I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965
Premessa. L'assalto al cielo
Versione di lettura convertita dal file originale.
di Antonio Moscato
La raccolta di scritti sulla rivoluzione culturale cinese scelti e introdotti da Tommaso Di Francesco, è indubbiamente utile, non solo perché rompe un pluridecennale silenzio di gran parte dei militanti che, in forme più o meno sofisticate, scelsero il maoismo, coltivando il mito della rivoluzione culturale soprattutto quando questa era praticamente terminata, o trasformata in una cosa ben diversa da quel che era stata nel primo anno.
L'assalto al cielo è apparso in coincidenza con il quarantesimo anniversario dell'inizio della rivoluzione culturale, ma non ha nulla di rituale e celebrativo e si propone di tracciare seriamente un bilancio di quel grande movimento, di cui è stato detto che ha lasciato tracce e nostalgie più fuori che dentro la Cina: lo tenta già la breve introduzione di Tommaso Di Francesco, ma soprattutto il saggio di Alain Badiou, che rivendica il suo passato maoista ma è molto rigoroso nel ricostruire le diverse fasi delle mobilitazioni delle Guardie rosse, proponendo una datazione che circoscrive "il momento rivoluzionario propriamente detto" al periodo compreso "tra il maggio 1966 e il settembre 1967", esteso al massimo fino al luglio 1968.
Va detto che in genere non è facile capire, rileggendo con un certo distacco Mao, cosa ci trovassero di straordinario i suoi devoti: a parte le formulazioni tipo "L'uno che si divide in due", "Camminare su due gambe", ecc., anche il "Ribellarsi è giusto", che ho sentito ancora recentemente portare ad esempio di un eccezionale pensiero rivoluzionario, era un concetto che, variamente formulato, è sempre stato presente in ogni rivoluzione.
Il problema da valutare non è l'attacco all'ordine esistente, ma lo scopo che si prefiggeva e i metodi che usava Mao: viste le reazioni provocate allora, e gli esiti successivi della lotta in quello che continua a chiamarsi "partito comunista cinese, non mi sembra che il risultato sia stato incoraggiante.
Di tutti i testi contenuti nel libro, quello di K. S. Karol (che era stato scritto nel gennaio 1978, dopo che si era conclusa la fase di "interregno" seguita alla morte di Mao) è forse ancor più utile per cogliere i limiti della "grande rivoluzione culturale proletaria". All'interno di un giudizio largamente favorevole Karol non manca di sottolineare che non era l'intera classe dirigente a essere considerata non recuperabile, ma solo il 5% di essa. Ricorda che i comunisti cinesi "avevano sempre coperto i compagni dalle idee sbagliate", e avevano "nascosto alle masse i loro i dibattiti interni, compreso quello su Peng Tehuai nel 1959, «dimenticando» di segnalare al popolo la destituzione del celebre comandante che si era opposto alla linea del Grande balzo in avanti".
Analogamente non sappiamo niente degli operai che si erano mobilitati e che erano stati "sostituiti dall'esercito" per spezzarne gli scioperi, e che venivano presentati come esponenti del "frazionismo borghese", come dei due docenti che avevano scritto a Mao per porre dei problemi sul funzionamento delle università: della loro lettera conosciamo solo qualche stralcio ripreso dai dazebao che li condannavano.
La maggiore lacuna del libro è rappresentata dalla politica estera cinese, di cui semplicemente nessuno degli autori parla. Ma quando l'ho fatto notare nel dibattito di presentazione del libro, ho constatato che la Masi e soprattutto la Castellina non capivano neppure la mia obiezione, dato che ancor oggi non trovano nulla da ridire sul comportamento internazionale del gruppo maoista: la Masi sopravvalutava il ruolo della Cina nella conferenza di Bandung ed esaltava oltre misura il ruolo dei "non allineati" (sorvolando sul fatto che tra essi c'era perfino lo Shah), ma l'una e l'altra non trovavano evidentemente nulla da obiettare all'appoggio cinese a regimi come quello pakistano o alla repressione a Ceylon degli stessi giovani guevaristi e maoisti da parte della Bandaranaike, per non parlare del mantenimento di normali e cordiali relazioni diplomatiche con il Cile di Pinochet, che erano state interrotte perfino dall'Italia allora democristiana...
Colpisce che i nostalgici della rivoluzione culturale evitino di domandarsi se l'entusiasmo acritico del 1968 e dei primi anni Settanta non possa spiegarsi con una scarsa e superficiale conoscenza di cosa era stato realmente e di come era stato chiuso brutalmente quel movimento che si continuava a esaltare. Possibile che, come ha fatto Luciana Castellina, si possa dire ancor oggi che la rivoluzione culturale è stata un'esperienza unica di dibattito pubblico in un "paese socialista"? Come si possono dimenticare i dibattiti che nella Russia rivoluzionaria si svilupparono su temi politici (come la pace di Brest Litovsk) o su grandi nodi teorici (l'accumulazione, il rapporto con i contadini, ecc.) almeno tra il 1917-1923, ma che non furono soppressi immediatamente anche negli anni successivi alla morte di Lenin? E che dire di Cuba, dove proprio nel 1963-1964, alla vigilia della rivoluzione culturale cinese, si era sviluppata (sulla stampa, non su dazebao accessibili solo a un'élite intellettuale urbana), la discussione sulla possibilità di non applicare meccanicamente il modello economico sovietico, di cui Guevara comprendeva l'inadeguatezza?
Questo testo fu ripubblicato in Italia nel giugno 1994 in un numero speciale della rivista Marx Centouno, “Cuba risponde alla sfida” (a. IX, n. 16 n. s.), ma è stato nuovamente ignorato dalla sinistra italiana. Eppure "Marx centouno" aveva nel suo gruppo redazionale non pochi provenienti dal maoismo di varie sfumature, disposti a rimettere in discussione le vecchie certezze, come si vide in momenti critici come Tien Anmen e poi il crollo dell'URSS, che furono affrontati con un dibattito veramente aperto. Ma era un atteggiamento non molto condiviso dalla maggior parte di quanto restava della sinistra, a quanto pare. Ora gli editoriali del "Granma" sulla burocrazia vengono riproposti come conclusione del mio nuovo libro su Guevara: riusciranno a essere presi in considerazione finalmente anche da chi li aveva ignorati allora?
Ma lasciamo da parte Guevara e il momento più alto della riflessione cubana sulla burocrazia, che abbiamo ricordato qui solo per sottolineare quanto ci sembra strano considerare ancor oggi "eccezionale" il dibattito cinese del 1966-1967, che lo stesso Karol (che non tira mai fino in fondo le conclusioni, ma è il più articolato degli autori di questo libro) definisce in questo modo: la Cina è un paese su due piani, "nel quale coloro che parlano al piano superiore hanno un loro linguaggio, difficilmente traducibile – almeno nell'immediato – per la base" (ma in fondo anche per chi cerca di decifrare in altri paesi gli oracoli di Mao, interpretandoli spesso confondendo i propri desideri con la realtà).
Karol segnala il modo molto significativo con cui Deng, appena riabilitato, viene di nuovo attaccato senza farne il nome dallo stesso Mao il 16 febbraio 1976: si accenna solo a un responsabile molto in alto che ha "diviso senza scrupoli il Comitato Centrale". Il 28 marzo dello stesso anno l'attacco diventa più esplicito, ma non del tutto: si precisa che si tratta di un dirigente che "non sa distinguere un gatto bianco da un gatto nero e non è in grado di comprendere la differenza tra l'imperialismo e il marxismo". L'identikit di Deng è perfetto, perché era lui che aveva detto che "poco importa che un gatto sia bianco o nero, se acchiappa i topi è un buon gatto", ma il nome non c'è. Una sofisticata tecnica cinese? Macché! Anche Stalin, quando aveva cominciato l'attacco ai suoi complici Bucharin, Tomskij e Rykov nel luglio 1928, li aveva messi alle corde per mesi senza mai farne il nome, parlando di indefiniti "deviazionisti di destra", fino alla stesura di una risoluzione "segreta" del febbraio 1929 che li condannava. Una specie di gioco del gatto col topo...
A quanto pare tanti entusiasmi per le "particolarità" cinesi si spiegano solo con una scarsa conoscenza dello stalinismo (l'argomento non dovrebbe valere per Karol, che ne aveva avuto esperienza diretta: ma la scelta di stare con "il movimento" che si orientava verso Pechino portò in pratica allo stesso risultato).
Il libro di Maitan era basato su decine di migliaia di testi cinesi (documenti, articoli della stampa locale, ecc.) raccolti dai centri studi di Hong Kong e di Taiwan e di cui nessuno studioso serio ha rifiutato l'attendibilità, ma che in Italia venivano liquidati come "fonti della CIA" da chi si basava invece solo sui reticenti e mistificanti bollettini ufficiali (naturalmente utilizzati anch'essi meticolosamente, ma non esclusivamente, da Maitan). Un libro esaurito da tempo, che meriterebbe di essere ristampato integralmente (una sintesi del bilancio della rivoluzione culturale può comunque essere letta nel più recente libro dello stesso Livio Maitan, Il dilemma cinese. Analisi critica della Cina rivoluzionaria 1949-1993, Data News, Roma, 1994).
Ma non sarebbe male riprendere la discussione sulla rivoluzione culturale valutando i suoi effetti sulla "nuova sinistra" di quegli anni, in Italia e nel mondo, a partire dall'esame di un certo numero di riviste delle maggiori formazioni che alla Cina facevano riferimento negli anni Sessanta e Settanta.
P. S. Guevara e Mao
Ho accennato al Guevara rapidamente dimenticato o semplicemente ignorato dalla cosiddetta "nuova sinistra" per quasi venti anni. La responsabilità naturalmente è anche di chi ha tenuto nascoste per quaranta anni le più mature riflessioni del Che. Ma non era impossibile intuire la sostanza della sua critica e le ragioni della sua partenza da Cuba anche basandosi solo sui pochi testi editi (in particolare Il socialismo e l'uomo a Cuba, il discorso di Algeri del febbraio 1965, il messaggio alla Tricontinentale). Era già possibile capire che anche a Guevara "il socialismo come fatto puramente economico" non interessava (mentre questo concetto elementare viene presentato come merito esclusivo di Mao). Per questo ho dedicato tanti anni alla ricerca degli scritti inediti, di cui alcuni imbecilli hanno continuato a negare l'esistenza perfino mentre si cominciavano a stampare a Cuba, come effetto della lunga campagna per portarli alla luce.
Ora è possibile finalmente affrontare meglio il problema del rapporto del Che con Mao, fatto di ammirazione ed entusiasmo prima, poi di inquietudine per la discordanza tra le belle enunciazioni internazionaliste e la pratica. Ed è possibile confrontare gli scritti dedicati dai due rivoluzionari alle critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'URSS.
Le coincidenze non sono molte e nell'insieme sembra assai più ricco e sistematico il lavoro di Guevara, che ha meno reticenze e non usa le formule rituali a cui Mao ricorre spesso per attenuare un giudizio critico. Nell'insieme vale la pena di tentare un confronto sinottico. Va detto già comunque che Guevara ha probabilmente steso le note a mano a mano che leggeva il libro, seguendone diligentemente l'ordine, mentre quelle di Mao sono meno sistematiche. Ma alcuni dei passi criticati sono gli stessi.
Sarà una buona occasione per riprendere la riflessione sui limiti di Mao, che ha spesso sfumato o anche occultato le sue divergenze da Stalin, limitandosi a rendere omaggio formale al suo pensiero e ai suoi consigli politici, ad esempio sull'alleanza interclassista con il Kuo Min-tang di Jang Jieshi (Chiang Kai-shek), non solo durante ma anche dopo la guerra antigiapponese, salvo poi agire in modo radicalmente diverso. Non è un mistero per nessuno questo atteggiamento, ed alcuni lo hanno esaltato anzi come quello di un "padre Zappata" al contrario, che predicava male e razzolava bene. Ma dimenticavano che, "predicando male", si educavano in modo distorto i militanti che prendevano alla lettera quel che si scriveva nei documenti.
1 Tommaso Di Francesco (a cura di), L'assalto al cielo. La rivoluzione culturale quarant'anni dopo, Manifestolibri, Roma, 2006. Questa recensione e la riflessione sul dibattito che lo ha presentato, ha spinto ad avviare il progetto di libro su Cuba e Cina.
2Eccezione positiva il libro curato da Oscar Marchisio, Cina & capitalismo, ovvero un matrimonio "quasi" riuscito, Sapere 2000, Roma, 2006, il cui pezzo forte è il saggio di Wang Hui, docente a Pechino e direttore della rivista "Dushu", su Il 1989 e le radici storiche del neoliberismo cinese. Ma sono molto utili anche il saggio di Claudia Pozzana e Alessandro Russo su Il nuovo ordine cinese e i passati disordini, e quelli di Gaia Perini e Orana Bonan.
3Alle stesse conclusioni si poteva arrivare anche attraverso il libro di William Hinton, La guerra dei cento giorni. Rivoluzione culturale e studenti in Cina, Einaudi, Torino, 1975 (ma pubblicato dalla Monthly Rewiew Press tre anni prima.
4 Ultimamente è di moda tirare in ballo Gramsci comparandolo con qualche forzatura a Mao o a Guevara, come mi è capitato di sentire più volte in recenti dibattiti, con mio grande stupore, per molti aspetti che tra l'altro non erano esclusivi in nessuno dei tre. Ad esempio la polemica contro gli studi accademici e astratti era comune a tutto il movimento operaio dalle sue origini. In Italia andò poi quasi completamente smarrita in seguito all'afflusso di un gran numero di accademici pedanti e spesso autoritari nelle file del PCI nel secondo dopoguerra e soprattutto verso la metà degli anni Settanta.
5Ne ho parlato largamente nell'ultima edizione della mia Breve storia di Cuba, e anche nell'articolo pubblicato nel numero 18 di "Erre". Lo ricordo soprattutto per sottolineare che questo metodo di mobilitare le masse (che ha caratterizzato, sia pure in forme scandalosamente strumentali, la stessa lotta di Stalin contro i suoi oppositori) non sempre dà risultati positivi...
6 A proposito di come si diventava "non persona" in Cina, come in URSS (e altrove...), basti pensare che nell'edizione del 1969 delle Note di lettura sul Manuale di economia, il nome di Liu Shaoqi, che nel 1967 figurava ancora come autore di un rapporto all'VIII Congresso del partito, era stato sostituito da un "XX"!
7 Il metodo dei testi segreti da far circolare gradatamente nel partito controllando le reazioni alla loro lettura era abituale in URSS. Si pensi alla forzatura di Chrusciov al XX Congresso, che presentò ai delegati una versione del famoso "Rapporto segreto" non concordato con il resto del Politbjuro, ma poi divenuto fatto compiuto irreversibile attraverso le letture del testo in tutte le strutture del partito, e la comunicazione ai dirigenti dei "partiti fratelli".
8L'assalto al cielo, cit., pp. 176-177. Nel libro di Deng Rong, Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale, Rizzoli, Milano, 2003, pp. 177-179, si ricostruisce efficacemente come a un ex dirigente del PCC divenuto un cittadino qualsiasi ed esiliato in una località lontanissima dalla capitale arrivavano dai notiziari stranieri le notizie su avvenimenti taciuti dai mezzi di informazione cinesi. Den Rong è la figlia di Deng.
9In un dibattito di presentazione del libro tenutosi a Roma il 15 maggio, con relazioni di Edoarda Masi e Luciana Castellina, e interventi di diversi studiosi, paradossalmente mi sono trovato per la prima volta d'accordo al cento per cento con Rita Di Leo (con cui in passato avevo polemizzato in diverse occasioni) perché ha sottolineato che i punti di contatto tra Cina e URSS, nel passato e perfino ora nelle "transizioni" al capitalismo, sono assai maggiori dei punti di divergenza.
10 Non va dimenticato che anche alcune delle più violente campagne repressive staliniane, quella sociale per la collettivizzazione forzata delle campagne del 1929-1932, e quelle politiche che si svilupparono a ondate successive dopo la morte di Kirov e in concomitanza con i grandi processi di Mosca, furono per vari aspetti accompagnate da grandi mobilitazioni di massa: più nota quella contro i kulaki o presunti tali, a cui dovette partecipare anche Pasternak, rimanendone turbato, ma anche durante il "Grande Terrore": mentre a milioni sparivano nel GuLag, altri partecipavano più o meno in buona fede a spedirli nel gorgo con la loro delazione, a volte per impossessarsi di una stanza nell'appartamento in coabitazione, o per far carriera prendendo il posto di chi veniva arrestato. Vi furono ufficiali che nel 1937-1938 salirono in un anno di tre o quattro gradi...
11 Il fallimento dell'ultimo tentativo di rendere Cuba più autonoma dall'URSS avvenne nel 1971-1972, con la grande zafra dei dieci milioni di tonnellate. La successiva relativa emarginazione di Castro, sottoposto per vari anni a un rigido controllo da parte della componente dogmatica filosovietica, era in parte dovuta alla lunga serie di errori compiuti sul piano economico, ma anche all'isolamento in cui si veniva a trovare la Cuba rivoluzionaria isolata, in un mondo in cui si moltiplicavano le sconfitte della sinistra, anche dai movimenti rivoluzionari europei approdati al maoismo, che liquidavano Cuba come semplice appendice dell'URSS "socialimperialista".
12David Alexander, Cuba, la via rivoluzionaria al socialismo, Samonà e Savelli, Roma, 1967.
13 Livio Maitan, Partito esercito e masse nella crisi cinese. Una interpretazione marxista della rivoluzione culturale, Samonà e Savelli, 1969. Il sottotitolo era in evidente polemica con l'approccio idealistico della maggior parte dei maoisti italiani a un processo che, lungi dal ridurre a "manovra", Maitan interpretava a partire dalle contraddizioni sociali apertesi nel primo quindicennio della repubblica popolare cinese.
14 Il testo di Mao era del 1960, ma era circolato solo in edizioni riservate non ufficiali, prima di essere inserito nel 1967 e nel 1969 in due raccolte sempre non ufficiali dei suoi scritti. Molti altri scritti importanti di Mao non sono stati inseriti nella edizione ufficiale delle sue opere. In Italia è apparso in due volumetti: Mao Tse-tung, Su Stalin e sull'URSS. Scritti sulla costruzione del socialismo 1958-1961, Introduzione di Gianni Sofri, Einaudi, Torino, 1975; Mao Tse-tung, Note su Stalin e il socialismo sovietico, a cura di Hu Chi-hsi, prefazione di Aldo Natoli, Laterza, Roma-Bari, 1975.
15 Inutile dire che i compagni del PRT o quelli dei Montoneros l'aiuto dell'URSS non l'hanno mai avuto. Non l'hanno avuto nemmeno le migliaia di comunisti argentini massacrati dalla dittatura, con cui l'URSS faceva buoni affari, e che i vertici del loro stesso partito criticavano molto blandamente, ignorando il genocidio non meno dei vertici della Chiesa cattolica.