non sue quando qualche problema viene clamorosamente alla luce.

Negli ultimi venti anni le battaglie per raddrizzare il timone e stroncare speculazioni e furti si sono ripetute periodicamente. L’ultima, che ha avuto qualche ripercussione all’estero e che è apparsa ad alcuni inequivocabilmente antiburocratica è stata annunciata con un discorso fiume il 17 novembre 2005.3

Il bersaglio sono “i nuovi ricchi”, identificati tuttavia per la maggior parte del testo soprattutto dagli alti consumi di energia elettrica. Una parte notevole del discorso si dilunga in considerazioni sulle lampadine ad incandescenza, con severe reprimende a chi non sa bene quanto consuma abitualmente e quante lampadine ha in casa (più volte Fidel “interroga” dirigenti, studenti, docenti, su queste cose). Si direbbe che si voglia sottolineare che gli sprechi negli usi domestici siano i principali responsabili delle continue interruzioni nell’erogazione che hanno suscitato forti malcontenti e qualche contestazione. Verso la fine del lunghissimo discorso (di cui la prima parte era interamente dedicata a ricordi di gioventù e a una ricostruzione dei primi anni della rivoluzione) Fidel si è accorto che parecchi dei presenti ridevano indicando qualcosa in alto; gli hanno mostrato allora il soffitto dell’Aula Magna interamente coperto da quelle lampadine a incandescenza di cui egli stava da un’ora condannando l’uso (e che vengono in effetti nelle abitazioni sostituite d’ufficio, anche se gratuitamente, con lampade a risparmio energetico). Non molto imbarazzato il Líder máximo ha detto subito di essere disposto a pagare di persona per mantenerle, “sono molto belle, non è un sperpero ma si tratta di una decorazione tradizionale e storica”. Comunque, aggiunse, “qui non ci sono assemblee a qualsiasi ora e in ogni caso il colpevole sono io perché l’impianto è stato acceso per tutto il tempo che sono rimasto alla tribuna”.

L’attacco ai consumi di energia elettrica troppo elevati appariva quindi già inficiato dall’eccezione avallata da Castro stesso. Era comprensibile il sospetto che fosse una giustificazione preventiva degli imminenti aumenti delle tariffe elettriche. Questi sono scattati effettivamente dal gennaio 2006, con un effetto difficile da valutare, perché sono articolati in varie fasce, lasciando del tutto esenti solo consumi bassissimi, mentre possono raggiungere invece il 300% per chi ha molti elettrodomestici e viene per questo catalogato “nuovo ricco”.

È apparsa invece più convincente la denuncia dei furti di combustibile nei distributori di benzina. Un tema molto sentito, al punto che Fidel ha passato poi la notte dell’ultimo dell’anno in un distributore di benzina con i giovani incaricati dei controlli, i cosiddetti “lavoratori sociali”, giovanissimi forgiati in apposite scuole. Tuttavia non è detto che questa campagna possa essere condivisa da tutti: anche se la maggior parte dei distributori di benzina rubavano effettivamente a man bassa, molti cubani beneficiavano del furto comprando con un forte sconto la benzina o il gasolio sottratto (molto facilmente se si trattava di buoni acquisto concessi a enti vari). Comunque tutti capiscono che non è questo il problema principale: i grandi furti non sono quelli dei pochi dollari della benzina rubata per rivenderla, ma quelli di dimensioni ben maggiori che ci sono in tutte le aziende miste e non (ovviamente soprattutto in quelle miste, visto che i “controllori” cubani guadagnano pochissimo rispetto ai soci stranieri).

Nel settore del turismo il fenomeno è macroscopico e basato sulla fatturazione maggiorata di tutti prodotti (alimentari, ma non solo) acquistati all’estero dai partner spagnoli o italiani. Un anno fa è stato destituito il ministro del turismo (peraltro egli stesso un ex militare) e il compito di supervisore assegnato a Raúl Castro, quindi direttamente all’esercito, ma non è detto che sia risolutivo. L’esercito, come ha dimostrato il caso Ochoa e quelli connessi, non è fatto di gente di una pasta assolutamente diversa dal resto della popolazione, ed è la posizione all’interno di società miste, cioè rette da criteri capitalistici (e per giunta senza sindacati all’interno) che può facilitare l’adattamento alla “corruzione”. D’altra parte i quadri dirigenti per le aziende miste nel settore erano già da anni ufficiali a riposo, o diplomatici, o dirigenti del partito, e l’esito non è stato entusiasmante. Qualcuno è stato arrestato, molti destituiti bruscamente e sostituiti , ma è il meccanismo che corrompe. Probabilmente è per questo che il ricavato netto del turismo rimane il mistero meglio custodito a Cuba, si parla sempre delle entrate lorde, ma non si sa quanto si spende (e in che bilancio vengono collocate le costosissime infrastrutture fornite dallo Stato cubano?).

Fidel in questo ultimo discorso (che ho sentito esaltare in Italia come inizio di una nuova fase di lotta alla burocrazia, mentre mi sembra piuttosto nel solco della tradizionale ricerca di capri espiatori a cui attribuire la responsabilità del dissesto economico) ha tuttavia fornito per la prima volta una spiegazione convincente delle ragioni della chiusura degli zuccherifici in perdita (di cui in passato era stata data notizia quasi di sfuggita in una relazione di Osvaldo Martínez, presidente della commissione problemi economici dell’Assemblea Nazionale). Si diceva che l’aumento dei costi e la diminuzione del prezzo dello zucchero aveva “implicato la disattivazione di 70 zuccherifici e la razionalizzazione dell’industria di appoggio, delle istallazioni e del parco macchinari”. Si diceva che nessun lavoratore sarebbe rimasto sulla strada, e che sarebbe stato recuperato inserendolo in corsi di riqualificazione. Questa volta Fidel Castro ha spiegato che l’industria dello zucchero, che una volta produceva 8 milioni di tonnellate, è arrivata a un milione e mezzo annuo, perché è stato necessario fermare l’aratura e la semina quando il combustibile era arrivato a 40$ al barile mentre il prezzo dello zucchero era sceso a 7 centesimi sul mercato mondiale. Per giunta si usavano vecchi camion sovietici Zil-120 che consumavano un litro per fare un chilometro e mezzo… Se non si chiudevano le centrali, dice Castro, Cuba sarebbe sprofondata nell’abisso. Aggiunge il solito attacco ai dirigenti di un’impresa che doveva commercializzare lo zucchero, e non sapevano neppure quanto zucchero si stava producendo per mese (avrebbero impiegato un mese e mezzo per rispondere alla domanda di quanto valeva in divise una tonnellata di zucchero). Fidel vuole sottolineare che oltre ai fattori oggettivi (compresi i cicloni) ci sono quelli soggettivi, cioè l’incompetenza e il parassitismo di certi dirigenti.  Ma chi li ha nominati?

Un altro colpo lo sferra ai tanti economisti, di cui Fidel denuncia che non avrebbero saputo capire che non si poteva continuare a produrre zucchero in quelle condizioni. “Nessun economista, a quanto pare, si era reso conto di questo, ed è stato necessario semplicemente dare un’istruzione, quasi un ordine, per fermare l’aratura”. Non si poteva discutere tanto, siamo in guerra da anni, e non c’è tempo per discutere a tavolino, magari per giorni e giorni. “Realmente ho chiamato il ministro e gli ho chiesto quanti ettari stavamo arando.(…) Gli dissi di non ararne più neanche uno. Non era il mio compito, ma non rimase più rimedio, non puoi lasciare che affondino il paese”.4

Nulla da dire sulla giustezza della scelta, qualche dubbio sulla legittimità del metodo: possibile che gli economisti, i dirigenti delle imprese di commercializzazione dello zucchero, il ministro preposto al settore, ecc., siano tutti incompetenti, e che occorra un deus ex machina che, anche se “non era il suo compito”, decide di fermare il paese sull’orlo dell’abisso? E se sono incompetenti, chi li ha scelti?

Nulla di scandaloso se Cuba per assicurare lo zucchero alla crescente ed essenziale industria del turismo acquista lo zucchero dove costa meno che produrlo a Cuba. Non importa neppure che non se ne parli pubblicamente fino a quando il Líder máximo decide di farlo. Ma il problema è un altro: con che valuta lo si compra (dato che Cuba, tranne che con il Venezuela, è costretta ad acquistare tutto in contanti), se il principale prodotto, lo zucchero, che per decenni rappresentava circa l’80% delle esportazioni (e arrivò addirittura al 90% nel 1975) si è esaurito? Che può esportare Cuba? I sigari non hanno mai rappresentato una quota superiore al 3 o 5% delle esportazioni (con l’unica eccezione del 1960, quando raggiunsero il 10%, ma per la diminuzione brusca delle altre voci. I minerali (principalmente il nichel) sono stati sempre sotto al 10% (ad eccezione degli anni tra il 1968 e il 1973, quando raggiunsero anche il 16%).

Da anni non ci sono statistiche a Cuba, e le relazioni dei ministri sono vaghe e indecifrabili, ma è probabile che la sete di materie prime abbia spinto la Cina a rompere il blocco statunitense nei confronti del nichel cubano, tanto più se questo avviene nel quadro di un accordo triangolare Cina, Cuba, Venezuela. Con quest’ultimo Stato Cuba ha infatti stretto un rapporto importante e prezioso per entrambi i paesi. Il Venezuela fornisce all’isola una notevole quantità di grezzo, circa un terzo del suo fabbisogno, e in cambio riceve migliaia di medici, di allenatori sportivi, di insegnanti, che consentono di migliorare le condizioni di esistenza e di stimolare la partecipazione alla vita politica della popolazione delle squallide periferie della capitale, abbandonate da sempre. Un altro scambio riguarda le cure offerte da Cuba ai venezuelani bisognosi di interventi oftalmici o di altre cure complesse negli ospedali cubani.

Quello col Venezuela è un rapporto utile politicamente, ed è un buon tramite per un collegamento con i nuovi processi in atto in gran parte del Sud America, dal Brasile alla Bolivia; ma lo è anche economicamente, dato che consente a Cuba di risparmiare valuta. Tuttavia di valute pregiate ne servono moltissime, per acquistare i generi alimentari per il turismo e le tiendas  in “pesos convertibili”, cioè in dollari (il peso convertibile è stato introdotto per uso interno, per identificare e circoscrivere i dollari di provenienza illegale, ma vale solo nell’isola), e quindi la collaborazione col Venezuela non risolve il problema di fondo. Dove procurarsi i dollari o gli euro, se non ci sono più praticamente prodotti da esportare? Rimane solo il turismo ma quanto costa allo Stato cubano? Non lo si saprà mai fin quando non si avranno statistiche degne di questo nome, e bilanci in cui compaiano da una parte i ricavi, ma dall’altra le uscite.

È questa strozzatura che determina tensioni sociali, che non possono essere eliminate con escamotages (oggi i “ragazzi” addestrati come “lavoratori sociali”, ieri le microbrigate), sempre illudendosi che la destituzione di questo o quel ministro o dirigente serva a risolvere i problemi e non solo ad additare il capro espiatorio di turno. La ripetitività dei rituali negli anni, per giunta, può essere determinante nel generare sfiducia e spingere alle prime forme organizzate di opposizione.

Decimate dagli arresti, demonizzate con l’uso abbondante degli agenti infiltrati, le iniziative sorte intorno al Progetto Varela e quindi a un concreto progetto riformista, non assomigliano più alle iniziative di poche decine di dissidenti di dieci o venti anni fa. Gli accusatori possono ironizzare sui “giornalisti” arrestati che non sarebbero stati tali perché non laureati nelle facoltà di giornalismo, o insinuare che alcune delle organizzazioni del dissenso sarebbero state promosse da agenti della Securidad, ma devono fare i conti con un fenomeno nuovo: migliaia di persone si sono aggiunte ai primi 11.000 firmatari della petizione per un diverso metodo elettorale, cosa non facile in presenza di arresti, “atti di ripudio” sotto le case di chi non è stato ancora arrestato, attribuzione a chiunque abbia firmato il Progetto Varela di una corresponsabilità con le iniziative insensate di una piccola minoranza di estremisti effettivamente filostatunitensi (definiti provocatori anche e soprattutto dai principali portavoce del dissenso). Non si delinea ancora un’alternativa credibile, ma il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.

Certo, le pressioni del regime hanno reso facile la raccolta di milioni di firme per ribadire il carattere irreversibile della scelta socialista, un’iniziativa che ripete quanto era stato fatto - inutilmente - negli ultimi anni di esistenza del sedicente “socialismo reale” in URSS, Bulgaria, ecc. Ma è facile capire che ogni firma controcorrente ne vale migliaia di quelle richieste attraverso tutti i meccanismi di persuasione e coercizione del regime. Probabilmente a questo pensava Fidel Castro inserendo nel suo lunghissimo discorso del 17 novembre un attacco postumo al PSP, altrimenti incomprensibile (vedi scheda n. 2). La chiave è in quella domanda a bruciapelo al pubblico: “credete che questo nostro processo rivoluzionario, socialista, può crollare o no?” Si levano da tutte le parti grida di “No!”, ma Fidel insiste e ricorda che il crollo non è impossibile se non si fermano certi fenomeni involutivi.

Ma come? Bisognerebbe per prima cosa avviare un dibattito aperto e permanente sui problemi di Cuba, che utilizzi tutte le energie disponibili nell’isola (che non sono poche) e non sia legato solo alla decisione del “Comandante in capo” di aprire la discussione e indicare il bersaglio in un discorso di ore e ore, senza contraddittorio. Tanto più che, come lo stesso Fidel ha lamentato in diverse interviste, tra cui l’ultima a Oliver Stone,5 da molti anni non ha più il polso del paese.
Il suo vecchio amico Gabriel García Márquez lo ha detto con garbo ed affetto: “Gli nascondono la verità per non dargli maggiori preoccupazioni di quelle che ha. A un funzionario che si era comportato in questo modo ha detto: «Mi nascondete delle verità perché non mi inquieti, ma quando alla fine le scoprirò, morirò per paura di dover affrontare il cumulo di verità che non mi avete detto». Quelle più gravi, tuttavia, sono le verità che gli vengono nascoste per coprire carenze”, in particolare quelle dovute a “un’incompetenza burocratica colossale che colpisce quasi tutti i livelli della vita quotidiana”.6
Forese è proprio la pretesa di vedere e di occuparsi di tutto che lo porta a non cogliere processi importanti. Mi colpì nel 1994 che davanti a un vasto pubblico di tutte le associazioni di solidarietà del mondo Fidel ripetesse che a Cuba non c’erano mendicanti (pordioseros) e che il pubblico applaudisse freneticamente  un’affermazione di cui tutti, girando senza scorta per l’Avana, potevano verificare la totale infondatezza.7

All’origine c’era un progressivo distacco dalla gente: nei primi anni Fidel scendeva spesso all’improvviso per le strade, mentre poi le cose sono cambiate. Gli incontri ripresi in alcuni documentari sono evidentemente preparati selezionando il pubblico “per motivi di sicurezza” (unica eccezione degli ultimi anni la decisione di Fidel di andare sul Malecón e sul Paseo del Prado nell’agosto 1994 per affrontare, senza scorta armata, i manifestanti, eccezione così positiva da far capovolgere in poco tempo gli umori di chi protestava); anche i sondaggi di opinione che vengono presentati quotidianamente a Castro sono verosimilmente eufemistici…

Naturalmente nei dibattiti ci sono sempre alcuni adoratori dell’esistente, convinti della sua immutabilità, che rifiutano ogni dubbio affermando che un paese posto sotto assedio non ha altra scelta e non può discutere pubblicamente i suoi problemi. C’è il bloqueo, dicono, e se si cambia qualcosa nel sistema di voto introducendo il pluripartitismo, ne approfitterebbe subito Bush… Intanto dimenticano che l’assedio c’era anche al tempo del Che, eppure il dibattito sull’economia fu pubblico. In genere portano l’esempio del Nicaragua: i sandinisti sarebbero stati sconfitti nel 1990 “per colpa del pluralismo”. Dimenticano che nel 1984, in elezioni altrettanto pluraliste, i sandinisti avevano ottenuto il 68% dei voti (la differenza di risultati dipendeva dagli errori fatti negli ultimi anni); dimenticano anche l’esempio del Venezuela, in cui Chavez ha vinto finora otto battaglie elettorali, nonostante la maggioranza dei mass media fosse schierata contro di lui.

Questi rassegnati fatalisti sono convinti che ogni mutamento a Cuba potrebbe aprire le porte a Bush, per la preponderanza dei mezzi di cui dispone. Credo sia una previsione infondata: la maggioranza dei cubani non sono stupidi e non si lascerebbero incantare da Bush, soprattutto perché non hanno nessuna voglia di tornare a essere una semicolonia. Il pericolo è un altro: la chiesa cubana si è rafforzata molto in questi anni successivi alla visita del papa, per le debolezze e la corruzione del regime, ed ha cominciato ad andare all’attacco. Questo è un pericolo ben più concreto di un ipotetico trionfo di Bush…  

Un’ultima notazione a margine: il discorso fiume di Fidel del 17 novembre che abbiamo commentato, non nomina neppure una volta Guevara. Eppure sarebbe stato utile riprendere quanto detto nell’ottobre 1987. Ma c’è un altro dato inquietante: la presentazione di un libro con alcuni inediti del Che alla Fiera del libro dell’Avana, è avvenuta in sordina, con pochissimo pubblico, e pochissime copie a disposizione. Si direbbe che la pubblicazione sia stata fatta per rispondere alla campagna di polemiche sugli inediti che si è sviluppata in Italia, non per rimettere Guevara al centro del dibattito cubano. Eppure ce ne sarebbe tanto bisogno, anche per evitare quella banalizzazione del crollo e del fenomeno staliniano (ridotto a un “tremendo vizio di abuso di potere, di crudeltà”) che ci è sembrato di riscontrare nei frettolosi accenni di Fidel che abbiamo riportato nella scheda 2. Guevara era andato ben più avanti…

Scheda n. 1  Un’attacco di Fidel Castro ai suoi ministri.

Attirerei ancor più la vostra attenzione se vi dicessi che, in base a inventari, questo ministero ha da 2.000 a 3.000 camion più di quelli che aveva quando produceva 8 milioni di tonnellate di zucchero. È duro, ma lo dico, lo dico e non si sa quante volte dovrò ancora dirlo, facendo le critiche pubblicamente, perché non ho paura di assumermi le responsabilità che bisogna assumersi, non possiamo continuare con smancerie. (…) Sono tutti così? No! (…) Alcuni nostri ministri sono stati deficienti e abbastanza deficienti. A volte siamo stati deboli con funzionari che occupano importanti incarichi, ma io ho una vecchia abitudine, da molto tempo: lavoro con quei compagni che hanno commesso errori, lo ho fatto molte volte nel corso della mia vita, finché vedo delle qualità; molte volte le qualità ci sono e quel che manca è un orientamento corretto, o molte volte quel che c’è è un accecamento, nonostante tutti i meccanismi e le istituzioni che ha il paese per difendersi, per lottare, per combattere onoratamente senza abusi di potere.

Badate bene: senza abuso di potere! Nulla giustificherebbe mai che uno di noi cercasse di abusare del potere. Se dobbiamo osare, dobbiamo avere il coraggio di dire le verità, e non tutte, perché non sei obbligato a dirle tutte in una volta, le battaglie politiche hanno la loro tattica, l’informazione adeguata, e seguono anche la loro strada. Io non sto dicendovi tutto, vi sto dicendo quello che è indispensabile. Non mi preoccupo di quello che possono dire i banditi, non mi importa dei cablogrammi che verranno domani o dopodomani, quelli che ridono per ultimi, ridono meglio.

(Dal discorso del 17/11/2005, cit.)

I corsivi sono miei,e non richiedono commenti…

Scheda n. 2

I conti col “socialismo reale” e il PSP...

A un certo punto del lungo discorso del 17 novembre, dopo aver parlato di altri argomenti (in particolare dei salari minimi a Cuba), Fidel Castro comincia ad affrontare un tema completamente diverso, sorprendente per la maggior parte dei presenti: il ruolo del PSP prima della rivoluzione.

(…) Parlavamo dell’importanza del fattore etico. Bisognerebbe indagare sulle ragioni della confusione. Penso che ci siano stati avvenimenti storici che influirono sull’idea che per un comunista il fine giustificava i mezzi, avvenimenti internazionali difficili da capire – lo ho ricordato in più di un’occasione – indipendentemente dall’antecedente del progetto di Francia e Gran Bretagna, le due grandi potenze coloniali, le maggiori del mondo, di scagliare Hitler contro l’URSS. Penso che i piani imperialisti di spingere Hitler contro l’URSS non avrebbero mai potuto giustificare il patto di Hitler con Stalin, che fu molto duro. I partiti comunisti, che si caratterizzavano per la loro disciplina, si videro tutti obbligati a difendere il Patto Molotov-Ribbentrop e a dissanguarsi politicamente.

Ma già prima di questo patto, la necessità di unirsi nella lotta antifascista condusse all’alleanza dei comunisti cubani con Batista, e già Batista aveva represso il famoso sciopero di aprile del 1934, che venne dopo il golpe di Batista contro il governo provvisorio del 1933, dall’indiscutibile carattere rivoluzionario ed anzi frutto, in gran parte, della lotta eroica del movimento operaio e dei comunisti cubani. Prima di quella alleanza antifascista, Batista aveva assassinato non si sa quanta gente, aveva rubato non si sa quanto danaro, era una pedina dell’imperialismo yankee, ma da Mosca venne l’ordine: organizzare i fronti antifascisti. Cioè accordarsi col demonio. Qui si accordarono con l’ABC fascista e con Batista, un fascista di altro genere, un criminale e un saccheggiatore del tesoro pubblico.

Sono avvenimenti molto difficili, ma venivano gli uni dopo gli altri, e i comunisti più disciplinati del mondo, lo dico con sincero rispetto, erano i partiti comunisti dell’America Latina, e tra essi quello di Cuba, del quale ebbi sempre un altissimo concetto, che conservo ancora. Oggi possiamo parlare di questo perché già stiamo andando verso nuove tappe.

I militanti del Partito Comunista di Cuba erano i cittadini più disciplinati, più stimati e più sacrificati di questo paese, versavano i contributi al partito, i deputati versavano una parte dei loro assegni. Erano le persone più stimate di questo paese, indipendentemente della linea sbagliata imposta da Stalin al movimento internazionale. Come incolparli? Immaginiamoli di fronte al dilemma di accettare o no qualcosa che in sé era assolutamente corretto: l’unione di tutti i comunisti. “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, oppure rompere apertamente la disciplina in quelle circostanze.

Io non sono di quelli che si mettono a criticare i personaggi storici demonizzati dalla reazione mondiale per far piacere ai borghesi e agli imperialisti; ma neppure commetterò la sciocchezza di non osare dire qualcosa che ho il dovere di dire in un giorno come questo. Noialtri dobbiamo avere il coraggio di riconoscere i nostri errori esattamente per questo: solo così si raggiunge l’obiettivo che si vuole raggiungere. Perché sì, effettivamente si creò un tremendo vizio di abuso di potere, di crudeltà, e in particolare l’abitudine di imporre l’autorità di un paese, di un partito egemonico, agli altri paesi e partiti. Noi abbiamo mantenuto per oltre 40 anni relazioni, anche molto strette, con il movimento rivoluzionario in America Latina. Ebbene non ci è mai capitato di dire a qualcuno cosa doveva fare. Abbiamo d’altra parte scoperto la gelosia con cui ogni movimento rivoluzionario difende i suoi diritti e le sue prerogative. (…)

Dopo una lunga digressione storica sul nazismo e altre vicende storiche, con qualche salto logico, Castro ritorna al tema che ha affrontato nella parte riportata fin qui. Un argomento che è stato tabù per decenni nel dibattito e nell’insegnamento cubano (anche se in particolare sul Patto Ribbentrop-Molotov Castro era ritornato più volte discutendo con ospiti e intervistatori stranieri, ad esempio Tomás Borge). Ma le giovani generazioni non ne sapevano nulla. Nelle scuole cubane per decenni si è presentata una versione mitologica della nascita del partito comunista attuale, tacendo sulle sue tre componenti e soprattutto sul ruolo ambiguo se non ostile che il PSP aveva avuto verso la guerriglia fino all’agosto 1958, cioè pochi mesi prima della vittoria. Nessuno poteva parlarne. Tranne Fidel. Ma anche lui, solo 50 anni dopo…

(…) Nel nostro paese, dopo tanti rivoluzionari caduti, ed essendo i comunisti i più coscienti, i migliori militanti, la gente più stimata, tuttavia il partito marxista-leninista fu condotto, indubbiamente, a quella alleanza con Batista, che aveva tanto represso gli studenti e il popolo in generale. I giovani erano molto refrattari al suo potere; gli operai, che vedevano i loro interessi difesi continuamente dai dirigenti comunisti, erano leali al partito; ma tra la gioventù e in ampi settori popolari c’era un grande e giustificato rigetto di Batista.

Penso che l’esperienza del primo Stato socialista, Stato che avrebbe dovuto correggersi e non distruggersi, è stata molto amara. Non crediate che non abbiamo pensato molte volte a questo fenomeno incredibile: una delle più forti potenze del mondo, che era riuscita a equiparare la propria forza a quella dell’altra superpotenza, un paese che ha pagato con la vita di oltre 20 milioni di cittadini la lotta contro il fascismo, un paese che schiacciò il fascismo, è crollato come è crollato.

Le rivoluzioni sono chiamate a crollare, o gli uomini possono far sì che le rivoluzioni crollino? Possono o no gli uomini, può o no la società impedire che le rivoluzioni crollino? Ma potrei aggiungere una domanda a bruciapelo: credete che questo nostro processo rivoluzionario, socialista, può crollare o no? (Grida di “No!”). Lo avete pensato qualche volta? Lo avete pensato con profondità?

Ma conoscevate tutte queste disuguaglianze di cui sto parlando? Conoscevate certe abitudini generalizzate? Sapevate che alcuni guadagnavano in un mese quaranta o cinquanta volte quello che guadagna uno di quei medici che stanno laggiù nelle montagne del Guatemala, membri del contingente “Henry Reeve”? Può stare in altri luoghi distanti dell’Africa, o a migliaia di metri d’altezza sulle catene dell’Himalaya (si allude ai medici inviati nel Kashmir dopo il terremoto. NdR) salvando vite umane, ma guadagna il 5% o il 10% di quel che guadagna un ladruncolo di questi che vendono la benzina ai nuovi ricchi, che svia i rifornimenti nei porti con i camion e a tonnellate, che ruba nei negozi in valuta, che ruba in un hotel a cinque stelle, magari cambiando una bottiglia di buon ron con una che si è procurato e che mette al posto dell’altra, e incassa tutte le valute che ricava dalla vendita di tutti i bicchieri di ron, più o meno buono, che possono uscire da una bottiglia.

Quante forme di furto ci sono in questo paese? Perché nei sondaggi sullo stato dell’opinione pubblica leggo ogni giorno che molti chiedono quando andranno i ragazzi nei negozi in valuta, quando nelle farmacie, quando andranno qui o là? Sono ormai circondati da ammirazione e simpatia questi giovani lavoratori sociali, di origine molto umile e molto ben preparati. (…)

Questo lungo stralcio dal discorso del 17 novembre 2005 permette di cogliere alcune caratteristiche della logica di Fidel in questa fase. Alcuni aspetti non sono facili da decifrare (ad esempio la ragione dell’attacco a freddo al vecchio PSP, di cui sopravvivono ormai ben pochi esponenti con qualche incarico di rilievo), ma indubbiamente il richiamo ai comportamenti del partito comunista sovietico non serve solo a esaltare quello cubano che non avrebbe mai dettato legge in America Latina, ma a evocare la possibilità di un crollo se non si ferma la corruzione (che effettivamente corrodeva il “socialismo reale” ed era uno dei suoi prodotti di esportazione…). E la frase conclusiva di questa parte indica quale dovrebbe essere l’arma segreta in questa battaglia: i giovanissimi “lavoratori sociali” addestrati in brevi corsi in apposite scuole, per proiettarsi dapprima contro gli sprechi di energia elettrica nella abitazioni, poi nell’identificazione e repressione dei furti. Un compito enorme perché la corruzione è ben radicata e protetta da decenni. Lo avevo scritto più volte oltre dieci anni fa, ma soprattutto lo aveva denunciato altrettanto duramente lo stesso Fidel nel discorso di commemorazione della morte del Che, nel 1987. Sono passati diciotto anni, e siamo allo stesso punto, o peggio. Come spiegarlo? E come rassicurare i cubani che questa nuova “rettifica di errori” non si trasformi di nuovo in una “ratifica di orrori”, secondo l’arguta definizione diffusa dopo il fallimento di quella ennesima offensiva antiburocratica dall’alto?

1In un recente libro Aldo Garzia lo ha presentato piuttosto benevolmente come moderatamente riformista (perché portavoce dell’esercito, “il soggetto più favorevole al nuovo corso dell’economia cubana”), ma non è possibile dimenticare che appena dieci anni fa fu proprio lui a sferrare un attacco pesantissimo con argomenti tipicamente stalinisti contro le riviste della sinistra guevarista, accusate di essere “diversionistas y quintacolumnistas”, anzi il “secondo binario dell’intervento degli Stati Uniti”. Aldo Garzia, Cuba, dove vai? I libri di Aprile, Alegre, Roma, 2005.

2Cit. in Janette Habel, Cuba tra continuità e rottura, ErreEmme, Roma, 1996, p. 151. Quel ridimensionamento temporaneo del ruolo di Castro fa immaginare che alcune delle assurde esaltazioni di Breznev di quegli anni non fossero farina del suo sacco.

3Per avere un’idea delle dimensioni, basta dire che la trascrizione “rivista e messa a punto dallo stesso autore, con assoluto rispetto dell’integrità delle idee espresse” occupa ben 196.648 battute, in pratica cento cartelle. Un libro!

 

4Discurso pronunciado por Fidel Castro Ruz, Presidente de la República de Cuba, en el acto por el aniversario 60 de su ingreso a la universidad, efectuado en el Aula Magna de la Universidad de La Habana, el 17 de noviembre de 2005.(Versiones Taquigráficas-Consejo de Estado).

 

5Il giudizio sul film di Oliver Stone non può basarsi solo sulla versione di Comandante uscita nelle sale, e che è apparsa piuttosto di maniera (ricordava le prime “interviste in ginocchio” di Gianni Minà. Stone, criticato per la prima versione, ha curato un secondo film ricavato dal notevole materiale registrato, pubblicato in DVD da Feltrinelli col titolo Looking for Fidel, in un cofanetto della collana Real Cinema che contiene anche l’altro film e un volumetto con scritti di Carlo Feltrinelli, Aldo Garzia, Nadine Gordimer (Fidel revisited), Milano, 2005. Questa seconda versione è molto più interessante e inquietante.

6 Citato da Aldo Garzia, op. cit, p. 162.

7 Non c’erano solo accattoni che chiedevano pateticamente qualche dollaro per comprare le medicine, ecc, ma anche alcuni che usavano metodi diversi, un tempo sconosciuti nell’isola. Nella sola delegazione italiana di Italia Cuba molti erano stati scippati appena arrivati (un gruppo, che conoscevo personalmente, davanti all’Hotel Sevilla) ma avevano digerito perfettamente l’episodio e applaudivano senza riflettere un’affermazione così poco corrispondente alla realtà dell’Avana in quegli anni di crisi.