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CUBA DA DENTRO Postfazione

Cuba, protagonisti e periodizzazione · pubblicato il 28 giugno 2009 · 17 min di lettura


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Cuba da dentro    Postfazione

 

Difficile definire questo libro. Posso dire solo che è nato dalla voglia di raccontare, in forma diversa da quella utilizzata abitualmente, un’esperienza accumulata in lunghi soggiorni a Cuba, prima per “turismo culturale”, alla ricerca di testimonianze e scritti del Che perduto e nascosto, poi per anni all’interno di delegazioni di un progetto di solidarietà modesto ma concreto e ben mirato.

Da anni, quando i libri che avevo pubblicato erano già forse più di una dozzina, sognavo di scriverne uno che non fosse come gli altri di saggistica, di storia, di politica. Un romanzo, insomma. Negli anni di militanza intensa (ero responsabile del “lavoro operaio” di una organizzazione piccola ma ben radicata in molte fabbriche italiane, dalla Mirafiori all’Alfa Romeo, dal Pignone all’Italsider), avevo incrociato molte esistenze, avevo ascoltato racconti, avevo intuito drammi e passioni, senza che i miei interlocutori sospettassero che mi interessavo a loro non solo per portarli a una manifestazione o a un volantinaggio, o per orientarli nelle loro lotte in fabbrica.

Sognavo di poter avere un anno intero di vero riposo sabbatico (non dall’insegnamento universitario, che non mi ha mai pesato troppo, ma dagli impegni politici) per riversare finalmente sulla carta l’immenso materiale umano che avevo accumulato ascoltando e osservando.

Sognavo, appunto: quando dopo più di quindici anni senza riposo, riuscii a conquistare almeno qualche mese di tregua, lo impiegai per rileggere alcuni dei romanzi che mi avevano segnato negli anni della formazione: Proust, Svevo, Joyce. Quanto bastò per farmi desistere da un progetto così ambizioso. Rileggerli mi aveva dato la sensazione frustrante che non ci fosse più niente da aggiungere, dopo quel che era stato scritto nei primi decenni del XX secolo. Comunque non c’era nulla che io potessi degnamente aggiungere.

Ma intanto continuavo a guardare e, a volte, a raccontare.

 

La forma incompleta e quindi per me stesso ancora insoddisfacente di quel che qui è raccolto è dovuta a due circostanze fortuite: un caro amico, giornalista del Manifesto ma anche poeta e scrittore (è già quasi un identikit…) a cui avevo confidato il mio sogno irrealizzabile, mi disse una volta, mentre gli stavo raccontando a tavola una parte delle storie ora contenute in questo libretto, che dovevo assolutamente riversarle in un romanzo, e se il compito mi sembrava superiore alle mie forze, in una serie di racconti, che egli si impegnò a proporre a un editore amico. Esitai ancora, fino alle feste di fine d’anno del 2000, quando un periodo di necessaria lontananza da un amore appena nato (che si scontrava con tante difficoltà per molteplici ragioni), mi diede la prima spinta. Bastava un computer, la posta elettronica, il desiderio di comunicare a distanza. Mi sentii come la Sheherazade delle Mille e una notte. Le notti questa volta furono solo una dozzina: ogni giorno scrivevo uno dei racconti e lei la notte leggeva…

 

Era il dicembre 2000. Sono passati più di cinque anni, senza che avessi il coraggio di riprendere i testi in mano, di lavorarci, almeno di rileggerli. Mi ero fermato dopo che le due sole persone che li avevano letti avevano espresso pareri che in diverso modo mi avevano scoraggiato: quello della destinataria era troppo favorevole per poter essere accettato, dato che era influenzato da un amore ancora nella prima fase di accecamento totale, mentre troppo severo era quello della compagna con cui avevo vissuto tanti anni, che aveva trovato casualmente i racconti sul mio computer. Conoscevo troppo bene il suo spirito critico per liquidare la sua stroncatura attribuendola esclusivamente a comprensibili risentimenti per il mio abbandono.

Per questo “cestinai” questo mio primo tentativo letterario. Se fossimo stati in un’epoca precedente, i racconti non sarebbero mai più emersi da un cestino non metaforico o sarebbero finiti un camino. Invece un paio d’anni fa li ritrovai in un angolino nascosto del mio computer, e ne estrassi uno per Danilo Manera, che mi aveva chiesto “qualcosa di letterario” da inserire in un numero speciale di “Limes” su Cuba, di cui lui curava la parte letteraria.

 

Ora ho provato a rimetterci le mani: poco, ma spero che basti a superare i limiti di un testo che risentiva forse di essere stato scritto per una persona sola, a cui per giunta quelle vicende avevo in gran parte già raccontato a voce.

Ho sempre letto la realtà cubana con occhi innamorati, anche se ben aperti e critici (è difficile, ma non impossibile). Tuttavia sono stato attaccato dai “bigotti” come “anticubano”, anche se dicevo la metà di quel che avevo visto e avrei voluto dire, e lo dicevo sfumando i toni (troppo, secondo me, per altri evidentemente troppo poco). Lo scandalo dei benpensanti “amici di Cuba” d’altra parte solo in parte è dovuto ai loro pregiudizi ideologici. In realtà conosciamo due Cube ben diverse: loro quella degli alberghi di lusso, delle spiagge di Varadero, degli incontri confezionati dal partito o dalle “organizzazioni di massa” (quello che una bella canzone di Carlos Varela chiama il tropicollage...); io la vita in famiglia in un piccolo centro di provincia, in cui dopo qualche mese sai tutto (e di più…).

Ma anche all’Avana– dopo le primissime volte in cui ero stato, malvolentieri, in albergo – ho vissuto in genere in case modestissime di amici, in cui spesso mancava l’acqua e praticamente sempre il gas (tanto che spesso lasciavano aperto il rubinetto, sperando che prima o poi arrivasse: un’abitudine pericolosissima). Giravo a piedi, per chilometri, con gli occhi infiammati da una congiuntivite per la quale una dottoressa amica non riusciva a trovare un collirio.

Ricordo una notte in particolare: tornavo a piedi da una bella riunione al Centro Martin Luther King alla casa che mi ospitava, distante diversi chilometri, con gli occhi arrossati che piangevano sempre più ogni volta che il buio dell’apagón era rotto all’improvviso dai fari abbaglianti di un’auto. Mi domandavo cosa poteva capire di Cuba il prestigioso intellettuale italiano che al termine della riunione mi aveva offerto un passaggio in taxi fino al suo centralissimo hotel (il “Presidente”). Non avevo accettato solo perché mi allontanava dalla meta (si trattava di una persona incantevole e proba, anche se piuttosto ingenua), ma mi domandavo cosa avrebbe scritto nel libro che stava preparando, vivendo così lontano dai comuni cubani. E infatti nei suoi libri su Cuba ricostruisce solo la storia delle idee filosofiche e teologiche, senza accorgersi delle sofferenze della maggior parte dei cubani, dovute alla crescente disuguaglianza, e al diffondersi progressivo della doppia morale.

 

Avrei voluto riprendere e inserire questi bozzetti in un romanzo di maggior respiro, dicevo, per raccontare in questo modo quel che temevo di scrivere in modo troppo duro e sconvolgente (e quindi controproducente) in un saggio. Comunque le mie prudenze (di cui mi pento un poco perché, anche se non ho mai mentito, in fondo ho taciuto per anni qualche conclusione provvisoria a cui ero arrivato, esitando a dire seccamente qualcosa che andava detto, e detto prima) non sono servite a niente. Sono stato accusato ugualmente di essere un nemico di Cuba (in buona compagnia, peraltro, con Saramago, Galeano, ecc.).

D’altra parte le cose di cui sono costretto a occuparmi (la guerra, la barbarie razzista dilagante anche in Italia, l’involuzione ulteriore perfino di quei pezzi di sinistra che erano nati per resistere…) mi spingono a non illudermi di trovare il tempo e la tranquillità per trasformare questi bozzetti in un affresco adeguato alla grandezza del tema affrontato.

Comunque, intanto, alcune delle cose scomode, sia pure con un ritardo di cui mi sento colpevole, ho cominciato a scriverle anche nei libri di saggistica: nell’ultima, la terza, edizione della Breve storia di Cuba, o nel recentissimo Guevara sconosciuto.

Ho già collezionato una bella antologia di insulti, da parte di vecchi staliniani mal riciclati come “castristi”, ma anche di personaggi opportunisti che per varie ragioni (italiane) hanno magari in tasca la tessera dei DS (cioè di un partito i cui dirigenti sono nemici dichiarati di Cuba e del Venezuela di Chavez) ma al tempo stesso si presentano come incondizionati difensori di tutte le scelte di Castro, comprese le più discutibili. Servitori di due regimi, si potrebbe dire parafrasando Goldoni.

Mi aspetto un’altra scarica di contumelie. Ma poco male. Gli attacchi forsennati rivoltimi da anni su Internet ma non solo (in occasione della presentazione del numero speciale di “Limes” su Cuba alla libreria Feltrinelli di Roma il 6 ottobre 2004, culminarono nel tentativo di impedirmi di parlare da parte di qualche decina di quei “nostalgici”), hanno avuto l’effetto imprevedibile di far esaurire fulmineamente la seconda edizione della mia storia di Cuba. Il che mi rallegrò non poco, non per i diritti d’autore, che ho costume di non chiedere da tempo (da molto prima di sapere che lo faceva anche Guevara), ma per la speranza che coloro che hanno comperato quel libro per capire come mai dopo decenni di impegno attivo nella difesa di Cuba e nello studio del Che, potessi essere diventato un “fiancheggiatore della CIA”, dopo aver acquistato il libro, lo abbiano anche letto davvero.

Perché non ho paura di attirarmi altri “fulmini”? Non solo perché ci “ho fatto il callo” (negli anni Settanta mi capitò perfino di essere aggredito fisicamente al grido di “dagli al fascista” da parte di giovani maoisti, poi finiti in gran parte nei DS, e qualcuno anche nel PRC, con incarichi importanti), ma perché negli anni ho verificato l’effetto nefasto non solo della menzogna ma della reticenza...

 

Mi viene in mente per prima cosa l’appoggio al Vietnam: io sapevo che il partito di Ho Chi Min e i suoi servizi di sicurezza (costruiti grazie al primo “aiuto fraterno” che l’URSS offriva a una rivoluzione, dalla Spagna al Vietnam a Cuba) avevano ucciso durante la resistenza i leader trotskisti indocinesi come Tha Thu Thau, che nel 1936 avevano avuto nel parlamentino coloniale di Saigon più deputati del partito filosovietico, a cui pure erano apparentati, cosa quasi incredibile per quei tempi bui. Lo sapevo e quindi non idealizzavo il processo in corso, ma lo difendevo semplicemente perché c’era una rivoluzione vera, indipendentemente dalle caratteristiche dei suoi dirigenti. Chi nascondeva ad altri o a sé stesso i problemi, è poi quasi inevitabilmente entrato in crisi poco dopo la vittoria, di fronte all’esodo del boat peuple (provocato non solo dalle distruzioni lasciate dagli invasori, ma anche dal modo orribilmente burocratico con cui il gruppo dirigente di Hanoi cancellò in un attimo tutta la ricchezza e la complessità politica e sociale del Sud, che tanto aveva fatto per la vittoria); di fronte soprattutto alle guerre fratricide tra Vietnam, Cambogia e Cina (incredibile, piangevano gli ingenui: mai ci sono state guerre tra paesi socialisti, dicevano, avendo evidentemente cancellato ogni memoria dei carri armati sovietici a Berlino Est, a Poznan, a Budapest, a Praga…).

Per questo sono sopravvissuto politicamente a quelle tragedie, senza rinunciare alla lotta, mentre chi era stato educato dagli abbellitori della realtà era entrato in crisi e spesso approdato alla convinzione che non valesse la pena di appoggiare qualsiasi rivoluzione.

Lo stesso è successo con la Cina, del cui gruppo dirigente conoscevo tutte le colpe (o quasi… in effetti erano tantissime) ma che mi parve giusto sostenere non solo di fronte a Ciang Kaishek e ai suoi protettori statunitensi, ma anche dell’URSS, all’inizio del conflitto cino-sovietico e nella prima fase della rivoluzione culturale. Senza per questo mai rinunciare a una valutazione critica delle sue molte ambiguità (ma il termine è troppo benevolo se si pensa all’appoggio a vari regimi reazionari in Asia, e alla benevolenza verso Pinochet…), e della sua teoria del “nemico principale” che portava a intese con gli Stati Uniti contro l’URSS … e Cuba.

Chi si è nascosto tutto questo, o è finito come i peggiori katanghesi della Statale nel PSI di Craxi e poi magari con Berlusconi, o è stato colto da incredibile smarrimento di fronte al massacro di piazza Tien Anmen, come una famosa studiosa, che fino all’ultimo definiva impossibile la repressione per il presunto carattere democratico dell’Esercito Popolare, e poi, dopo l’intervento militare, aveva teorizzato che era avvenuta un’improvvisa “fascistizzazione” del regime, giacché mai un regime socialista aveva potuto sparare sugli operai (dimenticando di nuovo Berlino est, Poznan, Budapest, Praga, ecc. per non parlare dei milioni di vittime in URSS e nella stessa Cina). Chi è stato educato da questi “maestri” ha avuto grandi difficoltà a non smarrire la bussola.

E lo stesso si può dire per la mitizzazione della causa palestinese, la cui involuzione ha lasciato spazio per la rinuncia al sostegno (sempre necessario, nonostante le colpe dei dirigenti), o a tristi approdi alla difesa del terrorismo più cieco.

E ci sono tanti altri esempi possibili, dai baschi agli irlandesi, alle guerriglie dell’America Latina. Penso a Roque Dalton assassinato dai suoi compagni, purtroppo non l’unico caso di assassinio politico all’interno delle organizzazioni rivoluzionarie centroamericane, fino al caso limite di Sendero luminoso, che ha concentrato i suoi sforzi non tanto nel combattere le forze repressive quanto nell’eliminazione di un gran numero di inermi compagni di altre tendenze della sinistra (purtroppo ho incontrato qui in Italia chi difendeva questo gruppo grottesco e aberrante, e anzi ne faceva motivo identitario).

È per questo che oggi ho paura delle illusioni riposte su Cuba, del giustificazionismo sulla pena di morte, sulle condanne a dure pene detentive per chi ha solo chiesto un sistema elettorale diverso da quello ricalcato su quello sovietico o bulgaro…

Cuba merita di essere sostenuta, ma non inventata, immaginandola diversa da quella che è. Invece c’è la tendenza a presentarla come “monolitica”, cioè tutta rivoluzionaria, trasformando quindi ogni dissenziente in un “mercenario” (e io stesso sono stato definito letteralmente “prezzolato” dai soliti personaggi). C’è la tendenza a presentare la sua economia in modo assolutamente irrealistico, nascondendo fenomeni macroscopici come la drastica riduzione della produzione di zucchero (scesa da otto milioni di tonnellate a un milione e mezzo) e gli acquisti massicci di alimentari negli Stati Uniti. Ogni evento banale diventa un’indicazione per tutto il mondo: ad esempio su un quotidiano della sinistra è stato esaltato un meraviglioso ed efficacissimo processo naturale di riciclaggio dei rifiuti, sorvolando sul fatto che di rifiuti, per la perdurante penuria, a Cuba ce ne sono ben pochi.

 

Perché mi preoccupano tanto questi atteggiamenti? Perché ho visto crollare, disfarsi, passare dall’altra parte della barricata gran parte della sinistra che si nutriva di favole: in Cina si era ormai superata la contraddizione tra città e campagna, e il libretto rosso di Mao garantiva il parto indolore. L’URSS creava meraviglie proteggendo la natura, e sappiamo cosa è venuto fuori con la glasnost: distruzione del Mar d’Aral, inquinamento mortale con effetti cancerogeni spaventosi a Leningrado, e tante Cernobyl nascoste prima dell’ultima…. In Albania avevano risolto il problema religioso, incarcerando o uccidendo fino all’ultimo prete o mullah…

Che succederà alla sinistra che si acceca da sola se anche a Cuba la crisi latente (che è l’unica spiegazione materialista del ricorso sistematico a una repressione di cui qualche anno fa non c’era bisogno) si manifesterà clamorosamente, dopo la morte di Fidel (o anche prima), e si aprirà un processo incontrollabile?

Per rifiutare ogni modifica del sistema elettorale i difensori incondizionati del regime sostengono che in caso di elezioni pluralistiche sarebbe scontata la vittoria dei mercenari al soldo di Bush, che avrebbero a disposizione i potenti mass media di Miami. Un’affermazione contraddetta dai ripetuti successi di Chavez contro avversari che avevano dalla loro la maggior parte dei media, e anche dal successo dei sandinisti nelle prime elezioni del 1984 (altrettanto pluraliste delle seconde, del 1990, perse per altre ragioni). Ma soprattutto affermazioni che sottintendono una profonda sfiducia nel popolo cubano e, di fatto, in qualsiasi popolo.

In realtà è assai poco probabile che a Cuba ci siano settori consistenti disposti ad affidarsi a Bush, e non solo per le sue caratteristiche personali respingenti, ma perché l’orgoglio e la dignità cubana escludono che l’isola torni a essere una “repubblica dipendente”. Non dimentichiamo che a Fidel i cubani hanno perdonato molti e gravi errori, proprio per il merito storico di aver difeso l’indipendenza di Cuba di fronte agli Stati Uniti, da sempre, e in diverse fasi (escluso il periodo 1971-1986) dalla stessa URSS.

Ma se il pericolo Bush non è così concreto e imminente, non mancano altri rischi più insidiosi. A partire dalla visita del papa nel 1998 (un successo per entrambe le parti) la Chiesa cattolica si è consolidata economicamente e politicamente, e ha cominciato ad attaccare più apertamente il regime, ad esempio con una violenta e imprevedibile polemica del card. Jaime Lucas Ortega y Alamino contro il nuovo ambasciatore cubano presso la Santa Sede Raúl Roa Kourì, figlio di quel Raúl Roa García che fu a lungo ministro degli Esteri.

Un indizio interessante è che tra gli arrestati del 2003, la cui colpa principale era stata la raccolta di firme sul “Progetto Varela”, mancava proprio Oswaldo Payá, uno dei principali promotori dell’iniziativa, ma molto legato al Vaticano e alla gerarchia cattolica locale. Payá non è stato arrestato ma si è cercato di umiliarlo con le manifestazioni organizzate di presunto “ripudio” da parte di zelanti cittadini, che lo insultavano e imbrattavano la sua casa.

Tutti a Cuba sanno che queste manifestazioni sono tutt’altro che spontanee, e non hanno nessuna utilità pratica. Sono anzi controproducenti, e d’altra parte sono una delle tante stupide eredità delle tecniche suggerite fin dall’inizio alla Seguridad dai consiglieri sovietici, tedesco orientali, ecc.

E sono un segno di debolezza, non di forza. La Chiesa oggi si rafforza, anche perché può essere molestata ma non toccata (come era successo alla chiesa polacca). E Castro chiede anzi aiuto al cardinal Martino, proponendo una visita di Benedetto XVI nell’isola…

Naturalmente se nella Cuba dopo Castro arriverà non Bush ma Benedetto XVI a raccogliere i frutti di una crisi strisciante non affrontata adeguatamente, per l’incapacità di discuterla apertamente in una società tanto matura e complessa, non si può stare più tranquilli… Per questo considero urgente discutere di Cuba senza manicheismi, e senza denigrarla, ma neppure abbellirla o immaginarla diversa da com’è diventata. E questo libro è un piccolo contributo a questo dibattito.

Postilla Nella primissima stesura dei racconti avevo oscillato tra la prima persona e la finzione letteraria della storia di Emilio. Pensavo importante che questi bozzetti di vita cubana fossero nettamente staccati dai libri “seri” che scrivevo, dato che potevo mescolare realtà e fantasia, e cercare di far sorridere. Non ero d’altra parte convinto che valesse la pena di pubblicarli, e quindi mi sembrava marginale il problema della mia facilissima identificazione, anche se avessi scelto uno pseudonimo per firmare il libro.

Riprendendoli per correggere qualcosa, rimpastare alcuni racconti inizialmente separati, ma in realtà intrecciatissimi, e per aggiungerne un paio dei tanti che erano rimasti per anni appena abbozzati, sono stato colto di nuovo dallo stesso dubbio. E ho deciso alla fine di non cambiar nulla: non si trattava solo di passare dalla terza alla prima persona, Emilio non ero solo io, aveva una sua relativa autonomia, anche dovuta alla rielaborazione fantastica di dati reali, e avrei dovuto fare ben più radicali modifiche al testo. Ache sulla vita di "Platero"...

 

Un’ultima precisazione. Ho continuato a studiare Cuba fino a oggi, leggendo documenti e testi letterari, ma ho smesso di andarci dal 2001. C’ero stato dalla metà degli anni Ottanta anche due o tre volte in un anno, poi avevo diradato. Non ero più andato a “Platero” pur seguendo la sua vita da lontano, incontrandomi prima e dopo i viaggi di solidarietà con chi continuava ad andarci. La ragione era semplice, era finita l’impostazione originaria del progetto, con gli italiani ospitati nelle famiglie, e anche se ero quasi certo che per me avrebbero fatto un’eccezione e mi avrebbero consentito di stare in una della case in cui avevo vissuto (come hanno fatto in occasione di qualche viaggio di “Mario” o di altri dirigenti del circolo ARCI che andavano a preparare l’arrivo delle delegazioni e soprattutto delle donazioni), c’erano troppe cose che non andavano.

Non avrei trovato lo stesso clima dei primi anni Novanta, anzi mi arrivavano ogni tanto lamentele sugli effetti distruttivi della burocrazia su un’iniziativa che aveva avuto per anni effetti molto positivi sulla cittadina. Negli ultimi anni ero andato soltanto, e per periodi abbastanza brevi, all’Avana e a Matanzas per tenere conferenze o seminari. Nel 2001 in tutte e due le città, nel corso dei dibattiti, due persone, senza sapere l’una dell’altra, mi posero la stessa domanda: che cosa pensavo dei dissidenti arrestati (allora erano ancora solo quattro). Risposi con franchezza che essendo un comunista rivoluzionario, non potevo essere d’accordo con Vladimir Roca, che da ufficiale pilota formato in URSS, figlio di uno dei massimi dirigenti del partito comunista e lui stesso membro del CC, era diventato socialdemocratico. Non condividevo la sua scelta, ma ritenevo inaccettabile che per questo fosse stato condannato a quattro anni di carcere. In tutti e due i casi oltre un terzo della sala applaudì, un altro terzo guardava indeciso ed esitante chi aveva avuto il coraggio di farlo, e i restanti prendevano mentalmente nota di chi aveva applaudito...

Nessuno mi fece nulla, naturalmente (nonostante alcune apparenze, Cuba non è la Bulgaria), anzi ricevetti inviti nelle due città per l’anno successivo. Ma nel 2002 preferii invece andare a Porto Alegre e poi in Argentina. Anche perché, se era impensabile che la Seguridad (su cui in circostanze che non posso per ovvie ragioni dettagliare ebbi in quella mia ultima visita molte preziose informazioni supplementari “dall’interno”), limitasse la mia libertà, certo un rapporto troppo stretto con me poteva nuocere a un cubano, nel clima che ha poi portato successivamente ai 78 arresti di “dissidenti”. Un sintomo inquietante: già nel 2001, era stato inserito un blocco che impediva il collegamento di posta elettronica con quasi tutti gli amici e compagni con cui fino a quell’anno ci eravamo scambiati messaggi e materiali. Insomma, anche se con tanta nostalgia dei bellissimi rapporti politici e umani (che "Emilio" non ha raccontato che in minima parte, per la scelta di concentrarsi sul colore locale), Cuba la seguo ormai da lontano.

(Scritto tra il 2002 e il 2006)

Antonio Moscato