I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965
La rivoluzione culturale 1969 Livio Maitan
Versione di lettura convertita dal file originale.
Livio Maitan
LA “RIVOLUZIONE CULTURALE” IN CINA
[Sintesi della Relazione al IX Congresso Mondiale della IV internazionale, aprile 1969: da Quatrième Internationale, a. XXVII, n: 37, maggio 1969, pp. 76 sgg.]
I
Per capire la “Rivoluzione culturale” occorre tornare indietro e soffermarsi sulle contraddizioni principali e le tensioni che stanno alla base degli avvenimenti degli ultimi tre anni e mezzo.
La linea del “grande balzo in avanti” delle Comuni popolari tendeva ad affrontare le seguenti esigenze:
1) bisogno non solo di mantenere ma di accelerare i ritmi della produzione industriale; questo, senza contenere l’afflusso di capitali nel settore moderno e sviluppando al contempo ulteriormente le industrie secondarie e tradizionali;
2) bisogno di accrescere più nettamente la produzione agricola, sia per soddisfare le aumentate necessità interne, sia per aumentare le esportazioni e, quindi, le disponibilità di divise straniere;
3) bisogno di affrontare il problema della sottoccupazione rurale e di sfruttare a fondo i vantaggi dei nuovi rapporti di produzione.
Per quanto riguarda la campagna,, la direzione maoista intendeva inoltre contrastare tendenze di destra che, negli anni 1956-57, si erano manifestate con il tentativo di liquidazione di un certo numero di cooperative.
Non dimentichiamo che, in alcuni settori industriali. si sono realizzati successi notevoli, né minimizziamo l’influenza di fattori negativi extra-economici quali le condizioni metereologiche sfavorevoli e le calamità naturali e, soprattutto, la brusca interruzione della collaborazione sovietica. In ogni caso, la dinamica della crescita restava assolutamente insufficiente e questo era tanto più grave in quanto l’economia mondiale era contraddistinta da nuovi sostanziosi progressi nel campo della tecnologia e della produzione industriale.
Il periodo 1949-65 non era stato caratterizzato in Cina da una cristallizzazione sociale così spinta come quella che si era verificata nell’Urss degli anni ’30, cosa che aveva avuto riflessi anche in certi aspetti dell’ideologia. Tuttavia, come il nostro movimento non ha mancato di sottolineare in passato a più riprese, vi si erano pur sempre prodotte differenziazioni e tensioni.
Lo ripetiamo: la differenziazione sociale in Cina nel 1965 non era così spinta come era stata nell’Urss degli anni ’30; tuttavia, per cogliere la tendenza, i termini relativi sono più importanti di quelli assoluti. Più ancora, si pone l’interrogativo di fondo: chi prendeva le grandi decisioni economiche e politiche?
Il grado di effettivo accentramento era nel 1965, e resta tuttora, più contenuto di qual che in genere non si pensi. La pianificazione economica centrale si esercitava in modo molto relativo e un ampio margine era lasciato alle decisioni decentrate (in alcuni casi con possibilità di effettiva influenza dal basso). Basti del resto ricordare che l’economia agricola, che rimaneva largamente preponderante, sfuggiva sostanzialmente alla pianificazione.
È questa, dunque, la trama di fondo sulla quale sarebbero esplosi gli avvenimenti del 1965-66. Alle tensioni che abbiamo enunciato sinteticamente vanno aggiunti altri fattori di fondamentale importanza. Ad esempio, l’ormai completa rottura dei rapporti con i sovietici e gli sviluppi dell’Urss sotto il regime di Chruscev e di Breznev inducevano la direzione cinese a interrogarsi sui problemi di fondo della fase di transizione tra il capitalismo e il socialismo. La conclusione della tendenza maoista era che i post-staliniani avessero operato la restaurazione del capitalismo e che adottare sistemi analoghi a quelli applicati da loro avrebbero comportato il rischio della restaurazione anche in Cina. Di qui la necessità, secondo loro, di condurre una battaglia a fondo. Il contesto, del resto, appariva ancora più drammatico in seguito a una situazione mondiale caratterizzata, da un lato, dall’aggressione dell’imperialismo americano contro il Vietnam –che costituiva chiaramente un gravissimo pericolo per la stessa Cina – e, dall’altro lato, dalla sconfitta subita in Indonesia dal più forte dei partiti comunisti che accettavano gli orientamenti cinesi.
II
Non ritorneremo, qui, sulla genesi precisa dell’offensiva di Mao-Lin Piao, né sul problema se Mao e i suoi avessero fin dall’inizio previsto con chiarezza l’ampiezza e la difficoltà della lotta che stavano scatenando. Quel che è certo è che esistevano da anni, soprattutto dopo il periodo del £”grande balzo in avanti “ e delle Comuni, divergenze profonde in tutta una serie di ambiti. Le dimissioni di Mao dalla carica di Presidente della Repubblica, tra l’altro, ha avuto un significato ben maggiore di quanto non si fosse immaginato all’epoca.
Per quanto riguarda le posizioni delle varie tendenze e personalità prima del novembre 1965 e durante la “rivoluzione culturale”, la valutazione resta estremamente difficile in quanto, secondo una vecchia tradizione burocratica, a poter parlare sono soltanto i vincitori e le posizioni degli altri si conoscono solo tramite citazioni monche e arbitrarie o intenzioni attribuite loro non si sa con quale fondatezza. Le mostruose accuse rivolte a Liu Shao-chi e ad altri ex dirigenti possono essere prese sul serio solo da chi è interessato a diffonderle o da inguaribili ingenui. Il dato che la dice lunga, del resto, è che molte delle critiche formulate durante la “rivoluzione culturale” contro di loro sono state formulate in passato, a volte esattamente negli stessi termini, contro altri oppositori da Liu Shao-chi, Peng Chen, Lua Juei-king, Chu Yang, ecc. Detto questo, le polemiche e le accuse maoiste sono certamente interessanti perché riflettono gli indirizzi e le concezioni che si volevano far trionfare: in questo senso, costituiscono una fonte essenziale.
Nella prima fase, la battaglia di Mao si sviluppa sulla base di queste linee:
a) attaccare gli intellettuali più pericolosi sia per l’entità delle loro polemiche sia per la loro posizione nell’apparato del partito e dell’amministrazione (offensiva del novembre 1965);
b) conquistare il gruppo dirigente dell’esercito, liquidando l’indeciso Luo Juei-king e assicurandone lo stretto controllo da parte di Lin Piao (Conferenza militare del gennaio 1966);
c) smantellare il baluardo intorno a Peng Vhen a Pechino (offensiva della primavera 1966).
Via via che si sviluppava lo scontro, Mao verificava l’ampiezza e la forza del fronte degli avversari. Si rendeva conto abbastanza presto che, nelle istanze decisive dell’apparato, non poteva ottenere la maggioranza, perlomeno una maggioranza stabile, e che le stesse campagne da lui promosse potevano essere ritorte da altri contro di lui (si vedano, ad esempio, le vicissitudini della prima ondata della “rivoluzione culturale” nelle università). Il Plenum del CC dell’agosto 1966, che si chiudeva con un certo compromesso, gli aveva confermato la resistenza dei settori fondamentali dell’apparato: per questo, proprio in quel momento, ha deciso di rilanciare la lotta rivolgendosi a settori delle masse. Si trattava di una decisione che non poteva non essere gravida di conseguenze.
Perché Mao ha scelto di lanciare l’appello innanzitutto agli studenti? Le ragioni sono più d’una e si possono riassumere nel modo seguente:
c) la mobilitazione delle masse studentesche ripercussioni molto più limitate sulla vita del paese, soprattutto sull’andamento dell’economia e il gruppo dirigente poteva, al contempo, immaginare che sarebbe stato più facile controllarla.
Così, le Guardie rosse si mobilitavano grazie a slogan democratico-rivoluzionari e ugualitari, si scagliavano contro larghe frange dell’apparato e, più in generale, contro i vari simboli dei privilegi. Nonostante l’iniziativa fosse partita incontestabilmente dall’alto, ai fini specifici della tendenza Mao-Lin Piao, l’organizzazione non è stata rigida né strettamente controllata. Fin dall’inizio si è prodotta una frammentazione molto accentuata, che ha dato origine a gruppi a volte molto numerosi che rivaleggiavano tra loro in nome della stessa ideologia maoista (i testi ufficiali sono piuttosto espliciti al riguardo). In una serie di scuole e di università – tra cui l’università di Pechino – le divisioni e le lotte intestine si sono protratte per due anni fino all’intervento di gruppi di operai alla fine di luglio del 1968. Nella prima fase si tratta prevalentemente dei “gruppi di lavoro”, la cui direzione è attribuita agli oppositori, che erano di mira dagli attacchi dei seguaci di Mao, soprattutto per il lro “eccessi” e le loro “violenze”. A partire dalla primavera del 1967, le critiche saranno rivolte soprattutto alle tendenze ultra-sinistre, anarchiche, ecc., spesso accusate di volere spingere troppo oltre l’epurazione dei vecchi quadri. In generale, fin dagli inizi si è delineata la nettissima tendenza a scavalcare i vertici maoisti che avevano scatenato la mobilitazione, a infrangere i limiti che si volevano imporre, a spingersi oltre la volontà soggettiva dichiarata da Mao-Lin Piao – a fini nettamente antiburocratici e rivoluzionari. Chi non coglie la dinamica oggettiva dei movimenti delle masse mobilitate e si limita ai conflitti interburocratici al vertice, non riesce ad afferrare appieno la portata della crisi cinese degli ultimi tre anni.
Di fronte alle resistenze e alle difficoltà che continuavano a esserci, verso la fine del 1966, Mao ha deciso di fare appello ai lavoratori invitandoli a mobilitarsi direttamente anche loro e a costruire comitati rivoluzionari nelle fabbriche. Le conseguenze dell’appello non si sono fatte aspettare, ben al di là di quel che Mao avrebbe voluto: l’inizio del 19667 era segnata da una poderosa ondata di lotte operaie (con scioperi, manifestazioni, occupazioni di edifici, ecc.) che, pu raggiungendo a Shanghai il loro apice, si estendevano tuttavia in tutta una serie di province e di grandi città del paese. Per riprendere il testo con cui abbiamo aperto il dibattito dopo il Plenum del Cei (Comitato esecutivo internazionale) del 1967, “il significato degli avvenimenti di Shanghai, di un certo numero di grandi città e di alcune regioni contadine è il seguente: l’esplosione della direzione del Pc cinese e la progressiva disintegrazione dell’apparato partitico e statale a tutti i livelli hanno creato un vuoto, una relativa assenza di potere, che ha permesso alle diverse forze sociali del paese di mettersi in moto, ciascuna sotto la spinta delle sue specifiche aspirazioni ed esigenze e con suoi specifici obiettivi”.
La risposta di Mao-Lin Piao era, ancora una volta, sintomatica. Il loro scopo primcipale era bloccare il movimento di sciopero, di incanalare la mobilitazione dei lavoratori, anche ricorrendo alle minacce e alla repressione. Al tempo stesso, però, non volendo staccarsi dalle masse, continuavano a fare appello a queste lanciando la parola d’ordine della presa del potere, vale a dire di una profonda ristrutturazione dell’intero apparato di direzione del paese. È esattamente questo atteggiamento che spiega perché gli scavalcamenti si ripetevano periodicamente, perché si verificava il fiorire di tutta una serie organizzazioni, perché la crisi politica agitava il paese per un periodo abbastanza lungo.
Per quanto riguarda le campagne, dobbiamo correggere la valutazione espressa al Plenum del Cei di marzo 1967 secondo cui il movimento si sarebbe limitato soprattutto a regioni vicine ad alcune grandi città come Shanghai e Pechino. Sulla base di numerosi elementi forniti dopo di allora dalle fonti ufficiali, bisogna invece concludere che lo sconvolgimento era abbastanza generalizzato. Oltre alle rivendicazioni che già avevamo sottolineato – ad esempio, la soppressione dello squilibrio esistente ai danni delle campagne – considerevoli settori contadini esprimevano rivendicazioni analoghe a quelle che si erano delineate a partire dall’arresto del movimento delle Comuni, in particolare nel 1961-62: relativa libertà dell’accumulazione privata, rafforzamento dell’appezzamento privato, possibilità di ricorrere al mercato “libero”, riduzione delle consegne allo Stato, ecc. È significativo che, in certi casi, siano i maoisti a cercare di contrastare gli eccessivi interventi da parte dello Stato, attribuiti a Liu Shao-chi e ai suoi seguaci. In altri termini, nelle campagne cinesi si riproducevano ancora una volta i conflitti “classici” della fase di transizione.
III
IV
Secondo i propagandisti della “rivoluzione culturale”, le concezioni elaborate da Mao costituiscono un originale contributo, uno “sviluppo fondamentale” del marxismo-leninismo. In pratica, i richiami a Marx e a Lenin sono sempre più schiacciati dalla straripante apologia del pensiero del presidente Mao.
Non si può dire che il maoismo della “rivoluzione culturale” implichi, rispetto al maoismo del passato, essenziali elementi di novità e, in questo senso, non è privo di fondamento il tentativo della propaganda ufficiale di stabilire una linea di stretta continuità. Certo, le concezioni e gli orientamenti del Pc cinese hanno conosciuto non poche oscillazioni e rettifiche: per questo gli attuali dirigenti operano rotture molto larghe con tutto ciò che si ritiene non esssere “maoista” nellas toria del partito, e a tal fine sono ricorsi ad arbitrarie ricostruzioni e a vere e proprie falsificazioni, attribuendo le posizioni e le decisioni più imbarazzanti ai vari capri espiatori, in particolare a Chen Du-siu e a Liu Shao-chi. Ad esempio, le attuali concezioni maoiste costituiscono, in ultima analisi, un misto di richiami a concezioni del marxismo e del leninismo molto generiche, richiami in forma positiva all’esperienza dell’Urss staliniana (inclusa la collettivizzazione dell’inizio degli anni ’30), di alcune idee chruscioviane (per strano che possa sembrare) e di idee maoiste propriamente dette che derivano il più delle volte da peculiarità della storia rivoluzionaria e dell’attuale realtà della Cina. In genere, alcuni degli orientamenti e delle concezioni avanzate appaiono giustificate e possono anche avere una concreta validfità in un ben detterminato contsto: l’errore, però, consiste nel tentativo di fare di necessità virtù e di teorizzare su una base assolutamente empirica. Questo, del resto, riprende una tradizione del Pc cinese (basti qui ricordare le fantasiose teorizzazioni della prima fase delle Comuni popolari).
Le teorizzazioni maoiste si spiegano, tuttavia, se si iene conto non solo dell’attuale fase dello sviluppo della società cinese, ma anche di un contesto internazionale che implica sia la costante minaccia di un’aggressione imperialista e un relativo accerchiamento economico, sia il processo di arretramento in Urss e nelle democrazie popolari europee. La crisi della società di transizione burocratizzata esplosa negli anni ’50 ha posto alla burocrazia stessa il problema di uno sbocco, di nuove (o relativamente nuove) soluzioni rispetto allo stalinismo degli anni ’30 e ’40. Al di là della molteplici varianti, si è abbozzata una soluzione nella linea Chruscev-Libermann, vale a dire una soluzione burocratico-tecnocratica di destra, i cui risultati si possono ormai valutare in base all’esperienza di quasi quindici anni, Agli occhi di Mao, questi risultati sono fondamentalmente: a) una profonda differenziazione sociale con cristallizzazione di strati privilegiati: b) una gestione politica completamente distaccata dalle masse, in ultima analisi esercitata in favore di strati neo-borghesi; c) uno sviluppo di poderose forze centrifughe sia nel settore industriale sia in quello agricolo (nel primo prevale la logica del profitto, nell’altro predominano le tendenze all’accumulazione privata); d) una smobilitazione ideologica con il rigoglio di ogni sorta di teorie revisioniste che veicolano un’ideologia decisamente borghese; e) last but not least, una linea di compromesso con l’imperialismo su scala mondiale a detrimento elle lotte rivoluzionarie.
Non c’è bisogno di ricordare il dato storico indiscutibile che la degenerazione dell’Urss era cominciata ben prima del 1953. Ciò che qui ci interessa è che, partendo dal bilancio negativo dell’Urss degli anni 1956-1969, il maoismo cerca di delineare una ‘altra soluzione di ricambio alla crisi della società di transizione burocratizzata e di spiegare la “rivoluzione culturale” come una lotta per realizzare questa soluzione.
Vediamo allora sistematicamente quali sono le soluzioni maoiste nei principali campi e in quale misura si possano considerare valide:
b) La collettivizzazione non implica per forza l’accentramento e la statalizzazione; al contrario, può facilitare l’impiego di risorse locali e limitare l’intervento dello Stato;
c) la meccanizzazione deve basarsi in modo prioritario sullo sviluppo della piccola e media industria di utensili agricoli. Per quanto riguarda lo sfruttamento dei trattori, la soluzione delle stazioni esistenti è respinta a favore della soluzione di tipo “chruscioviano” della consegna di trattori alle comuni;
d) i sistemi di lavoro non meccanizzato vanno utilizzati ampiamente, così come si deve ritornare preferibilmente ai concimi naturali;
e) la produzione non va incentivata con l’adozione di incentivi individuali derivanti da una logica capitalista. Questo indica la critica delle concezioni che puntano all’appezzamento privato, delle tendenze all’accumulazione privata, della quota di produzione stabilita in base alla famiglia invece di stabilirla a livello del gruppo, dei sistemi di retribuzione vigenti prima della “rivoluzione culturale” (ricorrente critica dei “work points in command”).
Il coronamento di tutte queste concezioni è costituito dall’idea del primato della politica e del pensiero di Mao, il che porta al comando dei quadri politici, fondamentalmente di quelli di partito, nei quali prevalgono la fedeltà politica e l’origine di classe rispetto alle competenze tecniche.
Quanto all’incentivo individuale o “privato”, se comporta effettivamente pericolo di disuguaglianza e può ostacolare il fiorire di rapporti collettivistici, non può, a lungo andare, essere sostituito dalla propaganda, dal semplice richiamo alla coscienza soggettiva e non potrebbe sparire realmente e completamente se non quando nuove condizioni oggettive lo privassero del suo contenuto. Il verdetto dell’esperienza in materia, inclusa quella della Cina, è inequivocabile. Alla fin fine, la polemica contro i sistemi retributivi vigenti non si è tradotta finora in alcuna proposta effettivamente innovatrice (il sistema adottato dalla famosa brigata di Tachai presentato come modello non cambia radicalmente il sistema, comportando essenzialmente l’elemento fatto che siano i contadini stessi a valutare le retribuzioni cui hanno diritto: lo si applicava già prima del 1965).
Anche in questo campo sembra che le polemica sopravanzino le proposte concrete e, se qualche soluzione si delinea, si tratta più di misure politiche tendenti a evitare o ad arginare certi processi degenerativi che non di innovazioni effettive. Due conferenze significative avevano già ottolineato nel 1966 la necessità della collaborazione triangolare tra la direzione, i tecnici e le masse, denunciato il pericolo di repressioni tecnocratiche e riaffermato il primato della direzione del partito e del pensiero di Mao. Durante l’ondata del 1967, e il periodo di restaurazione, i motivi continuamente ricorrenti sono la critica degli incentivi materiali e l’opposizione all’utilizzazione del profitto e che spettava alla classe operaia, l’affermazione del dovere dei quadri di non distaccarsi dalla produzione e di rifiutare qualsiasi condizione di privilegio, l’esigenza di ridimensionare in maniera sostanziale l’apparato amministrativo.
Evidentemente, non sarebbe di per sé da criticare l’opposizione alle soluzioni burocratico-tecnocratiche adottate in Unione sovietica e nella maggior parte delle “democrazie popolari” europee. Non dobbiamo però dimenticare che:
a) la pianificazione, lo sviluppo economico non possono fare astrazione da alcuni indicatori economici tra i quali la redditività, se non si vuole pagare il grave prezzo di sperperi e incongruenze che, alla fine, sono le masse a pagare;
c) la tendenza dell’apparato a distaccarsi dalle masse e ad “alienarsi” non si può eliminare con misure volontaristiche e parziali, ma potrà essere contrastata solo a condizione che si realizzi l’effettiva gestione operaia ed esistano a tutti i livelli strutture effettivamente democratiche che sottraggano agli apparati e ai burocrati ogni possibilità di determinare le scelte di fondo. Del resto, è sintomatico che si siano condotte anche in passato campagne per la partecipazione materiale dei quadri e dei dirigenti alla produzione, senza che questo abbia impedito il cristallizzarsi di apparati privilegiati e che si delineassero abbastanza presto tendenze alla degenerazione anche in seno “comitati rivoluzionari” appena costituiti. Questo per non deve indurci a ignorare il fatto che sono state mobilitate da basso poderose energie e che larghi strati di operai hanno acquisito una coscienza più chiara dei propri diritti e delle proprie aspirazioni, il che non potrà non avere conseguenze in futuro.
Abbiamo già sottolineato la tendenza tipica dei dirigenti a fare di necessità virtù e a generalizzare ciò che può valere solo unilateralmente o in un contesto molto specifico. È il caso, ad esempio, della concezione del “contare su se stessi” che si ricollega, del resto, alla concezione del “socialismo in un paese solo”. Che la Cina, sempre oggetto di pesanti discriminazioni economiche da parte dell’imperialismo e duramente colpita da pesanti misure di criminali rappresaglie da parte di Mosca, cerchi di sfruttare qualsiasi possibilità e faccia appello al suo popolo perché valorizzi la propria ingegnosità è una cosa che, onestamente, nessuno può sognarsi di criticare. Ma la valutazione cambia quando i dirigenti maoisti avanzano l’idea dell’autosufficienza come idea di fondo per la costruzione del socialismo.
In ultima analisi, è vero esattamente il contrario: la Cina non riuscirà a superare tutte le sue difficoltà e le sue contraddizioni, che hanno radici profonde, se non potrà far parte integrante di un sistema effettivamente internazionale di Stati operai forniti di grandi potenzialità economiche.
Analogamente, come già dicevamo al Plenum del 1967, non si possono prendere per oro colato le teorizzazioni sul superamento originale della divisione del lavoro che si starebbero delineando in Cina. La prassi per cui i cinesi dovrebbero impegnarsi contemporaneamente nel lavoro industriale, agricolo e culturale e nell’addestramento militare può a rigore corrispondere alle necessità di un periodo in cui una guerra contro l’imperialismo a un livello di sviluppo economico del paese ancora modesto è sempre possibile, ma non ha niente a che vedere con le condizioni che si realizzeranno nello stadio del comunismo. Più o meno della stessa natura sono le giustificazioni fornite per l’invio o il ritorno in campagna di rilevanti contingenti di giovani, che si spiega invece tenendo conto delle tensione e strozzature cui abbiamo accennato nella prima parte della relazione.
Quanto alle ristrutturazioni politiche, il rinnovamento raggiunto al termine della grande crisi è molto più limitato di quel che non cerchi di faci credere la propaganda ufficiale. È vero che tutte le strutture sono state scosse da cima in fondo e che si è prodotto un cambiamento su scala notevole (torneremo sulla portata oggettiva dei tre anni di “rivoluzione culturale”). Ma, lo ripetiamo, i “comitati rivoluzionari”,che sembravano gli strumenti essenziali del rinnovamento, non costituiscono una vera e propria espressione democratica delle masse, ma sono in realtà il risultato di accordi al vertice,, con i vecchi quadri che nella maggior parte dei casi hanno recuperato funzioni essenziali. Inoltre, nonostante la ricostruzione del partito, l’esercito non ha cessato di svolgere un ruolo di primo piano, con i suoi uomini che spesso detengono posti chiave nei comitati. Non dimentichiamo la natura di classe dell’esercito cinese, le sue tradizioni e la sua struttura, che non autorizzano alcun confronto con gli eserciti classici; il problema, però, è se la struttura di un esercito – foss’anche il più democratico – possa considerarsi un modello di democrazia proletaria per la società nel suo insieme. Evidentemente, pensiamo che non sia così.
A proposito del ruolo internazionale del maoismo, su cui non h il tempo di soffermarmi, mi permetterò due citazioni: “Nel quadro del movimento comunista internazionale – diceva il testo adottato dal Congresso di Unificazione del 1963 – la IV Internazionale riafferma il proprio sostegno critico ai comunisti cinesi nella loro lotta al neoriformismo della direzione chruscioviana e di gran parte delle altre direzioni comuniste, ritenendo che la linea cinese sui problemi fondamentali della lotta antimperialista e anticapitalista (metodi di lotta contro la guerra, concezione della rivoluzione coloniale, rivoluzione “ininterrotta”, vie al socialismo nei paesi capitalistici avanzati) sia globalmente più progressista di quello dei chruscioviani e che sia in grado di polarizzare con più forza le correnti di sinistra nel movimento cominista” (Quatrième Internationale, n. 19, III trimestre 1963).
La Risoluzione del Congresso mondiale del 1965 affermava, tra l’altro: “La IV Internazionale ha più volte sottolineato come il conflitto cino-sovietico sia fondamentalmente un conflitto tra due direzioni burocratiche. I marxisti rivoluzionari, tuttavia, non si sono mai limitati ad avanzare definizioni del genere che, di per sé, non possono risolvere il problema degli specifici atteggiamenti da adottare in ogni caso concreto. Non hanno mai identificato gi Stati operai o i partiti comunisti con le sole burocrazie che li dirigono, né considerato la burocrazia come un’”unica massa reazionaria” senza differenziazioni interne. Hanno, viceversa, cercato di stabilire in ogni caso concreto in quale misura essa sia costretta dalla sua stessa condizione sociale a difendere al tempo stesso a suo modo la conquista di una rivoluzione. Essi hanno, del pari, spiegato come la burocrazia costituisca uno strato differenziato e come possano scoppiare conflitti tra i vari strati sotto la pressione di fattori oggettivi e di forze sociali antagoniste. [...] L’atteggiamento del movimento trotskista mondiale nei confronti del conflitto cino-sovietico deriva dalla medesima logica. L’appoggio critico ai comunisti cinesi riguarda la loro difesa della rivoluzione cinese e della Repubblica popolare cinese contro il blocco economico del Cremlino e contro il sostegno militare concesso dal Cremlino alla borghesia indiana. Riguarda la loro lotta contro le concezioni chruscioviane della coesistenza pacifica e le loro concezioni dei mezzi per scongiurare il pericolo di una guerra atomica, il loro atteggiamento verso la rivoluzione coloniale e le loro critiche alle organizzazioni neoriformiste della maggior parte dei partiti comunisti” (Quatrième Internationale, n. 27, febbraio 1966).
La “rivoluzione culturale”, scatenata agli inizi a causa dei contrasti tra varie tendenze al vertice del partito comunista cinese, ha acquistato nella sua fase culminante la portata di un profondo sconvolgimento sociale e politico. Qualsiasi ne sia la conclusione, , essa ha scosso da cima a fondo il paese, rimettendo in causa apparati, strutture, rapporti di forza. Fondamentalmente, le lotte delle masse per le loro rivendicazioni si svilupperanno nelle prossime fasi in condizioni obbiettive e soggettive ben più favorevoli che in passato.
Il progetto di Risoluzione sostiene inequivocabilmente che la strategia dei marxisti rivoluzionari in Cina è imperniata sulla prospettiva della rivoluzione antiburocratica che costituirà il compito della nuova avanguardia rivoluzionaria che si sta formando in questo momento. Precisiamo che questa è progredita molto ed è maturata nel corso degli avvenimenti degli ultimi tre anni. La mancanza di informazioni attendibili non permette di dire esattamente con quali gruppi e in quali settori si esprime. Le accuse di trotskismo formulate in alcuni testi hanno, perlomeno, un valore sintomatico e non vi è dubbio che tra le Guardie rosse e i “Ribelli rivoluzionari” si siano sviluppate concezioni in realtà più vicine al marxismo rivoluzionario che non al maoismo. In ogni caso, è fra i distaccamenti più coerenti di giovani che si sono impegnati nei movimenti di agosto-settembre 1966 e di operai che hanno promoso gli scioperi di gennaio-febbraio 1867 che sorgeranno i quadri della rivoluzione antiburocratica, per una reale ristrutturazione democratica socialista dello Stato operaio cinese.
Gli obbiettivi transitori avanzati dai marxisti rivoluzionari per stimolare la lotta antiburocratica delle masse in Cina sono già stati avanzati nel testo introduttivo della nostra discussione nel 1967. Si possono riassumere nel modo seguente:
– lotta per la più ampia democrazia per le masse, contro tutti i vantaggi e i privilegi burocratici. Elezioni democratiche di comitati da parte delle masse, strutturazione dello Stato sulla base di tali organismi. Libertà di organizzazione e diritto di espressione di ogni corrente proletaria, indipendenza dei sindacati nei confronti dello Stato, diritto di sciopero, diritto di riunione, di stampa, di manifestazione, di partecipazione alle elezioni, controllo continuo e revocabilità degli eletti in qualsiasi momento da parte delle masse secondo le indicazioni della Comune di Parigi;
– pianificazione democratica tramite organismi di massa democraticamente eletti, dalla base al vertice. È in questo quadro e non per decisione dei vertici burocratici che vanno operate le scelte economiche di fondo, in particolare i tassi degli investimenti e dei consumi, vale a dire, in ultima analisi, i livelli dei salari e le condizioni di vita dei lavoratori;
– nelle campagne, completa trasformazione democratica della vita delle Comuni, per contrastare possibili tendenze conservatrici. Effettiva partecipazione dei contadini all’elaborazione della politica economica in generale a alla decisione delle indispensabili priorità in ogni determinata fase;
– rigetto di qualsiasi concezione e prassi di stile zdanoviano nel campo della cultura. Libertà di espressione e di critica, rifiuto del culto del capo, libero confronto di idee e tendenze. Lotta contro i residui di passate ideologie, condotta non tramite misure amministrative o con slogan demagogici, ma attraverso lo sviluppo delle potenzialità della nuova società.
1 Si veda al riguardo The Socialist Trasformation of the National Economy in Cina, Foreign Languages Press, Pechino, 1960, p. 241. Stando a An Economic Profile of Mainland Cina, Washington, 1937, p. IX, il consumo pro capite alla fine del 1957 non aveva ancora raggiunto il livello del 1933.
2 Il valore globale della produzione industriale e agricola sarebbe cresciuto, nel 1957, del 7,8% (1956=16,3%); per l’industria più in particolare, sarebbe sceso dal 31% del 1956 al 10,9% nel 1957 (si veda l’articolo apparso nella rivista cinese Agricultural Machinery Technique, tradotto in Selection from Cina Mainland Magazines, a. 1968, n. 4, p. 5, novembre 1968).
3 Cfr. An Economic Profile... cit., pp. XI, 53, 73.
4 Si veda un’intervista di Anne Louise Strong a Po I-po del gennaio 1964.
5 Alcune fonti hanno parlato del trasferimento di qualche decina di milioni di persone (cfr. An Economic Profile... cit., p. 442). A proposito della direttiva di Mao, si veda, ad esempio, Pekin Information, n. 1, 1969, p. 14.
6 Cfr. An Economic Profile... cit., p. 682; People’s Daily March, n. 31, 1966 (cit. in An Economic..., p. 516). Si veda anche, al riguardo, E. Snow, The Other Side of the River (p. 212 dell’edizione indiana).
7An Economic... cit., p. 529.
8 Cfr. Ch. Bettelheim, La construction du socialisme en Chine, p. 87. Secondo Snow (op. cit., p. 198), il 94% della superficie della Cina si coltiva senza mezzi meccanici.
9 E. Snow, op. cit., p. 403, parla di contadini che dispongono di un conto in banca e vivono in condizioni “privilegiate” rispetto alla massa..
10 Cfr. An Economic... cit, p. 494.
11 Le differenze salariali fra gli operai andavano pressappoco da 1 a 3. Cfr, in genere An Economic,,, cit ed E. Snow, op. cit., pp. 190-91 e passim.
12An Economic... cit, p. 682. Il problema dei salari pagati in ritardo è ripreso nell’”Appello urgente” diffuso durante le mobilitazioni di gennaio 1967 (cfr. H.N.A., 12 gennaio 1967, p. 6).
13 Alcune fonti americane stimano che, nel 1966, gli indennizzi versati agli ex capitalisti – il 5% annuo del valore delle proprietà confiscate – fossero abbastanza sostanziosi e andassero a circa 90.000 famiglie (New York Herald Tribune, 16 settembre 1966).
14 Cfr, in proposito le fonti citate da E. Germain, Quatrième Internationale, luglio 1967, p. 35. Cfr. inoltre, ad esempio, Selections from China Mainland Magazines, n. 633, 4 novembre, pp. 17, 18. Cfr. anche E Snow, op. cit., pp. 32, 190. Sempre Snow segnala che lo stipendio del 95% dei funzionari di partito era sensibilmente più alto di quello di un operaio.
15 Cgr. E. Snow, op. cit., p. 263.
16 Per quanto riguarda il ruolo completamente subordinato degli operai anche all’interno delle fabbriche, v. ad esempio H:N:A, 6 aprile 1967, p. 14. Il Congresso del 1956 aveva fissato un intervallo massimo di cinque anni per la convocazione di un nuovo congresso e deciso che si sarebbe convocata annualmente una sessione plenaria del congresso, cosa che non è assolutamente avvenuta.
17 Significativa, in proposito, la polemica contro “gli accademici vari” appoggiati da Teng To, di cui hanno parlato spesso le pubblicazioni ufficiali specie nel giugno 1966.
18 Riordiamo, tra l’altro, che gli insegnanti avevano salari tra i più alti.
19 Gli esempi di giovani che ascoltano racconti dei vecchi sul loro passato ritornano molto spesso nelle pubblicazioni cinesi.
20 Nel caso di Shanghai, va tenuto conto che la direzione locale era considerata, dopo il lancio della “rivoluzione culturale”, un bastione della tendenza maoista e le accuse secondo cui gli scioperi sarebbero stati stimolati per suo tramite appaiono dunque poco fondate.
21 I testi ufficiali hanno menzionato organizzazioni di tipo sindacale sorte in quel momento.
22 Ci sono state, tuttavia, divergenze anche in seno all’esercito con alcuni settori contrari all’intervento diretto nelle vicende della lotta politica.
23 L’impiego della parola “Comune” per indicare le nuove strutture in alcune grandi città avrà una durata effimera.
24 Stando alle fonti ufficiali, i membri dei comitati rivoluzionari provinciali sarebbero circa 4.000, 2.00 dei quali espressi dalle “masse rivoluzionarie”.
25 Pariamo, perlomeno, della grande stampa nazionale, i cui principali articoli sono ampiamente diffusi all’estero.
26 Cfr. in proposito la già citata Relazione al Plenum del Cei di marzo 1967.
27 Un testocinese molto importante al riguardo(“History of Struggle betwin Two Lines” – è stato riprodotto nel già citato n. 633 di Selection from China Mainland Magazines.
28 Ricordiamo, ancora una volta, che nelle Comuni la proprietà della squadra di produzione e, in minor misura, della brigata prevale sulla proprietà collettiva vera e propria.
29Cfr. Ch, Bettelheim, op. cit.
30 Un articolo notevole sulla teoria del valore e sul profitto in una società di transizione è stato pubblicato il 13 agosto 1966 in H.NA.
31 In Cina si è sviluppata tutta una campagna per dimostrare che gli operai non sono interessati ai vantaggi materiali.
32 Il ruolo prioritario delle masse – proclamato dai testi cinesi – e rigorosamente subordinato all’accettazione e alla comprensione del pensiero di Mao come supremo valore che deve essere “inoculato”. Si potrebbero fare al riguardo citazioni assolutamente esplicite.
33 Per quanto riguarda tratti idealistici nella concezione e nella metodologia maoista, rinviamo al capitolo “Alcune considerazioni sull’ideologia della tendenza maoista” della Relazione al Plenum, già citata. Si veda inoltre l’articolo di E. Germain, in Quatrième Internationale, luglio 1967.
34 L’esempio più clamoroso è quello dell’atteggiamento verso la rivoluzione cubana e il movimento castrista che arriva fino alla congiura del silenzio sull’epopea e la morte di Che Guevara. Analogamente, i cinesi evitano in genere di menzionare le organizzazioni e i dirigenti del movimento rivoluzionario afro-americano, incoraggiando in tal modo la cecità settaria dei loro seguaci nordamericani del Progressive Labor.
35 In una serie di paesi, l’influenza maoista si manifesta di preferenza in organizzazioni o movimenti filocinesi “ortodossi”, spesso fortemente impregnati di spontaneismo: