I grandi nodi del Novecento › Cuba, protagonisti e periodizzazione
Alonso Una voce da Cuba
Un'intervista a un intellettale militante cubano, che ha avuto un ruolo importante nel primo decennio rivoluzionario, e ha mantenuto sempre un vivace atteggiamento critico, senza mai essere un "dissidente".
Versione di lettura convertita dal file originale.
CUBA – L’ IMPREVEDIBILE FINE DEL LABIRINTO CUBANO
Intervista ad Aurelio Alonso, di Waldo Fernández Cuenca
Aurelio Alonso, filosofo e sociologo, è stato fra i protagonisti di quella ricca e vivace esperienza di elaborazione teorico-politica degli anni ’70 che si è realizzata intorno alla bella rivista Pensamiento critico, fino alla sua chiusura. Allontanato, come altri redattori, dall’insegnamento nel 1971, fu tuttavia successivamente nominato dallo stesso governo cubano vice ambasciatore ed inviato a Parigi.
Nel decennio 1980-’90 ha fatto parte del Centro di Studi sull’America, altra esperienza che ha raccolto quanto di meglio esprimeva il pensiero rivoluzionario dell’Isola e che ha meritato, ancora una volta, la zelante attenzione dell’apparato burocratico. È ora vicedirettore della rivista Casa de Las Américas. Ha pubblicato, nel 1994, insieme a Julio Carranza, La economía cubana: ajustes con socialismo [L’economia cubana: aggiustamenti e socialismo] e, nel 1998, Iglesia y política en Cuba revolucionaria [Chiesa e politica nella Cuba rivoluzionaria].
Aurelio Alonso ha costantemente mantenuto una posizione che, pur critica, non è mai stata di opposizione. Senza appartenere quindi ad alcuna particolare “fazione”, come del resto tante altre interessanti intelligenze cubane, sta attualmente partecipando alla ripresa della riflessione e del dibattito critico che, senza mai essersi realmente esauriti nel paese, le incertezze e le difficoltà interne, da un lato e, dall’altro, il mutato contesto latino-americano, hanno da qualche tempo riportato in primo piano. Un esempio per tutti: lo scorso anno il tentativo, più o meno voluto, di rinverdire televisivamente il ricordo di alcuni tetri personaggi del “realismo” di stampo sovietico che avevano in passato dominato la scena letteraria e artistica cubana, ha suscitato l’immediata reazione, a Cuba e fuori, di decine e decine di antiche “vittime”, e non solo, che hanno imbastito via e-mail, in pochi giorni, una larga e argomentata protesta, promuovendo tra l’altro una serie di conferenze e di vere e proprie lezioni sul tema, con larga partecipazione anche giovanile.
Waldo Fernández Cuenca studia giornalismo a Cuba e ha pubblicato inizialmente questa intervista nella rivista cubana Espacio Laical, n. 3, 2008 (http://espaciolaical.net/contens/15/6265.pdf.
Questa intervista è stata pubblicata sul n. 32 della rivista ERRE.
Waldo Fernández Cuenca – Cosa ha pensato quando ha saputo del crollo del campo socialista e dell’Urss?
Aurelio Alonso – Per me, come per tanti altri, è stata una cosa del tutto inaspettata, una sorpresa. Se, però, c’è un posto al mondo dove quel crollo è stato compreso razionalmente è Cuba. Sapevamo cosa accadesse in alcuni paesi del blocco, ad esempio in Polonia o in Ungheria, nei quali si era sviluppata un’opzione molto accentuata verso un’economia di mercato.
Negli anni ’60, il progetto cubano ha cercato di svilupparsi con una certa autonomia, senza ottenere il successo sperato. Siamo stati perciò costretti ad aderire al Comecon e ad allinearci al sistema sovietico. Già Guevara, tuttavia, aveva più o meno pronosticato il crollo del sistema socialista, una cosa considerata in genere poco probabile. Io ritengo che il sistema avrebbe anche potuto riformarsi dall’interno, senza crollare.
Per noi, il crollo è stato economicamente catastrofico e politicamente ha provocato la crisi di un paradigma. Avevamo assunto l’idea che quel modello sarebbe stato il nostro in materia di sviluppo e invece, di colpo, è crollato. Per questo tanti hanno pensato che anche qui il socialismo sarebbe crollato. Ma i dirigenti cubani hanno capito subito con chiarezza che l’unica scelta da fare era di contrastare a tutti i costi quell’ondata: una cosa, insieme, necessaria e possibile.
W. F. C. – Ha pensato per un attimo che anche qui il socialismo sarebbe crollato?
A. A. – Sì. Ho sempre pensato che potesse cadere, e lo penso tuttora. Se qualcosa il campo socialista ha dimostrato è che l’irreversibilità del sistema non è una legge inviolabile. L’idea secondo cui avremmo raggiunto una società superiore e che il percorso fosse irreversibile era completamente sbagliata. Lo ha detto Fidel in un discorso del 2005 – che era insieme allarmista e sorprendente, perché Fidel non aveva mai ammesso la possibilità di un insuccesso – affermando che anche noi potevamo distruggere il nostro socialismo, soprattutto a causa della corruzione. Più che di corruzione, io parlerei da parte mia di burocrazia, di immobilismo e di andamento abitudinario del sistema. Credo cha la distruzione del sistema sia sempre possibile e che bisogna salvarlo tutti i giorni, rifarlo, perfezionarlo giorno per giorno. Non sempre lo facciamo, e questo può costituire la palla al piede di domani. Il grosso problema del socialismo cubano è che è stato intrappolato dall’esterno dal blocco, ma anche dall’interno da una grandissima incertezza.
W. F. C. –In un’intervista a la Jornada (Messico) ha parlato di “reinventare il socialismo”. Che significa questo a Cuba, secondo lei?
A. A. – La prima volta che ho usato questa espressione è stata in Cile nel 2003, quando ho detto che il futuro del pianeta doveva essere socialista, ma che bisognava reinventare il socialismo. Vale per Cuba, ma anche per tutti i progetti di socialismo che stanno nascendo in America Latina, nel quadro di società che tentano cambiamenti radicali e rivoluzionari: il Venezuela, la Bolivia e, ora, l’Equador. Questi paesi non possono copiare i passati modelli: né quello sovietico, né quello cinese attuale, particolarmente discusso per il livello di compromesso raggiunto con il mercato, e che determina molte incertezze per il futuro. Reinventare è diventata la parola chiave per le esperienze socialiste contemporanee. Anche il nostro socialismo va reinventato, rivedendo criticamente l’esperienza del sistema nel XX secolo. In campo economico, ad esempio, dobbiamo dire che, da un’economia molto statalizzata dobbiamo andare verso un’economia più flessibile, in cui però lo Stato non deve perdere il proprio potere economico, e cioè il controllo integrale dell’apparato economico nazionale e il suo ruolo fondamentale nelle imprese in quanto investitore, o nei settori chiave, ma deve lasciare spazio ad altre forme di proprietà, ad esempio a quella cooperativa o all’economia familiare. Né vanno escluse altre possibilità, che non abbiamo neppure ipotizzato. Gli schemi sono spesso di ostacolo all’immaginazione. Nessuna delle forme non collettivizzate, o meno collettivizzate, deve imporre una regola di mercato alle forme di proprietà più collettivizzate. Dobbiamo trovare una configurazione efficiente, che non segua i criteri quantitativi dell’economia di mercato, ma che consenta una nuova concezione dell’efficienza. Il criterio deve essere quello di consentire la sostenibilità del sistema nel suo complesso. Quale strada imboccare? Quanto tempo c resta? Come fare? Queste domande concrete richiedono risposte ancora più concrete, e queste hanno bisogno di disporre di tante variabili che sono al di fuori della mia portata. Ma non ho alcun dubbio che occorra rompere con l’idea che statale e collettivo – o socialista – siano due termini equivalenti.
W. F. C. – Non vi è implicita anche un’idea di fallimento?
A. A. – Sicuramente sì. Occorrono due cose: prendere atto del fallimento del precedente modello, ma coglierne anche gli apporti reali. La prima cosa è riconoscere che l’Unione Sovietica è passata da un impero feudale, pur se capitalista (basato sui contadini), alla posizione di seconda potenza mondiale in meno di mezzo secolo. Non tutto era fallimentare in quell’economia, e se ne possono ricavare alcune esperienze importanti. Ma occorre farlo tenendo conto che è il sistema nel suo insieme che non è riuscito a sopravvivere, né sul piano economico, né su quello politico. Su quest’ultimo, perché il socialismo è l’unico sistema mondiale la cui sopravvivenza dipende dalla democrazia, che però non è stato in grado di costruire. Il capitalismo può vivere senza democrazia. Non dimentichiamo che è sotto Pinochet, in Cile, che si impiantato il modello neoliberista. Il capitalismo usa i meccanismi politici istituzionali che gli servono, che sono vantaggiosi per lui, senza il minimo scrupolo, e può anche applicare modelli autoritari, a volte di stampo fascista, con la copertura di un sistema istituzionale formalmente democratico, sorreggendosi con sistemi elettorali e di alternanza di governo. Il capitalismo non ha alcun interesse a creare una reale democrazia, Il socialismo, viceversa, ne ha tutto l’interesse. È quello che è mancato a Mosca, dove, se vi fosse stato un vero potere popolare, il governo sovietico avrebbe potuto introdurre riforme più radicali per conservare il sistema socialista. Non intendo radicali fino al punto di rinunciare al sistema. Questo è fallito perché non esisteva un potere popolare, perché il popolo non aveva alcun potere sulle decisioni, dal livello comunale fino alle più alte sfere dello Stato.
W. F. C. – Quali sono i problemi del progetto democratico cubano?
A. A. – Credo si debba cominciare con l’ammettere che abbiamo costruito un sistema troppo statalizzato, molto burocratizzato, con un livello molto limitato di partecipazione popolare nei meccanismi decisionali. Esiste, ad esempio, un sistema di potere popolare in cui l’assemblea nazionale è molto democratica dal punto di vista elettorale, ma in cui gli eletti hanno un potere molto limitato quando si tratta di prendere una qualsiasi decisione. Si riunisce due volte all’anno e vota cose che sono gia state stabilite. L’unanimità dei voti dà la misura dell’inconsistenza del suo ruolo.
W. F. C. – Allora bisognerebbe rifondare l’attuale democrazia cubana?
A. A. – Rifondare non è la parola giusta, perché significa fondare di nuovo, trovare un’architettura completamente diversa, liquidando tutto quello che è esistito prima. Credo che occorra trasformare criticamente. I protagonisti politici devono avere uno sguardo critico ed autocritico. Il ruolo del partito va cambiato: il partito non può dirigere lo Stato, è il popolo che lo deve dirigere. Martí usava parole che mi hanno sempre impressionato. Parlava di un partito per formare la repubblica, non per dirigerla. Per lui, il partito aveva un ruolo più etico, un ruolo di avanguardia. Questo ci porta all’analisi delle differenze tra partito-avanguardia e partito-potere. Se ci proiettiamo in una struttura di potere scavalchiamo il ruolo dell’avanguardia. E se il nostro obiettivo è garantire la riproduzione il perfezionamento dell’avanguardia all’intero del progetto, la nostra aspirazione non può tradursi nell’esercizio del potere, sia pure amministrando con efficienza. Perché, allora, si sottrae al popolo la responsabilità delle scelte. Esercitare il potere crea interessi di corpo. Allora si aspira a stare nel Partito per esercitare il potere. Tutto finisce in una dinamica di interessi e di compromessi in vista del ruolo giocato dalle istituzioni.
W. F. C. – Senza sottovalutare l’intelligenza dell’avversario, lei crede nel superamento della mentalità da stato d’assedio?
A. A. – Per superare questo stato d’animo, lo stato d’assedio dovrebbe sparire realmente. Quella mentalità è frutto della realtà, e gli ultimi quindici anni lo dimostrano chiaramente. Gli Stati Uniti hanno cambiato la loro politica verso tutti i paesi dell’ex campo socialista, tranne Cuba. E cominciano ad attaccare i regimi latinoamericani che si riavvicinano a noi, o che adottano posizioni antimperialiste vicine a quelle di Cuba. La politica di accerchiamento esiste e il suo centro principale si sposta verso il Venezuela che, più di Cuba, è possibile oggetto di invasione in ragione degli interessi americani presenti in quel paese, essendo il Venezuela uno dei principali fornitori di petrolio degli Stati Uniti e un paese con le seconde maggiori riserve mondiali di petrolio.
W. F. C. – In vari suoi articoli sulla società cubana e l’impatto della crisi degli anni ’90 lei dice che Cuba subisce una crisi di inserimento, dato il mondo che ha di fronte. Il paese è riuscito a inserirsi nella dinamica globale contemporanea salvaguardando al contempo il proprio modello?
A. A. – Ho parlato della crisi di inserimento provocata dal crollo del “campo socialista” perché, fino al 1989, Cuba era inserita in un sistema internazionale. Per il nostro paese l’inserimento è sempre stato un problema. I primi anni di rivoluzione sono stati anni di rottura e di ricerca di un percorso autonomo nel quadro del mercato mondiale. Non ci siamo riusciti. Abbiamo conosciuto i primi sintomi della crisi d’inserimento finché Cuba non è entrata nel Comecon, conoscendo un’associazione internazionale articolata e stabile. Ma anche una nuova situazione di dipendenza. Il Comecon non ha dominato una quota sufficiente dell’economia mondiale. Si è, tra l’altro, sviluppato su un equivoco, perché non è riuscito ad essere un sistema alternativo, in termini di mercato, al sistema capitalistico dominante il mercato mondiale. A partire da questo, Cuba ha vissuto una crescita economica molto redditizia, benché siamo ridiventati un’economia basata sullo zucchero, dipendente da un mercato imposto e senza possibilità di uscirne. Attualmente, siamo riusciti ad avere un inserimento policentrico, sostanzialmente incentrato su tre assi a livello internazionale: il Venezuela, la Cina e alcuni paesi sviluppati.
W. F. C. – Come vede il socialismo del XXI secolo propostoci da Chavez?
A. A. – Si tratta di una formula teorica, che ho usato anche io, ma quel che è vero è che non sappiamo che cosa sarà o saranno i socialismi di questo secolo, perché sono passati solo pochi anni. Credo vi sia un rapporto di forze favorevole per riprendere la ricerca del socialismo in America Latina. Di qui proviene il termine “reinventare” e, siccome da reinventare c’è parecchio, non mi piacciono quelli che pretendono di possedere verità chiavi in mano. Non possiamo costruire modelli in astratto, anche se non vuol dire che non possiamo teorizzare, ma che dobbiamo farlo progressivamente. Le condizioni dei paesi che costruiranno questo socialismo, mentre escono dalle complicazioni ereditate dal sistema di dipendenza neoliberista, debbono farlo su una serie di costruzioni diverse da quelle della società cubana, che ha un’economia molto statalizzata. Gli obiettivi sono sicuramente gli stessi, ma i punti di partenza, i percorsi e le strategie sono diverse.
Non dobbiamo vedere neanche le privatizzazioni come un peccato mortale. Il Venezuela parte, di fatto, da una società iperprivatizzata e non credo che i processi di indispensabile nazionalizzazione si orienteranno verso una massiccia deprivatizzazione. Esistono, inoltre, condizioni diverse tra i paesi con grandi risorse materiali e naturali e gli altri. Non saranno le stesse le condizioni per il trionfo del socialismo neanche in un paese capitalista avanzato. Il dilemma non è se teorizzare o meno, ma se costruiremo o no modelli. Anche a partire da esperienze considerate positive.
W. F. C. – Fino a che punto il fatto di copiare il sistema sovietico e di adottare un eccessivo accentramento è stato nefasto per l’economia del nostro paese?
A. A. – È molto difficile dirlo. Occorrerebbe anche chiedersi fino a che punto la nostra economia avrebbe potuto esistere senza adottare il modello sovietico. Non si tratta unicamente di copiare un modello, ma di adeguarsi alle esigenze di un complesso di paesi per potersi inserire nel loro sistema. La posizione non è “se tu non ti adegui a un modello, non ti aiutiamo”, ma “se tu non ti adatti, non riuscirai ad inserirti”. Quel modello ci ha fatto del male, ma anche del bene, perché ci ha permesso di uscire dalla crisi dell’inizio degli anni ’70. A partire di là, abbiamo avuto una dinamica di sviluppo stabile. Uno dei maggiori problemi da risolvere si collocava in ambito finanziario. Occorreva trovare nel resto del mercato modalità di finanziamento inesistenti nel Comecon. Noi abbiamo allora beneficiato del flusso di eurodollari offerto dal mondo sviluppato e questo ha generato un processo di indebitamento che è andato oltre le capacità di pagamento del paese in moneta convertibile. Si dovrebbe, tra l’altro tenere conto che le nostre politiche di inserimento erano legate a strumenti giuridici e non a una dinamica di mercato. Si costruivano fabbriche che poi non funzionavano, o funzionavano poco, perché non avevamo fatto previsioni adeguate. Renditi conto che la crisi dell’economia cubana non comincia di fatto con il crollo del campo socialista, ma per la carenza di risorse finanziarie per saldare gli impegni del debito estero in moneta convertibile nei primi anni del decennio ’80. Nel 1985, Cuba ha dovuto dire ai debitori capitalisti che non poteva pagare e, per poter accedere a nuovi prestiti, i creditori hanno imposto al paese una forte riduzione della spesa pubblica e un programma di privatizzazioni che privilegiava l’efficienza economica rispetto alle spese sociali. Era una variante delle politiche di ristrutturazione del FMI e dalla BM, tipiche dei legami di dipendenza neoliberista. Cuba, però, non ha accettato è ha proclamato la moratoria del debito. I crediti capitalistici rappresentavano il 16% delle entrate in divise nel paese, ma un 16% che interessava il 35% dell’economia cubana. Gli accordi con i paesi del Comecon si basavano su quello che potevano darti, che non sempre coincideva con quello di cui avevamo bisogno. I crediti capitalistici, quindi, erano entrate in divise utili per procurarci quello che ci serviva. La moratoria del debito ha comportato il fatto che la dipendenza di Cuba dal Comecon sia passata da circa il 65% a quasi il 90%, nel 1989.
W. F. C. – Quali sono i cambiamenti strutturali più urgenti di cui ha bisogno l’economia cubana per far decollare le sue forze produttive?
W. F. C. – Considera la negazione del mercato come la negazione dello sviluppo?
A. A. – Senti, il mercato non è il capitale, anche se è il capitale ad aver creato il mercato. Le economie di mercato vanno avanti finché il capitale non crolla. Bisogna cercare di scollegare mercato e capitale e, al tempo stesso, ridurre il peso specifico del mercato come dispositivo di conduzione dell’economia. Io non credo nel “socialismo di mercato”. Non si può dirigere un’economia socialista attraverso il mercato. L’economia socialista va diretta complessivamente da un sistema di istituzioni sociali rappresentativo degli interessi della popolazione e che deve dominare il mercato. Occorre avvalersi del mercato per promuovere una logica di efficienza, senza però compromettere il progetto sociale. Un’efficienza che non sia dettata dalle leggi del mercato, ma che dipenda dagli interessi superiori della società, in cui il mercato garantisca anche, grazie ai suoi meccanismi, l’interesse globale del progetto. Il mercato di cui parlo non può quindi essere una concessione all’interesse privato ai danni dell’interesse sociale, ma deve sottomettersi a quest’ultimo.
W. F. C. – Da quando Raúl ha assunto la Presidenza del paese non si fa che parlare di cambiamenti. Come si potrebbero caratterizzare le differenti personalità di Raúl e di Fidel?
A. A. – Fidel è il più brillante uomo di Stato del XX secolo. È stato il capo di Stato che ha dimostrato la maggiore capacità di assicurare la sopravvivenza sociale in condizioni di grandissima avversità, mantenendo il consenso nell’appoggio al sistema. Le rivoluzioni generano grandi personalità. In Equador, due anni fa nessuno conosceva Rafael Correa ed ora egli ha assunto la statura di un uomo di Stato impressionante. Raúl non è Fidel. Ma credo che abbia la statura di uomo di Stato, come l’hanno avuta il Che, Dorticos, Carlos Rafael Rodriguez. È un’opinione molto personale, ma direi che Raúl supera Fidel per vari aspetti. Credo sia migliore come amministratore, e a Cuba sono in molti a pensarlo. Ha avuto un peso decisivo nelle riforme attuate negli anni ’90, che hanno consentito di arginare il crollo dell’economia cubana.
W. F. C. – Che ne è dell’uscita dal labirinto, a che punto siamo?
A. A. – Dove sia l’uscita dal labirinto non si sa. Sarà frutto del reinserimento, che deve molto alla politica di resistenza, ma anche a ciò che avviene in America Latina, con la crisi dell’imperialismo e i cambiamenti politici in atto. Ci troviamo in un’epoca di grandi incertezze, non possiamo descrivere i percorsi che prenderanno i progetti alternativi e come affronteranno l’imperialismo. Un imperialismo che ci piace definire agonizzante ma che, pur agonizzante, non se ne resterà a braccia conserte! Si svilupperanno aggressioni armate, crociate ed anche invasioni. Di conseguenza, l’alleato principale che avranno i popoli dell’America Latina sarà la resistenza dei popoli stessi. Quanto a Cuba, dobbiamo pensare che lo stato d’assedio possa durare per altri cento anni: un assedio che è una componente reale del nostro labirinto.
(16 novembre 2008)
Si veda anche sul sito il documento Soledad Cruz, con altre notizie sul dibattito cubano.
1Dychrostachys cinerea, un arbusto particolarmente invasivo e difficile da sradicare, introdotta dalla Antille sicuramente per caso nel XIX secolo e una vera e propria piaga per Cuba.