Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
Movimento operaioIl sito di Antonio Moscato, ricostruito

I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965

2. La rivoluzione cinese

Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965 · pubblicato il 22 giugno 2009 · 7 min di lettura


Scarica il file originale (RTF, 21 kB)

Versione di lettura convertita dal file originale.

La rivoluzione cinese

 

La portata straordinaria della vittoria della Rivoluzione cinese non fu percepita pienamente nel movimento operaio italiano ed europeo. Vedremo che analoga sorte avrebbe avuto dieci anni dopo la vittoria dei barbudos a Cuba, inizialmente minimizzata e interpretata come rivoluzione democratica. Ma se nel 1959 poteva essere comprensibile (anche se non giustificabile) la diffidenza verso un nucleo dirigente rivoluzionario come quello castrista, formatosi fuori e in parte in polemica col movimento comunista ufficiale, apparentemente illogica era la sottovalutazione di un processo rivoluzionario guidato da un forte partito comunista che si presentava per giunta come ortodosso e ligio alla linea dettata da Mosca. La ragione c'era: anche se lo sapevano in pochi, la "questione cinese" era stata discussa ampiamente nella prima metà degli anni Venti nell'Internazionale comunista, e quindi in tutti partiti comunisti. Ma la tragica verifica di quanto fosse stata sbagliata la scelta di Stalin di far dissolvere il partito comunista nel Guomindang e di corteggiare Chiang Kai-shek mettendolo perfino nell'Esecutivo dell'IC, aveva reso l'argomento tabu. Mao quando dopo lunghe e difficili traversie era riuscito a prendere la guida del partito, aveva scelto di dichiarare sempre il suo accordo con la linea di Mosca ma di agire in modo diverso e a volte opposto. La responsabilità delle catastrofi del 1926-1927 era stata scaricata sul primo segretario del partito Ch'en Tu-hsiu, che si era limitato a obbedire, con scarso entusiasmo, alle indicazioni degli emissari del Comintern (ma aveva la "colpa" ben più grave agli occhi di Stalin di aver successivamente aderito alla tendenza di Trotskij).

Per anni le notizie dalla Cina davano la sensazione che, superata la grave crisi del 1927 e la eroica ma dolorosa prova della Lunga Marcia (meno di 10.000 sopravvissuti dei 100.000 partiti), il partito comunista, che dal 1935 aveva alla sua testa con la carica di presidente Mao Zedong, praticasse una linea uguale a quella di tutti gli altri partiti comunisti: di nuovo la collaborazione con la principale forza borghese, il Guomindang. Ma a Mosca si diffidava di Mao, che si era affermato battendo la linea di Li Lisan e dei cosiddetti "28 bolscevichi", come veniva chiamato il gruppo di giovani formatisi a Mosca e pedissequamente obbedienti alle direttive del Comintern. Per questo l'evolversi della situazione cinese durante la lotta contro l'invasione giapponese e soprattutto dopo la sconfitta del Giappone veniva seguita con inquietudine e freddezza: esemplare lo scarsissimo rilievo dato sulla stampa comunista alle notizie sulla conquista di Shangai nel maggio 1949.1

In realtà il partito cinese aveva fatto a modo suo, in particolare evitando di sciogliere nell'esercito del Guomindang le proprie armate, e preparandosi allo scontro inevitabile per il potere, ma aveva continuato a proclamare la fedeltà ai principi di collaborazione di classe, teorizzati in varia forma, e rappresentati perfino nella nuova bandiera, che intorno alla stella principale rappresentava con quattro stelle più piccole l'alleanza delle quattro classi (proletariato, contadini, piccola borghesia e capitalisti nazionali). Quando si arriva alla proclamazione della Repubblica Popolare che sancisce la vittoria, il 1° ottobre 1949, nel movimento comunista c'è un'ondata di simpatia per quello che appare un nuovo allargamento dell'area socialista, ma si tacciono completamente le antiche polemiche degli anni Venti, e si sorvola sulle decine di milioni di morti che è costata la lunga deviazione dal corso iniziale, imposta da Stalin.

Interessante invece che il movimento trotskista, a smentita di chi lo ha sempre descritto come sclerotizzato e paralizzato dall'ideologia, capisce subito la portata oggettiva della rivoluzione cinese, indipendentemente dagli omaggi non solo formali resi alla sua linea. D'altra parte aveva analogamente compreso la dinamica della resistenza in Jugoslavia, che si era trasformata in una vera rivoluzione ed era per questo entrata in conflitto con l'URSS di Stalin. Maitan nel suo ultimo libro2 ha ricostruito i dibattiti appassionati che si svilupparono nella Quarta internazionale, che non solo colse rapidamente il significato di questa prima rottura nel monolitismo staliniano, ma cercò di sostenerla in vario modo, anche con la partecipazione a "brigate di lavoro" che si recavano nella Jugoslavia assediata. Tale appoggio non impedì comunque al Segretariato Internazionale di prendere le distanze dalla Jugoslavia quando, sotto la pressione del contesto internazionale, questa cominciò a spostarsi a destra sul piano della politica estera, arrivando perfino a sostenere l'intervento imperialista sotto copertura dell'ONU in Corea (su cui invece la Quarta Internazionale non ebbe dubbi, sia per il giudizio severissimo sull'ONU, sia perché il problema di chi aveva sparato per prima appariva marginale rispetto alla valutazione della natura socio-politica dei contendenti).
Mentre il grosso del movimento comunista, con poche eccezioni subito messe al bando in occidente (e mandate sulla forca nell'Europa centro-orientale) accettava di ridefinire fascista Tito che aveva saputo guidare alla vittoria l'unico movimento di resistenza al nazismo che aveva vinto con le proprie forze, dopo aver impegnato per anni ben 30 divisioni tedesche, il piccolo movimento trotskista, che pure non si nascondeva nulla delle contraddizioni e dei limiti del partito jugoslavo (che per parecchio tempo dopo la scomunica continuava a proclamare la sua ortodossia stalinista) aprì al suo interno una discussione che sarebbe stata utilissima anche per capire cosa stava accadendo in Cina.3

Ci si domandava: era possibile che un partito pur profondamente segnato dall'influenza stalinista potesse portare a termine una rivoluzione? Non pochi dogmatici, tra cui alcuni sopravvissuti della sezione cinese in esilio, tendevano a escluderlo. Ma non si trattava di discussioni scolastiche, bizantine, talmudistiche, come a qualcuno poteva già allora sembrare, scrive Maitan: "Gli interrogativi e le critiche che formulavamo, come le ipotesi alternative che prospettavamo, vertevano su problemi reali per la comprensione non solo di quel che era realmente avvenuto, ma ancor più delle dinamiche possibili". (p. 55) Non si volevano "imporre schemi ideali senza tener conto dei ritmi effettivamente possibili o delle necessarie mediazioni": anche mentre non si esitava a esprimere il sostegno a posizioni assunte dal PC jugoslavo o da quello cinese, la Quarta non rinunciava a indicare "i limiti dei processi avvenuti o ancora in corso, le deformazioni burocratiche sia nel funzionamento dei partiti sia nelle nuove istituzioni politiche". Si individuavano infatti in certe scelte economiche o nella contraddittorietà di alcuni orientamenti internazionali "i germi o le manifestazioni incipienti di quelli che sarebbero stati gli sviluppi successivi". Maitan ricorda che anche, lasciando da parte le scomuniche o le minacce, "ci si contrapponevano interpretazioni trionfalistiche" (spesso dettate dal confondere i desideri con la realtà) o analisi strumentali tese a giustificare esigenze politico-tattiche già imposte" o anche "veri e propri miti".

"Si sa ormai come siano andate le cose: le decisioni e le imposizioni tanto celebrate di capi più o meno infallibili di questo o quel paese hanno condotto al crollo di società a lungo mitizzate, o a profonde involuzioni anche di quelle come la Cina".

Di deformazioni burocratiche comunque se ne vedevano non poche fin dai primi passi. Ad esempio la riforma agraria, condotta all'inizio con una certa prudenza e gradualità nelle zone liberate di recente, fu accelerata bruscamente appena un anno dopo, lanciando una violenta campagna contro i contadini "ricchi" o presunti tali, colpiti da una repressione che fece tre milioni di vittime. Nel 1953 circa mezzo miliardo di cinesi erano stati "interessati da quella che sarebbe passata come la più grande espropriazione mai avvenuta nel corso della storia".4 In quello stesso anno partiva il primo piano quinquennale, che prevedeva un'industrializzazione accelerata basata sullo sviluppo del settore siderurgico e della meccanica pesante. Sembrava la pura riproposizione del modello sovietico degli anni Trenta, e per certi aspetti era logico che lo fosse, dato che la maggior parte dei quadri superiori si erano formati a Mosca o in Cina sotto la supervisione di tecnici sovietici. Poteva sembrare che le differenziazioni del passato fossero dimenticate, ma non era così. E tra il 1950 e il 1953 la guerra di Corea, in cui la Cina si era trovata pericolosamente coinvolta, ed era stata lasciata sola a cavarsela senza un adeguato appoggio sovietico, aveva scavato nuovi solchi tra i due paesi e preparato una crisi che sarebbe esplosa appena sei anni dopo.

1 Interessante che Stalin, in un colloquio con i dirigenti jugoslavi Kardelj e Gilas, nel gennaio 1948, si era espresso duramente contro la guerriglia intrapresa tardivamente dai comunisti greci, sostenendo che mai Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero permesso la vittoria della rivoluzione in Grecia; ammise però di essersi sbagliato valutando analogamente la situazione in Cina. D'altra parte anche gli jugoslavi avevano fatto di testa loro, e non gli sarebbe stato perdonato. La rottura con la Cina sarebbe stata più difficile, e fu infatti differita, ma non c'è dubbio che a Mosca si valutasse molto male ogni indisciplina da parte di un partito comunista, tanto più se aveva avuto successo.

2 Livio Maitan, Per una storia della IV Internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Alegre, Roma, 2006.

3 Rinviamo per la ricostruzione di quei dibattiti al libro citato (ivi, pp. 36-63), in attesa che l'entrata in funzione del centro studi Livio Maitan consenta a militanti e studiosi di accedere direttamente alla sua preziosa collezione di documenti interni, di riviste e di libri.

4 Valerio Castronovo, Un passato che ritorna. L'Europa e la sfida dell'Asia, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 114.