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Maitan - L'eterna crisi del marxismo
Versione di lettura convertita dal file originale.
di Livio Maitan
Precedenti storici
Da oltre due anni è stato rilanciato in Italia e, mutatis mutandis, in altri Paesi il discorso sulla crisi del marxismo. Sono stati versati sull'argomento i tradizionali fiumi di inchiostro, si sono moltiplicati i convegni, si sono susseguite più o meno pittoresche tavole rotonde. E in certi circoli politicointellettuali sofisticati - che si rilasciano reciprocamente certificati di competenza e di originalità - il fatto che il marxismo sia effettivamente - e irrimediabilmente - in crisi è presentato come un dato acquisito di cui solo degli ignoranti o dei paleo-marxisti impenitenti possono dubitare.
Correndo il rischio di vederci attribuire il crimine di "storicismo", vorremmo, prima di tutto, cercar di storicizzare il problema ponendo due interrogativi: siamo effettivamente di fronte ad un fenomeno nuovo? quali sono le origini delle critiche e delle revisioni attuali?
Per cominciare, un episodio che risale alla fine del secolo scorso. Benedetto Croce, che negli anni giovanili aveva vagamente civettato con il marxismo, scriveva un saggio intitolato Come nacque e morì il marxismo teorico in Italia. Anticipava così un approccio che doveva diventare comune nei decenni successivi, tendeva cioè ad identificare le vicende del marxismo con la sua vicenda personale. Il giorno in cui decideva di voltare pagina, si sentiva autorizzato a redigere una specie di atto di morte del marxismo. Quanti sono oggi coloro che analogamente abbozzano, per esempio, periodizzazioni della storia del movimento operaio negli ultimi cinquanta, trenta o anche dieci anni, datando !'inizio di un fenomeno dal giorno in cui lo hanno "scoperto" loro? Quanti sono coloro che, per il fatto di essere personalmente indotti a dubitare di certe concezioni del marxismo, si convincono che sono il marxismo e il movimento operaio nel loro insieme ad essere entrati in crisi?
La verità è che la proclamazione della crisi del marxismo è stata un fenomeno ricorrente e non è affatto una novità di questo scorcio degli anni ’70. Scegliamo tre esempi a titolo indicativo.
Il primo si riferisce agli ultimi anni del secolo scorso e agli inizi di questo secolo. Già in quel periodo erano rimesse in discussione categorie e generalizzazioni del marxismo, con contestazioni della legge del valore e dell'analisi marxiana sulla dinamica dell'economia capitalistica e delle classi sociali (basti ricordare gli scritti di Bernstein e, per l'Italia, di Graziadei). Senza riandare ai vari aspetti delle polemiche di allora, possiamo dire che alla base dei ripensamenti e dei ripudi erano due fattori oggettivi. Da un lato il boom prolungato dell'economia sembrava preludere a una espansione indefinita del sistema con diluizione, se non superamento, di tendenze e di contraddizioni su cui Marx aveva focalizzato la sua analisi; dall'altro, problemi teorico-politici erano posti al movimento operaio dalla sua stessa crescita (ruolo delle conquiste parziali; possibilità di utilizzare le posizioni conquistate negli istituti della democrazia borghese, ecc.).
Il terzo esempio si riferisce alla seconda metà degli anni '50, quando una revisione radicale del marxismo veniva proclamata partendo dall'analisi del "capitalismo contemporaneo" e dal "fallimento" del marxismo stesso nell’URSS e negli altri Paesi dell'Europa orientale. Le radici pratiche erano in questo caso ancor più trasparenti: da una parte, la nuova onda lunga dell'economia capitalistica che rigenerava illusioni - e mistificazioni - sul superamento delle contraddizioni storiche del capitalismo, dall'altra l'esplosione della crisi delle società di transizione burocratizzate con il XX congresso e gli avvenimenti di Polonia e di Ungheria.
La conferma della natura politico-pratica delle varie crisi del marxismo viene dal fatto che sono state "superate" o semplicemente dimenticate sotto !'impatto di nuovi avvenimenti e di nuove situazioni. La prima guerra mondiale e la rivoluzione russa spazzavano via la problematica revisionistica dell'inizio del secolo e bisognava attendere un decennio prima che i profeti della crisi potessero passare di nuovo al contrattacco. La seconda guerra mondiale, la vittoria degli eserciti sovietici, la formazione di Stati operai nell'Europa orientale, la rivoluzione jugoslava e quella cinese facevano giustizia dei revisionisti degli anni ’30, quanto meno spostando il dibattito su un terreno diverso. Quanto alla crisi degli anni ’50, tutto sommato, si esauriva abbastanza rapidamente per il convergere di tre elementi: il rilancio su vasta scala delle lotte della classe operaia in molti Paesi dell'Europa occidentale e in particolare in Italia; l'esaurirsi del lungo boom a partire dalla metà degli anni 60 con conseguente svuotamento dei miti teorico-politici del neocapitalismo; lo sviluppo vittorioso di lotte antimperialiste e anticapitaliste a Cuba e nel Vietnam.
L'individuazione dell'origine della ricorrenti "crisi del marxismo" non deve, tuttavia, far ignorare che tali crisi sono state stimolate non solo dal porsi di problemi reali, ma anche da effettive carenze e contraddizioni delle teorizzazioni prevalenti nel movimento operaio. Per esempio, negli anni 50 si è pagato il prezzo del prevalere di una lettura precettistico-paradigmatica del marxismo che doveva necessariamente entrare in crisi di fronte all'esplodere delle contraddizioni dei Paesi che a tale marxismo si richiamavano ufficialmente. E' incontestabile, d'altronde, che i marxisti, marxisti rivoluzionari inclusi, hanno registrato un ritardo nell'individuazione e nell'analisi globale di fenomeni come il nuovo boom prolungato dell'economia capitalistica e che la stragrande maggioranza di coloro che si dichiarano marxisti si sono trovati disarmati di fronte al fenomeno macroscopico della degenerazione burocratica dell'URSS e degli altri Stati operai. Alla fine degli anni ’60, poi si è assistito, soprattutto nei confronti della Cina, a un tripudio di automistificazioni e di utopismo che del marxismo non erano, in realtà, che un’aberrante trascrizione.
Sarebbe ozioso fare previsioni sulla durata e sugli eventuali sbocchi dell'attuale offensiva nei confronti del marxismo. Per noi è ovvio, comunque, che ancora una volta i conti saranno saldati soprattutto sul terreno pratico. Se la classe operaia subirà sconfitte gravi in Paesi importanti in questa fase, l'ondata si ingrosserà e altri argini rischieranno di essere travolti. In caso contrario, molte delle cose proclamate ora con spirito aggressivo saranno spazzate via e magari si adopereranno per farle dimenticare proprio coloro che oggi si affannano ad apparire alla ribalta come i "superatori" più rumorosi.
Non è ozioso, invece, cercar di individuare le premesse e le molle della crisi attuale.
Agli inizi degli anni ’60 e agli inizi degli anni ’70 si è verificato - non solo in Italia - un rilancio del marxismo, con. una fioritura di letteratura marxista in tutti i campi, probabilmente senza precedenti. Particolare eloquente: correnti di pensiero diverse e persino filoni religiosi non solo erano costretti a fare i conti con il marxismo, ma si sforzavano anche di assimilarne i contenuti. C'è appena bisogno di ricordare che il 1968 ha rappresentato in proposito uno stimolo potente. Un altro stimolo è venuto dagli avvenimenti in Cina (da questo punto di vista, è secondario che, nella maggior parte dei casi, si sia trattato di un colossale abbaglio o di una colossale mistificazione). I comunisti cinesi attiravano le simpatie e alimentavano le speranze in quanto apparivano come i difensori più intransigenti del marxismo, come coloro che, per dir così, lo riabilitavano dalle distorsioni operate dai burocrati di Mosca.
Il rilancio del marxismo ha implicato una ripresa della critica marxista e leninista dello Stato borghese e delle sue funzioni e, ancor più una critica della società borghese nella sua totalità; una rivalutazione delle istanze democratico-rivoluzionarie ed egualitarie che lo stalinismo e le sue deformazioni teoriche avevano cercato di annullare o di svuotare di ogni contenuto; una rinascita dell'esigenza e della sensibilità internazionalistica; last but not least, una riaffermazione della funzione della classe operaia come forza motrice principale e insostituibile della rivoluzione (per chi ricordi la fortuna avuta solo qualche anno prima dalle teorizzazioni di un Marcuse, di un Fanon e dello stesso Sweezy, quest'ultimo aspetto non è certo il meno rilevante).
Disponendo della prospettiva del decennio trascorso dopo il '68 è possibile vedere con maggior chiarezza come questo rilancio del marxismo - accompagnato da uno sviluppo ancora insufficiente del marxismo rivoluzionario che non ha potuto, quindi, operare da contrappeso, se non del tutto parzialmente - abbia risentito profondamente delle specificità dei fattori e dei contesti che lo avevano reso possibile o facilitato.
Ha risentito, in primo luogo, del fatto di aver avuto tra i suoi vettori principali vasti settori di piccola borghesia radicalizzata e il movimento degli studenti. Ciò comportava due impostazioni-deformazioni gravide di conseguenze: 1) un privilegiamento degli aspetti ideologico-politici sovrastrutturali rispetto agli aspetti socio-economici strutturali e una carica utopistica-anticipatrice che impediva di cogliere correttamente le tendenze e le possibilità reali e approdava a un astrattismo idealisteggiante; 2) un'accettazione acritica e una interpretazione arbitraria - corrispondente assai più ai propri "bisogni" che agli sviluppi reali - degli orientamenti e delle tematiche di certi gruppi dirigenti o di certe tendenze di partiti comunisti.
Quest'ultimo elemento ha avuto una portata più generale. Sulle correnti politiche e teorico-politiche degli anni.’60 e degli inizi degli anni ’70 hanno influito, infatti, in notevole misura gli orientamenti e le concezioni del castrismo, soprattutto, anche se non esclusivamente, in America latina, del maoismo su più ben vasta scala e, in misura minore, del comunismo vietnamita (che ha esercitato un ruolo più per il carattere esemplare della lotta contro l'imperialismo nord-americano che per l'apporto teorico-politico). Ciò significa che il rilancio del maoismo non è andato esente dai limiti di fondo e dalle contraddizioni intrinseche di queste correnti, con la conseguente ignoranza o incomprensione di problemi capitali (il fenomeno della burocratizzazione in primo luogo).
Così si sono diffuse idee ed impostazioni del tutto inadeguate o disastrosamente erronee. Si pensi, per esempio, alle concezioni secondo cui, sulla base di una falsa polemica contro l'economicismo, si minimizzava o addirittura si negava l'esigenza di una crescita delle forze produttive in una società di transizione post-capitalistica, e ai conseguenti scivolamenti verso nuove forme di socialismo utopistico (la presunta verifica pratica di queste concezioni sarebbe stata fornita dalla rivoluzione culturale cinese, oggetto - ormai ben pochi osano contestarlo - di mistificazioni colossali). Si pensi alle deviazioni avanguardistico-militaristiche che non sono nate con le Brigate Rosse, ma si sono manifestate con la versione débraista del castrismo, fiorita in America latina, ma non senza ripercussioni, sul piano teorico o nelle enunciazioni astratte, anche in Paesi dell'Europa occidentale. Si pensi alla genericità della tematica internazionalistica, un misto di idealismo e di strumentalismo, che non escludeva affatto l'accettazione di uno Stato-guida (la Cina al posto dell'URSS) e comportava, in ogni caso, l'ignoranza della necessaria dimensione sovranazionale dell'edificazione socialista. Si pensi all'incomprensione della fecondità e, quindi, della necessità della dialettica interna al movimento operaio e nelle stesse organizzazioni rivoluzionarie, con l'adozione, in pratica e non di rado anche in linea di principio, di concezioni e metodi organizzativi di tipo staliniano.
Aggiungiamo che a volte, per reazione infantile nei confronti delle impostazioni dei gruppi dirigenti burocratici, si è caduti in errori diametralmente opposti a quelli che si combattevano. Per esempio, il ripudio, di per sé corretto, dello storicismo nell'uso togliattiano, cioè come giustificazionismo apologetico, ha condotto, per estremizzazione, a forme di illuminismo o di utopismo. La polemica, necessaria, contro il democraticismo volgare dei partiti riformisti e neoriformisti ha portato, semplicisticamente, a una completa sottovalutazione e a volte a un rigetto esplicito degli obiettivi democratici.
Tutte queste smagliature, carenze e contraddizioni lasciavano aperte delle brecce in cui si sarebbero precipitati, spalancandole, i teorizzatori della crisi del marxismo.
Ma alla base di questa nuova "crisi del marxismo" sono una serie di fattori diversi che, nel caso dell'Italia, tendono a combinarsi.
Anzitutto, la crisi della società capitalistica, apertasi con il 1968, non ha avuto sbocchi positivi nel senso che, se la borghesia non è riuscita a imporre una ristabilizzazione, ha potuto, tuttavia, mantenersi in sella, superando i momenti più difficili come il 1968-’69 rispettivamente in Francia e in Italia, il 1975 in Portogallo, il 1975-’76 di nuovo in Italia e in Spagna. Contemporaneamente, la radicalizzazione della piccola borghesia e dello stesso movimento degli studenti, che aveva avuto una parte così importante come detonatore della crisi nella prima fase, si è parzialmente esaurita o ha assunto forme in larga misura sterilizzanti. La stessa classe operaia non ha potuto sottrarsi ai contraccolpi strutturali della recessione del 1974-’75 e del protrarsi dell'onda lunga di ristagno in corso ormai da oltre dieci anni: dal punto di vista della sua composizione al periodo del rafforzamento è seguito un periodo di ristagno, di regresso settoriale, di frammentazione. La disoccupazione massiccia e prolungata negli stessi Paesi che più si erano avvicinati alla piena occupazione nel ciclo lungo precedente, è divenuta un elemento centrale della nuova situazione anche se, sinora, senza effetti politici rilevanti di smobilitazione e di demoralizzazione. La sua incidenza è sensibilmente maggiore tra le nuove leve che affluiscono sul mercato del lavoro e in particolare lo è, come è risaputo, tra i giovani dotati di titolo di studio universitario o di scuola media superiore.
In secondo luogo, gli avvenimenti degli ultimi anni negli Stati operai, specie in Asia, hanno avuto l'effetto esattamente opposto a quello degli avvenimenti del quindicennio precedente, dalla vittoria della rivoluzione a Cuba alla vittoria della lotta antimperialista in Indocina. La vicenda indocinese ha il valore di un simbolo: il Vietnam, faro della resistenza all'aggressione imperialista, appare ormai uno Stato che vuole imporre i suoi interessi e le sue soluzioni agli altri Stati della penisola non esitando a ricorrere al mezzo estremo di un'operazione militare. Quanto alla Cina, spinta dalla logica interna della sua casta dominante a ripercorrere la parabola percorsa in precedenza dalla burocrazia di Mosca e a suo tempo vigorosamente denunciata a Pechino, la crisi, già delineatasi al momento della svolta di politica internazionale del ’71-’72 e acuitasi dopo la morte di Mao, ha distrutto o svuotato completamente i miti suscitati all'epoca della rivoluzione culturale. Per altro verso, coloro che si erano illusi che una sia pur lenta destalinizzazione avrebbe finito col creare una situazione diversa nell'URSS e nei Paesi da essa più direttamente controllati, hanno dovuto trarre, anch'essi, un bilancio del tutto negativo.
L'accumularsi e l'intrecciarsi di questi avvenimenti e di questi fenomeni fornivano una base sufficientemente ampia per una nuova rimessa in discussione del marxismo, per una riesumazione di vecchie critiche, per l' "invenzione" di problematiche "nuove", divergenti da quelle del marxismo o ritenute tali, per una riabilitazione di vecchie concezioni e di vecchie correnti, per contrattacchi reazionari nel senso più rigoroso del termine.
Su scala internazionale, le correnti più rumorose - e nei rispettivi campi più significative - sono quelle rappresentate dai cosiddetti nuovi filosofi francesi, naufraghi del Maggio '68, e da intellettuali dell'Europa orientale, russi e polacchi in particolare, tra cui Andrej Zinov'ev e Solgenitsin, approdati a un ripudio radicale non solo degli Stati operai, del leninismo e del marxismo, ma, in larga misura, della stessa civiltà e ideologia della società borghese. In Italia il quadro ha compreso una gamma più vasta di posizioni e di personaggi, originariamente con un legame più diretto con il movimento operaio e le sue teorie.
Le premesse della "crisi"
Le critiche rivolte al marxismo non sono, tutto sommato, molto diverse da quelle rivolte in altre epoche, con il combinarsi o l'alternarsi di tre motivi:
1.le esperienze del cosiddetto socialismo reale rivelano la logica interna del marxismo, di cui stalinismo, maoismo, breznevismo, ecc. non sono che lo sbocco inevitabile. Le interpretazioni del marxismo diverse da quelle imposte nella pratica degli Stati operai burocratizzati sono, nella migliore delle ipotesi, utopistiche;
2.il marxismo e il suo erede diretto, il leninismo, non hanno elaborato una teoria dello Stato e delle sue istituzioni politiche e questo si è rivelato fatale nei Paesi con tradizioni democratiche;
3.il marxismo - o il marxismo classico - non è in grado di offrire una interpretazione valida dei nuovi fenomeni che si delineano sia a livello di strutture economiche e di organizzazione del lavoro sia a livello di stratificazioni sociali (i "nuovi soggetti" emergenti).
Non contestiamo che i critici del marxismo o i più seri tra di loro pongano problemi cui il marxismo deve effettivamente dare una risposta. Ma le loro interpretazioni e generalizzazioni - propagandate spesso con clamore dai mezzi di comunicazione di massa ufficiali - non contribuiscono certo a chiarire questi problemi. Il più delle volte, ripetiamolo, vengono ripresi vecchi motivi, appena ricoperti da una leggera patina di attualità.
Infine, la problematica della "destrutturazione" della classe operaia e dei "nuovi soggetti emergenti" è l'equivalente odierno della problematica revisionistica passata sul peso crescente dei ceti medi (di contro alla previsione marxiana della loro tendenziale scomparsa) o, per fare un parallelo più recente, del marcusianismo e del fanonismo della fine degli anni ’50 e dell'inizio degli anni ’60. L'operazione compiuta è quella di una generalizzazione abusiva di fenomeni parziali e circoscritti, di una confusione, nella migliore delle ipotesi, tra una tendenza incipiente e il suo pieno sviluppo (che, in ogni caso, per noi non è affatto iscritto come una fatalità).
Per evitare equivoci, precisiamo che un indebolimento strutturale della classe operaia, in un contesto di onda lunga di ristagno dell'economia capitalistica, non è per niente escluso. Ma ciò non potrà avvenire - e soprattutto non incideranno le conseguenze politiche di questo indebolimento - senza che si verifichi prima un radicale mutamento dei rapporti di forza socio-politici tra le classi.
Comunque sia per noi rimane chiaro - lo diciamo ai teorizzatori delle "nuove forze emergenti" che continuano a prospettarsi una lotta rivoluzionaria per il rovesciamento del sistema - che se la classe operaia fosse talmente indebolita o conservatorizzata da non poter più assolvere la funzione di forza motrice della rivoluzione socialista, sarebbe utopistico continuare a puntare sull'abbattimento del capitalismo. La verità è che le tesi avanzate in particolare da certi teorici dell'autonomia, non sono il risultato di analisi scientifiche, ma l'espressione ideologica degli strati "marginali" di nuovo tipo, costituiti da masse di studenti e, più in generale, di piccolo-borghesi senza prospettive di inserimento nel tessuto economico e sociale, ma dotati di un livello culturale per cui possono teorizzare su se stessi, magari nelle forme più fantasiose ("lusso" che non si potevano permettere i disoccupati degli anni ’30 che magari cadevano vittime delle mistificazioni fasciste o nazionalsocialiste e che non si possono permettere neppure ora le masse plebee dei Paesi coloniali e semicoloniali).
La caratterizzazione complessiva di un fenomeno e la individuazione della sue genesi non può naturalmente esimerei da un esame puntuale delle tesi avanzate negli scritti più significativi sull'argomento. Per questo ci soffermeremo ora sulle posizioni di alcuni esponenti dei filoni che abbiamo sommariamente caratterizzato in precedenza.
Due teorici dell'eurocomunismo
Ora, gli scritti più significativi di militanti del PCI sono senza dubbio le due interviste lunghe di Pietro Ingrao e di Umberto Cerroni (Crisi e terza via, Editori Riuniti, Roma, 1978 e Crisi del marxismo?, Editori Riuniti, Roma, 1978).
L'intervista di Cerroni è una conferma supplementare che la concezione dello Stato e dei modi di transizione al socialismo è il punto centrale della rimessa in discussione del marxismo da parte del PCI.
Per la verità Cerroni va più lontano di altri, pronunciandosi per una riduzione abbastanza drastica del bagaglio teorico del movimento operaio. Non solo si associa alla schiera - vecchia e nuova - di coloro che considerano la teoria del valore-lavoro un accessorio superfluo, ma estende questo giudizio anche al materialismo storico (p.35). E' un fatto, in ogni caso, che il suo metodo al materialismo storico si ispira sempre meno.
Ma, per ritornare al tema centrale, Cerroni afferma in modo esplicito che il socialismo va concepito come «il metodo della democrazia politica (rappresentativa) più forme nuove di democrazia diretta» (p. 25) e che «perché lo Stato socialista è uno Stato, e se lo Stato è ancora una forma separata rispetto alle attività sociali, allora i meccanismi formali saranno, al di là delle possibili varianti, più o meno gli stessi" (p. 80). Dove traspare chiaramente una concezione giuridico-formale che presuppone che forme e contenuti siano del tutto separabili, non abbiano un intimo nesso dialettico. Non neghiamo che dal punto di vista puramente tecnico-formale ci possa essere qualche analogia tra istituzioni democratico-borghesi e istituzioni di una democrazia socialista. Ma l'errore di Cerroni è di porre l'accento sulla continuità e non sulla rottura, in armonia con la concezione gradualistica del suo partito, ma in contrasto aperto con la concezione marxista.
«La democrazia rappresentativa - dice Cerroni a chiarimento ulteriore del suo pensiero - fissa dei valori formali, cioè potenziali, di partecipazione generale. La democrazia diretta introduce forme di partecipazione continuata da parte di chi lo vuole, cioè l'avanguardia. Questo è il suo vantaggio, il suo merito storico. Ma ci può essere un riscontro negativo laddove l'avanguardia spossessi poi tutti gli 'aventi diritto', e specialmente coloro che non sono disposti a partecipare... Per me la democrazia diretta ha senso e possibilità reali solo se riesce a nascere dal senso stesso della democrazia rappresentativa senza indebolirla integrandola ed espandendola» (pp.40-41).
Facciamo tre osservazioni. La prima è che Cerroni ribadisce senza ambiguità un’idea metastorica della democrazia, concepita a prescindere dai contenuti socio-economici. La seconda, che ha una visione riduttiva della democrazia diretta che, in realtà, non vuole affatto limitarsi all'avanguardia, ma mira ad assicurare la partecipazione di massa più ampia e più continuativa (va da sé che, se si verificano fenomeni di smobilitazione o di spoliticizzazione, la democrazia diretta viene in larga misura svuotata, ma la democrazia rappresentativa, lungi dal contrastare tali fenomeni, li favorisce per la sua stessa natura. La terza, fa cadere il velo della mistificazione sulla combinazione eclettica democrazia rappresentativa-democrazia diretta, cara in particolare a Ingrao, affermando la priorità della prima sulla seconda, presentata esplicitamente come accessoria. Tutte le esperienze storiche, in diversi periodi e in diversi Paesi, hanno dimostrato che, nella realtà, le cose non possono andare diversamente. Ma i teorici del PCI facevano e fanno finta di non saperlo. Riconosciamo a Cerroni il merito di aver parlato chiaro.
A questo punto dovrebbe essere chiara l'incongruenza metodologica di Cerroni, incongruenza che, del resto, non riguarda solo lui. Parte in guerra rimettendo in discussione o negando aspetti centrali del leninismo (e del marxismo) appellandosi ai verdetti della esperienza storica (involuzione dei Paesi del "socialismo reale", mancata vittoria della rivoluzione nei Paesi capitalisti sviluppati). Ma dimentica che esiste anche un altro verdetto dell'esperienza, non meno importante. Dove e quando progetti del tipo di quelli avanzati da Cerroni (meglio dagli eurocomunisti) che riprendono nelle linee essenziali quelli della socialdemocrazia dell'epoca d'oro, se non esattamente di quella attuale, sono stati realizzati o avviati a realizzazione, dimostrando nella pratica la loro validità? Perché Cerroni non si preoccupa di analizzare gli sbocchi letteralmente catastrofici, negli anni ’20 e ’30 in particolare, della logica gradualistico-riformistica della socialdemocrazia, della sua strategia di trasformazione dello Stato dall'interno?
Per sfuggire alla difficoltà ed eludere il problema, i neoriformisti dell'eurocomunismo in parte ricorrono a mistificazioni sofisticate per dimostrare che la socialdemocrazia era ed è cosa ben diversa (questo argomento viene avanzato però con sempre minor convinzione), in parte e soprattutto compiono una specie di salto mortale dal "realismo" all'idealismo o, meglio, all'utopismo (anche se rivestito di panni moderati), finiscono cioè con il prospettare quello che sarebbe astrattamente auspicabile per evitare gli inconvenienti sinora registrati senza dimostrare minimamente che l'auspicabile è effettivamente possibile (e senza chiedersi quali potrebbero essere le implicazioni pratiche della vagheggiata transizione pacifica e graduale). La conseguenza è quasi inevitabile: quando si urtano con difficoltà e contraddizioni reali, cercano di superarle con una ginnastica concettuale, ammantata di una ideologia fumosa che, dietro una pretesa profondità, nasconde il più delle volte il vuoto più assoluto. Un esempio da manuale ci viene fornito da Cerroni a proposito del «superamento critico» sia della tradizione socialdemocratica sia di quella comunista.
Nello sforzo di dare una giustificazione teorica più organica alla strategia del compromesso storico, Cerroni lascia intravedere egualmente una concezione del partito politico che ha ben poco a che vedere con una impostazione materialistica. Rispondendo all'interrogativo se sia realistica l'ipotesi di un contributo della DC alla trasformazione socialista, respinge ogni «concezione statica delle forze politiche e dei rapporti politici» e afferma che la DC può modificare le sue scelte politiche «come è già ripetutamente accaduto nel passaggio dal centrismo al centro-sinistra e dal centro-sinistra al governo delle astensioni» (pp. 120-121).
Quanto alla possibilità che cambi, Cerroni vorrebbe farci dimenticare la differenza tra mutamenti politici nell'ambito di un sistema che rimane tale nei suoi meccanismi essenziali e trasformazione del sistema verso un tipo di società diversa qualitativamente. La verità elementare è che un partito politico, strumento di una classe e di una costellazione di strati sociali, uniti allo scopo di mantenere lo status quo (gattopardescamente mutando quello che è strettamente necessario per evitare cataclismi), non può mutare radicalmente la sua natura e collaborare al progetto strategico di un'altra classe, di forze politiche qualitativamente diverse. Del resto, dato e non concesso che la DC si trasformasse effettivamente accettando di contribuire a un passaggio gradualistico al socialismo, le classi che sinora l'hanno sostenuta non rinuncerebbero per questo alla loro difesa, ma si darebbero nuovi strumenti, creerebbero nuovi partiti o movimenti politici per organizzare la riscossa, riproponendo così il problema che, nei disegni di Berlinguer, il compromesso storico dovrebbe risolvere.
Va dato infine atto a Cerroni di non giocare troppo con la presunta assenza di una «compiuta teoria marxista dello Stato» (p. 39), sottolineando, invece, come in Marx ci siano importanti «indicazioni metodologiche generali» (anche se sembra ridurle a quelle delle opere giovanili). Infatti, come vedremo più avanti, il problema non è tanto che in Marx sia assente o carente una teoria dello Stato, quanto che certi suoi critici non accettano, o non accettano più, la sua concezione. È su questo terreno che il dibattito deve essere concentrato.
Il “socialismo moderno” di «Mondo operaio»
Maggiore interesse rivestono le relazioni svolte a un convegno organizzato da «Mondo operaio» nel Novembre 1978.
La relazione di Cafagna non è, in fondo, che un'ennesima variante - pretenziosa nella forma - delle interpretazioni mistificatrici del leninismo. Basti pensare che, secondo l’autore, l'essenza della risposta di Lenin alla crisi del marxismo dei suoi tempi potrebbe essere sintetizzata come segue: «Il rimedio radicale è negare di fatto la classe come soggetto storico sovrano. Bisogna sovraimporre al movimento operaio vero e proprio una minoranza rigidamente organizzata, con disciplina di ferro, animata da volontà rivoluzionaria, che tutto subordini a se stessa. In termini ideologici la risposta di Lenin consiste nel dire: se la classe operaia non è. (fenomenicamente) rivoluzionaria, imponiamole la sua essenza (rivoluzionaria) nella forma di un partito che di quella essenza sia l'incarnazione costruita da chi quella essenza - sconosciuta alla classe - invece conosce» («Mondo operaio», Dicembre 1978, p. 68).
È una interpretazione che non regge minimamente dal punto di vista filologico e che non prende neppure in considerazione la prassi del 1917. In fondo, è la tradizionale accusa di blanquismo che ritorna con una terminologia nuova. Può darsi che i leninisti non si "rinnovino" abbastanza; ma i loro avversari neppure.
La relazione di Ruffolo appare più ambiziosa nella misura in cui pretende di innovare più in profondità e di abbozzare le linee di una «teoria del socialismo moderno». Partendo dalla constatazione del «fallimento del socialismo reale», Ruffolo parla di un «paradosso del socialismo moderno» che consisterebbe nell'«assenza di una teoria della democrazia socialista» («Mondo operaio», cit., p. 87). E aggiunge: «Il socialismo scientifico marxista non è una teoria dello sviluppo socialista, ma una teoria dello sviluppo capitalistico, inserita in una più generale teoria della storia». Questo non tanto perché non affronti i problemi che lo sviluppo di una società socialista porrà, quanto per la sua logica interna. «La logica stessa di questa più generale teoria - e cioè, il movimento dialettico delle lotte di classe - esclude una teoria del socialismo - di un'epoca cioè nella quale quella dialettica verrà a mancare - e la fa in pratica coincidere con l'utopia».
Come si vede, non è un'obiezione che venga fatta per la prima volta e non c'è quindi bisogno di andar troppo lontano per trovare la risposta:
1)la lotta di classe non è una sorta di entità metafisica - o metastorica ma ha assunto forme concrete ben diverse - anche qualitativamente - ed è noto che in certe società non sono esistite differenziazioni o contrapposizioni di classe vere e proprie. Non si vede perché «il movimento dialettico» non possa continuare in forme diverse - difficilmente prevedibili nella prospettiva più lontana - dopo l'eventuale superamento della società classista attuale;
2)per quanto riguarda la società di transizione, Marx non ha mai ipotizzato l'estinzione di ogni conflitto sociale e politico. Ha esplicitamente indicato quali elementi conflittuali l'avrebbero caratterizzata. Solo con una falsificazione vera e propria Ruffolo può scrivere: «La teoria marxista ignora il problema dell'organizzazione e delle istituzioni socialiste: un problema secondario o addirittura inesistente, nella sua logica, dal momento che l'abolizione della proprietà privata determinerà la fine dei conflitti di classe e, di conseguenza, dopo un breve periodo di transizione, di ogni motivo di differenziazione e di coordinamento autoritario...» (p. 91). Si può ammettere che sul piano teorico il problema era apparso più semplice di quanto non si sia rivelato nella pratica, ma non che non sia stato posto nei termini essenziali;
3)vari studiosi della società di transizione come si è storicamente configurata sino ad oggi, hanno analizzato le contraddizioni che ne costituiscono il «movimento dialettico», distinguendo tra contraddizioni inerenti alla società di transizione in quanto tale e quelle derivanti dall'involuzione burocratica;
- 4)teorici marxisti - da Trotskij a Ernst Bloch - hanno cercato di individuare quali potranno essere gli elementi conflittuali anche in una società comunista. Non è affatto utopistico supporre che, in una società le cui basi saranno state completamente rivoluzionate rispetto al passato, i rapporti, le concezioni, le molle del «movimento dialettico» si porranno in termini e su piani qualitativamente diversi.11 O forse, per non finire nell'utopismo, dobbiamo auspicare che «il movimento dialettico» conservi le forme storicamente conosciute e, quindi, rinunciare sul piano politico a ogni progetto di superamento (rivoluzionario)? La logica della posizione di Ruffolo è, in fondo, di respingere questa problematica di per se stessa, sostituendo l'"utopismo" marxista con un progetto di teoria dello sviluppo che è "socialista" solo sul piano delle intenzioni.
Ma che cos'è questo progetto?
Di fatto il punto decisivo, che ha posto e pone i problemi più acuti al movimento operaio, specie nei Paesi capitalisti più avanzati, quello cioè di come rovesciare il sistema capitalista, come strappare il potere alle classi dominanti che lo detengono, Ruffolo lo supera ignorandolo semplicemente. L'impossibilità dell'alternativa che egli delinea «richiede un lungo confronto storico con il capitalismo - non un impossibile taglio netto - e lo sviluppo continuo, e non rinviato a un dopo metastorico, di una nuova e differenziata organizzazione sociale, fondata sulla diffusione anziché sull'accentramento del potere» (p. 91).
Ci permettiamo di fare una domanda (che, peraltro, non andrebbe rivolta solo a Ruffolo, data la diffusa tendenza all'uso di una terminologia ambigua): che cosa si intende esattamente per «confronto»? Vuoi dire che per un periodo di tempo indeterminato non sarà possibile distruggere o «superare» il capitalismo e ci si dovrà accontentare di cambiamenti al suo interno? Vuol dire che, con una crescita graduale di questi cambiamenti si approderà alla fine a quella società socialista che Ruffolo continua ad auspicare? E la concezione del «confronto» implica, forse, la possibilità che la società nuova cominci a costruirsi già nel quadro del capitalismo?
La stessa impostazione del problema, una volta lacerato il velo della mistificazione concettuale e terminologica, rivela che ci troviamo di fronte a una ennesima versione di una concezione riformistico-gradualistica, in buona sostanza di razionalizzazione del sistema. Ma, indipendentemente dall'auspicabilità, il progetto abbozzato è effettivamente realizzabile?
Ci permettiamo di contestarlo. Se il quadro del sistema si mantiene, se, in altri termini, i meccanismi economici e la dinamica sociale continuano ad operare come hanno operato sotto il capitalismo storicamente e come operano ora, tutte le devastazioni, le irrazionalità, le manifestazioni di barbarie che anche Ruffolo denuncia, sono destinate non ad attenuarsi, ma ad aggravarsi ulteriormente. Le illusioni in questo senso sono ancora meno fondate di quanto non fossero tra la fine degli anni ’50 e la metà degli anni ’60, quando la speranza di una piena occupazione come dato permanente e di una crescita produttiva in grado di soddisfare i consumi crescenti di sempre più larghe masse sembrava avere una base (molti speravano, d'altro canto, che i Paesi sottosviluppati potessero decollare economicamente, anche se tra difficoltà molteplici). La prospettiva attuale è di un protrarsi dell'onda lunga di ristagno negli stessi Paesi più industrializzati e di un precipitare in più profondi abissi di miseria dei Paesi in cui vive la maggioranza della popolazione della terra.
Ma per riprendere il filo del discorso, la relazione di Ruffolo desinit in piscem, cioè con un'ennesima proclamazione di desideri ci dice che «occorre una maggiore eguaglianza economica» (scoperta che i "paleomarxisti" non avevano ancora fatto) e aggiunge: «Perché l'eguaglianza distributiva sia compatibile con il mantenimento di un sistema dinamico, occorre che ad una economia di divario, della gara e dello sfruttamento, basata sulla motivazione dell'interesse, subentri un'economia del consenso, basata sulla partecipazione» (p. 91).
Consenso tra chi e chi? Tra le diverse forze sociali e tra i diversi partiti politici che le rappresentano?
Ma continuiamo la citazione: «Una alternativa socialista al capitalismo non può porsi sul suo stesso terreno, della produttività materiale; ma deve aprire una nuova frontiera alla fioritura di relazioni umane che trovano in se stesse, nella loro reciprocità diretta, nel loro interesse intrinseco, nel loro carattere di libera scelta la loro gratificazione. La crescita sarà, dunque, quanto più sobria nel consumo di energia, di spazio, di tempo, tanto più ricca nella produzione di attività e relazioni umane auto-gratificanti» (p. 91).
Una semplice domanda: Ruffolo crede che tutte queste belle cose non siano realizzate e che non ci si sia neppure avviati in tale direzione perché non si è trovato nessuno per immaginarle o troppo pochi per auspicarle?
È puramente casuale che riecheggino qui polemiche sviluppate - in funzione antimarxista e antimaterialista - sin dall'inizio del secolo, come lo stesso Ruffolo ricorda?
La relazione di Massimo Salvadori riveste un maggiore interesse sul piano più strettamente politico e per il fatto di preoccuparsi molto meno di nascondere i contenuti reali dietro concetti e termini fumosi.
Salvadori critica a giusto titolo le interpretazioni paradigmatico-normative del marxismo. Dimentica o finge di dimenticare che tali interpretazioni vanno respinte proprio sulla base di una applicazione rigorosa del metodo marxiano. Si tratta, tuttavia, di un aspetto secondario, perché Salvadori rimette esplicitamente in discussione, partendo da una sua interpretazione dell'esperienza storica, tre punti effettivamente centrali e cioè l'individuazione «del ruolo del proletariato nel sistema industriale e la risposta operaia allo sfruttamento in termini di organizzazione e di finalità pratiche e politiche», la concezione dei «rapporti tra proletari e comunisti» e la definizione «dell'asse centrale del potere rivoluzionario» (se quest'asse «dovessero essere le masse autorganizzantesi oppure una forza politica coerentemente rivoluzionaria, indubbiamente marxista, che avesse assunto il controllo dello Stato dittatoriale») (pp. 78-80).
Il leninismo aveva rappresentato uno sforzo di superare queste difficoltà o aporie del marxismo e la vittoria della rivoluzione russa sembrava aver confermato la validità delle sue concezioni. Sennonché, oggi, a sessant'anni di distanza «l'illusione è caduta». L'URSS e gli altri Paesi "socialisti" non segnano solo una possibile delusione dei «buoni sentimenti propri del marxismo, ma qualcosa di più grave ed importante: la fine dell'illusione creata da quell'ipotesi interpretativa [...] secondo cui l'abolizione della proprietà privata [...] avrebbe prodotto per forza dell'"oggettività" l'avvento di una società unificata e riconciliata nell'affermazione dell'interesse generale» (p. 85).
La risposta a Salvadori e a quanti la pensano come lui può essere data solo sul terreno dell'analisi storica concreta, in altri termini solo riprendendo tutte le analisi e le riflessioni trotskiane e del marxismo rivoluzionario dopo Trotskij (il che non possiamo ovviamente fare qui). E' incontestabile, comunque, che il fenomeno della burocratizzazione delle società di transizione ha assunto una portata e una durata al di là delle previsioni dello stesso Trotskij. Ma, come abbiamo sottolineato già più volte, per un'epoca di transizione storica mezzo secolo o tre quarti di secolo rappresentano un periodo limitato. Il vero problema resta quello di analizzare le cause della degenerazione, di definire gli sbocchi attuali dei processi, di individuare i fattori che hanno reso possibile il prolungarsi di questo interludio (cioè il sussistere degli Stati operai degenerati senza restaurazione del capitalismo) e ostacolato il maturare di rivoluzioni antiburocratiche, di cogliere le tendenze a breve e lungo termine. Su questo terreno i contributi non solo di Trotskij, ma anche della Quarta Internazionale dopo di lui, non possono essere ignorati; vanno, casomai, contestati nel merito. Per chi voglia procedere con rigore e in particolare per studiosi come Salvadori si tratta di un passaggio obbligato; a meno che non si vogliano accontentare di analisi congiunturali più o meno impressionistiche o che, peggio, non si riservino la funzione di esprimere stati d'animo prevalenti in una determinata fase, esponendosi al rischio di cedere a pressioni sociali e politiche tutt'altro che disinteressate.
L'impostazione di Salvadori è apparsa più chiaramente nel suo intervento al convegno del Manifesto del Gennaio ’79, che si può riassumere come segue:
1.lo sviluppo capitalistico al livello più elevato non ha prodotto nessuna rivoluzione socialista;
2.le rivoluzioni socialiste che hanno avuto luogo in Paesi arretrati si sono "rovesciate" in una variante di modernizzazione capitalistica;
3.il ruolo del proletariato non è stato quello ipotizzato da Marx: gli Stati Uniti non hanno ancora un movimento socialista; il proletariato inglese ha avuto una "deviazione" già individuata e condannata da Marx ed Engels; fenomeni di tipo inglese si sono riprodotti anche in Germania turbando lo stesso Lenin; neppure il proletariato giapponese si muove entro schemi del tipo di quelli previsti da Marx; anche in Paesi come l'Italia e la Francia, dove esiste una classe operaia dinamica e bene organizzata, la realtà è ben diversa da quella prospettata dai progetti rivoluzionari.
Conclusione: per una intera epoca non è possibile mettere all'ordine del giorno quello che è il fine del socialismo, il superamento della separazione tra governanti e governati. Nel frattempo, l'obiettivo deve essere, sia all'Ovest che all'Est, l'allargamento degli spazi di democrazia politica come «frontiera realistica e difendibile» allo scopo di consentire il confronto tra gruppi e classi sociali; la sperimentazione di nuovi modelli sociali; la discussione sulla crisi ideale e storica.
Una conclusione che potrebbe essere accettata da un giovane liberale o da un repubblicano storico e che per la sua stessa natura - e banalità - dovrebbe mettere in guardia circa il fondamento "scientifico" delle premesse. Una conclusione che prospetta una strategia angustamente difensiva, in ultima analisi utopistica, dietro le apparenze di realismo. In un mondo dilaniato da contraddizioni di ogni tipo, in cui "spazi di democrazia politica" esistono in un numero limitato di Paesi, quanto a lungo sarà possibile uno status quo in cui realizzare gli obiettivi prospettati da Salvadori? Con quali forze si riuscirà a contenere entro tali schemi i conflitti inevitabili tra le forze sociali e politiche antagonistiche?
Le palinodie di Lucio Colletti
Allo stesso approdo democratico-radicale (nell'accezione storica del termine) di Massimo Salvadori è giunto Lucio Colletti. Il suo itinerario è ancor più significativo per la lunga partecipazione di Colletti al movimento operaio e alla battaglia teorica marxista. Per tutto un periodo egli aveva dato un contributo di primo piano a una interpretazione corretta del marxismo e alla difesa del leninismo in alcuni punti nodali, come la concezione dello Stato, al tempo stesso rigettando le posizioni riformiste e neoriformiste, confutando le teorizzazioni marcusiane e demistificando il maoismo nel momento del suo apogeo.
Colletti si autocritica esplicitamente per non aver compreso prima che la teoria del valore-lavoro non regge. Ci sarebbe da chiedersi come mai sia stato folgorato proprio ora sulla via di Damasco. Ma c'è di più. Si autocritica egualmente per aver capito solo da qualche anno che il metodo dialettico permeava lo stesso Capitale. Lui stesso scrive: che sia così può capirlo anche un bambino. Di nuovo, come mai non se ne era accorto prima un esegeta tanto attento?
Questi particolari rivestono interesse in quanto indicano inequivocabilmente che la critica collettiana non trae origine da nuovi sviluppi storici o da nuove scoperte sul piano teorico. No. Colletti semplicemente si convince che quello che altri avversari o revisionisti del marxismo avevano già detto in passato è giusto. Analogamente, non suggerisce nessuna teoria o metodologia nuova: rispolvera il passato senza preoccuparsi neppure di riverniciare il mobilio. Sul piano filosofico, il rigetto del materialismo lo riporta a Kant; sul piano economico fa proprie le critiche tradizionali alla teoria del valore; sul terreno politico accetta le tesi secondo cui in Marx e in Lenin non ci sarebbe una seria analisi delle istituzioni e giunge alla riabilitazione della democrazia borghese. «La Comune non esiste perché non può esistere - scrive - perché non c'è società - per quanto poco sviluppata e complessa - che si lasci reggere da principi così semplicistici e vaghi. E allora, se permettete, di fronte allo Stato di polizia, sto dalla parte degli istituti socialdemocratici, per imperfetti e manchevoli che siano» (p. 149). «Fuori di questo sistema, c'è solo il “socialismo reale”. Chi non se la sente di abbracciarlo, è bene che non perda tempo a escogitare alternative “al sistema”, ma si dedichi al compito ben più importante di trovare alternative “nel sistema”. È la via delle riforme» (pp. 187-188).
Il succo è proprio qui, in Colletti come in Salvadori.
Vale la pena, infine, di menzionare un altro scritto, comparso sul «Corriere della Sera» (20.05.1979). «Nel suo generoso furore - scrive Colletti - il '68 era stato, almeno da noi, fondamentalmente, un tentativo estremo di 'galvanizzazione' del marxismo». Ma «nel corso di questa operazione, il marxismo 'classico' era stato sottoposto, con audacia e spregiudicatezza (pari soltanto al carattere ultimativo dell'esperimento), a una torsione violenta …». «Il riferimento decisivo era stato l'esperimento aperto in Cina con la rivoluzione culturale, con la parallela condanna del tipo di 'accumulazione socialista' realizzatosi nell'URSS e con un rilancio del marxismo 'così rinnovato' come base di una strategia della rivoluzione anche in Occidente. Ma il corso degli avvenimenti e in primo luogo la 'fine ingloriosa dell'esperimento cinese' provocavano la crisi, una nuova crisi del marxismo. In realtà - ricorda Colletti - la crisi datava da molti decenni. Un marxista rivoluzionario come Karl Korsch, l’aveva già identificata nel 1931: 'Il marxismo come movimento e teoria - aveva egli scritto - si trova oggi in una crisi. Non si tratta più di una crisi all'interno del marxismo, ma di una crisi del marxismo stesso'. Per anni - conclude Colletti - i teorici marxisti più intransigenti avevano denunciato la 'deformazione' che la teoria rivoluzionaria di Marx ed Engels veniva a subire nelle mani degli epigoni, credendo di spiegare, in tal modo, il divario che si era aperto tra la teoria e il corso delle cose. Ora, cominciava invece ad affiorare la coscienza di quanto avesse avuto ragione Korsch nel liquidare a suo tempo la superficialità di una simile spiegazione».
Il problema è qui posto nella forma più radicale con il riconoscimento, tra l'altro, che la problematica della crisi del marxismo non è affatto nuova. Abbiamo appena bisogno di dire che divergiamo radicalmente dalla valutazione del '68. Per noi il '68 ha aperto una fase nuova della crisi del capitalismo come sistema che è ben lungi dall'essersi conclusa e non potrà essere superata così facilmente neppure in avvenire: altro che sussulto estremo di un marxismo già ferito a morte!
Come spesso accade; dietro il preteso realismo c'è un fondo di utopismo, c'è una volontà di sperare contra spem. Colletti - almeno in alcuni dei suoi scritti - non nasconde una certa simpatia per l'eurocomunismo. Ma a proposito della linea dell'eurocomunismo stesso commenta: «È una linea difficile, asperrima, garantita da nulla» (p. 173).
Traspare qui, come altrove (per esempio nell'intervista a «Gente»), una vena di profondo pessimismo. Una riprova che l'itinerario di Colletti è quello di una crisi alla cui origine non sono i risultati di una ricerca storico-scientifica originale, ma le delusioni di fronte agli insuccessi e ai ritardi della classe operaia nella sua lotta per il socialismo.
Stame: tra "palude intermedia" e "democrazia politica"
Nella galassia dei critici e dei revisori del marxismo Stame occupa un posto un po' particolare. Sviluppa una critica alla concezione marxista e leninista dello Stato che lo accosta ai molti che denunciano in Marx la carenza di una teoria dello Stato (anche se diverso è il suo angolo di visuale). Fa propria, in larghissima misura, l'analisi dei teorici dell'autonomia sui nuovi movimenti sociali. Approda a una sorta di rivalutazione della "democrazia politica" non dissimile, pur nella differenza dell'impostazione complessiva e della collocazione politica, da quella di Salvadori e di Colletti.
Il motivo conduttore degli scritti raccolti nel volumetto Movimenti ed istituzioni nella crisi (Savelli, Roma, 1979) è l'esame della trasformazione dello Stato e della sua funzione e della tendenza a una democrazia di tipo autoritario. Il punto di partenza è l'individuazione di un processo di respiro storico: «La trasformazione dei regimi liberali in sistemi politici di massa - qui vista solo nei suoi aspetti istituzionali - modifica radicalmente il problema della legittimazione e della integrazione in quanto altera radicalmente i rapporti tra Stato e società civile. La storia delle moderne società capitalistiche è appunto storia del costante alterarsi dei rapporti tra Stato e società civile, nel senso di un progressivo assorbimento, da parte dello Stato, dei 'settori esterni' della società civile» (p. 123). «Lo Stato entra in crisi - continua Stame - poiché il livello di integrazione giuridico-formale che esso assicurava era inadeguato rispetto alla integrazione reale che - nel rapporto di produzione - la società capitalistica aveva indotto e così quello che viene chiamato 'l'ingresso delle masse nello Stato' non è altro che la forma politica di un processo di cui l'elemento strutturale è costituito dalla maggiore integrazione sociale prodotta dalla produzione industriale di massa» (ibidem).
La soluzione cui la borghesia deve ricorrere per far fronte alla crisi è la «democrazia autoritaria», che sembra profilarsi come «unico universo possibile per opporsi alla disgregazione sociale» (p. 12). Questa democrazia autoritaria «deve modellarsi e coesistere con forme consensuali di formazione della volontà politica per poter rispondere positivamente (anziché accentuarla) alla crisi di legittimazione» (p. 13) Al conseguimento o - più precisamente - all'imposizione di questo consenso sono funzionali i partiti politici e i loro meccanismi. «Nel regime di democrazia articolata sui partiti - scrive l'autore, richiamandosi al giurista borghese Kelsen - essi sono i detentori della sovranità politica; il rapporto tra partiti e masse si pone solo come problema di adesione di queste ultime alle decisioni dei primi. La democrazia si risolve quindi nel consenso delle masse alle decisioni da cui sono alienate; e quindi le procedure della democrazia sono le tecniche di formazione del consenso» (p. 57).
Il processo abbozzato si è venuto concretizzando in Italia in forme sempre più nette e la collaborazione tra DC e PCI - veicoli delle tendenze più moderne - a partire dalle elezioni del ’76, ne è stata una specie di sanzione a livello politico immediato (p. 57).
«Di fronte alla crisi che si manifesta come blocco delle funzioni di formazione delle basi materiali di consenso - precisa Stame - sta invece la realtà di una società in cui i fenomeni di marginalizzazione, disgregazione, disoccupazione materiale ed intellettuale divengono il criterio principale della formazione delle linee di conflitti... La società civile si presenta... come luogo di formazione di domande radicali che non possono essere soddisfatte dallo Stato perché ontologicamente non mediabili, perverse» (p. 121). E, a mo' di conclusione, traccia il seguente quadro: "«..Contro il sistema politico premono in maniera sempre più radicale movimenti collettivi basati sul polimorfismo delle forme di azione, sull'acefalia della loro organizzazione interna, sul rifiuto della delega e della centralizzazione; atteggiamenti che rifiutano, in blocco, di essere incorporati in un sistema di azione basato sulla parola d'ordine della lotta al 'corporativismo' e della accettazione del principio della compatibilità delle domande... I caratteri, gli obiettivi, le metodologie e le fenomenologie che i nuovi conflitti sociali hanno mostrato in questi anni, costituiscono un dislocamento irreversibile della lotta sociale e tendono a divenire una componente strutturale delle società industriali avanzate ove il conflitto non sia 'tolto' istituzionalmente. Se non si può affermare che tutte le istanze di emancipazione sociale sono passate, negli ultimi anni, attraverso i nuovi movimenti, è certo però che essi sono stati gli unici attori di una domanda di trasformazione sia del sistema sociale nel suo complesso sia delle sue forme di rappresentazione politica... Che i nuovi movimenti mettano in crisi le precedenti forme della politica è una pura tautologia, appunto perché essi sono il prodotto della crisi della politica» (pp. 32-34).
Il linguaggio lascia sussistere margini di ambiguità. È, tuttavia, incontestabile che quanto dice Stame contiene molti elementi di verità. Per parte nostra, preciseremo, per esempio: a) che sin dall'origine del capitalismo lo Stato ha potuto assumere la funzione di creare le condizioni favorevoli per il processo di accumulazione; b) che oggi assolve compiti senza paragone più ampi che in qualsiasi altra epoca del capitalismo, gestendo spesso direttamente settori produttivi di importanza decisiva e non solo assicurando il mantenimento dei meccanismi essenziali del sistema; c) che in certi Paesi coloniali o semicoloniali ha, per così dire, generato la borghesia come forza sociale.
Da tutto questo però non discende che lo Stato sia, per dirla con Stame, ontologicamente il prius. L'ambiguità metodologica non è, del resto, senza conseguenze sul piano dell'analisi: porta, infatti, a una sopravvalutazione della capacità dello Stato di operare l'integrazione stabilizzatrice, di contenere la conflittualità sociale, di imporre il consenso. Per spezzare il cerchio infernale si fa ricorso ai «nuovi movimenti sociali», considerati esterni al meccanismo, di cui si mitizzano le potenzialità eversive.
Neppure il concetto di democrazia autoritaria è privo di ambiguità e di contraddizioni. Già l'affermazione secondo cui nei Paesi più industrializzati e con tradizioni democratiche più durature «il regime democratico-rappresentativo è ineliminabile, come forma esterna, anche per le forze conservatrici» (p. 138) è quanto meno opinabile (l'esperienza storica non permetterebbe di applicare questo schema che in un numero di Paesi assai ristretto, e non parliamo del futuro). Secondo noi, la formulazione più corretta è, nel caso dei Paesi considerati da Stame e in un determinato contesto storico, tuttavia suscettibile di mutamenti, che il regime democratico-rappresentativo è la forma politica preferibile per la maggioranza della classe dominante.
In secondo luogo, l'affermazione sulla dicotomia tra libertà e consenso (p. 22) dimentica che il consenso implica almeno un minimo di libertà, altrimenti meglio parlare di imposizione pura e semplice. Né la difficoltà può essere superata con un semplice gioco di prestigio concettuale o terminologico.
Infine, ed è la cosa più importante, tutte le proposizioni sulla democrazia autoritaria e sulla "ineliminabilità" del regime democratico-rappresentativo finiscono col nascondere o minimizzare l'esigenza e l'effettiva tendenza della borghesia ad imporre regimi sempre più autoritari per assicurare il mantenimento e il funzionamento del sistema. Decisiva non è una logica astratta di conservazione di istituzioni che effettivamente si sono dimostrate strumenti validi per le classi dominanti in un certo tipo di Paesi; decisive non sono le astratte preferenze politiche-ideologiche; decisiva è l'esigenza di imporre un sostanziale rilancio del tasso di profitto e una ristabilizzazione dei meccanismi economici "normali"; decisivi sono i rapporti di forza in un momento dato. Sinché questi rapporti sono favorevoli o relativamente favorevoli alle classi sfruttate, non si può, a rigore, parlare di autoritarismo e neppure di democrazia veramente autoritaria; le classi sfruttate si assicurano conquiste parziali, economiche e politiche, o possono difendere le conquiste precedenti e, nella peggiore delle ipotesi, si finisce in una impasse (con un'erosione circoscritta di certi diritti democratici). Se i rapporti di forza mutano o esiste la possibilità che mutino repentinamente in seguito ad un'iniziativa reazionaria, lo sbocco è non una democrazia autoritaria, ma un regime autoritario tout court. Il Cile insegna, come avevano insegnato negli anni ’20 l'Italia e negli anni ’30 la Germania, Paese altamente industrializzato e "garantito" da una costituzione-modello (dal punto di vista democratico-borghese) come quella weimeriana.
Quanto poi, alle interpretazioni mitizzate o tirate per i capelli di alcuni avvenimenti, basti menzionare la "cacciata" di Lama dall'Università di Roma - assunta a simbolo di un «antagonismo sociale» tra operai e movimento studentesco (p. 15) - e la valutazione dell'affare Moro come occasione di realizzazione di «un patto sociale di sangue che riunisce le parti contendenti in un rito sacrificale» (p. 30).
Infine, sul problema non certo secondario dell'analisi del periodo, la posizione di Stame non è condivisibile o appare perlomeno ambigua. Scrive, infatti: «Gli economisti ci dicono che la sconfitta operaia c'è stata e non è di breve periodo; la crisi nata dal '68, passata attraverso la crisi elettorale del 1974-’76, si ricompone in nuove modalità della funzione di comando del capitale» (p. 15) senza precisare chi siano gli economisti citati e di quali argomenti si servano. È vero che fa seguire una messa a punto sul fatto che «resta pur sempre aperto il problema dell'assetto che la crisi sociale assume, stretta tra la ripresa della funzionalità capitalistica e le esigenze di controllo e legittimazione del sistema». Ma ciò non comporta una non accettazione dell'analisi menzionata. Quel che più conta, le concezioni generali di Stame, quali emergono dal complesso dei suoi scritti, presuppongono un'analisi ancor più radicale, cioè una presa d'atto di una sconfitta di portata storica, strutturale, della classe operaia, che non sarebbe più in grado di esercitare la funzione di forza motrice nella lotta per il rovesciamento del sistema.
Non ci soffermiamo sui nuovi movimenti sociali e sui nuovi soggetti emergenti, di cui parliamo in un'altra parte di questo saggio. Ci limitiamo a porre un interrogativo: come è possibile, ai fini del rovesciamento del sistema e di una trasformazione in direzione del comunismo, puntare su forze che Stame stesso colloca in una «palude intermedia» (p. 9, nota) e che non si sono dimostrate capaci - secondo noi, per ragioni intrinseche - di esprimere un qualsiasi disegno politico complessivo né di darsi una effettiva forma organizzata?
In realtà, Stame, pur mantenendo una prospettiva genericamente comunista, rifiuta ormai, come abbiamo visto, l'uso di categorie che per noi continuano ad essere essenziali e arriva a teorizzare non la crisi di determinati orientamenti, metodi e strumenti politici ma, più universalmente, «la crisi della politica».
Ma quale è lo sbocco di tutto questo?
Stame scrive: «Se le lotte operaie, studentesche, femministe, ecc. di questi ultimi anni non hanno prodotto la nascita di nuove organizzazioni politiche alternative ai partiti storici del movimento operaio, hanno però prodotto una frattura irreversibile nella concezione del mondo borghese (resta da vedere se l'esito di tali movimenti dovesse essere la nascita di nuove organizzazioni di tipo partitico e, secondariamente, quanto abbia influito su tale esito l'azione dei partiti storici diretta a neutralizzare e volgere a proprio vantaggio tali spinte). La vecchia morale è morta e le nuove forme di contestazione politica sono l'espressione - strategica e permanente anche se non organica - della nascita di una nuova scala di valori. Esse hanno proposto una concezione etico-politica in cui la gestione non delegata della propria energia lavorativa, del proprio corpo, il diritto alla soddisfazione dei bisogni, alla felicità anche individuale, il rifiuto della selezione e il diritto all'eguaglianza, la libertà intesa come assenza di costrizioni e come autonomia del soggetto, il rifiuto di un'etica dell'astinenza e della prestazione, sono frammenti che, comunque ricomposti, forniscono i primi elementi di una nuova concezione etica diversa sia da quella liberale quanto da quella propria dei movimenti socialisti e comunisti della II e della III Internazionale. Essa si fonda sul deperimento delle ragioni di un'etica della scarsità e dell'ascesi mondana e sull'enorme sviluppo delle forze produttive prodotto dal capitalismo ed è materialistica, sia nelle sue forme esterne quanto nella sua forma ontologica, in quanto le possibilità di un'etica fondata sulla soddisfazione dei bisogni trovano la loro giustificazione proprio nella dimensione tecnica, produttiva di dominio sulla natura di questa società» (p. 59).
Ma, poiché tale impostazione lascia un vuoto politico concreto, Stame deve aggiungere qualcosa. Afferma il concetto della difesa della «democrazia politica nella lotta contro la trasformazione autoritaria dello Stato», della «funzione strategica e non tattica della democrazia» (p. 24) e precisa: «Ai comunisti che ci rimproverano di sottovalutare l'importanza delle istituzioni democratiche va risposto che proprio per questo ci opponiamo - anche se con pochissima efficacia - al processo che li vede coinvolti, di sostanziale svuotamento del potere emancipatorio delle nostre istituzioni democratiche»(p. 99).
Non contestiamo minimante l'importanza della difesa dei diritti democratici di cui la classe operaia può valersi. Ma in Stame trapelano da un lato concessioni alla visione metastorica della democrazia, dall'altro una valutazione apologetica delle attuali istituzioni democratico-borghesi. Un altro passo - ci sia consentita quest'ultima citazione - è forse ancor più illuminante: «Crediamo fermamente nella democrazia politica in quanto vi conosciamo lo strumento più adeguato, tra gli altri a disposizione, per vivere in istituzioni il più possibile aperte al mutamento sociale e alla possibilità di espressione del conflitto politico; vogliamo batterci per un'organizzazione sociale nella quale i rapporti tra soggetti siano, il più possibile, trasparenti e razionali - tenuto conto delle enormi possibilità, ed anche delle controtendenze che operano nella società di capitalismo avanzato; crediamo che il socialismo - nella fase storica attuale - non possa essere definito se non come un processo di emancipazione e di liberazione sia del pubblico che del privato (in quanto questi termini abbiano ancora un senso)» (p.139).
È un'ennesima visione gradualistica, non qualitativamente diversa, sul piano delle enunciazioni, da parte di quelle dei riformisti o neoriformisti. Che chi la .formula debba rompere con Marx e Lenin non è affatto sorprendente.
I teorici dell'autonomia: i revisionisti più conseguenti
Può apparire un po' paradossale, ma tra le molte interpretazioni e teorizzazioni che, dietro il falso luccichio di un presunto nuovo, tentano di smerciare vecchi prodotti avariati, le sole che apportino qualche elemento effettivamente nuovo alla problematica della crisi del marxismo sono quelle di intellettuali e militanti dell'autonomia, che pur si richiamano ancora, a modo loro, a certi criteri del marxismo. Infatti, analisi strutturali marxiane vi sono rimesse in discussione partendo da fenomeni nuovi o parzialmente nuovi delineatisi in questi ultimi anni in Paesi capitalisti tra i più industrializzati.
Significativi in proposito i testi del primo numero della rivista "«Magazzino» (Gennaio 1979) e del supplemento al numero zero di «Metropoli», «Autonomia possibile» (Dicembre 1978).
In «Magazzino» appare un concetto di classe operaia, o meglio di forza motrice della rivoluzione, che si discosta radicalmente da quello del marxismo classico (ripreso negli anni ’60 dallo stesso filone potereoperaistico di cui «Magazzino» è una delle reincarnazioni più recenti). Il punto di partenza è un'analisi che mette l'accento sui servizi e sulla cosiddetta economia sommersa non solo perché in crescente e rapida espansione, ma anche e soprattutto perché generatori delle forze più dinamiche nell'azione antisistema. Non accidentalmente il numero della pubblicazione è centrato su un dossier sul black out del ’77 negli Stati Uniti, cui è attribuita una importanza più grande che allo sciopero dei minatori, pure analizzato nel fascicolo, e su alcuni aspetti della crisi urbana, sempre negli Stati Uniti. Vale la pena di fare qualche citazione.
«A che cosa dunque potrebbero far ricorso gli strati operai delle grandi città? Il solo potere che loro resta sembra essere quello di propagandare il disordine rifiutando sistematicamente di mostrarsi pronti a collaborare, praticando la disobbedienza civile. Si può immaginare tutta una serie di azioni, da quelle puntuali che generano disagio alle municipalità, fino alle azioni di grande ampiezza che perturbano apertamente l'economia urbana. Gli strati che sono più colpiti dalla crisi fiscale hanno precisamente accesso alle forme classiche di lotta del movimento operaio. Essi non possono contare sul potere dello sciopero perché la maggioranza di quelli che li compongono sono disoccupati oppure non lavorano nelle imprese chiave. Non possono che immaginare forme di disobbedienza civile di massa che siano alla portata degli strati operai immiseriti delle grandi città e idonee, nello stesso tempo, ad esercitare una pressione sulle élites politiche e gli ambienti di affari. Le azioni più evidenti sono le occupazioni, da parte della popolazione dei quartieri, dei servizi sociali costretti alla chiusura per le compressioni del budget» (p. 45).
Per quanto riguarda l'Italia, un valore paradigmatico è attribuito alla lotta degli ospedalieri, pietra miliare che segnerebbe l'inizio di una fase nuova: «È questo che sta costringendo il governo allo scontro frontale rispetto alle richieste degli ospedalieri, pur pagando un costo altissimo in termini politici e facendo pagare ancora di più al PCI e al sindacato: la certezza che una vittoria di un settore di classe autorganizzato rappresenterebbe un fattore scardinante non solo dell'intera vicenda contrattuale, scatenando fenomeni di emulazione negli obiettivi e nelle forme organizzative, ma ancora di più nell'intero quadro politico italiano, rimettendo in discussione la capacità di controllo della forza-lavoro da parte del PCI e del sindacato e quindi la stessa utilità da parte capitalistica del patto sociale. D'altra parte, ormai, il processo é innescato e inarrestabile...» (p. 72).
Una prima osservazione. L'esaltazione di certe lotte e di certi metodi per il valore, reale o presunto, di rottura con l'establishement (comprendendo nell'establishement non solo il PCI, ma le stesse organizzazioni sindacali) impedisce di cogliere un dato essenziale: anche queste lotte non portano, nella migliore delle ipotesi, che a una redistribuzione del reddito e a conquiste parziali, non comportano affatto, per se stesse, una dinamica di rottura e di rovesciamento del sistema. D'altro lato, nella sua foga di esaltazione acritica, «Magazzino» non esita a distorcere il significato di esperienze presentate abusivamente come emblematiche. Esalta, per esempio, come forma di controllo operaio, sussistita a lungo, in una situazione non rivoluzionaria né prerivoluzionaria, certe conquiste parziali di portuali nordamericani dalla dinamica perlomeno ambigua e che, di fatto, hanno costituito la premessa del cristallizzarsi di posizioni corporative. Peggio, ci presenta il furto come espressione dell'«organizzazione spontanea» e dell'«inventiva operaia» (p. 61). Interpreta, invece, come una manovra riuscita per imporre il controllo sulla classe e come una sconfitta l'abolizione dell'occasionalato, presentata come "«una garanzia della quotidiana presenza degli operai nella fabbrica-porto, una gerarchizzazione dei salari a tutto vantaggio degli operatori dei mezzi meccanici» (p. 52). dimenticando semplicemente che l'occasionalato, in altre parole l'estrema precarietà dell'occupazione, ha rappresentato storicamente, e tuttora rappresenta dove sussiste, un fattore di disorganizzazione, di frammentazione e di demoralizzazione della classe operaia.
D'altra parte, nel panegirico del black out come una sorta di epopea dei diseredati lanciatisi in azioni massicce di espropriazione, «Magazzino» sembra non cogliere il significato di un particolare che pure menziona (p. 52), e cioè del fatto che durante molti giorni era stato organizzato un mercato nero delle merci espropriate. Per dirla in termini economici, il black out stesso, non era stato, dunque, che un'operazione di redistribuzione del reddito nel rispetto, sia pure in forma anomala, delle leggi del mercato, o, per dirla in termini socio-politici, era rimasto interno al sistema, nei cui meccanismi si era rapidamente. reinserito.
L'impostazione di fondo traspare anche dall'analisi del Piano Pandolfi. Riemergono su questo terreno vecchie deformazioni potereoperaistiche sulla priorità della classe operaia, rispetto ai meccanismi strutturali e alle contraddizioni del sistema, come motore della dinamica e della crisi del sistema stesso e, contemporaneamente, una tendenza a intravedere sempre nell'azione dell'avversario una razionalizzazione e una pianificazione che di fatto non esistono (né possono esistere). Ma più singolare è che «Magazzino» si dichiari d'accordo con la valutazione dello stato dell'economia italiana avanzata da Pandolfi: "Siamo sostanzialmente d'accordo con questa interpretazione, che rivendichiamo però come lettura di una situazione economica e sociale ormai sempre più condizionata dalla lotta di classe e dal peso, in termini di costo sociale, che i diversi soggetti sociali, le lotte sul territorio impongono allo Stato» (p. 69).
Il ragionamento è chiaro: poiché lo Stato deve assumersi, per conto della classe dominante, una funzione decisiva di trasferimento dei redditi, esso può essere ed è condizionato non solo e non tanto dalla classe operaia intesa in senso classico, quanto dai «diversi soggetti sociali, dalle lotte sul territorio». «Quando il processo produttivo diventa produzione sociale finanziata dallo Stato, il nuovo produttore sociale invade ogni piega della società. La classe operaia è dappertutto» (ibidem).
Dunque, l’operaio sociale non solo sussume i «nuovi soggetti», ma addirittura li sussume con un ruolo privilegiato: per la loro collocazione nei confronti dello Stato, «primo erogatore di redditi», per i loro metodi di lotta e per la loro maggiore indipendenza rispetto al movimento operaio tradizionale. In questa impostazione rientra logicamente l'adozione del concetto di «fabbrica diffusa» (va riconosciuto a certi intellettuali dell'estrema sinistra il genio delle metafore) e di «un rapporto lavorativo rispetto cui il lavoro salariato e contrattualizzato non costituisce più l'esclusivo momento definitorio dei rapporti sociali di produzione né è più la misura della distribuzione del reddito tra le classi» (p. 85). e l'esaltazione del ruolo prioritario - strutturale e non contingente - dei lavoratori dei servizi. Non manca neppure, a coronamento dell'edificio, una proiezione mondiale: «I 'figli' dell'operaio massa sono da una parte gli operai in formazione delle fabbriche dei Paesi emergenti e di alcune aree del sottosviluppo, dall'altro l'enorme massa di proletariato urbano scolarizzato (e, comunque, di provenienza "urbana"), presente come residuo vivo, agente, del rifiuto del lavoro astratto della grande fabbrica tayloristica» (p. 84).
«Autonomia possibile» spinge all'estremo, esplicitandole di più, le idee di «Magazzino», con il risultato di far apparire certe aberrazioni analitiche e metodologiche sotto una luce ancor più cruda.
L'editoriale di Piperno - dal titolo eloquente "Il lavoro non operaio" - parte dal presupposto che la società italiana abbia raggiunto tali livelli di sviluppo per cui i problemi del soddisfacimento dei bisogni e della stessa occupazione si pongono in modo qualitativamente diverso e sembra, tra l'altro, sottovalutare la portata delle difficoltà attuali, provocate dall'onda lunga di ristagno. In realtà, non si tratta tanto di uno specifico errore analitico quanto di una espressione del più generale errore di metodo per cui si concepisce la dinamica della società capitalistica come determinata essenzialmente non dai meccanismi interni del sistema, ma dalle manifestazioni della soggettività operaia. Ne derivano interpretazioni paradossali che stravolgono o capovolgono i contenuti reali. Così il lavoro nero e il doppio lavoro sono presentati come valori positivi, imposti dalla classe operaia e la disoccupazione è vista come la conseguenza del rifiuto parziale o totale del lavoro soprattutto da parte delle nuove generazioni (pp. 4, 6, 41 e 99).
Il centro dell'elaborazione risiede, tuttavia, nel concetto di lavoro non operaio. Il punto di partenza corrisponde a una tendenza reale: il declino del lavoro puramente manuale e l'aumento del lavoro improduttivo (nell'economia marxiana). Ma la confusione consiste nel non comprendere che l'incorporazione più diretta di lavoro intellettuale nella produzione, lungi dal costituire uno sviluppo di «lavoro non operaio», comporta un rafforzamento del proletariato. Questo per il fatto che il proletariato stesso si irrobustisce strutturalmente (e si irrobustisce la parte impegnata in un lavoro marxianamente produttivo), e non per la ragione addotta da Piperno, cioè il rifiuto di certi erogatori di lavoro intellettuale di esercitare funzioni di controllo e di comando nei confronti degli operai manuali, che resta, dopo tutto, un fattore secondario.
Lasciamo da parte le fantasticherie - non possono essere definite altrimenti - sulla «possibilità di autonomizzazione del processo produttivo rispetto al processo di valorizzazione» (al limite, un tale processo renderebbe impossibile il funzionamento del sistema) (p. 21). Vediamo, invece, in quale modo il lavoro non operaio concretizza la sua autonomia o, in altri termini, esprime la sua peculiarità.
«L’idea-forza con cui il lavoro non-operaio va costruendosi come soggettività - scrive Piperno - è quella del comando del valore d'uso sul lavoro sociale. Malgrado che questa idea-forza non sia penetrata dentro il singolo a mo' di coscienza, i movimenti produttivi ed i gesti di lotta del lavoro non-operaio corrono lungo questo filo. Si pensi alle lotte sui servizi sanitari, sulla scuola, sul problema dell'energia. E tuttavia questo valore d'uso non ha il significato protosocialista artigianale di possesso intellettuale e controllo da parte del singolo produttore della specifica mediazione tecnica con la natura relativa ad una particolare attività lavorativa. In altri termini non è una riedizione del movimento hippie, divinizzazione fantastica del singolo e disprezzo reazionario per la ricchezza. Comando del valore d'uso vuol dire richiesta di "valore utile" come possibilità materiale di usare, per i soggetti che producono, della ricchezza sociale - usare nel senso di godere di essa».
Ci imbattiamo qui in una interpretazione singolare del concetto di valore d'uso. La fantasiosa definizione piperniana ci ricorda certe non meno fantasiose definizioni del concetto di austerità da parte del PCI con cui ha in comune la tendenza ad inventare contenuti che hanno poco a che vedere con i concetti e termini come vengono correntemente - e correttamente - usati. Diamo di nuovo la parola all'autore, che non rifugge neppure da accenti quasi lirici: «Valore d'uso è il disgusto del posto fisso, magari sotto casa: è l'orrore. per il mestiere; è mobilità: è fuga dalla prestazione stupidamente irrigidita come resistenza attiva alla merce, a farsi merce, ad essere posseduto interamente dai movimenti della merce... Valore d'uso è la pensosa allegria del furto di oggetti utili, desiderati - che è rapporto diretto con le cose, libero dalla mediazione sporca perché inutile del denaro; ma anche nostalgia del vivere gratis, di una pienezza di consumo e godimento come possibilità latente, materiale della società moderna - che forse è aspirazione al paradiso, ma solo in quanto disprezzo per le difficoltà inutili perché già superabili... Valore d'uso è la disumana astrattezza dell'omicidio, dell'attentato, soluzione fantastica di un problema reale, rimpianto denso della interezza della proprie possibilità, disperato tentativo di far valere, con orgoglio impaziente, la propria forza sociale; che però, nella forma cortocircuitata della violenza militare, finisce col premiare esattamente il contrario di ciò di cui si parla» (pp. 8-9).
Al di là del lirismo - e dell'astrusità - emerge come elemento centrale la funzione di punta attribuita al lavoro non-operaio, ai “nuovi soggetti”, in quello che è delineato come un moto eversivo generalizzato nel quadro del sistema, delle sue categorie, dei suoi meccanismi, dei suoi valori.
«Il circuito produttivo - scrive ancora Piperno - utilizza prevalentemente la natura come industria piuttosto che l'erogazione di plus-lavoro ed il conseguente furto del tempo di lavoro. Per dirla in gergo: le diverse forme della produzione sociale non sono più organicamente dettate dalla legge del valore... Emerge un soggetto proletario nuovo, artefice sì della ricchezza, ma non più interpretabile (anche ai fini del calcolo economico) in termini di lavoro produttivo e improduttivo. La 'intellighentia tecnico-scientifica' in particolare (che rozzamente possiamo chiamare lavoro non-operaio) viene ad occupare una posizione di centralità nella produzione della ricchezza materiale... Il mutamento nella composizione del proletariato induce 'una nuova spontaneità', che appare sulla scena per la prima volta nell'indimenticabile '68. La nuova spontaneità ha il suo tratto caratteristico nel rapporto che intrattiene con la ricchezza sociale. Quest'ultima, infatti, viene vissuta come valore d'uso, nel senso che appropriarsene vuol dire godere di essa... Ecco dispiegarsi i comportamenti tipici di questa nuova spontaneità: l'assenteismo come sabotaggio di massa della costrizione al lavoro; il furto nei supermarket come riappropriazione individuale di oggetti il cui godimento è impedito dalla mediazione monetaria; l'occupazione come semplice occasione di reddito; la disponibilità 'generosa ed incantata' nei confronti di quei momenti dell'attività sociale in cui 'lavoro e bisogno coincidono'; le mille forme di ribellione in cui si consuma 'nell'anonimato quotidiano' una insofferenza sociale radicale e qualche volta violenta» (p. 14).
Nel suo rigore astratto Piperno non può non trarre le conclusioni di tutto questo. Il lavoro operaio e il lavoro non operaio tendono a separarsi o addirittura a contrapporsi, in rapporto alla divaricazione inevitabile tra coloro il cui comportamento è determinato dal valore di scambio, e coloro il cui comportamento è determinato dal valore d'uso. In una simile ottica la cacciata di Lama dall'università di Roma assume il significato di un avvenimento che fa epoca. «Quello che chiamiamo il comportamento dominato dal valore d'uso si ritrova di preferenza tra i giovani che esplicano il lavoro non-operaio; e quello che chiamiamo il comportamento dominato dal valore di scambio si ritrova più frequentemente nel lavoro operaio della grande fabbrica. Dunque la lacerazione esiste: e tutto fa pensare che sia destinata ad approfondirsi» (p. 12).
Se tra le due realtà - sarebbe più giusto dire tra i due concetti - non è possibile, per ragioni strutturali, una effettiva integrazione, nonostante gli accenni, puramente letterari e in contrasto con la logica dell'impostazione complessiva, al «congiungersi del lavoro non-operaio al lavoro operaio» (p. 2), un privilegiamento è inevitabile. La scelta di Piperno è chiara: si deve optare per il «secondo movimento operaio che va emergendo, innervato da altri bisogni e da altre forme di lotta», che non solo «si autonomizza» dal primo, ma vi si contrappone, combattendolo apertamente (p. 16).
Scalzone, nello stesso numero della rivista, chiarisce per parte sua: «l'ipotesi è che oggi il lavoro non-operaio, coi suo comportamenti (ad esempio, oggi, con la rottura del 'cordone ombelicale' con il sindacato), possa offrire un riferimento, avere una forza d'attrazione anche verso strati-minoritari-interni alla composizione tradizionale della classe operaia di fabbrica. Nei confronti, cioè, di tutta l'area del rifiuto della disciplina e dell'etica del lavoro, del rifiuto della religione del posto fisso, del rifiuto di regolare sulla fabbrica la propria vita» (p. 64). E al pari del «Magazzino», «Autonomia possibile» indica negli ospedalieri i protagonisti di una lotta esemplare in contrapposizione al movimento operaio tradizionale (p. 82). Piperno non si perita, peraltro, di scrivere addirittura: «La contrapposizione tra segmenti diversi del lavoro è destinata, almeno in Italia, ad accentuarsi - alimentando uno scontro che, in quanto coinvolge milioni di uomini, può essere riguardato come una forma, sia pure sotterranea, di guerra civile» (p. 12).
Tutte queste teorizzazioni degli autonomi, degli ex-potereoperaisti, come quelle analoghe sulla «destrutturazione della classe operaia», non hanno in realtà nessun supporto scientifico e si basano, tutt'al più, sull'extrapolazione di certi dati empirici e la loro abusiva generalizzazione.
Non si tratta, va da sé, di ignorare fenomeni come il lavoro nero o, più in generale, l'"economia sommersa", e come la disoccupazione intellettuale, di trascurare innovazioni nell'organizzazione del lavoro in fabbrica, di negare le ripercussioni in strati delle nuove generazioni della critica sessantottesca alla divisione del lavoro, al lavoro alienante, alla "oggettività della scienza", ecc. Ma il problema è di analizzare la portata e la dinamica reale di tutti questi fenomeni, evitando le distorsioni, gli ingigantimenti, le deduzioni fantasiose.
Al di là di certe valutazioni, largamente inficiate di impressionismo giornalistico, nessuno ha, per esempio, dimostrato che l'economia sommersa è effettivamente il fattore determinante dell'economia in Italia o in un qualsiasi altro Paese capitalistico industrializzato, e neppure che è destinata a diventarlo nel futuro. Agli eventuali fautori di una simile tesi spetta l'onere della prova. In ogni caso, l'accettazione del loro punto di vista comporterebbe l'accettazione di una ipotesi di disgregazione progressiva, economica e sociale, del sistema già nella fase in cui siamo entrati, ipotesi - è il meno che si possa dire - non suffragata da dati di analisi esaurienti e difficilmente accettabile, nel contesto storico attuale, dal punto di vista teorico. Per parte nostra, crediamo piuttosto che l'economia sommersa resterà un fenomeno congiunturale (sia pure in senso lato), un episodio di una fase di tormentata ristrutturazione del sistema (nell'ipotesi, beninteso, che i rapporti di forza politici consentano al sistema stesso di mantenersi). Processi di riomogeneizzazione saranno inevitabili, a cominciare dalla condizione della manodopera, che rappresenta un aspetto decisivo del fenomeno. Infatti, nella misura stessa in cui l'economia sommersa acquisterà maggiore consistenza, la frazione di classe operaia che vi è assorbita, si rafforzerà strutturalmente, acquistando o tendendo ad acquistare, un maggior potere contrattuale che, in un contesto politico favorevole o relativamente favorevole (comunque, non diverso qualitativamente da quello attuale), non potrà restare indefinitamente allo stato potenziale. La rivendicazione di condizioni analoghe a quelle del resto della classe operaia o della classe operaia "storica" si porrà all'ordine del giorno. Nell'ipotesi, invece che i rapporti di forza evolvano negativamente in modo radicale, sarà la classe operaia tradizionalmente organizzata a perdere terreno, finendo con l'essere ributtata verso condizioni retributive e normative analoghe a quelle dei lavoratori dell'"economia sommersa".
Quanto poi al problema delle modifiche nell'organizzazione del lavoro, per non fare che un esempio, l'esperienza della cosiddetta produzione ad isole non ha affatto alterato il tessuto operaio in fabbrica né mutato i riflessi socio-politici dei settori che vi sono stati implicati. Gli elementi di differenziazione che hanno pesato e pesano effettivamente sulla classe operaia di fabbrica come il mantenimento o no di rapporti con l'economia contadina, la diversa situazione familiare, la possibilità o meno di un doppio lavoro, ecc. non sono affatto nuovi, anche se in una fase di recessione o di ristagno incidono di più.
D'altra parte, se consideriamo il presente e un passato ancora prossimo, constatiamo che in Paesi capitalistici dove la classe operaia è forte e saldamente organizzata, nonostante insuccessi parziali (Portogallo, Francia, Italia e la stessa Spagna) il potenziale combattivo non ha subito erosioni decisive. Se non è stato utilizzato, ciò è avvenuto per ragioni essenzialmente politiche, cioè per il rifiuto di farlo da parte delle direzioni riformiste e neoriformiste tuttora maggioritarie (che sia stato così e per quali ragioni i marxisti rivoluzionari lo hanno indicato ripetutamente nelle loro analisi). Più in particolare, lotte di vasto respiro e a volte molto aspre, con importanti successi difensivi, che hanno bloccato o seriamente ostacolato progetti padronali o governativi, hanno avuto luogo anche nel periodo più recente: basti pensare alle lotte di settori importanti della classe operaia belga, dei siderurgici della Lorena e di altre regioni della Francia, degli operai della Ruhr, degli stessi minatori degli Stati Uniti. Quanto all'Italia, c'è forse bisogno di ricordare la nuova ondata di lotte dei metalmeccanici e di altre categorie cruciali nella prima metà del ’79 che, sia detto tra parentesi, non è stata affatto bloccata dall'arretramento elettorale del PCI? La classe operaia ha dato forse l'impressione di essersi strutturalmente indebolita, di essere ormai incapace di assumere un ruolo di primo piano? E coloro che avevano disquisito sulla destrutturazione, per esempio alla FIAT. non hanno proprio niente da rettificare dopo le impetuose mobilitazioni che hanno avuto al centro, ancora una volta, la roccaforte torinese e, tra i protagonisti, accanto ai militanti più sperimentati, le giovani leve degli ultimi due o tre anni?
Per evitare equivoci, precisiamo che, nonostante queste lotte e i risultati parziali conseguiti, la classe operaia resta in una situazione difficile, che potrebbe avere anche effetti negativi a medio termine. Ma questo ci sposta su un diverso terreno. su cui saranno determinanti i rapporti e gli orientamenti politici.
Le teorizzazioni sulla destrutturazione, sul lavoro non-operaio, sui "nuovi soggetti emergenti", sono, dunque, espressione di stati d'animo e di reazioni di strati della piccola borghesia radicalizzata, delusa dal movimento operaio o meglio insoddisfatta, a giusto titolo, della politica delle sue direzioni. Frange delle giovani generazioni operaie non ne sono affatto immuni. I teorici dell'autonomia, in particolare, si fanno portavoce di strati o frazioni di società diversi dalla classe operaia, che soffrono di una effettiva e crescente emarginazione. Il fenomeno, diciamolo ancora una volta, non va sottovalutato, e il marxismo rivoluzionario deve affrontarlo, teoricamente e politicamente. Ma senza fare alcuna concessione a chi prende lucciole per lanterne.
Parole chiave:
Colletti, Piperno, Autonomia operaia, Ingrao, Stame, Salvatori
1 Questo è il testo integrale del Quaderno n.2 di “Critica comunista”.
2 Trotskij ha polemizzato a varie riprese contro i critici del marxismo degli anni ’30. Rimandiamo in particolare a Marxism in our Time, Pathfinder, New York, 1970, con un'appendice intitolata appunto Once again on the crisis of marxism. Il saggio, nella versione italiana, è incluso nel volume: Leon Trotsky, I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali 1924-1940, introduzione e traduzione di Livio Maitan, Einaudi, Torino 1970.
3 Si tratta quasi sempre degli stessi personaggi che potrebbero organizzare una specie di carro di Tespi per sviluppare più comodamente il loro programma di discussione sulle problematiche alla moda.
4 Da parte degli austro marxisti, specie di alcuni di essi come Otto Bauer,.la preoccupazione di mantenersi nel quadro delle concezioni marxiste era senza dubbio maggiore che da parte degli attuali teorici dell’eurocomunismo.
5 Da notare anche che Ingrao parla di «un'oscillazione che mi sembra di avvertire, negli scritti di Lenin, tra una visione ‘degenerativa’ del capitalismo e quella rappresentazione, invece, di uno sviluppo oggettivo della società, che è già compiuto ed è solo bloccato dall'apparato repressivo politico borghese» e aggiunge: «Mi sembra che in questa visione unilaterale e riduttiva della macchina statale e politica borghese stia la fonte del limite più forte del leninismo: l'intendere il potere proletario come dittatura ‘senza legge’, per stare al termine del pamphlet contro Kautsky. La frase oggi ci appare profondamente sbagliata. Ma non si tratta solo di una frase. Era un'impostazione che restringeva la funzione dell'egemonia all'interno dello schieramento rivoluzionario, fuori dal quale aboliva ogni regola» (p.178). Il problema della strutturazione o istituzionalizzazione di una democrazia socialista è un problema reale, che non può essere risolto con il semplice richiamo a scritti leniniani, fortemente condizionati da situazioni di emergenza. Ma Ingrao sopprime il problema stesso nella misura in cui fa sparire ogni differenza qualitativa tra democrazia borghese e democrazia di uno Stato operaio e aderisce, ripetiamolo, a una concezione metastorica della democrazia.
6 Ci riferiamo alle posizioni che il PCI ha assunto ormai da lunga data e che sono riprese, nella sostanza, anche nell'intervista di cui basti richiamare due passi: «L'eurocomunismo, secondo me, lavora su queste ipotesi: un processo democratico che cambia lo Stato, uno sviluppo della democrazia che rompe il verticismo e la lontananza dello Stato. Un'ipotesi che non è rimasta nei libri; che è stata dentro le lotte» (p. 90). «La nostra strategia suppone chiaramente una capacità di trasformazione degli altri partiti» (p. 114). Dunque, questa strategia "realistica" avrebbe come presupposto, tra l'altro, che la DC, principale partito borghese, cambi natura e aderisca a un progetto di transizione, sia pure a lungo termine, verso il socialismo!
7 L'autore non vuole «dettare ad ogni Paese per filo e per segno quali norme adottare», ma sembra attribuire un valore paradigmatico «alle norme del diritto internazionale comunemente accettato, per esempio allo Statuto dell'ONU, alle Carte e alle convenzioni sottoscritte da tutti i Paesi» (p. 77). Avendo presenti i risultati sinora conseguiti da queste rispettabili norme ed istituzioni, c'e davvero poco da stare allegri.
8 En passant, solo del tutto abusivamente Cerroni può denunciare come tratto distintivo della «tradizione comunista» una «concezione della rivoluzione socialista come impresa dottrinaria,ecc.». Ciò non era vero per i partiti comunisti nell'epoca di Lenin e, in genere, non è stato vero neppure successivamente. Ma la riduzione all'assurdo delle posizioni altrui e la semplice invenzione di posizioni inesistenti è un ingrediente necessario del metodo descritto. Anche altrove si riscontrano, del resto, nell'intervista ricostruzioni di comodo di tesi che si combattono, senza precisare da chi e quando siano state sostenute (per esempio, p. 124).
9 Non vediamo perché Carroni parli di «inconfessata volontà della DC di mantenere in piedi il capitalismo», mentre questo partito ha sempre proclamato apertamente di voler difendere il sistema, nazionalmente e internazionalmente, e di essere opposto al socialismo.
10 V. per l'articolo di Craxi e le polemiche dell'estate-autunno 1978, il nostro articolo Leninisme, socialdémocratie et eurocommunisme, in «Inprecor», n. 7, 1979.
11 Per le idee di Trotskij in proposito vedere la parte finale di Arte, letteratura e libertà, Schwarz, Milano, 1958.
12 Ciò non vale per ogni singolo settore od ogni singolo prodotto e non significa negare l'arbitrarietà o l'opinabilità di certe scelte specifiche di sviluppo.
13 Ci riferiamo qui a quanto Ruffolo scrive. Sul piano pratico la sua adesione al PSI è di per sé rivelatrice.
14 In un’intervista a «Gente» (20.07.1979) Colletti ha rivendicato il carattere pionieristico dell’intervista politico-filosofica per l’apertura della attuale “crisi del marxismo”.
15 Ci riferiamo in particolare a certi economisti vicini alla estrema sinistra e a Luigi Garegnani, che ha pubblicato sull'argomento una serie di articoli (v. «Rinascita», nn. 9, 12, 13,1978).
16 Una buona parte degli articoli e saggi di Colletti degli ultimi anni sono stati raccolti nel volume Marxismo e no (Laterza, Bari, 1979), cui facciamo riferimento per maggiore comodità.
17 Più avanti Stame parla di una «contraddizione tra le necessità delle funzioni di formatore di consenso, che lo Stato si è attribuito, e la funzione storica, che dalla pratica del keynesismo, gli è stata assegnata» (p. 122).
18 Eloquente la n. 1, p. 8, dove si legge, tra l'altro: «La dinamica dei conflitti sociali sfugge sempre di più a una classificazione tra movimenti sociali che sono solo espressione di una 'contraddizione' e altri movimenti che poggiano su contraddizioni orientabili progettualmente in senso 'socialista'». D'altra parte, le «dicotomie classe-partito, trade-unionismo-coscienza di classe, rivendicazione compatibile col mantenimento del sistema-obiettivo eversivo» sono considerate come un'anticaglia del «marxismo classico della III Internazionale».
19 Anche Stame è nella schiera di coloro che con disinvoltura degna di miglior causa tendono a mettere nello stesso sacco Il e III Internazionale.
20 Anche Stame è nella schiera di coloro che con una disinvoltura degna di miglior causa tendono a mettere nello stesso sacco II e III Internazionale.
21 Esempio di assolutizzazione di una posizione particolare del PCI: «Il PCI - scrive Stame - non può consentire che assuma una dimensione istituzionale lo spazio sociale che esso lascia aperto alla sua sinistra» (p. 134). In realtà, dopo i dinieghi drastici e gli abusi polemici, il PCI ha mutato registro e ha proclamato apertamente la volontà di fare i conti con «lo spazio sociale alla sua sinistra», il che, dal suo punto di vista, significa, in ultima analisi, ricercare in una forma o nell'altra, l'istituzionalizzazione.
22 Lasciamo da parte il giudizio sommario, niente affatto storicizzato e quindi più che discutibile, sulla “concezione etica” della III e anche della II Internazionale.
23 Questo testo è stato ripreso, come i redattori di «Magazzino» segnalano, dal numero del Settembre 1978 di «Le monde diplomatique».
24 Per una periodizzazione del genere v. anche «Autonomia possibile», p. 29.
25 «Magazzino» illustra ai lettori. il significato di certi "neologismi". Alla voce "autovalorizzazione" si legge: «Per autovalorizzazione si intendono tutti quei processi di sviluppo della composizione di classe operaia che non sono riducibili immediatamente alla dialettica della valorizzazione capitalistica. L'autovalorizzazione operaia consiste nell'accumulo, dentro la classe operaia, di livelli irriducibili di salario relativo, di livelli di sapere generalizzati, di livelli di espressione politica e di lotta, e di esercizio di contropotere. L'autovalorizzazione operaia è un elemento antagonistico dello sviluppo capitalistico: è la sintesi di tutti gli elementi (sabotaggio della produzione, lotta sul salario, conquista di salario sociale, indipendenza nella riproduzione, espressione di bisogni politici e di riorganizzazione, «the making of working class») che non sono riduci bili al valore di scambio" (p. 83).