I grandi nodi del Novecento › Cuba, protagonisti e periodizzazione
Soledad Cruz
Uno stralcio dal ricco dibattito cubano sviluppatosi a partire dal 2007 su internet dopo alcuni segnali inquietanti di un ritorno al passato
Versione di lettura convertita dal file originale.
Il pericolo rivoluzionario della verità
NON SI È UTILI ALLA RIVOLUZIONE CUBANA NASCONDENDONE TARE, DIFETTI E PROBLEMI
Soledad Cruz
Da Kaos en la Red, 20 luglio 2007
Nel 2007 a Cuba si era aperto un dibattito meno frenato ed “esopico” del solito, come reazione a un tentativo di rilanciare in televisione alcuni personaggi che avevano avute funzioni direttive (e censorie) durante il cosiddetto “quinquennio grigio”, che secondo molti compagni in realtà era stato un quindicennio nero, quello dell’assoluto e apparentemente incontrastato dominio ideologico sovietico (tra il 1971 e il 1986, inizio della “rectificación”).
I testi di quel dibattito sono tanti, e non tradotti. Ho pensato però di riprendere due interventi - non direttamente inseriti in quel dibattito - di una compagna cubana, Soledad Cruz, che ha avuto in vari momenti un ruolo politico importante, prima come giornalista di Juventud Rebelde, il giornale relativamente più vivace di Cuba, poi come ambasciatrice all’Unesco.
Sono usciti su un sito libertario di Barcellona, Kaos en la Red (è solo così che a Cuba si riesce a pubblicare qualcosa di non ufficiale, che rimbalza poi nel dibattito dell’isola). Lo sottolinea lei stessa, osservando che il dibattito che si era aperto nel gennaio di quell’anno sarebbe stato tanto più utile se messo a disposizione di tutti i cubani e non solo dei fortunati che avevano, legalmente o no, un collegamento a internet.
Su quella fase, che aveva suscitato notevoli speranze, allego in appendice un breve resoconto che avevo curato in quel periodo, e che in parte era uscito sulla rivista “Limes”.
I materiali non tradotti sono molti, troppi per inserirli direttamente sul sito, ma li invierò a chi me li richiederà. a. m. 16/1/2010
È più utile alla patria chi dice la verità. È una delle massime di Martí alle quali mi attengo, anche se mi è costato caro nella mia lunga militanza. Non dico di essere detentrice della verità assoluta, che non esiste, né di possedere per intero la verità dialettica, che di solito è terreno scivoloso; mi riferisco alla vocazione di dire quello che vedo, i fatti, che – come diceva Lenin – sono testardi, alla mia piccola verità personale nutrita delle altre verità che i miei compatrioti mi trasmettono, giorno dopo giorno. Sta di fatto, tuttavia, che sul giornale al quale sono legata fin dal 1970 non posso renderla pubblica in quanto, tra le tare staliniste di cui non ha potuto liberarsi il socialismo a Cuba, c’è quella di tenere il giornalismo cubano ai margini della vita, dei naturali conflitti della convivenza sociale, di quell’intelaiatura complessa che è l’aspirare a una società più giusta, essendo il nostro un paese povero, soggetto al blocco, di fronte a un mondo che dalla fine della guerra fredda conosce un’involuzione, salvo in certe zone come l’America Latina, dove è tornata a levarsi la bandiera della speranza, anche per l’esemplare resistenza della Rivoluzione cubana, tra le altre ragioni.
Ma questa rivoluzione paradigmatica, cui devo il meglio di me stessa, è minacciata e può essere reversibile, come ha già avvertito Fidel nel suo discorso all’Università dell’Avana nel 2005, non solo per l’indubbia aggressività del nemico, ma per i problemi interni che, pur avendone lo stesso Castro parlato nel migliore spirito rivoluzionario, non sono stati discussi in quel momento, continuano a pesare sulla vicenda nazionale, mentre se ne ritarda lo studio delle cause e i metodi che emergono per risolverli non dimostrano la comprensione precisa della fase in cui si trova la società, né dell’indispensabile cambiamento di mentalità perché il progetto si conservi sul lungo periodo.
La lettura di un articolo firmato Katerinjuk in Rébelión sulla situazione nelle ex Repubbliche socialiste dell’Est europeo e nella Russia stessa hanno risvegliato in me i demoni dell’angoscia e della responsabilità morale. In primo luogo, perché ho visitato alcuni di quei paesi e, già negli anni ’70, i livelli di incoerenza del sistema erano tali che era prevedibile quello che poi è successo, o perlomeno che quello che esisteva realmente in quei posti non poteva essere il socialismo. E, invece, si manteneva il silenzio, senza tenere conto che sottacere i problemi reali è il modo migliore per aggravarli. In secondo luogo, perché, a prescindere dalle peculiarità cubane, trovo, percepisco nella nostra società situazioni altrettanto sgradevoli, e non solamente per le carenze materiali, che sarebbero comprensibili nel contesto internazionale, ma per il fatto di fare appello a formule semplificate per affrontare meccanismi complessi della società e dei singoli individui.
A Cuba, la maggioranza della popolazione vuole ad ogni costo salvare la Rivoluzione. La maggioranza intelligente sa di non potersi aspettare niente di meglio dal capitalismo, e meno che mai dagli Stati Uniti o dai nullafacenti di Miami. Riconosce e rispetta la guida di Fidel e tollera non poche decisioni errate per gratitudine e saggezza ma, come recita un detto popolare, bisogna pur vivere e, se per farlo il salario non ti basta, devi inventarti qualsiasi cosa, e da questo derivano molti dei mali della società, ma anche dal fatto che lo Stato benefattore insiste nel risolvere tutto in maniera centralizzata e non permette né favorisce meccanismi alternativi perché la gente possa guadagnarsi da vivere in base all’iniziativa personale e alla creatività di ciascuno. Ricorrere a questi metodi appare come una sconfitta di fronte al capitalismo, dimenticando che esistono fenomeni economici che non sono ideologici, che il capitalismo se ne è semplicemente appropriato e li ha saputi usare per la sua continua espansione e per trasformare rapidamente le proprie forze produttive.
Ovviamente, nessuno può negare che si deve produrre, e che occorre farlo con efficienza e ottenerne quegli utili che può ricavare soltanto nel socialismo una distribuzione più equa per cercare di rendere uguali le persone nel benessere e non nella povertà. Ma anche nei paesi socialisti che avevano raggiunto un certo tenore di vita esisteva uno stato di inquietudine per possibilità che inspiegabilmente il socialismo non offre e che si ricollegano piuttosto alla sfera spirituale e personale, sacrificate in nome della massa, senza tenere conto che questa massa è fatta di individui.
Sul piano sociale, la persone hanno bisogno di sentirsi realmente partecipi nelle decisioni che si prendono sul modo di gestire la società, di essere ascoltate e tenute in considerazione; sul piano personale, hanno bisogno di sentirsi padrone della propria vita, e non sono proprietà dello Stato, anche quando lo sostengono. Coloro che dirigono, eletti da queste persone, pur avendo le migliori intenzioni non possono dimenticare che la loro ragion d’essere è quel che sentono, pensano e di che cosa hanno bisogno i loro elettori. Poiché, però, il socialismo è sorto da un’aspra lotta con un sistema nemico che lo vuol fare sparire, questi principi primari dell’esistenza umana passano in secondo piano, e la partecipazione delle persone si riduce ad eseguire, a sostenere quello che si decide in alto, cosa che tra l’altro le priva di un vero senso di responsabilità per quanto accade nella società.
Molti cittadini delle ex repubbliche socialiste che ho incontrato a Parigi quando ero ambasciatrice all’UNESCO ammettevano i gravi problemi delle loro società, ma aggiungevano che comunque stavano a Parigi, che lo avevano deciso personalmente, pur essendo destinati a vivere da salariati o da muratori nell’edilizia, e altri che erano solo in visita dicevano che nel socialismo non c’era neppure da sognarselo di andare a Parigi. Esistono migliaia di persone nel mondo capitalistico che non si possono permettere neppure di sognare di andarsene a Parigi, ma non è proibito, ed è questa una sfumatura che i politici che vogliono orientare il mondo verso il socialismo devono tenere presente. In realtà, misure del genere hanno piuttosto a che vedere con un tipo di mentalità semplificatrice che non con problemi che affliggono la società socialista, che deve conoscere elezioni libere e non obbligatorie, perché se si tratta di obbligo, a lungo andare succede quel che è successo in tutto l’Est europeo.
Certamente, Cuba ha un nemico così potente da avere una legge che accoglie tutti i cubani che arrivino in territorio statunitense e offre loro tutte le facilitazioni per istallarsi, cosa che non fa con gli altri emigranti; ma la maniera per evitare questo attacco non può essere che i cubani, quasi fossero minorenni, siano tenuti a chiedere un visto di uscita dal paese, amici e parenti debbano comprarsi una lettera di invito per potersi recare all’estero e debbano pagare una tassa mensile per potervi rimanere fino a undici mesi e poi rientrare obbligatoriamente, altrimenti sono dichiarati emigranti, senza poter tornare a vivere nel loro paese, se non in casi umanitari. Questo si giustificava con i borghesi che se ne andavano, con i controrivoluzionari che hanno apertamente attentato alla Rivoluzione, ma non con le nuove generazioni di cubani nati e cresciuti nel processo rivoluzionario che riconoscono (compreso lo Stato) che si tratta di emigrazione per cause economiche e non politiche, che vogliono fare un po’di soldi e venirseli a spendere con le loro famiglie a Cuba, o impiegarli per migliorare la loro casa. Invece, anche dopo cinque anni dall’andata in pensione, c’è ancora bisogno di chiedere il permesso all’ex centro di lavoro per organizzare qualsiasi viaggio personale.
In nessun paese al mondo si può andare all’estero se si hanno debiti, cause pendenti con la giustizia, o se si maneggiano informazioni riguardanti la sicurezza nazionale; ma trasformare un viaggio in una mortificazione vera e propria, in una faccenda umiliante, che nega il diritto di pagare un biglietto, andare e tornare, mi sembra un problema evitabile, quando nel paese circolano divise, buona parte dei cubani ha familiari e amici all’estero che possono procurargliele e quando alcuni le guadagnano anche all’interno del paese, e possono addirittura cambiare legalmente in divise il peso cubano. Si eviterebbe un fastidio ai cittadini se le procedure fossero quelle normali in qualunque altra parte del mondo e se a negare i visti fossero gli altri paesi, anche se per questo occorrerebbe disporre di uno speciale dispositivo onde evitare infiltrazioni dell’avversario, che sarebbe molto più giustificato di tutto questo apparato burocratico che si presta a corruzione e che scomoda chiunque con il sospetto sui motivi del viaggio e il timore che la gente rimanga all’estero.
Se qualcuno rimanesse, allora comincia la via crucis, perché chi se ne è andato deve tornare a pagare la casa, o la parte di casa che il padre o la madre hanno acquistato dallo Stato socialista a prezzi molto bassi, ma che erano quelli fissati, e subiscono una multa o una tassa come se fossero responsabili della decisione di chi se ne è andato. È una cosa kafkiana, come lo è anche il fatto che, se i genitori muoiono, i figli devono ripagare la casa per restarci e la casa e la macchina non le possono vendere anche se vanno in rovina per mancanza di manutenzione, perché la gente non ha mezzi per mantenerle e hanno bisogno di vendere per poter continuare a vivere in case più piccole o con minori comodità.
Sorge, allora, il problema della proprietà, e non parlo di quella privata che sfrutta, ma di quella personale, acquisita lavorando. Niente è veramente tuo, non puoi decidere da solo se viaggi, se cambi casa, se vendi la macchina, e tutto questo si fa per evitare che i settori illegalmente arricchiti si approprino del patrimonio migliore o possano acquisire cose che in tempi migliori lo Stato aveva agevolato per meriti di lavoro; ma chi si sta colpendo sono quei cittadini che, data la situazione, stanno cercando di risolvere quei problemi economici che lo Stato non riesce a risolvere, per quanto si sforzi ed abbia l’intenzione di farlo. È un’altra camicia di forza e, ancora una volta, si ricorre alla semplificazione. Perché lo Stato, come in qualunque parte del mondo, si avvantaggia se ricava tasse da ognuna di queste transazioni, anche nel caso in cui le impone all’acquirente per difendere quelli che hanno minori possibilità, perché purtroppo quelli con maggiori possibilità non sono gli scienziati che producono vaccini, i campioni olimpionici o gli eroi del lavoro, ma quelli che, in barba a tutti i decreti e regolamenti si sono arricchiti illegalmente o hanno ingentissime entrate dall’estero.
Se i burocrati che decidono queste misure, prive di base socialista perché colpiscono diritti elementari riconosciuti a partire dal famoso Manifesto comunista, si proponessero soluzioni di fondo ai complessi problemi della società cubana, elaborerebbero formule assai più aderenti alla situazione attuale, che non è quella degli anni ’80, e pertanto realistiche e in quanto tali rivoluzionarie; e dico burocrati perché sono convinta che se Fidel e Raúl sapessero di queste misure e del modo in cui vengono applicate, sono certa che non le appoggerebbero, per cui la gente che la pensa allo stesso modo dice: “lascia che lo vengano a sapere”; ma il socialismo non può dipendere da due, tre persone, quattro o dieci, che abbiano la lucidità di capire che molte di quelle misure sono viste come maniere per molestare e ostacolare sempre di più il duro cammino.
E non lo dico per codardia, per assolvere Fidel e Raúl dalle loro responsabilità, ma perché come cittadina di questo paese ho sentito Fidel dire che il socialismo è un’associazione di volontari in occasione dell’esodo da Mariel, e Raúl che i fagioli sono non meno importanti dei cannoni nel pieno della crisi degli anni ’90, per non citare che due esempi di realismo politico. Per questo non posso pensare che concordino con tutta questa serie di misure vessatorie, comprese le regolamentazioni dei rapporti con gli stranieri
Non ho mai letto sul Granma che non si possano portare in macchina stranieri e che non si possano ospitare in casa gli amici nati sotto altri lari. Se però porti in macchina uno straniero ti possono fare una multa di 1.500 pesos, e anche se resta a casa tua, a meno che non chieda l’autorizzazione, che non sempre è concessa. È un modo per evitare traffici di droga, la prostituzione, per far sì che la divisa arrivi direttamente in mano allo Stato, che la utilizza per garantire sanità e istruzione, una quota minima di generi alimentari sovvenzionati e tanti altri benefici; non c’è dubbio, però, che non tutti i cittadini sono uguali ed è penoso che chi ti offre ospitalità nel suo paese non possa essere ricambiato. Nessuna di queste misure è gratuita, cercano tutte di controllare situazioni che si sono create a causa delle circostanze, ma non possono essere sempliciste, vessatorie e tenere conto che le persone decenti non si possono trattare come i delinquenti.
La lotta alla prostituzione sta arrivando a scoraggiare rapporti veri tra locali e stranieri. Come in qualunque parte del mondo, qui si innamorano le persone di qualsiasi parte e si fanno anche amicizie. Ma nessuna donna e nessun uomo possono strasene in un albergo con il/la partner se non è del paese, pur essendo maggiorenni e del tutto responsabili delle proprie azioni. Si dice che è per evitare disuguaglianze tra chi può e chi non può. Ma le disuguaglianze ci sono sempre state e adesso sono diventate più evidenti, e la cosa peggiore è che alla fine accedono a questi presunti privilegi quelli riescono a corrompere, o semplicemente chi va in case private, che sicuramente non pagano tasse. Non si può pretendere, infatti, di controllare l’esistenza delle persone minuto per minuto, e la maggioranza di queste misure contribuiscono più a delinquere che non a raggiungere gli obiettivi per i quali vengono imposte. Queste pressioni, che hanno un fondo di goffaggine e che hanno già dimostrato la loro inefficacia in tutto l’ex campo socialista, creano gravi inconvenienti alla popolazione, anche se per gratitudine o per paura non vengono messe in discussione su scala di massa, e stanno creando un brodo di coltura tutt’altro che propizio.
Lo stesso accade con l’ostinazione e conservare la proprietà statale come l’unica variante su aspetti per i quali altre alternativa hanno dimostrato di ottenere risultati migliori, ad esempio: la gastronomia e l’agricoltura; e non si tratta di incentivare la proprietà privata, ma quella collettiva possibile di questi tempi, sperimentata timidamente e che, alla lunga, è la formula socialista vera, come altri hanno segnalato. Tra l’altro, c’è un aspetto della proprietà cooperativa che può fungere da salvezza di fronte a qualunque futuro colpo basso dei nemici e che potrebbe evitare che in circostanze avverse attuali funzionari poco scrupolosi si approprino dei beni che legittimamente appartengono al popolo, come è successo quando è crollato il socialismo nell’Europa dell’Est. Ed è un aspetto descritto in Stato e rivoluzione di Lenin a proposito della democrazia socialista, che non è mai arrivata.
Se legalmente ogni pezzo di terra del paese, ogni fabbrica, ogni impianto sportivo, ogni teatro appartenesse a un consiglio di cooperazione, nessuno potrebbe venire un giorno ad appropriarsene, perché i loro proprietari collettivi avrebbero i mezzi per difenderla; e questo significa proprietà socialista , andando al sodo, una proprietà che si può toccare con mano di fronte a una proprietà statale che i cittadini non hanno mai sentita come loro, tra l’altro perché le usanze ancestrali non si cambiano per decreto, così come le tendenze naturali della specie alla quale apparteniamo.
Dopo l’amara esperienza del socialismo dell’Europa dell’Est, noi comunisti dovremmo capire la massima di Gandhi: se vuoi cambiare il mondo, cambia te stesso, per non chiedere a nessuno di fare quello che non siamo capaci di fare noi, anche perché è sicuro, come hanno sostenuto alcuni ideologi avversari, che la logica del capitalismo è più vicina all’atavismo biologico degli esseri umani. Costa meno fatiche mentale piegarsi alla legge del più forte, come fa il branco delle scimmie, e il capitalismo è riuscito a convertire le miserie umane in categorie per il funzionamento economico. Essere socialista, pensare da socialista, sentire da socialista richiede un impegno spirituale e intercultuale, perché implica di pensare anche agli altri e di dominare l’animale che siamo. Per riuscire a lasciarci la preistoria alle spalle, se vogliamo che vi sia socialismo del XX secolo dovremo evitare gli stessi errori che ne hanno dimostrato il fallimento nel XX secolo
La paradigmatica Cuba deve liberarsi di tutte le formule e i metodi presi in prestito da coloro che si supponevano più esperti e che sono spariti per la loro ostinazione. Deve, tra l’altro, impedire che la sua agenda interna sia dettata dagli Stati Uniti con le loro provocazioni, e meno ancora da quelli di Miami che hanno rinunciato alla loro cittadinanza. In questo, Fidel e Raúl hanno sì grandi responsabilità come garanti delle trasformazioni socialiste che devono essere realizzate prima che essi scompaiano come leader viventi. A parte la corruzione ed altri mali, esistono milioni di rivoluzionari cubani disposti a partecipare alle trasformazioni indispensabili, consapevoli che nulla nuoce alle idee migliori più della stagnazione; e le misure e i metodi cui ho accennato molto parcamente soffocano e accasciano le persone e non possono suscitare lo spirito indispensabile perché si senta l’impegno socialista come tale.
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La lotta cubana contro i demoni
Soledad Cruz - Kaos en la red, 21.08.2007
Di solito, qualsiasi discussione su Cuba solleva un enorme polverone. Pochi argomenti appassionano, pro o contro, come questa grande isola dei Caraibi, che più che a una lucertola somiglia a uno scorpione per la sua capacità di resistenza. Gli amici pretendono di difenderla come il paradiso che non è e i nemici come quell’inferno, che pure non è. L’aspra contrapposizione ha impedito riflessioni serene dentro e fuori, ha determinato l’assenza di una delimitazione tra le critiche e i procedimenti inadeguati e il sostegno agli ideali rivoluzionari ha impedito una cultura del dialogo, dell’utilità delle divergenze, dell’interrogarsi su quello che si fa, senza che questo diminuisca la saldezza dell’unità imprescindibile quando c’è da affrontare un nemico così forte come quello che ha la rivoluzione cubana fin dalla sua vittoria.
Concepire l’unità come unanimità può costituire una delle cause degli impedimenti e degli ostacoli che incontra qualsiasi atteggiamento critico, ma anche del comodo autocompiacimento e dell’impunità che implica non tenere conto realmente delle gestioni che si effettuano o farlo ricercando ogni tipo di giustificazioni, che attribuiscono ai problemi cause esterne o ricorrendo a quella specie di ricatto morale di impugnare l’argomento che nel capitalismo succede di peggio, ed elencare gli incontestabili vantaggi dei cubani rispetto ai tre quarti del mondo che, senza aver fatto alcuna incursione nel socialismo, hanno problemi sociali maggiori di quelli che costituiscono motivo di lamentele o di insoddisfazione degli abitanti dell’isola.
Esiste una mentalità burocratica, molte volte al riapro dello scudo di un presunto discorso barricadero, che ricorre ad ogni genere di argomenti giustificativi per non affrontare le responsabilità e alla quale non conviene assolutamente che delle sue inefficienze si parli pubblicamente. Questa tendenza si è presentata così presto che già negli anni ’60 ci fu una grande campagna contro il burocratismo, che appariva allora come una brutta eredità dell’amministrazione prerivoluzionaria, perché chi studiasse la storia della rivoluziona cubana si imbatterebbe in una volontà costante di correggere i mali che andavano emergendo nel difficile cammino di proporsi la costruzione di una società più giusta con gli stessi esseri umani formati in circostanze diverse e che erano costretti a cambiare la propria mentalità mentre si stavano impegnando a trasformare la vita del paese.
Il primo allarme sui nefasti effetti del burocratismo e del suo parente, il dogmatismo, ma questa volta di presunto segno socialista, fu lanciato negli anni ’60, quando si verificò lo scontro con il settarismo, che Fidel definì in questi termini: «Il settarismo per cui si crede che gli unici rivoluzionari, gli unici compagni di cui ci si possa fidare, gli unici che potessero andare in una fattoria per un carico, in una cooperativa, nello Stato, dovunque, doveva essere un vecchio militante marxista». E in quel discorso del 26 marzo 1962 Fidel dichiarava: «Questa rivoluzione stava abbandonando la sua strada maestra e stava procedendo per una diramazione, costruendo una camicia di forza, un giogo, compagni, noi non stavamo promuovendo una libera associazione di rivoluzionari, ma un esercito di rivoluzionari addomesticati e ammaestrati».
A parte questo allarme sulle contraddizioni che potevano emergere mel progetto socialista, evidenti nello stesso conflitto tra il Movimiento 26 de Julio e il Directorio 13 de Marzo, e di entrambi concezioni e metodi del vecchio Partido Socialista Popular, vuoi perché l’aggressione nemica era troppo forte e l’alleanza con l’Unione Sovietica condizionava alcune tendenze, vuoi perché è più facile essere dogmatico che dialettico, è più facile essere totalitario che diverso, è più facile essere conservatore che rivoluzionatore, lo spirito burocratico è andato minando per molto tempo questa libera associazione di rivoluzionari che ha fatto la rivoluzione con le armi e poi l’ha conservata per quasi 50 anni.
Lo spirito burocratico fa appello al dogma e a metodi totalitari, senza averne piena consapevolezza, maschera la sua paura dei cambiamenti indispensabili sfoderando i pericoli, ritiene che il rispetto dell’autorità sia sottomissione e che la fedeltà sia servilismo e con queste risorse va soffocando silenziosamente gli elementi rivoluzionari di trasformazione , stabilendo come legge non scritta che quello che arriva dall’alto è giusto, che quelli che ostentano le proprie cariche detengono le verità perché sanno di più e sono meglio informati, che quelli che non adeguano sono di solito stupidi caparbi sgraditi che non si rendono conto della complessità di quello che sta succedendo nel mondo e così, con presupposti del genere, si fomentano mali come la doppia morale, che consiste nell’accettare quello che non si capisce o quello con cui non si è d’accordo, per evitarsi problemi, e il peggiore di tutti i mali, si blocca l’iniziativa, , la creatività, la responsabilità, il senso di appartenenza, e tutto questo porta all’apatia, all’inefficienza, all’improduttività.
Lo spirito burocratico, il dogmatismo e le formule totalitarie costituiscono una risposta semplificatrice alle sfide della complessità dell’esistenza umana e sociale, è non sono caratteristiche del socialismo, come certuni segnalano, ma meccanismi che, consapevolmente o meno, usano persone, gruppi, ideologi, religioni in qualunque sistema di idee, credenze o forme di organizzazione, ma quando sono presenti visibilmente nell’obiettivo socialista causano particolarmente danno, poiché contrastano l’essenza stessa del sistema e ne ritardano lo sviluppo o lo portano alla distruzione, come è avvenuto per l’altro campo socialista.
C oloro, in prevalenza giovani, che hanno preso il potere nel 1959, senza esperienza di governo, perlopiù senza cultura politica, senza soldi punti di riferimento culturali, nauseati dai meccanismi della democrazia rappresentativa borghese che per cinquantotto anni non aveva risolto i problemi del paese, fondare la nazione prevista da Martí, con tutti e per il bene di tutti, hanno incontrato il primo grosso ostacolo nell’ostilità dichiarata e voluta degli Stati Uniti, che hanno subito boicottato tutte le misure del governo rivoluzionario che miglioravano la vita della gente più umile, cosicché effettivamente, per quanto l’espressione sia trita e ritrita, il primo grande colpevole dei problemi di Cuba è l’imperialismo, avendo applicato contro Cuba una politica fondamentalista, burocratica, dogmatica, totalitaria, percché una società soggetta al blocco, aggredita, spiata in ogni suo movimento è condizionata da un fortissimo senso di autodifesa, che va dalle spese indispensabili, giustificate ed enormi per far fronte alla difesa militare alla comparsa di sindromi come quella del mistero, del sospetto e dell’intolleranza verso tutto ciò che non sia plauso per l’enorme sforzo di sopravvivere in circostanze del genere.
A questo primo grosso ostacolo, la politica statunitense, si è aggiunta in seguito l’attuazione i un sistema economico-sociale sotto la tutela dell’Unione Sovietica, che è stata sicuramente fondamentale per il suo aiuto, ma i cui problemi, discussi nel XX Congresso del PCUS, non avevano trovato reali soluzioni, come il passar del tempo ha dimostrato, e che ha influenzato concezioni e metodi del modo di gestire l’economia ed altri aspetti dell’organizzazione sociale cubani.
Sono tratti della nostra storia che richiedono analisi specialistiche e, tra l’altro, urge condurle, renderle pubbliche soprattutto perché la gioventù abbia dei punti di riferimento a partire da una visione rivoluzionaria delle cause di tanti contrattempi e perché possa avere migliori elementi di valutazione dell’importanza di quella generazione che chiamiamo storica, delle sfide cha ha dovuto affrontare e delle ragioni per le qual è stata seguita maggioritariamente , nei successi e negli insuccessi, da quelli che nel 1959 erano bambini e che oggi costituiamo un nucleo forte di difesa della rivoluzione perché conosciamo il capitalismo cubano e abbiamo vissuto i tempi buoni e quelli cattivi del socialismo.
È significativo che sia stato il Che a parlare per primo delle formule congelate del socialismo nel memorabile saggio Il socialismo e l’uomo a Cuba. Anche lui aveva Mosca come Mecca finché non ha conosciuto a fondo il funzionamento di quella società. Ma quell’appello a fare attenzione non ha impedito la chiusura di Pensamiento crítico, una rivista di filosofia con sguaro critico su come si stesse costruendo il socialismo, né ha evitato l’epurazione all’Università, né l’accusa di essere piccolo borghesi perché si amava la bellezza, né la condanna all’ostracismo di una parte degli intellettuali, né di avere una stampa che contrapponeva al giallo capitalista il grigiore della Pravda, né ha evitato i raduni di ripudio finiti in pestaggi ingiustificati al momento dell’esodo massiccio del 1981.
Si è trattato di fatti avvenuti nel fragore della contesa e non si possono negare e che trovano spiegazioni nell’ottica della complessità e non in quella della semplificazione, pur oneste e sincere, i quelli che vi ha partecipato convinti di salvare la rivoluzione da debolezze non contemplate dallo schema studiato, lavoro, fucile, dai tre assi ai quali si cercò di ridurre la diversità di espressioni della vita, così affezionati al maschilismo-leninismo che persino i sentimenti, non dico la buona educazione, sembravano fragilità borghesi. Si è trattato di errori sui quali non si è riflettuto a sufficienza e che hanno provocato ferite negli animi più sensibili e un amaro risentimento in quelli che non sono riusciti a superare l’esperienza e che oggi aizzano odi dall’esterno o si alleano agli Stati Uniti per poter perpetrare la loro vendetta senza preoccuparsi che in questo c’è in gioco la nazione.
Naturalmente, ci sono state rettifiche molto onorevoli per quanto riguarda temi come le convinzioni religiose, il rispetto per gli orientamenti sessuali e molti degli intellettuali maltrattati in altri tempi oggi sono figure fondamentali della vita culturale e intellettuale, il che è un sintomo che la mentalità burocratica, dogmatica e totalitaria si può superare, soltanto che non si possono aspettare altri venti anni per correggere ciò che la vita ha già dimostrato improduttivo, e va ricordata la massima cui ricorreva mia madre, Zoila Guerra, quando diventavano tesi gli scontri familiari: “errare è umano, rettificare è da saggi, perdonare è sublime”.
Perché parlare di tutto questo in momenti così difficili? (Questo paese non ha mai ottenuto niente in modo facile). Perché dalle crisi si può uscire soltanto crescendo o scomparendo, e Cuba, ancora una volta, è costretta a crescere e non può aspettare per farlo che appaia in quantitativi sufficienti il petrolio e, anche se domani esistessero le risorse economiche per risolvere rapidamente i suoi tre problemi di fondo (l’alimentazione, le case e il trasporto), le ferite nella vita spirituale non si risanerebbero con la stessa celerità.
In effetti, tra il 2005 e il 2007, sono intervenuti notevoli miglioramenti in settori molto importanti come l’energia, l’istruzione e la sanità. Sono finite le lunghe interruzioni di corrente, sono state ricostruite scuole, si sono inaugurati nuovi servizi sanitari, sono state rese più flessibili alcune regolamentazioni doganali draconiane. È favoloso tutto quello che si crea di fronte alla minaccia di un ciclone come il Dean, le risorse che si mettono in atto per la cura dei cittadini, le virtù che si mettono in moto, ma certe polemiche nella rete informatico-spaziale non rese pubbliche nei mezzi di comunicazione di massa, hanno dimostrato la zavorra, il permanere della mentalità di cui ho parlato, sia da parte delle persone coinvolte, perché rendevano evidenti le difficoltà per un dialogo a fondo, sia da parte delle autorità, che ancora una volta davano come risposta il silenzio.
Si stava verificando la messa in discussione della politica culturale per anni. Sarebbe stato il momento buono per stimolare un dialogo su vasta scala, ma si è scelto di non informare sull’accaduto e di promuovere, in maniera semiclandestina, incontri che stanno proseguendo, che si rivelano molto validi e che sarebbero di pubblica utilità. Lo stesso si fa con molte misure che si stanno mettendo in pratica per il miglioramento di vari settori, si spiega che lo si fa per cautela, per non suscitare false aspettative, ma in un modo o nell’altro la gente deve sapere che cosa succede nel suo paese per via ufficiale, non da voci o da quello che riportano pubblicazioni straniere.
È arrivato il momento di analizzare tutto quello che ci fa disperare, di condurre le analisi da posizioni rivoluzionarie, di esorcizzare i demoni propri e altrui perché non intorbidino la battaglia che continua, perché la vittoria, come la felicità, non è un’astrazione cui si perviene ma un modo di procedere per la vita.
Appendice
Qualcosa si muove a Cuba tra gli intellettuali
Dal gennaio 2007 a Cuba è accaduto qualcosa di nuovo: il 5 gennaio in un programma televisivo appariva una specie di fantasma: Luis Pavón Tamayo, che era stato messo nell'aprile del 1971 alla testa del Consejo Nacional de Cultura e aveva esercitato per un quinquennio un ruolo nefasto di censura e messa al bando di ogni spirito critico. Dopo pochi anni era stato sostituito e praticamente dimenticato. Ora appariva in un programma "Impronta" (dedicato a chi ha lasciato tracce importanti, "un'impronta", insomma, nella storia e nella cultura cubana), che lo presentava in termini completamente apologetici. Esibizione di sue foto accanto a Fidel, Guevara e altri esponenti della rivoluzione, di un libro del Che con dedica autografa, domande ingenue di una presentatrice che non sapeva nulla di lui, e successivamente ha ammesso di non avere il minimo sospetto di quale fosse stata l'impronta realmente lasciata durante gli anni in cui aveva diretto il CNC.
Tre giorni dopo decine di intellettuali di primo piano (per la precisione 36) si erano già mobilitati scambiandosi e.mail (nonostante le note difficoltà di accesso); alla fine del mese si trovavano insieme per ascoltare una conferenza di uno di loro, Ambrosio Fornet, su "El quinquenio gris: revisitando el termino", tenuta nella Casa de las Américas il 30 gennaio nel quadro di un ciclo sulla politica culturale del periodo rivoluzionario organizzato dal Centro Téorico-cultural Criterios. Il "Quinquennio grigio" è il termine abbastanza eufemistico convenzionalmente usato per definire il periodo del trionfo dei censori stalinisti a partire dal 1971; molti preferiscono chiamarlo il "decennio nero", ma di fatto è stato ancora più lungo, in pratica un quindicennio, sia pur con lievi attenuazioni già prima di quel 1986 che con la rectificación de errores segnava l'inizio dello sganciamento dall'URSS.
Come mai tanta passione se il personaggio esaltato da quel programma televisivo era davvero uno zombie, che era stato dimenticato per decenni? Era stato qualche vecchio amico a volere che gli si rendesse omaggio?
Prima di tutto, in molti dei messaggi scambiati, e poi nel testo della conferenza di Fornet, si è denunciato il carattere non casuale e non isolato della riesumazione: negli stessi giorni erano apparsi in diversi programmi televisivi altri fantasmi di un passato non rimpianto, come Jorge Serguera Riverí (Papito), che era stato in quegli stessi anni settanta direttore della televisione cubana o Armando Quesada (detto "Torquesada"...), il "normalizzatore" del teatro cubano.
Nessuno di loro aveva avuto il minimo ruolo pubblico in questi ultimi anni. Io stesso qualche anno fa avevo incontrato più volte Papito Serguera, che mi interessava perché tra i suoi tanti incarichi era stato ambasciatore ad Algeri e Brazzaville negli anni della spedizione africana del Che. Era stato gentile e ricco di informazioni, anche se a tratti avevo intravisto gli artigli del burocrate nella rivendicazione del suo ruolo come "fiscal", cioè pubblico accusatore in diversi processi politici, a partire da quello contro Hubert Matos. Viveva in una splendida villa in cui teneva a pensione diversi stranieri dall'aspetto di uomini d'affari. Ma si considerava ritirato dalla vita attiva e a tratti si lasciava andare a considerazioni critiche sul presente.
Come mai questi personaggi sono riapparsi all'improvviso? E perché tanto allarme? La chiave sta in alcune allusioni prudenti al loro possibile sponsorizzatore contenute in diversi messaggi.
Nessuno lo ha nominato esplicitamente (ed è già un sintomo dei limiti di questo "disgelo"), ma si capisce che il "potente dirigente" a cui alcuni messaggi alludono è Ramiro Valdés Menéndez, l'uomo che fu ministro degli Interni durante il periodo più repressivo del regime, dal 1961 al 1969, gli anni del "Terrore rosso" a cui alludeva polemicamente Guevara in una conferenza del 1962 ai membri della Seguridad. Allontanato da Fidel, era stato poi recuperato di nuovo per la stessa carica nel 1978, rimanendovi fino al 1986, quando era stato poi di nuovo destituito da Castro all'inizio della rectificación. In quell'anno era stato allontanato dall'Ufficio Politico, pur rimanendo nel comitato centrale.
Ramiro Valdés non era mai stato troppo amico di Raúl Castro, e quando era stato recuperato da Fidel all'inizio del 2006 con la nomina nel ristretto Consiglio di Stato "con importanti funzioni esecutive" gli esperti cubanologi avevano parlato di una mossa che lo metteva in lizza per la probabile successione al líder máximo, in concorrenza quindi con Raúl.
Tuttavia, poco dopo l'annuncio della malattia di Fidel, è arrivata la sorpresa: Raúl Castro lo ha nominato ministro, non degli Interni ma dell'Informatica e Comunicazioni. Da cui dipendono, appunto, anche la radio e la televisione. Dell'informatica e del suo controllo (con consulenti oggi cinesi, ieri tedesco orientali) Ramiro si occupava da tempo. La sua nomina da parte di Raúl Castro a un ministero che oggi assume caratteristiche importanti, analoghe e parallele a quello dell'Interno (secondo alcuni commentatori era stato Valdés che aveva preparato l'arresto dei 75 dissidenti nel 2003), significa probabilmente che tra le varie correnti che gestiscono il potere a Cuba c'è stato un accordo. Ma la ricomparsa, nella sua scia, dei vari Pavón e Torquesada, getta un allarme tra chi pazientemente aveva cercato di allargare gli spazi di dibattito democratico a Cuba a partire dalle riviste indipendenti, i Centri Studi del partito, alcune facoltà universitarie e certi settori degli stessi sindacati.
Il materiale è già abbondantissimo. Riportiamo intanto un breve stralcio di uno dei primi interventi, quello di Desiderio Navarro, che ha accusato Pavón di aver privato per sempre Cuba "di innumerevoli opere a causa della pressoché inevitabile autocensura forzata successiva ai fertilissimi anni Sessanta" e di aver "riempito un intero periodo di una pessima produzione letteraria e artistica nazionale oggi giustamente dimenticata persino da quegli stessi che l’avevano allora incensata e premiata". Pavón , prosegue Navarro "ci ha inondati con il peggio delle culture contemporanee dei paesi dell’Europa dell’Est, privandoci della conoscenza di quanto c’era in esse di più creativo e profondo"e ha "inculcato stili e meccanismi di direzione e di lavoro culturale neozdanoviani che ci sono voluti decenni per sradicare, tanto “normali” erano diventati. (...).
Navarro richiama un suo articolo recente sulla "responsabilità dei politici nella limitazione del ruolo critico dell’intellettuale" ma aggiunge che "questo costituisce soltanto la metà del problema. L’altra metà, che meriterebbe un articolo simmetrico, è la responsabilità degli intellettuali: senza il silenzio e la passività della loro quasi totalità (per non ricordare la complicità e l’opportunismo di non pochi di questi) il «quinquennio grigio» o il «pavonato», come già molti allora lo chiamarono, non sarebbe stato possibile o, in ogni caso, non sarebbe stato possibile con tutta la carica distruttiva che ha avuto. Con rare eccezioni, tra gli intellettuali, gli eterosessuali (anche quelli non omofobici) si disinteressarono del destino dei gay; i bianchi (compresi i non-razzisti), della sorte dei negri che avanzavano rivendicazioni; i tradizionalisti, del destino degli avanguardisti; gli atei (inclusi quelli tolleranti), delle vicende dei cattolici e del resto dei credenti; i filosovietici, della sorte dei contrari al realismo e dei marxisti estranei alla filosofia di Mosca; e così via". Navarro si chiede se "questa mancanza di responsabilità morale individuale potrebbe oggi ripetersi fra gli intellettuali cubani".
La maggior parte dei primi interventi sono andati nella stessa direzione, a volte con informazioni preziose sulla censura esercitata dalla televisione nei confronti di film cubani famosissimi e decantati all'estero come Fresa y chocolate o Guantanamera, o di opere teatrali come "Marx a Soho" tratto da un testo di Howard Zinn. È sintomatico che sono stati messi in rete insieme a messaggi di chi ha scelto o è stato costretto all'emigrazione, e che nella lista dei primi interventi compaia anche il nome di monsignor Carlos Manuel de Céspedes, vescovo di Matanzas e protettore del dissenso moderato (anche grazie al nome illustre, identico a quello del suo bisavolo protagonista della prima rivoluzione cubana del 1868).
Uno degli interventi più interessanti è quello di Magaly Muguercia, che parla a nome dei tanti "intellettuali rivoluzionari che scelsero di emigrare quando non fu più possibile manifestare il loro pensiero". Alcuni se ne andarono perché "si cominciò a negare l'accesso alle case editrici e alle aule universitarie". C'è poi una intera generazione di giovani qualificati che hanno ora tra i 30 e i 40 anni, che "si educarono nei principi rivoluzionari, e se ne andarono per ragioni economiche ma anche per disillusione e perché stufi di essere obbligati all'ossequienza". Magaly ne conosce molti perché è la generazione dei suoi figli.
"Sono persone pensanti e colte. Ma siamo dispersi per il mondo. Se fossimo convocati, se qualcuno ci invitasse a far ritorno a Cuba, ritorneremmo in tanti a far valere il diritto di ogni cubano rivoluzionario a pensare, in questo momento, al futuro del paese. È il momento di convocarci, noi che stiamo fuori del paese, per farci ritornare a pensare al paese che amiamo e vogliamo, e a dirlo, perché è evidente che la convalescenza di Fidel sta aprendo porte non desiderabili. Queste porte possono aprirsi verso la repressione del pensiero all'interno, e l'accoglimento dall'esterno di modelli pseudosocialisti: capitalismo con Stato repressore".
Un simile intervento dimostra che, contrariamente a quel che ripetono ossessivamente gli zelanti amici della burocrazia cubana, una parte notevole dell'emigrazione intellettuale non è controrivoluzionaria e "prezzolata", e tra l'altro sta più in Europa e in altri paesi latinoamericani che a Miami. Sulla stampa della Florida peraltro si sono avuti commenti piuttosto acidi su questo dibattito, insinuando che è stato possibile solo perché avrebbe avuto l'appoggio discreto del ministro della Cultura Abel Prieto e del suo predecessore Armando Hart. Ma non si domandano che significa questo appoggio, se c'è stato. Certo, in questo caso sarà stato più facile avere coraggio per quelli che non lo ebbero in passato, come denunciava Desiderio Navarro. Ma come sottovalutare che in un momento decisivo per le sorti di Cuba, una parte dei dirigenti hanno scelto di incoraggiare un dibattito aperto?
(4/6/07 a. m.)