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IL CONFLITTO CINO-SOVIETICO E LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO INTERNAZIONALE

Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965 · pubblicato il 27 giugno 2009 · 46 min di lettura


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IL CONFLITTO CINO-SOVIETICO E LA CRISI

DEL MOVIMENTO OPERAIO INTERNAZIONALE

[Stralcio dalla Risoluzione politica sulla situazione mondiale e i compiti dei marxisti rivoluzionari dell’VIII  Congresso Mondiale (II dopo la riunificazione) della IV Internazionale (5-12 dicembre 1965), in Quatrième Internationale, a. 24, n. 27, febbraio 1966, pp. 73 sgg.]

Prendendo posizione sullo scontro cino-sovietico nel giugno 1963, il Congresso di riunificazione della IV Internazionale ha esaminato le divergenze tra Pechino e Mosca sui quattro punti che seguono:

  1. 1.La “coesistenza pacifica” e la lotta contro la guerra; 

  2. 2.La lotta rivoluzionaria nei paesi coloniali e semicoloniali: 

  3. 3.Le “vie pacifiche al socialismo”, codificate a partire dal XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica, che mette in particolare in discussione la concezione marxista dello Stato; 

  4. 4.Il passaggio al socialismo su scala mondiale (con il Cremlino che sostiene che sarebbe soprattutto garantito dalla vittoria economica dell’Unione sovietica sull’imperialismo, mentre Pechino sostiene che il ruolo fondamentale sarebbe svolto dalle forze rivoluzionarie su scala internazionale). 

Nel maggio 1964, il Plenum del Comitato esecutivo internazionale [Cei] della IV Internazionale sintetizzava come segue gli sviluppi ulteriori della posizione cinese:

  1. 1.Pechino ha accentuato ed espresso chiaramente il suo attacco alla subordinazione dei Partiti comunisti e degli altri paesi al Pc sovietico; 

  2. 2.In rapporto a questo, Pechino ha combattuto l’idea che un patto tra lo Stato sovietico e uno Stato capitalista implicasse che il Partito comunista di quel paese dovesse stabilire un compromesso senza principi con la classe capitalista e il suo governo; 

  3. 3.I cinesi hanno sostenuto che, dietro l’argomento ideologico utilizzato dal Cremlino sulla collaborazione socialista internazionale c’era un rapporto di sfruttamento, vale a dire la subordinazione all’Unione sovietica di alcuni interessi primordiali degli Stati operai meno sviluppati; 

  4. 4.Il trattato di Mosca ha subito un forte attacco in quanto tentativo senza principi di conservare lo statu quo nel monopolio delle armi nucleari, tendente ad escludere la Cina dagli Stati che dispongono di un armamento nucleare e garantendo in tal modo all’Urs il ruolo dirigente nel settore militare più decisivo; 

  5. 5.La linea di destra imposta dai dirigenti sovietici a tutta una serie di Partiti comunisti (Irak, Francia, Algeria, Cuba, India, ecc.) ha fornito la prova delle nefaste conseguenze del chrusciovisno. Pechino ha chiesto l’emendamento del testo della conferenza degli 81 partiti per quanto riguarda le vie al socialismo; 

  6. 6.È stata riaffermata la legittimità della presenza di maggioranze e minoranze nel movimento internazionale, sostenendo Pechino che, a volte, una minoranza poteva esprimere posizioni giuste. 

Al tempo stesso, il Cei della IV Internazionale riconfermava il suo totale disaccordo con le posizioni di Pechino su un ceto numero di punti:

  1. 1.La campagna di Pechino per riabilitare Stalin; 

  2. 2.La concezione di Pechino per cui, nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo, la lotta di classe si acuisca incessantemente e richieda il rafforzamento dell’apparato repressivo; 

  3. 3.L’interpretazione unilaterale del XX Congresso, di cui Pechino coglieva solo gli aspetti effettivamente revisionisti; 

  4. 4.La rigida concezione burocratica del ruolo dell’arte e della cultura sostenuta in genere da Pechino; 

  5. 5.Il punto di vista sbagliato secondo cui in Iugoslavia sarebbe stato restaurato il capitalismo e vi regnerebbe una “borghesia commerciale burocratica”. Per analogia, Pechino dà una valutazione erronea dell’Unione sovietica, considerando il chrusciovismo l’espressione di strati borghesi che si impegna nella restaurazione del capitalismo. 

Il conflitto cino-sovietico si è ulteriormente sviluppato su molti terreni. Sul piano politico e ideologico generale, i dirigenti cinesi hanno criticato le differenziazioni sociali presenti in Urss e la degenerazione dell’economia e della società sovietica. Sostengono la necessità di criteri ugualitari e di norme tendenti a evitare che si verifichi uno scarto fra i dirigenti e le masse. Hanno posto problemi di natura economica quali i criteri di gestione industriale, la determinazione dei prezzi, ecc. Su problemi politici di attualità, nasce una disputa di confine tra la Cina e l’Urss; gli avvenimenti del Vietnam, a partire dall’estate 1964, sono diventati tema di una vivace discussione, così come l’atteggiamento sul problema congolese, e altri problemi che implicano l’Onu (quote, forza comune di “pace”, ritiro dall’Indonesia).

La caduta di Chrusciov ha determinato una momentanea sospensione delle polemiche; i due partiti hanno ripreso le trattative. Tuttavia, la decisione di convocare la conferenza consultiva di Mosca, l’atteggiamento sovietico di disapprovazione del tentativo cinese di bomba atomica, gli incidenti di Mosca durante la manifestazione antiamericana degli studenti asiatici, e soprattutto la ripresa della crisi internazionale sul Vietnam, hanno spinto i cinesi a riprendere i loro attacchi. Sono arrivati addirittura ad accusare il Cremlino di collusione con gli imperialisti.

Malgrado le loro violente repliche e i massicci tentativi propagandistici, i dirigenti sovietici sono stati spesso costretti sulla difensiva. Anche quando hanno cercato di spostare la polemica e di contrattaccare, non meno evidente era il loro obiettivo difensivo. Pur lasciando da parte i dettagli e la massa di argomenti specifici, esempi e citazioni, le polemiche del Cremlino hanno sviluppato le seguenti posizioni:

  1. 1.Accusano i cinesi di irresponsabilità, di fare il gioco delle tendenze estremiste del campo imperialista sulle questioni della guerra e soprattutto di un eventuale conflitto nucleare; 

  2. 2.Battono su alcuni punti deboli delle concezioni internazionali dei cinesi, tra l’altro sulla loro idea su una presunta “zona intermedia” (in realtà, questa idea di “zona intermedia” comprendente la Francia non è altro che un camuffamento ideologico di certe operazioni diplomatiche cinesi tendenti a evitare l’isolamento e a stabilire rapporti economici con paesi capitalistici più deboli); 

  3. 3.Accusano i cinesi di tendenze autarchiche e di tendenze nazionaliste e razziste in politica estera; 

  4. 4.Criticano come revisionista la tesi cinese secondo cui le contraddizioni più esplosive in questa fase sono quelle che contrappongono i popoli coloniali all’imperialismo, per il fatto che i cinesi smorzerebbero così la contraddizione di classe fondamentale  tra gli Stati operai e l’imperialismo, da un lato, e tra il proletariato e il capitalismo nei paesi industrialmente avanzati, dall’altro lato. Sostengono che, in pratica, l’aiuto economico e militare concesso dall’Urss ai paesi diventati da poco indipendenti e ai movimenti i liberazione delle colonie è molto più consistente di quello della Cina; 

  5. 5.Attaccano i cinesi per le loro concezioni burocratiche dello Stato operaio, il loro culto della personalità di Mao e la loro difesa del culto della personalità di Stalin, l’“avventurismo” della loro politica economica che passa da un estremo all’altro, le loro concezioni burocratiche nel campo della cultura, il sistema burocratico interno del loro partito e la loro violazione delle norme statutarie, ad esempio l’assenza di convocazione di congressi alle scadenze previste dallo statuto, le loro teorizzazioni sbagliate sulla natura dello Stato cinese all’indomani della vittoria rivoluzionaria e la loro evoluzione empirica ulteriore. 

Per respingere come calunniose queste accusa, e conservare o conquistare influenza in settori del movimento comunista o del movimento rivoluzionario dei paesi coloniali, i dirigenti sovietici si sono a volte discostati dalle loro posizioni di destra, portando avanti interpretazioni “centriste” o “di sinistra” del loro orientamento. Al tempo stesso, hanno alzato il tono di alcune polemiche internazionali, ivi compreso sul terreno diplomatico. Va sottolineato un notevole cambiamento nelle loro critiche alle posizioni ultradestre espresse in alcuni partiti comunisti. Più ancora, rispetto alla questione della dinamica di certe rivoluzioni coloniali, pur attenendosi al fondo alle formule della conferenza degli 81 partiti, hanno parlato dell costruzione del socialismo nel caso di paesi come l’Algeria e l’Egitto (cosa che non impedisce loro di continuare il flirt con la borghesia conservatrice indiana, allo scopo, tra l’altro, di contrastare Pechino). È chiaro, del resto, che su alcuni problemi brucianti di politica interna, i cinesi hanno dovuto incassare colpi, lasciando spesso senza risposta le accuse sovietiche.

Dal bilancio complessivo di cinque anni di polemiche, si impone la conclusione che finora la direzione sovietica ha pagato un prezzo molto alto, in uno scontro che non poteva per lei che essere pregiudizievole, vista la posizione di direzione di cui godono in partenza l’Urss e il Pcus. La caduta di Chruscev ha rappresentato un succeso notevole dei cinesi, anche se lo sviluppo del conflitto con Pechino è stato solo uno dei fattori che lo hanno determinato. Il fallimento della campagna per una nuova conferenza internazionale dei partiti comunisti è stata per Pechino una vittoria ancor più clamorosa. La riunione preparatoria ha raccolto solo un numero di partiti limitato, alcuni dei quali non nascondevano il proprio disaccordo. Il risultato pratico è stato quello di rinviare a una data imprecisata la conferenza auspicata da Chrusciov.

La crisi internazionale relativa al Vietnam ha fornito il banco di prova delle posizioni nello scontro.

I dirigenti cinesi accusano, in sostanza, la direzione sovietica di non avere concesso alla Repubblica popolare del Vietnam il necessario appoggio politico e militare e di avere continuato a ricercare una soluzione di compromesso con gli imperialisti, anche di fronte alle criminali aggressioni di questi ultimi. Sottolineando la carenza di Mosca nel reagire al momento delle provocazioni imperialiste nel Golfo del Tonchino e nel considerare ogni attacco a qualunque Stato operaio come un attacco contro l’Urss stessa, hanno messo a nudo elementi che hanno portato il mondo intero sull’orlo della guerra nucleare nella crisi internazionale in atto. Tuttavia, per corrette che siano le critiche e le proclamazioni generali dei cinesi, le loro possibilità pratiche sono tutt’altra cosa. Anche se è vero che l’aiuto militare cinese nei primi mesi dell’aggressione americana è stato limitato, per volontà dei vietnamiti che hanno sostenuto di non avere in quel momento bisogno di maggiore appoggio, resta il fatto che la Cina è sotto minaccia di aggressione nucleare pur non avendo un armamento nucleare sufficiente a dissuadere il Pentagono. Se, quindi, è vero che il Cremlino non ha fatto tutto il possibile per dissuadere gli imperialisti dall’aggressione (facilitando così lo scatenarsi dell’esclation di una crisi drammatica), la Cina non è in grado di far coincidere l’azione concreta con le sue dichiarazioni.

In fondo, questo è l’espressione del fatto che, nonostante tutto, l’Urss conserva un peso preponderante fra gli Stati operai. Ad esempio, sul terreno economico, Cuba non poteva contare in primo luogo se non sull’apporto sovietico, e così su quello militare decisivo, per cui i dirigenti del Cremlino dispongono di una potenza che i cinesi non possono acquisire in un futuro ravvicinato.

Pechino cerca, in una certa misura, di eludere questa realtà in maniera irrrealistica. Respingendo giustamente le illusioni sulla “coesistenza pacifica” con l’imperialismo, i cinesi al tempo stesso delineano previsioni discutibili, assumendo come variabili più probabili quelle che sono le più favorevoli alle loro risorse e alle loro concezioni. Danno, infatti, l’impressione non solo di prevedere, ma anche di auspicare una escalation dell’aggressione americana, incluso l’invio di truppe nel Vietnam del Nord e nella stessa Cina. Si spingono addirittura fino a parlare di una guerra tra la Cina e gli Stati Uniti, nella quale non sarebbe coinvolta l’Urss e che non comporterebbe un conflitto nucleare generalizzato. Una variante del genere avrebbe la conseguenza di estenuare gli Stati Uniti in una guerra di terra infinita sul continente asiatico, dove giocherebbe appieno la capacità difensiva della Cina. La squasra di Mao apparirebbe allora il vero antagonista dell’imperialismo, l’Unione sovietica verrebbe emarginata, perdendo in tal modo ogni possibilità di svolgere il ruolo chiave nel movimento asiatico e nei paesi coloniali e semicoloniali in genere.  L’unico inconveniente è che Washington non sceglierebbe una percorso tanto disastroso per sé: una guerra cino-americana che, in ogni caso, implicherebbe colpi tremendi per la Cina, non potrebbe limitarsi all’impiego di armi classiche. La guerra in sé non potrebbe limitarsi, perché il mancato intervento di Mosca al fianco della Cina esporrebbe l’Unione sovietica a un rischio mortale, e i dirigenti sovietici non potrebbero non rendersene conto e non operare di conseguenza. Cercando, in base alle proprie prospettive irrealistiche, di ricavare dall’aggressione americana un vantaggio frazionista nel conflitto cino-sovietico, Pechino ha indebolito la difesa contro un’eventuale aggressione. Le sue risposte all’escalation di Johnosn hanno dato la sensazione, nella prima fase cruciale, di essere largamente verbali. Il rifiuto di rispondere alle aperture sovietiche (anche se queste non erano sincere) per instaurare un fronte unico governativo di fronte all’aggressione americana, era settario e molto pericoloso. Il corso di Pechino ha contribuito, così, a favorire gli americani.

Se, in vicende come quella del Vietnam e di Santo Domingo, le valutazioni dei cinesi sulle tendenze dell’imperialismo e le critiche alla “coesistenza pacifica” hanno permesso loro di segnare alcuni punti anche in settori abbastanza inclini alle posizioni chruscioviane, la loro prospettiva nel Sud-Est asiatico ha rivelato la debolezza relativa delle loro posizioni e le falle nelle loro concezioni. In realtà, sarebbe inconcepibile nella fase attuale una risposta efficace ad ulteriori più importanti aggressioni imperialiste senza l’apporto dell’Urss, che resta la principale potenza del campo anticapitalista.

In ogni caso, i fattori che sono alla base degli sviluppi delle posizioni dei dirigenti cinesi nel conflitto restano assolutamente chiare. La burocrazia sovietica dispone ormai di una base economica abbastanza solida da consentirle di proporre la competizione con i paesi capitalistici avanzati. Dispone di un poderoso armamento che giustifica un’ottica prevalentemente militare della difesa del paese. La sua forza numerica è considerevole, le sue funzioni sono altamente sviluppate, con i privilegi che ne conseguono. Ha una mentalità estremamente conservatrice. Al tempo stesso, per la maturazione stessa delle forze produttive, della crescita della classe opraia e il sensibile miglioramento del livello culturale di quest’ultima, della formazione di uno strato intellettuale sempre più esigente, i burocrati sovietici non possono eludere problemi economici e sociali complicati, che li costringono continuamente a ricercare assestamenti in tutti i campi e a discostarsi dalle forme di gestione economica e di dominio politico in vigore sotto il regime di Stalin.

La burocrazia cinese, viceversa, per un lungo periodo non potrà concepire seriamente una competizione economica con i paesi capitalistici avanzati per cui è spinta, anche in un riflesso di autodifesa, a puntare sulla possibilità di un’estensione della lotta rivoluzionaria delle masse nei paesi coloniali, soprattutto in Asia, dove è sensibile alle pressioni rivoluzionarie. La situazione estremamente difficile in cui si trova la direzione cinese l’ha portata all’intensificazione di fenomeni come lo sviluppo del culto di Mao.

Esiste in Cina un ciclo stalinista?

 

In seguito all’irrigidimento della burocrazia di Pechino e alla campagna per la riabilitazione di Stalin, alcuni teorici ritengono che la Cina attraversi un ciclo stalinista come quello che si è impossessato della rivoluzione russa e di cui ancora soffre l’Unione sovietica. Si è addirittura avanzata l’idea che tale ciclo fosse inevitabile, qualcosa di inerente ad ogni rivoluzione in uno Stato operaio arretrato.

È innegabile che la burocrazia è uno dei mali che deve affrontare ogni rivoluzione vittoriosa e, più che altrove, nei paesi con un livello economico e culturale arretrato. La dimensione della povertà e l’ampiezza dei bisogni tende ad assegnare alla burocrazia un ruolo enorme, aprendo in tal modo la strada a speciali privilegi che la burocrazia tende a consolidare con strumenti politici. La valutazione del fenomeno che esprimono oggi i marxisti è stata espressa per primo da Lenin e poi sviluppata da Trotski. L’esperienza di questi anni non fa che confermare i loro contributi in materia.

Lo sviluppo della rivoluzione cinese dopo la presa del potere nel 1949 ha fornito una suo specifico fascicolo su questo problema. La crescita della burocrazia in Cina, con la sua concomitante manifestazione in campo ideologico, è dovuta in ultima analisi alla povertà del paese e all’impossibilità di trovare un rapporto adeguato con un centro economicamente avanzato con il Giappone, l’Europa occidentale o gli Stati Uniti. La tendenza al burocratismo è stata rafforzata dal fatto che il gruppo di Mao non possiede una valutazione leninista-trotskista del fenomeno e dei suoi pericoli e, al contrario, arriva a collocare l’incarnazione stessa del burocratismo, Stalin, in posizione chiave nell’iconografia ufficiale dello Stato. L’opposizione di Pechino al processo di destalinizzazione e la sua campagna per la riabilitazione di Stalin attestano in maniera eloquente tendenze e mentalità burocratica degli alti dirigenti cinesi.

Possiamo per questo sostenere che la Cina stia attraversando la stessa esperienza dell’Unione sovietica, con tutte le conseguenze logiche che ne derivano, e che esista la necessità universale di una fase stalinista, per condannabile e moralmente ripugnante che sia? I dati di fatto  parlano in direzione contraria.

In primo luogo, il rapporto di forza internazionale che ha generato e alimentato lo stalinismo e che è stato in fin dei conti responsabile della sua vittoria, è irrevocabilmente mutato. La nuova Cina è nata quando un insieme di nuovi Stati operai costituiva una fonte di sostegno materiale di cui non disponeva il giovane Stato sovietico nei giorni estremamente difficili di Lenin e di Trotski. Questo solo dato sarebbe sufficiente a determinare una differenza decisiva nell’impianto di basi economiche in grado di consentire un tasso di sviluppo più elevato in Cina che non nei primi anni dell’Unione sovietica, indipendentemente dalle ulteriori vicissitudini dei rapporti cino-sovietici. La prova più decisiva di questo è la capacità della Cina di produrre armi nucleari. Più ancora, il popolo cinese guarda a un mondo gravido di sconvolgimenti rivoluzionari e agitato di continuo da sollevamenti ed esplosioni elementari. La prospettiva di nuove rivoluzione che possono intervenire in suo aiuto è del tutto realistica, in contrasto con quella cui si era trovato di fronte il popolo russo, specie dopo la sconfitta della rivoluzione cinese del 1925-1927. La vittoria cubana è arrivata a soli dieci anni dalla vittoria cinese, quasi il versamento di un acconto. Già questi successi da soli possono essere considerati di importanza decisiva, come avrebbe potuto esserlo una rivoluzione cinese vittoriosa che si fosse verificata dieci anni dopo l’Ottobre. Quel che è più importante di tutto, il capitalismo mondiale, nonostante la spettacolare potenza economica e militare degli Stati Uniti, si regge su basi molto più ridotte e indiscutibilmente più deboli che non nei decenni precedenti la seconda Guerra mondiale. L’importanza di tutto questo, per quanto riguarda la teoria di una fase stalinista inevitabile, è che le forze materiali che hanno dato vita a una casta burocratica così incallita e totalmente cristallizzata come quella comparsa in Urss non esistono in nessuna parte del mondo. La prova finale ne sono la crescente instabilità della stessa burocrazia sovietica e i tentativi dei dirigenti della casta burocratica dell’Urss di prendere tempo con concessioni quali la “destalinizzazione”.

Una delle conseguenze del nuovo rapporto di forza su scala mondiale è il fatto che lo stesso gruppo maoista, per rigido che possa essere il suo modo di pensare e di agire, non ripete semplicemente le politiche e le concezioni di Stalin. Esso manifesta una differenza decisiva rispetto a Stalin, ad esempio nella concezione chiave della “rivoluzione a tappe”, avanzando l’idea della “rivoluzione ininterrotta”. Soprattutto dopo l’esperienza disastrosa del “grande balzo in avanti”, in cui Mao si era impegnato nella costruzione del “comunismo in un paese solo”, e a un ritmo più rapido di Stalin o di Chrusciov, i dirigenti cinesi hanno posto l’accento sulla necessità della vittoria del socialismo in vari paesi.

Del pari, nel campo della politica economica, il gruppo Mao, nonostante la sua rigidità, la sua incapacità di realizzare finora una pianificazione armonica e i suoi zig-zag empirici che hanno recato serio danno alla Cina nel “grande balzo in avanti”, si è dimostrato in grado di effettuare un fondamentale mutamento di indirizza (la svolta è stata incoraggiata dalla comparsa di forti tendenze di opposizione politica in Cina, fino alle cerchie più elevate). e di rinunciare al modello stalinista, che insisteva in maniera eccessiva sull’espansione dell’industria pesante a qualunque costo.

Anche nei rapporti con le masse, benché sia vietata qualsiasi opposizione politica oltre che l’esistenza simbolica di partiti piccolo-borghesi, la direzione Mao non si è impegnata in mostruosi crimini su grande scala, secondo la caratteristica dei giorni peggiori del regno di Stalin. Anche se, in parte, questo è ascrivibile all’assenza di una massiccia opposizione politica leninista, ostinata e sperimentata, come quella con la quale Stalin è stato costretto a scontrarsi nella sua usurpazione del potere e l’instaurazione di un regime arbitrario, rimane il fatto che il gruppo di Mao ha cercato di impedire che la burocrazia si distinguesse in modo clamoroso, e lo ha fatto all’insegna dell’egualitarismo, che Stalin aveva denunciato come una concezione piccolo-borghese.

Il Partito comunista cinese non può essere considerato un partito che è stato stalinista nel senso stretto del termine, vale a dire subordinato a partire dagli anni Venti alla direzione burocratica del Cremlino. La direzione Mao aveva una sua specifica personalità; la sua politica, benché spesso contrafddistinta nella prassi da compromessi con la direzione di Mosca che hanno comportato le deviazioni più gravi, aveva un carattere di centrismo in genere pencolante a sinistra. La direzione Mao è stata, inoltre, segnata da lunghi anni di difficili lotte e ha subito le ripercussioni della grande rivoluzione popolare che l’ha portata al potere.

Alla luce, perciò, dei rapporti di forza internazionali, della dinamica della rivoluzione cinese e delle caratteristiche peculiari della direzione Mao, si può concludere che la burocrazia in Cina non è la stessa di quella che si è sviluppata in Unione sovietica nella forma di una casta fortemente consolidata. Il punto di vista di Trotski era che l’esperienza stalinista, vista in tutti i suoi aspetti concreti, si dovesse a una combinazione assolutamente particolare di forze e circostanze. La sua previsione che non si sarebbe ripetuta, rimane valida.1

Le differenze tra lo stalinismo e il maoismo entrano nel conflitto cino-sovietico e costituiscono un importante elemento di valutazione per consentire ai rivoluzionari di stabilire quale parte vale la pena di appoggiare criticamente per fare avanzare la rivoluzione mondiale. Tuttavia, insistere sulle differenze tra stalinismo e maoismo non comporta che si debba dimenticare la natura burocratica del regime cinese o che si debba attenuare in qualsiasi forma la critica del culto persistente di Mao. Il movimento trotskista mondiale conserva la propria indipendenza rispetto a qualunque forma burocratica. In tutti gli Stati operai, si proclama contro il dominio burocratico e per la democrazia proletaria. In Cina, la lotta contro la burocrazia e il suo regime e per la democrazia proletaria, non può trionfare se non attraverso una lotta antiburocratica su una scala sufficientemente ampia da comportare un cambiamento qualitativo nella forma politica di governo.

I partiti e i gruppi di tendenza filo-Pechino

 

Gli sviluppi negli ultimi cinque anni e soprattutto alcune rotture intercorse nel 1964 hanno determinato il formarsi di una tendenza internazionale filo-cinese così composta nella fase attuale:

  1. 1.I partiti delle due “democrazie popolari” asiatiche (Corea e Vietnam). 

  2. 2.Il Partito del Lavoro d’Albania. 

  3. 3.Un gruppo di partiti asiatici, i più importanti dei quali sono il partito indonesiano, il partito giapponese e il partito malese. 

  4. 4.l Pc italiano di sinistra, nato da una scissione del Pc nel 1964, che dispone già in partenza di una base di massa notevole. 

  5. 5.Un gruppo di partiti nei paesi coloniali o semi-coloniali, nati da scissioni a volte con una certa influenza, il più delle volte ridotti alle dimensioni di organizzazioni molto limitate, e qualche organizzazione nei paesi dell’Europa occidentale. 

  6. 6.Gruppi di militanti favorevoli alle tesi cinesi che ancora operano in seno a partiti comunisti controllati da direzioni filo-sovietiche. 

  7. 7.Nuclei e quadri che lavorano in movimenti rivoluzionari di paesi coloniali, soprattutto in Africa. 

Questo semplice elenco mostra come il blocco pro-Pechino, nonostante una relativa omogeneità sui temi della polemica internazionale, sia alquanto eterogeneo nella sua composizione. Questo si deve, in primo luogo, alle diversità che esistono tra i vari partiti; in secondo luogo, alle differenziazioni presenti in seno a ogni partito, malgrado la facciata di un’unità monolitica; e, cosa più importante, al loro specifico ruolo oggettivo, sia nel loro paese, sia in un settore del movimento operaio internazionale.

Dei partiti nelle democrazie popolari, quello del Vietnam del Nord è sia il più importante, sia il più indipendente. Al suo interno sono sempre esistite tendenze diverse. Non ha potuto che essere critico verso l’atteggiamento della burocrazia sovietica, soprattutto durante l’estate 1964. Ha anche condiviso in larga misura l’orientamento cinese (arrivando anche, ogni tanto, a formulazioni teoriche più conseguenti in fatto di rivoluzione ininterrotta). Al tempo stesso, però, non può fare a meno dell’aiuto che solo l’Urss è in condizione di garantirgli. D’altra parte, è legittimamente preoccupato che la Cina possa acquisire un peso troppo determinante nel paese, il che spiega la sua esitazione a fare appello a volontari.

Quanto agli albanesi, sono giustamente considerati l’ala ultra-stalinista del fronte fino-Pechino, con un atteggiamento che è determinato dalla formazione del gruppo dirigente e dalle forme grazie a cui è riuscito a controllare il partito con l’assenza di sostegno popolare e l’isolamento del paese nel contesto europeo. Il rifiuto del gruppo Hoxa di piegarsi ai voleri della burocrazia sovietica costituisce l’unico argomento di cui può fregiarsi agli occhi delle masse.

Fra i partiti asiatici, il Pc indiano di sinistra Lcp) rappresenta un caso particolare, in primo luogo per l’esistenza nello stesso paese di un partito filo-Mosca che gli crea un problema di fondo, non solo per la sua influenza fra le masse ma anche per le divergenze interne che non sono state risolte dalla scissione. Grazie alla base di massa di cui dispone, in particolare in varie zone del paese, al prestigio di alcuni suoi dirigenti, alla lunga tradizione di un’ala sinistra la cui nascita ha preceduto di una decina di anni l’esplosione del conflitto cino-sovietico, e al fatto stesso della diversità delle sue componenti (con l’ala centrista che ha seguito la sinistra nella scissione), questo Pc di sinistra può svolgere più il ruolo di alleato che non di seguace di Pechino. E, in effetti, ha già dimostrato la sua indipendenza, anche sul tema della polemica internazionale. L’orientamento interno abbina ad analisi e critiche grosso modo correte, sulla natura dello Stato indiano e sul carattere della politica del partito del Congresso, formule in parte ambigue, in parte decisamente centriste, ad esempio a proposito del “fronte democratico del popolo” e dello “Stato democratico del popolo”. I limiti del blocco tra centristi e sinistra nel Lcp si sono manifestati quando il leader centrista del partito, Namboodiripad, ha preso posizione in favore della difesa nazionale, nella recente guerra tra India e Pakistan, scontrandosi con la resistenza ella base di sinistra.

Il Pc giapponese è l’unico partito filo-cinese con una base di massa che operi in un paese capitalista avanzato. Il suo orientamento ha perciò valore di test. Il fatto che il partito, nella sua quasi totalità, compresa la maggioranza dei dirigenti e dei quadri, , con tutto l’apparato nazionale e le sue organizzazioni locali, si sia allineato con i cinesi lasciava già prevedere che il suo indirizzo politico sulle questioni giapponesi non era fondamentalmente cambiato. Di fatti, il partito si è limitato a sostenere i dirigenti cinesi nella polemica internazionale, senza che questo comporti una qualsiasi svolta a sinistra nella politica in Giappone. Alcune esperienze come gli scioperi della primavera del 1964 e 1965 hanno messo in luce un opportunismo di fondo; l’orientamento espresso nei documenti più recenti – indipendentemente dalle proclamazioni propagandistiche di fedeltà al marxismo-leninismo ecc. – non è che l’applicazione specifica di una linea ben nota incentrata sulla lotta all’imperialismo americano e non su una lotta anticapitalista. La parola d’ordine centrale che viene avanzata è il fronte unico di tutte le forze cosiddette democratiche per un governo di coalizione, contro il trattato di Mosca, contro la revisione  costituzionale e per il miglioramento del tenore di vita delle masse.

Il Pc indonesiano, che aveva conquistato la sua fisionomia attraverso lunghe lotte fino a un’epoca abbastanza recente e che sicuramente racchiudeva numerose divergenze all’interno, aveva collaborato da vari anni, compreso a livello governativo, con l’ala della borghesia nazionale rappresentata da Sukarno. Tale politica, ispirata dalla concezione di una tappa democratica della rivoluzione nella quale sarebbe necessario collaborare con la cosiddetta borghesia nazionale, aveva avuto come conseguenza il fatto che il partito, deliberatamente, non aveva cercato d sfruttare le crisi rivoluzionarie esplose nel paese. Al contrario, aveva cercato di incanalare il movimento di massa e di fargli abbandonare alcune delle posizioni già acquisite. Lo ha fatto prima che cominciasse il conflitto cino-sovietico, d’accordo sia con la direzione sovietica sia con quella cinese, entrambe interessate a stabilire un’alleanza con Sukarno.

Tuttavia, malgrado la linea opportunista, le masse indonesiane, in assenza di un’organizzazione di effettivo ricambio, sono rimaste sotto l’influenza del Pc, che nel 1965 poggiava su una base più ampia di quel che non fosse mai avvenuto in passato. Tutto questo, insieme a un’estrema tensione dei rapporti sociali (derivante soprattutto dall’aggravarsi dell’inflazione e della carestia, che determinavano il rapido crollo del tenore di vita delle masse), spingeva inesorabilmente verso una prova di forza tra la reazione diretta dai generali e il Pc.

I dirigenti del Pki sembravano averlo intuito a modo loro, e avere spostato a sinistra la loro linea diversi mesi prima del colpo di Stato militare. Rivendicavano l’armamento degli operai e dei contadini; facevano appello alle masse perché occupassero le fabbriche. Ma una propaganda del genere, non accompagnata da una reale prospettiva rivoluzionaria anticapitalista e da una reale organizzazione delle masse per potere agire, non poteva che precipitare una prova di forza reazionaria, contro cui la direzione del Pki non trovò altra soluzione che il sostegno a un tentativo golpista di ufficiali di sinistra.

Così, il suo opportunismo di destra è stato completato al momento decisivo da un opportunismo di sinistra, aggravato tanto più dal fatto anche dopo l’esplosione dell’offensiva anticomunista dei generali, la direzione del Pki si è astenuta dal fare appello alle masse per una risposta generale e ha continuato a puntare su Sukarno, pur diventato ormai sempre più ostaggio dell’esercito. Schiacciato dalla repressione, stretto nella scelta tra un vero e proprio suicidio politico e una svolta verso la guerra di guerriglie, è quest’ultima strada che sembra avere scelto la frazione dirigente del Pki, almeno sopravvissuta al disastro dell’ottobre 1965.

La scelta è stata facilitata dal fatto che, parallelamente alla sua linea di collaborazione di classe, esisteva una tendenza opposta nell’ideologia del Pc indonesiano. Alcune sue concezioni erano abbastanza vicine a quelle cinesi sulla rivoluzione ininterrotta; il Pki spiegava continuamente che i contadini sono la forza rivoluzionaria fondamentale, che anche nella rivoluzione democratica il ruolo dirigente spetta agli operai e ai contadini e che la formazione di un governo di democrazia popolare ne rappresenta l’obiettivo immediato.

Queste contraddizioni, però, rientravano in una strategia di “rivoluzione a tappe”, in una politica di coalizione con la borghesia nazionale diretta da Sukarno che hanno indotto Aidit a frenare i movimenti di massa, a tenerli prigionieri del “Nasakom”, il fronte dei tre principali raggruppamenti politici (i nazionalisti di Sukarno, il gruppo musulmano degli Insegnanti religiosi e il Partito comunista), provocando la cocente sconfitta subita dal maggiore partito comunista nel mondo capitalista.

Per sostenere la proprie manovre diplomatiche con il governo Sukarno, Pekino approvò la politica opportunista del gruppo Aidit, che non era fondamentalmente diversa da quella dei partiti comunisti francese e italiano, contro cui polemizzava per il sostegno che questi partiti davano a Mosca.

Lo schiacciamento del Partito comunista indonesiano rappresenta una vittoria dell’imperialismo e una sconfitta della rivoluzione coloniale più grande di quello che è stato il colpo di Stato controrivoluzionario in Brasile nell’aprile del 1964. Ma la vittoria delle forze reazionarie in Indonesia potrebbe anche essere temporanea. Di fronte alle crescenti difficoltà economiche e ai tumuli sociali che genereranno, la situazione in Indonesia potrebbe conoscere una svolta rivoluzionaria in un futuro relativamente vicino. La lotta delle masse indonesiane continuerà, fino a che i militanti comunisti più critici e più coscienti, insieme ai quadri trotskisti indonesiani, forgeranno un partito rivoluzionario in grado di condurre la classe operaia e i contadini all’unica via per la vittoria, quella della conquista del potere.

In America latina, le tendenze filo-cinesi restano piuttosto modeste. Il castrismo funge da catalizzatore ben più forte della sinistra comunista e rivoluzionaria in questa parte del mondo. Se il conflitto cino-sovietico ha esercitato un’incontestabile influenza sul Pc venezuelano, che ha adottato la linea della lotta armata, e se la sinistra venezuelana è più disposta a seguire l’orientamento di Pechino che non quello di Mosca, è la rivoluzione cubana ad avere svolto il ruolo fondamentale nel suo sviluppo. Quanto al Pc brasiliano (filo-cinese), favorito dall’opportunismo spinto della direzione Prestes, si è formato prima che scoppiasse alla luce del giorno il conflitto cino-sovietico. La sua influenza continua a essere molto limitata e il suo orientamento su problemi cruciali come quello della natura della rivoluzione brasiliana e delle forze sociali che devono dirigerla è assolutamente sbagliato.

In Perù, il Pc filo-Pechino, pur essendo animato da una critica della linea della vecchia direzione, non ha espresso concezioni rivoluzionarie coerenti. Ha dimostrato tratti stalinisti e, malgrado una certa influenza in zone contadine, è ben lungi dallo svolgere un ruolo importante nel movimento operaio e contadino del paese. In Bolivia, la scissione è più recente e le divergenze sono incentrate molto più sui problemi nazionali che non sui temi internazionali, con la frazione pro-cinese che sembra rafforzarsi negli ultimi mesi. In altri paesi latino-americani, i gruppi pro-Pechino sono minuscoli, spesso divisi, e incapaci di uscire dal campo della propaganda generale delle tesi cinesi in ambienti ristretti. Lo stesso vale per l’America settentrionale.

Anche in Europa occidentale, i gruppi filo-Pechino si sono prevalentemente situati sul terreno propagandistico senza ottenere risultati apprezzabili. L’influenza del Pc grippista del Pc filo-cinese in Belgio – l’unico con una certa base –è stata caratterizzata da tratti settari e da concezioni burocratiche su vari terreni. La sua incomprensione della necessità o della natura di un programma di transitorio ha condannato questa formazione a oscillare fra la programmazione astratta di obiettivi finali e rivendicazioni immediate di per sé insufficienti a intraprendere un’iniziativa realmente rivoluzionaria.

La resistenza dei dirigenti cinesi al processo di destalinizzazione ha ripercussioni negative sulle formazioni pro-Pechino come in tanti altri campi. Come elemento di giustificazione del loro stesso regime burocratico interno, essi difendono Stalin, alienandosi le tendenze antiburocratiche fra le masse in Unione sovietica sulla base della loro linea internazionale più militante. Fra i gruppi e i partiti che sostengono Pechino contro Mosca, il prezzo è ancora più caro. Per alcuni di questi, tentare di recuperare Stalin equivale al suicidio politico. Questo implica qualcosa di più significativo: il fatto che la direzione Mao cerchi deliberatamente di iniettare il veleno dello stalinismo nei cervelli di milioni di giovani – anche se lo si fa ammettendo che alcuni “errori” sono stati commessi dal despota che ha liquidato la generazione di Lenin, e anche se questo è contraddetto dalla difesa i una politica che stalinista non è – la dice lunga sul movimento che raccoglie Pechino. Esso è dominato fin dall’origine da concezioni burocratiche, che non hanno niente a che vedere con il rispetto della verità e con lo spirito internazionalista indipendente.

I partiti e i gruppi di tendenza filo-Mosca

 

Come hanno confermato vari avvenimenti nel corso degli ultimi anni, in particolare le polemiche sulla conferenza proposta dai Partiti comunisti, la pubblicazione del testamento di Togliatti [Memoriale di Yalta], i commenti sulla caduta di Chrusciov e gli atteggiamenti di fronte alla crisi vietnamita, le tendenze chruscioviane sono ancor più differenziate e segnate da forze centrifughe delle tendenze pro-Pechino. Nella fase attuale, è possibile delineare il quadro seguente delle forze che respingono le tesi cinesi a favore delle concezioni generali della direzione sovietica:

        1. 1.La maggioranza dei partiti delle “democrazie popolari” europee.  

        2. 2.La quasi totalita dei Pc dell’Europa occidentale. 

        3. 3.Alcuni partiti asiatici, perlopiù indeboliti da scissioni, e vari partiti latino-americani, anch?essi investiti da scissioni. 

        4. 4.Tendenze o gruppi sia all’interno di partiti a maggioranza pro-Pechino sia espulsi da questi partiti (Giappone). 

        5. 5.Gruppi che operano in movimenti rivoluzionari dei paesi coloniali o semicoloniali.  

Avendo il potere in paesi situati tra l’Unione sovietica e gli Stati capitalisti dell’Europa occidentale, ancora largamente sotto l’influenza sovietica, sia in campo economico si in quello militare, i Pc delle “democrazie popolari” rappresentano il bastione più saldo della tendenza chruscioviana al di fuori dell’Urss, malgrado il ventaglio considerevole che va dalle posizioni assolutamente conservatrici del partito bulgaro a quelle del partito ceco, che si sta ormai avvicinando a certe posizioni iugoslave. Se, in qualche ambiente giovanile, alcune posizioni cinesi destano interesse e simpatia, l’atteggiamento cinese sulla “destalinizzazione” funge da respingente. Solo bel caso in cui la burocrazia sovietica operasse gravi compromessi con l’imperialismo a spese di una “democrazia popolare” o cinesi avrebbero serie probabilità di rovesciare gli attuali rapporti di forza, incluso a livello dei gruppi dirigenti.

Il punto essenziale è che le direzioni burocratiche delle “democrazie popolari” e, sicuramente, i quadri ai vari livelli subiscono molto meno dei loro omologhi asiatici la spinta della rivoluzione coloniale e, per tutta una serie di ragioni evidenti (collocazione geografica, rapporto di forza, ecc.) contano essenzialmente sullo “scudo” sovietico per la propria difesa di fronte all’imperialismo. I problemi che hanno provocato tensioni, frizioni e conflitti riguardano soprattutto il loro sviluppo economico e i rapporti economici all’interno del Comecon, soprattutto quelli con l’Urss (problema dei prezzi, della “divisione socialista del lavoro”, della tendenza a estendere i rapporti con i paesi capitalistici avanzati, ecc.). L’esistenza di uno Stato operaio come la Cina assicura alle direzioni delle “democrazie popolari” un margine di manovra più ampio, e anche alcuni aspetti della polemica cinese – tendenti a demistificare l’argomentazione sovietica sulla collaborazione socialista e a sostenere le specifiche esigenze degli Stati operai meno sviluppati – nonché certi argomenti cinesi vi trovano udienza. Tuttavia, l’eventuale sviluppo di una “democrazia popolare” al di fuori dell’orbita della burocrazia sovietica seguirebbe, assai più probabilmente, una logica “iugoslava” che non una logica “cinese”.

È tipico l’esempio della Romania. Nel 1964, questo paese ha progressivamente accentuato il suo corso “indipendente”, sancito per così dire ufficialmente dall’assenza della delegazione rumena alla conferenza di Mosca. Indubbiamente, all’origine dell’atteggiamento della Romania ci sono problemi analoghi a quelli della questione iugoslava. Sono stati, fondamentalmente, problemi di sviluppo economico e di rapporti economici con l’Urss e il Comecon a spingere i dirigenti di Bucarest, oggettivamente incoraggiati e favoriti dal conflitto cino-sovietico, a prendere le distanze e a fare alcune aperture ai paesi capitalisti. La burocrazia rumena cerca così do garantire una crescita economica secondo il modello che ritiene più confacente ai propri interessi, senza fare concessioni di fondo all’Urss o ad altri paesi del Comecon. Al tempo stesso, vuole sfruttare la propria “indipendenza” rispetto all’Urss – condita con alcune misure di prudente liberalizzazione – allo scopo di migliorare i rapporti con le masse.

Quanto alla Iugoslavia, che attraversa una nuova fase di cambiamenti strutturali abbastanza notevoli, continua ad occupare una posizione relativamente autonoma e originale, essendo piuttosto un alleato che non vera e propria parte integrante della tendenza filo-sovietica. Tale posizione si è contraddistinta per una serie di riforme e di misure soprattutto di ristrutturazione economica, che hanno posto i comunisti iuguslavi, in certo senso, alla punta della “destalinizzazione” e del “chrusciovismo”, al tempo stesso. L’esperienza dei consigli operai resta il tratto di gran lunga più positivo, quali che ne siano i limiti: non vi è dubbio che è soprattutto grazie ai consigli e ad alcune misure tendenti a contrastare il burocratismo che il paese ha conosciuto un considerevole saggio di sviluppo economico. Tuttavia, a questo progresso si è accompagnato, da un lato, da gravi distorsioni nell’economia, dall’altro accresciute da differenziazioni sociali a vantaggio degli strati burocratici.

Per i legami economici con paesi capitalisti, per il loro rapporti con le borghesie del “terzo mondo” e secondo la logica di una politica estera controrivoluzionaria delineatasi in occasione della guerra di Corea, i comunisti iugoslavi si collocano all’estrema destra, apparendo come una corrente decisamente opportunista. Anche di recente, hanno continuato a seminare assurde illusioni sul ruolo positivo dell’Onu, preso inammissibili posizioni contro la rivoluzione cubana e, alla fine, avanzato proposte di trattative al momento dell’aggressione americana al Vietnam. Determinati incidenti dimostrano che i rumeni potrebbero seguire il loro esempio, anche su questo terreno. Ciò si spiega, in ultima analisi, con il ruolo di burocrazie che cercano di instaurare una dominazione relativamente moderata rispetto alle masse e “autonoma” rispetto al Cremlino, e che spesso possono manifestare questo corso solo se la situazione internazionale è relativamente calma e non impone immediatamente scelte perentorie.

Le burocrazie dei Oc dei paesi capitalisti sviluppati non potevano che reagire in maniera negativa al complesso delle posizioni cinesi. Nel contesto sociale e politico in cui operano, costrette nella maggior parte dei casi a battersi contro forti partiti socialdemocratici, non possono essere attratte dalle tesi cinesi sulla guerra, sui metodi di lotta antimperialisti, sul ruolo della rivoluzione coloniale.  Al contempo, soprattutto laddove dispongono di una base relativamente ampia, non potevano essere favorevoli all’atteggiamento maoista verso la “destalinizzazione”. Sono, però, soprattutto le critiche cinesi alle “vie pacifiche al socialismo” e la loro difesa della concezione leninista dello Stato che la schiacciante maggioranza dei dirigenti comunisti occidentali dovevano per forza di cose respingere. E infatti la loro involuzione di destra, che risaliva già al periodo dei fronti popolari, e l’esperienza della collaborazione di classe con la borghesia nel periodo della guerra e dell’immediato dopoguerra, aggiunte alla spinta ultra-destra delle teorizzazioni chruscioviane del XX Congresso e alle ulteriori pressioni subite quasi continuamente nel corso d egli anni Sessanta, sono ormai approdate a una degenerazione neoriformista profonda dei partiti comunisti. Essi sono arrivati a elaborare una strategia complessivamente riformista, essenzialmente gradualista, che prevede come obiettivo strategico una struttura sociale in cui i monopoli sarebbero soppressi o eliminati e in cui il capitalismo sussisterebbe con la sua logica del profitto e le sue leggi economiche basilari, una strategia che sostiene la possibilità del passaggio pacifico, democratico al socialismo e della conquista dell’apparato statale dall’interno allo scopo di trasformarlo gradualmente. Queste burocrazie ricercano alleanza anche con settori capitalisti. Si tratta ormai i una serie di concezioni comuni che gli italiani hanno espresso nella forma più compiuta e più sistematica. Nell’ultima fase, il Pc francese ha superato un’altra tappa verso il neoriformismo, chiamando a votare, alle elezioni presidenziali, per il candidato della borghesia “di sinistra”, Mitterrand, fautore del Patto Atlantico, contro la politica di Mosca di appoggio a de Gaulle.

L’evoluzione del Pc italiano resta significativa, non solo perché si tratta di un partito con larga base di massa in cui la “destalinizzazione” ha acquisito un’ampiezza molto maggiore di qualsiasi altro paese, ma anche perché si sono precisate o si stanno precisando tendenze che si manifesteranno verosimilmente anche altrove, con importanti implicazioni per tutto il movimento operaio dei paesi capitalisti sviluppati. Se finora la polemica cinese non ha provocato in essi la formazione di una consistente corrente pro-Pechino (limitandosi l’influenza a cerchie di vecchi nostalgici del periodo stalinista), il conflitto cino-sovietico in quanto tale ha stimolato in essi in misura notevole la maturazione di larghi strati di militanti e di quadri, obbligando gli stessi dirigenti a sviluppare ulteriormente la linea adottata a partire dal XX Congresso. I dirigenti del Pc italiano, ad esempio, sono arrivati a rinunciare a ogni concezione monolitica del movimento comunista, a ritenere normale l’esistenza di contrasti interni e di divergenze, ad accettare l’idea che vittorie decisive sull’imperialismo e lo stresso rovesciamento del sistema capitalista possono essere conquistati da partiti e direzioni non comuniste e a permettere che si manifestino contrasti politici nel partito, anche con la presentazione di testi diversi o contrapposti e con la formazione di tendenze temporanee non organizzate. Le vicende interne della fine del 1964-inizi del 1965, sulla trama di fondo di un determinato sviluppo della situazione italiana, di accresciute difficoltà che il partito conosce soprattutto nel conservare legami stabili e organizzati con gli operai di fabbrica a mancanza di autorità creata dalla scomparsa di Togliatti, sono approdate a differenziazioni ben più accentuate di qualunque altro periodo, dopo la fine degli anni Venti.

Tale evoluzione si è concretizzata in un atteggiamento opportunista sempre più netto, che tenderà a permanere e anche ad accentuarsi, almeno fino a una eventuale svolta della situazione oggettiva in Italia e in Europa occidentale, ed è andata di pari passo alla trasformazione accentuata del partito in una formazione elettorale, incapace di garantire la partecipazione attiva alla vita politica dei larghi settori che influenza. Se, infatti, il Pc italiano è andato più in là dei suoi partiti fratelli nell’espressione teorica di una concezione riformista, le traduzioni pratiche di questa linea si collocano oggettivamente ancora più a destra, non differenziandosi più qualitativamente, sul piano interno, dall’azione di tradimento dei grandi partiti socialdemocratici a composizione operaia. Di fronte a queste concezioni e a questi orientamenti concreti che ispirano non solo l’apparato ma anche ampi strati di quadri e di militanti, i nuclei di sinistra sono solo agli inizi della loro battaglia; e, per tutta una fase, non avranno molte possibilità di contrastare il corso di destra. Va aggiunto, del resto, che un’ala destra dell’apparato, rappresentata anche al livello di Segreteria, ha espresso linee ancora più oltranziste, spingendosi fino a proporre la liquidazione del partito o la sua diluizione in una organizzazione socialista unificata.

Sotto la pressione di questa destra e di alcuni avvenimenti del movimento operaio italiano, e per la stessa logica delle concezioni generali accolte dal partito, una maggioranza molto ampia del Comitato centrale si è pronunciata, nel giugno 1965, a favore del formarsi di un nuovo partito socialista unificato, sulla base di una piattaforma politica e ideologica adattata alle esigenze stesse di taluni settori del Psi, che hanno collaborato a lungo con Nenni incluso sul piano governativo, e che continuano a sostenere le loro posizioni favorevoli in linea di principio a un’alleanza di centro sinistra.

In Italia è nettamente visibile un fenomeno che è meno chiaro ma comunque presente negli altri partiti comunisti al di fuori degli Stati operai e che ne colpisce a fondo le strutture e la stessa natura. Dal tempo di Stalin la linea dei Pc era dettata essenzialmente dalle esigenze della politica della burocrazia sovietica, mentre le esigenze del movimento operaio di massa in ogni paese e quelle della burocrazia “nazionale” avevano solo un ruolo assolutamente secondario. Attualmente, esiste la tendenza a rovesciare questo stato di cose e, nel caso italiano, il processo è ormai compiuto, mentre in Francia è appena iniziato. Le specifiche esigenze della burocrazia indigena –spesso “imbarazzata” dalle decisioni e dalle svolte della burocrazia sovietica e spinta per la natura della sua strategia interna a presentarsi come indipendente da ogni Stato o partito-guida – si fanno sempre più preponderanti. Nonostante tutto, non si arriverà se non difficilmente a una integrale “socialdemocratizzazione” dei Pc – lo stesso c italiano continua a essere fondamentalmente legato, non fosse che per legami di natura burocratica, agli Stati operai e al campo anticapitalista – per il fatto che questi operano in un contesto mondiale continuamente agitato da crisi rivoluzionarie, tendenti a contrastare la pressiobne sociale e politica della borghesia.

Nella quasi totalità dei paesi dell’America latina i Pc hanno meno probabilità che mai di svolgere un ruolo determinante nell’ascesa rivoluzionaria delle masse (abbiamo già richiamato l’eccezione del Venezuela). Lo slancio del castrismo e il conflitto cino-sovietico li hanno ulteriormente indeboliti, condannandoli a crisi ripetute. Per gli effetti combinati delle sconfitte della sua piattaforma di “via pacifica” al socialismo, della pressione dell’esperienza cubana e della lotta guerrigliera in vari paesi del continente, , lo stesso Pc cileno, l’unico che conservi una larga influenza di massa, è finito in preda a conflitti interni e a gravi crisi, che saranno, in ultima analisi, decisive per la ristrutturazione e il riorientamento del movimento operaio cileno.

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Un panorama completo del movimento dei partiti comunisti implica anche la menzione dei settori che, negli ultimi anni, hanno rinunciato a un’esistenza autonoma, sia organizzativa sia politica, per inserirsi in movimenti di massa di origine non comunista.

Tale politica di scioglimento ha riguardato finora partiti orientati essenzialmente a destra e pro-Mosca. Nel caso di Cuba, l’ingresso nel partito unificato sotto la direzione castrista era oggettivamente corretto, perché si trattava di una direzione rivoluzionaria che occorreva appoggiare e rafforzare nel cammino marxista che stava percorrendo. La correttezza della decisione era tuttavia inficiata dalla politica praticata dai quadri dirigenti dell’ex Psp dopo l’unificazione politica, che andava nel senso di una cristallizzazione burocratica. Nel caso dell’Ageria, la tattica di inserimento nel Fln era anch’essa corretta, ma nel caso del Pc algerino era implicata un’ottica fondamentalmente opportunista, che significava la completa liquidazione politica e ideologica. Lo stesso vale a maggior ragione nel caso del Pc egiziano.

Il castrismo

 

Con la sua partecipazione all’ultima conferenza di Mosca, il Partito unificato cubano della rivoluzione socialista (diventato dopo di allora Partito comunista cubano) si è inserito per così dire ufficialmente nel movimento dei partiti comunisti. Malgrado l’atteggiamento indipendente della delegazione, si trattava di una concessione alla direzione sovietica, visto che partiti di orientamento filo-sovietico acecano criticato l’iniziativa e che il partito rumeno si asteneva addirittura dal partecipare.

L’atteggiamento della direzione fidelista di fronte al conflitto cino-sovietico si è confermato nella conferenza. Nella misura in cui il conflitto iddeologico spinto all’estremo dalle direzioni cinese e sovietica allevate alla scuola dello stalinismo indeboliva il fronte antimperialista – come hanno dimostrato le vicende del Vietnam – una direzione che era nella posizione più esposta rispetto all’imperialismo americano non poteva che deplorare il conflitto. Il desiderio dei cubani di evitare di essere impegnati a fondo nella disputa è comprensibile ed essi non hanno nascosto la loro reazione negativaalle pressioni cui sono stati sottoposti. I cubani sono costretti a tenere presente che, nel campo economico e militare, l’Urss è oggettivamente nella posizione migliore per aiutarli che non la Cina. A parte gli argomenti cinesi sul ruolo dell’imperialismo e sull’opportunismo dei partiti, i cubani hanno dovuto tenere conto dell’atteggiamento di questi verso la destalinizzazione e del loro settarismo per quanto riguarda gli appelli cubani al fronte unico conto l’imperilaismo.

In ogni caso, il dato essenziale resta che la scelta nel conflitto cino-sovietico è secondaria per i cubani. Essi costituiscono una corrente autonoma, fondamentalmente rivoluzionaria, del movimento comunista che non ha alcuna parentela ideologica con Pechino o con Mosca. Questo, lo hanno confermato in tutti i campi che sono decisivi per contraddistinguere una tendenza rivoluzionaria, battendosi contro le deformazioni burocratiche e per uno spirito egualitario nell’edificazione del socialismo, mostrando ai popoli latino-americani la via della lotta rivoluzionaria conseguente senza compromessi con la cosiddetta borghesia nazionale, spiegando che solo la creazione costante di focolai rivoluzionari in tutti gli angoli del globo può bloccare l’imperialismo, che solo una risposta energica può costringerlo ad arretrare, e infine elaborando forme organizzative originali, tendenti e evitare che il partito rivoluzionario diventi lo strumento di burocrati e arrivisti di ogni sorta, perdendo il contatto vitale con le masse operaie e contadine.

La posizione imperialista

 

L’imperialismo non è rimasto neutrale  nei riguardi del conflitto cino-sovietico. L’estensione del conflitto dal campo dei partiti a quello degli Stati ha indebolito considerevolmente la coesione del fronte degli Stati operai. Gli imperialisti hanno tentato di trarne vantaggio in vari ambiti (Ciombé rimesso al potere in Congo; escalation in Vietnam; invasiano della Repubblica dominicana). Al tempo stesso, l’imperialismo e i suoi agenti, quali i dirigenti socialdemmocratici in Europa, hanno manifestato chiaramente la propria preferenza per Mosca e la loro opposizione a Pechino.

Questo atteggiamento non va interpretato come derivante essenzialmente dalla posizione cinese sulla guerra nucleare. Gli imperialisti americani, in realtà, attribuiscono molto meno importanza alle teorie di Pechino rispetto all’importanza delle armi nucleari che non  al rafforzamento quantitativo e qualitativo dell’arsenale nucleare di Mosca. Ma l’imperialismo concede i suoi favori al Cremlino nello scontro, perché è consapevole che la burocrazia sovietica ricerca un accordo con l’imperialismo per mantenere lo statu quo. Mentre Mosca cerca di frenare le lotte rivoluzionarie, un atteggiamento che trova simpatie in campo imperialista, alcune delle tesi diffuse da Pechino tendono a stimolare lotte rivoluzionarie, soprattutto nel mondo coloniale. La vittoria delle posizioni cinesi in un partito comunista  significherebbe un atteggiamento più ostile nei confronti dell’imperialismo e dei suoi alleati “nazionali” (vedi India), mentre la vittoria delle tesi di Mosca porta a una politica ultra-opportunista, se non alla liquidazione pura e semplice del movimento comunista nel paese in questione.

L’imperialismo si rende anche conto del fatto che uno dei risultati del conflitto è il “rilancio rivoluzionari” in alcuni paesi che può addirittura portare il Cremlino a tollerare “lo spostamento a sinistra” di certi partiti sotto suo controllo, specie nel quadro della rivoluzione coloniale, per evitare la completa liquidazione della propria influenza. È ciò che è accaduto soprattutto in alcuni paesi dell’America latina, sotto l’influenza combinata del castrismo e del conflitto cino-sovietico.

Washinton interviene sempre più spudoratamente a livello mondiale nelle faccende di altri paesi per sventare l’avanzata della rivoluzione. Una delle chiavi di volta di questa politica è la ricerca di un accorod con la burocrazia sovietica per mantenere lo statu quo (cersione imperialista della teoria della “coesistenza pacifica”). Ad esempio, Washington ha salutato il trattato di Mosca di blocco parziale degli esperimenti nucleari come un grande successo strategico. Washington ha tutte le ragioni di portare avanti questa politica e di cercare di contrastare ogni tendenza presente a Mosca di cedere alla pressione di Pechino per un atteggiamento antimperialista più saldo.

D’altro canto, Washington continua a indicare Pechino come il nemico principale nel campo anticapitalista. Fin dall’inizio, ha cercato di isolare la rivoluzione cinese e di indebolirla con un blocco diplomatico ed economico che comportava lo sbarramento al suo ingresso nelle Nazioni Unite. Questa politica ora raggiunge il punto di un intervento controrivoluzionario diretto. Il Pentagono discute apertamente se si debba o no scatenare una guerra atomica in Cina, e colpire in primo luogo i centri in cui la Cina è riuscita a installare le basi di un’industria nucleare.

È indubbio che l’imperialismo mondiale consideri che la Cina sia oggi la principale fonte di pericolo per il suo sistema, la fonte principale che stimola rivoluzioni in altri paesi nel mondo coloniale, e una potente forza che, in pochi decenni, può distruggere completamente e irrimediabilmente il sogno di Wall Street di dominare il mondo. Tale opinione non si può spiegare ipotizzando che gli imperialisti nel loro complesso si sbaglino quanto ai loro specifici interessi di classe. In ultima analisi, lo stesso de Gaulle ha riconosciuto Pechino non per rafforzare la rivoluzione cinese, ma per collocare la Francia in una posizione migliore per trattare con il Cremlino, nel gioco comune tendente a bloccare l’avanzata del processo rivoluzionario su scala mondiale.

Chi vincerà in ultima istanza?

 

La IV Internazionale ha più volte sottolineato che  il conflitto cino-sovietico è fondamentalmente uno scontro tra due direzioni burocratiche. I marxisti rivoluzionari, tuttavia, non si sono mai limitati ad avanzare definizioni del genere che, da sole, non possono risolvere il problema dello specifico atteggiamento da assumere ad ogni passo concreto. Non hanno mai identificato gli Stati operai o i partiti comunisti solo con le burocrazie che li dirigono, né considerato la stessa burocrazia come “un’unica massa reazionaria” senza differenziazioni interne. Hanno, viceversa, cercato di definire in ogni caso concreto fino a che punto una burocrazia sostiene solamente i propri interessi di casta reazionaria, e in quale misura si trova costretta, per la sua stessa collocazione sociale, a difendere al contempo, a suo modo, la conquista di una rivoluzione. Hanno, del pari, spiegato che la burocrazia è uno strato differenziato e che possono esplodere contrasti tra vari strati sotto la pressione di fattori oggettivi e di forze sociali antagoniste.

Già il Programma di transizione, redatto da Trotski nel 1938 accennava a tendenze diverse nella burocrazia e precisava che la IV Internazionale non sarebbe rimasta neutrale o indifferente nella lotta tra una frazione Reiss e una frazione Butenko. Nel 1948, senza dimenticare la reale natura della direzione iugoslava, la IV Internazionale prendeva le difese del Pc iugoslavo e della rivoluzione iugoslava contro le calunnie e i tentativi di disgregazione di Stalin e del Cominform, seguiti dal blocco della Iugoslavia e da minacce di intervento militare. Nel 1953 a Berlino Est e nel 1956 in Ungheria e in Polonia, il movimento trotskista mondiale non mancava di constatare che, di fronte a una rottura drammatica, aperta, tra il potere e il partito burocratizzato, da un lato, e le masse dall’altro lato, strati di burocrazia più vicini agli operai e alle loro aspirazioni avevano scelto di schierarsi dalla parte delle masse.

L’atteggiamento del movimento trotskista mondiale rispetto al conflitto cino-sovietico dipende dalla stesa logica. Il sostegno critico ai comunisti cinesi riguarda al difesa della rivoluzione cinese e della Repubblica popolare della Cina contro il blocco economico del Cremlino e contro il sostegno militare concesso da Chrusciov alla borghesia indiana. Riguarda la lotta contro le concezioni chruscioviane della coesistenza pacifica e le concezioni dei modi per scongiurare  il pericolo di una guerra mondiale, l’atteggiamento di fronte alla rivoluzione coloniale e la critica degli orientamenti neoriformisti della maggior parte dei partiti comunisti.

Questo non implica in alcun modo che la IV Internazionale taccia o metta in sordina la sua critica di altre posizione avanzate dai comunisti cinesi nella polemica internazionale e ancor meno l’appoggio automatico di ogni partito e ogni gruppo pro-Pechino la cui politica, nella situazione data, può risultare nefasta malgrado l’adesione formale alle critiche del chrusciovismo da parte dei dirigenti cinesi.

L’atteggiamento del movimento trotskista mondiale nel conflitto cino-sovietico non si riduce neanche all’appoggio dei comunisti cinesi e alla difesa della rivoluzione cinese. Ciò che si pone, in realtà, attraverso il conflitto cino-sovietico, è l’esplosione del monolitismo staliniano, è tutto il problema del rinnovamento del movimento marxista-rivoluzionario su scala mondiale, è la costruzione di una nuova direzione rivoluzionaria. La IV Internazionale è intervenuta nel conflitto cino-sovietico fin dall’inizio sotto la sua bandiera, con la sua linea specifica su tutte le questioni essenziali, offrendo il proprio programma ai militanti comunisti alla ricerca della via verso la vittoria del socialismo nel loro paese e su scala mondiale.

La burocrazia del Cremlino e quella di Pechino ammettono del resto, a modo loro, che il loro conflitto fa sorgere lo spettro del trotskismo negli Stati operai, per non parlare dei partiti comunisti nei paesi capitalisti. Per questo ognuna delle due burocrazie accusa l’altra di favorire al causa del totskismo, di adottare di fatto posizioni oggettivamente “trotskiste”, citando a sostegno delle loro accuse documenti trotskisti, soprattutto documenti del Congresso di Riunificazione della IV Internazionale del 1963.

Mosca accusa Pechino di rimettere in auge le teorie trotskiste della rivoluzione permanente, le critiche trotskiste sulla degenerazione burocratica dell’Urss e cita a sostegno di questa tesi brani ripresi da documenti che danno l’appoggio critico della IV Internazionale alle posizioni cinesi su queste questioni. Analogamente, Pechino accusa Mosca di riabilitare Trotski con la sua denuncia dei crimini di Stalin la sua campagna di destalinizzazione, citando a sostegno di questa tesi gli estratti dei documenti trotskisti che recano un appoggio critico al lavoro di “destalinizazione” del XXII e XXIII Congresso del Pcus. Di fatto, ognuna delle due burocrazie accusa l’altra di “fare il gioco del trotskismo” che, come sanno bene, si oppone a ogni specie di potere burocratico.

Le due burocrazie hanno un infallibile istinto se si tratta di annusare “il pericolo trotskista”. Nonostante il conflitto cino-sovietico abbia avuto un effetto nocivo sulla solidarietà degli Stati operai contro l’imperialismo, la classe operaia avrà solo da guadagnare dalla chiarificazione dei problemi controversi. Il movimento della IV Internazionale trae vantaggio dal radicalizzarsi della lotta rivoluzionaria nei paesi semi-coloniali e dal rafforzarsi di tendenze opposte al “socialismo in un paese solo” stimolate da Pechino. Trae vantaggio dalle tendenze alla destalinizzazione stimolate da Chrusciov e dai suoi successori. Sia le une sia le altre non sono, in ultima analisi, se non l’espressione del cambiamento fondamentale delle condizioni oggettive in cui la burocrazia stalinista ha potuto espandersi e trionfare in Urss e nel movimento comunista mondiale: vale a dire, le sconfitte della rivoluzione mondiale che hanno portato all’isolamento del primo Stato operaio in un paese economicamente e culturalmente arretrato. Le condizioni oggettive attuali giocano in senso contrario, a favore della rinascita di un movimento rivoluzionario mondiale indipendente da qualunque burocrazia dominante, un movimento che si fonderà con la lotta per la democrazia proletaria  negli Stati operai.

Conclusioni

 

Al fondo, la IV Internazionale ritiene che il conflitto cino-sovietico spinga al parossismo la crisi mondiale dello stalinismo, e inauguri una fase di riorientamento e di profonda e continua ricomposizione del movimento operaio internazionale nel suo complesso. In questi grandi processi, alcuni settori della burocrazia, come ha evidenziato il conflitto cino-sovietico, possono assumere atteggiamenti che favoriscono oggettivamente la lotta rivoluzionaria delle masse e il rinnovarsi del movimento operaio. I marxisti rivoluzionari devono riconoscerlo e utilizzarlo.  Ma occorre anche riconoscerle i rischi.

Gli interessi profondamente conservatori della burocrazia le impediscono come strato sociale di accettare il marxismo rivoluzionario, di impegnarsi ne campo della lotta rivoluzionaria e di risolvere effettivamente in tal modo il problema della creazione di una nuova direzione rivoluzionaria. Lo dimostra in maniera abbastanza clamorosa la tendenza al “policentrismo” che è stata alimentata dal conflitto cino-sovietico, sia tra i seguaci di Mosca sia tra i seguaci di Pechino. Infatti, benché il policentrismo abbia favorito lo sviluppo del dibattito, la sua logica porta alla frammentazione del movimento comunista, vale a dire all’esatto contrario di un movimento marxista-rivoluzionario internazionalista basato sul centralismo democratico.

La IV Internazionale, perciò, non nutre alcuna illusione che una qualsiasi direzione burocratica possa assolvere i fondamentali compiti storici di costruzione di una vera democrazia socialista negli Stati operai, di trascrescenza delle rivoluzioni coloniali in rivoluzioni socialiste, e di rovesciamento del capitalismo nei paesi industrialmente avanzati, le sole cose in grado di garantire all’umanità di scampare all’olocausto nucleare. Si tratta di compiti che potranno assolvere solo direzioni rivoluzionarie in grado di dirigere i movimenti di massa e di tradurre in realtà il programma rivoluzionario del marxismo. La partecipazione della IV Internazionale nel conflitto cino-sovietico ha l’obiettivo di contribuire alla soluzione dei problemi del nostro tempo.

1 I dati d’analisi sono validi, e tuttavia.... [Nd..]