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Il conflitto cinosovietico 1965

Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965 · pubblicato il 22 giugno 2009 · 25 min di lettura


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IL CONFLITTO CINO-SOVIETICO E LA CRISI

DEL MOVIMENTO OPERAIO INTERNAZIONALE

[Stralcio dalla Risoluzione politica sulla situazione mondiale e i compiti dei marxisti rivoluzionari dell’VIII  Congresso Mondiale (II dopo la riunificazione) della IV Internazionale (5-12 dicembre 1965), in Quatrième Internationale, a. 24, n. 27, febbraio 1966, pp. 73 sgg.]

Prendendo posizione sullo scontro cino-sovietico nel giugno 1963, il Congresso di riunificazione della IV Internazionale ha esaminato le divergenze tra Pechino e Mosca sulla “coesistenza pacifica” e la lotta contro la guerra; la lotta rivoluzionaria nei paesi coloniali e semicoloniali: le “vie pacifiche al socialismo”, codificate a partire dal XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica, che mette in particolare in discussione la concezione marxista dello Stato; il passaggio al socialismo su scala mondiale (con il Cremlino che sostiene che sarebbe soprattutto garantito dalla vittoria economica dell’Unione sovietica sull’imperialismo, mentre Pechino sostiene che il ruolo fondamentale sarebbe svolto dalle forze rivoluzionarie su scala internazionale).

Nel maggio 1964, il Plenum del Comitato esecutivo internazionale [Cei] della IV Internazionale registrava che il Pcc aveva accentuato ed espresso chiaramente il suo attacco alla subordinazione dei Partiti comunisti e degli altri paesi al Pc sovietico; aveva combattuto l’idea che un patto tra lo Stato sovietico e uno Stato capitalista implicasse che il Partito comunista di quel paese dovesse stabilire un compromesso senza principi con la classe capitalista e il suo governo.

I dirigenti cinesi hanno sostenuto che, dietro l’argomento ideologico utilizzato dal Cremlino sulla collaborazione socialista internazionale c’era un rapporto di sfruttamento, vale a dire la subordinazione all’Unione sovietica di alcuni interessi primordiali degli Stati operai meno sviluppati; anche il trattato di Mosca ha subito un forte attacco in quanto tentativo senza principi di conservare lo statu quo nel monopolio delle armi nucleari, tendente ad escludere la Cina dagli Stati che dispongono di un armamento nucleare e garantendo in tal modo all’Urss il ruolo dirigente nel settore militare più decisivo.

D’altra parte la linea di destra imposta dai dirigenti sovietici a tutta una serie di Partiti comunisti (Irak, Francia, Algeria, Cuba, India, ecc.) ha fornito la prova delle nefaste conseguenze del chrusciovisno. Pechino ha chiesto l’emendamento del testo della conferenza degli 81 partiti per quanto riguarda le vie al socialismo; è stata riaffermata la legittimità della presenza di maggioranze e minoranze nel movimento internazionale.

Al tempo stesso, il Cei della IV Internazionale riconfermava il suo totale disaccordo con le posizioni del Pcc su un certo numero di punti: la campagna per riabilitare Stalin; la concezione per cui, nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo, la lotta di classe si acuisca incessantemente e richieda il rafforzamento dell’apparato repressivo. Tra l’altro veniva criticata anche l’interpretazione unilaterale del XX Congresso, di cui si coglievano solo gli aspetti effettivamente revisionisti; la rigida concezione burocratica del ruolo dell’arte e della cultura sostenuta in genere da Pechino; il punto di vista sbagliato secondo cui in Iugoslavia sarebbe stato restaurato il capitalismo e vi regnerebbe una “borghesia commerciale burocratica”. Per analogia, Pechino dà una valutazione erronea dell’Unione sovietica, considerando il chrusciovismo l’espressione di strati borghesi che si impegnano nella restaurazione del capitalismo.

 

(…)

Il conflitto cino-sovietico si è ulteriormente sviluppato su molti terreni. Sul piano politico e ideologico generale, i dirigenti cinesi hanno criticato le differenziazioni sociali presenti in Urss e la degenerazione dell’economia e della società sovietica. Sostengono la necessità di criteri ugualitari e di norme tendenti a evitare che si verifichi uno scarto fra i dirigenti e le masse. Hanno posto problemi di natura economica quali i criteri di gestione industriale, la determinazione dei prezzi, ecc. Su problemi politici di attualità, nasce una disputa di confine tra la Cina e l’Urss; gli avvenimenti del Vietnam, a partire dall’estate 1964, sono diventati tema di una vivace discussione, così come l’atteggiamento sul problema congolese, e altri problemi che implicano l’Onu (quote, forza comune di “pace”, ritiro dell’Indonesia).

La caduta di Chrusciov ha determinato una momentanea sospensione delle polemiche; i due partiti hanno ripreso le trattative. Tuttavia, la decisione di convocare la conferenza consultiva di Mosca, l’atteggiamento sovietico di disapprovazione del tentativo cinese di bomba atomica, gli incidenti di Mosca durante la manifestazione antiamericana degli studenti asiatici, e soprattutto la ripresa della crisi internazionale sul Vietnam, hanno spinto i cinesi a riprendere i loro attacchi. Sono arrivati addirittura ad accusare il Cremlino di collusione con gli imperialisti.

Malgrado le loro violente repliche e i massicci tentativi propagandistici, i dirigenti sovietici sono stati spesso costretti sulla difensiva. Anche quando hanno cercato di spostare la polemica e di contrattaccare, non meno evidente era il loro obiettivo difensivo. Pur lasciando da parte i dettagli e la massa di argomenti specifici, esempi e citazioni, le polemiche del Cremlino hanno sviluppato le seguenti posizioni: accusano i cinesi di irresponsabilità, di fare il gioco delle tendenze estremiste del campo imperialista sulle questioni della guerra e soprattutto di un eventuale conflitto nucleare; battono su alcuni punti deboli delle concezioni internazionali dei cinesi, tra l’altro sulla loro idea su una presunta “zona intermedia” (in realtà, questa idea di “zona intermedia” comprendente la Francia non è altro che un camuffamento ideologico di certe operazioni diplomatiche cinesi tendenti a evitare l’isolamento e a stabilire rapporti economici con paesi capitalistici più deboli); accusano i cinesi di tendenze autarchiche e di tendenze nazionaliste e razziste in politica estera; criticano come revisionista la tesi cinese secondo cui le contraddizioni più esplosive in questa fase sono quelle che contrappongono i popoli coloniali all’imperialismo, per il fatto che i cinesi smorzerebbero così la contraddizione di classe fondamentale  tra gli Stati operai e l’imperialismo, da un lato, e tra il proletariato e il capitalismo nei paesi industrialmente avanzati, dall’altro lato. Sostengono che, in pratica, l’aiuto economico e militare concesso dall’Urss ai paesi diventati da poco indipendenti e ai movimenti i liberazione delle colonie è molto più consistente di quello della Cina; attaccano i cinesi per le loro concezioni burocratiche dello Stato operaio, il loro culto della personalità di Mao e la loro difesa del culto della personalità di Stalin, l’“avventurismo” della loro politica economica che passa da un estremo all’altro, le loro concezioni burocratiche nel campo della cultura, il sistema burocratico interno del loro partito e la loro violazione delle norme statutarie, ad esempio l’assenza di convocazione di congressi alle scadenze previste dallo statuto, le loro teorizzazioni sbagliate sulla natura dello Stato cinese all’indomani della vittoria rivoluzionaria e la loro evoluzione empirica ulteriore.

 

Per respingere come calunniose queste accusa, e conservare o conquistare influenza in settori del movimento comunista o del movimento rivoluzionario dei paesi coloniali, i dirigenti sovietici si sono a volte discostati dalle loro posizioni di destra, portando avanti interpretazioni “centriste” o “di sinistra” del loro orientamento. Al tempo stesso, hanno alzato il tono di alcune polemiche internazionali, ivi compreso sul terreno diplomatico. Va sottolineato un notevole cambiamento nelle loro critiche alle posizioni ultradestre espresse in alcuni partiti comunisti. Più ancora, rispetto alla questione della dinamica di certe rivoluzioni coloniali, pur attenendosi al fondo alle formule della conferenza degli 81 partiti, hanno parlato della costruzione del socialismo nel caso di paesi come l’Algeria e l’Egitto (cosa che non impedisce loro di continuare il flirt con la borghesia conservatrice indiana, allo scopo, tra l’altro, di contrastare Pechino). È chiaro, del resto, che su alcuni problemi brucianti di politica interna, i cinesi hanno dovuto incassare colpi, lasciando spesso senza risposta le accuse sovietiche.

Dal bilancio complessivo di cinque anni di polemiche, si impone la conclusione che finora la direzione sovietica ha pagato un prezzo molto alto, in uno scontro che non poteva per lei che essere pregiudizievole, vista la posizione di direzione di cui godono in partenza l’Urss e il Pcus. La caduta di Chruscev ha rappresentato un successo notevole dei cinesi, anche se lo sviluppo del conflitto con Pechino è stato solo uno dei fattori che lo hanno determinato. Il fallimento della campagna per una nuova conferenza internazionale dei partiti comunisti è stata per Pechino una vittoria ancor più clamorosa. La riunione preparatoria ha raccolto solo un numero di partiti limitato, alcuni dei quali non nascondevano il proprio disaccordo. Il risultato pratico è stato quello di rinviare a una data imprecisata la conferenza auspicata da Chrusciov.

La crisi internazionale relativa al Vietnam ha fornito il banco di prova delle posizioni nello scontro.

I dirigenti cinesi accusano, in sostanza, la direzione sovietica di non avere concesso alla Repubblica popolare del Vietnam il necessario appoggio politico e militare e di avere continuato a ricercare una soluzione di compromesso con gli imperialisti, anche di fronte alle criminali aggressioni di questi ultimi. Sottolineando la carenza di Mosca nel reagire al momento delle provocazioni imperialiste nel Golfo del Tonchino e nel considerare ogni attacco a qualunque Stato operaio come un attacco contro l’Urss stessa, hanno messo a nudo elementi che hanno portato il mondo intero sull’orlo della guerra nucleare nella crisi internazionale in atto. Tuttavia, per corrette che siano le critiche e le proclamazioni generali dei cinesi, le loro possibilità pratiche sono tutt’altra cosa. Anche se è vero che l’aiuto militare cinese nei primi mesi dell’aggressione americana è stato limitato, per volontà dei vietnamiti che hanno sostenuto di non avere in quel momento bisogno di maggiore appoggio, resta il fatto che la Cina è sotto minaccia di aggressione nucleare pur non avendo un armamento nucleare sufficiente a dissuadere il Pentagono. Se, quindi, è vero che il Cremlino non ha fatto tutto il possibile per dissuadere gli imperialisti dall’aggressione (facilitando così lo scatenarsi dell’esclation di una crisi drammatica), la Cina non è in grado di far coincidere l’azione concreta con le sue dichiarazioni.

In fondo, questo è l’espressione del fatto che, nonostante tutto, l’Urss conserva un peso preponderante fra gli Stati operai. Ad esempio, sul terreno economico, Cuba non poteva contare in primo luogo se non sull’apporto sovietico, e così su quello militare decisivo, per cui i dirigenti del Cremlino dispongono di una potenza che i cinesi non possono acquisire in un futuro ravvicinato.

Pechino cerca, in una certa misura, di eludere questa realtà in maniera irrealistica. Respingendo giustamente le illusioni sulla “coesistenza pacifica” con l’imperialismo, i cinesi al tempo stesso delineano previsioni discutibili, assumendo come variabili più probabili quelle che sono le più favorevoli alle loro risorse e alle loro concezioni. Danno, infatti, l’impressione non solo di prevedere, ma anche di auspicare una escalation dell’aggressione americana, incluso l’invio di truppe nel Vietnam del Nord e nella stessa Cina. Si spingono addirittura fino a parlare di una guerra tra la Cina e gli Stati Uniti, nella quale non sarebbe coinvolta l’Urss e che non comporterebbe un conflitto nucleare generalizzato. Una variante del genere avrebbe la conseguenza di estenuare gli Stati Uniti in una guerra di terra infinita sul continente asiatico, dove giocherebbe appieno la capacità difensiva della Cina. La squasra di Mao apparirebbe allora il vero antagonista dell’imperialismo, l’Unione sovietica verrebbe emarginata, perdendo in tal modo ogni possibilità di svolgere il ruolo chiave nel movimento asiatico e nei paesi coloniali e semicoloniali in genere.  L’unico inconveniente è che Washington non sceglierebbe una percorso tanto disastroso per sé: una guerra cino-americana che, in ogni caso, implicherebbe colpi tremendi per la Cina, non potrebbe limitarsi all’impiego di armi classiche. La guerra in sé non potrebbe limitarsi, perché il mancato intervento di Mosca al fianco della Cina esporrebbe l’Unione sovietica a un rischio mortale, e i dirigenti sovietici non potrebbero non rendersene conto e non operare di conseguenza. Cercando, in base alle proprie prospettive irrealistiche, di ricavare dall’aggressione americana un vantaggio frazionista nel conflitto cino-sovietico, Pechino ha indebolito la difesa contro un’eventuale aggressione. Le sue risposte all’escalation di Johnosn hanno dato la sensazione, nella prima fase cruciale, di essere largamente verbali. Il rifiuto di rispondere alle aperture sovietiche (anche se queste non erano sincere) per instaurare un fronte unico governativo di fronte all’aggressione americana, era settario e molto pericoloso. Il corso di Pechino ha contribuito, così, a favorire gli americani.

Se, in vicende come quella del Vietnam e di Santo Domingo, le valutazioni dei cinesi sulle tendenze dell’imperialismo e le critiche alla “coesistenza pacifica” hanno permesso loro di segnare alcuni punti anche in settori abbastanza inclini alle posizioni chruscioviane, la loro prospettiva nel Sud-Est asiatico ha rivelato la debolezza relativa delle loro posizioni e le falle nelle loro concezioni. In realtà, sarebbe inconcepibile nella fase attuale una risposta efficace ad ulteriori più importanti aggressioni imperialiste senza l’apporto dell’Urss, che resta la principale potenza del campo anticapitalista.

In ogni caso, i fattori che sono alla base degli sviluppi delle posizioni dei dirigenti cinesi nel conflitto restano assolutamente chiare. La burocrazia sovietica dispone ormai di una base economica abbastanza solida da consentirle di proporre la competizione con i paesi capitalistici avanzati. Dispone di un poderoso armamento che giustifica un’ottica prevalentemente militare della difesa del paese. La sua forza numerica è considerevole, le sue funzioni sono altamente sviluppate, con i privilegi che ne conseguono. Ha una mentalità estremamente conservatrice. Al tempo stesso, per la maturazione stessa delle forze produttive, della crescita della classe opraia e il sensibile miglioramento del livello culturale di quest’ultima, della formazione di uno strato intellettuale sempre più esigente, i burocrati sovietici non possono eludere problemi economici e sociali complicati, che li costringono continuamente a ricercare assestamenti in tutti i campi e a discostarsi dalle forme di gestione economica e di dominio politico in vigore sotto il regime di Stalin.

La burocrazia cinese, viceversa, per un lungo periodo non potrà concepire seriamente una competizione economica con i paesi capitalistici avanzati per cui è spinta, anche in un riflesso di autodifesa, a puntare sulla possibilità di un’estensione della lotta rivoluzionaria delle masse nei paesi coloniali, soprattutto in Asia, dove è sensibile alle pressioni rivoluzionarie. La situazione estremamente difficile in cui si trova la direzione cinese l’ha portata all’intensificazione di fenomeni come lo sviluppo del culto di Mao.

Esiste in Cina un ciclo stalinista?

 

In seguito all’irrigidimento della burocrazia di Pechino e alla campagna per la riabilitazione di Stalin, alcuni teorici ritengono che la Cina attraversi un ciclo stalinista come quello che si è impossessato della rivoluzione russa e di cui ancora soffre l’Unione sovietica. Si è addirittura avanzata l’idea che tale ciclo fosse inevitabile, qualcosa di inerente ad ogni rivoluzione in uno Stato operaio arretrato.

È innegabile che la burocrazia è uno dei mali che deve affrontare ogni rivoluzione vittoriosa e, più che altrove, nei paesi con un livello economico e culturale arretrato. La dimensione della povertà e l’ampiezza dei bisogni tende ad assegnare alla burocrazia un ruolo enorme, aprendo in tal modo la strada a speciali privilegi che la burocrazia tende a consolidare con strumenti politici. La valutazione del fenomeno che esprimono oggi i marxisti è stata espressa per primo da Lenin e poi sviluppata da Trotski. L’esperienza di questi anni non fa che confermare i loro contributi in materia.

Lo sviluppo della rivoluzione cinese dopo la presa del potere nel 1949 ha fornito una suo specifico fascicolo su questo problema. La crescita della burocrazia in Cina, con la sua concomitante manifestazione in campo ideologico, è dovuta in ultima analisi alla povertà del paese e all’impossibilità di trovare un rapporto adeguato con un centro economicamente avanzato con il Giappone, l’Europa occidentale o gli Stati Uniti. La tendenza al burocratismo è stata rafforzata dal fatto che il gruppo di Mao non possiede una valutazione leninista-trotskista del fenomeno e dei suoi pericoli e, al contrario, arriva a collocare l’incarnazione stessa del burocratismo, Stalin, in posizione chiave nell’iconografia ufficiale dello Stato. L’opposizione di Pechino al processo di destalinizzazione e la sua campagna per la riabilitazione di Stalin attestano in maniera eloquente tendenze e mentalità burocratica degli alti dirigenti cinesi.

Possiamo per questo sostenere che la Cina stia attraversando la stessa esperienza dell’Unione sovietica, con tutte le conseguenze logiche che ne derivano, e che esista la necessità universale di una fase stalinista, per condannabile e moralmente ripugnante che sia? I dati di fatto  parlano in direzione contraria.

In primo luogo, il rapporto di forza internazionale che ha generato e alimentato lo stalinismo e che è stato in fin dei conti responsabile della sua vittoria, è irrevocabilmente mutato. La nuova Cina è nata quando un insieme di nuovi Stati operai costituiva una fonte di sostegno materiale di cui non disponeva il giovane Stato sovietico nei giorni estremamente difficili di Lenin e di Trotski. Questo solo dato sarebbe sufficiente a determinare una differenza decisiva nell’impianto di basi economiche in grado di consentire un tasso di sviluppo più elevato in Cina che non nei primi anni dell’Unione sovietica, indipendentemente dalle ulteriori vicissitudini dei rapporti cino-sovietici. La prova più decisiva di questo è la capacità della Cina di produrre armi nucleari. Più ancora, il popolo cinese guarda a un mondo gravido di sconvolgimenti rivoluzionari e agitato di continuo da sollevamenti ed esplosioni elementari. La prospettiva di nuove rivoluzione che possono intervenire in suo aiuto è del tutto realistica, in contrasto con quella cui si era trovato di fronte il popolo russo, specie dopo la sconfitta della rivoluzione cinese del 1925-1927. La vittoria cubana è arrivata a soli dieci anni dalla vittoria cinese, quasi il versamento di un acconto. Già questi successi da soli possono essere considerati di importanza decisiva, come avrebbe potuto esserlo una rivoluzione cinese vittoriosa che si fosse verificata dieci anni dopo l’Ottobre. Quel che è più importante di tutto, il capitalismo mondiale, nonostante la spettacolare potenza economica e militare degli Stati Uniti, si regge su basi molto più ridotte e indiscutibilmente più deboli che non nei decenni precedenti la seconda Guerra mondiale. L’importanza di tutto questo, per quanto riguarda la teoria di una fase stalinista inevitabile, è che le forze materiali che hanno dato vita a una casta burocratica così incallita e totalmente cristallizzata come quella comparsa in Urss non esistono in nessuna parte del mondo. La prova finale ne sono la crescente instabilità della stessa burocrazia sovietica e i tentativi dei dirigenti della casta burocratica dell’Urss di prendere tempo con concessioni quali la “destalinizzazione”.

Una delle conseguenze del nuovo rapporto di forza su scala mondiale è il fatto che lo stesso gruppo maoista, per rigido che possa essere il suo modo di pensare e di agire, non ripete semplicemente le politiche e le concezioni di Stalin. Esso manifesta una differenza decisiva rispetto a Stalin, ad esempio nella concezione chiave della “rivoluzione a tappe”, avanzando l’idea della “rivoluzione ininterrotta”. Soprattutto dopo l’esperienza disastrosa del “grande balzo in avanti”, in cui Mao si era impegnato nella costruzione del “comunismo in un paese solo”, e a un ritmo più rapido di Stalin o di Chrusciov, i dirigenti cinesi hanno posto l’accento sulla necessità della vittoria del socialismo in vari paesi.

Del pari, nel campo della politica economica, il gruppo Mao, nonostante la sua rigidità, la sua incapacità di realizzare finora una pianificazione armonica e i suoi zig-zag empirici che hanno recato serio danno alla Cina nel “grande balzo in avanti”, si è dimostrato in grado di effettuare un fondamentale mutamento di indirizza (la svolta è stata incoraggiata dalla comparsa di forti tendenze di opposizione politica in Cina, fino alle cerchie più elevate). e di rinunciare al modello stalinista, che insisteva in maniera eccessiva sull’espansione dell’industria pesante a qualunque costo.

Anche nei rapporti con le masse, benché sia vietata qualsiasi opposizione politica oltre che l’esistenza simbolica di partiti piccolo-borghesi, la direzione Mao non si è impegnata in mostruosi crimini su grande scala, secondo la caratteristica dei giorni peggiori del regno di Stalin. Anche se, in parte, questo è ascrivibile all’assenza di una massiccia opposizione politica leninista, ostinata e sperimentata, come quella con la quale Stalin è stato costretto a scontrarsi nella sua usurpazione del potere e l’instaurazione di un regime arbitrario, rimane il fatto che il gruppo di Mao ha cercato di impedire che la burocrazia si distinguesse in modo clamoroso, e lo ha fatto all’insegna dell’egualitarismo, che Stalin aveva denunciato come una concezione piccolo-borghese.

Il Partito comunista cinese non può essere considerato un partito che è stato stalinista nel senso stretto del termine, vale a dire subordinato a partire dagli anni Venti alla direzione burocratica del Cremlino. La direzione Mao aveva una sua specifica personalità; la sua politica, benché spesso contrafddistinta nella prassi da compromessi con la direzione di Mosca che hanno comportato le deviazioni più gravi, aveva un carattere di centrismo in genere pencolante a sinistra. La direzione Mao è stata, inoltre, segnata da lunghi anni di difficili lotte e ha subito le ripercussioni della grande rivoluzione popolare che l’ha portata al potere.

Alla luce, perciò, dei rapporti di forza internazionali, della dinamica della rivoluzione cinese e delle caratteristiche peculiari della direzione Mao, si può concludere che la burocrazia in Cina non è la stessa di quella che si è sviluppata in Unione sovietica nella forma di una casta fortemente consolidata. Il punto di vista di Trotski era che l’esperienza stalinista, vista in tutti i suoi aspetti concreti, si dovesse a una combinazione assolutamente particolare di forze e circostanze. La sua previsione che non si sarebbe ripetuta, rimane valida.

Le differenze tra lo stalinismo e il maoismo entrano nel conflitto cino-sovietico e costituiscono un importante elemento di valutazione per consentire ai rivoluzionari di stabilire quale parte vale la pena di appoggiare criticamente per fare avanzare la rivoluzione mondiale. Tuttavia, insistere sulle differenze tra stalinismo e maoismo non comporta che si debba dimenticare la natura burocratica del regime cinese o che si debba attenuare in qualsiasi forma la critica del culto persistente di Mao. Il movimento trotskista mondiale conserva la propria indipendenza rispetto a qualunque forma burocratica. In tutti gli Stati operai, si proclama contro il dominio burocratico e per la democrazia proletaria. In Cina, la lotta contro la burocrazia e il suo regime e per la democrazia proletaria, non può trionfare se non attraverso una lotta antiburocratica su una scala sufficientemente ampia da comportare un cambiamento qualitativo nella forma politica di governo.

(…) Il documento prosegue esaminando i partiti e gruppi filosovietici, filocinesi e castristi nel mondo

La posizione imperialista

 

L’imperialismo non è rimasto neutrale  nei riguardi del conflitto cino-sovietico. L’estensione del conflitto dal campo dei partiti a quello degli Stati ha indebolito considerevolmente la coesione del fronte degli Stati operai. Gli imperialisti hanno tentato di trarne vantaggio in vari ambiti (Ciombé rimesso al potere in Congo; escalation in Vietnam; invasione della Repubblica dominicana). Al tempo stesso, l’imperialismo e i suoi agenti, quali i dirigenti socialdemocratici in Europa, hanno manifestato chiaramente la propria preferenza per Mosca e la loro opposizione a Pechino.

Questo atteggiamento non va interpretato come derivante essenzialmente dalla posizione cinese sulla guerra nucleare. Gli imperialisti americani, in realtà, attribuiscono molto meno importanza alle teorie di Pechino rispetto all’importanza delle armi nucleari che non  al rafforzamento quantitativo e qualitativo dell’arsenale nucleare di Mosca. Ma l’imperialismo concede i suoi favori al Cremlino nello scontro, perché è consapevole che la burocrazia sovietica ricerca un accordo con l’imperialismo per mantenere lo statu quo. Mentre Mosca cerca di frenare le lotte rivoluzionarie, un atteggiamento che trova simpatie in campo imperialista, alcune delle tesi diffuse da Pechino tendono a stimolare lotte rivoluzionarie, soprattutto nel mondo coloniale. La vittoria delle posizioni cinesi in un partito comunista  significherebbe un atteggiamento più ostile nei confronti dell’imperialismo e dei suoi alleati “nazionali” (vedi India), mentre la vittoria delle tesi di Mosca porta a una politica ultra-opportunista, se non alla liquidazione pura e semplice del movimento comunista nel paese in questione.

L’imperialismo si rende anche conto del fatto che uno dei risultati del conflitto è il “rilancio rivoluzionari” in alcuni paesi che può addirittura portare il Cremlino a tollerare “lo spostamento a sinistra” di certi partiti sotto suo controllo, specie nel quadro della rivoluzione coloniale, per evitare la completa liquidazione della propria influenza. È ciò che è accaduto soprattutto in alcuni paesi dell’America latina, sotto l’influenza combinata del castrismo e del conflitto cino-sovietico.

Washinton interviene sempre più spudoratamente a livello mondiale nelle faccende di altri paesi per sventare l’avanzata della rivoluzione. Una delle chiavi di volta di questa politica è la ricerca di un accordo con la burocrazia sovietica per mantenere lo statu quo (versione imperialista della teoria della “coesistenza pacifica”). Ad esempio, Washington ha salutato il trattato di Mosca di blocco parziale degli esperimenti nucleari come un grande successo strategico. Washington ha tutte le ragioni di portare avanti questa politica e di cercare di contrastare ogni tendenza presente a Mosca di cedere alla pressione di Pechino per un atteggiamento antimperialista più saldo.

D’altro canto, Washington continua a indicare Pechino come il nemico principale nel campo anticapitalista. Fin dall’inizio, ha cercato di isolare la rivoluzione cinese e di indebolirla con un blocco diplomatico ed economico che comportava lo sbarramento al suo ingresso nelle Nazioni Unite. Questa politica ora raggiunge il punto di un intervento controrivoluzionario diretto. Il Pentagono discute apertamente se si debba o no scatenare una guerra atomica in Cina, e colpire in primo luogo i centri in cui la Cina è riuscita a installare le basi di un’industria nucleare.

È indubbio che l’imperialismo mondiale consideri che la Cina sia oggi la principale fonte di pericolo per il suo sistema, la fonte principale che stimola rivoluzioni in altri paesi nel mondo coloniale, e una potente forza che, in pochi decenni, può distruggere completamente e irrimediabilmente il sogno di Wall Street di dominare il mondo. Tale opinione non si può spiegare ipotizzando che gli imperialisti nel loro complesso si sbaglino quanto ai loro specifici interessi di classe. In ultima analisi, lo stesso de Gaulle ha riconosciuto Pechino non per rafforzare la rivoluzione cinese, ma per collocare la Francia in una posizione migliore per trattare con il Cremlino, nel gioco comune tendente a bloccare l’avanzata del processo rivoluzionario su scala mondiale.

Chi vincerà in ultima istanza?

 

La IV Internazionale ha più volte sottolineato che  il conflitto cino-sovietico è fondamentalmente uno scontro tra due direzioni burocratiche. I marxisti rivoluzionari, tuttavia, non si sono mai limitati ad avanzare definizioni del genere che, da sole, non possono risolvere il problema dello specifico atteggiamento da assumere ad ogni passo concreto. Non hanno mai identificato gli Stati operai o i partiti comunisti solo con le burocrazie che li dirigono, né considerato la stessa burocrazia come “un’unica massa reazionaria” senza differenziazioni interne. Hanno, viceversa, cercato di definire in ogni caso concreto fino a che punto una burocrazia sostiene solamente i propri interessi di casta reazionaria, e in quale misura si trova costretta, per la sua stessa collocazione sociale, a difendere al contempo, a suo modo, la conquista di una rivoluzione. Hanno, del pari, spiegato che la burocrazia è uno strato differenziato e che possono esplodere contrasti tra vari strati sotto la pressione di fattori oggettivi e di forze sociali antagoniste.

Già il Programma di transizione, redatto da Trotskij nel 1938 accennava a tendenze diverse nella burocrazia e precisava che la IV Internazionale non sarebbe rimasta neutrale o indifferente nella lotta tra una frazione Reiss e una frazione Butenko. Nel 1948, senza dimenticare la reale natura della direzione iugoslava, la IV Internazionale prendeva le difese del Pc iugoslavo e della rivoluzione iugoslava contro le calunnie e i tentativi di disgregazione di Stalin e del Cominform, seguiti dal blocco della Iugoslavia e da minacce di intervento militare. Nel 1953 a Berlino Est e nel 1956 in Ungheria e in Polonia, il movimento trotskista mondiale non mancava di constatare che, di fronte a una rottura drammatica, aperta, tra il potere e il partito burocratizzato, da un lato, e le masse dall’altro lato, strati di burocrazia più vicini agli operai e alle loro aspirazioni avevano scelto di schierarsi dalla parte delle masse.

L’atteggiamento del movimento trotskista mondiale rispetto al conflitto cino-sovietico dipende dalla stesa logica. Il sostegno critico ai comunisti cinesi riguarda al difesa della rivoluzione cinese e della Repubblica popolare della Cina contro il blocco economico del Cremlino e contro il sostegno militare concesso da Chrusciov alla borghesia indiana. Riguarda la lotta contro le concezioni chruscioviane della coesistenza pacifica e le concezioni dei modi per scongiurare  il pericolo di una guerra mondiale, l’atteggiamento di fronte alla rivoluzione coloniale e la critica degli orientamenti neoriformisti della maggior parte dei partiti comunisti.

Questo non implica in alcun modo che la IV Internazionale taccia o metta in sordina la sua critica di altre posizione avanzate dai comunisti cinesi nella polemica internazionale e ancor meno l’appoggio automatico di ogni partito e ogni gruppo pro-Pechino la cui politica, nella situazione data, può risultare nefasta malgrado l’adesione formale alle critiche del chrusciovismo da parte dei dirigenti cinesi.

L’atteggiamento del movimento trotskista mondiale nel conflitto cino-sovietico non si riduce neanche all’appoggio dei comunisti cinesi e alla difesa della rivoluzione cinese. Ciò che si pone, in realtà, attraverso il conflitto cino-sovietico, è l’esplosione del monolitismo staliniano, è tutto il problema del rinnovamento del movimento marxista-rivoluzionario su scala mondiale, è la costruzione di una nuova direzione rivoluzionaria. La IV Internazionale è intervenuta nel conflitto cino-sovietico fin dall’inizio sotto la sua bandiera, con la sua linea specifica su tutte le questioni essenziali, offrendo il proprio programma ai militanti comunisti alla ricerca della via verso la vittoria del socialismo nel loro paese e su scala mondiale.

La burocrazia del Cremlino e quella di Pechino ammettono del resto, a modo loro, che il loro conflitto fa sorgere lo spettro del trotskismo negli Stati operai, per non parlare dei partiti comunisti nei paesi capitalisti. Per questo ognuna delle due burocrazie accusa l’altra di favorire al causa del totskismo, di adottare di fatto posizioni oggettivamente “trotskiste”, citando a sostegno delle loro accuse documenti trotskisti, soprattutto documenti del Congresso di Riunificazione della IV Internazionale del 1963.

Mosca accusa Pechino di rimettere in auge le teorie trotskiste della rivoluzione permanente, le critiche trotskiste sulla degenerazione burocratica dell’Urss e cita a sostegno di questa tesi brani ripresi da documenti che danno l’appoggio critico della IV Internazionale alle posizioni cinesi su queste questioni. Analogamente, Pechino accusa Mosca di riabilitare Trotskij con la sua denuncia dei crimini di Stalin la sua campagna di destalinizzazione, citando a sostegno di questa tesi gli estratti dei documenti trotskisti che recano un appoggio critico al lavoro di “destalinizazione” del XXII e XXIII Congresso del Pcus. Di fatto, ognuna delle due burocrazie accusa l’altra di “fare il gioco del trotskismo” che, come sanno bene, si oppone a ogni specie di potere burocratico.

Le due burocrazie hanno un infallibile istinto se si tratta di annusare “il pericolo trotskista”. Nonostante il conflitto cino-sovietico abbia avuto un effetto nocivo sulla solidarietà degli Stati operai contro l’imperialismo, la classe operaia avrà solo da guadagnare dalla chiarificazione dei problemi controversi. Il movimento della IV Internazionale trae vantaggio dal radicalizzarsi della lotta rivoluzionaria nei paesi semi-coloniali e dal rafforzarsi di tendenze opposte al “socialismo in un paese solo” stimolate da Pechino. Trae vantaggio dalle tendenze alla destalinizzazione stimolate da Chrusciov e dai suoi successori. Sia le une sia le altre non sono, in ultima analisi, se non l’espressione del cambiamento fondamentale delle condizioni oggettive in cui la burocrazia stalinista ha potuto espandersi e trionfare in Urss e nel movimento comunista mondiale: vale a dire, le sconfitte della rivoluzione mondiale che hanno portato all’isolamento del primo Stato operaio in un paese economicamente e culturalmente arretrato. Le condizioni oggettive attuali giocano in senso contrario, a favore della rinascita di un movimento rivoluzionario mondiale indipendente da qualunque burocrazia dominante, un movimento che si fonderà con la lotta per la democrazia proletaria  negli Stati operai.

Conclusioni

 

Al fondo, la IV Internazionale ritiene che il conflitto cino-sovietico spinga al parossismo la crisi mondiale dello stalinismo, e inauguri una fase di riorientamento e di profonda e continua ricomposizione del movimento operaio internazionale nel suo complesso. In questi grandi processi, alcuni settori della burocrazia, come ha evidenziato il conflitto cino-sovietico, possono assumere atteggiamenti che favoriscono oggettivamente la lotta rivoluzionaria delle masse e il rinnovarsi del movimento operaio. I marxisti rivoluzionari devono riconoscerlo e utilizzarlo.  Ma occorre anche riconoscerle i rischi.

Gli interessi profondamente conservatori della burocrazia le impediscono come strato sociale di accettare il marxismo rivoluzionario, di impegnarsi ne campo della lotta rivoluzionaria e di risolvere effettivamente in tal modo il problema della creazione di una nuova direzione rivoluzionaria. Lo dimostra in maniera abbastanza clamorosa la tendenza al “policentrismo” che è stata alimentata dal conflitto cino-sovietico, sia tra i seguaci di Mosca sia tra i seguaci di Pechino. Infatti, benché il policentrismo abbia favorito lo sviluppo del dibattito, la sua logica porta alla frammentazione del movimento comunista, vale a dire all’esatto contrario di un movimento marxista-rivoluzionario internazionalista basato sul centralismo democratico.

La IV Internazionale, perciò, non nutre alcuna illusione che una qualsiasi direzione burocratica possa assolvere i fondamentali compiti storici di costruzione di una vera democrazia socialista negli Stati operai, di trascrescenza delle rivoluzioni coloniali in rivoluzioni socialiste, e di rovesciamento del capitalismo nei paesi industrialmente avanzati, le sole cose in grado di garantire all’umanità di scampare all’olocausto nucleare. Si tratta di compiti che potranno assolvere solo direzioni rivoluzionarie in grado di dirigere i movimenti di massa e di tradurre in realtà il programma rivoluzionario del marxismo. La partecipazione della IV Internazionale nel conflitto cino-sovietico ha l’obiettivo di contribuire alla soluzione dei problemi del nostro tempo.