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I grandi nodi del Novecento › Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965

Livio Maitan La rivoluzione culturale 1966

Cuba e la Cina, convergenze iniziali e la tragica rottura del 1965 · pubblicato il 22 giugno 2009 · 34 min di lettura


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Livio Maitan

La “Grande rivoluzione culturale”

[da Quatrième Internationale, a. XXIV, n. 29, novembre 1966]1

I

UN CONFLITTO INTERNO ALLA BUROCRAZIA

 

La versione ufficiale pretende che alla base degli avvenimenti attuali vi sia un conflitto di classe tra il proletariato e la borghesia. Tuttavia, dalla grande quantità di documenti anche molto ampi pubblicati dalla stampa cinese non risulta alcun elemento concreto che possa sorreggere l’ipotesi di un effettivo sviluppo di forze della restaurazione [capitalistica – Ndt] Vi si trovano accenni del tutto generali al fatto che si possano aprire nel settore ideologico brecce pericolose suscettibili di generare poi sconvolgimenti politici, richiami a Lenin sulle tendenze alla riproduzione di elementi borghesi in seno alla piccola borghesia delle città e delle campagne, o considerazioni stereotipate sull’inevitabilità di tentativi di ritorno al potere da parte delle classi rovesciate.2 Troppo poco, evidentemente, per convincerci della correttezza dell’“analisi” ufficiale.

Non vi sono, d’altra parte, elementi che suggeriscano l’ipotesi di gravi tensioni esistenti tra i dirigenti e le masse. Nel 1956 erano esplosi contrasti tra i dirigenti e alcuni settori intellettuali ed anche tra i dirigenti e determinati settori di massa (manifestazioni e scioperi). Questa volta, non vi è nulla che stia ad indicare che si siano verificati fenomeni analoghi.

Riteniamo, perciò, che i conflitti attuali siano essenzialmente di carattere interno alla burocrazia e che si verifichino per la pressione di una serie di problemi interni e internazionali, nel quadro della crisi in atto nel movimento comunista internazionale. Va da sé che per i dirigenti il problema del rapporto con le masse è sempre presente, influenzandone in ultima analisi gli atteggiamenti: in questa fase, tuttavia, non si tratta di un fattore diretto e immediato.

Se si accetta questa interpretazione, le polemiche in corso si chiariscono in larga misura ed è possibile coglierne il reale contenuto, dietro il cumulo di argomentazioni spesso bizantine e stereotipate.

Le discussioni e le polemiche degli ultimi mesi riconducono tutte a un leit-motiv ccentrale: quello della politica al posto di comando, del ruolo primordiale del partito e del pensiero di Mao Tse-tung in tutti i settori della società, dall’esercito alla letteratura e alle scienze. Quale può essere il significato di tutto questo se non la riaffermazione del primato di uno strato particolare della burocrazia, quella più propriamente politica, che sarebbe l’unica in grado di assicurare la coesione e la dinamica del regime? Non è logico, in fondo, che anche in Cina si producano quelle differenziazioni e quei contrasti in seno alla burocrazia che in così grande misura hanno inciso nella vita dell’Urss e delle democrazie popolari nell’ultimo decennio?

Leggiamo, del resto, i testi ufficiali, Il primo sintomo della crisi è consistito in alcuni comunicati sulla conferenza del dipartimento politico dell’Esercito conclusasi il 18 gennaio: «Il punto di vista generale adottato alla conferenza – dichiarava il primo comunicato – era che il principio di mantenere la politica al posto di comando formulato dal compagno Lin Piao è conforme agli insegnamenti conseguenti del presidente Mao Tse-tung; è stato avanzato in base all’esperienza storica delle forze armate del popolo cinese e della situazione attuale, secondo le leggi di sviluppo e la base economica della società socialista, e in base al fatto che le classi e la lotta di classe esistono ancora nella società socialista. Il principio rappresenta il fondamento sul quale occorre rafforzare la trasformazione rivoluzionaria e la modernizzazione dell’esercito... Le idee del presidente Mao Tse-tung sulla costruzione del partito devono essere seguite per consolidare il lavoro di costruzione dell’organizzazione del partito nell’esercito...» (H.N.A., 19 gennaio, pp. 9-10). La relazione di Hsiao Hua aveva del resto fornito indicazioni piuttosto chiare sulla linea del gruppo dirigente e su alcune critiche che sarebbero state avanzate. «Alcuni sostengono – dichiarava tra l’altro la relazione – che le questioni militari siano politica». «Le questioni militari e la politica sono di pari importanza» e che »le questioni militari e la politica devono avere a turno il ruolo di comando» (H.N.A., 15 gennaio, pp. 4 sgg.).

Le implicazioni di tali affermazioni generali erano immediatamente concrete: «Realizzare il principio che le questioni militari vadano affrontate da tutto il partito e rafforzare la direzione assoluta del partito sull’esercito... Il sistema della doppia direzione da parte del comando militare e dei comitati locali del partito, sotto la direzione unificata del Comitato centrale del partito deve essere osservata decisamente... Il nucleo di direzione e di unità nella compagnia e il bastione nella lotta è la sezione del partito».

E’ possibile capire quale fosse la sostanza del dibattito. Alcuni settori dell’esercito volevano avere mano libera nel loro campo specifico e non subire le continue interferenze della burocrazia del partito e, di fronte a certi atteggiamenti disinvolti della direzione politica, ad esempio a certe affermazioni di Cen Yi nell’autunno scorso, sottolineavano l’importanza del fattore tecnico militare: «armarli di tutto» – avrebbero detto – e gli si rispondeva: «Per le nostre vittorie, ci siamo sempre basati sul fattore uomo, sul fattore politico. È la bomba atomica morale che solo la nostra parte possiede».

Per il gruppo dirigente era, dunque, necessario rinserrare i ranghi dell’esercito, e condusse questa operazione prima di ogni altra, affermando il proprio primato e rafforzando la posizione di Lin Piao. Solo dopo questa rimessa in riga l’esercito e i suoi organi di stampa sono stati mobilitati in prima linea per condurre la battaglia in altri settori.

Analoghe polemiche ci sono state nel settore dell’industria. È probabile che qui il gruppo dirigente cogliesse semplicemente alcuni sintomi, dal momento che finora in Cina non esiste una burocrazia economica strutturata come quella dell’Unione sovietica o della Cecoslovacchia. Le ragioni, però, sono più o meno le stesse. Il primato spetta al partito e al pensiero di Mao, di cui si esalta fino all’assurdo la portata metodologica fondamentale per la costruzione dell’industria, per il progresso tecnologico e per le nuove scoperte. Esattamente in aprile, poco prima dell’avvio dell’offensiva contro gli oppositori, si svolsero due conferenze, una sul lavoro nell’industria e nei trasporti, l’altra sul lavoro politico nei dipartimenti industriali e nei trasporti, organizzate insieme dalla commissione economica dello Stato e dal competente dipartimento del Comitato centrale del partito. L’articolo del Quotidiano del popolo che riferiva su queste conferenze (H.N.A. del mese di aprile) aveva un titolo di per sé eloquente: “Mettere le imprese in linea con il pensiero di Mao Tse-tung”. Dopo avere sottolineato l’esigenza di porsi decisamente da un punto di vista di classe proletario, di educare gli oprai che ne hanno bisogno per la loro origine piccolo borghese contadina e avere richiamato la necessità della collaborazione triangolare tra la direzione, i tecnici e le masse, il commento concludeva: «Per riportare le imprese in linea con il pensiero di Mao Tse-tung, è indispensabile garantire la direzione assoluta del partito comunista... Garantire la direzione assoluta del partito comunista sull’impresa impone la direzione unica del partito. Ciò significa che, da un lato, tutti i compiti delle più alte organizzazioni amministrative, tecniche ecc. devono sottostare senza eccezioni alla direzione unica del comitato di fabbrica del partito ed essere realizzati in base alle concrete condizioni dell’impresa e, dall’altro lato, che tutto il lavoro nei vari campi, come quello della cellula della Gioventù comunista, della sezione sindacale, dell’associazione femminile e della milizia nell’impresa va svolto sotto la direzione

unica del comitato del partito nell’impresa».

Si tratta di idee riproposte in un editoriale di Liberation Army Daily che esalta l’esperienza di un’industria del settore miliare in cui erano stati tradotti in pratica i principi del Comitato centrale e di Lin Piao. Ancora una volta, si polemizza con fantomatici oppositori: «Alcuni sostengono che il compito delle fabbriche sia la produzione e che devono fare uscire prodotti... Le nostre fabbriche devono continuare nella direzione socialista, intraprendere una via socialista e servire la costruzione del socialismo e le larghe masse del popolo lavoratore. Come farebbero a essere diverse da quelle capitalistiche se la loro unica ragion d’essere fosse quella di fare uscire i nostri prodotti?» (H.N.A., 23 giugno, p. 2).

L’offensiva ispirata allo slogan della politica al posto di comando ha, del resto, di mira più in generale quanto vorrebbero sottolineare l’importanza del lavoro degli specialisti: «Certi nostri compagni che sono caduti sotto l’influenza del pensiero borghese hanno coscientemente o inconsciamente sviluppato la tendenza a dare importanza solo ai problemi tecnici. Sono immersi nel loro lavoro è prestano ben scarsa attenzione alla politica, perdendo così di vista il giusto orientamento per il loro lavoro... Se, rispetto al problema della costruzione del socialismo, un paese socialista ritiene che ‘i quadri decidono tutto’ o che ‘i tecnici decidono tutto’, ne risulterà, in pratica, la tendenza a immergersi nel proprio lavoro, trascurando la politica, e si svilupperà uno stile di comando e di isolamento rispetto alle masse. e la conseguenza sarà che elementi borghesi e degenerazioni politiche si faranno strada in vari settori di lavoro sotto forma di ‘specialisti’ e di ‘competenti’ e si impadroniranno della direzione in determinati posti e in determinate istituzioni» (cfr. H.N.A., 15 aprile, pp. 5-6).3
Per quanto riguarda le polemiche sul piano culturale, le cose sono ancora più chiare e gli obiettivi abbastanza chiaramente dichiarati. Il gruppo dirigente non nasconde in alcun modo la sua preoccupazione che una dialettica in questo campo possa trasferirsi sul terreno più propriamente politico, determinando in tal modo la formazione di tendenze e di gruppi di opposizione. (Tale timore, del resto, era stato espresso non meno chiaramente da Chrusciov nella sua campagna contro gli ambienti intellettuali pochi mesi prima di cadere.) Va detto, in base alle indicazioni fornite, che non si trattava di preoccupazioni infondate. Per evitare che certi gruppi intellettuali potessero consolidare importanti posizioni di influenza o di controllo, o creare veri e propri bastioni, il gruppo dirigente è intervenuto riaffermando il primato del partito, della politica e del pensiero di Mao, più concretamente colpendo tutti i sospettati di non essere del tutto in linea e spingendo avanti altri, più disposti a svolgere il ruolo di fedeli portavoce dell’orientamento di Mao e compagni.4
Per capire meglio lo scontro attuale e l’interpretazione ufficiale di questo, va richiamato un altro elemento fondamentale, vale a dire la spiegazione che danno i dirigenti cinesi degli sviluppi dell’Unione sovietica. Secondo loro, il revisionismo sovietico ha un contenuto di classe borghese e si sarebbe di fatto verificato un processo di restaurazione del capitalismo dopo la morte di Stalin. Ma come è stato possibile uno sviluppo del genere, quali sono i fattori che lo avrebbero facilitato? Senza soffermarsi sui tanti testi cinesi relativi all’argomento, alcune indicazioni precise esistono anche nei documenti riguardanti la crisi interna degli ultimi mesi. Secondo i teorici maoisti, è soprattutto sul terreno ideologico che il revisionismo vince le sue prime battaglie, aprendo pericolose brecce che minano il sistema socialista nel so complesso. La base sociale dell’operazione consisterebbe nel nella formazione di strati privilegiati che tendono a cristallizzarsi, soprattutto fra gli specialisti, i tecnocrati, i dirigenti che si distaccano dalle masse, ecc. Le concezioni che puntano sugli incentivi materiali e introducono la categoria del profitto in una economia socialista consoliderebbero tendenze del genere. L’esempio negativo che ritorna costantemente, insieme a quello del Circolo Petöfi [Ungheria 1956 – Ndt] è quello di Chrusciov, che avrebbe effettuato un vero e proprio colpo di Stato dopo che era stata prima infranta la resistenza sul terreno ideologico.5

A partire da questa analisi e da queste premesse, i dirigenti cinesi traggono la conclusione che bisogna combattere con un’estrema vigilanza non solo determinate idee e la ricerca di privilegi materiali, ma anche ogni tendenza centrifuga in seno alla stessa burocrazia. Se il cosiddetto movimento di destalinizzazione comportava l’allentamento e la “liberalizzazione” a vantaggio di vari settori della burocrazia che volevano arginare la presa della burocrazia politica del partito e approdava, in ultima analisi, a una sorta di ridistribuzione dei poteri in seno allo strato dominante, è logico che i maoisti che, in questo momento, condannano la “destalinizzazione” nel suo complesso (avendo dimenticato o rivedendo i loro giudizi del 1956), tentino di operare in direzione opposta, contrastando qualsiasi tendenza all’autonomia in determinati campi specifici: e questo implica il rafforzamento del controllo dell’apparato centrale e della burocrazia del partito, la cui espressione ideologica è il primato universale del pensiero di Mao.

LA “RIVOLUZIONE CULTURALE”

 

Uno dei motivi centrali della campagna promossa dal gruppo dirigente è la “rivoluzione culturale”. Va osservato, tuttavia, che le idee espresse negli ultimi due mesi non sono nuove ed è sintomatico che, allo scopo di fornire generalizzazioni teoriche e metodologiche, la stampa ufficiale si basi essenzialmente su vecchi contributi di Mao. Si direbbe che il gruppo maoista. denunciando la penetrazione di idee “revisioniste” e “borghesi”, intenda al contempo appoggiare quello che considera il filone ortodosso: a tal fine, cerca di popolarizzare ancora una volta, su scala più vasta e con accenti più drammatici, le proprie idee di fondo sul primato del partito, sull’adozione del punto di vista politico in tutti i campi, sulla produzione culturale da parte delle masse stesse, sulla necessità di vivere tra le masse per essere in grado di capirne le esigenze e i sentimenti, ecc.

Sul fronte della cultura, del resto, la battaglia è stata pressoché ininterrotta, come si sapeva già e come si apprende ora da alcun nuove informazioni (ad esempio, sul già menzionato intervento di Mao nel giugno 1964). La polemica attuale – abbiamo detto – è partita da quelle risalenti ad alcuni anni addietro ed è stata alla fine ricondotta alle discussioni degli anni Trenta e Sessanta. Ricordiamo, ad esempio, alcune importanti polemiche degli anni 1962-1964: tra i sostenitori delle concezioni ufficiali e i sostenitori del filosofo Yang-Hsien-Chin, che avrebbe contrapposto al concetto del “l’uno si divide in due” quello del “due si fondono in uno”, e le polemiche contro chi riteneva che occorresse «scrivere sulle figure intermedie», sulla modernizzazione dell’Opera di Pechino.6 Anche gli attacchi ad alcuni intellettuali sovietici come quello che aveva messo in scena Žukrai o lo scrittore Šolokov sono, molto probabilmente, il riflesso di dibattiti interni in seno all’intellighenzia cinese.
Tutte queste polemiche avevano regolarmente un significato politico piuttosto diretto e l’obiettivo dei seguaci della linea ufficiale era quello di dimostrare sistematicamente come i problemi dibattuti non fossero di esclusiva natura metodologica o artistica, ma mettessero, in ultima analisi, in discussione la linea del partito e il pensiero di Mao.7 Appunto perché, d’altro canto, si tratta di polemiche interessanti e spesso piuttosto vivaci. Se, invece, le si dovesse giudicare dal solo punto di vista del loro intrinseco valore culturale, il bilancio sarebbe penoso: da un lato, i seguaci delle opinioni ufficiali si ispirano a un moderato sdanovismo, ricorrendo regolarmente agli stessi argomenti di routine, applicando un metodo scolastico farcito di citazioni dei classici del marxismo e del presidente Mao; dall’altro lato, gli oppositori, che devono pur sempre rispettare determinati tabù, danno la sensazione di una certa timidezza e incongruenza. Ad esempio, il dibattito filosofico cui abbiamo accennato – perlomeno nella forma in cui è stata riferito – è penosamente scolastico, quello sulla priorità alle figure intermedie o agli eroi rasenta il grottesco e ripete argomenti avanzati infinite volte in Unione sovietica in epoca staliniana, e la stessa polemica su “Hai Jui destituito” rivela il suo carattere di pretesto, con gli unici argomenti validi che sono dei richiami metodologici elementari da parte di alcuni timidi sostenitori di Wu Han.

Fondamentalmente, il fervore della campagna per la “rivoluzione culturale” si spiega non con l’effettivo fermento di idee nuove ma con l’intenzione del gruppo dirigente di scatenare una clamorosa offensiva contro tutte le critiche e gli oppositori. Sono stati, esattamente, il continuo riaffiorare di discussioni e polemiche e il ruolo svolto in queste polemiche da personaggi con importanti responsabilità nel partito e nel governo a convincere sicuramente Mao e i suoi fidi che i risultati ottenuti nel campo culturale fossero, tutto sommato, effimeri e che occoresse un’altra ondata per spazzare via gli elementi considerati come particolarmente pericolosi. Si è colta l’occasione per effettuare rimozioni ed epurazioni, per colpire qualche vecchio mandarino e per promuovere quadri relativamente nuovi, più docili verso un apparato cui dovevano la loro posizione.

In questo quando più generale è stata probabilmente concepita l’ofensiva riguardante l’organizzazione scolastica. Qui, si ha l’impressione di una campagna analoga a quella della fase più frenetica del “grande balzo in avanti”, quando ad esempio si esaltava l’esperienza rivoluzionaria degli altiforni. L’agitazione ha assunto una piega iconoclasta e sembra si vogliano negare i criteri e le norme più elementari.

Possiamo credere senza difficoltà che nell’organizzazione scolastica cinese sopravvivessero sistemi obsoleti e che vi fossero radicate tendenze al «nozionismo» (quel che sorprende un po’, comunque, è il carattere improvviso della scoperta). Possiamo anche credere che i figli degli operai e dei contadini si trovassero di fatto messi in condizioni di inferiorità. Ma i rimedi delineati non sembrano tali da determinare uno sviluppo positivo. Alcune misure sono, chiaramente, congiunturali, empiriche e dettate da esigenze immediate della battaglia in corso; altre sembrano riguardare settori limitati e potrebbero avere obiettivi contingenti.8
Quanto alle indicazioni di portata più generale, è difficile credere che la scuola cinese possa avere molto da guadagnare se il «nozionismo» descritto viene sostituito con l’insegnamento obbligatorio degli scritti di Mao, se si contrasta lo spirito accademico con una politicizzazione angusta e soffocante, se una parte preponderante del tempo è occupata da manifestazioni, riunioni, comizi, ecc.9 Neanche la partecipazione all’attività pratica, al lavoro nelle fabbriche e nelle campagne è quella panacea che decantano i sostenitori del gruppo dirigente. Alcune esperienze in materia sono state fatte in altri Stati operai, in primo luogo in Unione sovietica, con risultati molto discutibili. Arrischiamo l’ipotesi che prima o poi la questione si riproporrà e in termini sensibilmente diversi da quelli impiegati ora dalla propaganda ufficiale. (Maggio 1966)

II

LA CRISI CINSE CONTINUA

Gli avvenimenti degli ultimi due mesi hanno messo in luce senza possibilità di equivoco il carattere drammatico della situazione interna del PC cinese. Il Plenum del Comitato centrale della prima metà di agosto è stato un episodio cruciale di una lotta di tendenze che si protrae in una forma sempre più aperta e veemente.

Visti i metodi burocratici della direzione cinese, è impossibile sapere in quali circostanze e a quali fini reali sia stato convocato il Plenum, dopo una vacanza di quattro anni. Il gruppo intorno a Mao pensava forse che la vittoria fosse ormai acquisita e che il Comitato centrale si sarebbe limitato a ratificare formalmente le decisioni già prese e i cambiamenti intervenuti nella gerarchia ufficiale? O invece aveva convocato il Plenum per sferrare una battaglia contro alcuni membri dell’Ufficio politico che si opponevano alla “rivoluzione culturale”o addirittura caldeggiavano una svolta generale nella linea del partito? Per il momento, non abbiamo gli elementi per dare una risposta? È incontestabile, tuttavia, che alla fine di luglio-inizi di agosto c’è stata una battaglia serrata e che la nuova vittoria del gruppo Mao-Lin Piao e stata vinta con poco margine.10
Diversi fattori hanno giocato in modo che, ben lungi dall’attenuarsi dopo le vicissitudini della fase aprile-giugno, la lotta proseguisse e addirittura si aggravasse. Innanzitutto, l’iniziativa lanciata dalla parziale mobilitazione di settori studenteschi, per la sua stessa natura, ha provocato riflessi di autodifesa e suscitato malcontenti, al di là delle persone e degli strati presi direttamente di mira.11 In secondo luogo, l’isolamento del Pc cinese, che aveva già registrato il pesante passivo della sconfitta indonesiana e della rottura politica con Cuba, si è ulteriormente aggravato in seguito alla rottura con il PC giapponese, alla presa di distanze della Corea del Nord e del rifiuto vietnamita di associarsi in qualsiasi modo alla denuncia dell’Urss come «complice» dell’imperialismo americano.12 Tuttavia, era soprattutto lo sviluppo della situazione internazionale, con il nuovo balzo dell’escalation criminale contro il popolo vietnamita, che tendeva a rimettere in discussione una linea i cui risultati si rivelavano sempre più deludenti.
Il documento in 16 punti pubblicato durante il Plenum del CC dà indicazioni abbastanza chiare almeno su una parte delle divergenze in seno al partito e allo stesso gruppo dirigente. In un certo senso, appariva come una risposta ad argomenti avanzati dagli oppositori, rispetto ai quali evita naturalmente di fornire un’informazione oggettiva ai membri del partito e al movimento operaio internazionale.13
A giudicare sulla base di questo testo, coloro che erano contrari al movimento degli studenti cosidetto della “rivoluzione culturale” avrebbero avanzato i seguenti argomenti. La mobilitazione delle masse era pericolosa per l’immaturità degli studenti e avrebbe avuto la conseguenza di allargare il fossato tra le varie tendenze e raggruppamenti nel partito.14 Quadri e dirigenti del partito avrebbero potuto essere sottoposti a una serie di attacchi personali, soprattutto nei giornali murali. Alcuni atteggiamenti oltranzisti sul terreno culturale avrebbero ostacolato il lavoro scientifico e, più in generale, il movimento nel suo complesso avrebbe potuto creare difficoltà al normale andamento dell’attività produttiva. La risposta del gruppo maggioritario era che la mobilitazione delle masse era una necessità primordiale, che le masse si sarebbero educate nel movimento, che la produzione sarebbe stata in ultima analisi stimolata dalla rivoluzione culturale. Al tempo stesso, però, si davano alcune garanzie e si cercava di placare le inquietudini: ogni critica personale sulla stampa era sottoposta al controllo degli orhganismi del partito ai vari livelli; per quanto riguarda l’Esercito, ogni decisione era lasciata alla Commissione militare del Comitato centrale e al Dipartimento politico generale dell’Esercito popolare; si prevedeva una politica cauta nei confronti «degli scienziati, del personale tecnico e del personale ordinario» e si riconosceva  il metodo della persuasione attraverso il ragionamento per risolvere le divergenze e i conflitti.15
Al tempo stesso, la polemica proseguiva e si faceva più serrata su altre questioni, già discusse nei mesi precedenti. Probabilmente non a caso, il giorno in cui si apriva il Plenum del CC il Quotidiano dell’Esercito di Liberazione pubblicava un importante articolo che criticava ancora una volta la tesi del primato del fattore tecnico su quello politico e sopratutto tracciava un bilancio degli scontri di fondo che si erano verificati in seno all’Esercito, dall’indomani della Guerra di Corea fino a una data recente.16 Si rinnovavano inoltre attacchi contro le concezioni revisioniste» sul terreno economico, con Sun Ken-Fang che veniva indicato come «il principale portavoce».17 Nel quadro della lotta contro il pericolo revisionista, si avanzava inoltre con insistenza l’idea attribuita a Mao Tse-tung e definita come «uno sviluppo epocale del marxismo-leninismo» secondo cui era possibile superare da subito la divisione tradizionale del lavoro, almeno in parte, con gli operai che si sarebbero occupati anche delle questioni militari, nel campo della cultura, del commercio e, se possibile, nell’agricoltura e con i contadini che, anch’essi sarebbero andati oltre la loro specifica attività.18
I testi ufficiali non fanno che accenni abbastanza rari e indiretti a divergenze sui problemi attuali più scottanti della politica mondiale. Non vi è dubbio, però, che è su questo terreno che si sono sviluppate durante il Plenum del Comitato Centrale e stanno continuando a svilupparsi le polemiche più aspre. E anche molto probabile, di fronte all’escalation che continua e all’accresciuto pericolo di un’aggressione anticinese dell’imperialismo americano, che il gruppo dirigente si sia diviso più profondamente. Da un lato, la tendenza che si potrebbe chiamare Mao-Lin Piao riteneva che la situazione imponesse un ulteriore irrigidimento sia nei confronti dell’Urss – di cui si doveva più che mai denunciare il “tradimento” – sia all’interno del paese, per evitare ogni eventuale spaccatura al momento della prova di fondo; dall’altro lato, tendenze di opposizione caldeggiavano una valutazione più realistica delle potenzialità militari del paese e un serio sforzo per stabilire, almeno in parte, un fronte unico antimperialista con l’Urss.19 Un evidente riflesso di tali polemiche era la ripresa ardente della tesi della “tigre di carta” e il rilancio di certi temi propagandistici, accompagnati da tentativi di analisi delle cause della debolezza dell’imperialismo americano nella fase attuale.20

La risposta del gruppo  Mao-Lin Piao a un’opposizione che, lungi dal capitolare continuava a battersi con accresciuto vigore, si delineò durante la seduta del Comitato centrale e si precisò ulteriormente nei giorni seguenti.

Dopo avere fornito garanzie soprattutto a quelli che temevano le conseguenze di una linea spinta all’estremo (è il senso – lo abbiamo detto – di varie indicazioni dei 16 punti), i maggioritari operavano al tempo stesso su vari piani. In primo luogo, nonostante il silenzio dei comunicati ufficiali in materia, ristrutturavano gli organismi dirigenti, eliminando probabilmente dall’Ufficio politico Peng Chen e il membro supplente Lu Ting Yi, e Lo Jui Ching dalla segreteria, e promuovendo Kang Sheng membro effettivo e membro della segreteria. Fatto ancor più importante, la gerarchia, al livello della Direzione, era cambiata, con la retrogradazione soprattutto di Liu Chiao-Chi e il rafforzamento della posizione di Lin Piao come numero 2 e delfino incontestato di Mao.21
Decidevano, inoltre, di scatenare una nuova ondata della “rivoluzione culturale”, facendo appello alle masse e costituendo le ormai famose “guardie rosse”. Con questo, cercavano soprattutto di colpire più duramente e di intimidire gli avversari e di creare situazioni di fatto irreversibili. Al tempo stesso intensificavano la battaglia contro i dirigenti sovietici, arrivando addirittura a esprimere minacce e organizzando la spettacolare manifestazione davanti all’Ambasciata dell’Urss all’evidente scopo di aggravare ulteriormente una rottura già molto profonda. A coronamenti di tute queste operazioni, impazzava ancora una volta un’ondata del culto di Mao, orchestrata nei toni più frenetici. Lo stesso Mao partecipava a comizi a Pechino.22
Torniamo al movimento della “rivoluzione culturale” e delle “guardie rosse”. Gli obiettivi della “rivoluzione culturale” non sono stati espressi chiaramente fin dall’inizio e, ancora adesso, vi sono oscillazione nella determinazione sia dei fini sia dei mezzi. In una prima fase, il movimento tendeva piuttosto – parrebbe – a raddrizzare da parte del gruppo dirigente una situazione pericolosa nel settore culturale, nelle università e nelle scuole. Progressivamente, però, si ampliava e diventava più esplicitamente uno strumento di lotta contro gli oppositori in genere. Secondo i suoi sostenitori, il movimento avrebbe spazzato via ogni residuo del passato, sbarrando la strada ai revisionisti e favorendo in ultima analisi il rilancio delle forze produttive.23 In termini più generali,, si trova abbozzata, peraltro, la prospettiva secondo cui la “rivoluzione culturale” preannuncia una rivoluzione politica ed economica (H.N.A., 30 agosto, p. 4). E Lin Piao precisava il 18 agosto: «la grande rivoluzione culturale proletaria punta esattamente a sopprimere l’ideologia borghese, a stabilire un’ideologia proletaria, rimodellando l’anima popolare, rivoluzionando la sua ideologia, estirpando le radici del revisionismo e consolidando e sviluppando il sistema socialista».

Più concretamente, i 16 punti affermano che «il movimento in corso prende di mira in particolare coloro i quali detengono nel Partito posti di direzione e si impegnano nella via del capitalismo» (punto 5). Se si considera che, secondo i dirigenti cinesi, «si impegnano nella via del capitalismo» tutti quelli che non condividono le loro concezioni e la loro attuale politica, è perfettamente chiaro che il gruppo Mao.Lin Piao ha rilanciato la “rivoluzione culturale” e creato le “guardie rosse” cercando di dare loro una struttura organizzativa allo scopo di vincere le resistenze alla propria linea e di esercitare una pressione sull’apparato, a propria volta diviso, del partito e dello Stato.

Questo gruppo ha, dunque, ritenuto necessario stimolare la mobilitazione delle masse. Esso, però, si rivolgeva, di fatto, a un settore ben delimitato di queste, vale a dire il settore dei giovani studenti. La scelta era determinata da varie ragioni. Innanzitutto, poiché la prima fase della lotta era incentrata sul terreno culturale, era più facile ottenere l’ascolto degli studenti. In secondo luogo, una mobilitazione studentesca era necessariamente limitata e implicava per ciò stesso meno rischi di avere serie ripercussioni negative sull’andamento della produzione. Inoltre, il gruppo dirigente aveva, così, la possibilità di stabilire legami con quelli che saranno i quadri del partito e dello Stato in un avvenire più o meno ravvicinato: e la “rivoluzione culturale” poteva rappresentare per i giovani una specie di ersatz di questa esperienza della rivoluzione che, data la loro età, non avevano. Abbiamo, del resto, sottolineato quanto sembri preoccuparsi il gruppo dirigente di questa condizione specifica della gioventù rispetto alle generazioni del periodo della guerra rivoluzionaria.

Per facilitare la mobilitazione voluta e stimolare l’entusiasmo dei giovani, Mao e Lin Piao dovevano ricorre a certi motivi e certi toni che permettevano loro di apparire l’ala più radicale del partito e quella più vicina alle esigenze democratiche delle masse. Per questo si sono abbandonati all’esaltazione continua del ruolo insostituibile delle masse; hanno codificato nei 16 punti la necessità di discussioni democratiche e i diritti delle minoranze; e richiamato la tradizione democratica della Comune di Parigi a proposito del sistema di elezione degli organismi dirigenti delle “guardie rosse”.24 Per questo hanno cercato di imprimere al movimento un taglio di lotta alle vestigia del capitalismo e a tutte le posizioni conservatrici e privilegiate.
Se le notizie trasmesse da Pechino da varie fonti sono vere, e se si possono interpretare le ripetute messe in guardia del gruppo dirigente, il movimento – o una parte di esso – ha scavalcato quelli che lo hanno promosso. Sono noti gli episodi di distruzione dei vecchi simboli, di cambiamento del nome delle strade, delle località, dei locali pubblici, ecc., come lo sono le esasperazioni che vanno dal taglio dei capelli all’abbattimento di vecchi monumenti.25 Questo probabilmente entrava bei disegni dei dirigenti ed è, inoltre possibile, che dessero per scontati fin dagli inizi gli attacchi scagliati contro i rappresentanti delle vecchie classi proprietarie e più in particolare quei capitalisti “nazionali” il cui esproprio era stato compensato da ingenti indennizzi.26 Tuttavia, i colpi delle “guardie rosse” hanno raggiunto talvolta anche alcuni burocrati: si perquisivano case, si bloccavano macchine e i frequentatori di certi locali erano di preferenza altolocati dignitari del regime e i loro ospiti stranieri. Se si impiegano largamente, come hanno fatto i dirigenti cinesi, slogan egualitari, alla lunga è difficile evitare, soprattutto se si mobilitano settori di massa, che la gente li prenda in parola e se la prenda con qualsiasi tipo di privilegio. Del resto, se una propaganda continua spiega che i capitalisti si sono infiltrati negli organi del partito instaurandovi la propria dittatura, è inevitabile che il partito stesso sia oggetto, a vari livelli, di accuse e di vere e proprie aggressioni.27
Il gruppo Mao-Lin Piao si è trovato ancora una volta di fronte a una scelta difficile: o permettere al movimento di andare avanti con tutti i rischi che implicava, incluso dal punto di vista del potere burocratico, o frenarlo dando un po’ di fiato agli avversari. Nel momento in cui scriviamo sembra che abbia adottato una soluzione intermedia: il movimento continua, i suoi obiettivi essenziali sono confermati, ma si introducono misure e istruzioni limitative. Si è raccomandato, ad esempio, agli studenti di non perquisire i funzionari di Stato e di Partito, di lasciare in pace gli operai e i contadini che costituiscono «la forza principale della rivoluzione» e la cui attività produttiva non va intralciata, di evitare qualsiasi azione coercitiva anche verso gli elementi considerati più ostili al partito.  Al tempo stesso,le “guardie rosse” sono invitate a partecipare ai lavori agricoli e la loro affluenza a Pechino è regolamentata da norme precise in maniera di evitare raduni troppo numerosi.28
È difficile dire in quale misura le notizie su gravi incidenti, diffuse anche da agenzie di stampa dell’Urss e di altri paesi dell’Europa orientale corrispondano al vero. Secondo quelle informazioni, la gamma degli incidenti sarebbe molto varia, andando da alcuni scontri fisici in negozi di parrucchiere  a scontri delle “guardie rosse” con dirigenti locali del partito, risse fra studenti e operai o contadini all’assalto vero e proprio della sede del partito a Shanghai. Quel che è certo è che le resistenze alla politica del gruppo finora maggioritario è vigorosa nei settori più disparati e che a varie riprese si sono verificati sicuramente degli scontri. Le stesse fonti ufficiali autorizzano un’ipotesi del genere.29
In realtà, le forze in campo non sono più completamente omogenee, anche se vi sono tendenze predominanti da entrambi i lati della barricata. Il fronte controllato da Mao-Lin Piao polarizza essenzialmente una tendenza settaria burocratica, ma nel movimento che ha sviluppato per gli obiettivi indicati vi sono indubbiamente settori giovanili spinti da esigenze e aspirazioni rivoluzionarie. Fra gli oppositori, molto probabilmente hanno un peso preponderante tendenze di tipo chruscioviano che, per evidenti motivi, rappresentano in questo momento il pericolo più grave per il gruppo Mao-Lin Piao; tuttavia, anche i testi ufficiali menzionano la presenza di elementi di sinistra30 ed è del tutto plausibile che si schierino all’opposizione quadri e militanti che semplicemente rifiutano gli aspetti oltranzisti delle politica maggioritaria. Quanto alle resistenze al movimento delle “guardie rosse”, la sua origine può essere di diverso tipo. Vi sarebbero coloro che si limitano  a rispondere per un riflesso di autodifesa, vi sarebbero effettivamente esponenti delle vecchie classi dominanti, vi sarebbero intellettuali disgustati da un nuovo tipo di sdanovismo grottesco, e anche operai e contadini che non tollerano di ricevere lezioni o di vedersi imporre perdite di tempo da riti ripetuti in continuazione.31

Lo scontro rimane aperto e nessuno può escludere cambiamenti clamorosi, specie nel quadro di una situazione internazionale esplosiva in Vietnam. Lo stesso gruppo di Mao, alle strette, potrebbe operare una svolta. In ogni caso, la direzione cinese nel suo complesso uscirà da questa prova notevolmente logorata agli occhi dei militanti del partito e delle masse che di qui in avanti avranno nei suoi confronti un atteggiamento più critico. È finita, ormai, l’epoca del mito del partito monolitico intorno ai prestigiosi leader della rivoluzione

1«Stralci di un lungo articolo scritto nel maggio scorso [1966], nella fase in cui la “rivoluzione culturale” cominciò ad espandersi. Questi stralci definiscono soprattutto una seire di aspetti di questi avvenimenti» (L. Maitan, loc. cit., p. 11).

2 Cfr. ad esempio, Hsinua News Agency (d’ora in avnti citato come H.N.A.), 12 giugno [1966], p. 5

3 Si veda anche H.N.A., .23 aprile, p. 7; 11 giugno, p. 4: «La linea di divisione tra il marxismo leninismo e il revisionismo, tra la rivoluzione e la controrivoluzione, si colloca nelle alternative seguenti, il sostegno o l’opposizione rispetto al mettere al primo posto il pensiero di Mao Tse-tung, l’appoggio o l’opposizione al mettere al primo posto come principio dominante l’appoggio all’idea che la politica è dominante o che fare soldi è predominante, che bisogna mettere la qualificazione professionale in posizione dominate».

4 Il tipo dell’intellettuale ortodosso può oggi essere simboleggiato da Kuo.Mo-Jo. Informazioni deformate avevano fatto credere lo scorso aprile che Kuo-Mo-Jo fosse stato attaccato e che avesse fatto un’autocritica degradante. Si deve, invece, pensare che Kuo-Mo-Jo, con le sue proposte che hanno creato una serie di voci, volesse esattamente allinearsi agli sviluppi della “rivoluzione culturale” confermando di essere sempre a disposizione del grppo dirigente (nel 1966, aveva pronunciato discorsi esattamente su quella che era allora la linea) (cfr. H.N.A., 7 maggio, pp. 42-43; 5 luglio, pp. 12-13).

5 Si veda, tra l’altro, H.N.A., 7 aprile, p. 4: «In una società socialista, il nuovo rapporto trova la sua espressione concentrata nel rapporto tra i funzionari e le masse. A tutti i livelli i funzionari del Partito comunista e dello Stato sono i servi del popolo, non sovrani piazzati sulle sue spalle. Devono essi stessi mostrarsi tra le masse come semplici lavoratori e non devono godere di alcun privilegio. Per mettere completamente in applicazione questo principio, è necessario attribuire il primato alla politica proletaria, praticare rigorosamente i principi socialisti e trasformare da cima a fondo i vecchi rapporti tra uomo e uomo, lasciati nella produzione e nel lavoro dalla vecchia società. Altrimenti, sarebbe possibile per i funzionari utilizzare il loro potere per collocarsi in una posizione privilegiata, con il risultato che si genererebbe uno strato privilegiato a spese della proprietà collettiva e socialista di tutto il popolo. La base sociale su cui la critica revisionista chruscioviana effettua la restaurazione capitalistica in Unioone sovietica è appunto uno strato privilegiato di questo tipo ». Cfr. inoltre H.N.A., 6 maggio, p. 4, sul ruolo nefasto degli incentivi materiali; 3 giugno, p. 4, sul pericolo di una mentalità borghese degli specialisti privilegiati; 8 giugno, p. 5, sulle brecce sul fronte ideologico; 12 giugno, pp. 3-4, in cui c’è un’analogia storica piuttosto discutibile  con i mezzi impiegati dalla borghesia per imporsi come classe dominate.

6 La discussione filosofica era stata aperta da un articolo di Ai Heng-Wu e Lin Tsing-Chan sul Quotidiano del popolo (29 maggio 1964) e si era sviluppata soprattutto in una conversazione organizzata dalla redazione di Bandiera Rossa (v. Pekin Information, a. 1964, n. 28). Un resoconto del dibattito sulle “figure intermedie” è apparso in Wenyi Bao (30 settembre 1964).

7 Si veda l’argomentazione dei sostenitori delle tesi ufficiali nel dibattito contro Yank Hsien-Chen (loc. cit., p. 9) e la denuncia che conclude l’articolo di Yao Wen Yuan contro Wu Han, più volte citato.

8 Le misure di sospensione degli esami e il rinvio di sei mesi dell’accettazione negli istituti delle scuole superiori sono state annunciate il 18 giugno (v. H.N.A., 19 giugno, p. 19). Su questo v. anche H.N.A., 20 giugno; 14 luglio, pp. 3 sgg., in cui vi è soprattutto una critica al sistema degli esami vigente, considerato il bastione delle vecchie classi dominanti. (È possibile che il bisogno di quadri in vari campi sia alla base delle quote tendenti a ridurre la durata degli studi.)

9Gli studenti di una scuola della capitale della provincia di Hunan hanno rimproverato agli insegnanti di non avere permesso loro di dedicare più di dieci giorni al mese alla campagna politica in atto (v. H.N.A., 20 giugno, p. 18): Il problema del tempo da riservare all’attività politica è oggetto di accanite polemiche. Ricordiamo che nel 1956 Chu En-Lai aveva detto in una relazione: «Il Comitato centrale considera essenziale garantire che gli intellettuali possano disporre per il loro lavoro almeno dei cinque/sesti della settimana lavorativa (cioè 40 ore settimanali)».

10 Un articolo apparso nel n. 11 di Bandiera Rossa ha spiegato che «per una breve fase si sono verificati errori su questioni di orientamento e un errore di linea». Soltanto l’intervento di Mao li avrebbe corretti. Tutta una serie di testi e soprattutto il documento del CC in 19 punti parlano, del resto, di gravi divergenze, di una «resistenza piuttosto forte», «di una lotta destinata a conoscere flussi e riflussi». La durata del Plenum – 12 giorni – è di per sé significativa (il Plenum del 1962 era durato solamente 4 giorni). Va aggiunto che sembra che il Plenum sia stato allargato in misura più consistente che in precedenza.

11 Al riguardo, si vede, ad esempio, il documento in 16 punti (p. 7): «Alcuni responsabili di certi istituti scolastici, organismi o gruppi di lavoro hanno organizzato contrattacchi prendendo di mira le masse che li avevano criticati...». Cfr. inoltre un articolo di Bandiera Rossa riportato da Pekin Information, n. 34, p. 21.

12Proprio durante la sessione del CC è avvenuta la rottura esplicita con il PC giapponese nella crisi, in estate, del Gensulkyo (Comitato giapponese contro le bombe A e H).

13 Secondo le fonti ufficiali, esisterebbe tra l’altro una tendenza “centrista”. Cfr. articolo cit. di Bandiera Rossa, riprodotto da Pekin Information, n. 34, p. 21.

14 n’accusa corrente cntro gli oppositori e coloro che si potrebbero definire “conciliatori” è quella di avere paura del movimento delle masse. Cfr. tra l’altro H:N:A., 7 luglio, pp. 8-9; 8 agosto, p. 3.

15Sul terreno scientifico, l’atteggiamento del gruppo dirigente sembra in genere prudente: nel pieno stesso della “rivoluzione culturale”, alcuni articoli e discorsi hanno sottolineato l’importanza dei contributi scientifici occidentali e il dovere di imparare con modestia a partire dalle esperienze di altri paesi (cfr. H:N:A., 23 luglio, p. 16; 24 luglio, p. 5).

16 Cfr. H.N.A., 2 agosto, p. 4; 21 agosto, p. 4. L’articolo citato parla di tra scontri fondamentali: alla fine della Guerra di Corea, nel 1959 e «non molto tempo fa». Il terzo avrebbe permesso di colpire alcuni «rappresentanti della borghesia che si erano impossessati di posti importanti nell’esercito».

17 Cfr. H.N.A., 10 agosto, pp. 4-5. Sun Ken-Fang avrebbe diffuso le sue idee «velenose» per dieci anni e soprattutto tra il 1960-1962, «quando in Cina una serie di mostri uscirono allo scoperto». Le tesi di Sun Kem-Fang sarebbero ancor più oltranziste di quelle di Libermann; si veda inoltre, in H.N.A., 13 agosto, pp. 31-33, un articolo che riprende le idee del gruppo dirigente cinese su questioni economiche fondamentali del periodo di transizione.

18Cfr. H.N.A., 4 agosto, p. 11: «In questo esercito di lavoratori, tutti sono persone complete che possono fare del lavoro nell’industria il loro compito principale ma che sono impegnati anche in altre attività e occupazioni. Sono al tempo stesso, rossi, esperti, combattenti, civili, operai e contadini. Con in mano il martello, possono lavorare in fabbrica, con l’aratro possono arare, con il fucile possono combattere il nemico, con la penna possono esprimersi per scritto». Applicando una simile concezione, «sarà possibile colmare a poco a poco il fossato tra l’operaio e il contadino, tra la città e la campagna, tra il lavoro intellettuale e il lavoro manuale, impedire uno sviluppo anomalo industriale e urbano» (H.N.A., 2 agosto, p. 7; 7 agosto, p. 3 (dove vengono sottolineate queste concezioni di Mao). È evidente l’aspetto volontaristico di idee del genere: non è, infatti, possibile con misure di questa natura superare la non maturità delle condizioni oggettive per un effettivo passaggio a una fase superiore di una società socialista. Tutto questo, tuttavia, potrebbe avere una portata abbastanza concreta, se lo scopo del gruppo dirigente fosse quello di preparare il paese a una guerra prolungata in cui si potrebbe essere costretti a ristrutturare l’apparato produttivo sfruttando tutte le potenzialità al di là della “normale” divisione del lavoro.

19 Un articolo uscito alla vigilia del Plenum attaccava «alcuni individui» che proponevano «un’azione comune» con l’Urss, versione rinnovata, secondo il Quotidiano del Popolo, dell’«iniziativa unitaria» (H.N.A., 31 luglio, p. 7). L’accenno riguarda sicuramente i dirigenti di alcuni partiti comunisti, ma anche sostenitori interni di questo orientamento.

20 Alcuni articoli ufficiali hanno insistito soprattutto sulle divisioni interimperialistiche che si approfondiscono e sulla sterilità dell’escalation nella guerra del Vietnam (v. in particolare H.N.A., 25, 28 e 30 agosto; 1 settembre, pp. 4, 8).

21 Quanto a Kang Sheng, che era già membro a pieno titolo dell’UP prima del Congresso del 1956. Infine, pur senza esagerare il problema delle presenze, facciamo notare una differenza tra l’elenco delle personalità presenti nella manifestazione del 18 agosto e e quello delle personalità presentii il 31 dello stesso mese. Nell’ultimo elenco, non risulta più Chen Po-ta, prima presente come «capo del gruppo in carica della rivoluzione culturale sotto il Comitato centrale» (H.N.A., 19 aprile, p. 3; 23 agosto, p. 4), e dopo Chu En-Lai, Tao-Chu comparivano i nomi di Nieh Jung-Chen, membro del CC, vice-primo ministro e vice-presidente del Consiglio della difesa, e Chiang-Ching, moglie di Mao, presentata come «vice-capo del gruppo della rivoluzione culturale sotto il CC del partito» (H.N.A., 18 agosto, p. 3; 1 settembre, p. 3). Il nome di Chen Po-Ta e ricomparso nell’ordine del 18 agosto nel resoconto della manifestazione del 15 settembre. Il nome di Nieh Jung-Chen era più lontano, mentre Chang-Chin passava nell’elenco delle personalità meno importanti (H.N.A., 16 settembre, pp. 3, 5).

22 Si possono trovare esempi più o meno grotteschi in tutte le pubblicazioni cinesi del periodo in questione. Facciamo notare la campagna di vendita dei libri di Mao – la cui pubblicazione, secondo le fonti ufficiali, era stata prima sabotata! – e le dichiarazioni oltranziste delle guardie rosse: « Noi guardie rosse, siamo i più decisi nel seguire gli insegnamenti del presidente Mao. Tutto quello che dice, lo facciamo» (H.N.A., 30 agosto, p. 18).

23 Il movimento della rivoluzione culturale si ricollega ufficialmente al movimento per l’educazione socialista lanciato nel 1963 (cfr. H.N.A., 13 agosto; v. inoltre, sulla rivoluzione culturale, H.N.A., 8 agosto; 10 settembre).

24 Cfr, in particolare H.N.A., 30 luglio, pp. 3, 12; 19 agosto, pp. 3, 9, sul ruolo delle masse. Sul «confronto fra opinioni diverse... inevitabile, necessario e benefico» e sul rispetto della minoranza «perché a voltte la verità sta dalla sua parte» si veda il punto 6 dei 16 punti. Per il richiamo alla Comune di Parigi, cfr. 16 punti, punto 9.

25 Su questi atti delle guardie rosse, si veda tra l’altro H.N.A., 24, 25, 26, 27, 28 e 30 aprile.

26 A varie riprese, la stessa stampa cinese ha accennato a locali frequentati da alcuni privilegiati (H.N.A., 25 agosto pp. 11, 24). Per quanto riguarda i vecchi capitalisti, fonti americane stimano che gli indennizzi siano piuttosto consistenti (dell’ordine del 5% annuo sul valore delle proprietà confiscate): i vantaggi andrebbero a qualcosa come 90.000 famiglie (cfr. New York Herald Tribune, 16 settembre).

27 Secondo alcune agenzie di stampa, giornali murali delle “guardie rosse” avrebbero attaccato Li Hsueh-Feng, che sostituiva Peng Vhen alla testa del Partito a Pechino, Yang Hsin-Feng, presidente della Corte suprema, era stato sottoposto a una seduta di critica (v. Le Monde, 16 settembre).

28 Stando ad alcune notizie della stampa. gli attacchi contro le case e le auto di quadri del partito e dello Stato sono stati sostenuti con il pretesto che documenti segreti potrebbero cadere in mani indiscrete. Quanto alle raccomandazioni di evitare la violenza, cfr. H.N.A., 30 agosto; 1 e 6 settembre. Le altre istruzioni sono state stabilite in genere nella prima metà di settembre.

29 Cfr. H.N.A., 6settembre, p. 6, e gli stessi i 16 punti (punto 7).

30 Cfr. H.N.A., 23 agosto, p. 4: «La resistenza è venuta soprattutto dai revisionisti controrivoluzionari interni ed esterni, da ogni sorta di opportunisti di destra e di “sinistra” nel partito».

31 Alcuni articoli hanno effettivamente documentato l’esistenza di conflitti tra studenti e «una minoranza di operai e di contadini» (cfr., tra gli altri, gli articoli del Quotidiano dl popolo del 23 agosto, tramite Pekin Information, n. 36, pp. 15-16).