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I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965

Ernest Mandel La rivoluzione culturale 1967

Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965 · pubblicato il 22 giugno 2009 · 52 min di lettura


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LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

di Ernest Mandel1

 

La rivoluzione culturale costituisce senza alcun dubbio per i marxisti rivoluzionari il fenomeno più complesso che si sia avuto nel corso degli ultimi decenni. Per l'ampiezza del movimento delle masse, per i conflitti sociali ch'essa manifesta e per i suoi aspetti estremamente contraddittori, esige da chi voglia ricercarne il significato obbiettivo una analisi delicata e difficile. Le risposte semplicistiche "Mao come Stalin", "Mao sferra la rivoluzione politica", che risultano molto più da schemi preconcetti che da un'analisi scientifica della realtà, non riescono a spiegare la complessità del fenomeno, per cui risultano teoricamente sterili e politicamente deboli.

I tentativi di superare queste difficoltà con l'impiego di analogie tratte dalla storia sono comprensibili. Essi non comportano minori rischi di cadere in errore. Certamente, la storia è l'unico laboratorio delle scienze sociali. La storia delle rivoluzioni trascorse è la sola fonte per formulare le leggi obbiettive dei rivolgimenti presenti. Ma i riferimenti debbono essere accuratamente scelti per isolare le particolarità nazionali dai tratti generali comuni a tutte le rivoluzioni.

Ora a questo proposito ci si trova davanti ad una prima difficoltà. Lo svolgimento concreto che ha avuto la rivoluzione russa, soprattutto dopo la sconfitta della rivoluzione tedesca nel 1923, non può in alcun modo essere considerato come modello di svolgimento di tutte le rivoluzioni contemporanee.

In ogni modo il contributo di Trotsky, che rappresenta fino ad oggi il vertice dell'analisi marxista delle società che si trasformano dal capitalismo al socialismo, racchiude una conclusione molto netta: "La degenerazione burocratica dello Stato sovietico non esprime le leggi generali della transizione della società moderna dal capitalismo al socialismo, ma una rifrazione speciale, eccezionale e temporanea di quelle leggi nelle condizioni di un paese rivoluzionario arretrato in un contesto generale capitalistico" (L. Trotsky: In Defense of Marxism, Pioneer Publisher, New York, 1942, p. 7). Inoltre, in modo ancora più preciso, Trotsky insegna che la forza della burocrazia ha due cause: le condizioni di arretratezza del paese e l'accerchiamento imperialista, che scompariranno con la vittoria della rivoluzione mondiale.

Noi non siamo ancora alla vittoria della rivoluzione mondiale. Ma il periodo storico, aperto dalla caduta di Mussolini nel 1943 e dalla evoluzione della resistenza iugoslava in rivoluzione proletaria, ha chiaramente segnato dei progressi della rivoluzione mondiale; la vittoria della rivoluzione cinese nel 1949 ne è stato poi il fattore principale. Parimenti, il motivo immediato, nell'insieme delle altre cause, il quale, secondo Trotsky, ha provocato la vittoria della burocrazia staliniana in URSS è stato il fatto che "le masse stanche e deluse non provavano che indifferenza per ciò che accadeva nel gruppo dirigente”  (L.Trotsky: La rivoluzione tradita, xyz). Il problema storico è dunque di sapere se eventuali nuove rivoluzioni vittoriose che scoppiassero in paesi economicamente arretrati, sarebbero costrette a seguire una via analoga a quella della Russia staliniana, oppure se l'estensione internazionale della rivoluzione socialista ed il grado più elevato di partecipazione politica delle masse costituirebbero dei freni sufficienti per evitare il ripetersi del fenomeno staliniano. A questo proposito la rivoluzione culturale in Cina e la crisi politica in cui si dibatte questo paese da diciotto mesi ci offrono utili insegnamenti.

Importanza e contesto internazionale della rivoluzione cinese

Prima di iniziare l'analisi della rivoluzione culturale propriamente detta,non è inutile definire la grande importanza storica della rivoluzione cinese e delineare il contesto internazionale nel quale essa si è svolta nel corso degli ultimi anni. Questo richiamo è indispensabile perché costituisce il sottofondo oggettivo sul quale si svolge la crisi politica a partire dalla fine del 1964.

Se la direzione maoista ha commesso degli errori incontestabili di sopravvalutazione della capacità dei contadini di affrontare dei sacrifici per l’industralizzazione rapida del paese, e se questi errori sono alla base delle gravi difficoltà in cui si sono trovate la agricoltura e l'economia cinese durante il periodo 1959-61, sembra certo che la correzione di questi errori ha permesso di raddrizzare assai rapidamente la situazione. Indubbiamente, i dirigenti cinesi hanno dovuto rallentare sensibilmente il ritmo dello sviluppo economico, ma la maggioranza degli osservatori concordano nel dire che la produzione di cereali non dista molto dai 200 milioni di tonnellate all'anno; che la produzione dell'acciaio ha oltrepassato i 15 milioni di tonnellate e che la Cina è in grado di far fronte alle proprie necessità nel settore petrolifero. Questi tre risultati sono assai più considerevoli per il fatto che si oppongono nettamente all’immagine di  relativa stagnazione che ci offre l'esperienza indiana,senza parlare di quella di paesi come l'Indonesia o il Brasile.

Il risultato principale della rivoluzione cinese consiste nel fatto che si è incontestabilmente risolto in una misura assai larga il problema dell'approvvigionamento dei viveri. Il razionamento introdotto dopo il relativo scacco del grande balzo in avanti permette di soddisfare i bisogni fondamentali delle masse lavoratrici nel settore alimentare. Da qualche anno l'abbondanza di frutta, ortaggi e pollame in tutte le città cinesi stupisce i viaggiatori stranieri. Non si vedono quasi più mendicanti, fanciulli con i piedi nudi, uomini e donne vestiti di stracci. Si è evidentemente lontani dal socialismo, senza parlare del comunismo (i dirigenti maoisti d'altronde non pretendono affatto di essere sul punto di completare la costruzione del socialismo), ma il progresso è colossale, in confronto all'India in preda ad una carestia endemica che è divenuta acuta negli ultimi due anni. Tale progresso è strettamente legato alle conquiste della rivoluzione cinese: la realizzazione di un mercato nazionale unificato, la soppressione radicale della speculazione sui viveri, la riduzione degli sprechi e delle perdite derivanti dalla dispersione e dall'impiego improduttivo del sovrapprodotto sociale.

Questi risultati si spiegano in parte per il contesto internazionale più favorevole nel quale si è potuta svolgere l'industrializzazione della Cina, in confronto al  contesto  che  aveva caratterizzato  i  due primi decenni  dell'industrializzazione  sovietica.  La Cina non era accerchiata da un mondo ostile; non doveva compiere tutto lo sforzo di   "accumulazione  socialista primitiva"  con  i propri mezzi; non era sotto l'effetto di un riflusso  pressoché ininterrotto della rivoluzione mondiale; non era direttamente  minacciata dall'aggressione  imperialista,   nella misura in cui  lo scudo nucleare  sovietico le  forniva una protezione adeguata,  elle condizioni dell'equilibrio  del   terrore.

Ma dopo un primo decennio di condizioni internazionali interamente favorevoli ad una accelerazione dello sviluppo economico in Cina, la situazione ha cominciato a modificarsi verso la fine degli anni ‘50. Paradossalmente, la causa fondamentale di questa modificazione non risiede in un riflusso ma in un nuovo progresso della rivoluzione mondiale, prima di tutto nel settore dei paesi coloniali e semicoloniali. Questo progresso, - i cui più chiari segni sono la vittoria della rivoluzione cubana e l'intensificazione della lotta rivoluzionaria nel Vietnam del sud - provocò una graduale riorganizzazione di tutta la strategia globale dell'imperialismo americano, per cui il centro di gravità del confronto con le forze anti-imperialiste si spostava dall'Europa verso l'america Latina e l'Asia.

 

Di fronte a questo mutamento di strategia, e spaventato dall'ampiezza e dall'indipendenza sempre più evidente delle nuove forze rivoluzionarie, il Kremlino accentuò il suo orientamento conservatore all'insegna della coesistenza pacifica e della competizione economica. I dirigenti cinesi vi videro giustamente una svolta verso un atteggiamento sempre più esitante, se non apertamente proditorio, nei confronti della rivoluzione coloniale. La crisi d'ottobre dei Caraibi, e poi la scalata dell'aggressione imperialista al Vietnam li rafforzarono nella giustezza del loro giudizio. Di qui la rottura cino-sovietica, le cui cause immediate sono state il rifiuto della burocrazia sovietica di concedere le armi nucleari alla Cina o di aiutarla a fabbricarle, ed il brusco arresto dell'aiuto economico.

I problemi relativi allo sviluppo economico e sociale che la rivoluzione cinese doveva risolvere si trovarono in seguito a ciò fortemente aggravati. Una volta cessato l'aiuto straniero, tutto il peso della accumulazione primitiva fu imposto alla sola società" cinese, assai povera. Inoltre le spese militari furono sensibilmente accresciute, divenendo ormai il confronto diretto tra l'imperialismo americano e la Cina possibile, anche se non probabile. L'estendersi della rivoluzione mondiale - soprattutto la lotta eroica del popolo vietnamita il cui peso e importanza neutralizzano per il momento gli effetti di sconfitte come quelle dell'Indonesia e del Brasile - continua a giocare nel senso di una situazione più favorevole di quella in cui si trovava l'URSS nel 1923-45. Il fervore rivoluzionario è reale, soprattutto nei giovani. L'accerchiamento capitalistico della Cina non esiste più evidentemente, anche se i dirigenti cinesi parlano correntemente della collusione sovietico-americana contro il loro paese.

II deterioramento della situazione internazionale in cui si trova collocata la rivoluzione cinese da sette anni è in ultima analisi dovuto alla burocrazia sovietica. È questa perciò che porta la responsabilità principale della crisi politica che travaglia attualmente la Cina. I dirigenti maoisti hanno senza dubbio la loro parte di responsabilità. La politica ultraopportunista che essi hanno seguito nei riguardi del governo borghese dell'Indonesia e del PC indonesiano ha contribuito a impedire una vittoria rivoluzionaria in questo paese, la quale avrebbe potuto cambiare il Sud-Est asiatico. Il settarismo di cui essi danno prova nella questione del fronte unico di difesa della rivoluzione vietnamita ha provocato la fine dell'appoggio di partiti importanti come quello del Vietnam, della Corea e del Giappone, che precedentemente si erano allineati su posizioni cinesi. Ma qualunque sia la gravità di questi errori, essi non possono cancellare la causa principale della crisi cinese: il ricatto dell'aiuto economico, e successivamente il blocco economico della Cina da parte della burocrazia sovietica; il suo rifiuto di armare efficientemente l'esercito di Liberazione Popolare; la mancanza di una risposta contro l'aggressione imperialista al Vietnam. Lo stesso rifiuto del fronte unico da parte dei dirigenti maoisti deve essere esaminato alla luce del fatto che il Kremlino non ha fino a questo momento ripetuto pubblicamente la sua decisione di difendere la Cina in caso di una aggressione americana diretta contro questo paese.2

Tensioni interne alla società cinese

Sarebbe errato pensare che le principali tensioni interne che si sono verificate nel corso degli ultimi anni nella società cinese siano prima di tutto il risultato di questa modificazione del contesto internazionale. Sarebbe più corretto dire che queste tensioni hanno una origine interna. Esse sono il riflesso da un lato delle conquiste della rivoluzione, dall'altro della distanza che ancora separa quest’ultima dai suoi obbiettivi finali.

Ciò appare con maggiore chiarezza se esaminiamo la tensione, che non è senza dubbio la più importante nel momento attuale, ma che è la più gravida di conseguenza per l'avvenire della rivoluzione e del paese: quella che caratterizza i rapporti sociali nelle campagne. Benché le fonti siano assai scarse, sembra certo che una differenziazione sociale assai importante si sia prodotta progressivamente nei villaggi cinesi, dopo la correzione degli eccessi del grande balzo in avanti. Il solo fatto che gli stessi autori maoisti confondono costantemente la formula ex contadini poveri e contadini medi con la formula contadini poveri e medi, e che una Associazione dei contadini poveri si è perfino costituita, ci dà netta testimonianza in tal senso.3

Questa differenziazione non sembra aver operato solamente a livello dei villaggi in cui il rendimento e le entrate dei gruppi di lavoro basati sugli ex contadini ricchi sono largamente superiori a quelle dei gruppi basati sugli ex contadini poveri. Essa opera anche tra le regioni. Le comuni popolari in prossimità dei grandi centri urbani sembrano essersi specializzate nella produzione di ortaggi, frutta, pollame, maiali e cotone, che esse producono fino a livelli relativamente abbondanti, cosa che procura loro delle entrate molto più elevate di quelle delle comuni cerealicole (Far Eastern Economic Review, 16 febbraio 1967). L'insistenza della propaganda maoista sulla priorità da accordarsi alla produzione cerealicola non è senza dubbio senza rapporto con questa differenziazione.

Strettamente legata alla tensione recente tra contadini ricchi e contadini poveri è la tensione tra contadini (esclusi gli strati più poveri) e lo Stato. In generale, il prezzo che i contadini ricevono in cambio dei loro prodotti agricoli è assai modesto. Una parte notevole del sovrapprodotto agricolo è stornata verso gli investimenti industriali.

Le proporzioni di questo fenomeno variano, in quanto hanno avuto la tendenza a crescere oltre misura nel corso del grande balzo in avanti, a diminuire all'inizio degli anni '60, poi ad aumentare di nuovo nel 1964 e a ridursi nel '65- E' poco probabile che la classe contadina resti indifferente a queste fluttuazioni, o che essa offra con gioia tale rendita fondiaria nazionalizzata sull'altare della costruzione del socialismo.

Nelle città possiamo distinguere tre forme differenti di tensioni sociali. Il malcontento operaio cresceva lentamente, soprattutto dopo la fine degli anni magri che hanno seguito il grande balzo in avanti.

Si può supporre che come reazione al blocco sovietico ed alle difficoltà estreme degli anni 1959-61 il proletariato cinese abbia accettato le privazioni di numerosi generi per patriottismo e per coscienza di classe. Ma è poco probabile che il proletariato abbia accettato con stoicismo il blocco dei salari imposto subito dopo il 1959, all'indomani della eccezionale ripresa economica degli anni 1963-64, quando i redditi reali di importanti strati di contadini e di burocrati aumentavano considerevolmente. La facilità con la quale la classe operaia ha risposta agli appelli all'economismo, per testimonianza degli stessi maoisti, dimostra che numerose rivendicazioni economiche maturavano in seno al proletariato.

Gli intellettuali avevano sete di libertà di creazione, di discussione e di critica, una sete che era esplosa fin dall'episodio dei cento fiori e che si manifestò di nuovo, ma più prudentemente, all’inizio degli anni "60, specialmente con il moltiplicarsi delle opere di contenuto allegorico.

La tensione tra i lavoratori e la burocrazia cominciava egualmente a precisarsi, mano a mano e nella misura che l'ineguaglianza delle retribuzioni veniva affermandosi. Per decisione del Consiglio di Stato del 18 luglio 1955 fu instaurato un sistema di retribuzione graduato per tutto il personale statale; furono stabiliti 26 gradi4.
A queste differenze considerevoli di retribuzione5 bisogna aggiungere i privilegi esorbitanti degli alti dirigenti. La stampa maoista è passata a questo proposito alle rivelazioni ed alle denunce, ma con un ritardo ed una parzialità assai sospette. Ecco come descrive i privilegi materiali di Tao Ciù, il potente primo segretario dello Ufficio Regionale del Centro-Sud (Canton) del Partito, uno dei principali luogotenenti di Mao Tsetung durante la prima fase della rivoluzione culturale:

Al fine di soddisfare i suoi nuovi desideri di piacere, Tao Ciù fece costruire un grande numero dì ville e di case di campagna lussuose sotto tutti gli aspetti, a spese dello Stato. Egli non possedeva soltanto parecchie case residenziali su di un isola, ma anche una magnifica casa di campagna presso le sorgenti calde di Tsungua. Ma non era ancora soddisfatto di tutto ciò; aveva anche diverse case dì piacere (senza dubbio illegali) come il club galleggiante e il palazzo di cristallo".

Le esigenze di Tao Ciù a proposito di questi progetti furono più ampie di quelle degli imperatori del passato. Poiché Tao Ciù traversò tre volte il ponte sulle sorgenti calde di Tsungua, aggrottò le sopracciglia tre volte e pronunciò tre frasi, e cento operai dovettero prestare ogni volta lavoro supplementare per parecchi giorni. Tre milioni di yuan furono spesi solamente per questo ponte."

"Tao Ciù era anche un fanatico della danza. Per creare un luogo ideale per la danza, spese quattro milioni di yuan per la costruzione di una sala da ballo" (Ribelli Rossi di Canton,n.3, 15 gennaio 1967).

Certamente i lavoratori non si sono mai presi certi passatempi -in un momento in cui tutto il popolo doveva stringere la cinta- anche all'epoca in cui Tao Ciù era ancora un fedele compagno d'armi di Mao Tze-tung ed un incensatore del pensiero di Mao.

Infine, da parecchi anni covava nella società cinese un conflitto di generazioni che era, anch'esso, sorgente di una grave tensione.

Il numero degli studenti delle scuole medie e universitarie si aggira in Cina sui 20 milioni; il numero dei posti a disposizione nell'insieme dei vari settori (economia, apparato dello Stato, esercito, organizzazioni di massa, eco.) aperti a questi quadri non supera senza dubbio i 5 milioni. Inoltre questi posti erano occupati per la maggior parte da persone che non erano sul punto di ritirarsi per limiti di età, essendo state nominate in gran parte nel periodo 1950-58. Per una massa di giovani l'avvenire professionale sembrava bloccato; per loro non c'era neppure la prospettiva di trovare a breve scadenza un posto di operaio industriale. Il solo avvenire, quello del ritorno alla terra, era una prospettiva assai meno allettante, dal momento che si era provata per la prima volta la vita urbana. Non era dunque affatto difficile accendere in questi giovani lo spirito di rivolta contro i burocrati6.

Le divergenze all'interno del P.C. Cinese

Queste tensioni sociali, insieme con il contesto internazionale nel quale si sviluppa la rivoluzione cinese, costituiscono il sostrato delle divergenze che sono progressivamente sorte all'interno del gruppo dirigente e che hanno portato alla frattura di questo gruppo attraverso la grande rivoluzione culturale,

Non è facile ricostruire la storia di queste divergenze. Prima di tutto la direzione maoista non lascia filtrare alcuna informazione diretta sulle opinioni reali dei suoi diversi avversari. Con il pretesto di non dare la parola ai rappresentanti della borghesia che si sono infiltrati nel Partito, essa soffoca sistematicamente le loro o-pinioni. Non se ne conosce il contenuto che per il riflesso (deformato e talvolta recisamente falsificato) di queste opinioni nelle polemiche dei sostenitori della frazione di Mao Tse-tung.

Inoltre le diverse opposizioni si guardano bene dall'esprimere francamente le loro opinioni, a parte qualche rara eccezione,7 e si guardano soprattutto dall'attaccare il mito di Mao, alla cui formazione hanno quasi tutte contribuito, e quindi non conducono polemiche che per sottintesi, per metafore, servendosi di sfumature la cui interpretazione è assai difficile perfino agli stessi oppositori cinesi.

E' possibile che successive rivelazioni modifichino l'immagine delle differenti tendenze, ma ora non possiamo che ricostruirle per frammenti, allo stato attuale delle informazioni di cui disponiamo. Tuttavia il profilo generale delle diverse tendenze risulta già assai chiaramente da questi frammenti.

Si ebbe all'inizio la tendenza Peng Te-uai che oppose una linea assai coerente a quella della maggioranza del C.C. Essa si è manifestata al plenum del C.C. di Lusan nell'estate del 1959.8 Il maresciallo Peng Te-uai si oppose alla politica del grande balzo in avanti e richiese una radicale revisione degli obbiettivi troppo alti della industrializzazione e dell'appropriazione del sovrapprodotto agricolo. Probabilmente (e ciò è già più incerto) Peng Te-uai aveva ugualmente difeso un orientamento più conciliante nei riguardi della burocrazia sovietica, soprattutto con lo scopo di ottenere il ristabilimento dell'aiuto economico e militare del Kremlino alla Cina.

Nel dibattito del C.C. di Lusan sembra che tutti gli avversari attuali di Mao si siano opposti a Peng Te-uai, suggerendo a Mao di prendere in prestito delle parti del programma di Peng, soprattutto quelle riguardanti la politica economica. Gli anni I960, '61 e '62 sono contrassegnati da notevoli battute d'arresto dei maoisti e da successive concessioni ai contadini, agli intellettuali, ai tecnici.

Durante questo periodo, diversi intellettuali e funzionari medi del Partito sostengono in pubblico vedute vicine a quelle di Peng Te-uai, ma sotto forma allegorica. Sono soprattutto aneddoti e drammi storici che sono utilizzati per avanzare critiche indirette - assai trasparenti per i funzionari del Partito e per i letterati in generale - nei riguardi della linea generale di Mao. Fu cosi' che vennero pubblicati “Hai Jui destituito” di Wu An, i “Discorsi della sera a Yenscian” di Teng Tuo e "Sieh Yaouan" di Tien Au. È noto che la critica dì questi scritti ha dato inizio alla rivoluzione culturale propriamente detta. Sebbene le interpretazioni maoiste di questi autori siano spesso malevole ed eccessive - soprattutto l'affermazione che Wu An e Teng Tuo vorrebbero restaurare il capitalismo - sembra probabile che 1'intenzione di criticare per sottintesi la politica di Mao e di difendere Peng Te-uai ed il suo gruppo sia stata effettivamente presente.9
Una seconda tendenza di opposizione si formò intorno a Peng Chen, membro influente dell'Ufficio Politico del P.C.C. Questa tendenza non si oppose al lancio della rivoluzione culturale. Al contrario, la pubblicazione tardiva di una circolare, che il C.C. aveva inviato agli uffici regionali, provinciali, municipali e dipartimentali del Partito in data 16 maggio 1966, informa che Peng Chen in persona diresse un gruppo di cinque membri, incaricato dal C.C. di seguire la rivoluzione culturale. È in questa qualità che Peng Chen redasse un rapporto sulla discussione accademica in corso che fu reso pubblico il 12 febbraio 1966 all'interno del P.C.10 All'interno di questo gruppo dei cinque apparvero delle divergenze tra una maggioranza diretta da Peng Chen ed una minoranza diretta da Kang Sheng. Mao Tse-tung e la maggioranza del C.C. (compreso Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping) appoggiarono Kang Sheng contro Peng Chen. Il rapporto del 12 febbraio 1966 fu revocato. La campagna contro Peng Chen e tutto il gruppo del comitato municipale del P.C. di Pechino ebbe inizio.

Quale era la reale natura delle divergenze tra Peng Chen e la maggioranza del Comitato Centrale? Non vi e' alcuna prova che Peng Chen abbia appoggiato le posizioni di Peng Te-uai in materia di politica economica o internazionale; le sue convinzioni anti-kruscioviane sembrano dimostrate. Sembra che gli si possa anche attribuire la paternità di alcuni dei più virulenti articoli di risposta del C.C. contro la lettera aperta del C.C. del P.C. sovietico. Si può essere convinti che, se Peng Chen avesse scritto la più piccola cosa che rafforzasse l'accusa di aver difeso una linea di destra kruscioviana (senza parlare dell'accusa calunniatrice di essere contro-rivoluzionario o partigiano della restaurazione del capitalismo), la stampa maoista l'avrebbe citato a grandi caratteri.

In effetti la circolare del 16 maggio 1966 avanza al rapporto di Peng Chen del 12 febbraio 1966 delle critiche che non sono soltanto assai bizantine ma che contengono, in verità dei grossolani sofismi.

La circolare maoista rimprovera a Peng Chen di avere scritto che "la discussione sulla stampa non dovrebbe essere limitata alle questioni politiche, ma dovrebbe approfondire pienamente le diverse questioni accademiche e teoriche", nonché la frase seguente: "È necessario non solo battere l'altra parte politicamente ,ma anche superarla o sconfiggerla sul terreno tecnico".

Gli autori della circolare giungono da ciò alla insensata conclusione che Peng Chen viola così la norma secondo cui ciascun dibattito ideologico è un dibattito politico. È  sufficiente rileggere le stesse frasi che si rimproverano a Peng Chen per accorgersi che non vi è nulla di grave; Peng Chen si limita semplicemente a difendere un elementare principio di ogni discussione teorica, spesso affermato da Marx, Engels e Lenin, secondo cui non basta condannare una teoria come un falso di natura di classe reazionaria, borghese, ecc., ma e' necessario anche dimostrare il carattere erroneo di questa teoria nel quadro stesso delle discipline scientifiche implicite nella polemica, appropriandosi della materia di queste discipline e dimostrando che il marxismo costruisce una migliore conoscenza di questa materia con un metodo superiore di spiegazione e di organizzazione di essa. Le migliori opere di critica marxista - a cominciare dalla teoria del plusvalore di Marx - sono nate da questa reale conquista della materia critica. Marx ha d'altronde esplicitamente rigettato come estranea al suo metodo la tecnica che consiste nel rifiutare delle teorie con dei criteri preconcetti, senza dare la dimostrazione sul terreno scientifico (cioè economico, sociologico, storico, estetico ecc.) del loro carattere erroneo. La denuncia del carattere di classe deve completare questa dimostrazione; essa non può giammai sostituirla. Peng Chen si trova a questo proposito nella ortodossia marxista-leninista; i maoisti gli oppongono una revisione schematica, meccanica e volgare del marxismo. Ciò che sussiste quindi delle accuse lanciate contro Peng Chen è il democraticismo ed il liberalismo marcio di queste concezioni d'organizzazione, il fatto che egli abbia osato lanciare la formula ciascuno è uguale davanti alla verità che i maoisti definiscono imprudentemente come uno slogan borghese dicendo che non vi sono che verità di classe (come se l' ideologia borghese fosse vera!), e che egli ha piatito per il rispetto di un minimo di norme di democrazia proletaria nel seno delle masse.11
Il fatto che alcuni degli scrittori e dei quadri presi di mira erano dei collaboratori di Peng Chen che egli condannava pubblicamente volendo proteggerli contro le persecuzioni, ha probabilmente contribuito a far prendere queste posizioni al sindaco di Pechino. Ma è anche possibile che egli fosse sostenitore di una democratizzazione maggiore del partito, dell'apparato dello Stato e di quello militare, e che egli fosse sul punto di organizzare una tendenza con una simile piattaforma.12

Una terza tendenza di opposizione, diretta da Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping comparve verosimilmente al plenum d'agosto del 1966 del C.C. In questa occasione, le allusioni dei commentatori maoisti a divergenze precise sono più numerose e riguardano essenzialmente la politica agricola. Liu Sciao-sci è palesemente accusato di aver voluto estendere gli appezzamenti privati, incoraggiare la produzione mercantile, estende re la parte del prodotto netto delle comuni che è distribuita ai contadini a spese della parte che serve ai fini dell'accumulazione, fissare delle norme di produzione per l'economia contadina, ecc. Alcune di queste accuse sono chiaramente menzognere e contraddittorie. Ma non vi è ragione di supporre che queste divergenze sulla questione agricola siano inventate di sana pianta. Al contrario, la violenza estrema della lotta pubblica contro Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping lascia supporre che le divergenze riguardino questioni fondamentali della politica del P.C. Non c'è' in Cina questione più atta a far cristallizzare violente divergenze di quella dell'atteggiamento nei riguardi dei contadini.

La logica interna dei dibattiti su questa questione negli anni 1958-1963 conduce a un'analoga conclusione.  Liu Sciao-sci ha appoggiato la linea del grande balzo in avanti con Mao. Ma egli si è identificato più di Mao con la politica di ripiegamento, dacché la resistenza contadina si è espressa con una caduta catastrofica della produzione agricola. Egli ha anche sostituito Mao alla testa della Repubblica Popolare Cinese, in questa occasione. Grazie a questo ripiegamento la produzione agricola si è rapidamente riorganizzata e ha ripreso la sua marcia in avanti. Quindi si pose nel biennio 1965-1966 un problema analogo a quello che si era già posto nel 1957-1958: a quale ritmo e a quali proporzioni il sovrapprodotto agricolo deve essere sottratto ai contadini per servire da fondo d'accumulazione per una industrializzazione accelerata? Incontestabilmente la prima risposta della maggioranza del CC si è orientata nel senso della prudenza. Gli obiettivi del III piano non sono stati pubblicati; ma essi non sembrano affatto prevedere nuovi balzi in avanti della produzione industriale. Non vi sono segni che si vogliano bruciare le tappe. La correzione del grande balzo in avanti, nel senso di considerare lo sviluppo dell'agricoltura come la base dell'intero sviluppo economico, è integralmente conservata.

Ma questi uomini d'apparato quali Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping, che ricordano come la Cina abbia sfiorato la catastrofe nel 1959-1961 hanno potuto riscontrare nella rivoluzione culturale, nella campagna per mettere la politica ai posti di comando dell'agricoltura, nella tendenza a considerare che qualsiasi problema economico può essere risolto grazie all'applicazione del pensiero di Mao Tse-tung, dei segni inquietanti di una inversione di rotta, anche sul terreno della politica contadina. Non v'è dubbio che l'estensione di metodi volontaristici all'agricoltura, l'adozione di formule magiche, come quella di far passare gli interessi pubblici avanti a quelli privati, rischiavano di tendere di nuovo i rapporti con i contadini. Cominciavano ad apparire dei segni che si ricorreva a formule dannose e reazionarie per l'agricoltura. È probabile che Liu e Teng si fossero spinti nel corso del Plenum del 1966 fino a sostenere di lasciar fuori i contadini dalla rivoluzione culturale, che d'altronde fino a quel momento aveva toccato poco le campagne.

La frazione maoista ha d'altra parte accusato Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping di aver abusato, nel corso dei mesi maggio e giugno 1966, del metodo dei gruppi di lavoro, inviati dall'apparato centrale del partito nelle università e nelle scuole nonché in talune imprese e amministrazioni, per introdurvi e dirigere la rivoluzione culturale. Tali accuse hanno generalmente un tono isterico e frazionista; esse sono anche del tutto contraddittorie. Liu e Teng sono accusati nel contempo di aver diretto il fuoco contro le masse rivoluzionarie e di aver voluto eliminare la grande maggioranza dei quadri.13 È verosimilmente esatto che, applicando la rivoluzione culturale, essi abbiano voluto mantenere un certo numero di norme organizzative, per esempio quella di non portare in pubblico le divergenze verificatesi in seno ai comitati di partito, prima che lo stesso Partito non le avesse risolte, e che, ciò facendo, essi si siano scontrati con gli elementi più critici degli studenti, mostrandosi duri quanto i maoisti, se non di più, verso gli elementi politicamente sospetti di democraticismo e di liberalismo marcio.

Da ultimo, senza che questo problema abbia sollevato finora echi nella stampa cinese, si può supporre che, nella questione del fronte unico con l'URSS per la difesa del Vietnam, Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping, così come Peng Chen e il suo gruppo,  avessero una posizione un po' meno rigida di quella di Mao. C'è a questo proposito una testimonianza assai chiara da parte della delegazione del P.C. giapponese che ha visitato la Cina all'inizio del 1966 e che ha negoziato con i dirigenti del P.C. cinese. Secondo questa testimonianza, questo incontro sarebbe fallito per l'insistenza di Mao di rifiutare qualsiasi forma d'unità d'azione col dirigenti sovietici. Tutti gli altri dirigenti del P.C.C., compreso Ciu En-lai, avrebbero accettato in questa occasione un comunicato comune che si asteneva dai consueti attacchi virulenti contro Mosca, con la sola eccezione di Mao. È per tal motivo che si è verificata la rottura tra il P.C. giapponese e il P.C. cinese.

La frazione maoista presenta ora le cose come se tutta l'opposizione fosse stata unita sin dall'inizio e Mao fosse riuscito a farla a pezzi secondo la tattica del salame. Wan Han e Teng Tuo non avrebbero mai osato di andare tanto lontano se non avessero avuto un incoraggiamento da parte di Peng Chen, che non avrebbe intrapreso questa lotta senza il segreto appoggio di Liu Sciao-sci e Teng Sla-ping. Come Wu Han e Teng Tuo erano fondamentalmente d'accordo con Peng Te-uai, ci sarebbe stato dunque un blocco - se non una cospirazione - formato da Peng Te-uai, Peng Chen, Liu Siao-sci,Teng Siao -ping. Alcuni commentatori borghesi manifestano una concezione analoga.

Contro questa ipotesi c'è il fatto che una tale combinazione avrebbe avuto l'appoggio della maggioranza dell'Ufficio Politico e al Comitato Centrale, e della maggioranza ai vertici dell'Esercito popolare di Liberazione. Non si comprende bene perché questa maggioranza non si sarebbe manifestata chiaramente, per salvare, se non Peng Te-uai, almeno Peng Chen. Non crediamo dunque che questa interpretazione sia corretta, crediamo viceversa che la frazione maoista faccia deliberatamente un amalgama tra le tendenze assai chiaramente di destra come quella di Peng Te-uai, una tendenza piuttosto "liberaleggiante" senza però essere di destra come quella di Peng Chen e una frazione di sinistra accentuata, benché più prudente di Mao in alcuni campi, come la frazione di Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping.14

Ciò che sembra per contro esatto, è che al Plenum dell'agosto 1966 non c'era una maggioranza per condannare Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping, e che la famosa risoluzione in sedici punti uscita da questo Plenum è il risultato di un compromesso che la rende assai contraddittoria. Ritorneremo su questo aspetto del problema quando esamineremo le contraddizioni dell'ideologia maoista. Vorremmo sottolineare per il momento l'ultimo paragrafo del punto II di questa risoluzione:

Ogni critica che fa dei nomi sulla stampa deve essere sottoposta alle discussioni del comitato del Partito dello stesso grado, e, in certi casi, alla approvazione del comitato del partito di grado superiore".

Questo paragrafo spiega senza dubbio perché, durante molti mesi, la frazione maoista, pur attaccando pubblicamente Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping, non li ha designati che con delle perifrasi ("la persona più autorevole, che, pur facendo parte del Partito, ha preso la via del capitalismo") senza mai nominarli esplicitamente. Bisogna anche mettere in evidenza la manifesta contraddizione tra i punti 6 e 7 di questa risoluzione, che affermano il diritto di tutti i membri del Partito, e di tutti i membri del popolo, a partecipare liberamente al dibattito (eccezion fatta per i controrivoluzionari attivi contro i quali ci siano delle prove evidenti e che siano colpevoli di uccisione, di incendio, d'avvelenamento, di sabotaggio, di trafugamento di segreti di Stato, ecc, i cui casi sono da regolare conformemente alla legge"), e l'ultimo paragrafo del punto 8 che implica che i membri del Partito denunciati come "di destra" non avranno il diritto alla parola, anche se non hanno commesso alcun crimine di quelli sopra enumerati: " I destri antipartito e antisocialisti devono essere completamente denunciati, abbattuti, messi in condizioni di non nuocere e discredita-ti, e le loro influenze liquidate".15

Il movimento delle Guardie Rosse

Abbiamo visto che le divergenze tra Mao e Liu Sciao-sci cominciarono a manifestarsi nel periodo che va dal maggio 1966 al Plenum dell'agosto 1966. È in questo periodo che il movimento delle guardie rosse ha cominciato ad essere preparato, attraverso il lancio dei dazibao (manifesti scritti a lettere cubitali), il 1° giugno all'Università" di Pechino. In questo modo è stato scatenato un movimento che ha assunto un colossale carattere di massa - si è parlato di 20 milioni di guardie rosse - e la cui portata sociale e politica devono essere precisate.

Il significato obiettivo della formazione delle guardie rosse è evidente: nel momento in cui Mao si scontra con una opposizione che questa volta raccoglie la gran parte dei quadri del partito e dello Stato, egli si rivolge deliberatamente a larghe masse, passando sopra la testa di questi quadri. Che questo appello sia semplicemente una manovra per assicurare ad ogni costo il proprio potere in seno al Partito e allo Stato, o che esprima una sincera angoscia per la sorte della Rivoluzione cinese minacciata di degenerazione, questa questione non ha molta importanza al fine di determinare il significato sociale del movimento delle guardie rosse, poiché questa questione non si pone, in fin dei conti, che sul piano della psicologia individuale di Mao. Ciò che importa è che sono stati lanciati degli appelli alle masse affinché agiscano per impedire una tale degenerazione e che la risposta di queste masse non soltanto ha superato quello che Mao Tse-tung poteva aspettarsi da esse, ma, soprattutto, ha largamente superato gli obiettivi fissati a questa mobilitazione dalla stessa frazione maoista.

Questa frazione si è inizialmente rivolta quasi esclusivamente alla gioventù studentesca dei licei e delle università. Le ragioni che depongono a favore di questa scelta sono facilmente comprensibili. Per mobilitare questi giovani, era tutt'al più necessario chiudere le scuole. Per mobilitare allo stesso livello e con la medesima durata i lavoratori, sarebbe stato necessario disorganizzare, se non arrestare, la produzione industriale.16 Meno politicizzati degli operai d'avanguardia, soprattutto di quelli che erano membri del Partito Comunista, questi giovani potevano essere più facilmente indottrinati in un senso strettamente frazionista, e potevano accettare certe accuse contro vecchi dirigenti del Partito e dello Stato più facilmente di quanto non avrebbero fatto dei lavoratori che conservavano il ricordo della storia della Rivoluzione cinese.
Ciò che fu senza dubbio determinante in questa scelta fu la convinzione dei maoisti che la gioventù studentesca sarebbe stata assai più suscettibile che non i lavoratori di accettare una mobilitazione delle masse la quale, partendo da un appello a rivoltarsi contro le autorità costituite (cioè contro la burocrazia), si sarebbe lasciata canalizzare verso una riforma della burocrazia e non verso il suo rovesciamento. Per accorgersene basta guardare alle precauzioni prese per impedire che la mobilitazione delle guardie rosse non superi questo quadro, precauzioni che si esprimono in particolare nell'ambiguità della frazione maoista nei confronti dei quadri.17 In fondo si trattava dunque di una mobilitazione parziale e non di una mobilitazione generale delle masse, di un movimento che doveva esercitare una pressione sulla burocrazia, assai più di un movimento che deve spazzarla via.

Questi tratti specifici del movimento delle guardie rosse non sono apparsi chiaramente, sin dagli inizi, agli occhi della gioventù e del proletariato cinese. A maggior ragione sono sfuggiti alla maggior parte degli osservatori stranieri. Il movimento apparve al contrario come uno scatenamento di forze elementari di milioni di giovani, che gli uni consideravano distruttivo e gli altri costruttivo, a seconda della loro comprensione dei problemi che attualmente si pongono di fronte alla Rivoluzione cinese. Coloro che credono che questo scatenamento sia stato controllato, teleguidato e canalizzato in ogni fase dell'azione delle guardie rosse, si sbagliano di grosso. Fatti incontestabili dimostrano una assai grande diversità di opinioni, una autonomia d'azione molto larga, un moltiplicarsi di manifesti, di giornali ciclostilati o stampati, e di organizzazioni create sulla base di idee differenti. Malgrado gli eccessi commessi e il culto di Mao del quale si è imbevuto l'insieme del movimento, questo moltiplicarsi di idee e di esperienze costituisce senza dubbio, per migliaia di giovani cinesi, un'esperienza senza precedenti, soprattutto se la si paragona all'evoluzione della gioventù nella maggior parte degli altri Stati operai deformati o degenerati burocraticamente.

Coloro che avanzano l'ipotesi di un movimento interamente teleguidato e controllato ai soli fini della frazione maoista non possono fornire una spiegazione sociale di questa mobilitazione dei giovani. L'aver chiuso le scuole e la concessione di biglietti di viaggio gratuiti non basta tuttavia a spiegare perché immense masse di giovani siano passate all'azione politica. Numerosi regimi reazionari hanno tentato di mobilitare dei giovani mediante alcuni vantaggi materiali, e non sono riusciti ad ottenere risultati (si pensi allo scacco totale del regime franchista nel tentare di riconquistare una base nella gioventù studentesca nel corso degli ultimi dieci anni). E quei movimenti reazionari che, nel passato, sono riusciti a conquistare una tale base (in ispecie i nazisti in Germania) l'hanno fatto assai meno grazie ai vantaggi materiali che non al fatto che la loro demagogia rispondeva a delle esigenze aperte o latenti di determinati strati sociali.

E' nello stesso senso che va interpretato l'incontestabile successo di Mao Tse-tung nella mobilitazione della gioventù studentesca cinese.

I temi ai quali si rifaceva corrispondevano alle reali preoccupazioni di una gioventù in seno alla quale il fervore rivoluzionario trovava ampie manifestazioni: ribellione contro le autorità burocratiche costituite; democrazia delle larghe masse; egualitarismo; rivoluzione mondiale; lotta contro l'imborghesimento di persone alto-locate.18

Come abbiamo cercato di dimostrare in precedenza, queste preoccupazioni ideologiche corrispondono a interessi materiali molto tangibili: la gioventù studentesca era tanto più facile da mobilitare contro le autorità in quanto queste le sbarravano in gran parte la strada degli sbocchi professionali, alla fine degli studi.

Ma se la frazione maoista non si era sbagliata presumendo possibile gettare milioni di giovani nella battaglia di frazione, si era sbagliata sulla sua capacità di canalizzare progressivamente questa mobilitazione grazie al primato assoluto accordato dall'inizio al pensiero di Mao Tse-tung, primato che le diverse opposizioni ancora presenti non mettevano assolutamente in questione. Mao Tse-tung è stato in un certo senso vittima della sua stessa leggenda. Egli ha largamente sottovalutato la natura esplosiva dei temi gettati in pasto alle masse studentesche, ma ha sottovalutato soprattutto la rapida resurrezione dello spirito critico, in seno ad un vasto movimento di massa che non poteva non spingere migliaia di giovani sulla strada di una presa di coscienza degli aspetti contradditori dell'ideologia maoista e che arriverà ad una rimessa in questione del potere della burocrazia nel suo insieme, ivi compresa la sua frazione maoista. Ha soprattutto sottovalutato gli effetti psicologici della mobilitazione delle guardie rosse sulle altre frazioni della burocrazia, a partire dai gruppi fortemente arroccati nei diversi uffici regionali.

Accorgendosi che il compromesso dell'agosto 1966 veniva violato, ed in particolare che il punto 6 della risoluzione dell'8 agosto, che prevedeva esplicitamente che "si deve ricorrere alla persuasione e non alla costrizione o alla coercizione", non era rispettato dai gruppi maoisti estremisti tra le guardie rosse e che questi ultimi cominciavano ad adoperare metodi di pressione fisica o morale sempre più odiosi nei confronti degli oppositori,19 queste altre frazioni hanno cominciato a loro volta a fare appello alle masse. Poiché una parte della popolazione lavoratrice adulta vedeva senza soverchia simpatia l'intrusione dei giovani in tutte le sfere della vita sociale, compresa quella industriale, gli avversari di Mao hanno tentato di creare una base di massa nella classe operaia facendo concessioni economiche e stimolandola a formulare le proprie rivendicazioni. Nello stesso tempo, la frazione maoista era obbligata, a sua volta, ad estendere la mobilitazione delle masse alle fabbriche, i ribelli rivoluzionari facevano la loro comparsa accanto alle guardie rosse. La crisi acuta del dicembre 1966 - gennaio 1967, e la svolta che ha imposto alla fra­zione maoista, sono nate da questa dialettica interna al movimento delle guardie rosse. Non si poteva più trionfare nella legalità del Partito, né a mezzo della sola pressione delle guardie rosse. Occorreva dunque "prendere il potere" grazie all'intervento dell'eserci­to, ovunque i comitati del partito rimanevano ostili a Mao.

La svolta del gennaio 1967

Ragioni imperiose hanno obbligato la frazione maoista a modificare il proprio atteggiamento nei confronti delle guardie rosse, a passare alla repressione o alla soppressione della propria ala sinistra non conformista, o dei gruppi favorevoli a Liu Sciao-sci.20 Il movimento delle guardie rosse sfuggiva sempre più al controllo della frazione maoista. Una parte della classe operaia cominciava a mettersi in moto in maniera autonoma. Perfino i contadini rischiavano di essere trascinati a loro volta nel movimento. Di fronte al rischio di uno straripamento generale, la frazione maoista ha tentato di rovesciare la situazione e di ristabilire un'alleanza con la parte maggioritaria della burocrazia. L'esercito e' intervenuto in modo massiccio al fine di suggellare la triplice alleanza per la presa del potere, che dovrebbe riunire le organizzazioni rivoluzionarie (cioè quelle maoiste), la parte dei quadri che i maoisti potevano conquistare e i dirigenti dell'esercito. La necessità di ricondurre il popolo alla calma e di uscire dal caos e' stato uno dei principali argomenti utilizzati nell'ambito di questa lotta per la presa del potere.21

Si possono citare molteplici esempi dello scavalcamento della frazione maoista operato da una parte del movimento delle Guardie rosse che sfuggiva al suo controllo. Ci limiteremo qui a citare i fatti più rivelatori menzionati dalla stessa stampa maoista. Questa ha enumerato le organizzazioni di guardie rosse o di ribelli rivoluzionari che considera controrivoluzionarie, ed in particolare:

- "L'Armata delle Guardie Rosse" e "Il Distaccamento delle Milizie 0peraie" nella provincia del Kwechow (notizia dell'Agenzia Nuova Cina, pubblicata in Cina e non all'estero, il 22 febbraio 1967; questa notizia afferma d'altronde che queste organizzazioni sono "relativamente potenti" );

- il "Quartier Generale della Federazione dei Ribelli Rivoluzionari fra i lavoratori della Provincia di Shan tung a Tsinan, notizia dell'Agenzia Nuova Cina del 1° marzo 1967, pubblicata a Tsinan);

- il "Corpo di Combattimento del Primo Agosto" (chiamato anche "Corpo di Combattimento per il Pensiero di Mao Tse-tung dei Primo Agosto) a Canton, denunciato in una circolare del comando militare provinciale di Kouantoung del 1° marzo 1967;

- il "Comitato d'Unita' d'Azione delle Guardie Rosse di Pechino" denunciate nel quotidiano di Pechino Ching-Kang-shan del 23 gennaio 1967;

- l'"Armata della Bandiera Rossa" a Harbin (Manciuria), nella provincia dell'Heilungkiang (Manciuria), denunciata nel "Renmin Ribao" di Pechino del 26 marzo 1967;

- organizzazioni "realiste" il cui nome non e' stato precisato, nella officina di biciclette di Harbin (notizia dell'Agenzia Nuova Cina di Harbin dell'11 aprile 1967);

- il "Comitato Preparatorio della Rivoluzione Culturale " nella centrale elettrica di Harbin ("Renmin Ribao" del 27 febbraio 1967), ecc.

Queste organizzazioni, nate dapprima sul piano dell'impresa, del dipartimento o della scuola, si costituiscono quasi sempre sul piano locale e si sforzano di confederarsi sul piano regionale e interregionale. Così, il "Corpo di Combattimento del Primo Agosto" dì Canton è accusato nella circolare militare sopra citata di aver "difeso il Jung Fu Chun" (una organizzazione contro rivoluzionaria della provincia dell'Heilungkiang), e "di aver diffuso voci calunniatrici nei confronti delle unità dell'Armata Popolare di Liberazione, accusandole di aver soppresso la sinistra rivoluzionaria."

Tali organizzazioni finiscono persino per costituirsi  qualche volta in organizzazioni nazionali, come apparve chiaramente da una decisione del Consiglio di Stato e del Comitato Centrale del P.C.C, del 12 febbraio 1967, che ordina lo scioglimento di tutte queste organizzazioni nazionali, "un piccolo numero delle quali furono costituite da proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari, cattivi elementi e destri".

Un organo maoista, il Ti-yu Chan-hsien ("Fronte di Combattimento della Educazione Fisica"), enumera le organizzazioni nazionali "controrivoluzionarie" che riportiamo: "il Quartiere Nazionale del Corpo ribelle dell'Armata per eliminare l'ideologia borghese"; il "Corpo Nazionale Ribelle Generale dei Lavoratori Rossi"; "La Sezione Cinese dell'Armata Internazionale delle Guardie Rosse", etc.

Questi gruppi antimaoisti tra i "ribelli rivoluzionari" non si sono accontentati di redigere dei manifesti e dei giornali considerati come "deviazionisti". Hanno anche condotto una lotta diretta, in particolare contro la repressione. Le fonti prima citate li accusano d'aver preso d'assalto alcune prigioni a Tsinan, a Canton, a Pechino e a Harbin; di aver voluto creare una organizzazione delle "vittime della repressione" a Canton; d'aver organizzato a Pechino una manifestazione di massa persino sulla Piazza della Pace Celeste; d'aver preso d'assalto la tipografia del "Renmin Ribao" a Pechino.

Il caso del "Corpo Nazionale Ribelle Generale dei Lavoratori Rossi" merita una speciale menzione in quanto è nominativamente citato e disciolto con decreto del Consiglio di Stato e del C.C. del P.C.C, del 17 febbraio 1967. Si tratta apparentemente di una organizzazione nazionale di lavoratori stagionali e di lavoratori senza contratto, che avevano organizzato una grande concentrazione e manifestazione nazionale a Pechino per reclamare il pagamento dei salari dovuti dal 1958, e una modifica del loro statuto. Questi lavoratori stagionali sono tra i meno protetti tra i lavoratori cinesi e, da molti anni, le comuni avevano preso l'abitudine di "affittarli" a imprese industriali scarseggianti di mano d'opera per salari di fame. Essi chiedevano infatti un allineamento contrattuale con i salariati permanenti. Osservatori stranieri hanno parlato di una manifestazione silenziosa estremamente impressionante. Il settimanale indiano di sinistra "Link" parla di molte centinaia di migliaia di operai giunti a Pechino (22 gennaio 1967).

Questo esempio mostra che ci sono almeno dei casi precisi in cui la frazione Liu Sciao-sci della burocrazia ha fatto appello a masse proletarie nella lotta, poiché appariva dal decreto del 17 febbraio 1967 che il "Corpo Nazionale Ribelle" in questione aveva organizzato questa manifestazione in stretta collaborazione con i burocrati sindacali legati a Liu Sciao-sci. La stampa cita d'altronde un gran numero di casi in cui questi burocrati "antipartito" avrebbero incitato i lavoratori allo sciopero: nelle aziende di Stato (notizia dell'Agenzia Nuova Cina di Pechino, 21 febbraio 1967), In particolare nella provincia di Kiangsou ("Renmin Ribao", 19 febbraio 1967), a Canton (il quotidiano di Canton "Kouantoung Chan-pao",22 febbraio 1967); sciopero del ferrovieri a Harbin (notizia dell'Agenzia Nuova Cina di Pechino, 23 marzo 1967); sciopero degli operai dei trasporti,dell'elettricità e della distribuzione dell'acqua a Canton (l'organo dell'armata di Canton Nanfang Rifao, 24 marzo 1967), etc. Si tratta ogni volta di accuse indirizzate a dirigenti locali o regionali del P.C.C., che sembrano far parte della frazione di Liu Sciao-sci.

Bisogna naturalmente tener conto del fatto che queste accuse possono essere strettamente frazioniste. Per incitare l'armata a intervenire, bisogna dimostrare che le "autorità" creavano il disordine fino al punto di "fomentare scioperi". Una parte di questi scioperi possono essere stati spontanei. Quelli di Shanghai, che hanno portato nel mese di dicembre 1966-gennaio 1967 a uno sciopero generale dei trasporti e a vasti scioperi nell'industria (vedere in particolare la ammissione contenuta nel famoso appello delle11 organizzazioni di Shanghai" del 4 gennaio 1967 apparso nel "Renmin Ribao" del 9 gennaio, il famoso "appello urgente"), lo sono stati quasi sicuramente.22 È tanto più improbabile che essi siano stati provocati da frazionisti avversari di Mao in quanto i dirigenti del comitato municipale del partito di Shanghai erano dei fedeli maoisti, ai quali Mao si era rivolto per scatenare la "rivoluzione culturale" cominciando dalla loro città, piuttosto che da Pechino, controllata dal gruppo di Peng Chen. Ciò non di meno crediamo che ci siano stati dei casi di appello alle masse da parte dei gruppi della burocrazia attaccati da Mao.
Oltre il caso sopra ricordato dei lavoratori stagionali, la stampa maoista cita un gran numero di esempi da cui risulta che i quadri dirigenti del P.C.C. hanno cercato di fare delle concessioni economiche alle masse operaie per stornarle dalla frazione di Mao. La virulenta campagna "contro l'economismo"23 lanciata a partire dal gennaio 1967 riflette le preoccupazioni che questi tentativi hanno dato al dirigenti del gruppo Mao - Lin Piao.
Il significato della "presa del potere da parte della triplice alleanza" appare dai fattori che abbiamo elencato. Si tratta di reprimere i raggruppamenti di giovani e di operai che hanno oltrepassato la frazione maoista, di calmare l'inquietudine della burocrazia che poteva temere che la "rivoluzione culturale" la prendesse di mira nel suo insieme, di modificare le direzioni regionali in modo da rafforzare le posizioni della frazione maoista pur riportando i raggruppamenti fedeli delle guardie rosse in grembo all'ortodossia, e di ristabilire la calma nelle imprese. A questo scopo, si è arrivati fino a far occupare delle officine dall'esercito, in particolare a Pechino24. Gli attacchi contro gli "eccessi dell'ultrademocratismo" delle guardie rosse, contro "l'anarchismo", contro "lo spirito di piccolo gruppo" che contrassegnano la campagna di "rettifica" della "rivoluzione culturale" in corso dall'inizio del 1967, confermano il senso generale della svolta di gennaio.
Tutto questo è accompagnato per molti mesi da una campagna intensificata dapprima contro Liu Sciao-sci e Teng Siao-ping, poi contro il solo Liu, campagna i cui eccessi urtano senza alcun dubbio contro una buona parte dei membri del P.C.C., e che, d'altronde, si ritorcono fatalmente contro Mao Tse-tung stesso25. Ma le nuove azioni di coercizione fisica nei confronti dei dirigenti oppositori più ostinati non sono state segnalate, dopo le scene terribili in cui Peng Chen e altri furono maltrattati e trascinati come prigionieri davanti a delle folle di guardie rosse che li insultavano a Pechino, il 4 gennaio 1967. In generale si suppone che Ciu En-lai sia intervenuto con forza per far cessare questi eccessi e che il gruppo Mao-Lin Piao, che aveva bisogno dell'appoggio di Ciu, abbia ceduto su questo punto.

"Rivoluzione culturale" e degenerazione burocratica

Il senso della "rivoluzione culturale" si sprigiona così dalla successione degli avvenimenti, benché la partita sia lungi dall'essere terminata e che brusche svolte siano ancora possibili.

Il conflitto in seno alla burocrazia ha spinto molte delle frazioni in lotta a fare appello alle masse, al disopra degli organismi di direzione del Partito. La frazione maoista si è dapprima indirizzata ai giovani, poi è stata obbligata a trasferire la lotta nelle officine quando frazioni avverse hanno cominciato a mobilitare gli operai. Queste mobilitazioni erano dall'una e dall'altra parte delle iniziative limitate, aventi lo scopo di esercitare una pressione sulla direzione del Partito, di modificarne parzialmente la composizione e l'orientamento politico.

Si trattava di tentativi di riformare la burocrazia - senza dubbio di riformarla radicalmente da parte di Mao - non di abolirla. Ma questa lotta interburocratica ha liberato immense forze rivoluzionarie contenute da molto tempo nella gioventù e nel proletariato,cosa che ha portato a forme di azioni e di organizzazioni spontanee di una parte delle masse. Così, alla tappa attuale dell'evoluzione, i rapporti di forze tra la burocrazia e le masse si sono modificati in favore delle masse, con un indebolimento considerevole della burocrazia. L'assenza di repressioni su grande scala dopo l'esplosione di gennaio 1967 conferma questa valutazione. La frazione che uscirà vin-citrice dalla lotta si sforzerà senza dubbio di consolidare il potere della burocrazia. Ma questa stabilizzazione è poco probabile prima di un periodo molto lungo di vicissitudini, sia sul piano interno sia sul piano internazionale.

Qui appare nel modo più evidente la differenza tra l'evoluzione dell'Unione sovietica dopo la morte di Stalin e l'evoluzione della Cina nel corso degli ultimi dieci anni. Le analogie formali tra i metodi di lotta d'apparato di Stalin e di Mao non mancano. Il parallelismo del "culto della personalità'" di Stalin e di Mao è particolarmente sorprendente. Ma, dal momento in cui si esaminano i due processi non più da un punto di vista formale ma da un punto di vista sostanziale, per ciò che riguarda i suoi rapporti con le diverse forze sociali presenti, le differenze saltano agli occhi.

Il progressivo stabilirsi della dittatura di Stalin sul P. C. dell'U.R.S.S. è un processo di consolidamento progressivo del potere della burocrazia, una espropriazione progressiva del proletariato dall'esercizio del potere politico. Stalin si afferma in quanto incarnazione della burocrazia. Questa elevazione è possibile grazie alla completa passività politica delle masse. È così che le forze bolsceviche autentiche, ancora considerevoli nel 1923, sebbene indebolite, si spezzettano e si sparpagliano poco a poco, prima di essere liquidate fisicamente.

In Cina, all'inizio del processo, abbiamo una rivoluzione deformata, in cui il proletariato non ha che un ruolo di complemento, e un esercito contadino che si sostituisce all'azione autonoma delle masse. Non abbiamo neanche, all'inizio, un autentico partito bolscevico che concentra nelle sue file tutta la tradizione rivoluzionaria e democratica del movimento operaio internazionale, ma un partito che ha subito una forte impronta di stalinismo, non fosse che nel modo in cui concepiva e praticava il centralismo democratico. Il potere nello Stato e nel partito era dunque, all'inizio, molto più burocratizzato in Cina che in U. R. S. S. nel 1927, il proletariato molto più debole e la burocrazia molto più forte che al momento in cui Stalin stabiliva la sua dittatura in U. R. S.S.

L'organizzazione sistematica del "culto di Mao" non corrispondeva assolutamente alle esigenze di una abolizione progressiva della democrazia sovietica o della democrazia interna nel Partito, che non sono mai esistite in Cina dal 1949. Essa corrispondeva piuttosto alle esigenze di lotte interburocratiche, alcuni aspetti delle quali restano oscuri fino ad oggi. Non c'è nessun deterioramento dei rapporti di forza tra la burocrazia e le masse, a spese delle masse, in Cina, paragonabile a quella che si era prodotta in U.R.S.S. sotto Stalin. C'è al contrario un indebolimento, dapprima sotterraneo poi manifesto, della burocrazia, in seguito allo spezzarsi della sua unità monolitica. Lungi dell'esserci completa passività e demoralizzazione progressiva delle masse, si ebbe il loro risveglio, dapprima impercettibile, poi bruscamente evidente agli occhi del mondo intero nel mese di gennaio 1967. È una differenza capitale con il precedente staliniano. E la sua origine, in ultima analisi, si trova nel contesto internazionale completamente modificato: in luogo della successione delle sconfitte della rivoluzione internazionale tra il 1923 e il 1933, c'è l'ascesa della rivoluzione mondiale dal 1949.26

Queste considerazioni non giustificano in alcun modo una identificazione dell'ascesa progressiva del movimento della masse in Cina con il ruolo svolto da Mao Tse-tung, come invece affermano imprudentemente certi "sinistri".

La svolta di Mao, il modo con cui è stata troncata all'inizio, abbandonata di fatto in seguito l'esigenza di un ritorno ad uno Stato fondato su organi del tipo della Comune di Parigi27 confermano l'assurdità di una tale identificazione salvo che per quelli che non desiderano guardare in faccia la realtà. La "triplice alleanza" ha dovunque portato al potere burocrati incalliti.28  Non vi è alcun esempio di consigli operai o di organismi di tipo sovietico, che sorgano nelle fabbriche, salvo l'esempio delle vetrerie di Shangai in gennaio, presto abbandonato.
La contraddizione è d'altra parte inerente allo stesso pensiero di Mao. Per quanto gli si accordi un elemento di sincerità, la contraddizione conferisce a questo pensiero un carattere nettamente tragico. Mao fa appello alla ribellione e alla presa del potere. Quindi il potere originario non incarna più la dittatura del proletariato allo stato puro. Ma le origini della degenerazione o del pericolo di essa non li ricerca nell'infrastruttura materiale della società, nell'insufficiente livello di sviluppo delle forze produttive o nelle contraddizioni tra questo livello di sviluppo e i rapporti di produzione. No, le origini del pericolo di degenerazione sono, secondo Mao, ideologiche, Se il revisionismo non viene estirpato sin nelle sue radici teoriche, scientifiche, artistiche, letterarie, la dittatura del proletariato sarà fatalmente rovesciata e il P.C. cinese diventerà' ... un partito fascista. 29

Si stenta a credere che un marxista sperimentato possa ispirare simili enormità; ciò non di meno esse sono oggi diffuse in milioni di esemplari in Cina.

Questa concezione è assolutamente estranea al marxismo. La sopravvivenza dell'ideologia, della letteratura e dell'arte semifeudale - si pensi a ciò che ispirava il cattolicesimo ultramontano nel secolo che è succeduto alla Rivoluzione francese, non ha assolutamente condotto al rovesciamento del potere della borghesia. La conquista del potere politico da parte di classi sociali in ascesa è certamente preparata da intense lotte ideologiche. Ma supporre che classi reazionarie abbiano le stesse possibilità, per il solo fatto della sopravvivenza della loro ideologia dopo il rovesciamento del loro pote-re politico, equivale a negare ogni logica rivoluzionarla della Società.

In realtà, tutto il peso della religione, dell'arte, della letteratura e dell'ideologia borghese o semi-feudale minacciano meno lo Stato operaio cinese (senza parlare dello Stato operaio sovietico) che un solo anno di sopravvivenza della piccola produzione mercantile. Lenin non si faceva alcuna illusione a questo proposito. Ciò che impedisce il consolidamento definitivo dell'opera rivoluzionaria, non è il peso ideologico del passato, è la realizzazione socio-economica del presente. Il grado di sviluppo insufficiente delle forze produttive fa sì che l'automatismo economico agisca e agirà ancora lungamente contro il socialismo, nella parte del mondo ove il capitalismo è stato abolito.

Ne deriva incontestabilmente che il fattore soggettivo, il ruolo della direzione, assume un'importanza infinitamente più grande che in condizioni più favorevoli. Ma ne deriva anche che la lotta efficace contro le minacce di degenerazione della rivoluzione non si svolge decisivamente sul terreno ideologico ma sul terreno politico e sociale attraverso l'organizzazione dell'esercizio del potere economico e politico da parte delle masse lavoratrici, l'accrescimento del peso, del potere e della coesione cosciente del proletariato. Mao, non comprendendo il problema della burocrazia, preavvertito da Marx, intravisto da Lenin, analizzato a fondo da Trotsky, si batte contro il fantasma di una "restaurazione del capitalismo" realizzata "impercettibilmente" dai "revisionisti"... a cominciare da opere teatrali e da films reazionari! Questa concezione che rivede da cima a fondo la teoria marxista-leninista dello Stato arriva d'altronde a delle conclusioni grottesche: lo Stato creato da Mao e in seno al quale bisogna adesso battersi per una "presa del potere", sarebbe dopo tutto ugualmente un "apparato di Stato borghese". È per lo meno ciò che sembrano insinuare i maoisti estremisti. 30

Mao Tse-tung abbandona la sociologia marxista, fondata su criteri oggettivi, per buttarsi a testa bassa in una "sociologia" soggettivista spogliata di ogni fondamento scientifico. Il capitalista non è più il proprietario privato dei mezzi di produzione che si appropria del pluslavoro dei proletari obbligati a vendergli la loro forza lavoro: diventa "capitalista" chiunque sia in disaccordo con "il pensiero di Mao Tse-tung". Sostituendo al pericolo di degenerazione burocratica della rivoluzione un pericolo - largamente immaginario, al di fuori di una sconfitta in una guerra internazionale - di restaurazione capitalista, si arriva a esaltare rimedi che rafforzano il pericolo di degenerazione invece di diminuirlo. Poiché, a partire dal momento in cui tutti gli oppositori in seno al Partito sono dei partigiani della via capitalista, bisogna togliere loro il diritto di esprimersi. Un movimento che iniziava all'insegna dell'allargamento della democrazia", e del "diritto delle minoranze ad essere presenti in maniera visibile, e a conservare le loro opinioni poiché possono avere ragione", finisce per soffocare qualsiasi opinione discordante e reprimere qualsiasi minoranza (la quale, dal momento in cui si oppone a Mao, è forzatamente "controrivoluzionaria").

Per il trotskysmo l'esperienza della "rivoluzione culturale"conferma che la teoria della possibile degenerazione di una rivoluzione socialista trionfante, teoria considerata eretica vent'anni fa da tutto il movimento comunista ufficiale, è stata oggi ammessa parzialmente, praticamente da tutte le rivoluzioni vittoriose dalla seconda guerra mondiale in poi. Tito, Castro, Mao Tse-tung, ciascuno a suo modo, l'hanno ripresa. La necessità della rivoluzione politica, della "rivoluzione nella rivoluzione", come dicono oggi i cubani, comincia a farsi luce in una parte non trascurabile del movimento comunista internazionale. Ma l'esperienza della "rivoluzione culturale" dimostra anche che non vi è alcuna altra via per una lotta efficace contro la degenerazione burocratica della rivoluzione che quella abbozzata da Lenin e Trotsky: il consolidamento e l'istituzionalizzazione del potere operaio fondato su consigli (soviet) democraticamente eletti; la più larga democrazia proletaria; il diritto a più tendenze e a più partiti sovietici; la limitazione, ed in seguito l'abolizione progressiva, dalla diseguaglianza delle remunerazioni; la gestione dell'economia in mano agli stessi lavoratori; lo sviluppo pianificato delle forze produttive; l'estensione internazionale della rivoluzione.

20 maggio 1967.

1 Questo articolo, apparso su Quatrième Internationale e poi in italiano sul primo numero di Quarta Internazionale (dicembre 1967), era firmato Ernest Germain, lo pseudonimo usato in quegli anni da Mandel.

2 Questo rifiuto si oppone all'affermazione, da parte dei dirigenti cinesi, che essi difenderanno 1'URSS in caso di attacco imperialista, affermazione ripetuta fino al 22 marzo 1966, nella lettera di risposta all'invito di Breznev di assistere al XXIII Congresso del PCUS.

3Vedere soprattutto la notizia di H.N.A. da Scianghai del 4 aprile 1967.: “I contadini poveri e medi-inferiori dei dintorni di Scianghai hanno pienamente risposto all'appello del presidente Mao...”

 

4 "Collection of the laws and Regulations of the People's Republic of China", vol.II, citato da Ezra F.Vogel: "From Revolutionary to semi-Bureaucrat", in "The China Quarterly", n. 29, gennaio-marzo 1967, pag.51.

5 A titolo di informazione: il salario medio di un operaio non qualificato raggiunge i 40-50 yuan al mese; quello di un operaio qualificato i 70-80 yuan; quello di un professore universitario i 120 yuan. Un paio di scarpe costa 10 yuan; 750 grammi di riso costano dai 0,1 ai 0,2 yuan.

 

6 A queste tensioni sociali principali bisogna aggiungere quella che oppone le masse della popolazione urbana ai residui privilegiati dell'antica borghesia, che percepiscono circa 50 milioni di dollari all'anno di interessi e vivono spesso in un gran lusso. Benché le guardie rosse abbiano attaccato i ristoranti e i club frequentati da questi antichi borghesi, nonché le loro case, non vi sono indicazioni per il momento che Mao, così pronto a combattere le "radici" del capitalismo negli scritti dei suoi avversari di frazione, abbia soppresso questi tangibili vantaggi degli autentici capitalisti cinesi.

 

7Bisogna citare il caso dell'economista Sun Ken Fang, le cui concezioni nettamente ostili a quelle di Mao sono state rese pubbliche. Vedi a questo proposito Livio Maitan: La "grande rivoluzione culturale” (Quatrième Internationale, n.29, novembre 1966)

8Vedere l'editoriale del Renmin Ribao del 1° luglio 1966.

9Vedere l'articolo del "Jefang Ribao" di Sciangai, 10 maggio 1966, riprodotto in Pekin-Information, 30 maggio 1966.

 

10La circolare è stata riprodotta nel n. del 17 maggio 1967 del bollettino quotidiano di Londra di Hsinhua News Agency (al quale ci riferiremo d'ora in poi con la sigla H.N.A.)

 

11In occasione del 16° anniversario della R.P. Cinese, Peng Chen affermava In queste circostanze e' assai più necessario per i quadri dei differenti gradi conoscere, ascoltare l'opinione delle masse, e di permettere alle differenti opinioni di manifestarsi pienamente.

12 Si può trovare un appoggio a questa ipotesi nel fatto che il vice premier ministro Ho Lung, che alcune denunce delle guardie rosse hanno associato a Peng Chen, è l'autore di un articolo molto importante per le tesi democratiche che sostiene: "La tradizione democratica dell'Esercito Popolare di Liberazione cinese".

13Cfr. l'articolo apparso in "Hongqi" (Bandiera Rossa) del marzo 1967 che afferma che il gruppo di lavoro all'università' di Tsing Ua avrebbe destituito il 70% dei quadri.

 

14Se si vuole una prova dell'antikrusciovismo di Liu Sciao-sci attualmente accusato di essere il Krusciov cinese è sufficiente riferire il discorso che ha pronunciato il 28 aprile 1966, in piena "rivoluzione culturale", al ricevimento in onore di Mehmet Sheu e della delegazione albanese arrivata in Cina: "I revisionisti moderni sovietici sono andati sempre più lontano nella via della capitolazione davanti all'imperialismo. Hanno degenerato al punto di divenire dei rinnegati del marxismo-leninismo e dei complici dell'imperialismo americano" (Pekin Information, 9 maggio 1966).

 

15Pekin Information, 15 agosto 1966.

16 I maoisti si sono chiaramente pronunciati contro qualsiasi spostamento degli operai simile a quello delle guardie rosse. (Renmin Ri-bao, 12 e 14 febbraio 1967).

17Come può essere conciliato lo slogan secondo il quale "la ribellione è giustificata" con quello secondo il quale bisogna realizzare "l'unita di oltre il 95% dei quadri? (Editoriale del Renmin Ribao, riportato in Pekin Information, del 17 aprile 1967). E perché bisogna mobilitare milioni di persone per eliminare soltanto "un pugno di responsabili?

18 L'Agenzia Nuova Cina ha diffuso il 6 aprile 1967 a Pechino una intervista con un americano che abita in Cina, Erwin Engst, che afferma formalmente che le differenze salariali che sarebbero secondo lui da 1 a 8, non sono conformi ai principi della Comune di Parigi, e dovrebbero essere gradualmente ridotte.

19Un esempio particolarmente odioso: il modo in cui il giornale di Pechino Chingkangshan dell'11 gennaio 1967 glorifica il fatto che le guardie rosse hanno "catturato la moglie di Liu Sciao-sci con l'astuzia, attirandola in un ospedale, avendole fatto credere che sua figlia era stata vittima di un grave incidente.

20 Il giornale di Pechino Chingkangshan del 23 gennaio 1967 afferma che la sera del 22 gennaio molte centinaia di guardie rosse hanno manifestato dietro la bandiera del "Comitato di Unità d'azione delle guerdie rosse della capitale", gridando: "Abbasso il gruppo delle rivoluzione culturale del Comitato centrale!", "Viva Liu Sciao-sci!".

21Vedere a questo proposito il "messaggio del popolo di Tsinghao" dopo la  presa del potere  maoista. (Wen-Hui Pao di Hong-Kong, del 31 gennaio 1967).

22La stampa straniera, soprattutto giapponese, ha parlato di uno sciopero generale a Scianghai e a Nanchino e di grandi scioperi a Wu-han Kink, Fochow, Chekiang e Shenyang. Noi ci limitiamo deliberatamente a citare soltanto le fonti cinesi.

 

23Lenin designava con questo termine la tendenza che consiste nel credere che la lotta economica, sindacale dei lavoratori sia sufficiente a realizzare la loro emancipazione. L'idea di condannare con questa etichetta queste stesse rivendicazioni non gli sarebbe mai venuta in mente!

24Dispaccio dell'Agenzia Nuova Cina di Pechino del 24 marzo 1967.

25 L'editoriale prima citato dal "Renmin Ribao", riprodotto in Pekin Information del 17 aprile 1967, afferma freddamente che Liu Sciao-sci è il "rappresentante degli interessi della borghesia in Cina", che "incarna la linea reazionaria da 17 anni", che "l'ambizione di quest'uomo è quella di sviluppare il capitalismo in Cina". Ci si domanda come, in queste condizioni, Mao Tse-tung abbia permesso che diventasse il presidente della Repubblica Popolare Cinese, carica alla quale Liu è stato rieletto il 3 gennaio 1965. Pekin Information dell'11 gennaio 1965, illustrato da una grande fotografia che mostrava Mao e Liu fianco a fianco, affermava che più di centomila operai, contadini, quadri del governo, studenti e soldati "si erano riuniti per celebrare il felice avvenimento". Questo numero della rivista è da allora particolarmente screditante... per Mao. Forse che l'ambizione segreta di Mao è stata quella di piazzare al posto n. 2 in Cina, e al posto di un suo successore ufficiale questo rappresentante della borghesia? Bisogna anche denunciare il carattere demagogico e disonesto della campagna lanciata contro il libro di Liu Sciao-sci: "Per essere un buon comunista". La stampa maoista, che attacca violentemente questo libro "perché non si pone sulle posizioni della dittatura del proletariato", fa finta di ignorare che è stato scritto nel 1939 e che l'anno seguente l'opuscolo di Mao: "La nuova democrazia", portato oggi alle stelle, non solo "non si pone sulle posizioni della dittatura del proletariato", ma ne condanna esplicitamente l'applicazione in Cina "nella tappa attuale".

26Bisogna aggiungere che l'ascesa di Stalin e' stata quella della teoria del socialismo in un paese solo e di una coesistenza sempre più pacificata nei riguardi dell'imperialismo, mentre i maoisti si riferiscono costantemente, anche nel corso della rivoluzione culturale, alla rivoluzione mondiale.

27L'idea di una elezione degli organi del potere con suffragio universale del popolo lavoratore - idea base della Comune di Parigi - non è stata applicata in nessuno dei casi di "presa del potere" da parte della "triplice alleanza".

28Esempi: il "Comitato rivoluzionario" dello Shantung è diretto da Mu Lin, membro del Segretariato del vecchio Comitato provinciale dimesso dalle sue funzioni; il nuovo presidente del "Comitato rivoluzionario" dello Shansi è il capo del partito in questa provincia; a Tsingtao il vicesindaco della città ha diretto la "presa del potere", a Shangai, l'ex capo della polizia di sicurezza è il presidente del Comitato rivoluzionario"; ecc.

 

29Kuang-ming Ribao di Pechino, del 8 aprile 1967, parafrasando una citazione di Mao. Vedi anche ciò che scrive la moglie di Mao, Ciang Cing: se la nostra letteratura e la nostra arte non corrispondono alla base economica socialista, la distruggeranno inevitabilmente (sic)" (Hung- i Chanpao di Pechino, 15 febbraio 1967).

30"Il principio marxista di distruggere la vecchia macchina dello Stato borghese deve essere applicato nelle organizzazioni che sono marce, perché un pugno di gente del Partito, con posizioni di autorità, che imboccano la via del capitalismo, vi sono trincerati da molto tempo. Gli organi della borghesia (sic) devono essere completamente distrutti e gli organi della dittatura del proletariato devono essere ricostituiti al loro posto". (Kuang-Ming Ribao di Pechino, 3 marzo 1967).