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Alonso. Cuba 1959-2011

Cuba, protagonisti e periodizzazione · pubblicato il 28 ottobre 2011 · 19 min di lettura

Aurelio Alonso ricostruisce le fasi della rivoluzione cubana e i suoi problemi ancora irrisolti

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CUBA 1959-2011 - Conquiste e disastri sociali

Aurelio Alonso

La rivoluzione giunta al potere nel gennaio 1959 avrebbe significato la trasformazione della società cubana, in una dimensione che sarebbe stato praticamente impossibile prefigurare nel quadro di un programma politico, per profonde che fossero le riforme che si proponeva, come lo erano state nel “programma” del Moncada (Fidel Castro, La storia mi assolverà, 1953). Dimensione inimmaginabile, anche per il leader stesso che la guidò fin dall’inizio e che ha lasciato la sua inconfondibile impronta nel corso successivo, il quale espresse questo in modo eloquente: «Abbiamo fatto una rivoluzione più grande di noi».

Il programma politico non può mai oltrepassare l’enunciazione delle proposte. La storia reale implica molto di più: implica gli ostacoli esterni, i limiti interni, le frustrazioni, i successi, gli errori, le scelte alternative, gli atti di eroismo, la resistenza, tutti elementi incastonati in una sorta di spirale che cambia noi esseri umani che la viviamo, di generazione in generazione, di congiuntura in congiuntura. Tramite questa si intesse progressivamente tutto il complesso dei rapporti sociali, la loro dimensione strutturale, la traduzione istituzionale, i parametri morali, le forme di militanza, la religiosità, l’immaginario popolare, la creatività, e tutte le reti che implicano quello che, in modo più generico, contraddistinguiamo come il sociale. Senza minimamente seguire una logica lineare, ma con un divenire carico di contraddizioni.

Il dato del contraddittorio sta proprio al centro, come lo intravidero coloro che dettero al socialismo un sostentamento scientifico, che ritornarono incessantemente a questa raffigurazione dialettica hegeliana della contraddizione. Lo è stato e lo sarà sempre, in un modo o nell’altro, e non come un principio dottrinario ma come realtà da allora scoperta e tante volte verificata. Lo dimostra il mezzo secolo del processo cubano che abbiamo il compito di delineare, carico di acquisizioni e di infortuni, di successi e sconfitte, di gioie e dolori, di fondazione di nuovi valori e di inutili gravami del mondo di fronte a cui ci ribelliamo.

In Cuba, il riferimento marxista fu introdotto dopo che il popolo aveva scoperto che le sue rivendicazioni erano arrivate al potere; che la nazione, che il regime repubblicano sorto all’ombra del pionieristico intervento dell’impero americano non aveva potuto concedergli, non solo era una possibilità, ma che il popolo stesso aveva cominciato a realizzarla.

I capi ricorsero alle masse, fin dal principio, perché le loro iniziative non rimanessero nell’ambito delle decisioni di una cerchia ristretta Anche se la semplificazione della struttura di governo si avvaleva del decreto, il cambiamento sociale non si decideva senza preoccuparsi del più vasto consenso popolare. La società cubana ebbe rapidamente prove inconfondibili di avanzamento sociale del progetto messo in moto. La riforma agraria che espropriava il latifondo si firmò dopo quattro mesi dalla vittoria, e qualche mese dopo diventava effettiva la distribuzione delle terre. Una massiccia mobilitazione dei contadini all’Avana nella prima celebrazione dell’assalto alla caserma Moncada, il 26 luglio del 1959, avrebbe cancellato la speranza dell’oligarchia dei proprietari terrieri di opporre resistenza alla decisione di distribuire la terra tra i contadini sfruttati che la lavoravano.

Da quel momento, il ricorso alla mobilitazione delle masse intorno ai dirigenti si trasformò nello strumento più persistente dell’espressione del consenso. Così cominciò ad imporsi un nuovo tipo di rapporti sociali, conquistando un’incidenza nella trasformazione della struttura di classe della società cubana. Oltre alla riforma agraria,si adottarono altre iniziative volte ad avanzare negli intenti di giustizia sociale e di equità, in quelli di eliminare la povertà, di ridurre le disuguaglianze, di attenuare le pressioni abitative, prima, attraverso il ridimensionamento della rendita, poi sopprimendo l’usura e il mercato immobiliare.

Tra il 1959 e il 1973, si realizzarono la nazionalizzazione della banca, dell’industria e del commercio, il cambiamento nominale della moneta per impedire la tesaurizzazione, e una seconda legge agraria che riduceva ulteriormente le dimensioni della proprietà terriera. Con le riforme della struttura economica, si riformavano al contempo i rapporti sociali. Con la socializzazione dell’intera economia tramite la proprietà statale, la fisonomia della società mutava completamente. E, con questa, cambiava il tipo di rapporti con il potere politico, che non avrebbero più corrisposto a interessi oligarchici di natura privata. La trasformazione strutturale della società cubana avvenne molto rapidamente.

 

Il partito e lo Stato

Quell’enorme testa governativa che implicava la creazione di Ministeri concepiti per amministrare l’intero spettro economico era diretta a partire da una struttura esclusiva e semplice: il Consiglio dei Ministri. Certamente si procedette, non senza difficoltà, verso l’unificazione politica in un partito, che non aveva diretto la lotta rivoluzionaria, ma che si inseriva a partire dalla vittoria, a cominciare dai movimenti e dalle organizzazioni che lo avevano fatto, e la cui missione, in rapporto allo Stato, sarebbe rimasta non ben definita fino a dieci anni dopo. Nasceva, a propria volta, una nuova struttura istituzionale, che mise radici, grazie alla forza del consenso, nella società civile cubana: nuove organizzazioni di massa, quali i Comitati di Difesa della Rivoluzione, la Federazione delle Donne Cubane, l’Associazione Nazionale dei Piccoli Agricoltori, senza spiazzarne altre che nel cambiamento sociale si rivitalizzarono, e che avrebbero impresso un significato nuovo alla partecipazione popolare.

Il potere popolare affrontò l’obiettivo di eliminare l’analfabetismo della popolazione adulta nel breve arco del 1961, in cui Cuba fu invasa da un esercito mercenario armato e addestrato dagli Stati Uniti e fece fronte a sollevazioni controrivoluzionarie, protrattesi per diversi anni. Dal 1962, si creava un sistema unico di istruzione pubblica, laica e gratuita. La stessa natura pubblica e gratuita si decideva per il sistema sanitario nel 1965. Non si propose di aspettare che il sistema creato di recente, sotto l’incalzare economico, diplomatico ed anche militare degli Stati Uniti, rendesse praticabili le profonde riforme sociali, ma le si adottarono e si tradussero in un sostenuto consenso, che superò praticamente senza tregua le carenze di generi alimentari, di vestiario e di altri beni necessari che si cominciarono a vivere fin da quegli stessi anni Sessanta.

Per i livelli di valutazione dell’egemonia nordamericana, questa capacità di resistenza da parte di una società costituita in Stato, insignificante in termini geopolitici, di fronte alle regole della dominazione e della sussistenza imposte, fu la prima delle tre sorprese che il caso cubano avrebbe rappresentato per Washington. I cubani scoprirono che la sovranità aveva una natura tangibile, al di là della Costituzione, delle istituzioni dello Stato e dei simboli della Patria, e che bisognava difenderla nella pratica ogni volta che qualcuno la metteva in pericolo.

Diversi fattori cominciarono a erodere, fin da allora, lo scenario del nuovo rapporto sociale. L’effetto migratorio, contrassegnato all’inizio del periodo di cui ci occupiamo per lo spiazzamento di potere imposto dalla rivoluzione, verso la fine del decennio cominciò a spostarsi verso motivazioni legate alle condizioni e allo stile di vita che imponeva un’estesa austerità, a dispetto dei vantaggi in risposta alle urgenze di equità e di giustizia sociale, e del riscatto della sovranità nazionale. Washington non perse tempo a manipolare la pressione migratoria cubana, per alimentare l’immagine di una società divisa. Da allora la scelta di emigrare si presenterà come un misto di attrazione (per quelli che si erano scoraggiati) e di minaccia (per la stabilità della società che si stava costruendo nell’isola). Si mise in piedi allora quella politica preferenziale che premia con privilegi quei cubani che arrivano per via illegale, al contrario di quella applicata al resto dei migranti latinoamericani

Non si può quindi abbozzare un quadro completo della società cubana se non si tiene conto dell’esistenza di un’enclave migratoria, soprattutto negli Stati Uniti, che in poco tempo comincia a incidere economicamente, e anche come immagine di differente benessere, tramite il dispositivo delle rimesse familiari (che ha analogie con la caratterizzazione generica dell’attuale esplosione migratoria, ma che nel caso cubano è manipolata). Tuttavia, la comunità emigrata è un fenomeno che ormai non presenta un’omogeneità come opposizione, pur predominando le frange che esprimono il conflitto con il processo cubano; qui non abbiamo spazio sufficiente per dilungarci sulle sue dinamiche, ma non possiamo neanche ignorare che costituisce una componente problematica se si analizza la società cubana di oggi. È noto che le esperienze migratorie vissute non si sono arrestate dopo il primo decennio, e hanno mostrato una certa forza con la massiccia partenza dal porto di Mariel nel 1980, e di nuovo con la cosiddetta “crisi dei balseros” nel 1994. E che attualmente il sistema cubano è ancora lontano dall’essere riuscito a consolidare un quadro di incentivi che faccia da contrappeso alle motivazioni migratorie.

Né è possibile passare sotto silenzio il fatto che, negli anni Sessanta, si verifica un incremento demografico che porta la popolazione cubana da qualcosa di più di 6 milioni di abitanti a circa 10 milioni, nel 1970. La crescita nei quaranta anni successivi è stata, invece solo di 1 milione in più. Cosicché, se negli anni Settanta e Ottanta potevamo parlare di una società in larga maggioranza giovane, l’invecchiamento della popolazione si è accentuato tra l’ultimo decennio del secolo scorso e il primo di questo, grazie alla combinazione del calo sostenuto del saggio di natalità e l’aumento dell’aspettativa di vita.

L’ingresso nel secondo decennio dell’esperimento socialista cubano ha messo la società di fronte all’evidenza del tracollo macroeconomico. Anche se l’erratica decisione di chiudere con la piccola iniziativa privata (l’“offensiva rivoluzionaria del 1968) poteva cercare di avere qualche giustificazione nell’immaginario rivoluzionario dell’epoca, l’insuccesso della zafra dei 10 milioni di tonnellate di zucchero (1970) costituiva un inconfondibile segnale del fatto che le strategie seguite nel precedente decennio non erano sostenibili, perlomeno sotto il bloqueo. Questo capitolo non intende esaminare l’economia, ma sarebbe superficiale non riconoscere il peso del fattore economico sul fenomeno sociale nel suo complesso.

 

Prima frustrazione

Il progetto socialista cubano aveva conosciuto la sua prima grande frustrazione: non avrebbe potuto mettersi in rapporto con il sistema-mondo con l’indipendenza che aspirava a preservare. Cause esogene? Va ammesso che, in misura apprezzabile, sì, ci furono, poiché l’assedio per evitare la sopravvivenza non ha concesso respiro. Ma sono mancate molte altre cose: riferimenti a modelli alternativi, capitale professionale (quello che ora abbiamo in abbondanza), immaginazione, a volte. Non potrei quantificarle. Furono sovrabbondanti altre cose, ad esempio la confusione sull’importanza dell’esercizio della volontà, per quanto ben intenzionato e giusto fosse. La giustezza della decisione politica, avallata dal consenso, non sempre può imporsi all’esigenza e ai limiti dei meccanismi: a quelli del mercato, per esempio.

Quel che va precisato in questa sede è che con la decisione di entrare nel Consiglio di reciproco aiuto economico (Comecon) – il cosiddetto “Blocco dell’Est”, o il “sistema sovietico” (per impiegare termini che accennano ai diversi aspetti della ricontestualizzazione sociale) – il cubano si trova a confrontarsi con uno schema di valori in parte modificato. Il suo socialismo continua ad equivalere al predominio statale dell’economia, gli alleati aldilà dei mari sono quelli che fin dal decennio prima avevano teso la mano, portabandiera del progetto socialista sorto dalla rivoluzione bolscevica, mentre i nemici esterni non attenuano le loro ostilità; la conquistata sovranità non si vede minacciata dalla nuova forma di dipendenza, anche se questa comporterà dei prezzi, a volte laceranti e deplorevoli per più di un aspetto, di omologazione del modo di pensare. Si impose a livello ideologico e nel progetto cubano un che di discriminatorio, e talvolta di repressivo.

Sarebbe lungo entrare nel dettaglio di quanto si perdeva e cosa si guadagnava, ma quel che ora ci interessa è vedere come guadagni e perdite si tradussero in influenze sui rapporti sociali che aveva generato l’avventura rivoluzionaria degli anni Sessanta. In realtà, l’economia socialista cubana riuscì a conquistare uno spazio di inserimento in un progetto di sviluppo che produsse miglioramenti delle condizioni di vita e, al tempo stesso, una crescita su grande scala, Sicuramente, con costi molto elevati, che credo non siano stati completamente calcolati. Il Partito comunista di Cuba avviò il succedersi di congressi nello stile proprio dei partiti sorti nella tradizione marxista, e l’amministrazione dello Stato si è fatta istituzione con gli organi del Potere popolare. Il socialismo cubano alla fine si dette una Costituzione, votata per referendum nel 1976, dopo essere vissuto per diciassette anni senza una sua Costituzione.

La società cubana visse con maggiore larghezza del decennio precedente, si innalzarono gli indici relativi all’alimentazione, la disoccupazione divenne insignificante, avanzò un mercato di beni di consumo al dettaglio, le promozioni di professionisti della sanità generarono la metafora della “potenza medica” per alludere alle potenzialità di garanzia assistenziale e scientifica che si aprivano e al ventaglio di solidarietà civile verso paesi colpiti da catastrofi naturali o semplicemente urgentemente bisognosi di assistenza, attanagliati da una politica sanitaria deficitaria. La percentuale di medici e infermiere raggiunta fece sì che si istituisse, verso la metà degli anni Ottanta, il/la “medico di famiglia”, come un nuovo livello assistenziale più immediatamente collegato alla comunità.

Mi astengo qui, lo ripeto, dal fare altre valutazioni sul sistema e sull’inserimento economico che favorì questo miglioramento nel soddisfare esigenze basilari della società cubana, perché andrebbe oltre l’intento del presente capitolo. Assolutamente non perché io creda che si sviluppasse in un contesto ideale. Ma quello che mi preme porre in risalto è che il consumo giornaliero pro capite di chilocalorie e di proteine superò la norma di soddisfazione di questi bisogni stabilità dall’Organizzazione mondiale della Sanità, in una società che riuscì, inoltre, ad acquisire un livello di equità molto apprezzabile. Fino alla metà degli anni Ottanta, il 20% della popolazione con gli introiti più elevati guadagnava quattro volte più del 20% della popolazione con gli introiti più bassi, e più dei tre quarti di questi introiti derivavano da salari del settore statale, praticamente onnipresente nell’economia del paese (Andrew Zimballist, Claes Brundenius, in Quadernos de nuestra América, n. 13, 1989).

L’inserimento nel complesso programma del Comecon, al riparo della clausola di “paese più favorito”, insieme al Vietnam e alla Mongolia, facilitò una disponibilità di risorse che servì a creare un quadro di sviluppo e a modificare le condizioni di vita della società fino al momento del crollo [dell’Urss e dei paesi dell’Est - ndt]

La società cubana aveva normalizzato i suoi rapporti e il suo stile di vita in quel quadro, abbastanza equilibrato. Fortunatamente non mancarono circostanze che impedirono che questo stato di benessere, moderato, abbastanza equilibrato, ben meritato, si trasformasse completamente nel congestionamento di un modello a causa della routine. Il 1975 segnò l’avvio dell’operazione di solidarietà più significativa e costosa per impegni e vite umane tra quelle intraprese dalla società cubana. In circa dodici anni, passarono per l’Angola intorno ai 350.000 cubani, in maggioranza combattenti, tutti volontari. Toccò alla generazione che era bambina al trionfo della rivoluzione intervenire nell’impresa che soppresse il dominio del sistema dell’apartheid, oltre ad assicurare l’indipendenza di Angola e Namibia. Fu quella la missione più generosa e significativa in cui il popolo cubano fu coinvolto tra gli anni Settanta e Ottanta: quella di contribuire in maniera decisiva a impedire che si perpetuasse la dominazione del razzismo nel continente africano. Voglio pensare che per l’esperienza di quella generazione l’occasione di dimostrare eroismo in una causa giusta sia servita anche da antidoto di fronte a un modello che minacciava di generare burocrazia e routine.

Anche la vittoria della rivoluzione sandinista in Nicaragua contribuì, su scala diversa, a conservare questo slancio, di noi cubani che avevamo bisogno della conferma che la nostra resistenza, in condizioni tanto pesanti, fosse valida non solo per la nostra sussistenza, ma rispondesse, soprattutto, a un ideale altruistico che non c’era motivo di lasciare che si spegnesse.

Altra sorpresa

Suppongo che questa debba essere stata la seconda sorpresa ricevuta da Washington dal “caso cubano”. Quando credeva sconfitta la solidarietà combattiva dei rivoluzionari cubani nel “cortile di casa”, dopo aver contenuto le maree rivoluzionarie in Sudamerica e inaugurato un’era di dittature militari con il colpo di Stato in Cile (1973), Cuba riappariva nell’Africa sub sahariana con tutta la legittimità che si riconosce di fatto a chi risponde alla sollecitazione di governi istituiti (Angola, Mozambico, Etiopia). E in questa occasione non restava altro rimedio che ammettere il successo della sua partecipazione alla missione emancipatrice e condividere con i cubani il tavolo dei negoziati con cui si chiudeva il regime di apartheid.

Disintegrazione dell’Urss

L’ingresso negli anni Novanta portò con sé la tragedia della disintegrazione del sistema socialista sovietico. E, con questa, lo scollegamento internazionale e il crollo economico del sottosistema cubano (se lo si può chiamare così) il quale, pur senza impegnarle tutte, si era giocato le carte del proprio futuro sull’inserimento in quel complesso, il cui crollo era stato vaticinato fin dagli anni Sessanta da Ernesto Guevara (Il socialismo e l’uomo a Cuba, 1966). Forse non c’era altra scelta, ma a Cuba per giunta, in contrapposizione ai sospetti del Che, prevaleva fino agli anni Ottanta una lettura più ottimistica nei confronti del sistema sovietico (Carlos Rafael Rodriguez, Cuba socialista, n. 33, 1988), fondata sul fatto che gli errori economici si potessero correggere, senza rendersi conto che il fallimento di quel che avrebbe dovuto favorire la transizione politica verso il potere popolare avrebbe sbarrato la strada a una possibile correzione.

La drammatica prospettiva per Cuba che aprì il decennio finale del XX secolo, scrutata da Castro con un anno di anticipo sul suo scatenarsi, e battezzata in maniera premonitoria come “periodo speciale”, implica il concatenarsi di tutta una serie di situazioni in cui la società avrebbe sofferto le conseguenze cumulate del crollo e delle misure per affrontarlo, e confesso di essere tra coloro che ritengono che i segnali intermittenti di ripresa economica degli inizi del nuovo secolo non stanno tuttavia ad indicarne il superamento. Vale a dire che dei cinque decenni di progetto rivoluzionario trascorsi gli ultimi due sono stati vividi di crisi per la società cubana. Cercherò di seguito di sintetizzare questo scenario, che arriva fino al presente.

Quando parliamo dell’impatto del crollo socialista sul processo cubano, ci riferiamo molto puntualmente al calo del 36% del Pil tra il 1990 e il 1993. La capacità importatrice dell’economia nazionale è scesa del 75%, e si è dovuto destinare il 65% della disponibilità monetaria all’importazione di petrolio e di generi alimentari. L’acquisto di beni alimentari nel 1992 si è dimezzato rispetto al 1989 (Ufficio nazionale di statistiche, Cuba in cifre,1998). Senza affrontare altri risvolti della sconnessione dal Comecon, concentro l’attenzione sulle conseguenze per le condizioni di vita: il consumo di chilocalorie è diminuito da circa 3.000 a 1.900 e quello delle proteine da 80 a 50 grammi (Ciem-Pnud, Indagine sullo sviluppo umano e l’equità a Cuba). La contrazione ha finito per tradursi, nelle zone più depresse del paese, in una condizione di denutrizione che è anche stata alla base di sconquassi sanitari.

Sono inoltre divenuti frequenti le interruzioni di corrente prolungate, il trasporto pubblico e altri servizi si sono ridotti al minimo, la costruzione di abitazioni ha sofferto il blocco pressoché totale, e sono aumentati gli alloggi bisognosi di riparazioni e la coabitazione; la struttura ospedaliera ha subito un deterioramento che non si è riusciti a recuperare a venti anni di distanza. Questo, per citare soltanto le condizioni di deterioramento del tenore di vita che ritengo più significative.

Ma sarebbe incompleta la caratterizzazione delle conseguenze sociali se trascurassimo che questa crisi ha anche comportato per la società cubana una dimensione spirituale: una crisi di paradigma, di sicurezze sulla possibilità di prevedere o meno il futuro (sul piano esistenziale come su quello politico), di non sapere con certezza se continueremo a vivere in una società in grado di porsi delle mete e di orientarsi verso queste, di realizzarle o meno, e di correggere corsi (Aurelio Alonso, La società cubana negli anni Novanta e le sfide dell’inizio del nuovo secolo, 2002).

Al fine di uscire dalla crisi si adottarono riforme che introdussero elementi di mercato negli anni Novanta, alcuni congiunturali, altri che investivano strutture. Dimostrarono di non rientrare in un piano articolato, furono fatte con reticenze, o con l’esplicita intenzione di revocarle, pur essendo servite a contenere la caduta verso la metà del decennio. Tuttavia, non si poteva parlare, a rigore, di ripresa economica, pur essendo cominciato il cambiamento dello scenario regionale latinoamericano, che avrebbe offerto a Cuba una prospettiva favorevole di inserimento. Il percorso regionale, sul quale ugualmente non possiamo soffermarci qui, presentò un panorama di speranze per la società cubana, che stava aspettando questo fin dagli anni Sessanta.

Rottura dell’equità

Le riforme degli anni Novanta provocarono sicuramente la rottura del criterio di equità che si era conservato fino agli anni Ottanta, che minimizzava le differenze dei redditi delle famiglie. Con l’esplosione del reddito extrasalariale e l’entrata di rimesse, si stima che la proporzione tra i redditi più elevati e quelli più bassi fosse giunta, alla fine degli anni Novanta, a 15 a 1 (Mayra Espina Prieto, Effetti sociali del riassetto economico: uguaglianza, disuguaglianza, processi di trasformazione complessa della società cubana, 2003).

Il quadro attuale pone la società cubana entro un ordinamento artificiale che assume forma nella doppia circolazione monetaria, nell’approvvigionamento disuguale, nello squilibrio della piramide salariale, nel sussidio inoperante dell’impiego statale, nell’espandersi di un’economia informale fuori controllo, in un rosario di altre irregolarità. Le distorsioni che oggi osserviamo nello scenario economico-sociale cubano riassumono gli effetti caotici combinati della sconnessione e tracollo dell’economia, da un lato, e dall’altro delle misure applicate per contenere la caduta. Senza trascurare i vecchi effetti combinati dei limiti imposti dal blocco e di quelli derivanti dagli errori amministrativi: i vecchi effetti offrono uno scenario ai nuovi e si alimentano reciprocamente, creando determinati contorni.

Diventa evidente che alcune delle iniziative che si andranno prendendo ora apporteranno le indispensabili correzioni. Ancorché sia impossibile sostenere a priori quali saranno assicurate e quali occorrerà verificare di nuovo, così come è ancora impossibile garantire se riusciranno ad articolarsi in un progetto integrale, e in che modo.

Un’altra volta, a Cuba, ci siamo visti costretti a ripensare la nostra transizione socialista, e la sfida immediata e più decisiva del socialismo cubano si situa ancora una volta nella sfera economica. Ora il dilemma si decide tra la transizione di un socialismo fallito a un socialismo vivibile, oppure la transizione a un capitalismo che amabilmente ci si consiglia realizzabile con “volto umano”. È noto che nell’agenda cubana è prevalsa e prevale la prima opzione, ma non si pensi che in questa società non vi siano state inclinazioni al “volto umano”, e che non si tratti di un’idea passata del tutto di moda nel paese. Perché con il socialismo vivibile capita quello che accade nelle democrazie partecipative: manca di un referente concreto, per cui tutti, o quasi tutti, lo vogliamo, ma non sappiamo come sarà né come arrivarci. Finora abbiamo maggiore chiarezza su quel che è mancato all’esperimento socialista che non sulle proposte atte a ricostruirlo. In ogni caso, con “volto umano”, il futuro potrà farsi solo socialista, perché la logica del capitale alla fine si rimangerà sempre qualunque impegno di giustizia sociale, di difesa dalla povertà, di formula sociale equa abbia assunto.

E la società cubana, nonostante le afflizioni e l’austerità in cui si è vista costretta a sopravvivere, non ha perso i valori alimentati dall’orizzonte di giustizia ed equità. Questo è qualcosa che si dimostra, parallelamente alle manifestazioni di deformazione, nelle solide dimostrazioni di solidarietà del nostro popolo, ad esempio nella collaborazione medica ad Haiti. Si potrebbe parlare della collaborazione medica nel mondo (in cui rientra l’offerta, poco scrupolosamente respinta, di inviare una brigata a New Orleans per curare le vittime dell’uragano Katrina nel 2007). O in Bolivia, in Ecuador, in Venezuela, dove i sanitari cubani assistono con premura la popolazione più sfavorita e priva di risorse. Ma accenno ora ad Haiti, colpita da un anno di disastri (terremoto, uragano, epidemia di colera), in cui la cooperazione solidale cubana è decisiva. Senza comune confronto con qualsiasi altra, se si tiene conto degli indicatori macroeconomici del paese che fornisce l’aiuto. Si tratta di una solidarietà indicativa di valori che solo una società che si libera con questo senso di libertà, che non è quello del neoliberismo, può raggiungere.

Cuba conserva i valori rivoluzionari

Per terminare, non posso non pensare che la terza sorpresa che ha riservato a Washington il “caso cubano” è, appunto, che dopo il crollo del blocco sovietico, del sistema in cui l’esperimento socialista cubano aveva trovato la sua zattera di salvezza economica, le tremende ripercussioni materiali e spirituali su Cuba, la recrudescenza del blocco statunitense con la Legge Torricelli (1992) e la Legge Helms-Burton (1996) e tutto il resto pur di accelerare l’attesa asfissia di Cuba, dopo tutto questo, l’asfissia non c’è. Cuba, il suo sistema politico (che ha bisogno di iniziative che aprano la strada a una più reale partecipazione), la sua economia (più disorientata e inefficiente che mai, veramente bisognosa di riforme urgenti), la sua società (gravata da penurie, da sconcerto e da incertezze) non ha perso i valori che la contraddistinguono, né manifesta disponibilità ad abbandonare l’utopia socialista.

La società cubana non è disposta a perdere quel che ha conquistato, a partire da un senso effettivo della sovranità: ma chiede di più, perché non solo oggi aspira a quella che la resistenza all’egemonia impero-centrica le ha procurato, ma a quella che la maturità politica le ha dato il diritto di esercitare e che ancora sente limitata, ma percepisce con precisione che può conquistare solamente nel quadro di una variante realizzabile di socialismo.

 

Aurelio Alonso: Sociologo e saggista cubano (La Havana 1939). Membro fondatore della rivista Pensamiento Crítico (1967-1971) e del comitato di redazione della rivista Alternatives Sud. È attualmente vicedirettore della rivista Casas de las Américas. Opere: Chiesa e politica a Cuba (2000), Il labirinto dopo il crollo del Muro (2006), America Latina e il Caribe: territori religiosi e sfide al dialogo (2008), La guerra della pace (2011).

Oltre che su Punto final (n. 744, 14 ottobre 2011), questo articolo è stato pubblicato dalla rivista portoghese Estudios Avançados (n. 72), dell’Instituto de Estudios Avançados dell’Universita di São Paulo (Brasile). Traduzione di Titti Pierini, 29/10/11.