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Il punto su Cuba in un rapporto al PRC del 1995
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I problemi economici e sociali di Cuba
Due relazioni del 1995 (preparate per la segreteria nazionale del PRC)
Il primo testo - del gennaio 1995 - è stato inizialmente concepito come nota d'informazione riservata per la Commissione Internazionale del PRC. su richiesta del suo responsabile Luciano Pettinari. Il secondo testo è estratto da una nota informativa più ampia sulla situazione dell'economia cubana, che aggiornava all'8 agosto un analogo rapporto per la commissione esteri del PRC del gennaio 1995. Furono riprodotti e distribuiti a tutti i membri della segreteria nazionale, ma presumibilmente non discussi. Riteniamo utile riprodurli oggi, per documentare come alcuni problemi posti dall’apertura al dollaro e alle società a capitale straniero si presentassero già allora.
Note sulla situazione economica di Cuba (1)
di Antonio Moscato
[...]
La visione di Cuba diffusa in Italia tra molti dei nostri compagni, o tra i giovani dei "centri sociali", è in genere mitologica e acritica. Ancor peggio quella dei molti nostalgici di questo o quel paese del "socialismo reale" che si sono riciclati nella solidarietà con Cuba, in genere in polemica con l'Associazione di amicizia, e soprattutto confondendo i loro sogni con la realtà e scambiando quindi Cuba per un relitto del grande naufragio, a cui cercano di aggrapparsi fraintendendone i problemi, il dibattito, gli sforzi per trovare soluzioni originali,
I più inoffensivi sono quelli che ci vanno semplicemente in vacanza senza cogliere nulla dei problemi di quel paese, alla ricerca di quel "tropicollage" di cui parla una sferzante canzone di Carlos Varela (che ridicolizza chi passa dai grandi alberghi dell'Avana alla Bodeguita del Medio, dal Floridita al Tropicana per concludere il viaggio sulle spiagge di Varadero). Ma ci sono miti ben più pericolosi, dato che non corrispondono alla realtà di oggi, che invece i dirigenti cubani affrontano con notevole franchezza.
Avrai letto quel che ha detto Fidel nelle conclusioni dell'Incontro di Amicizia: non stiamo nella fase della costruzione del socialismo, stiamo semplicemente difendendo le conquiste degli anni precedenti. E lo fanno senza molte possibilità di scelta. L'apertura ai capitali stranieri, ad esempio, sta creando molti problemi. Ovviamente non penso sia criticabile da un punto di vista "ideologico" o "di principio" (tra l'altro lo stesso Lenin già nel 1919 difese il principio delle "concessioni" di miniere o foreste a capitalisti stranieri, usando l'argomento che sapeva bene che lo facevano per ragioni tutt'altro che filantropiche: quello che era importante era che assicurassero petrolio o minerali o legname allo stato sovietico, che non era in grado di procurarseli altrimenti), ma mi domando quali vantaggi ricava Cuba oggi.
Ho fatto un po' di conti, aiutato da diversi economisti, con qualche difficoltà perché dal 1990 non vengono più forniti dati dettagliati, ma da varie ammissioni risulta che il grosso dei capitali investiti sono nel settore turistico e a prezzi elevatissimi non solo sul piano politico e morale. Il fatto è che Cuba non può scegliere i suoi partners, dato che non c'è affatto una corsa al mercato cubano paragonabile a quella che c'è in Cina o in Vietnam, sicché prendono quel che trovano, e spesso sono personaggi come Benetton, che si è limitato ad aprire qualche negozio per i turisti stranieri, e che dopo essere stato ricevuto con tutti gli onori da Robaina e dallo stesso Fidel, ed aver utilizzato le sue foto con il "Leader maximo" per una pubblicità a buon mercato, ha sputato nel piatto offrendo a Castro un posto di direttore nella sua scuola di formazione, "se lasciava libero il popolo cubano"...
Noi potevamo immaginare qualcosa di simile, ma i cubani sono stati costretti ad accoglierlo con tutti gli onori perché non avevano di meglio. Tra l'altro ho scoperto che le dichiarazioni elogiative su Berlusconi attribuite a Fidel sul supplemento illustrato al «Corriere della Sera» del 13 luglio (smentite in Italia dall'ambasciata), a Cuba sono state riprodotte recentemente in un Dossier del CEA sui rapporti con l'Europa. In effetti, anche se forse non sono vere, sono apparse verosimili, giacché corrispondono a tante altre analoghe verso la destra spagnola (compreso il franchista Fraga Iribarne), o all'atteggiamento verso Salinas de Gortari prima e poi Zedillo in Messico, ecc.
Lo dico non per sollevare scandalo, ma per chiarire quanto è pericoloso immaginarsi una politica estera ed economica di Cuba diversa da quella che è costretta a fare oggi.
Ma i problemi derivanti dal fatto che gli investitori esteri sono pochi, squattrinati e rivolti quasi esclusivamente al turismo (anche se ci sono imprese straniere impegnate nelle ricerche petrolifere, i mezzi impiegati sono antidiluviani e i risultati quindi molto al di sotto delle attese) sono di altro genere. Si può pensare che la mia è una diffidenza ingiustificata, basata su informatori che sono critici malevoli. Eppure non è così. Ho riletto con grande attenzione il rapporto di Carlos Lage all'Encuentro mundial de solidaridad, e ho studiato a lungo altri suoi discorsi (è uno degli uomini più seri e concreti del nuovo gruppo dirigente), nonché la relazione sul Bilancio del 1995 del ministro delle Finanze José Luis Rodríguez, oltre ad altri scritti precisi e circostanziati.
Quando parlano dell'indubbio miglioramento della bilancia dei pagamenti e della riduzione del deficit statale nel corso del 1994, il turismo e il petrolio non vengono neppure nominati. Di essi, in genere, si danno cifre approssimative, riferite solo alle entrate lorde (ingresos brutos), che ovviamente non significano molto.
In un solo caso, un articolo di Alberto Salazar in «Bohemia» (n.22, 28 ottobre 1994), si accenna a un guadagno netto per il 1993 "vicino" al 30 %, (che corrisponderebbe a 216 milioni di dollari rispetto ai 720 milioni di entrate lorde di quell'anno). Anche in un discorso del 4 marzo 1994 di Osmany Cienfuegos (appena nominato ministro del turismo), in cui peraltro si prevedevano 1.000 milioni di dollari di entrate per il 1994, da cui si è rimasti abbastanza lontani nonostante gli aumenti molto forti dei prezzi, veniva fuori la cifra di 216 milioni di dollari di cui 47 destinati a finanziare progetti dello stesso settore.
Lo stesso Lage, in un discorso tenuto in un convegno ispano- cubano del dicembre 1993 pubblicato nel n.29/30 del gennaio- giugno 1994 della «Revista de estudios europeos» (che è uno dei testi che penso di tradurre), ha ammesso che se il turismo si è mantenuto ed accresciuto negli ultimi due anni ("sono cresciuti i turisti, le entrate per il turismo, gli investimenti nel settore con risorse nostre e capitali stranieri"), in realtà "abbiamo incoraggiato un processo di investimenti del capitale straniero che non ha marciato con la velocità che desideravamo e di cui avevamo bisogno" (Ivi, p.7).
Sugli investimenti mancati, c'è un'interessante spiegazione fornita dallo stesso Fidel nell'inaugurazione del gigantesco Hotel Cohiba all'Avana, nel discorso ai lavoratori d'assalto della Brigada Blas Roca che hanno lavorato giorno e notte ininterrottamente negli ultimi 41 giorni per consegnarla all'alba del 6 dicembre 1994:
"Questo hotel cominciò come impresa mista. Fin dai primi giorni in cui parlammo di imprese miste, alcuni soci stranieri offrirono capitali, tecnologie e progetti per fare l'hotel. Scegliemmo una buona localizzazione, ma non fu facile; non c'era molta esperienza in questo tipo di operazioni, nacquero alcune difficoltà: i nostri soci non avevano sufficienti capitali, i progetti erano in ritardo, e così sorsero problemi che rinviarono la costruzione.
Ma l'hotel era già stato iniziato, e così decidemmo di costruirlo per conto di Cuba. Anche se dovessimo scuoiarci per farlo, dicemmo, questo albergo non può rimanere così, bisogna farlo. Cerchiamo il denaro dove che sia, e costruiamo l'hotel. E' particolarmente piacevole pensare che questo albergo è al cento per cento cubano, e che è di proprietà al cento per cento di Cuba".
Il discorso (apparso integralmente su «Granma» dell'8/12/1994 e in forma ridotta su «Granma internacional» del 21/12/1994) venne interrotto a questo punto da applausi. Ma, in entrambe le edizioni, compariva una foto del gigantesco albergo di 462 stanze su cui troneggiava la scritta "Meliá-Cohiba", e Fidel ha dovuto proseguire il discorso spiegando il mistero in questi termini:
"Si, ci sarà un'impresa straniera nell'amministrazione dell'albergo, perché, come voi sapete bene, non abbiamo sufficiente esperienza in questo terreno, e risulta molto più conveniente, in questi casi, cercare qualche impresa con grande esperienza internazionale perché lo amministri ricevendo un tanto per cento delle entrate lorde dell'hotel."
Fidel si è dilungato poi nello spiegare ulteriormente i vantaggi presumibili che possono essere ricavati grazie all'esperienza dei soci stranieri ("loro si incaricano del mercato, di cercare i turisti, ed è un metodo che ci conviene: non è lo stesso se noi incominciamo a imparare qui, o se viene una impresa con molte conoscenze. Non è lo stesso se abbiamo l'hotel al 30% o lo abbiamo al 70, all'80, al 90% dell'utilizzazione").
I dubbi mi vengono da due cose: 1°) ho dovuto visitare a più riprese molti grandi alberghi di Varadero, in quanto ospite dell'Università di Matanzas che ci tiene a organizzare gite per le delegazioni straniere, a cui mi sono dovuto unire più volte per cortesia, e ho constatato in diversi periodi che le stanze occupate non raggiungevano neppure il 20% delle disponibilità (e la stessa cosa ho osservato per ragioni diverse in altre strutture alberghiere, da Santiago e Pilón in oriente, a Maria la Gorda nella estrema punta occidentale di Pinar del Rio); 2°) anche se Fidel mantiene in questo discorso il segreto meglio custodito di Cuba (quanto è il tanto per cento delle entrate?) conferma che viene calcolato sulle entrate lorde. Che è quanto mi è stato detto in situazioni diverse da operatori italiani, che sguazzano a Cuba perchè la loro percentuale (in un caso mi risulta il 50%) viene calcolata sulle entrate, mentre le spese sono integralmente a carico di Cuba.
E come si calcolano gli investimenti di base? Lo stesso Fidel ha parlato di gigantesche opere infrastrutturali per evitare allagamenti alla zona prescelta per la costruzione del Cohiba, che fu invasa dal mare nella primavera del 1993, mentre in altri casi ha vantato altre costruzioni finalizzate allo sviluppo turistico ma sicuramente non pagate dai partners stranieri. Nello stesso periodo dell'inaugurazione del Cohiba è stato completato ad esempio il gigantesco "pedraplén" (un terrapieno costruito in pietra) lungo 45 km. e che congiunge Caibarién all'isoletta turistica di Cayo Santa Maria. Per farlo sono stati necessari migliaia di camion che al ritmo di uno al minuto per due anni hanno scaricato pietre in mare, mentre rimangono da fare ancora le non insignificanti opere di pavimentazione, ponti nei tratti in cui si consente la circolazione delle correnti marine, ecc.
Chi paga? Di sicuro non gli stranieri, che al momento buono piangono miseria asserendo di non aver capitali, e che comunque in nessuna parte del mondo potrebbero fare opere così costose ed inutili (una volta portati fin lì i turisti, che impedirebbe di fare un bel viaggio in traghetto o in aliscafo?), e per giunta di dubbia legittimità ecologica, dato che alterano ovviamente la circolazione normale delle correnti. In un caso assai più ridotto, il "pedraplén" che doveva aggirare il centro di Matanzas tutt'altro che sovraccarico di traffico, i lavori sono stati interrotti dopo un chilometro perchè il braccio di mare tagliato dall'opera si stava imputridendo ed ha dovuto essere riempito a sua volta.
Quanto all'altra opera dello stesso genere e più o meno della stessa lunghezza, quello che congiunge la terraferma a Cayo Coco, dove è stato costruito un grande complesso turistico di lusso a 5 stelle affidato al gruppo catalano Guitart (lo stesso che in Spagna era considerato in difficoltà, ma che ha potuto acquistere l'hotel Habana Libre), ora si sta programmando un aereoporto, perché i turisti recalcitravano a fare un lungo viaggio in pullman dall'aeroporto di Varadero, e preferivano i bellissimi (e vuoti) alberghi di quella località, che offre possibilità più o meno dello stesso genere. La notizia mi viene da un operatore italiano che ha rinunciato ad aprire una base per sub a Cayo Coco dopo aver verificato questi inconvenienti.
In che voce del bilancio vengono inserite queste spese faraoniche? E' uno dei misteri di Cuba.
Qualche ammissione tuttavia si può leggere tra le righe in un saggio di Antonio Romero Gómez, Direttore del "Centro de Investigaciones de la Economía Internacional". Parlando in genere del turismo, di cui dice che "a partire da 1991 si è trasformato in una specie di bombola di ossigeno per l'economia nazionale in uno stato critico", afferma che "si stima [cifre ufficiali infatti non ci sono, N.d.R.] che nel 1992 ha portato un'entrata lorda di 520 milioni di dollari", ma che in realtà "l'effetto netto positivo sulla bilancia dei pagamenti è notoriamente inferiore, dato l'alto coefficiente delle importazioni per il mantenimento dei servizi turistici". (Antonio Romero Gómez, El reto [la sfida] de la reinserción internacional de la economia cubana, in "Revista de estudios europeos", n.27/28, p.141).
Qui non si allude alle spese infrastrutturali previe ma al solo "mantenimento", che è un altra voce enorme, perché al turista non bisogna far mancare nulla, e quindi arrivano dall'estero, in genere sopravvalutati, molti prodotti di importazione: si va dagli shampoo alla frutta non prodotta a Cuba (come pere e mele), alle insalate fresche che arrivano dal Canada, dai pomodori (che a Cuba ci sono solo d'inverno, e arrivano quindi dal Messico o dall'Europa) ai pezzi di ricambio per imbarcazioni da diporto. Di queste, a Maria la Gorda ce n'erano tre a disposizione di un numero di turisti stranieri che oscillava da 2 a 6 (in alta stagione, dal 18 al 23 dicembre!), in un "alberghetto" con un personale di 38 lavoratori. A Varadero sono moltissime, e ogni volta che si rompe un pezzo lo pagano a peso d'oro in Messico o Canada: ad esempio un'elica per un motoscafo d'altura nel 1993 è costata 3.000 dollari, rifare il motore 26.000 (come vedi, dovunque vado, "faccio inchiesta"...).
Perché questo silenzio sui costi del turismo? Probabilmente perché c'è un'attesa fortissima sui suoi effetti benefici, ed è considerato dalla gente un po' "l'arma segreta per uscire dalla crisi". Alcuni dei compagni cubani dicono che mi sbaglio pensando che Fidel non sappia queste cose, io penso che invece è possibile, perché nessun dirigente (paradossalmente tanto più se si occupa o vuol occuparsi di tutto, dal colore dei taxi dell'Avana, alla qualità delle pietre per il "pedraplén di Cayo Coco) non sa se non quel che gli si vuol far sapere. E oggi c'è uno strato molto vasto di quadri (ex primi segretari provinciali del partito, ex ambasciatori, generali delle FAR, ecc.) che si sono inseriti perfettamente in queste imprese miste (o anche cubane, ma con piena autonomia di rapporti diretti con il mondo capitalista, senza dipendere cioé più dal ministero per il commercio estero), e che sono interessati a presentare un quadro di comodo del settore in cui, in molti casi, si stanno trasformando in una "burocrazia compradora" interessata a evitare che si facciano conti realistici sul dare e avere.
Tieni conto inoltre che per tutta l'economia cubana una delle eredità più pesanti del lungo legame con i consulenti sovietici è la difficoltà a fare conti esatti dei costi e dei ricavi: se hai bisogno di 500 litri di carburante, devi solo procurarti un foglio di autorizzazione, ma non si fa il conto di quanto costa (mi è capitato personalmente di viaggiare da solo su un pullman messo a mia disposizione, ma ho testimonianze in tal senso di compagni del settore cooperazione che hanno lavorato a Cuba per anni). Su questo ho trovato sfoghi amareggiati del Che negli scritti inediti, perché l'inconveniente era già presente fin dagli anni Sessanta.
Un'altra spiegazione è che, pur conoscendo lo spirito parassitario e di rapina che anima i primi investitori stranieri comparsi a Cuba (molti meno di quanti se ne vorrebbero), li si lasci fare per invogliarne altri più seri e dotati di capitali significativi. Ma il prezzo pagato è pesante, anche perché il loro cinismo nel settore turistico facilita la corruzione a tutti i livelli: mi preoccupa più quella dei dirigenti che dovrebbero controllarli e non lo fanno, ma anche quella dei lavoratori che ricavano le briciole non è priva di ripercussioni politiche e sociali negative. Tra l'altro, durante le visite a Varadero, i professori dell'Università di Matanzas che ci accompagnavano hanno trovato molti loro colleghi che hanno abbandonato l'insegnamento per svolgere qualche lavoro negli alberghi, non sempre ad alta qualificazione ma in ogni caso più remunerativo: bastano le briciole o le mance in dollari per raggiungere retribuzioni inimmaginabili nel settore statale.
Finito questo quadro così inquietante, passiamo ai dati positivi: quest'anno c'è stato un indubbio risanamento dell'economia, e soprattutto l'inizio di una controtendenza rispetto all'eccesso di moneta cubana circolante, o meglio accumulata nelle famiglie per la difficoltà di comprare qualcosa con i pur modesti stipendi, che generava fenomeni inflazionistici malamente dissimulati. La maggior parte dei cubani, a parte gli economisti, e soprattutto quelli poco o non politicizzati, sono molto o abbastanza soddisfatti dalla maggiore disponibilità di beni di consumo sia pure a caro prezzo (anzi a prezzi impossibili per chi ha solo uno stipendio o peggio ancora una pensione e non riceve dollari dall'estero o da traffici col turismo) rispetto ai due anni precedenti.
E' anche indubbiamente positivo l'emergere alla luce del sole di quell'economia sommersa e di una parte di quel mercato nero che alla metà del 1993 assorbiva l'80% del monte salari e pensioni erogato dallo Stato. I meccanismi di controllo, e i tentativi di far pagare tasse adeguate ai profittatori sono ancora embrionali e non sono compensati dall'identificazione di qualche centinaio di "macetas" additati come capri espiatori in base a una discutibile legge retroattiva (la 149 del 4 maggio 1994), ma una parte notevole della popolazione si procura alcuni dei beni introvabili negli ultimi anni (in primo luogo olio di semi, sapone e shampoo, come si può vedere dai pochi acquisti che vengono fatti, dopo lunghe code, nei negozi in dollari che si sono moltiplicati dovunque nel corso dell'ultimo anno).
Certo questo sistema, che riduce sempre più quel che si può comprare in pesos a prezzi bassissimi, rimasti fissi in base a un "calmiere" e all'uso della "libreta" (la tessera alimentare in uso durante la guerra anche da noi), e sviluppa una seconda economia in dollari in cui l'inflazione opera liberamente, genera enormi sperequazioni tra chi non ha accesso al dollaro e chi in qualche modo se lo procura: secondo il ministro delle finanze costoro sono il 21 % della popolazione cubana, che diventerebbe il 25,5% all'Avana, ma a occhio sembrerebbero molti di più, anche se indubbiamente non sono la maggioranza.
La prima fase delle riforme ha visto il dollaro spiazzare quasi completamente il peso, facendo crescere il rapporto tra le due monete fino a 120-130 pesos per dollaro nel corso dell'estate 1994, poi c'è stato un discreto recupero del peso, che ha visto per qualche tempo un crollo del dollaro fino a un cambio di 1:20 in novembre all'Avana, dove l'offerta di dollari (o la capacità di procurarseli con prostituzione o scippi) è maggiore, mentre nelle provincie orientali rimaneva sui 40/50 pesos per dollaro. Ultimamente (a fine dicembre) il rapporto è ritornato un po' ovunque tra i 50 e i 60 pesos per dollaro (la mattina, basta uscire per strada per ascoltare le quotazioni, che sono il principale argomento di conversazione tra i cubani quando si incontrano).
Il miglioramento del rapporto tra peso e dollaro (ovviamente assurdo tanto a 1:120 che a 1:20, dato che in base ad esso una pensione media di un lavoratore sarebbe valutata a un dollaro al mese in un caso, a 6 in un altro, mentre il potere d'acquisto grazie alle numerose gratuità di servizi, casa, e ai prezzi irrisori del paniere della "libreta", è di fatto enormemente superiore) è stato avviato, ma non stabilizzato, e in definitiva, come ha detto giustamente Lage in una parte del suo discorso all'Encuentro mundial de solidaridad non riportato nel testo distribuito alla stampa, la soluzione non dipende da misure monetarie ma dal risanamento complessivo dell'economia, che conosce ancora tassi di assenteismo elevatissimi e una produttività del tutto inadeguata.
In quel discorso Lage aveva anche detto che per queste ragioni non si poteva prevedere a breve scadenza l'introduzione del peso convertibile, ma anche questa parte non è stata pubblicata. In realtà il "peso convertibile" che è stato lanciato poche settimane dopo, lo è solo di nome, perché è semplicemente un pezzo di carta che sostituisce quelli analoghi già circolanti (che erano equivalenti ai dollari solo nei negozi cubani originariamente riservati ai turisti), ed è convertibile solo in un senso. Viene dato come equivalente del dollaro ai lavoratori cubani (marittimi, pescatori, impiegati in imprese miste nel turismo ecc.) che hanno diritto a una parte del salario in dollari, e serve prevalentemente a controllare quali dollari vengono da attività illegali e dall'estero, rastrellandoli nei negozi (il cambio dovrebbe essere dato solo con questi sedicenti "pesos convertibili") per usarli negli acquisti all'estero. Non può essere però cambiato in pesos normali. Si tratta di una misura che al di là della funzione di verifica della provenienza legale del circolante in dollari, può servire soprattutto a economizzare i veri dollari sottraendoli progressivamente dal mercato interno (almeno da quello legale, che è comunque già prevalente rispetto a quello in pesos), attraverso un'emissione di una speciale carta moneta locale che sostituisce il dollaro pur senza chiamarsi dollaro (sarebbe altrimenti perseguibile internazionalmente).
Un certo miglioramento del rapporto di cambio è venuto dall'apertura dei mercati "agropecuari" e industriali. I primi sono stati aperti legalmente dal primo ottobre in tutte le città, mentre quelli industriali, dopo una prima sperimentazione attraverso fiere periodiche, sono stati avviati in dicembre. I risultati psicologici sono buoni soprattutto per chi è contento di trovare qualche frutto o tubero fuori del mercato nero, o un po' di fagioli (a prezzi considerati peraltro abbastanza alti) o carne di maiale, sia pure a prezzi altissimi, variabili secondo i giorni dai 35 ai 45 pesos la libbra (460 grammi). La novità è che c'è una contrattazione non individuale (in alcuni casi ha assunto la forma di uno sciopero dei compratori) che ha fatto abbassare alcuni prezzi, che c'è un relativo controllo su igiene, qualità e peso, che dà la sensazione di una svolta e spinge anche chi non ha il denaro per comprare a recarsi al mercato (a volte, nei primi giorni erano affollatissimi di osservatori che non compravano niente).
Al bordo del mercato una miriade di venditori offre frittelle, chicharrones (pezzetti di cotica di maiale fritta), dolci dal dubbio aspetto, o vino aspro di frutta (che peraltro è in vendita anche nei portoni delle case e in banchetti improvvisati, insieme ad altre poverissime mercanzie, come qualche banana da friggere, o due o tre limoni). A volte i mercati danno la sensazione di trovarsi in Messico o in un paese del centroamerica, e rappresentano una novità imprevista per Cuba, dove alla luce del sole non si vendeva quasi niente.
Comunque si vende in pesos, e per un po' di tempo ciò ha appunto fatto salire il peso rispetto al dollaro, assorbendo parte delle scorte di pesos esistenti nelle famiglie e riducendo quindi quelli che venivano offerti sul mercato libero del cambio. Per qualche settimana è stata maggiore la richiesta di pesos che di dollari.
I problemi di fondo sono però rimasti: prima di tutto le vendite sono modeste, sia perché per una parte notevole della popolazione i prezzi rimangono proibitivi, sia perché a vendere su questi mercati sono solo alcuni soggetti. Il grosso dei contadini individuali non si fidano ancora che non possa esserci a breve scadenza un nuovo divieto (in passato c'erano state varie fasi alterne di legalizzazioni e divieti dei mercati contadini, che erano stati chiusi il 20 maggio 1986 dopo una campagna che denunciava il rapido arricchimento di alcuni), sicché preferiscono non registrarsi e continuare a vendere porta a porta o aspettare i clienti abituali a casa loro.
Molti dei prodotti venduti provengono da imprese statali e cooperative (le Unidades Basicas de Producción Agropecuaria a cui è stato affittato il grosso delle terre statali), che a volte privilegiano i facili guadagni su questi mercati (a cui dovrebbero portare solo le eccedenze) a scapito delle consegne a prezzi bloccati ai comedores populares (se ne lamentavano gli amministratori dell'Università di Matanzas, costretti a comprare al mercato libero una parte del necessario per alimentare studenti, docenti e lavoratori).
Nonostante questi vantaggi per i venditori (e svantaggi per il settore pubblico), la quantità di prodotti disponibili rimane scarsa. Oltre alle informazioni dirette ho ricavato alcuni dati dalla stampa locale delle province, assai vivace sul terreno delle denunce delle disfunzioni. Così sul numero 146 del 23 dicembre 1994 di «Girón», l'organo della provincia di Matanzas, risultava che in sei settimane il totale delle viandas (tuberi, banane da cuocere, ecc.) vendute nel mercato del capoluogo non superava 1,6 libbre per abitante, mentre ortaggi freschi e carne restavano entrambi a mezza libbra procapite (dunque 230 grammi a testa in sei settimane!).
Lo stesso articolo accennava al rischio che verso il mercato non vengano indirizzati solo i prodotti eccedenti, e denunciava alcuni problemi sorti nei controlli su qualità, provenienza e peso ("alcuni ispettori sono stati ritirati per comportamenti disonesti"), nonché l'esistenza di intermediari che acquistano nei campi prodotti a basso prezzo per rivenderli a prezzi molto più alti nei mercati.
Le difficoltà maggiori, a mio parere (ricavato peraltro da una lunga osservazione dall'interno delle famiglie cubane in cui ho vissuto, non meno che dalle conversazioni con diversi economisti) è che le difficoltà del controllo su questi meccanismi dipenda dal grave ritardo nella legalizzazione del libero commercio dei prodotti contadini.
Quando Fidel nel 1986 denunciò l'arricchimento di alcuni, usando ripetutamente come esempio il caso di un contadino che in un anno vendendo aglio aveva guadagnato 50.000 pesos (allora quasi equivalenti al dollaro anche di fatto), suscitò una forte indignazione, e ottenne dal II Encuentro Nacional de Producción Agropecuaria l'avallo al divieto del Mercado Libre Campesino. In realtà non bloccò il fenomeno ma lo fece diventare clandestino, rendendo impossibili le misure più concrete (una forte tassazione progressiva di questi guadagni esorbitanti, e la distribuzione di aglio da semina a migliaia di altri contadini che nel giro di un anno avrebbero fatto scendere i prezzi a livelli normali. Per anni le vendite dirette (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto.
Le vendite dirette di prodotti da parte dei contadini individuali sono state messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi vendite di prodotti statali sottratti alla normale distribuzione e venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l'Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni), e che sono una piaga che sembra inestirpabile nella Cuba di oggi.
Quanto ai "mercati industriali e artigiani" essi sono stati una delusione generale. All'Avana, dato il grande afflusso di turisti, sono quasi solo artigianali (a volta anche economici e di buon gusto, a volta modellati sui gusti kitsch di molti turisti), mentre di prodotti "industriali" in genere si trova solo qualche caffettiera o tegame di cattiva qualità.
Una delle novità che ha rappresentato vantaggi innegabili per la popolazione è invece la legalizzazione del lavoro per conto proprio, che ha visto già 162.000 iscritti nelle liste, e che ha portato all'apparizione di migliaia di bottegucce che riparano biciclette, gomme, orologi, occhiali, elettrodomestici, che lucidano metalli e scarpe, di barbieri e manicure, ecc. Sono stati anche legalizzati (ma non fuori dagli alberghi) i taxi abusivi, che pagano per ora una piccola tassa mensile di cento pesos. Per ora anche le altre attività ammesse pagano un'imposta fissa, che a detta di Lage viene sentita come ingiusta per la lunga abitudine all'assenza di tasse (ne sono previste molte altre nel 1995, come anche un contributo alla previdenza sociale che a noi sembra irrisorio ma suscita vive discussioni). Tutte le tasse dovrebbero diventare progressive appena risolto il non facile problema dei meccanismi di accertamento.
Da tutte queste attività (che dovrebbero anche incoraggiare l'uscita di una parte della manodopera eccedente dalla produzione) sono stati ricavati un po' di pesos, ma in misura abbastanza modesta: secondo una relazione del ministro delle finanze José Luis Rodríguez (Granma, 22 novembre 1994) "il problema non è risolto, perché la pressione della moneta circolante in eccesso è forte". Anche nel suo successivo discorso sul bilancio preventivo del 1995 (apparso sul Granma del 21/12/94), non risultano tra le entrate significative quelle derivanti dalle imposte nei mercati liberi, e mancano le cifre sui guadagni dei negozi statali in dollari, che pure si stanno moltiplicando a ritmi sorprendenti e su cui c'è una certa irritazione popolare per alcuni prezzi esorbitanti e perché si trovano solo lì alcuni prodotti cubani, dal piccolo ventilatore alla scatoletta di tonno o di sardine, o il rum di buona qualità (quello sfuso, che ha comunque contribuito a risanare le finanze, è non a torto sospettato di essere annacquato in ogni passaggio dalla fabbrica al consumatore). Il risanamento del bilancio cubano e la riduzione della liquidità in effetti secondo Rodríguez dipende per l'81,2% da "consumi non imprescindibili", e cioé per il 55,2% dalla vendita libera di sigari e sigarette, e per il 26% da rum e birra.
Accanto ai dati preoccupanti, alcune note allegre: quest'anno il natale e la fine d'anno sono state festeggiati come mai in passato. L'UJC, l'organizzazione giovanile del partito, ha organizzato feste in piazza ("carnavalitos" al ritmo dell'omonimo pezzo del folklore andino che viene ballato in tutte le salse anche a Cuba), con una grande partecipazione di giovanissimi e meno giovani, tutti allegri e spensierati.
Tra i problemi da segnalare ancora c'è una diffusa insoddisfazione per il ritardo e l'ingessatura nell'informazione di massa (quasi solo il "Granma" e la TV): circola fotocopiato all'Avana un articolo molto critico apparso su "Envio" e scritto da una compagna nicaraguense di origine cubana, che riscuote molti consensi.
L'inquietudine sui fenomeni di nuovo arricchimento non è solo mia: anche molti membri del partito hanno dubbi sulla capacità di controllo degli organi tradizionalmente preposti, soprattutto nei confronti dei settori che hanno conquistato un'autonomizzazione finanziaria fuori dal monopolio del commercio estero (il termine "burocrazia compradora" che ho usato sopra, l'ho sentito usare da diversi compagni). Non sono pochi quelli che si preoccupano per l'emergere di strati piccolo borghesi e di aspiranti borghesi, che si nascondono dietro qualche omaggio formale alle frasi retoriche per fare i loro affari, ma che interpretano il nuovo corso come una corsa verso il capitalismo.
Gli elementi inquietanti non sono pochi, e sono tanto più pericolosi in quanto contrastano con le speranze di parte dei nostri militanti, o con quello che credono di percepire della realtà cubana vista dalla "gabbia dorata" degli alberghi di lusso e dei viaggi organizzati.
Naturalmente ho tracciato un quadro in cui prevalgono gli elementi di dubbio, proprio per riequilibrare l'immagine più diffusa: io stesso, negli articoli che ho scritto per "il Manifesto" in settembre o per "Giano", ho usato toni diversi e polemizzato principalmente con chi attribuisce a Castro e alla rivoluzione cubana quel che invece si deve al blocco imperialista, agli effetti negativi del pur inevitabile legame con l'URSS (di cui era discutibile solo la forma e la ricaduta ideologica, non la sostanza). [...]
Antonio Moscato
RAPPORTO SU CUBA (2)
(...) Nel rapporto di gennaio segnalavo il pericolo che molte delle imprese miste costituite con capitali stranieri, soprattutto nel settore del turismo, portassero via una buona parte degli incassi, se non di più. Oggi sono state messe sotto accusa da parte del governo in una riunione abbastanza drammatica, ma anche dalla vox populi: sono diminuite le speranze che i problemi più drammatici dell'economia cubana possano essere risolti dal settore turistico e più in generale dall'intervento di capitali stranieri.
Nel corso degli ultimi soggiorni (uno breve, in aprile, all'Avana, e uno più lungo tra giugno e luglio con tappe anche a Matanzas e in Oriente) ho avuto inoltre la sensazione che i processi di consolidamento di uno strato di piccola borghesia, aspirante a divenire - il più rapidamente possibile - una vera e propria borghesia compradora integrata col capitale straniero presente nell'isola in misura crescente, si siano accelerati notevolmente, creando un certo allarme in una parte non indifferente della popolazione, che non intende veder cancellate le conquiste di oltre 30 anni.
Ho sentito, soprattutto in Oriente, voci di allarme sia per la progressiva demolizione (attraverso i "tre mercati" paralleli) dell'uguaglianza che aveva differenziato l'esperienza cubana da quella sovietica, sia per la scarsa capacità di controllo degli organi statali e di partito a cui questi compiti sono affidati. Le inquietudini nascono anche dalle forti oscillazioni che hanno caratterizzato le correzioni preannunciate nel IV Congresso del PCC: "non tolleremo più che ci sia un'altro errore da rettificare", ho sentito dichiarare da una compagna di Santiago, che alludeva alle tante campagne di rectificación degli ultimi anni.
C'è soprattutto un'insofferenza crescente nei confronti degli speculatori e dei truffatori che si inseriscono negli spazi aperti al trabajo en cuenta propia, oltre che per le jineteras e i parassiti di vario genere che proliferano, apparentemente senza freni.
Le trasformazioni nell'etica che aveva caratterizzato i primi anni della rivoluzione sono state profonde e paradossalmente facilitate dalla riproposizione rituale di una fraseologia e di una retorica "rivoluzionaria" spesso in aperta contraddizione con il comportamento reale di molti quadri. Lo spirito solidaristico ha lasciato ampi spazi alla ricerca di un utile personale a qualunque costo, che ha manifestazioni di vario genere, e che ai livelli più bassi assume la caratteristica di una diffusa microcriminalità. All'Avana sono gli scippi (ne hanno fatto l'esperienza anche alcuni compagni della delegazione italiana all'Encuentro Mundial de Solidaridad di novembre appena hanno messo piede fuori dell'Hotel Sevilla). Nelle campagne, anche nelle province orientali, che fino a pochi anni fa erano caratterizzate da un clima politico e sociale migliore, c'è una viva inquietudine per l'aumento dei furti di bestiame, che colpiscono gran parte della popolazione agricola.
Il fenomeno più diffuso è quello del furto di vacche e cavalli, oltre che di maiali e piccoli animali da cortile. Non ho trovato un contadino che non ne fosse stato colpito. Quello che indigna di più è che i ladri, quasi sempre impuniti, prelevano venti o trenta chili di carne dall'animale macellato in un campo di canna, lasciandolo abbandonato alle tiñosas (gli avvoltoi cubani).
Ci sono casi in cui c'è il sospetto che non si tratti di veri furti, ma di accordi tra il contadino e i ladri, dato che ai contadini non è consentito vendere bovini ed equini altro che allo Stato (a un prezzo ritenuto irrisorio), e il furto simulato consente di spartire il ricavato senza troppi rischi. Le difficoltà generali dei trasporti e i frequenti controlli dei veicoli spingono appunto a portar via solo le parti migliori, trasportabili in uno zaino o un sacco che può passare facilmente inosservato nei blocchi stradali, facendo andare in malora il resto: è questo che provoca l'indignazione di tutti quelli (e sono ovviamente la grande maggioranza della popolazione) che non sono partecipi di questi traffici che comportano la perdita di una parte del patrimonio della collettività.
I furti non rispettano nessuno: "el capitán descalzo", come il Che chiamò uno dei più brillanti comandanti contadini della Sierra, Polo Torres, che dopo la vittoria preferì tornare alla sua attività originaria (la leggenda dice per il rifiuto delle scarpe che come ufficiale all'Avana doveva obbligatoriamente portare, ma il caso riguarda molti altri capi guerriglieri e ha spiegazioni più politiche), ha subito di recente un furto vandalico che gli ha distrutto 150 dei suoi 200 alveari, solo per ricavarne un po' di miele e qualche tavola.
Di casi del genere ne ho sentiti moltissimi, dal sistematico furto di camicie e mutande agli studenti nella scuola di Sevilla Arriba (facilitati dall'assenza di luce nelle camerate) a quello di lenzuola sulle terrazze e nei patios di tutte le località in cui sono stato. Piccole cose, che peraltro generano disagio e inquietudine perché rivelano l'esistenza di uno strato abbastanza ampio di asociali che rendono ancor più precaria l'esistenza non facile della popolazione.
Paradossalmente quello dei furti è uno dei principali argomenti di conversazione: si va da quello dell'appartamento di Niquero dove sono stati portati via in pieno giorno la tazza del cesso e un lavandino, all'ospedale pediatrico di Matanzas dove i lavandini hanno dovuto essere bloccati con sbarre di ferro anche di sopra per impedirne l'asportazione, fino alla casa del Che all'Avana in cui quest'estate sono stati rubati vari oggetti d'uso senza toccare peraltro cimeli, carte, quadri e perfino una fotocopiatrice portatile, forse per rispetto riverenziale nei confronti di tutto quello che aveva a che fare con la persona e le idee di Guevara.
In casi più rari la criminalità arriva a livelli più gravi: l'assassinio per rapina di un vecchio contadino a Pilòn (nella provincia di Granma) ha provocato una viva emozione in una vasta zona, dove tutti ne erano informati da "radio Bemba" (come i cubani chiamano la circolazione informale e rapidissima delle notizie indipendentemente dalla loro comunicazione a mezzo stampa o radio). In quel caso l'assassino è stato identificato rapidamente perché aveva indossato gli stivali della vittima.
Notizie del genere vengono date assai raramente dai mezzi di informazione ufficiali, e sempre solo nel caso di identificazione e severa punizione del colpevole. Alcuni nostri compagni d'altra parte quando sentono queste notizie reagiscono confrontando l'Avana con Palermo o Bari (indubbiamente ben più pericolose) o addirittura con Bogotà, ma il problema è un altro: qualche anno fa questi fenomeni erano marginalissimi, oggi si sono moltiplicati e dànno (ai cubani prima che a noi) la sensazione dolorosa di un'involuzione profonda della morale collettiva.
Ancora maggior turbamento, anche se la stampa non ne ha parlato, se non per accenni generici senza nomi e sigle, ha suscitato la scoperta di un ammanco di 30 milioni di dollari (secondo altre voci 40 o 60 milioni, cifre per noi relativamente modeste, ma impressionanti per i cubani) riscontrato nella corporación Cubanacán, che gestisce molti grandi alberghi in collaborazione con imprese straniere. L'unico annuncio dato sulla stampa riguardava solo la sostituzione del suo presidente Abraham Maciques con il viceministro del Turismo Juan José Vega, e la sua nomina a Direttore del Palacio de las Convenciones, una struttura ovviamente priva di importanza paragonabile a quella diretta precedentemente. Ma tutti "sanno" e ripetono la notizia dell'ammanco e dell'arresto dei funzionari intermedi.
Anche su un altro scandalo che riguarda un cittadino statunitense rifugiatosi a Cuba da anni in seguito a una condanna politica riportata nel suo paese, e che è nipote di Nixon non è stata data ufficialmente nessuna notizia, ma il fatto è comunque di dominio pubblico. L'uomo aveva creato una società che avrebbe dovuto commercializzare all'estero prodotti medicinali cubani, ma non aveva mai concluso niente di vantaggioso per Cuba ed è stato da qualche mese arrestato per spionaggio industriale. Difficile valutare la portata reale dell'episodio: a me pare marginale, ma i canali sotterranei di circolazione di notizie come queste tendono a ingigantirlo. Una conferma in più degli inconvenienti del sistema informativo di stampo sovietico, che continua senza modifiche significative, tranne qualche breccia nella stampa locale e soprattutto nelle radio.
A proposito del funzionamento dei mezzi di informazione, forse varrebbe la pena di tradurre e far circolare un interessante articolo di María López Vigil, apparso sul n. 153 (ottobre 1994) di "Envío", di cui l'autrice è anche caporedattrice. María López Vigil è una compagna cubana che vive a Managua da anni, ed è tutt'altro che ostile al regime castrista ("Avvenimenti" ha tradotto e offerto come supplemento a un numero di metà luglio un altro lungo articolo sulle trasformazioni economiche, buono anche se a mio parere forse un po' troppo ottimistico). L'articolo, che avevo segnalato già in gennaio (circolava all'Avana in fotocopia ottenendo parecchi consensi), era intitolato: Medios de comunicación: Cuba también se bloquea (Mass media: anche Cuba si blocca).
Comunque quello che mi sembra vada sottolineato come novità rispetto al rapporto di gennaio è che lo stesso Fidel ha ritenuto di denunciare pubblicamente e con toni drammatici i pericoli introdotti dalle imprese miste. Lo ha fatto in una riunione di tre giorni (dal 6 all'8 luglio) nella sede del Consiglio di Stato, a cui partecipavano l'intero Consiglio dei Ministri e i principali dirigenti delle imprese miste. Il titolo sulla prima pagina del "Granma" del 13 luglio che riportava la più ampia informazione sulla riunione (su cui erano state date in precedenza varie anticipazioni) era "Il socialismo si costruisce con morale", mentre il dossier interno era presentato come "Un allarme per essere più disciplinati, austeri ed efficienti".
Il resoconto, che occupava tre pagine del giornale, metteva in evidenza accanto ai problemi più generali delle trasformazioni economiche e legislative, che nella riunione erano state fatte "considerazioni sull'attività nemica contro l'economia e a proposito del fenomeno della corruzione".
"E' stata una riunione che ha tracciato uno spartiacque", diceva la presentazione, aggiungendo che era stata "critica a partire da esempi argomentati e spesso amari" e che "chiama a una riflessione dapprima individuale e poi collettiva i principali quadri di direzione di ogni entità, fino a raggiungere, perché no?, l'ultimo dei lavoratori cubani che occupano in queste imprese (se non in tutte, nell'immensa maggioranza) una posizione privilegiata nel contesto lavorativo nazionale". Qui già si toccava un tasto dolente, alludendo all'opinione diffusa sui consistenti vantaggi derivanti dall'appartenza a una corporación.
Come sempre, il rapporto del primo ministro Carlos Lage è stato molto concreto, indicando come problema urgente quello di "ridurre le spese e ricercare vie praticabili per ottenere maggiori dividendi in valute pregiate", in primo luogo attraverso "una battaglia per elevare e sistematizzare i controlli, per garantire una contabilità efficace, nonché piani e bilanci ben fondati che siano veri strumenti di direzione". Il resoconto è stato molto esplicito nel riferire il senso del dibattito: ai "reiterati interventi che chiedevano la concessione di maggiori poteri alle imprese", Lage ed altri ministri del settore economico hanno risposto con esempi concreti che "ci sono state più misure di decentramento che capacità di assimilarle" e che "hanno marciato più rapidamente i poteri concessi che le capacità di assumerli".
In polemica evidente con le spinte centrifughe Lage ha affermato che "dobbiamo cominciare a sapere come stiamo usando le responsabilità e i poteri concessi prima di proporre di concederne ancora: se usiamo bene il denaro, le risorse, se non ci sono ammanchi né furti, se si amministra bene il salario..."
Nel lungo elenco di violazioni delle norme commerciali, tributarie, della legislazione sul lavoro, "associate a condotte morali improprie da parte di imprese straniere", il ministro del commercio estero Ricardo Cabrisas ha precisato che anche se è stato necessario revocare le concessioni di rappresentanza a Cuba a decine di imprese straniere dal 1992 a oggi, in realtà "sono entità cubane quelle che hanno una grande responsabilità nel favorire la realizzazione di attività commerciali non autorizzate o di permettere comportamenti illegali".
Anche il presidente del Banco Nacional, Francisco Soberón, ha denunciato i pericoli di affari apparentemente troppo vantaggiosi offerti da ditte straniere poco serie, auspicando maggiori controlli preventivi ma ammettendo che "il sistema bancario nazionale non è ancora sufficientemente preparato per offrire una consulenza adeguata". Nelle conclusioni su questo punto Lage è tornato a sottolineare che "il decentramento del commercio estero esige preparazione, specializzazione e consolidamento, per consentire l'inserimento con successo in regole di mercato di un mondo differente da quello a cui eravamo abituati", e ha caldeggiato che il decentramento vada di pari passo "con il rafforzamento del ruolo dirigente del ministero del commercio estero".(?)
Quanto ai casi emersi nel dibattito "di avventurieri, cercafortuna e maligni giunti nel paese per fare affari, riuscendo in varie occasioni a ingannare i nostri organismi", Lage ha ricordato che non si può impedire che ci siano delinquenti nel mondo e neppure che vengano nel paese con questi fini, ma è possibile evitare che portino a termine i loro "affari" se si sviluppano criteri rigorosi di analisi, verifica, preparazione dei quadri.
Ma questo è un problema più generale, ed è pluridecennale: era al centro delle polemiche di Guevara con i criteri di contabilità introdotti dai sovietici, che consentivano a ogni dirigente di impresa di "essere un tecnico nell'ingannare il piano e i superiori più che nella produzione". Basta rileggere il discorso di Fidel in commemorazione del Che nel ventesimo anniversario della morte, che "Liberazione" ha offerto in supplemento a gennaio di quest'anno.
Oltre che nei rapporti con gli investitori stranieri l'assenza di criteri rigorosi di contabilità (in primo luogo del rapporto tra costi e ricavi) ha conseguenze gravi in tutti i settori: ne hanno parlato sia il già ricordato dirigente del Banco Nacional Francisco Soberón, sia il ministro dell'Economia e Pianificazione José Luis Rodríguez. Il primo ha detto che "la nostra contabilità è assai lontana dall'offrire una visione corretta e veritiera della situazione delle nostre imprese", mentre il secondo ha denunciato "innumerevoli violazioni delle norme su riscossioni e pagamenti in valuta" anche nei rapporti con entità del settore cooperativo agricolo. Il ministro delle Finanze e Prezzi, Manuel Millares, ha tracciato un quadro impressionante delle violazioni della legislazione tributaria vigente e delle irregolarità nella gestione delle imprese che operano in dollari.
Le conclusioni politiche della riunione sono state ricavate in primo luogo dal generale Armando Quiñones, che ha attibuito all'imperialismo la volontà di "incitare al terrorismo, al sabotaggio economico e alla protesta e disobbedienza civile della popolazione attraverso diverse vie, tra cui le migliaia di ore di emissioni delle radio controrivoluzionarie". Ma il suo intervento ha anche indicato "vari casi di corruzione che si sono manifestati tra i funzionari legati al settore che opera in dollari, soprattutto a partire dall'apertura al capitale straniero e dal decentramento del commercio estero, e che mettono in evidenza la mancanza di controlli sulle risorse, e l'indebolimento politico-morale che si è prodotto", anche per "la mancanza di vigilanza rivoluzionaria del collettivo che li circonda, dato che la degradazione che porta a fatti esecrabili di questa natura non nasce in un momento".
Parlando di coloro che "hanno tradito sia l'esempio che avevano dato in passato e che li aveva portati a militare nel partito, sia la fiducia riposta in essi dalla rivoluzione", Quiñones ha precisato che li accomunava "l'essersi fatti corrompere, aver dirottato risorse e favorito la parte straniera nelle trattative, cosa che aveva comportato vantaggi in natura e in moneta (alcuni in modo sistematico sotto forma di retribuzione mensile), regali sontuosi, viaggi e spese all'estero, banchetti e altri inviti, assegnazioni di benzina, ecc."
In tutti i casi, concludeva, "sono state applicate sanzioni amministrative che li hanno allontanati definitivamente dal settore esterno dell'economia, mentre parte di essi sono in attesa di giudizio penale".
Su questo terreno (su cui vari dirigenti avevano apportato contributi analitici sui tentativi di "varie imprese straniere di scavare il terreno sotto i piedi della controparte cubana, creando rapporti di interdipendenza che dovrebbero condizionare successivamente a favore dello straniero gli sviluppi successivi degli affari") ha insistito lo stesso Fidel che ha sottolineato anche che la lotta contro la corruzione non può essere solo un compito del Ministero degli Interni, ma "deve essere affrontata con uno scontro politico, e prendendo misure dure" (sotto questo titolo è stato pubblicato il resoconto di questa parte della riunione).
"Mancano disciplina e controlli, perché c'è molta gente che maneggiando valuta pregiata può cominciare a pensare a favoritismi e clientelismi. Pur affermando che in decine di anni di intercambio commerciale con l'URSS non si sarebbe mai avuto un solo caso di corruzione, Fidel ha aggiunto che comunque "non si tratta di un problema nuovo, dato che in altre epoche c'erano stati casi di malversazioni e di dolce vita"... Tuttavia oggi "i problemi di corruzione hanno un altro carattere, fanno più male, incrinano l'immagine stessa del paese; addolora tanto come vedere che nel paese ci sono ragazze che si prostituiscono, e tutto questo ferisce la dignità e l'onore nazionale".
Meno convincente l'ultimo periodo del discorso di Castro riportato dalla stampa, che riprende alcuni argomenti del generale Quiñones: "Sapevamo che con il turismo e con tutte queste aperture correvamo rischi, perché oltre ai vizi, le malattie, la droga e la prostituzione - che avevamo sradicato dal paese - arriva anche l'insicurezza perché per questa via possono entrare mezzi di sabotaggio, di terrorismo. Qui arriva gente che non solo vuole passeggiare, divertirsi, fare affari, corrompere, ma arrivano anche quelli che vogliono fare terrorismo, perché va e viene ogni tipo di gente, con una libertà totale. Siamo obbligati a prendere misure, e se si acutizzeranno questi fenomeni, inaspriremo anche le misure".
I dubbi su questa interpretazione derivano dal fatto che vengono messe insieme questioni diverse: naturalmente il ricorso al terrorismo da parte degli Stati Uniti nei confronti della direzione cubana c'è stato e potrebbe ancora esserci, ma i casi a cui il dibattito ha fatto riferimento non avevano molto a che fare con deliberati "sabotaggi", e dipendono piuttosto dal "normale" funzionamento del capitalismo, soprattutto se a contatto con funzionari pagati incomparabilmente meno di quel che è a disposizione come margine di profitto del più miserabile degli investitori stranieri (e anche dei piccoli capitalisti rampanti che si delineano nelle pieghe del "mercato libero" interno).
Una quantità di casi di cui sono venuto personalmente a conoscenza vivendo all'interno della società cubana mi hanno dato la sensazione della assoluta insufficienza dei controlli affidati agli organi dello Stato. Ad esempio conosco un certo numero di paladares, come i cubani chiamano i ristorantini informali apparsi nel 1994, prima tollerati ai margini della legislazione esistente, poi legalizzati ma senza un definitivo stato giuridico, poi fatti oggetto di una campagna di denigrazione e di relativa repressione a scopo "esemplare", ma mai scomparsi, e da quest'estate definitivamente accettati ma con l'obbligo di una formale autorizzazione e del pagamento di una tassa fissa relativamente elevata (400 $ al mese, più 100 per la vendita di bevande alcoliche) nel caso vendano in dollari, mentre per chi vende in pesos la tassa è riscossa nella stessa misura ma in pesos.
Ne ho visitati diversi, domandando ai gestori (che in alcuni casi conosco da molto tempo prima che intraprendessero questa attività) come facevano a reggere una tassa così elevata senza aumentare sensibilmente i prezzi (che sono casomai calati, data la diminuita disponibilità di valuta per le restrizioni alle rimesse imposte dal governo USA e anche per il moltiplicarsi delle offerte di prodotti). Tutti senza eccezione mi hanno confermato che non si preoccupavano troppo dell'applicazione di questa misura, sia perché venivano in genere preavvertiti delle ispezioni, sia perché eventualmente riscuotevano l'ammontare in pesos incaricando un vicino (in genere un parente) di effettuare il cambio dei dollari. Quindi pagavano solo la modesta imposta in pesos: "Hecha la ley, hecha la trampa" (fatta la legge, trovato l'inganno), mi ha risposto uno di loro.
I controlli sono in genere inesistenti o addomesticati con generose offerte in natura agli ispettori. Nel corso della riunione su cui mi sono ampiamente soffermato precedentemente, si è detto che molti incaricati dei controlli sono stati destituiti, e altre notizie del genere avevo ricavato dalla stampa locale, ma il fenomeno mi sembra troppo generalizzato e da troppo tempo per essere bloccato rapidamente con misure di questo genere.
Negli anni in cui a Cuba era vietata quasi ogni attività economica anche innocua si è consolidato tra controllori e controllati una rete di omertà che di fatto permetteva tutto, abituando i cubani all'aggirabilità delle leggi, o alla "pratica dell'illegalità". Ciò si è rafforzato soprattutto quando è stato nuovamente vietato nel 1986 il mercato libero contadino, che in realtà non poteva essere soppresso essendo la principale fonte di approvvigionamento alimentare delle famiglie di fronte all'inefficienza della rete distributiva statale, ed è quindi diventato semplicemente sotterraneo, impedendo ogni controllo e ogni tassazione dei profitti e abituando un po' tutti ad aggirare, come questa misura sbagliata, quasi ogni norma deliberata dalle autorità.
La deregulation non investe d'altra parte solo gli aspetti tributari ma è ben più pericolosa: in primo luogo nonostante una pletora di decreti, molti dei prodotti utilizzati dai venditori di alimenti o di prodotti artigianali provengono da storni di materiali destinati ai negozi o alle mense e ristoranti statali, o dalle fabbriche o laboratori di riparazioni. La casistica che è venuta a mia conoscenza in primo luogo dai racconti dei compagni cubani indignati e amareggiati per la loro impotenza di fronte al fenomeno (a volte avevano denunciato senza esito i casi che avevano scoperto), ma anche da quelli che raccontano queste vicende rassegnati o perfino cinicamente divertiti di fronte all'intraprendenza della nascente imprenditoria di rapina, è così abbondante e variata che ho pensato di inserirla in un romanzo ambientato nella Cuba di oggi più che in una trattazione sociologica.
Per fare un solo esempio, la maggior parte dei prodotti alimentari cucinati in vendita per le strade o nei ristorantini familiari è prodotto con materie prime normalmente introvabili con la tessera (la libreta), dalla farina di grano all'olio. Comprarle nei negozi in dollari renderebbe impossibili i prezzi finali relativamente modesti, e di fatto sono vendute sottobanco a basso prezzo dagli stessi dipendenti dei negozi, o dei ristoranti, o dei comedores populares (esattamente come accadeva in URSS). Il meccanismo che permette di eludere i controlli è quello di comprare legalmente nelle tiendas in dollari una sola confezione di ciascun prodotto, conservando lo scontrino. Le indagini sul quantitativo realmente utilizzato non si approfondiscono mai grazie all'offerta di un "assaggio" a chi dovrebbe effettuare i controlli. Gli onesti si infuriano per questo, perché il furto di questi prodotti danneggia non solo le finanze dello Stato, ma riduce la disponibilità per i cittadini estranei a questi traffici.
La stessa cosa mi è stata segnalata per quanto riguarda i negozi statali di riparazioni (dalle scarpe alle biciclette agli elettrodomestici), sempre vuoti di pezzi di ricambio e che quindi rinviano alle calende greche ogni intervento, mentre spesso accanto a loro prosperano attività analoghe "en cuenta propia" ampiamente rifornite proprio dai gestori delle imprese pubbliche.
"Radio Bemba" non solo all'Avana racconta poi numerosi casi di sfacciata speculazione ai danni dei malcapitati e incauti acquirenti che sembrano e forse sono "leggende metropolitane, ma talmente diffuse da poter essere considerate non solo verosimili ma probabilmente vere, anche se non confermate da fonti ufficiali. Ad esempio all'Avana si è parlato molto di venditori di panini con "picadillo" fatto non di dubbia carne tritata (la vox populi dà anche per scontato che quando si tratta di carne, spesso viene macinata carne di cane o di gatto) ma di stracci per pulire per terra fatti macerare a lungo nell'acqua e poi fritti in grasso di maiale con qualche aroma.
Un altro caso di cui si è molto parlato riguarda le pizzette di cui i cubani sono ghiotti e che vengono vendute in genere a 10 pesos sulle strade: in assenza di formaggio il velo bianco che decora la pizza sarebbe stato ottenuto fondendo nel forno un preservativo, con ovvie conseguenze sulla salute dei malcapitati acquirenti. L'episodio mi è parso inverosimile, ma non altrettanto alle decine di cubani di varia estrazione che me lo hanno ripetuto in ambienti diversi. Il mio commento è stato sempre "se si vuole il capitalismo, bisogna fare i conti col cinismo con cui ricerca il profitto", e senza dover fare riferimenti alla barbarie dell'accumulazione primitiva, ho ricordato il recente scandalo italiano (ma anche francese e tedesco) del sangue infetto.
Eppure non è questo il problema più grave della società cubana, almeno se il messaggio di Fidel verrà raccolto nella sua affermazione più importante: la corruzione non può essere un problema solo del Ministero degli Interni, ma deve esserci uno scontro (enfrentamiento) politico. E sempre che il "partito di Fidel" prevalga su quello della burocrazia (la battuta sui "due partiti" ripresa da molti "cubanologi" è una forzatura paradossale ma non campata in aria di una realtà sentita come tale da molti cubani, compresi alcuni brillanti sociologhi).
C'è un altro tema presente come sfida drammatica alla direzione: la "Razionalización", come viene chiamata con eufemismo che non ci è ignoto la necessità di ridurre gli organici gonfiati con cui, su consiglio sovietico, è stata nascosta la disoccupazione latente. Carlos Tablada ne ha parlato in diversi dibattiti in Italia, raccontando come nell'impresa IMPROVA (producciones varias) l'arrivo nel 1972 degli specialisti sovietici si concretizzò nella proposta di portare il reparto "economia", di cui era dirigente, da 9 a 72 lavoratori in nome della "organizzazione socialista scientifica del lavoro" (col risultato che non lavoravano più nemmeno i 9 che prima se la cavavano ottimamente da soli).
Chiunque è stato a Cuba anche solo come turista si è reso conto delle dimensioni pletoriche del personale degli alberghi o dei ristoranti, ma ancor più questo dato può essere verificato se si ha a che fare con qualche ministero o ente o con gli organi del Poder Popular di un Municipio (ad esempio a Niquero, un centro di poco più di 30.000 abitanti della provincia orientale di Granma che conosco bene per avervi soggiornato a lungo nel quadro di un progetto di solidarietà, il solo settore "cultura" del municipio (che non comprende il settore "educazione) ha ben 167 dipendenti.
Questo rigonfiamento degli organici si riscontra maggiormente nei settori dell'apparato amministrativo, ma non ne sono esenti neppure quelli produttivi. I quali, per giunta, sono oggi spesso bloccati dalla mancanza di materie prime o pezzi di ricambio. Sicché il problema dell'eccedenza di manodopera non è certo inventato o esagerato. Ma è uno di quelli più difficili da affrontare, anche perché i lavoratori "eccedenti" non si sentono responsabili delle scelte erronee fatte in passato. E a Cuba, le misure che riguardano la maggioranza della popolazione non vengono prese amministrativamente dall'alto, ma sono sottoposte all'approvazione delle assemblee dei lavoratori (le misure che hanno eliminato o ridotto alcune gratuità e che hanno introdotto imposte sono state discusse per mesi nei "parlamenti operai" prima di essere votate nell'Asamblea Nacional).
Ma oggi gli economisti ritengono che ci siano da eliminare da 700.000 a 1.000.000 di "eccedenti", in tutti i settori dell'economia e dell'amministrazione. La cifra di 700.000 corrisponde al 20% della popolazione in età lavorativa. Si tratta di ben altro che le riduzioni imposte dai partner stranieri prima di entrare in una società mista per la gestione di un albergo o di un'impresa, molto più limitate. Erano comunque state ugualmente male accolte dagli interessati, soprattutto perché l'uscita da un posto sicuro (e ben retribuito indirettamente con le mance in dollari dei turisti) avveniva col passaggio a una specie di Cassa Integrazione dapprima al 70% e poi al 60% per periodi variabili secondo l'anzianità pregressa, ma che poteva essere interrotta in caso di rifiuto di un lavoro alternativo offerto dalle autorità, magari nel settore agricolo e a notevole distanza dalla casa e dalle amicizie. Riguardavano comunque poche migliaia di lavoratori, il cui malcontento non pesava nella società.
Oggi la dimensione del progetto è assai più vasta e le sue ripercussioni possono essere molto pesanti. Per questo da molti mesi si moltiplicano articoli e trasmissioni radio (i dati riportati sopra ad esempio sono tratti da una trasmissione di "Radio Rebelde" del 26\4\95, riportata nella Cronologia economica curata dal CEA) che affrontano con prudenza il tema. Al tempo stesso l'argomento viene trattato in riunioni di quadri a tutti i livelli (a partire da quelli dell'informazione di massa) per identificare soluzioni ma anche per trovare il modo di "indorare la pillola".
Quanto alle soluzioni per riassorbire gli "eccedenti", si riducono praticamente a una sola, la valorizzazione ed estensione del "lavoro individuale" nel settore artigianale o commerciale, dato che l'auspicato ritorno massiccio in campagna non è pensabile a breve scadenza, anche se effettivamente sarebbe necessario, essendosi ingigantita negli ultimi trenta anni la percentuale dei cubani che vivono nelle grandi città rispetto a quelli rimasti nel settore agricolo.
A questo fine si è deciso di autorizzare nuove attività, estendendo inoltre le categorie che possono dedicarsi ad esse: dapprima erano solo i pensionati, i disoccupati o i lavoratori a salario ridotto per riduzione delle attività o chiusura dell'impresa, oggi possono essere autorizzati praticamente tutti meno i militari e i dirigenti politici eletti, con la limitazione che i laureati non possono dedicarsi "en cuenta propia" all'attività per cui sono stati formati nell'università: in poche parole un medico non può esercitare la sua professione, ma può vendere pizze o riparare televisori, ecc. La norma è giusta, ma non risolutiva. Tra l'altro anche per i medici e i professori che non ce la fanno più col modesto stipendio a fronteggiare i prezzi in dollari o nel mercato libero, la tentazione casomai è rappresentata dal turismo, e soprattutto dalle attività illegali in espansione ai margini di esso.
In una conversazione con la stampa svoltasi all'Avana il 9 luglio davanti alla sezione elettorale in cui aveva votato, Fidel ha accennato con prudenza al problema dell'eccessivo inurbamento nella capitale, ventilando misure restrittive sull'immigrazione interna (pur alludendo scherzosamente al fatto che anche lui è arrivato da Santiago). In realtà non è pensabile una misura che rispedisca nelle province gli immigrati già arrivati, anche se il tono era irritato nei confronti di coloro "che non vogliono andarsene ma neanche vogliono dedicarsi a costruire o ad altri lavori necessari". Probabilmente il riferimento era solo ai tanti che sono arrivati all'Avana e si dedicano ad attività illegali, verso cui - soprattutto nel caso di alcune prostitute - sembra ci siano state misure di "invio verso l'agricoltura".
Fidel, che in quell'occasione ha ripetuto anche gli argomenti della riunione di pochi giorni prima contro "gli avventurieri, quelli che vogliono guadagnare denaro e perfino quelli inviati dal nemico, e fanno perdere tempo cercando di ingannare", ma anche contro coloro che "nel settore economico sono abbastanza stupidi per non capire la tattica dell'imperialismo contro il nostro paese, in cui intende penetrare attraverso molte vie", ha poi toccato direttamente la questione dell'occupazione, escludendo di "buttare la gente sulla strada", ma rimanendo nel vago sulle soluzioni.
"L'occupazione è un problema serio in queste circostanze in cui siamo obbligati a razionalizzare alla ricerca di efficienza. Alcuni potranno lavorare come ispettori, dato che le misure che abbiamo cominciato ad applicare moltiplicano la necessità di ispezioni", denunciando ad esempio le sistematiche violazioni delle leggi sulla casa ("ci sono leggi, regolamenti, requisiti che vengono ignorati, e ci sono persone che affittano, trasferiscono, comprano illegalmente... L'Avana si è trasformata in un grand hotel, c'è di tutto...").
Ma non ci sembra neppure questo risolutivo: oltre a tutto il mercato abusivo della casa si svolge alla luce del sole da anni, appena mascherato dalla forma di permuta (magari di una catapecchia in cambio di un villino o di un appartamentino cadente per due grandi e belli, ovviamente grazie a una consistente integrazione di migliaia di dollari). E' visibilissimo ogni domenica in Paseo del Prado, dove si radunano a questo scopo molte centinaia, a volte migliaia, di persone per le loro transazioni: non si direbbe che sia solo un problema di qualche ispettore in più, ma della profonda corruzione dell'apparato esistente, che ha fatto finta di niente di fronte a fenomeni che hanno avuto tutto il tempo per consolidarsi. E dietro ai quali, in questo caso, ci possono essere effettivamente interventi dei controrivoluzionari di Miami che si assicurano attraverso qualche familiare qualche bella casa per domani: come spiegare altrimenti il possesso delle migliaia di dollari necessari per certe permute fittizie?
In un passo successivo in cui riprendeva il tema dell'occupazione, Fidel concludeva abbastanza preoccupato che "in agricoltura manca molta forza lavoro, e ci sono molte altre attività nella stessa situazione, però a volte la gente non vuole andarci, mentre bisogna vedere fino a dove può arrivare il lavoro per conto proprio". (Il resoconto è stato pubblicato sulle due pagine centrali del "Granma" del 10 luglio 1995).
Essendo modeste le soluzioni praticabili, un compito essenziale diventa quello di abbellire le misure dolorose da prendere... Un editoriale di "Trabajadores" del 15 maggio 1995 dal titolo "razionalizzare senza chiudere gli occhi" spiegava che a Cuba non si vuole seguire "l'ondata neoliberale che satura il mondo", ma che bisogna prendere delle misure per eliminare la situazione esistente nel mondo del lavoro, che veniva presentata in questi termini:
"In mancanza di risorse per produrre, molti dei nostri centri produttivi mantengono inutilizzata (ociosa) una gran parte delle loro capacità, mentre le uscite per salari hanno mantenuto in genere gli stessi livelli. D'altra parte, dove c'è personale in soprannumero, i lavoratori non possono impiegare a fondo le loro capacità, la disciplina del lavoro e tecnologica si incrina, le esigenze della produttività si rilassano, l'inefficienza tende ad aumentare. Questa situazione, ovviamente, non può diventare eterna."
Si crerebbe infatti il "classico circolo vizioso: con l'occupazione artificiale non c'è efficienza, e senza efficienza che ci assicuri risorse, non ci sarà occupazione reale", dato che non saranno sfruttate le capacità produttive inutilizzate.
"Per uscire da questo vicolo cieco - proseguiva l'editoriale senza firma e che quindi impegnava la confederazione sindacale di cui il giornale è organo - è imprescindibile la razionalizzazione della forza lavoro in un processo che definiamo graduale, ordinato e specifico, in tutti quei luoghi in cui si riscontrino i requisiti richiesti, in grado di promuovere il rilancio economico del paese e che si collega all'insieme di misure che si stanno prendendo per ristabilire i livelli necessari di produzione e di efficienza economica. Questo processo, come si è detto, è retto dalla volontà di incontrare formule occupazionali utili per il personale che risulti razionalizzato". Il termine "razionalizzato" è orribile, ma potrebbe essere sostituito solo da quello di cui è una versione eufemistica: "licenziato", o se si vuole "in mobilità".
L'editoriale proseguiva spiegando che a differenza di quelle neoliberali "la nostra sarà una razionalizzazione che non chiude gli occhi di fronte ai problemi del paese e dei territori, di fronte ai problemi umani che potrebbero crearsi se ci fosse una cieca impronta razionalizzatrice, che per noi sarebbe veramente irrazionale".
Un bel gioco di parole, alla luce di quel che segue: "A Cuba quel che è desiderabile e possibile è razionalizzare con lo stesso impegno con cui si cercano e si trovano nuove alternative di lavoro per i disponibili. In primo luogo c'è la ricollocazione volontaria del personale eccedente in attività in cui c'è carenza di forza lavoro, come il settore agricolo, dell'allevamento e della canna, attività che devono rendersi sempre più attraenti tanto per i salari che assicurano, quanto per il miglioramento delle condizioni di vita."
E' un'enunciazione di intenzioni che purtroppo non corrisponde alla realtà, dato che i livelli salariali e le condizioni di vita fuori delle città non rendono affatto attrattivo questo settore, come ammetteva Fidel nel discorso citato. Anche il Plan Turquino, che doveva assicurare un reinsediamento di popolazione in campagna, ha avuto risultati assai scarsi. Secondo Raúl Castro il principale risultato è stata la riduzione della corrente migratoria dalla campagna alle città, in misura tuttavia modestissima: si è passati da 735.000 emigrati nel 1981 a 716.000 nel 1993 ("Granma", 13 gennaio 1995).
Lo stesso editoriale di "Trabajadores" segnalava poi la possibilità di iniziative per la creazione di occupazione a livello di territori e da parte delle stesse imprese, "per soddisfare una molteplicità di produzioni e di servizi elementari necessari ai lavoratori e alla popolazione", che non hanno tuttavia esempi concreti e che sono ostacolate dalla concorrenza del più remunerativo "lavoro per conto proprio". Che in definitiva rimane l'unico sbocco concreto indicato poco dopo, e che viene anzi definito quello "su cui il paese conta" e che dovrebbe assicurare "possibilità di crescita e diversificazione, come la vita ha dimostrato in questi primi tempi della sua realizzazione". Ma che se oggi ufficialmente riguarda solo 160.000 persone (anche se sono probabilmente molte di più), difficilmente potrebbe assorbire in un anno 700.000 lavoratori.
Per questo si punta a una pressione politica su tutti i lavoratori, "non solo quelli che possano risultare disponibili, ma tutti e ciascuno dei lavoratori del paese". Giacché "il processo richiede una coscienza solidale e una comprensione dei diritti e dei doveri che riguardano i lavoratori razionalizzati".
Soprattutto i doveri. Infatti, "ormai non è possibile, né giusta, la mentalità di anni precedenti, quando una persona si sedeva ad aspettare che gli proponessero esattamente il posto che gli pareva opportuno per ragioni di pura comodità.". Dubito che questo ragionamento venga accolto a Cuba con maggiore entusiasmo di quanto facciano i cassintegrati italiani a cui si propongono lavori non corrispondenti alle loro qualifiche e a grande distanza dalle loro case e dalla famiglia.
Per questo mi sembra che questo processo debba essere seguito con particolare attenzione, perché potrebbe provocare tensioni sociali ben maggiori di quelle manifestatesi durante la crisi dei balseros nell'estate del 1994.
In una lunga intervista apparsa il 26 giugno 1995 sullo stesso quotidiano dei sindacati (che tuttavia a partire dal periodo speciale esce solo una volta a settimana) è ritornato su questi temi anche il ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale, Salvador Valdés Mesa. Enunciati gli stessi criteri generali e gli argomenti ideologici su cui si martella (in particolare la diversità rispetto alle politiche neoliberiste", Valdés Mesa insiste sul fatto che i processi di "razionalizzazione" devono essere "rigorosamente valutati, discussi e approvati tra il ministero corrispondente e il sindacato". Raccomanda che vengano studiati bene ed effettuati "in una volta sola, senza che ci siano grandi traumi" e insicurezze per chi resta. Ma non lascia dubbi sul fatto che "razionalizzazione" voglia dire perdita del posto di lavoro, soprattutto quando fornisce gli esempi delle "razionalizzazioni" già effettuate.
"Nella realizzazione di alcuni investimenti di capitale straniero, per esempio nell'industria di base nel caso del nichel, logicamente abbiamo potuto procedere speditamente e si è autorizzata la razionalizzazione perché sarebbe stato difficile raggiungere l'efficienza con personale eccedente. Questo processo è stato realizzato nelle imprese miste, razionalizzando quelli che non sono necessari". Il significato del termine "razionalizzare" appare qui senza veli.
Lo stesso processo secondo Valdés Mesa "è già stato realizzato anche nel ministero delle Comunicazioni, nell'Areonautica civile e nel ministero della Scienza, Tecnologia e Ambiente", mentre è stato avviato nel ministero dei Trasporti, che ha cominciato nel suo settore terrestre, colpito dalla drastica riduzione delle linee dovuta alla crisi degli approvvigionamenti energetici. Quanto agli sbocchi, il ministro del Lavoro punta anch'esso, con maggiore ottimismo che Fidel, sul lavoro "en cuenta propia", di cui elenca soddisfatto l'ampliamento a nuove attività, sorvolando sul fatto che in genere si tratta solo di autorizzazioni a svolgere quanto già esisteva di fatto. Peraltro sottolinea le necessarie limitazioni, ad esempio per quanto riguarda l'uso di personale dipendente esterno alla famiglia, ma ho la sensazione che per le già più volte ricordate difficoltà ad effettuare controlli adeguati si tratti solo di petizioni di principio già largamente aggirate nella pratica, come mi risulta dall'osservazione diretta.
Temo che questo rapporto possa apparire troppo pessimista. Certo, non sono particolarmente tranquillo sulla capacità di gestire un processo così delicato facendo leva su organismi statali da tempo abituati a un aggiramento sistematico delle decisioni prese dal governo. Il senso del rapporto è tuttavia quello di fornire in via riservata alcuni elementi che evitino al nostro partito di presentare una valutazione troppo ottimistica e scarsamente fondata che potrebbe determinare pesanti disillusioni di fronte a nuove manifestazioni di tensioni sociali. Non dimentichiamo l'impatto negativo della crisi dei balseros, che per qualche tempo ha pesato nei dibattiti con esagerate demoralizzazioni e tendenze a "buttare il bambino con l'acqua sporca", inadeguatamente contrastate dalle apologie e dalla tendenza a spiegare tutto con "le manovre della CIA".
Se c'è qualche forzatura unilaterale, si deve alla necessità di "raddrizzare il bastone", per usare un termine efficace di Lenin, rispetto all'atteggiamento acritico prevalente nella nostra base.
D'altra parte ci sono anche dati positivi emersi negli ultimi sei mesi: in primo luogo una modesta ripresa economica, che si misura in uno 0,7% di aumento del PIL che è poco rispetto a una caduta valutata al 50% in quattro anni, ma che rappresenta almeno una quasi simbolica inversione di tendenza.
Anche se alcuni economisti cubani sottolineano che esistono anche responsabilità interne, senza dubbi le maggiori difficoltà che limitano il recupero dipendono - oltre che dalla Legge Torricelli - dalla tendenza all'aumento dei prezzi delle principali importazioni (il petrolio ad esempio è passato dai 112$ a tonnellata nel 1990 a 142$ nel 1992, il latte in polvere da 1700$ a 1900$ nello stesso periodo, il grano da 82$ a 114$, il pollo da 1000$ a 1200$, mentre lo zucchero è sceso da 200$ a 185$ e il nichel da 7800$ a 5800$ nello stesso periodo, ed è calato ancora a 4487$ nel 1993. Per lo zucchero per giunta c'è stato un calo fortissimo della produzione: da 8,4 milioni di tonnellate nel 1990 a 7,6 nel 1991, 4,2 nel 1993 ed è ulteriormente scesa nel 1995, su cui non ci sono cifre ufficiali, ma secondo stime estere non dovrebbe aver superato i 3,2 milioni di tonnellate a causa della mancanza di concimi e diserbanti. Quest'anno ci sono segni di ripresa nella qualità della canna, grazie all'apporto di concimi dovuto a investimenti australiani e britannici, sotto forma di capitali a rischio. E' inutile dire che questo tipo di investimenti stranieri sono i più utili, anche perché difficilmente possono avere ricadute sociali negative come quelli nel turismo di lusso. Unanimi apprezzamenti ho sentito da ogni parte anche sul ruolo della canadese Sherritt nell'industria mineraria, in primo luogo nel nichel, che viene sfruttato più razionalmente utilizzando anche il cobalto e il minerale di ferro presente negli stessi giacimenti, e che non veniva utilizzato dalla tecnologia sovietica. La Sherritt ha anche rilevato in gennaio dei giacimenti di petrolio, prendendo il posto di altre società come la Talisman Energy che si sono ritirate ritenendo poco proficua la ricerca. In marzo si è ritirata dalla ricerca petrolifera anche la francese Total, ma non si sa se il suo posto è stato preso da altri. La Total rimane peraltro attraverso la sua divisione di vernici Coates Lorilleaux, e la Hutchinson per gli pneumatici e le corregge per macchine agricole.
In ogni caso va aggiunto alle difficoltà il fatto che spesso il prezzo a cui viene venduto lo zucchero è ancora minore di quello mondiale, per gli effetti indiretti della Torricelli, e in particolare l'impossibilità di quotare la produzione cubana nel principale mercato, la Borsa di New York. Anche il nichel deve essere concesso a condizioni sfavorevoli, per il boicottaggio statunitense a ogni prodotto che contenga nichel di provenienza cubana.
Sono aumentate le esportazioni di medicinali in America Latina, in particolare vaccini contro l'epatite B e il meningococco, anche se una parte del ricavato deve essere destinato all'ammortamento del debito con il Brasile (mentre è stato saldato con il Messico, che però ha ridimensionato la sua spesa in seguito alla grave crisi economica e finanziaria).
Nel settore degli agrumi è entrato capitale israeliano, che collabora anche con la cubana Suchel nella produzione di cosmetici e saponi per gli alberghi di lusso. Qualche accordo interessante per l'esportazione di calzature è stato realizzato con due imprese cilene, mentre non si sa nulla della collaborazione con Benetton che era stata tanto reclamizzata in Italia. Nel disastrato settore telefonico sembra sia stato ridimensionato il ruolo del gruppo messicano Domos, mentre è entrata in campo l'italiana Stet-Italtel.
Gli aspetti più positivi dell'attuale congiuntura sono legati soprattutto all'introduzione del "terzo mercato" interno, quello in pesos ma regolato dalla legge dell'offerta e della domanda, che ha permesso di rastrellare una parte consistente della liquidità interna e ha fatto scendere notevolmente alcuni prezzi in pochi mesi (soprattutto quello della carne suina e del riso, passato da circa 30 pesos a 8 pesos la libra), anche se rimangono molto alti per i cubani che dispongono solo di pesos senza passare per il cambio di dollari (si valuta siano tra il 75% e l'80% della popolazione).
Un altro fattore positivo è il successo dell'Ejercito Juvenil del Trabajo, che utilizza nella produzione di canna e di alimenti una parte notevole dei militari di leva. Raúl Castro ha annunciato che nel corso del 1994 l'EJT ha avuto per la prima volta un bilancio attivo, sia pure in misura modesta (6.500.000 pesos), e in tale occasione ha affermato che il compito fondamentale delle forze armate è oggi la produzione di alimenti.
Vorrei sottolineare comunque nelle conclusioni che mi sembra impossibile (non solo per una questione di metodo) criticare o anche solo giudicare la scelta dell'apertura di spazi per il mercato, e delle stesse faciltazioni offerte ai capitali stranieri. Cuba ha agito in uno stato di grave necessità sotto l'impatto della sparizione dei suoi principali partners commerciali, e non aveva molte alternative. Casomai qualche economista cubano osserva che alcune misure (in particolare la liberalizzazione dei mercati contadini) potevano essere prese più tempestivamente e non quando il mercato nero era arrivato ad assorbire l'80% dell'intero ammontare di salari e pensioni (nei negozi statali e nelle mense popolari entrava solo il 20% di quanto erogavano le casse dello Stato!). Alcuni ammettono anche in conversazioni e seminari che è stato un errore averli chiusi nel 1986. Ma nessuno ha avuto il coraggio di scriverlo, essendo ancora un tabu assoluto la critica all'operato del gruppo dirigente.
Quale è dunque il senso di questa descrizione, che può sembrare allarmistica a chi è abituato a esaltare la resistenza di Cuba senza esaminarne le contraddizioni? Mi sembra abbastanza evidente: dobbiamo difendere incondizionatamente Cuba, ma senza abbellirne la realtà e senza nascondere ai nostri militanti i nuovi pericoli che la minacciano.
Casomai dovremmo discutere se è possibile fornire un aiuto concreto, cercando tra i nostri compagni quelli che hanno esperienze che possono essere utili a Cuba per controbilanciare l'impatto negativo dei soci capitalisti, sotto forma di consulenze disinteressate, o anche di consiglieri che aiutino nella selezione delle imprese che si offrono a Cuba come abbiamo visto spesso in modo assai discutibile, anche se non necessariamente con intenti di sabotarne deliberatamente l'economia. E' una questione delicatissima, perché potrebbe apparire paternalistica, ma dopo alcuni infortuni potrebbe essere presa in considerazione.
Possiamo anche aiutare a trovare interlocutori più disinteressati per i cubani, in primo luogo i molti comuni, province e regioni nella cui maggioranza siamo entrati. Potrebbe anche essere un mezzo per verificarne la disponibilità per attività non di sola solidarietà (che comunque dovremmo promuovere, perché anche se abbiamo fatto già parecchio con iniziative autogestite di circoli e associazioni, si potrebbe fare molto di più utilizzando tra l'altro le esperienze positive di molti municipi spagnoli, non solo di Izquierda Unida).
Un convegno di tutti i compagni del PRC (e sono moltissimi) impegnati nella solidarietà attraverso l'Associazione di amicizia Italia-Cuba o altri organismi, potrebbe far riflettere sulle esperienze più proficue: ce ne sono di assai diverse, da quelle che hanno portato al patrocinio di comuni, scuole, ospedali e fabbriche, a quelle che assomigliano purtroppo all'attività di normali agenzie di viaggi, neppure tanto a buon mercato. (...)
Sono compiti collaterali, naturalmente, e subordinati all'identificazione di energie esistenti nel nostro partito che andrebbero solo stimolate e guidate. Quello che mi sembra più importante e urgente oggi è un forte impegno per capire le trasformazioni in atto a Cuba, per prevederne i possibili esiti, per sfuggire a mitizzazioni infondate e fantasiose e alle conseguenti depressioni da impressionismo che ne sono il quasi inevitabile corollario (ho partecipato a decine di dibattiti su Cuba, in tutt'Italia, e ho trovato anche molti che, nonostante o forse a causa della presenza di alcuni entusiasti acritici, esageravano in senso opposto, per effetto degli articoli scandalistici che appaiono su gran parte della stampa , da "la Repubblica" a "l'Unità", e che quindi smarrivano quella visione dialettica dei problemi di Cuba che può permettere di capire in quale stato di costrizione si è trovata non solo dopo il 1991, ma fin dai primi giorni dopo la vittoria della rivoluzione). E' inutile dire che la destinazione del rapporto mi ha esentato dal ripetere gli argomenti in tal senso che ho viceversa sempre utilizzato sia nei dibattiti pubblici, sia negli articoli scritti su "il Manifesto", "Bandiera rossa", "Giano", "Latinoamerica", ecc. (...)
Antonio Moscato