I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965
2. La rivoluzione cinese
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La rivoluzione cinese
La portata straordinaria della vittoria della Rivoluzione cinese non fu percepita pienamente nel movimento operaio italiano ed europeo. Vedremo che analoga sorte avrebbe avuto dieci anni dopo la vittoria dei barbudos a Cuba, inizialmente minimizzata e interpretata come rivoluzione democratica. Ma se nel 1959 poteva essere comprensibile (anche se non giustificabile) la diffidenza verso un nucleo dirigente rivoluzionario come quello castrista, formatosi fuori e in parte in polemica col movimento comunista ufficiale, apparentemente illogica era la sottovalutazione di un processo rivoluzionario guidato da un forte partito comunista che si presentava per giunta come ortodosso e ligio alla linea dettata da Mosca. La ragione c'era: anche se lo sapevano in pochi, la "questione cinese" era stata discussa ampiamente nella prima metà degli anni Venti nell'Internazionale comunista, e quindi in tutti partiti comunisti. Ma la tragica verifica di quanto fosse stata sbagliata la scelta di Stalin di far dissolvere il partito comunista nel Guomindang e di corteggiare Chiang Kai-shek mettendolo perfino nell'Esecutivo dell'IC, aveva reso l'argomento tabu. Mao quando dopo lunghe e difficili traversie era riuscito a prendere la guida del partito, aveva scelto di dichiarare sempre il suo accordo con la linea di Mosca ma di agire in modo diverso e a volte opposto. La responsabilità delle catastrofi del 1926-1927 era stata scaricata sul primo segretario del partito Ch'en Tu-hsiu, che si era limitato a obbedire, con scarso entusiasmo, alle indicazioni degli emissari del Comintern (ma aveva la "colpa" ben più grave agli occhi di Stalin di aver successivamente aderito alla tendenza di Trotskij).
In realtà il partito cinese aveva fatto a modo suo, in particolare evitando di sciogliere nell'esercito del Guomindang le proprie armate, e preparandosi allo scontro inevitabile per il potere, ma aveva continuato a proclamare la fedeltà ai principi di collaborazione di classe, teorizzati in varia forma, e rappresentati perfino nella nuova bandiera, che intorno alla stella principale rappresentava con quattro stelle più piccole l'alleanza delle quattro classi (proletariato, contadini, piccola borghesia e capitalisti nazionali). Quando si arriva alla proclamazione della Repubblica Popolare che sancisce la vittoria, il 1° ottobre 1949, nel movimento comunista c'è un'ondata di simpatia per quello che appare un nuovo allargamento dell'area socialista, ma si tacciono completamente le antiche polemiche degli anni Venti, e si sorvola sulle decine di milioni di morti che è costata la lunga deviazione dal corso iniziale, imposta da Stalin.
Ci si domandava: era possibile che un partito pur profondamente segnato dall'influenza stalinista potesse portare a termine una rivoluzione? Non pochi dogmatici, tra cui alcuni sopravvissuti della sezione cinese in esilio, tendevano a escluderlo. Ma non si trattava di discussioni scolastiche, bizantine, talmudistiche, come a qualcuno poteva già allora sembrare, scrive Maitan: "Gli interrogativi e le critiche che formulavamo, come le ipotesi alternative che prospettavamo, vertevano su problemi reali per la comprensione non solo di quel che era realmente avvenuto, ma ancor più delle dinamiche possibili". (p. 55) Non si volevano "imporre schemi ideali senza tener conto dei ritmi effettivamente possibili o delle necessarie mediazioni": anche mentre non si esitava a esprimere il sostegno a posizioni assunte dal PC jugoslavo o da quello cinese, la Quarta non rinunciava a indicare "i limiti dei processi avvenuti o ancora in corso, le deformazioni burocratiche sia nel funzionamento dei partiti sia nelle nuove istituzioni politiche". Si individuavano infatti in certe scelte economiche o nella contraddittorietà di alcuni orientamenti internazionali "i germi o le manifestazioni incipienti di quelli che sarebbero stati gli sviluppi successivi". Maitan ricorda che anche, lasciando da parte le scomuniche o le minacce, "ci si contrapponevano interpretazioni trionfalistiche" (spesso dettate dal confondere i desideri con la realtà) o analisi strumentali tese a giustificare esigenze politico-tattiche già imposte" o anche "veri e propri miti".
"Si sa ormai come siano andate le cose: le decisioni e le imposizioni tanto celebrate di capi più o meno infallibili di questo o quel paese hanno condotto al crollo di società a lungo mitizzate, o a profonde involuzioni anche di quelle come la Cina".
1 Interessante che Stalin, in un colloquio con i dirigenti jugoslavi Kardelj e Gilas, nel gennaio 1948, si era espresso duramente contro la guerriglia intrapresa tardivamente dai comunisti greci, sostenendo che mai Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero permesso la vittoria della rivoluzione in Grecia; ammise però di essersi sbagliato valutando analogamente la situazione in Cina. D'altra parte anche gli jugoslavi avevano fatto di testa loro, e non gli sarebbe stato perdonato. La rottura con la Cina sarebbe stata più difficile, e fu infatti differita, ma non c'è dubbio che a Mosca si valutasse molto male ogni indisciplina da parte di un partito comunista, tanto più se aveva avuto successo.
2 Livio Maitan, Per una storia della IV Internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Alegre, Roma, 2006.
3 Rinviamo per la ricostruzione di quei dibattiti al libro citato (ivi, pp. 36-63), in attesa che l'entrata in funzione del centro studi Livio Maitan consenta a militanti e studiosi di accedere direttamente alla sua preziosa collezione di documenti interni, di riviste e di libri.
4 Valerio Castronovo, Un passato che ritorna. L'Europa e la sfida dell'Asia, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 114.