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I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965

4. Mao stalinista

Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965 · pubblicato il 22 giugno 2009 · 11 min di lettura


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4. Una analisi dialettica della rivoluzione cinese

Nel corso degli anni Maitan scrisse più volte sulla Cina, lasciando una preziosa indicazione metodologica. Ha dovuto certo a volte polemizzare con gli apologeti acritici del maoismo, ma lo ha fatto anche nei confronti di interpretazioni non dialettiche di "trotskisti" dogmatici. Ad esempio, nel presentare il pur notevole lavoro di Aldo Bronzo, di grande erudizione, ma fortemente influenzato da Peng Shu-tse (uno dei fondatori del PCC, e poi legato all'Opposizione di sinistra internazionale e al SWP degli Stati Uniti, molto critico nei confronti di Mao) Maitan ha sottolineato francamente i punti di dissenso.

In particolare polemizzava con la caratterizzazione del PCC come "partito stalinista".

In primo luogo, si impone una distinzione tra un partito operaio burocratizzato che opera in un paese capitalista e un partito operaio burocratizzato di una società di transizione. Nel secondo caso, la burocratizzazione ha un contenuto sociale che non può avere nel primo (almeno per chi accetta il concetto di burocrazia nell'interpretazione trotskiana). Dopo la conquista del potere (solo parzialmente prima, quando dirige le zone liberate) il PCC diventa burocratico nel secondo senso.1

Ma questa definizione non serve a molto, se non si tiene conto di tutte le specificità. In particolare non è sufficiente la burocratizzazione per far definire stalinista un partito.

Se può essere definito stalinista o no, dipende dal significato che attribuiamo a questo termine. Infatti, si può mettere un segno di identità tra dominazione burocratica e stalinismo – e in questo caso anche il PCC è incontestabilmente stalinista – oppure, prendendo atto che la dominazione burocratica può essere imposta con metodi e forme diversi da quelli dell'URSS dell'epoca di Stalin, si può dare al termine un significato più specifico, cioè riferirlo a modi particolari di gestione del potere burocratico – e in questo secondo caso definire il PCC stalinista significherebbe ignorare tutte le differenziazioni e peculiarità.2

Maitan sottolinea che a maggior ragione prima della conquista del potere il PCC non poteva essere considerato stalinista. È vero che esistono "tratti comuni a tutti i partiti comunisti burocratizzati (come l'estremo centralismo, l'egemonia dell'apparato, il culto del capo carismatico, ecc.), come esistono concezioni ideologiche comuni", tra cui la concezione della rivoluzione a tappe.

Ma, in primo luogo, va osservato che alcuni di questi tratti hanno caratterizzato anche altre formazioni del movimento operaio, compresi i partiti socialdemocratici, al di là delle apparenze, e che lo stesso si può dire di alcune concezioni, in realtà formulate per la prima volta proprio nell'ambito della socialdemocrazia.

Maitan aveva sottolineato anche in un'altra parte della prefazione, in polemica con Fred Halliday della New Left Review, l'assurdità di misurare la rispondenza della rivoluzione cinese ai canoni "classici" del marxismo. Che non ci sono...

C'è appena bisogno di ricordare che per la maggior parte delle correnti marxiste dell'epoca la stessa rivoluzione d'Ottobre era fuori della norma e proprio per questo i principali pontefici della socialdemocrazia si erano rifiutati di riconoscerla. In ogni caso, dal punto di vista cui ci stiamo riferendo, è sin troppo evidente che determinanti specificità hanno caratterizzato sia la forma di sviluppo, sia la conclusione della rivoluzione in Cina, destinata assai probabilmente a restare unica nel suo genere (sia detto tra parentesi, lo stesso PCC non solo negli anni Venti, ma anche all'inizio degli anni Trenta, aveva avanzato ipotesi sul processo rivoluzionario ed enunciato condizioni per un esito vittorioso in netto contrasto con quello che sarebbe stato poi il corso reale degli avvenimenti).3

Ma tornando al problema della caratterizzazione del PCC come stalinista, va ricordato che Livio Maitan la rifiutava anche a partire da un'altra argomentazione: "quello che definisce essenzialmente un partito stalinista è la subordinazione agli interessi della burocrazia sovietica", presentata naturalmente in forma mistificata come "priorità della difesa della patria del socialismo, con la conseguente accettazione dell'idea e della prassi del partito e dello Stato guida".

L'assimilazione di concezioni, metodi, linee politiche – peraltro mutevoli – deriva, in ultima analisi, da questa scelta che la burocrazia di Mosca, nella maggior parte dei casi, è in grado di imporre con i mezzi più svariati, dalle pressioni materiali e dallo sterminio fisico al terrorismo ideologico e al ricatto morale. Il PCC, già dalla seconda metà degli anni Venti, comincia ad applicare metodi stalinisti, fa proprie le concezioni della burocrazia del PCUS e dei dirigenti dell'Internazionale comunista in fase di burocratizzazione, traduce queste concezioni in orientamenti politici e organizzativi. Ma a partire da un certo momento, nei fatti, non subordina più le scelte di fondo, in momenti cruciali, alle esigenze della burocrazia dell'URSS.4

Maitan ricostruiva le oscillazioni del PCC, dagli anni 1925-1927 in cui subiva in modo determinante il condizionamento di Mosca (anche se non senza forti resistenze e tentativi di rovesciare le decisioni imposte), e la successiva conquista di una relativa autonomia (di cui indubbiamente il merito era anche di Mao), "pur nell'ossequio formale al Komintern, controllato da Stalin sempre più rigidamente".

La sua particolare situazione gli consente questa pratica, come gli consente di formare quadri e dirigenti che, per quanto segnati in molti sensi da una educazione burocratica, sono condizionati assai più dall'esigenza del rapporto con le masse e delle lotte necessarie al mantenimento e rafforzamento di questo rapporto che dalle esigenze politico-diplomatiche del Kremlino e del Komintern. Il punto culminante di questo processo è raggiunto verso la fine del 1946, quando la direzione maoista decide di rispondere alla provocazioni e ai rifiuti di collaborazione da parte di Chiang Kai-shek mettendosi alla testa delle rivolte agrarie e aprendo così la fase finale della guerra rivoluzionaria.5

Maitan ammette che è vero che il PCC in quel momento agisce in contraddizione degli schemi strategici enunciati dai suoi stessi congressi, e che la rottura con il Kuomintang è stata soprattutto la conseguenza dei rifiuti di quest'ultimo, ma rifiuta di trarne conclusioni che riducano l'importanza di quella scelta.

Sarebbe una forzatura di sapore spontaneistico attribuire un ruolo esclusivo alla spinta dal basso del movimento delle masse, di cui il partito avrebbe subito del tutto passivamente l'iniziativa. Proprio per la sua collocazione nel contesto socio-politico cinese durante molti anni e per l'impronta che i suoi quadri hanno ricevuto nella guerra antimperialista e nella guerra civile, non solo il PCC fa – contro l'opinione esplicitamente espressa da Stalin, vale la pena di non dimenticarlo – una scelta diametralmente opposta a quelle fatte da altri partiti comunisti in circostanze analoghe, ma è in grado di tradurre in pratica questa scelta fino alla conclusione vittoriosa. In questo senso, la caratterizzazione del PCC come partito stalinista ci sembra, quanto meno, un abuso terminologico.6
Queste considerazioni, in polemica con i "trotskisti" dogmatici che non potevano ammettere che un partito comunista legato all'URSS facesse la rivoluzione, sottolineava anche che il caso cinese non era l'unico.7 "Per i comunisti vietnamiti può valere un discorso analogo", osservava, e aggiungeva che "nella stessa direzione ha agito, mutatis mutandis, la direzione jugoslava durante la seconda guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo". E la polemica investiva lo stesso Trotskij.
Diciamo di più: via via che si sono delineati avvenimenti storici come quelli ricordati, via via che è stata gettata nuova luce sui contrasti interni dei partiti comunisti all'epoca di Stalin, si è imposta una riflessione critica sull'interpretazione trotskista della situazione e delle tendenze del movimento comunista degli anni Trenta e Quaranta. Trotskij ha individuato correttamente la logica dello stalinismo e le contraddizioni che ne derivavano. Ha avuto una geniale intuizione prospettando, nel Programma di transizione, la possibilità che "sotto la spinta di circostanze del tutto eccezionali" partiti stalinisti andassero più lontano di quanto non prevedessero nei loro progetti, sulla strada della rottura con la borghesia. Ma, soprattutto per la mancanza dei necessari dati empirici, ha sottovalutato la possibilità che in certi partiti comunisti, indipendentemente dalle intenzioni soggettive e dalle proclamazioni formali, la logica dello stalinismo non operasse in momenti decisivi.8
Maitan sottolineava anche che il pensiero di Trotskij sulla Cina "non è andato esente da esitazioni e reticenze" (almeno fino al 1926). Un'affermazione importante, se si pensa che i "critici dei marxisti rivoluzionari" ripetono che questi non sarebbero stati capaci di "andare oltre l'analisi di Trotskij". Per un marxista come Livio Maitan non c'era dubbio che "le analisi debbano essere costantemente rinnovate in rapporto a nuovi avvenimenti, e che questo valga in particolare per la Cina è sin troppo ovvio".9 Ma al tempo stesso precisava:

A nostro avviso, se i quasi cinquant'anni trascorsi dalla pubblicazione di La rivoluzione tradita hanno apportato una mole immensa di esperienze di società di transizione e quindi permettono una visione al tempo stesso più organica e più articolata di quella che aveva potuto avere Trotskij basandosi su una sola esperienza, non hanno, tuttavia, rimesso in discussione la chiave di interpretazione fondamentale di un fenomeno storicamente originale e scarsamente previsto nell'opera teorica marxista. Chi pensa il contrario non può limitarsi a esprimere genericamente esigenze di approfondimento o tacciare gli altri di dogmatismo, ma deve avanzare interpretazioni alternative (cosa che hanno fatto, in modo catastroficamente erroneo, per non fare che due esempi limite, bordighisti da una parte e Burnham e altri fautori della teoria del collettivismo burocratico dall'altra.

Anche nel caso della Cina, ne siamo più che mai convinti, solo usando le categorie trotskiane è stato ed è possibile non smarrirsi, evitando gli scogli opposti della sterilizzazione dogmatica o della mitizzazione acritica. Più ancora: proprio il fatto che condizioni così particolari come quelle della Cina non abbiano impedito – in assenza di altre condizioni, eminentemente soggettive – l'alienazione burocratica del regime sorto dalla rivoluzione, l'espropriazione politica delle masse, la formazione di uno strato socialmente privilegiato, la subordinazione delle necessità delle lotte rivoluzionarie nel mondo alle esigenze politico-diplomatiche di uno Stato, conferisce all'interpretazione di Trotskij una dimensione più universale.10

Abbiamo scelto di parafrasare e di riportare alcuni stralci significativi di questa introduzione, ricca di indicazioni metodologiche, ma anche di spunti autocritici, per sottolineare ancora una volta quanto fosse sciocco ignorare o liquidare come "ideologica" e "dogmatica" l'analisi della rivoluzione cinese fatta da Maitan.

D'altra parte anche la sua ricca e problematica introduzione a Lev Trockij, Problemi della rivoluzione cinese e altri scritti (1924-1940), Einaudi, Torino, 1970, in cui tra l'altro riconosceva notevoli (forse eccessivi) meriti al Mao degli anni Trenta, è stata ugualmente "snobbata", anche se pubblicata da una delle più prestigiose case editrici.

Merita una segnalazione anche la parte conclusiva dell'introduzione al libro di Aldo Bronzo, che è dedicata al rapporto tra trotskismo e maoismo. Senza neppure entrare in polemica con quelli (non pochi...) che nel 1968 avevano lasciato la Quarta internazionale sostenendo che ormai le nostre critiche all'URSS erano superate perché erano state riprese e sviluppate da Mao, Livio Maitan affrontava invece – per smontarle - le accuse di "deviazioni trotskiste" rivolte dall'URSS al maoismo in quanto tale, e dai partiti comunisti filosovietici alle organizzazioni filocinesi del loro paese (per non parlare della campagna di Escalante e della stessa Unione sovietica contro Guevara, "cinese" e "maoista"...).

Quanto l'accusa fosse infondata e quanto arbitrario fosse il parallelo tra maoismo e trotskismo non abbiamo bisogno di dimostrare. L'unica cosa che si può ammettere è che, al pari del trotskismo, il maoismo ha cercato - almeno in un certo periodo – di apparire come un'alternativa alle concezioni e agli orientamenti dei dirigenti del PCUS e dello Stato sovietico. Ma la differenza essenziale – che gli avvenimenti degli ultimi quindici anni avrebbero dovuto chiarire definitivamente – è che, mentre il trotskismo si pone dall'angolo di visuale della lotta delle masse contro ogni forma di dominazione burocratica, nella prospettiva di una rivoluzione politica, il maoismo ha rappresentato pur sempre una tendenza della burocrazia che, nella migliore delle ipotesi, si è battuta per misure di riforma nell'ambito di strutture e concezioni burocratiche.

La forza del maoismo, rispetto al trotskismo contemporaneo, è consistita nella sua identificazione con la rivoluzione che ha portato all'abbattimento del regime capitalistico in un paese di importanza decisiva. Per tutto un periodo, le correnti maoiste in tutto il mondo hanno tratto vantaggio non solo dall'appoggio di un grande Stato, ma dal poter indicare un "modello" concreto – o presunto tale – di un socialismo diverso da quello dell'URSS. Ma la rivoluzione culturale – per vari aspetti punto più alto del maoismo e manifestazione più clamorosa della sua specificità – ha segnato l'inizio del declino appunto perché ha permesso di verificare che il maoismo, come abbiamo accennato, non era che un'alternativa interna al sistema burocratico. Lo stesso legame con la rivoluzione ha cominciato ad attenuarsi nella misura in cui sono entrati a far parte del gruppo dirigente, e ormai con funzioni di primo piano, uomini che non sono stati leaders storici della guerra rivoluzionaria.11
Maitan, come sempre attento ai processi a livello internazionale, si riferiva al declino delle correnti organizzate che nel mondo si riferivano al maoismo, ma non sospettava forse che in Italia, dietro il lungo pluridecennale silenzio di tanti ex dirigenti del Manifesto o di altre organizzazioni, e di qualche sinologo, si celasse una struggente nostalgia di quel che avevano sognato al tempo della rivoluzione culturale.12 Una nostalgia che rende loro insopportabile qualsiasi bilancio critico di quell'esperienza, in Cina e anche da noi...

 

1 Aldo Bronzo, I comunisti in Cina. Dalle origini alla presa del potere, prefazione di Livio Maitan, Nuove Edizioni Internazionali, Milano 1983, pp. 14-15.

2  Ibidem

3Ivi,p.10.

4 Ivi, p. 15.

5 Ivi, p. 16.

6Ibidem.

7 La polemica aveva comportato anche una dolorosa scissione di diversi anni con alcuni partiti pur importanti, come il SWP, dovuta alla profondità delle divergenze su una questione così importante e non al gusto di dividersi, come ripetono stupidamente gli stalinisti e i maoisti (che quanto a scissioni non sono stati secondi a nessuno).

8Ibidem.

9 Ivi, p. 20. Proprio per questa metodologia – che era già di Trotskij - una quantità di pseudotrotskisti dogmatici e settari hanno saccentemente bollato Livio Maitan come "centrista", magari "sui generis"...

10Ibidem.

11 Ivi, pp. 20-21. Va segnalato che l'angolazione scelta da Maitan per affrontare i problemi della storia dei comunisti in Cina nella sua introduzione al libro di Aldo Bronzo, senza nascondere le divergenze con l'autore, è parsa così offensiva a quest'ultimo che è riuscito a scrivere un nuovo volume, ancor più minuzioso e dettagliato del primo (Aldo Bronzo, I comunisti in Cina. Dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese al dopo Deng, Pagano, Napoli, 2004) di ben 460 pagine in grande formato e corpo ridottissimo, senza mai citare Maitan neppure in bibliografia, o in una delle 1218 note...

12 Ho appreso a mie spese quanto viva fosse questa nostalgia quando sono intervenuto nel dibattito aperto dal bel libro curato da Tommaso Di Francesco, L'assalto al cielo. La rivoluzione culturale quarant'anni dopo, manifestolibri, Roma, 2005, e mi sono trovato colpito dalle folgori di Rossana Rossanda, Vittorio Rieser, e altri.