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Lo spartiacque della FIAT

Archivio Critica comunista e Bandiera rossa · pubblicato il 13 novembre 2009 · 75 min di lettura


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Sindacato

Lo spartiacque della Fiat

di Franco Turigliatto*

Riporto qui un saggio di notevole utilità scritto da Franco Turigliatto a breve distanza dalla conclusione della lotta della FIAT, integrato in appendice da un ampio articolo del 1982 sulla successiva stagione dei contratti, utile oggi per valutare l’ampiezza dei mutamenti che si sono avuti in questi anni nel sindacato italiano. Sulla FIAT ricordo anche il saggio di Gianni Rigacci sulla marcia dei 40.000, già inserito nel sito tra i suoi articoli tratti da “Critica comunista”. (a.m.13/11/09)

La lotta alla Fiat costituisce uno spartiacque, aprendo un periodo dello scontro di classe più aspro e difficile.

La classe borghese è ben decisa, di fronte alla crisi economica internazionale e all'accanita concorrenza intercapitalistica, a colpire profondamente le forze operaie. Si manifestano tuttavia in questa vicenda anche i caratteri della risposta operaia: mobilitazione massiccia semispontanea, comprensione della portata politica dello scontro, disponibilità a battersi fino in fondo. Ancora, le vicende della Fiat hanno messo in luce tutti i pregi, ma anche i limiti, di quella avanguardia operaia che è stata alla testa di tante lotte e di questa in particolare. Infine, l'esito di questo scontro costituisce una bruciante verifica della linea politica delle direzioni sindacali, di quella che, al di là degli abbellimenti formali dei suoi sostenitori, è conosciuta dai lavoratori come la politica dell'Eur, la politica dell'austerità.

In questo articolo vogliamo esaminare soprattutto questo ultimo aspetto: il rapporto intercorso tra la politica delle direzioni sindacali e l'evoluzione della lotta alla Fiat e la sua conclusione. Ma, prima di inoltrarci in questa analisi, vale la pena di sintetizzare un bilancio della lotta e di ristabilire alcune verità fattuali.

La lotta dei lavoratori Fiat

 

1. La lotta si è conclusa con una pesante sconfitta per i lavoratori. Nessun infingimento può nascondere la realtà di un accordo che prevede l'espulsione dalla fabbrica per un tempo indeterminato di 23.000 lavoratori. Una parte consistente dell'avanguardia operaia viene espulsa dalla fabbrica; la struttura di base del sindacato viene duramente colpita. Agnelli riacquista la sospirata mobilità della forza lavoro, ottiene condizioni interne alla fabbrica assai favorevoli per cercare di ristabilire l'antico ordine gerarchico e regolare i conti con la classe operaia.

2. La sconfitta subita dai lavoratori della Fiat è una sconfitta per l'intera classe lavoratrice. Non è però «la sconfitta». Il padronato deve ancora smantellare altri numerosi bastioni delle forze operaie. A scadenza. ravvicinata, altre dure prove attendono i lavoratori. La lotta si preannuncia nella siderurgia, alla Zanussi, alla Olivetti, in tante altre fabbriche. Fare il bilancio del rovescio subito alla Fiat e delle sue cause è importante per affrontare queste nuove battaglie non a ranghi sparsi, ma serrando le fila e lottando uniti.

3. La lotta alla Fiat ha visto una partecipazione di massa paragonabile solo a quella del 1969. Chi c'era lo sa. Chi non vuole farsi ingannare lo ha capito attraverso la lettura degli stessi giornali borghesi. I partiti borghesi non avrebbero mai dichiarato verbalmente la loro solidarietà ai lavoratori se non avessero visto la dimensione del movimento di massa. I dirigenti confederali non avrebbero mai fatto uno sciopero generale in periodo di crisi di governo se la lotta non si fosse mantenuta senza flessioni per settimane.

Ma la lotta della Fiat ha visto anche realizzarsi forme elevate di democrazia operaia. Decine e decine di assemblee hanno ritmato l'andamento dello scontro, l'hanno indirizzato. Sono queste assemblee democratiche di massa che hanno fatto maturare la coscienza di classe, la volontà di battere il padronato, la consapevolezza della portata politica del combattimento intrapreso. Sono queste assemblee, insieme ai cortei, che hanno sventato le manovre padronali, non sono cadute nella trappola del cosiddetto ritiro dei licenziamenti, hanno imposto lo sciopero nazionale della FLM e poi quello della CGIL-CISL-UIL. Oggi queste assemblee sono sotto il fuoco dei burocrati. Non c'è da stupirsi. Quelli che prediligono le cene e gli incontri riservati con i personaggi della borghesia e che alla lotta di classe hanno sostituito la collaborazione con la classe avversaria, hanno paura delle as­semblee.

Quale strano linguaggio ha dovuto tenere Benvenuto davanti alla porta 5 di Mirafiori, cosi diverso da quello, a lui più abituale e congeniale, delle interviste ai giornali borghesi! E anche Gianotti, segretario torinese del PCI, scopre un mese dopo l'accordo - come il testo di bilancio del suo partito - che l'errore è stato compiuto quando, ritirati i licenziamenti, non si è capita la novità e si è continuato con i picchetti a oltranza senza fare le assemblee. Spudorata menzogna: furono proprio le assemblee di massa a denunciare la manovra padronale, a rifiutare il listone di proscrizione, a mantenere i picchetti e la lotta prolungata per impedire la divisione tra coloro che avrebbero potuto entrare in fabbrica e quelli che ne sarebbero stati esclusi.

4. È falso che nella giornata finale la lotta si stesse esaurendo e che la manifestazione dei capi le abbia dato il colpo di grazia. Dopo un mese di lotta, la tenuta della mobilitazione aveva imposto lo sciopero generale e aveva rotto l'isolamento; era partita la sottoscrizione; dopo anni, gli studenti e i giovani erano tornati davanti alle porte di Mirafiori, da Torino ma anche da tutto il paese. Perfino settori intellettuali, fino allora impegnati a disquisire della «crisi del marxismo », avevano dovuto esprimere la loro solidarietà a quegli operai che presidiavano i cancelli sotto l'effigie di Carlo Marx. I picchetti continuavano ad essere numerosi; non si regge questa forma di lotta senza il sostegno della stragrande maggioranza dei lavoratori.

Molteplici menzogne sono state scritte dai giornali: i lavoratori che al mattino si presentavano ai cancelli per valutare l'andamento della lotta e partecipare alle assemblee quotidiane dei picchetti sono stati presentati come operai desiderosi di andare a lavorare.

Il corteo dei capi è stato certo numeroso (10.000-12.000 persone, come detto nel primo comunicato della questura e delle agenzie), ma ben lontano dalle cifre che, come d'incanto, hanno cominciato a comparire nel tardo pomeriggio e che «La Repubblica », «depositaria della verità », avrebbe poi fissato in 40.000. Il numero è cresciuto man mano che si delineava la manovra antioperaia congiunta: il padrone, da una parte, che aveva organizzato la manifestazione; i burocrati, dall'altra, che l'hanno utilizzata come pretesto per chiudere una lotta che usciva dalla loro linea politica e che rischiava di precipitare uno scontro generalizzato contro la borghesia.

È stato un corteo che i lavoratori che l'hanno visto formarsi sanno bene che era possibile evitare. La direzione della FLM ha rinunciato a fare scendere in campo gli operai, cioè ad offrire una alternativa materiale e politica a quelle migliaia di capi, ma soprattutto agli impiegati che, sconvolti da un. conflitto che andava al di là della loro comprensione politica, erano andati a guardare, incerti su cosa fare, su come schierarsi. Non hanno trovato la FLM, non hanno trovato un corteo operaio. Hanno trovato 500 o al massimo 1000 capi inquadrati dalla Fiat, gli unici decisi, rimpolpati da elementi fascisti, e si sono accodati. Il corteo si è sciolto alla fine in un baleno, lasciando sul campo centinaia di cartelli tutti eguali, dopo che la polizia lo aveva «difeso» da 200 operai!

Alcune migliaia di capi ed impiegati vengono oggi contrapposti a milioni di lavoratori che hanno scioperato in solidarietà con gli operai Fiat, a decine e decine di migliaia di operai che hanno partecipato attivamente alla lotta per 37 giorni. Quale inganno! Quale miserabile complotto contro la classe operaia!

5. Le ragioni della sconfitta non sono nella debolezza della lotta, ma altrove. Esse sono da ricercare nel comportamento delle direzioni sindacali, che hanno sempre seguito a rimorchio lo sviluppo della mobilitazione, per pugnalarla alla schiena quando è venuto il momento decisivo. E non parliamo solo dei dirigenti confederali, che sono arrivati alle porte dopo un mese, ma anche di quelli della FLM, arrivati dopo 10 giorni.

Vale la pena di fare due citazioni, dalla relazione introduttiva di Veronese al Direttivo nazionale FLM del 28-29 ottobre 1980, per illustrare come la direzione FLM sia stata «incastrata» per un lungo periodo dalla mobilitazione operaia:

C'è stata una nostra iniziale «fluidità» nel definire i punti di caduta della nostra posizione, specie sulla mobilità. La oggettiva radicalizzazione sopraggiunta con la definizione di «mobilità da posto a posto» escludente la formazione della lista, insorta a trattativa già avanzata, ha alzato il livello degli obbiettivi e creato condizioni di ulteriore rigidità nel negoziato.

E più avanti, parlando della lunghezza e della durezza della lotta:

è opportuno ricordare anche a taluni nostri critici e censori come tale situazione è maturata e si è generalizzata sotto l'influenza della scelta discriminatoria [...] dei lavoratori da porre in CIG, dell'invio a sorpresa da parte della Fiat delle lettere dopo la sospensione dei licenziamenti, dello svilupparsi di uno stato d'animo da «spallata finale» ingeneratosi nei lavoratori dopo la riconferma dello sciopero generale e l'avvio della sottoscrizione. Tutto ciò ha impedito di passare a forme nuove, più articolate ed il gruppo dirigente ha dovuto constatare come fosse impraticabile la proposta di passare ad una forma alternativa.

I dirigenti confederali non hanno mai fatto mistero di giocare al ribasso, tanto è vero che lo stesso Veronese, nella relazione, parla rispetto a loro «di incomprensibili incomprensioni» e di «distaccata freddezza ».

In quanto al PCI, lasciamo parlare su «Rinascita» (n. 42) Chiaromonte: un Chiaromonte che scrive un articolo subito dopo la chiusura della lotta prendendo come interlocutori i borghesi e non i lavoratori:

È bene ripetere che noi non abbiamo né suggerito né spinto verso questa forma di lotta [l'occupazione], ma non potevamo non affermare che se i sindacati e i lavoratori l'avessero scelta, noi saremmo stati con loro. Ma voglio aggiungere che, nel concreto, ci siamo adoperati, in ogni sede, perché non si ricorresse a forme estreme di lotta, che avrebbero reso ancora più difficile ed incerto l'esito della dura vertenza.

Le direzioni burocratiche hanno sperato per un certo periodo che la lotta si indebolisse. Verificato il contrario, Lama Carniti e Benvenuto hanno utilizzato la manifestazione dei capi per scavalcare la delegazione alle trattative, la FLM torinese e nazionale (come risulta da un testo della stessa FLM torinese) siglando l'accordo. Ma questo non era sufficiente. Per imporlo, hanno dovuto lanciare un pesante attacco contro gli operai, hanno dovuto puntare sui capi e sui settori più arretrati di lavoratori. Non hanno esitato ad attaccare frontalmente i consigli, la base del sindacato; hanno agito per dividere i lavoratori come unico modo per riuscire nel loro intento. Le direzioni della FLM nazionale e torinese hanno piegato la testa, pur discordando dalle Confederazioni. Esse sono egualmente responsabili: lo sono forse ancora di più, perché i lavoratori e i consigli, pur con molte diffidenze, riponevano ancora in loro una certa fiducia.

Nonostante tutto questo, nelle assemblee non si è riusciti a passare. La maggioranza dei lavoratori si è pronunciata contro.1

Ma non bastava certo il voto delle assemblee a impedire alle burocrazie di chiudere la lotta e di firmare l'accordo. Esiste un secondo elemento che spiega la sconfitta operaia: l'incapacità dei sostenitori del «no», cioè la maggioranza degli operai, di far fallire l'accordo con la lotta. L'avanguardia operaia, i quadri sindacali di base che sono stati alla testa della mobilitazione, i consigli, non sono stati in grado di rilevare la direzione della lotta. Ogni consiglio è andato per conto suo; nessun coordinamento è stato istituito tra una sezione e l'altra, e questo ha reso impossibile la continuazione della lotta, che pure sarebbe stata possibile. La spiegazione è una sola: lo strato d'avanguardia non era preparato a dirigerla politicamente e materialmente; non si era mai posto il problema, non si era mai strutturato in una tendenza di sinistra nel sindacato, non era pronto e non è stato all'altezza dei suoi compiti.

 

Una linea politica che viene da lontano

 

Nei drammatici giorni conclusivi e nelle settimane successive i lavoratori hanno usato sovente, per definire l'azione dei dirigenti sindacali, la parola: tradimento.

Non c'è dubbio che queste direzioni hanno tradito le aspirazioni dei lavoratori, i loro bisogni elementari, la difesa del posto di lavoro; hanno tradito una lotta che si era sviluppata dal basso con una dinamica anticapitalista e su certi contenuti, piegandosi invece alle esigenze del Capitale.

Ma se si esamina la questione da un altro punto di vista - la coerenza della azione sindacale rispetto alla strategia varata all'Eur -, allora possiamo dire che i burocrati sono stati del tutto conseguenti rispetto ai loro presupposti iniziali. L'accordo raggiunto alla Fiat è del tutto funzionale a una linea politica che vuole sostenere le aziende nei loro processi di ristrutturazione per essere più competitive sui mercati internazionali. Da questo punto di vista, anche la linea del PCI è stata coerente: quanto aveva auspicato nella sua famosa conferenza sull'auto comincia a diventare realtà. La Fiat - essendosi liberata di una parte dei lavoratori, di quelli più «lavativi» e «assenteisti», del cosiddetto «fondo del barile», per usare una espressione di Minucci - è sulla buona strada per aumentare la produttività.

Quali erano gli assi fondamentali della strategia dell'Eur che, come vedremo, sono oggi riproposti per la prossima assise sindacale?

La crisi del sistema capitalistico veniva individuata genericamente nel venir meno di certi modelli di sviluppo e non nei suoi stessi meccanismi. Nella relazione iniziale Macario ebbe modo di precisare a scanso di equivoci: «Anche gli imprenditori perciò devono cambiare e non di poco. Non intendiamo per questo proporre il sovvertimento delle regole dell'economia di mercato [...]». La programmazione democratica avrebbe dovuto correggere le deficienze più grosse della «libera economia». Si individua in un forte e costante tasso di crescita la condizione indispensabile per il pieno impiego, lo sviluppo del Mezzogiorno e la realizzazione di un nuovo modello di sviluppo. L'utopismo è fin troppo palese: si proponeva, da una parte, il mantenimento di un'economia che ha come presupposto squilibri e crisi e come molla il profitto e, dall'altra, si vagheggiava una società equilibrata. Per favorire gli investimenti e una nuova politica economica, il movimento sindacale si proponeva di liberare l'impresa da una serie di vincoli legati alle conquiste operaie. I lavoratori avrebbero limitato le loro rivendicazioni salariali per favorire l'accumulazione di capitale; sarebbe stata concessa una maggiore mobilità della forza lavoro per aumentare la produttività. Grazie a queste nuove risorse prodotte, gli imprenditori avrebbero potuto sviluppare l'industrializzazione del Sud e l'occupazione. Ecco due passaggi del famoso documento:

Le categorie realizzano nella formulazione delle rispettive piattaforme rivendicative un responsabile contenimento delle rivendicazioni [...].

La Federazione riconferma il suo orientamento sulla mobilità del lavoro; la mobilità nel quadro di un coerente programma di sviluppo è una necessità sia all'interno delle imprese, sia fra le imprese, anche tra diversi settori di attività economica.

Come tutti sanno e riconoscono, i lavoratori hanno pagato un duro conto per questa politica, in attesa di nuova occupazione che non è mai venuta. Né poteva venire.

È necessario precisare che i settori di sinistra del sindacato, le federazioni di punta come la FLM, ma anche quella che va sotto il nome di «sinistra sindacale», non misero mai organicamente in discussione questa linea politica. È pur vero che, durante i contratti del 1979, questi settori portarono avanti obbiettivi rivendicativi che, per certi aspetti, uscivano dal seminato della politica decisa l'anno prima e che essi furono spinti su questa strada dalla forte pressione rivendicativa che emergeva dalla base operaia; ma lo fecero non come alternativa strategica, ma solo perché si era delineata una fase particolarmente espansiva dell'economia. In tale contesto si poteva chiedere qualcosa in più, senza per questo rompere con i postulati teorici iniziali.

Ma proprio per questo, alla chiusura dei contratti - sbloccati solo da una grande mobilitazione di massa, tra cui primeggiò la classe operaia torinese - la direzione della FLM non esitò a firmare la clausola capestro della mobilità, il famoso articolo 4, che la Fiat avrebbe poi brandito come elemento centrale della sua propaganda antioperaia sui giornali nel corso della recente lotta. Dopo l'Eur, il convegno di Montesilvano sulle strutture organizzative del sindacato avrebbe individuato un progetto di organizzazione interna del tutto funzionale alla linea politica e teso a snaturare lo stesso delegato di gruppo omogeneo e a condizionare e limitare l'ambito d'azione delle federazioni di sinistra. Infine, le direzioni sindacali cercarono di portare avanti la loro linea politica all'interno delle vertenze aziendali. Il Consiglio generale della FLM, tenutosi a Brescia nel marzo del 1980, quando già erano più chiare le avvisaglie di una nuova recessione economica, metteva al centro dei contratti integrativi l'intervento per aumentare la produttività, per favorire il pieno utilizzo degli impianti e le ristruttura­ioni e per sollecitare nuovi investimenti produttivi al Sud. Tutto questo, secondo i dirigenti sindacali, avrebbe potuto avvenire contemporaneamente a un miglioramento dell’organizzazione del lavoro in fabbrica e a una nuova qualità del lavoro.

Per certi versi, la sinistra sindacale ha un comportamento ancora più schizofrenico e patetico. Visti i suoi rapporti con la base operaia e il suo inserimento all'interno dell'apparato sindacale, essa vuole mantenere le conquiste e l'organizzazione operaia in fabbrica così come si sono configurate in questi anni. Nello stesso tempo, resta interna alla strategia testé delineata, non avendo il coraggio di porsi su una strada anticapitalistica (nazionalizzazione delle aziende in crisi e che licenziano, sviluppo del controllo operaio a tutti i livelli).

Le difficoltà a rompere del tutto con una certa strategia sono riscontrabili nello stesso testo dei 25 dirigenti e funzionari sindacali di Torino redatto dopo l'accordo, un documento che è fortemente critico sulla politica delle direzioni sindacali ma in cui la politica dell'Eur non viene respinta in toto. Si dice che di essa è stata data nel sindacato un'interpretazione riduttiva, anche se maggioritaria, che rinunciava a difendere le conquiste in fabbrica in cambio dell'intervento statale sulle ristrutturazioni, per cui nel gruppo dirigente si sarebbe consolidata l'idea che i processi di ristrutturazione sono oggettivamente determinati

e quindi il compito sostanziale del sindacato è quello di gestire le conseguenze sul terreno dell'occupazione, in termini oscillanti tra l'assistenzialità (CIG) e la precarietà di un posto di lavoro (mobilità), oppure in termini di pura redistribuzione del lavoro che rimane tra tutti.

Al contrario, per i firmatari va seguita la via che presiedeva alla vertenza Fiat di primavera e i loro obbiettivi di fondo rimangono

il superamento del lavoro alla catena, la costruzione di aree di professionalità col­lettiva, modificando l'o.d.l., la eliminazione conseguente di molte figure gerarchiche improduttive l'introduzione di nuove tecnologie mirate a superare le lavorazioni più pesanti e nocive e gli attuali vincoli impiantistici, la riduzione dell'orario di lavoro ed un diverso utilizzo degli impianti nell'anno.

Ci si dimentica che, grazie a questa « strategia» in cui si prevede una modifica della qualità del lavoro senza toccare la proprietà privata, il movimento sindacale è arrivato del tutto impreparato allo scontro con la direzione Fiat. In corso Marconi avevano già avuto modo di constatare tutta la debolezza della linea sindacale: avevano avuto il test dei «61» a riprova dell'incapacità del sindacato di reagire all'inizio dell'attacco padronale. Sapevano dell'atteggiamento del PCI, e credevano di poter procedere abbastanza sul sicuro.

È bene ricordare che nella FLM, prima della famosa intervista di Umberto Agnelli che annunciava licenziamenti, coloro che, come i militanti della LCR, parlavano di crisi dell'auto e del disegno padronale di espellere dalla fabbrica migliaia di operai, erano presi per poco meno che dei pazzi. È quasi impietoso ricordare lo sconcerto e lo stupore che colpirono i funzionari sindacali quando capirono che Agnelli faceva sul serio, che voleva i soldi dello Stato, ma anche parecchie teste di operai.

All'inizio di settembre, quando lo scontro si delineò nei suoi reali aspetti, la direzione della FLM avanzò una piattaforma alternativa ai licenziamenti del tutto difensiva e subordinata ai criteri di fondo della ristrutturazione capitalistica: prepensionamenti, blocco del turn over, licenziamenti agevolati, C.I. per lunghi periodi, ecc. Anche se si fosse ottenuta quella piattaforma il movimento operaio avrebbe fatto dei passi indietro. Lo sapeva bene la Fiat, che ha potuto tenere duro sapendo che i confederali erano disposti a cedere anche molto di più, che la FLM non aveva molte carte da giocare per respingere la mobilità viste le posizioni assunte precedentemente, e che in ogni caso, anche se avesse dovuto accettare i punti della FLM, avrebbe comunque indebolito la classe operaia e creato condizioni più favorevoli per un attacco successivo.

 

La coscienza di classe dei lavoratori

 

Che cosa spiega, allora, una lotta cosi lunga e dura, uno scontro in .cui il risultato finale è stato tutt'altro che determinato in anticipo? La reazione semispontanea dei lavoratori.

La classe operaia aveva accumulato negli anni passati una forza politica e organizzativa, oltre a una serie di miglioramenti economici. La coscienza di classe degli operai si era elevata notevolmente. La politica dell'Eur aveva compiuto parecchi guasti, ma non era stato possibile applicarla fino in fondo. Era prevalsa la moderazione nelle rivendicazioni, ma molti dei vincoli egualitari sono rimasti e soprattutto, per quanto riguarda la questione cruciale della mobilità, non solo gli oppositori dell'Eur ma gli stessi quadri di base, che ne avevano sostenuto in astratto il criterio, si erano opposti con le unghie e con i denti alla sua applicazione nel concreto della loro fabbrica. E il padronato aveva continuato a lamentarsi dei «lacci e laccioli» che ostacolavano la sua manovrabilità della forza lavoro e la sua autorità sul processo produttivo. Il vice-segretario della Confindustria, Mandelli, in un'intervista al «Corriere» successiva all'accordo, riprende un leit motiv tradizionale degli imprenditori. All'intervistatore che gli chiede che cosa debbano rimproverarsi gli industriali, Mandelli risponde:

[...] di non aver fatto valere prima le nostre ragioni. Si è creato un profondo fossato fra le dichiarazioni di intenzioni degli esponenti del sindacato e i comportamenti concreti nelle grandi fabbriche. E gli industriali sono responsabili di non aver fatto scoppiare queste contraddizioni di fronte all'opinione pubblica [...].

Più giusto sarebbe stato dire «non abbiamo potuto». E, in risposta alla domanda se gli imprenditori dovevano allearsi con i vertici sindacali per battere la «base», l'industriale risponde:

Non mi fraintenda! Ho detto che i dirigenti sindacali volevano certe cose [...] I dirigenti periferici si comportavano in modo diverso. Perché? Non sta a me esprimere giudizi. Constato che il comportamento nelle grandi fabbriche è stato obbiettivamente eversivo, in quanto non ci si è resi conto che l'azienda deve produrre ricchezza.

La variabile indipendente, la variabile «impazzita»per la borghesia e per i burocrati è stata dunque la classe operaia che, di fronte alla rimessa in discussione delle sue conquiste, della sua stessa forza strutturale, il posto di lavoro, ha avuto una reazione formidabile; ha compreso che non si poteva fare nessuna concessione, che difendere l'occupazione era difendere anche l'organizzazione operaia nella fabbrica, base essenziale per qualsiasi prospettiva futura.

È questa coscienza di classe che ha permesso ai lavoratori di mobilitarsi senza attendere indicazioni che non sarebbero mai venute, di resistere anche nei momenti più difficili. È certamente vero che la coscienza di classe dei lavoratori si è espressa su un piano strettamente difensivo: No ai licenziamenti! No alla Cassa Integrazione a zero ore, No al listone di proscrizione, No allo smantellamento della forza operaia e sindacale nella fabbrica! Né poteva essere altrimenti; a meno che non si pensi che la classe operaia, spontaneamente, a prescindere da una direzione politica, sappia darsi un'organica strategia anticapitalistica.

In compenso, però, in vasti settori operai cominciava anche a farsi strada una proposta in positivo: l'obbiettivo della riduzione d'orario, come strumento indispensabile per fronteggiare la crisi e le ristrutturazioni senza farne pagare il fardello ai lavoratori.

 

La controffensiva delle direzioni sindacali

 

I burocrati di ogni risma stanno cercando di sminuire la portata di quella coscienza di classe difensiva dei lavoratori, sostenendo che era riduttiva e impotente, puramente arroccata sulla difesa dell'esistente. Ma essi non muovono questo attacco per proporre una più avanzata strategia di lotta anticapitalistica, ma per cercare di annegare questa coscienza di classe dei lavoratori in una concezione tra le più bassamente collaborazioniste con la borghesia e vilmente subalterna alle esigenze del grande capitale.

La UlL è quella che, con toni più forti, sulla base della sconfitta operaia, cerca di portare avanti un proprio piano di «normalizzazione» del sindacato che dovrebbe permetterle di uscire rafforzata anche come apparato specifico, puntando decisamente sui settori di lavoratori più arretrati. Ma anche le altre due Confederazioni non sono da meno. Queste lunghe, ma significative citazioni di un articolo di Garavini comparso su « Rinascita» permettono di capire sia la posizione della CGIL sia quella del PCI. L'analisi di Garavini è semplice:

Partiti da una vertenza dove ci ripromettevamo di affrontare le questioni dei programmi aziendali e delle modifiche dell'organizzazione del lavoro, i temi dell'occupazione e della produttività nel quadro del piano dell'auto, siamo approdati, davanti alla provocazione padronale, in una lotta contro i licenziamenti dove questi problemi sono praticamente scomparsi. La proposta «economica» della lotta alla Fiat non è stata affermata e si è venuta affermando di fatto, invece, una linea contraddittoria a questa proposta: che il potere del sindacato, la forza contrattuale e i diritti dei lavoratori si difendono respingendo frontalmente l'attacco padronale, non entrando nel merito dei cambiamenti necessari nell'ambiente sociale e produttivo costituito dalla fabbrica.

Per Garavini, lo sciopero a oltranza rivela tra l'altro:

il distacco e l'opposizione frontale rispetto all'ipotesi di rispondere alla crisi con una nuova e diversa articolazione del processo produttivo e della stessa struttura di organici dell'impresa, nella quale risolvere i problemi della occupazione.

Il gruppo dirigente sindacale sarebbe dunque responsabile di non aver saputo spiegare a tempo ai lavoratori e alla base sindacale la giusta linea politica. Cosicché

parte dell'avanguardia impegnata nella lotta si è sentita tradita dall'accordo su una questione che l'accordo stesso non poteva, ma nemmeno doveva, risolvere: ristabilire l'ambiente sociale e produttivo precedente.

Guardiamo al tema del ritorno dei sospesi al lavoro [...] il limite della soluzione di questo problema ha assunto per parte dei lavoratori, anche negli stessi stabilimenti ove non ci sono sospensioni, la valenza politica di una sconfitta, perché si è considerato che le sospensioni, alterando l'ambiente sociale e produttivo, distruggerebbero la base stessa di potere del sindacato, di rappresentatività dei delegati, di forza dei nuclei più combattivi di classe operaia e quindi impedirebbero anche ogni lotta che imponga il ritorno al lavoro dei sospesi.

Garavini conclude poi in modo chiaro: «vi è un imperativo di rinnovamento del sindacato che non è più rinviabile».

Bisogna passare dalla contrattazione basata sulla difesa delle «garanzie» e delle «rigidità» nell'attuale modulo produttivo e di organizzazione del lavoro a una azione contrattuale per porre le condizioni di una evoluzione di questo modulo, traendone coraggiosamente tutte le conseguenze di politica rivendicativa, in tema di orario (controllo articolazione ed elasticità), di retribuzione (carattere professionale), di organizzazione del lavoro (qualità professionale del lavoro).

Anche Veronese, della FLM, nella sua relazione al Consiglio nazionale di fine ottobre, parlando della necessità di coinvolgere i quadri sindacali nella gestione dei processi di ristrutturazione e di governo della crisi, concludeva:

Ciò comporta anche per loro, per non esaurirsi nel ruolo distruttivo di «fanti di trincea» in battaglie difensive come quella testé conclusa, l'acquisizione di una mentalità che sia coerente al ruolo di un sindacato che voglia misurarsi fino in fondo con i problemi della crisi dell'apparato produttivo, della grande industria in particolare; delegati non più assoggettati nella difesa acritica di vecchie rigidità, ma soggetti contrattuali dinamici capaci di muoversi sul terreno del risanamento aziendale, delle scelte sui processi produttivi, dell'organizzazione del lavoro, sull'avvio di processi di una nuova produttività ed efficienza.

Non c'è bisogno di ulteriori spiegazioni per illustrare come i dirigenti sindacali vogliano allineare l'azione del sindacato alle esigenze attuali delle aziende e del capitalismo italiano; e, questo, distruggendo le conquiste e le forme di controllo operaio instauratesi all'interno della fabbrica, da loro definite ipocritamente «la pura difesa dell'esistente»!

Il nuovo testo varato per la prossima Assemblea dei Consigli generali e dei delegati ricalca nel modo più piatto e pedestre possibile queste linee di fondo. L'analisi della crisi, ancora una volta, viene individuata non nei meccanismi di fondo dell'economia capitalistica, ma solo in un preteso mutamento delle ragioni di scambio tra paesi industrializzati e paesi cosiddetti emergenti (in forma raffinata, si dice cioè che i responsabili sono i popoli del «terzo mondo»), e il fenomeno della sovrapproduzione non viene colto come dato inerente alle caratteristiche stesse del sistema su scala internazionale, ma come arretratezza delle aziende italiane, come incapacità del padronato nostrano di realizzare a tempo le necessarie innovazioni tecnologiche per reggere la concorrenza. La combinazione tra concrete concessioni alla borghesia e vagheggiamenti utopistici è ancora più netta:

Si tratta di una riconversione dell'economia nazionale la quale, per determinare la piena utilizzazione delle forze produttive della base e migliorare radicalmente la qualità del lavoro e la qualità della vita, richiede mobilitazioni e grandi spostamenti di energie e risorse materiali ed umane che solo una programmazione fondata sulla espansione della partecipazione democratica dei lavoratori può assicurare.

Tutto questo, mantenendo la proprietà privata, lasciando intatte le multinazionali! Le cinque riforme - si torna a usare questo termine - che dovrebbero permettere la riconversione dell'economia riguardano le partecipazioni statali (non si parla assolutamente di nuove nazionalizzazioni), i piani di settori, il ruolo delle Regioni, il Mezzogiorno e, infine, la cosiddetta «politica attiva del lavoro». Dietro quest'ultima strana formulazione si cela nient'altro che la famigerata «agenzia del lavoro », lo strumento attraverso cui sia finalmente possibile per legge - cosa che viene espressamente richiesto - mettere i lavoratori in «mobilità».

Le conclusioni rivendicative seguono la linea delle proposizioni prima esaminate nel testo di Garavini: una politica salariale che abbandoni gli egualitarismi; la rinuncia degli automatismi sulla questione delle categorie e la riproposizione delle vecchie professionalità e divisioni dei lavoratori; la rinuncia alla riduzione d'orario se non parziale e nel quadro di un maggiore utilizzo degli impianti e di una maggiore produttività; la riproposizione della taglia dello 0,50% sul salario, pomposamente definita «fondo di solidarietà per i lavoratori del Mezzogiorno».

Infine, come logica conclusione del discorso, si propone un'irreggimentazione delle strutture di base del sindacato e delle assemblee, ipocritamente definita un «approfondimento della democrazia sindacale». Vi sono delle differenziazioni tra una componente sindacale e l'altra espresse in tesi A, B, ecc.; ma esse sono del tutto marginali e interne a una medesima logica.

La sinistra sindacale, che è direttamente attaccata, ha dovuto esporsi questa volta un po' di più e ha proposto una serie di punti alternativi condivisibili: rifiuto dello 0,50%; difesa del salario e dei criteri egualitaristici; riduzione a 35 ore, anche se prospettata solo per i prossimi contratti di lavoro. Quale è la debolezza della proposta della sinistra sindacale? Il fatto che essa propone questi punti restando all'interno di un testo che dalla prima all'ultima parola va in direzione opposta. La sinistra sindacale ha sì introdotto una tesi alternativa sulla valutazione dell'Eur, definita «patto sociale fallito», ma accetta una linea generale, politica, del testo che riprende e approfondisce i tratti essenziali del vecchio documento.

Una verifica decisiva e pratica attende la sinistra sindacale, che su questo andrà giudicata: se sarà disposta o meno a difendere i suoi contenuti alla base, tra i lavoratori, se cioè intraprenderà delle iniziative per attivizzare la base operaia nella difesa di certi contenuti o se preferirà puntare, come ha fatto sempre in passato, sulle manovre interne all'apparato. Se continuasse su questa strada andrebbe incontro a una pesante sconfitta e a un suo drastico ridimensionamento.

Per quanto riguarda la FLM, nel momento in cui scriviamo essa non ha ancora riunito il Consiglio Nazionale, dopo che nella sessione dell'inizio di novembre erano sorte profonde divergenze e si erano verificate accese discussioni tra quelli che marciano decisamente sull'ipotesi dei confederali e quelli che vogliono difendere il patrimonio della Federazione. Allo stato attuale, sembra che la FLM possa orientarsi ancora una volta verso un testo politico che accetti nella sostanza il documento delle Confederazioni, salvo darne un'interpretazione di sinistra, magari con una serie di distinguo. Staremo a vedere.

 

L'avanguardia operaia

 

Nel giorno delle assemblee a Mirafiori, soprattutto alle Meccaniche e alle Presse, non c'è stato solo l'assalto a Carniti e la fuga precipitosa di Benvenuto. Dopo che l'accordo venne approvato a stretta maggioranza, e solo grazie all'arrivo dei capi e degli impiegati, ci furono scene di disperazione; delegati e operai che piangevano, altri che si disperavano in una rabbia impotente, qualcuno è addirittura svenuto.

La frattura politica tra i consigli e la burocrazia è stata totale; durante il «Consiglione», era anche fisica: nella sala e ai lati della presidenza stavano gli operai e i delegati, e Lama e soci erano asserragliati intorno al tavolo, sostenuti alle spalle da pochi funzionari. Tuttavia, questa profonda opposizione del quadro sindacale è risultata alla fine impotente; non ha saputo riprendere l'iniziativa, mantenere la mobilitazione, cioè dirigere. Non c'è dubbio che, ancora una volta, quel che ha fatto difetto è stata la mancanza di una direzione rivoluzionaria alternativa, di una rete di quadri organizzati in partito politico, che sapesse organizzare e indirizzare i delegati e gli operai che volevano intraprendere una strada radicalmente diversa da quella della burocrazia e che sentivano di perdere forse la battaglia più importante.

Ma, da un punto di vista più limitato e congiunturale, battere i vertici burocratici sarebbe stato possibile anche solo se questa avanguardia operaia si fosse prima organizzata in tendenza nel sindacato per condurre le sue battaglie da sinistra. Questo non è mai avvenuto. Le esperienze maturate da questo strato avanzato dei lavoratori nel corso di dodici anni di lotta si sono sempre sviluppate all'interno di un doppio binario. Da una parte, esso è stato capace, attraverso la propria azione dentro la fabbrica, nelle squadre, di realizzare la mobilitazione dei lavoratori, anche scavalcando in alcune occasioni le indicazioni dei vertici sindacali (soprattutto per quanto riguarda le forme di lotta, ma in alcuni casi - vedi nel 1969 - anche sui contenuti). Anche nella lotta Fiat, l'iniziativa della lotta (e di un certo tipo di lotta) era venuta dal basso ed aveva avviato una dinamica dello scontro assai diversa da quella prospettata dalle direzioni. Da un'altra parte, questo strato avanzato ha avuto una presenza all'interno del sindacato - di cui costituisce l'ossatura centrale - sviluppando una attività definibile «di pressione». Ha cioè utilizzato il suo ruolo tra i lavoratori per garantire una certa libertà di azione ai consigli e operare un relativo condizionamento dei vertici sindacali. Esso ha avuto occasione di verificare che questa sua azione era stata qualche volta pagante. La FLM e altre Federazioni, bene o male, avevano preso posizioni e difeso contenuti all'interno della fabbrica più avanzati di quelli delle Confederazioni.

Per certi versi, anche la vicenda Fiat aveva confermato questo modo di procedere: l'iniziativa dal basso aveva costretto la direzione FLM a cavalcare la lotta. È vero che c'era un elemento nuovo rispetto al passato: c'era cioè tra i lavoratori avanzati la coscienza che i nodi stavano venendo al pettine, che la gravità della situazione socioeconomica e la dipendenza delle direzioni dalla visione borghese della crisi potevano alla fine inceppare questo meccanismo. Per questo c'era grande diffidenza verso la stessa direzione della FLM e la volontà di controllarla passo per passo nei suoi atti. Tuttavia, molto pochi operai e delegati si erano posti il problema di come fosse possibile costruire nel sindacato un'alternativa strategica, anche se questa all'inizio non avrebbe potuto che essere minoritaria. Questi quadri non avevano continuato la loro azione. Non si erano posti il problema che, forse, un giorno non sarebbe stato sufficiente premere, che le direzioni non avrebbero rispettato la decisione della base e che questa sarebbe stata gestibile solo direttamente dai consigli, strettamente uniti all'insieme dei lavoratori. Infine, questo strato d'avanguardia aveva chiaro quello che era necessario difendere come base per andare avanti; ma, sul terreno delle proposte strategiche complessive, alternative, aveva ed ha ancora la massima confusione politica.

Oggi i consigli, e questo strato di lavoratori avanzati che ha avuto la possibilità - e non l'ha sfruttata - di rilevare la direzione del movimento di massa, sono sottoposti a un durissimo attacco. Più di prima, si rende necessario organizzarsi all'interno del sindacato per difendere le conquiste passate, i consigli stessi e una prospettiva di classe. I compiti sono difficili, ma la burocrazia è ben lontana dall'essere passata: il recupero dei vertici è ancora nei loro desideri; all'interno dello stesso PCI le contraddizioni tra la direzione e la base operaia del partito si sono fatte stridenti.

L'aspetto forse più negativo e drammatico della situazione attuale alla Fiat è che ci sono settori dell'avanguardia operaia, delegati, che si rifiutano di tirare le conseguenze di quanto è successo e di correggere il tiro della loro azione politica. Questo vale per forze politiche a sinistra del PCI, come DP e PDUP, che, vista la loro forza di un tempo, hanno gravi responsabilità nel non avere mai favorito nel sindacato la formazione di una tendenza di classe. Vale per DP, che continua a rifiutarsi di precisare una posizione sul lavoro nel sindacato, e su che tipo di lavoro, per cui riesce a compiere contemporaneamente due errori: riprodurre piccole aggregazioni antisindacali ghettizzanti; subordinarsi senza alcuna proposta alla sinistra sindacale. Vale per il PDUP, le cui concezioni più organicamente risentono dell'impostazione riformista, per cui il suo orizzonte di lavoro nel sindacato non è mai andato oltre la sinistra sindacale, quando non si sono direttamente sostenute le posizioni delle direzioni nazionali. Ma abbiamo anche sentito molti quadri sindacali, non legati ad alcuna organizzazione politica, esprimersi in questo modo: l'importante è che io mantenga il rapporto con la mia squadra, uno spazio politico nel reparto; in questo modo posso rispondere per quanto mi concerne all'iniziativa padronale. Certo, poi sto anche nel sindacato, ma tanto so che a decidere sono altri.

Non ci si rende conto che gli spazi di lotta interni alla fabbrica possono ridursi di parecchio per effetto della politica complessiva dei vertici sindacali e si finisce per delegare alle direzioni, magari a quelle della sinistra, le grandi decisioni politiche strategiche.

 

L'assemblea dei delegati

 

Questo atteggiamento fatalista non corrisponde affatto alle possibilità di lavoro dentro il sindacato, di battaglia antiburocratica, che la vicenda della Fiat ha aperto, al di là della sconfitta. L'impatto di quella lotta, le vicende di una serie di fabbriche dove si ripropongono problemi analoghi sull'onda dell'attacco borghese, costituiscono un potente stimolo per una discussione strategica nel movimento operaio e in particolare nel sindacato.

C'è in questi due prossimi mesi una scadenza - la consultazione e l'Assemblea nazionale dei delegati - çhe può essere estremamente favorevole per cominciare a rimettere in discussione l'attuale strategia sindacale e il nuovo testo proposto, per imporre come prima cosa la realizzazione di una vera discussione democratica nelle fabbriche, nelle strutture sindacali. La frattura tra base e vertice esiste e si mantiene, sia pure con differenziazioni da situazione a situazione. Si può partire dalla battaglia per far pesare la voce della base, per cominciare a costruire una corrente alternativa dentro il sindacato che, partendo dalla difesa delle conquiste passate come elemento essenziale di una strategia alternativa, sappia delineare anche una serie di proposte positive all'altezza dello scontro attuale.

Questa battaglia spetta in primo luogo ai quadri di base, ai lavoratori avanzati. Le vicende della Fiat forniscono utili indicazioni per individuare i criteri essenziali di una concezione di classe.

Si può e si deve partire dal livello di coscienza espresso dal movimento di massa: non si deve tornare indietro sulle forme di controllo operaio (le cosiddette rigidità) in fabbrica; non si devono accettare i licenziamenti, la riduzione della forza lavoro, cioè lo smantellamento della forza stessa della classe. Ma tutto questo è possibile realizzarlo solo se, di fronte alle ristrutturazioni, alle innovazioni tecnologiche, che non possono certo essere respinte dai lavoratori, si avanza un obbiettivo che permetta, da una parte, di alleviare la fatica dei lavoratori, dall'altra di restare uniti tutti in fabbrica, di mantenere cioè la forza strutturale della classe: la riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga. La lotta per le 35 ore, come primo passo di questa battaglia, ben lungi dall'essere un obbiettivo massimalista, è un obbiettivo di sopravvivenza. Ed è, d'altro canto, l'unico modo per far sì che i 23.000 in Cassa Integrazione alla Fiat rivedano il loro posto di lavoro e che una parte dei disoccupati almeno cominci a varcare le porte di una fabbrica o di qualche altro luogo di lavoro.

Ma dalla lotta Fiat emerge subito anche un altro insegnamento: gli operai hanno potuto resistere da soli per tanti giorni e allargare la solidarietà attorno a loro per la profondità della mobilitazione e per le enormi dimensioni dell'azienda. Tutto questo sarà più difficile da realizzare per altre fabbriche, che hanno dimensioni minori e che si trovano già oggi sotto il fuoco borghese: nuove trincee operaie che il padronato vuole spazzare via.per arrivare poi a una controffensiva totale con cui fare piazza pulita dei rapporti di forza instauratisi nel 1968-1969.

Per sostenere questi nuovi fronti di lotta, per sostenere i lavoratori della Fiat che vedono continuare l'attacco padronale dentro i reparti, non sarà sufficiente la solidarietà attraverso qualche mobilitazione episodica. L'unità del movimento di lotta intorno a rivendicazioni comuni diventa la chiave di volta per avere speranza di vincere la partita. La lotta per le 35 ore può essere avviata da un settore particolarmente in crisi, ma ha possibilità di successo solo se diventa la parola d'ordine dell'insieme delle categorie. È appunto questa la battaglia da fare durante la consultazione e nelle assemblee ai vari livelli: si deve decidere una piattaforma di lotta, e di classe, su cui mobilitare l'insieme dei lavoratori, con rivendicazioni che difendano i diversi bisogni operai - sul salario, sulle condizioni di lavoro, sui servizi sociali e, naturalmente, sull'occupazione - a prescindere dalla loro compatibilità con le esigenze borghesi (al contrario del testo confederale, in cui ogni rivendicazione, ogni proposta viene subordinata alla centralità dell'impresa e dell'accumulazione capitalistica).

Ma, per far questo, non serve all'avanguardia operaia esercitare qualche pressione sui vertici, o fare solo blocco con la sinistra sindacale, di cui pure vanno sostenute le rivendicazioni corrette; si rende necessario produrre testi alternativi, mozioni rivendicative e pronunciamenti della base operaia su contenuti di classe.

La discussione deve essere reale, deve cioè funzionare un elementare meccanismo democratico, spesso dimenticato dai teorici del referendum: debbono cioè poter circolare tutti i testi proposti e i lavoratori debbono poter scegliere non solo tra la tesi A della direzione CGIL e la tesi B della direzione CISL o UIL, ma anche tra il testo dei burocrati e quelli che le avanguardie operaie saranno in grado di proporre. Ultimo piccolo particolare di funzionamento democratico che i vertici sempre si scordano: è il caso che le assemblee ai vari livelli superiori siano costituite sulla base di delegati eletti in base alle diverse posizioni espresse nelle assemblee di base. La volontà della sinistra sindacale di fare sul serio si misurerà anche su questo.

Alla «filosofia generale» del testo confederale, che accetta i principi della ristrutturazione capitalistica sperando di correggerne gli aspetti più crudamente antioperai, si tratta di rispondere con una «filosofia» lucidamente anticapitalistica. Le forme di controllo operaio vanno estese al di fuori dei soli aspetti della squadra e del reparto. Non si può lasciare decidere ad Agnelli o ad altri come lui la sorte di decine di migliaia di lavoratori. Anche i rivoluzionari sono per un nuovo modello di sviluppo, cioè per una economia che funzioni secondo i criteri dell'interesse della collettività e non del profitto; anche noi siamo per realizzare dei piani economici di interi comparti industriali, ma soprattutto un piano economico complessivo alternativo a quello della borghesia. Ma tutto questo ha un senso solo se non lo si delega alle forze capitalistiche; se si rivendica l'estensione della spesa pubblica; se si richiede l'esproprio delle aziende in crisi e, comunque, delle maggiori aziende; se si propone un vasto piano di nazionalizzazioni da effettuarsi sotto il controllo operaio, partendo dalla rimessa in funzione diretta da parte dei lavoratori delle fabbriche che il padronato considera decotte, ma che possono ancora svolgere un servizio utile per la collettività. In poche parole, tutto questo ha un senso se, estendendo al massimo il controllo operaio sui diversi aspetti della realtà economica e sociale, sono i lavoratori a decidere gli investimenti, e un piano di sviluppo realizzato in funzione del soddisfacimento dei bisogni loro, di quelli dei disoccupati, dei giovani e delle donne.

È una strada difficile, ma non certo utopistica. Utopistica è solo la proposta delle direzioni riformiste, che vogliono rispettare le leggi dell'economia di mercato, e in un periodo di grave crisi, sperando contemporaneamente di migliorare le condizioni dei lavoratori.

Una battaglia da posizioni di classe, infine, costituisce un profondo stimolo per rimettere in moto un processo unitario dentro il sindacato, bloccato ormai da anni per iniziativa dei vertici e che non saranno i vertici a rimettere in moto. Né l'unificazione sindacale verrà dal referendum, dalla distruzione dei consigli, dal soffocamento delle assemblee operaie. La difesa delle forme di democrazia operaia, la rivendicazione del solo tesseramento unitario e dei congressi di scioglimento delle diverse federazioni sono aspetti di una linea di classe da seguire per arrivare all'unità organica.

Appendice

 

Sindacato

LA STAGIONE DEI CONGRESSI

di Franco Turigliatto*

Giudicare questa lunga tornata di dibattito congressuale delle Confederazioni solo dalle cronache dei giornali sarebbe una fatica del tutto deviante: ne verrebbe fuori un'immagine dominata soltanto dagli slogan propagandistici dei vari dirigenti sindacali, mentre i congressi sono stati, più che nel passato, assai conflittuali e segnati da un dibattito reale, per iniziativa dei quadri di base e intermedi.

Anzi, l'aspetto dominante dei congressi – iniziatisi in primavera e che hanno avuto i tre momenti conclusivi rispettivamente: per la UIL in luglio, per la CISL all'inizio di ottobre e, oggi, per la CGIL, a metà novembre – è stato il loro carattere non rituale e celebrativo.

I congressi dello scorso decennio si erano svolti, in fondo, più in sordina; erano stati soprattutto una parata, una semplice dimostrazione della forza, della compattezza e dell'udienza politica dei sindacati, che avevano conosciuto il più grande balzo in avanti della loro storia e che, nel 1977, avevano toccato il loro apogeo. I contenuti della discussione avevano avuto un carattere molto più astratto, di enunciazioni generali, di generiche proposizioni sulla necessità di un diverso tipo di sviluppo, sulla industrializzazione del Sud. Gli aspetti politici più concreti di azione sindacale erano rimasti alla porta: la discussione su questi temi avveniva soprattutto in altre istanze, in particolare nelle istanze unitarie, sia di base sia di vertice, dei sindacati.

In questi congressi, la discussione sui grandi temi generali non è certo mancata (tutte e tre le direzioni hanno, anzi, voluto presentare la propria linea politica come una nuova strategia, adeguata a questa nuova fase storica); essa, però, si è intrecciata strettamente con i temi dell'attualità politica, in un momento in cui il movimento sindacale conosce una grave crisi, mentre imperversa la recessione economica ed è in corso un durissimo attacco delle forze capitalistiche contro il movimento operaio organizzato, che sta scuotendo le strutture stesse delle organizzazioni sindacali.

I congressi sindacali si sono, infatti, svolti in un contesto di violenta controffensiva capitalistica e di attacco semifrontale alle conquiste del movimento operaio. Poche righe per indicarne i tratti essenziali:

4una costante erosione del potere d'acquisto del salario a partire dal 1978;

4uno spostamento, in tre anni, dai salari verso i profitti, di tre punti in percentuale del reddito nazionale;

4 più di due milioni di disoccupati;

4 processi di ristrutturazione in corso in tutti i grandi complessi industriali del paese, che hanno conosciuto un'accelerazione dopo la sconfitta subita dai lavoratori alla Fiat e che hanno comportato una riduzione costante della manodopera e portato le ore di Cassa Integrazione a cifre iperboliche. Nessuno oggi sa con precisione quanti siano gli operai in Cassa Integrazione; qualcuno azzarda anche la cifra di un milione. Di certo, ci sono 100.000 tessili a zero ore e si calcola che almeno un terzo dei metalmeccanici (cioè, circa mezzo milione) si trovi pressappoco nella stessa situazione;

4un padronato ben deciso a conseguire successi su tutti i terreni: quello salariale, della scala mobile, dei giorni di malattia non pagati; quello di avere mano libera nella riorganizzazione del processo produttivo e nello sfruttamento della forza lavoro; quello della piena libertà ai licenziamenti veri e propri;

4un padronato deciso, infine, a impedire che, ancora una volta, i contratti si trasformino nello strumento di risposta unitaria e di massa dei lavoratori; impegnato, quindi, a ingabbiare questa lotta prima che parta, oppure a sconfiggerla sul campo con un'apposizione furibonda, per infliggere in questo modo una disfatta politica ed economica ai lavoratori, che ribalti finalmente quei rapporti di forza che si erano venuti a creare nel lontano 1968-1969.

Tutti e tre i congressi si sono svolti sotto il peso di questa situazione e hanno avuto al centro, come elemento discriminante, la questione della scala mobile, lo strumento essenziale di difesa e di unità della classe, che oggi le burocrazie sono disposte a cominciare a smantellare. Nella fase autunnale dei congressi, il dibattito sulla scala mobile si è andato intrecciando con quello sul patto sociale e sul rinnovo dei contratti di lavoro.

 

Secondo elemento essenziale di questi congressi è stata proprio la crisi del sindacato. Nessuno ha taciuto su questa crisi: non certo i quadri di base, i delegati, i semplici iscritti militanti, che più di ogni altro conoscono le drammatiche difficoltà della Cassa Integrazione o di come mantenere un rapporto con i lavoratori, quando da anni le direzioni portano avanti una politica che penalizza gli interessi operai, appiattita e subordinata alle esigenze dell'accumulazione e della riconversione capitalistica. Non hanno taciuto neanche i dirigenti, che hanno, al contrario, gareggiato nel denunciare lo stato di crisi del sindacato, la mancanza di democrazia interna, il venir meno di un rapporto di fiducia con le grandi masse operaie. È stata una ben strana gara, questa: un'orgia di autocritiche, generiche, che avevano il solo fine di coprire le responsabilità dei gruppi dirigenti (meglio ancora di scaricarle su un'altra confederazione o su un'altra componente) e di impedire che fosse rimessa in discussione realmente la linea fin qui perseguita.

Le grandi autocritiche hanno cosi coperto delle proposte politiche che, ben lontano dal rovesciare la famigerata politica dell'Eur, ne sono un ulteriore pericoloso approfondimento, in una situazione i cui effetti per la classe operaia, data la crisi economica, sono ancora più gravi e traumatici.

Sono tre gli aspetti della crisi sindacale.

1. Crisi di adesioni e di tessere. Alcune sapienti opere di maquillage numerico hanno teso a negare, o a minimizzare, questo fenomeno, che non è drammatico, almeno finora, come è stato per paesi come la Spagna, ma che non per questo è inesistente. Anni e anni di lotte hanno permesso a vasti strati di lavoratori di maturare una forte coscienza sindacale e politica circa la necessità di uno strumento collettivo di lotta, e ciò impedisce l'abbandono massiccio dei sindacati, nonostante i cedimenti continui delle direzioni.

Il più delle volte, però, i conti tornano solo per effetto delle tessere dei lavoratori in pensione.

La CISL denuncia addirittura una crescita, che sembra però derivare solo dalle categorie del pubblico impiego (il settore dove è più forte la destra della CISL e dove il comportamento clientelare rende assai difficile un reale controllo numerico). La crescita in questo settore può, forse, rallegrare la direzione; avendo infatti più forza nei settori meno combattivi, essa può avere maggiore spazio nell'opera di normalizzazione burocratica della Confederazione, senza però riuscire a nascondere le perdite subite nei settori industriali, a partire dalla FIM.

Ed è proprio nel comparto essenziale – quello industriale – che i sindacati conoscono delle falle, sia pure contenute, per effetto della contrazione dei posti di lavoro. Abbiamo già detto che i pensionati tesserati nascondono la cifra degli iscritti effettivamente presenti dentro i luoghi di produzione. A questi vanno aggiunte le centinaia di migliaia di lavoratori in Cassa Integrazione, che certo restano iscritti, ma come forze marginalizzate, esterne alla fabbrica, mentre prima erano avanguardie interne attive e trainanti delle lotte operaie.

La stessa struttura, lo stesso funzionamento dei consigli, per effetto della Cassa Integrazione, sono alterati o anche rimessi in discussione.

2. Crisi nell'attivismo e nella militanza. Il restringersi dell'area militante è stato denunciato a più riprese nei congressi; la stessa proposta d'intraprendere un lavoro funzionariale nel sindacato non sembra più attirare i quadri migliori; il restringimento dello strato e della tensione militante ha come effetto immediato quello di ridurre l'area di influenza del sindacato in fabbrica e nella società.

Il fenomeno non è certo sorprendente: non è facile, per un quadro sindacale, per un operatore di base, andare a gestire tra i lavoratori una linea che è cosi apertamente contrastante con gli interessi di questi; molti quadri – convinti o meno della linea – ci hanno provato per alcuni anni, ma oggi se la sentono sempre di meno di apparire sostenitori di una causa sbagliata. Se le direzioni avessero voluto ascoltare la voce della base, avrebbero potuto registrare un numero molto elevato di interventi in cui si chiedeva loro se avessero idea di che cosa voglia dire andare nelle fabbriche a gestire oggi la linea politica del sindacato; una linea politica che, oltre tutto, non arriva il più delle volte dalle istanze regolarmente elette, ma dalle interviste (anche contraddittorie) dei dirigenti ai giornali borghesi.

3. Crisi della cosiddetta credibilità, del ruolo del sindacato. In ampi settori di lavoratori, ma soprattutto nei settori sociali emarginati e oppressi della società, sta venendo meno la convinzione che il sindacato sia lo strumento attraverso cui si possa cominciare a cambiare questa società.

Per il ruolo giocato a partire dall'«autunno caldo», il sindacato italiano era diventato il grande punto di riferimento sociale e politico per i lavoratori e per larghissimi settori di massa; anzi, per tutta una fase successiva al 1969, esso era apparso il principale agente riformista. Nel periodo del1'«unità nazionale», alcuni settori sindacali avevano costituito, nei fatti, un punto di riferimento alternativo rispetto al quadro politico di alleanza ingabbiante tra i partiti operai e le forze borghesi. Per individuare le cause del venire meno, ora, dell'attrazione delle forze sociali da parte del sindacato non c'è bisogno di andare lontano, come fanno i dirigenti sindacali: esse sono intimamente connesse a una politica che si dimentica di difendere gli interessi immediati, materiali della classe. Il sindacato, per definizione, è lo strumento di organizzazione elementare dei lavoratori, finalizzato alla difesa degli interessi immediati: rinunciare a difendere le condizioni di vita e di lavoro significa minare la funzione stessa del sindacato e farlo saltare.

 

Terzo dato saliente dei congressi sindacali è stata la non partecipazione degli iscritti di base ai congressi. Moltissimi congressi di base o di zona sono stati del tutto inesistenti.2 È vero che questo è avvenuto anche in altre occasioni: ma, negli ultimi dieci anni, i lavoratori avevano avuto – ben più che nell'ultimo anno – occasioni di pronunciarsi durante le assemblee, nelle lotte e attraverso i consigli, i quali rispondevano assai più direttamente alla volontà dalla massa dei lavoratori e avevano un peso nelle decisioni finali delle Confederazioni.

L'assenza di una reale partecipazione di base si è verificata non solo nelle federazioni sindacali meno ricettive delle opzioni democratiche o nei punti tradizionalmente meno caldi della presenza sindacale, ma anche nei settori chiave della classe operaia.

Intendiamo dire che lo scarso dibattito alla base c'è stato non solo nella UIL – che più di ogni altra Confederazione ha dato un'impronta strettamente verticistica e propagandistica al dibattito – o in categorie del pubblico impiego, ma che il fenomeno si è riscontrato anche nelle federazioni di punta industriali della CISL e della CGIL e nelle fabbriche più combattive e sindacalizzate.

Ma, anche in questo caso, non si,può nascondere che da parte dei vertici c'è stata un'azione cosciente per non organizzare adeguatamente i congressi alla base. Ci sono stati molti casi in cui i congressi di base sono stati tenuti durante le ore di lavoro, preventivando solo la partecipazione dei delegati, che dispongono del permesso sindacale. Nella maggior parte dei congressi di base la lista per i congressi superiori era già bell'e pronta, preparata dalla segreteria di lega.

Le ragioni di questo comportamento sono semplici da individuare: si aveva paura di un confronto reale e democratico con i lavoratori, perché non si voleva mettere in discussione una linea politica sbagliata, che le diverse tesi congressuali, pur in forme diverse, non facevano che riconfermare. Non è certo casuale che, da un anno, i vertici CGIL, CISL e UIL parlino si di una consultazione da effettuare tra i lavoratori sulla linea politica da seguire, ma che poi questa consultazione sia sempre scivolata e la si sia sabotata in ogni modo.

 

Quarta caratteristica dei congressi: nonostante la ridotta partecipazione della base – e, quindi, il filtraggio immediato degli eletti ai livelli superiori – nelle istanze di comprensorio, in quelle regionali e infine in alcuni congressi nazionali di categoria c'è stato un dibattito molto serrato e la sfiducia della base e dei quadri intermedi si è espressa sotto forma di inquietudine e, in alcuni casi, anche di opposizione su punti specifici.

La discussione, le perplessità sulla linea e la contestazione di alcuni pun­ti, parziali ma precisi (difesa della scala mobile, rifiuto del patto sociale, dello 0,50%, questione della riduzione d'orario), sono venute fuori, non solo dai quadri di fabbrica, ma anche da parte di operatori sindacali, di dirigenti, qualche volta. addirittura delle stesse direzioni intermedie. Alcune direzioni di categoria hanno cercato di mantenere le distanze dalla rispettiva Confederazione.

Sui temi prima ricordati, il dibattito non ha seguito la stretta logica delle differenziazioni tra Confederazioni o tra componenti, ma le ha attraversate tutte quante, proprio come retaggio politico dei livelli di unificazione praticati nell'ultimo decennio.

Il dibattito più significativo si è avuto soprattutto nei congressi delle categorie industriali e, con particolare rilevanza, nei congressi nazionali della FIM e della FIOM. Ma esso è stato molto caratterizzato anche nella maggioranza dei congressi intermedi della CGIL.

Abbiamo assistito, talvolta, a fatti solo apparentemente contradditori: alcuni quadri della FIOM e della CGIL hanno sostenuto la linea alla base, salvo poi contestarla – magari anche duramente – nei congressi regionali.

Gli stessi congressi confederali (salvo forse quello della UlL) non hanno, quindi, potuto essere assemblee normali e «normalizzate». A fare maggiormente le spese di questo dibattito è stata cosi, oltre alla FIM, l'intera CGIL, sia per la sua storia e la sua tradizione che ne perpetua l'immagine di sindacato di classe, sia soprattutto perché al suo interno – dato il suo peso e la sua forza – si è ritrovata una larghissima parte di quell'avanguardia militante e combattiva che rappresenta il sedimento politico e sociale di tanti anni di lotte.

 

Quinto ed ultimo elemento centrale dei congressi è il fatto che essi han­no messo in luce una maggiore divisione fra le tre Confederazioni: una divisione che è andata accentuandosi negli ultimi anni, in proporzione diretta con l'attenuarsi della democrazia sindacale, delle iniziative di lotta e di massa.

La divisione ha compiuto grandi passi in avanti dopo la sconfitta alla Fiat, anche se le direzioni erano intervenute unite per stroncare quella lotta, che sfuggiva ai loro disegni di collaborazione con l'avversario di classe (e, per riuscirvi, avevano dovuto operare la più vergognosa e pesante delle prevaricazioni da quindici anni a questa parte).

Ognuna delle tre Confederazioni sindacali ha puntato a fare e a gestire un congresso che mettesse in luce le proprie peculiarità e la propria immagine specifica, in contrapposizione, quindi, con le altre e al fine di assicurarsi un proprio rilancio organizzativo.

Proprio la CGIL – benché accusata dai mass-media di essere la più settaria e manovrata dal PCI – ha avuto meno agio di compiere tale operazione, per la profondità del dibattito che la ha attraversata.

Se si fa il confronto anche tra la FIM e la FIOM, non c'è dubbio che proprio Galli, e non Bentivogli, ha fatto una relazione interamente condotta sull'opzione unitaria.

Le differenziazioni tra le Confederazioni corrispondono agli interessi specifici dei tre apparati burocratici che le dominano, non a una diversità di linea strategica, che non esiste. Tutte e tre sono, anzi, accomunate nelle concezioni politiche di fondo e si differenziano solo per le forme specifiche di questo orientamento comune, per le singole proposte e, infine, per il modo con cui le presentano e propongono i temi su cui ricercare il consenso dei propri militanti. Inoltre, i diversi aspetti delle politiche della CGIL, CISL e UIL sono inerenti alle rispettive storie, alla rispettiva composizione, alla quantità e qualità dell'avanguardia operaia che esse organizzano.

Ma dire che la strategia di fondo è uguale non significa escludere che certi contenuti specifici, a differenza di altri, non possano favorire o meno la riflessione dei lavoratori. Per esempio, la presa di posizione della CGIL, per tutta una fase in difesa della scala mobile, ha favorito la resistenza operaia su questo obbiettivo e rende oggi assai arduo per la direzione di questa Confederazione operare una svolta su questo terreno; la tematica della riduzione di orario, avanzata dalla CISL, ha anch'essa aperto dei varchi a un ripensamento di vasti settori operai sull'importanza di questa rivendicazione.

 

L'idea forza strategica portata avanti da tutte e tre le Confederazioni è la seguente: non è più possibile praticare la strada che, con un certo successo, era stata battuta nel decennio scorso (radicalismo rivendicativo, egualitarismo, forme di lotta dure). Tutto ciò è entrato in crisi e la UIL dice espressamente che anche i consigli non sono più utilizzabili, mentre la CGIL e la CISL preferiscono usare una forma più sfumata e parlare di «necessari adeguamenti». Oggi c'è una crisi economica e sociale di drammatiche proporzioni e del tutto inaspettata nella sua forma così selvaggia; la linea del sindacato non può essere quella del passato: deve cambiare, deve adeguarsi alla crisi, avendo come scopo di fondo quello di superarla gestendo i processi di ristrutturazione con le forze capitalistiche, in una forma responsabile, sapendo che i lavoratori devono pagare un prezzo, ma contenendo in questo modo i danni e riuscendo così a creare le condizioni per un rilancio economico e produttivo dell'economia... capitalistica!

Il punto di partenza può essere accettato, pur se formulato in altro modo e tirandone soprattutto conclusioni completamente opposte. Si deve dire: gli strumenti strategici e rivendicativi del passato non bastano più, proprio perché la crisi capitalistica accentua tutte le contraddizioni della società, porta alla distruzione di gran parte delle conquiste operaie, obbliga il padronato a ricercare una sconfitta piena del movimento operaio; da ciò deriva che la soluzione della crisi può trovarsi solo in funzione degli interessi di una delle due classi: per questo, il sindacato deve approfondire i contenuti anticapitalistici della sua linea politica e rivendicativa, rifiutando che siano i lavoratori a fare in qualsiasi modo le spese della crisi, difen­dendone con intransigenza le condizioni di vita e di lavoro e preparandosi a duri scontri di massa.

La linea delle Confederazioni va invece nell'altra direzione: essa punta alla moderazione rivendicativa, al contenimento del «costo del lavoro» (mai come in questo caso le parole servono a coprire o a mascherare la realtà) e rifiuta l'obbiettivo della riduzione drastica e immediata dell'orario di lavoro, come strumento indispensabile per mantenere i livelli occupazionali e, quindi, la stessa forza strutturale della classe operaia.

Essa perpetua la politica dell'Eur. Oggi, come allora, si ritiene che la moderazione rivendicativa e il sostegno alle ristrutturazioni industriali possano favorire maggiori profitti e, quindi, un'accumulazione di capitale che, domani, produrrà nuova prosperità e occupazione.

Si è quindi arrivati ad accettare l'ipotesi del contenimento della scala mobile e, in una fase di acutizzazione inevitabile dello scontro di classe per effetto dell'attacco padronale, si lavora per imporre un patto sociale ai lavoratori, che altro non è che la camicia di forza con cui ingabbiare il movimento di massa, la lotta e la capacità di resistenza della classe operaia, per predeterminare e disinnescare le prossime lotte contrattuali.

Il tutto, sul piano strategico e ideologico, si conclude con l'utopistica proposta di fare marciare insieme il rilancio economico, da gestire con le forze capitalistiche, e la politica di riforme. Dietro le grandi e fumose parole si nasconde una vecchia politica, che ha già fatto fallimento agli inizi degli anni Settanta, quando la borghesia disponeva di ben altri margini economici.

 

Vediamo, ora, quali forme prende la linea strategica delle tre Confederazioni.

La UIL è la Confederazione sindacale che – in connessione con il progetto craxiano di rilancio della socialdemocrazia italiana – più sfacciatamente invita i lavoratori al «realismo» della politica di collaborazione con il padronato. Per dare fiato alla propria proposta, essa cerca di utilizzare la forza e i successi (passati, è il caso di dire) delle grandi organizzazioni sindacali a direzione socialdemocratica (quella tedesca soprattutto).

La piena istituzionalizzazione del sindacato, un suo ruolo attivo e riconosciuto nella gestione delle imprese attraverso la cogestione e, quindi, con tutti i vincoli e le compatibilità che questa impone, dovrebbero permettere alla classe operaia di pesare sull'accumulazione capitalistica e sullo sviluppo produttivo.

Per portare avanti questo progetto, la UIL si pone oggi in prima fila nell'attacco all'esperienza decennale di lotte della classe operaia italiana e al sindacato dei consigli. Per la UlL, che è la più debole delle Confederazioni, soprattutto fra le categorie industriali, una «normalizzazione del sindacato» e il predominio totale degli apparati burocratici sulle strutture di base rappresentano il terreno più favorevole per la sua operazione politica.

La UIL è approdata a una linea politica chiaramente subalterna alla logica degli interessi capitalistici, dopo che, negli anni dell'«unità nazionale», per rafforzarsi, essa aveva cavalcato ogni tipo di fronda, moltiplicando le aperture a sinistra e civettando con la stessa «estrema sinistra». Con questa tattica, essa era riuscita a ottenere dei successi e a reclutare parecchi elementi dell'«estrema sinistra», che avevano abboccato all'amo, anche perché avevano semplicemente intuito la possibilità di fare rapida carriera in questa Confederazione.

Sarebbe, tuttavia, errato pensare che l'UIL attuale abbia la stessa configurazione, gialla e filopadronale, degli anni Cinquanta e Sessanta, quale era emersa dalla scissione del 1948. La grande ascesa operaia e il conseguente rinnovamento sindacale hanno mutato profondamente anche questa organizzazione, che non può ridursi al solo apparato burocratico. Peraltro, anche questo ha subito un forte ricambio rispetto agli anni Sessanta. La stessa direzione è oggi nelle mani dei socialisti, che da tempo detenevano la maggioranza, ma che per lunghi anni hanno lasciato che le componenti socialdemocratiche e repubblicane insieme avessero la preminenza negli organi dirigenti.

Pur giocando un ruolo permanente di ricatto moderato, anche la UIL rischia, come le altre Confederazioni, di essere messa in difficoltà e di ve­dere accentuarsi le difficoltà interne ogni volta che la mobilitazione ope­raia torna a farsi sentire. Il recente C.C. della UILM, molto più combattuto di quanto molti potessero pensare, ha messo in luce le difficoltà di questa federazione ad accettare senza riserve il patto sociale e un'ipotesi di totale svuotamento dei contratti; su questi punti la componente repubblicana – la più filopadronale – ha, infatti, marcato il suo dissenso non partecipando al voto.

 

L'evoluzione più negativa, all'interno dei gruppi dirigenti confederali, si è avuta in questi due anni in seno alla CISL.

Per due decenni la CISL era stata percorsa da profonde divisioni e da una lotta serrata tra la destra, largamente maggioritaria fino al 1969, e la sinistra, capeggiata dalla FIM. Le grandi lotte e la radicalizzazione nelle categorie industriali avevano finito per modificare i rapporti di forza interni, mettendo in minoranza la destra, capeggiata da Scalia e da Marini e presente soprattutto nelle categorie del pubblico impiego. La direzione era passata nelle mani di un centro che doveva poggiare, però, sulla sinistra e che da questa era condizionato. Quest'ultima, inoltre, non aveva mai rinunciato a mantenere, come categorie industriali e segnatamente come FIM, una propria posizione indipendente dalla Confederazione.

Nel corso degli ultimi due anni abbiamo assistito a un rimescolamento di carte all'interno, che ha portato al superamento delle vecchie divisioni tutt'altro che positivo, a differenza di come lo presenta l'attuale direzione della CISL: la ricomposizione è avvenuta sulla base di un accordo della destra con le componenti di centro, rappresentate da Carniti, già dirigente della sinistra. È proprio per questa sua vecchia collocazione che Carniti ha potuto compiere lo spostamento a destra del baricentro della CISL senza troppe contraddizioni. Le componenti di sinistra, compresa la FIM, hanno accettato questa ricomposizione, ma risultano nei fatti emarginate e fortemente condizionale nella loro libertà di azione. La FIM negli ultimi tempi si è così allineata molto di più alla Confederazione, dopo che per anni, su tutti i principali problemi, aveva mantenuto una posizione autonoma e, molte volte, divergente.

La direzione CISL ha quindi guidato la Confederazione, sul piano politico, a condurre in prima persona l'attacco alla scala mobile, con la proposta della predeterminazione degli scatti, e a farsi la più accesa sostenitrice della proposta del «fondo di solidarietà», che i lavoratori avversano giustamente e che avevano già respinto l'anno scorso.

Il fondo di solidarietà è diventato la bandiera della CISL, con cui si cerca di avanzare una generica, ma pericolosa, proposta di intervento dei lavoratori nella sfera dell'accumulazione e dello sviluppo produttivo. Ritorna sempre la stessa idea: i lavoratori moderano le loro richieste o, addirittura, si autotassano i salari, per favorire nuovi investimenti e una «diversa» accumulazione. Tutto questo dovrebbe avvenire senza che i meccanismi di fondo del sistema siano rimessi in discussione, lasciando intatti i grandi capitali, le grandi banche, ecc. L'utopismo e la fumosità del progetto serve solo a coprire una politica di allineamento rispetto alle necessità capitalistiche di contenere i salari dei lavoratori.

La FIM ha ripreso, a sua volta, il tema del «fondo di solidarietà», per legarlo a un'altra tematica che è oggi in discussione, sotto l'impatto dell'esperienza polacca e per la spinta presente tra i lavoratori a rimettere in discussione l'autorità padronale: l'autogestione.

La posizione della FIM dà una copertura a sinistra al «fondo» e serve solo a rendere più difficile la lotta per un effettivo controllo operaio, deviando le spinte operaie verso un'autogestione concepita parallelamente al mantenimento del sistema capitalistico. Ogni volta che la FIM va a precisare i contenuti dell'autogestione propone, infatti, soluzioni del tutto funzionali al sistema.

 

La CGIL è la Confederazione che ha ripreso nelle sue Tesi alcune formulazioni che più ricordano l'impostazione dell'inizio degli anni Settanta: quella della lotta per le riforme.

La direzione della CGIL ha cercato anch'essa di presentare la minestra riscaldata con qualche abbellimento e tanto fumo; ma basta leggere i grandi temi dei capitoli delle Tesi per capire dove si vada a parare: il Mezzogiorno, la riorganizzazione della finanza pubblica, la riorganizzazione e il rilancio delle Partecipazioni Statali.

La «diversità», rispetto agli anni Settanta, consiste nell'idea centrale, che va sotto il nome pomposo: «la democratizzazione dell'economia e il piano di impresa». Come possano avvenire la «democratizzazione» delle multinazionali e la «programmazione democratica» in un mondo capitalistico dominato dalla logica della concorrenza e del profitto, attraverso le istituzioni, la programmazione governativa e l'azione delle regioni resta un mistero.

La CGIL, per la propria storia, deve rifiutare la proposta della cogestione a cui sono ostili i suoi quadri, e ha anche dovuto tenere una posizione prudente, per lo stesso motivo, sulla questione dello 0,50%.

Per giustificare la necessità della collaborazione col padronato e con il governo, per deviare l'aspirazione della propria base a che la classe operaia diventi effettivamente classe egemone (cioè prenda nelle proprie mani il potere), per restare in sostanza all'interno di una concezione gradualistica e riformista, subordinata alle concrete e impellenti necessità di sostegno alle ristrutturazioni, Lama e compagni si sono inventati il famoso «piano di impresa».

Lasciamo che siano le stesse Tesi a spiegarci che cosa sia questa proposta:

Con esso si tenta di delineare un nuovo modo di programmare e di determinare la partecipazione del sindacato alla programmazione, attraverso l'acquisizione del programma delle singole imprese, entro un rapporto organico tra i programmi delle imprese e i piani settoriali, intersettoriali e territoriali. Si tratta di superare, da una parte, il limite della gestione solo aziendale della prima parte dei contratti, rafforzando ulteriormente con questo strumento l'informazione e la verifica dei programmi aziendali e, dall'altro, l'indeterminatezza e precarietà nel rapporto tra i soggetti della programmazione, le assemblee elettive e il sistema delle imprese. In questo senso il programma d'impresa deve essere accompagnato dalla più generale riforma della struttura societaria delle imprese e del diritto societario.

I lavoratori della FIAT, della Montedison, di tante altre fabbriche sanno che cosa si nasconda dietro queste frasi contorte: la partecipazione e la corresponsabilizzazione del sindacato nei processi di razionalizzazione e di ristrutturazione capitalistica: l'espulsione di decine di migliaia di lavoratori dalle fabbriche. Da questo punto di vista, la CGIL usa formulazioni che solo apparentemente sono meno filopadronali di altre. I suoi dirigenti, il suo apparato – proprio per la sua forza – sono stati, in realtà, i protagonisti più attivi (anche se non i soli) nel fare accettare ai lavoratori i processi di ristrutturazione. In questo senso, la CGIL ha marciato effettivamente a braccetto con il PCI. Insieme, hanno fatto di tutto per distruggere ogni germe di coscienza operaia anticapitalistica, ogni spinta per opporsi fino in fondo all'attacco padronale, per convincere i lavoratori che esistevano la possibilità e l'interesse a una soluzione comune tra operai e imprenditori. (Il recente convegno del PCI sulla Olivetti e il rapporto stabilito con De Benedetti, amministratore delegato dell'azienda, la sua valorizzazione, costituiscono solo un episodio di tutto un orientamento politico.)

Tuttavia, proprio nella CGIL – la Confederazione che sembrava più compatta e disciplinata, per la presenza dell'egemonia comunista – si sono espresse le maggiori contraddizioni e le maggiori resistenze alla politica complessiva delle Confederazioni e allo stesso quadro dirigente. In occasione del Congresso, le correnti di sinistra – che pure c'erano sempre state – sono apparse alla superficie; non parliamo soltanto della «terza componente», sulla quale ritorneremo più avanti, ma di interi pezzi di alcune federazioni, a partire dalla direzione della FIOM. E gli animatori di questa sinistra sono stati una parte dei militanti del PCI.

Gli stessi giornalisti dell'«Unità» non hanno potuto occultare l'esistenza di un'inquietudine molto profonda, della presenza di un dibattito e dello stato di crisi, pur facendo di tutto per rendere incomprensibile il senso reale del dibattito stesso, delle critiche e dei contrasti. Non a caso «l'Unità» ha dato questo titolo significativo a un articolo di riflessione sui con­gressi: Che cosa c'è dietro alle inquietudini di molti congressi della CGIL.

L'opposizione e le critiche non sono venute solo da quei quadri che, fin dall'inizio, sono stati diffidenti verso la «svolta dell'Eur», ma anche da quelli che l'avevano gestita per anni credendoci e con fiducia. Oggi essi si trovano con le mani vuote e con l'amaro in bocca; tutti si vedono disgregare tra le mani quanto avevano costruito pazientemente nelle fabbriche, assistono al quotidiano indebolimento della forza del sindacato e non sono disposti a mollare ulteriormente. Essi hanno premuto positivamente sulla CGIL, perché nella primavera passata tenesse un atteggiamento di difesa della scala mobile; e sono quelli che, in questo difficile autunno operaio, hanno preso le principali iniziative di lotta contro la politica del governo e le provocazioni della Confindustria.

Il processo di decantazione politica, di maturazione di questo strato di avanguardia, come del resto dei quadri più critici e coscienti delle altre Confederazioni, non è certo facile né di breve durata. Questo strato di quadri e di militanti sindacali sta arrivando, in tempi diversi, a una critica dell'attuale politica delle Confederazioni e, in genere, ancora solo su punti parziali; per molti si tratta ancora solo di uno stato d'animo, di una reazione all'andazzo delle cose presenti e non certo già della comprensione di una linea alternativa. Quest'area ha trovato un canale organizzativo attraverso cui esprimersi e pesare solo in alcune votazioni su emendamenti: in difesa della scala mobile, contro il «fondo di solidariètà», sulla detassazione della contingenza. In alcuni congressi di categoria della federazione della CGIL il voto segreto ha penalizzato gli esponenti socialisti, non tanto per settarismo di partito, ma perché alcuni dirigenti socialisti erano quelli che più compiutamente, senza peli sulla lingua, avevano espresso una posizione di ingabbiamento e di svuotamento delle lotte operaie, di normalizzazione burocratica. Tale fenomeno si è riscontrato in particolare tra i metalmeccanici, i braccianti e gli edili. In quest'ultimo caso, il voto è stato così clamoroso che i vertici sindacali hanno dovuto rinviare l'elezione della nuova direzione.

 

        Alcune considerazioni ulteriori vanno fatte a proposito di tre congressi di categoria.

        Il congresso della FILCEA-CGIL – e ancor più quelli della stessa categoria della CISL e della UIIL – ha messo in luce le difficoltà del sindacato dei chimici. Delle passate tradizioni di punta della FULC sembrava rimasto molto poco; il gruppo dirigente ha abbandonato le posizione radicali di una volta. Per essere più precisi, al congresso FILCEA sono stati essenzialmente i gruppi dirigenti, molto rinnovati rispetto agli inizi degli anni Settanta, ad apparire in pieno riflusso e largamente allineati alle Confederazioni.

Tuttavia, nei quadri e nei delegati delle fabbriche emergevano gli stessi atteggiamenti critici, gli stessi dubbi e, al tempo stesso, la stessa volontà di non mollare presenti al congresso della FIOM. Solo che queste posizioni meno che altrove sono riuscite a trovare interpreti dalla tribuna degli ora­tori e canali organizzativi che dessero loro un peso e un'adeguata presenza politica.

Più complessi sono stati i congressi della FIM e della FIOM.

Il congresso della FIM ha messo in luce un'organizzazione che raccoglie una parte significativa dell'avanguardia operaia più combattiva: un'avanguardia per nulla disposta a farsi imporre il giogo burocratico.

Il gruppo dirigente raccolto intorno a Bentivogli si è mosso per legare maggiormente la FIM al carro della CISL, mantenendo però alcune distanze politiche e cercando soprattutto di garantirsi un margine di azione; ha poi agito duramente per emarginare i settori interni di sinistra e, in particolare, il gruppo dirigente milanese, capeggiato da Tiboni, che avrebbe potuto diventare il catalizzatore di tutta l'opposizione interna.

L'operazione della segreteria uscente era, quindi, rivolta a prendere in mano la federazione, per ridurre drasticamente i comportamenti centrifu­ghi, riservando però uno spazio alla sinistra di Carniti. L'operazione è riu­scita a Bentivogli solo per l'insipienza e l'impreparazione alla battaglia po­litica della sinistra, che pure al congresso disponeva di una forza numerica assai grande, intorno al 30-40 per cento.

Il gruppo dirigente aveva agito, fin dall'inizio del dibattito congressuale, in un'ottica di puro mantenimento degli spazi politici e organizzativi che si era conquistato, escludendo una battaglia politica nazionale. Aveva elaborato un proprio testo, politicamente alternativo a quello nazionale, ma si era ben guardato dall'immetterlo nel dibattito nazionale e di ricercare su di esso dei consensi. In sede di congresso nazionale, esso ha persistito in questa logica, facendo di tutto per evitare una seconda lista, alternativa a quella della segreteria; ed è stata proprio quest'ultima a imporre al gruppo di Tiboni questa scelta, approfittando ai propri fini dell'impreparazione e dei tentennamenti dell'avversario. Lo stupore con cui il gruppo dirigente milanese ha verificato l'ampiezza dei consensi politici raccolti la dice lunga sulla miopia politica di questa componente sindacale che, pure, difende chiaramente una concezione di classe e di unità del sindacato, di cui condividiamo largamente i contenuti politici. Le consistenti minoranze che si sono avute su molti emendamenti della sinistra, nonché il successo di questi, indica che, al di là della vittoria finale in sede di congresso, la segreteria della FIM avrà molte difficoltà a controllare pienamente la federazione nell’attività concreta nelle fabbriche.

Il congresso della FIOM non è stato meno drammatico, anche se non si sono avute le due liste. È stato un congresso difficile e sofferto, per quattro ordini di motivi:

1. per le drammatiche testimonianze dei quadri sindacali sullo stato di difficoltà che si vive nelle fabbriche, soprattutto a Torino, e per la loro aperta opposizione al patto sociale;

2. per la resistenza che la stessa direzione FIOM sta opponendo alla segreteria confederale, per non parlare dei militanti di base; non a caso, la platea ha accolto con un gelido silenzio l'intervento di Lama;

3. per l'azione di forte condizionamento a destra operato dai socialisti;

4. per l'attacco che le forze e la stampa padronali hanno fatto alla FIOM, denunciata come l'ultima trincea degli «irriducibili».

All'interno della FIOM si è manifestata cosi una forte componente di si­nistra, che comprende anche una parte dei vertici e che è espressione della forza e della combattività della base militante di questa federazione. Galli, Sabbatini e Lettieri ne hanno dovuto tenere conto in questi anni e in qualche modo – pur se molto deformato – farsene interpreti. Non è un caso che da tempo ci fosse un progetto – da parte della direzione della CGIL, del PCI e con l'auspicio di tutte le frange moderate del sindacato e delle forze borghesi – di fare fuori un gruppo dirigente «colpevole» di avere accettato e avallato un certo tipo di lotta contrattuale nel 1979 e poi la lotta dei trentacinque giorni della FIAT.

Sull'altro versante, Del Turco, socialista, ha esposto una linea del tutto coerente con l'ipotesi del patto sociale e con l'impostazione generale dei vertici della CGIL.

Tuttavia, Galli e compagni non sono riusciti a definire una linea alternativa, né hanno voluto e potuto collocarsi su un terreno strategico radicalmente diverso da quello di Lama e soci. Nella sua relazione, Galli è stato molto chiaro nel descrivere lo stato di crisi e di difficoltà del sindacato e non ha avuto equivoci nel rivendicare tutte le lotte passate, compresi i trentacinque giorni e la famosa manifestazione del due dicembre 1977 dei metalmeccanici, durante il periodo dell'«unità nazionale». È stato quello che più ha difeso, e non solo formalmente, l'unità della FLM e il sindacato dei consigli, criticando duramente tutti coloro che vogliono normalizzarlo e istituzionalizzarlo. È stato assai freddo nei confronti delle stesse Tesi della CGIL e non ha affatto elogiato il «piano di impresa». Infine, egli ha denunciato l'obbiettivo politico del padronato di spezzare la forza sindacale e di sconfiggere la classe operaia, individuando nei contratti il momento attraverso cui quest'ultima potrebbe costruire una risposta capace di recuperare un nuovo rapporto di forza, favorevole rispetto al padronato. Ma, ogni volta che la relazione di Galli doveva individuare una posizione in positivo, sui contenuti per il futuro o sulle grandi questioni strategiche, sia pure in forma sfuggevole ed evanescente, finiva inevitabilmente per riproporre le impostazioni tradizionali della CGIL.

Per parte sua, la «terza componente» (che su scala Confederale aveva perso l'ennesima buona occasione, accettando di votare il testo comune, e che disponeva di una forza non trascurabile al congresso: circa un centinaio di delegati) ha giocato soltanto un ruolo di supporto alla posizione di Galli, limitandosi a qualche chiarificazione, specie sulla riduzione di orario. L'unico terreno sul quale essa si è mossa è stato quello di garantirsi la presenza all'interno degli organismi dirigenti, sulla base delle spartizioni prefissate. La debolezza della «terza componente» deriva dalle sue differenziazioni interne e dai suoi limiti politici: oggi non si può individuare nel PdUP una posizione politica a sinistra del PCI, tanto meno rispetto alla sinistra del PCI. Per gli altri – cioè per DP e le varie componenti della tradizionale sinistra sindacale – ci troviamo di fronte a una grande confusione, sia per quanto riguarda le posizioni politiche, sia per il metodo con cui affrontare il dibattito e la lotta politica nel sindacato.

La «terza componente» è stata egualmente premiata nel voto segreto, che ha visto Renato Lattes uscire secondo, subito dopo Galli, come espressione della forte volontà dei delegati di darsi un'alternativa di sinistra e di punire gli esponenti moderati, come Del Turco.

Il congresso si è concluso in un modo solo apparentemente contraddittorio. Da una parte i documenti politici finali, che apparivano largamente al di sotto della relazione, sono stati modificati attraverso una serie di emendamenti di sinistra. Su alcuni, particolarmente significativi, si sono espresse forti minoranze. Dall'altra, però, la conclusione organizzativa del congresso – cioè la composizione del reale organo dirigente, la segreteria – è risultata negativa; l'operazione perseguita da tempo dai vertici confederali, di disperdere il vecchio gruppo dirigente, è riuscita. Escono dalla segreteria due elementi chiave come Lettieri e, soprattutto, Sabbatini, che incarnava la componente di sinistra del PCI e che, fino a un anno e mezzo fa, sembrava essere destinato a diventare il sostituto di Galli. Se si pensa che anche Galli dovrebbe lasciare la segreteria a metà del mandato congressuale, risulta chiaro che si è ormai sulla strada dello smembramento del gruppo dirigente emerso dalle lotte del 1969 e degli anni successivi.

 

Ma questa contraddizione è solo apparente o, per meglio dire, è solo l'espressione di una contraddizione ben più profonda. Parliamo della sfasatura esistente tra la spinta dei militanti di base, tra la forza numerica dei quadri critici e delle stesse direzioni intermedie e le conclusioni politico-organizzative dei congressi nel loro complesso. Mentre i primi vanno a sinistra, le direzioni centrali vanno a destra, rafforzano il proprio potere buro­cratico, emarginano la sinistra, centralizzano sempre di più la politica del sindacato e condizionano strettamente l'azione delle direzioni di federazione e locali.

Come può avvenire questo? Le direzioni centrali dispongono del controllo dell'apparato nei suoi gangli centrali e portano avanti una linea politica che è sì perdente, ma ha il pregio dell'assoluta chiarezza. Riescono quindi, per ora, a spuntarla, perché si confrontano con quadri di base certo numerosi, ma del tutto disordinati, che cercano di liberarsi della vecchia linea riuscendovi solo parzialmente, in assenza di risposte realmente alternative.

La burocrazia centrale può spuntarla tanto più facilmente, in quanto i punti di riferimento tradizionali dei militanti di base – cioè le direzioni della sinistra sindacale – sono sempre timorosi di presentarsi seriamente e organicamente come alternativa, né sono disposti a fare una seria battaglia, ad abbracciare una linea coerentemente anticapitalistica.

Non c'è certo da rallegrarsi di questa situazione. Se la riflessione dei quadri non troverà un canale politico e organizzativo grazie a cui pesare nel sindacato e garantirsi una libertà d'azione a livello federale e locale (come era avvenuto, in una certa misura, nel passato), la difficile situazione del sindacato e la violenza dell'attacco padronale renderà molto più difficile ottenere successi a qualsiasi livello o mantenere un'autonomia rispetto alle Confederazioni. Se non se ne rimetterà in discussione la politica generale, sul medio periodo, potrà esserci un effettivo ripiegamento di questi settori e, quindi, una piena normalizzazione burocratica del sindacato, che procederà di pari passo con la sconfitta della classe operaia.

I meccanismi antidemocratici dei congressi hanno favorito questa affer­mazione, a ogni livello, delle componenti più moderate sulle sinistre.

Non parliamo solo del filtraggio dei delegati di base, della mancanza di veri e democratici congressi degli iscritti sui luoghi di lavoro. Parliamo anche di quell'incredibile manipolazione politica che è costituita dal presentare al congresso della CGIL, all'ultimo momento, una proposta sulla scala mobile che aggira quanto si è deciso nei congressi comprensoriali e regionali; parliamo della incredibile pratica di alterazione dei gruppi dirigenti dall'esterno, per cui si conoscono, prima ancora dell'apertura del congresso (come è avvenuto nella FIOM), la composizione della nuova segreteria, dirigenti che saranno rimossi, quelli che li sostituiranno, senza che un congresso che si vuole sovrano possa pronunciarsi.

Le vittime di questo meccanismo lo accettano, perché a loro volta l'hanno sempre utilizzato per emarginare le componenti più combattive del sindacato, per non farsi vincolare dalla base operaia. Parliamo, infine, dell'incredibile meccanismo elettorale della CISL, che permette che consistenti minoranze, superiori anche al 30%, non siano rappresentate negli organismi direttivi. Nel Consiglio Nazionale della FIM, infatti, la segreteria uscente ha permesso, per «bontà», alla minoranza di avere 4 posti su 99. Questa rappresentaza costituisce appena il 4%, mentre la seconda lista aveva raccolto circa il 30% dei voti.

La descrizione della sfasatura esistente tra il quadro militante e la politica dei vertici costituisce di per se stessa una serrata critica politica alle componenti di sinistra del sindacato, che non sono state in grado di intervenire per costruire una direzione di ricambio: parliamo ancora della sinistra sindacale, del PdUP e, soprattutto, di DP, che più di altri pretende di essere forza politica alternativa al riformismo.

Queste forze disponevano, in moltissimi congressi, di pacchetti significativi di delegati; ma sono state inesistenti nella formulazione di una chiara alternativa strategica, come proposta politica e come iniziativa per costruire una vera tendenza sindacale di sinistra che, pure, avrebbe potuto raccogliere vasti consensi e tessere un serio legame con una parte della base comunista.

Che questa strada sia quella giusta, non minoritaria, ma suscettibile di trovare consensi per costruire una tendenza di sinistra molto più ampia delle forze inizialmente promotrici, capace di condizionare la linea del sindacato e di fare avanzare la costruzione di una direzione di classe alternativa a quella attuale, lo dimostra il fatto che, laddove (tanto per fare un esempio, nei congressi comprensoriale e regionale della FIM di Torino. e del Piemonte) ci sono stati delegati capaci di impostare questa battaglia, si sono avuti risultati sorprendenti su punti – come per esempio il rifiuto netto del «fondo» – che sembravano difficilmente modificabili.

Lo dimostra anche l'esperienza della CGIL scuola, dove un testo alternativo, su una linea di classe, promosso e difeso dai militanti della LRC e da un gruppo di compagni toscani raccolti intorno a Foggi, ha trovato un'eco alla base assai vasto e degli interlocutori nei congressi superiori di categoria, compreso quello nazionale.

 

II quadro dell'ultimo Congresso confederale, in ordine di tempo, quello della CGIL, appare in tutta la sua drammaticità.

II gioco del PSI è chiaro: vista la sua debolezza relativa e il rischio che si rafforzino le posizioni di sinistra, per non essere penalizzato in sede di votazione, scavalcando l'accordo che assicura comunque il 30% al PSI, al PCI il 60% e agli altri il 10% (strana forma di democrazia interna!), esso ha giocato apertamente la carta del ricatto e della minaccia della divisione.

Mai tali minacce sono state più utili alla componente comunista (Lama in testa, ma non ci sono certo differenze con Trentin e Garavini su questo) per giustificare la sua accettazione dell'attacco alla scala mobile e del patto sociale e per ricattare, a propria volta, le componenti di sinistra comuniste e dell'area della «terza componente».

L'argomento, vecchio quanto il mondo – dovete accettare il compromesso e la nostra minestra, perché se no i socialisti rompono – ha ancora possibilità di successo, proprio perché non esiste alcuna componente sindacale, alcun gruppo dirigente disposto a rifiutare il ricatto e a proporsi seriamente di costruire una direzione alternativa. Ma esso non esclude, comunque, contrasti e lacerazioni, spingendo a una maggiore radicalizzazione alcuni settori di base.

Finiti i congressi, nonostante tutto, la normalizzazione burocratica non sarà ancora giunta in porto: bisognerà vedere se le direzioni confederali riusciranno a fare ingoiare, nei fatti, ai lavoratori, ai consigli, alle federazioni di punta l'ignobile brodaglia che hanno preparato.

Siamo, dunque, alla vigilia di un patto sociale, dell'applicazione di una politica dei redditi che, se andassero in porto, metterebbero una pesante ipoteca sui contratti, sul futuro della classe operaia e porterebbero a sicura morte i consigli.

Sono tre, allora, gli assi intorno ai quali deve approfondirsi la discussione e l'azione dei militanti sindacali per potere delineare un'efficace linea di difesa contro l'offensiva padronale e le capitolazioni della burocrazia:

1. rigettare in pieno il patto sociale e il tetto governativo, assumendo come unica compatibilità la difesa delle esigenze operaie, a partire dalla lotta per le 35 ore subito, come strumento fondamentale per combattere la disoccupazione, per garantire la forza strutturale del sindacato e per fare una vera lotta contrattuale vincente;

2. rifiutare che le ristrutturazioni padronali e le innovazioni tecnologiche comportino una riduzione della manodopera, il taglio dei cosiddetti rami secchi, che oggi comprendono parti essenziali e numerosissime della classe operaia. Sulla base della lotta contrattuale, si deve passare a esercitare un vero controllo operaio nelle fabbriche, l'imposizione cioè del veto operaio e sindacale sulle decisionali padronali;

3. lavorare per organizzare nel sindacato tutte quelle forze che vogliono condurre una battaglia anticapitalistiça per creare le condizioni di una direzione di ricambio nel suo seno. Già oggi, a livello locale, si potrebbe in molte situazioni strappare alle componenti moderate la direzione del sindacato; direzioni che si professano di sinistra potrebbero cominciare a non accettare più i ricatti dei vertici e riprendere la loro libertà di azione.

Muoversi lungo questi assi serve a creare le condizioni per permettere alla FLM e alle altre federazioni, che in questi anni si sono collocate a sinistra, di uscire dalla terribile morsa che le sta stritolando, per permettere loro, al di là degli accordi di vertici delle Confederazioni e dei vincoli che queste assumeranno col padronato e col governo, di agire autonomamente su una linea di classe.

Cosi, sia pure in una situazione ormai molto più difficile, esse potranno ridiventare punto di riferimento per i lavoratori nelle fabbriche, nella società e dentro il sindacato e, su questa base, rimescolare gli stessi giochi delle burocrazie confederali.

Postilla sul Congresso della CGIL

La proposta sul contenimento del costo del lavoro che la segreteria ha avanzato nella relazione introduttiva di Lama al congresso CGIL, messa a punto in una faticosa riunione notturna dai quattro maggiori dirigenti (Lama, Trentin, Garavini e Marianetti) e infine approvata a larga maggioranza dal congresso, ha un nome preciso: si chiama politica dei redditi, anche se i dirigenti hanno fatto di tutto per nascondere questo carattere ai delegati e ai lavoratori.

È una proposta: che ingabbia le rivendicazioni operaie all'interno delle compatibilità economiche attuali della borghesia; che determinerà, se applicata, un'ulteriore riduzione dei salari; che limita l'autonomia dei sindacati dallo Stato e dalle forze borghesi; che coarta la libertà di iniziativa politica delle singole federazioni; che costituisce, infine, uno svuotamento anticipato dei contratti.

È la logica conclusione operativa di tutta l'impostazione generale dei testi che, ben al contrario dello slogan che campeggiava sul congresso – «Unificare le forze del lavoro per cambiare la società» – può solo portare alla divisione delle masse lavoratrici, al disimpegno, alla ricerca di soluzioni individuali, perché penalizza i lavoratori occupati, non propone nessuna seria battaglia per l'occupazione attraverso le 35 ore e accetta il quadro delle ristrutturazioni capitalistiche.

La reazione critica diffusissima che si è manifestata all'interno del congresso su questa proposta, l'ampiezza delle reazioni che sono venute dalle fabbriche, dai consigli, dagli iscritti CGIL per premere sul congresso perché la scala mobile fosse difesa, il «tetto antinflazione respinto» e i contratti non fossero ingabbiati, indica la comprensione dei quadri e dei lavoratori della reale natura di questa proposta.

In sede congressuale l'opposizione non ha avuto molto modo di esprimersi alla tribuna. Alcuni dirigenti sindacali hanno giocato il vecchio e logoro gioco del dirsi d'accordo con la proposta e poi di darne un'interpretazione diversa. È una operazione politica già messa in pratica dalla sinistra sindacale dopo l'assemblea dell'Eur; già allora era una politica molto debole, che aveva permesso solo per un breve periodo di contenere i danni, ma che aveva ben presto mostrato la corda. Oggi essa ha ancora meno possibilità di successo.

Garavini, che è stato presentato da molti come il «duro» della CGIL, ha certo rimarcato una sua interpretazione personale della proposta contenuta nella relazione, ma le sue differenziazioni erano tutte di forma e non di sostanza, tese solo al compattamento settario di una certa area del congresso.

Più rilevanti, invece, le prese di distanza del segretario della FIOM, Galli, che ha attaccato duramente la politica del governo e che ha avanzato dei dubbi pesantissimi sulla possibilità che la proposta di Lama non comporti una decurtazione dei salari e non condizioni pesantemente l'autonomia delle federazioni e lo svolgimento dei contratti. Anche Galli, però, non si è opposto chiaramente alla proposta della segreteria.

I socialisti, per parte loro, si sono limitati a difendere la mediazione raggiunta e hanno potuto conseguire gli scopi che si erano prefissati, compreso un voto positivo nell'elezione a voto segreto della direzione.

La proposta sul costo del lavoro ha, infine, costretto la terza componente a prendere le distanze dal documento della segreteria, ad attaccarlo negli interventi dei suoi oratori alla tribuna e a presentare una mozione alternativa su questo punto: una mozione assai debole dal punto di vista dei contenuti, ma rilevante lo stesso sul piano politico, per l'impatto obbiettivo della differenziazione.

Resta da chiedersi come mai il clima fortemente contestativo presente al congresso non si sia trasferito anche in termini di voti. Le ragioni sono molteplici.

In primo luogo, va segnalato che una parte delle tensioni esistenti si è manifestata nel voto sul testo internazionale. Una serie di emendamenti risultati maggioritari hanno permesso di inserire formule chiare contro l'installazione dei missili a Comiso e contro l'invio delle truppe italiane nel Sinai.

In secondo luogo, il risultato conseguito (91 voti) dalla mozione della terza componente non è per nulla trascurabile, se si tiene conto della composizione filtratissima del congresso, dei vincoli strettissimi di scuderia e del numero delle astensioni (circa un terzo dei delegati).

In terzo luogo – ed è l'elemento politico decisivo – la massa dei delegati non ha trovato un'indicazione alternativa di voto da parte di quei dirigenti che essi considerano il loro punto di riferimento. Al contrario, sia Garavini, sia Scheda, sia Galli – sia pure in forme diverse – hanno votato e dato indicazione di voto a favore. Non si vede, quindi, perché i delegati avrebbero dovuto comportarsi diversamente da quelli che essi ritengono i dirigenti «più di sinistra», specie se educati da sempre ad evitare qualsiasi differenziazione interna e a confondere la mediazione burocratica di vertice con la vera unità del sindacato, che è possibile solo attraverso la reale discussione democratica alla base dei lavoratori.

Non a caso 3.500 lavoratori dell'Alfa hanno scritto al congresso che non bisognava anteporre la pur importante unità dei vertici sindacali alla ben più importante e decisiva unità dei lavoratori, possibile solo difendendo la scala mobile.

In quarto e ultimo luogo, non bisogna dimenticare la struttura e la composizione del congresso e i rapporti all'interno dell'apparato sindacale, che rappresentava la stragrande maggioranza dei delegati. I vincoli e i ricatti dei gruppi dirigenti sono stati particolarmente pressanti in questa occasione.

Un cronista borghese ha raccolto una frase che la dice lunga sulle costrizioni materiali a cui sono stati sottoposti i delegati e che è stata pronunciata da qualcuno dell'apparato: «non vi agitate, non ci saranno sorprese, gli ordini sono severissimi e il voto è palese; e qui gli unici a non rischiare il licenziamento sono gli operai. Ma sono troppo pochi». Ma gli operai iscritti al sindacato, invece, sono tanti!

Finito il congresso, resterà da vedere se essi sono disposti ad accettare soluzioni penalizzanti calate sulla loro testa, o se si batteranno invece perché il sindacato sia dei lavoratori e non dell'apparato burocratico e sia perciò capace di difendere fino in fondo i loro interessi e di vincere il duro confronto col padronato che non solo si delinea, ma che è già in atto.    (f.t.)

* [Da «Critica comunista», n. 10, a. III, gennaio–febbraio 1981, pp. 107–122]

1Vedi la tabella riportata in Con Marx alle porte, Milano 1980, un libro che analizza ampiamente i 37 giorni di lotta.

* [Da «Critica comunista», n. 14, a. V, gennaio-febbraio 1982, pp. 46–64]

2Per non parlare delle migliaia e migliaia di iscritti unitari – che in alcune situazioni, per esempio nella FLM di Torino, sono anche il 70% dei tesserati – senza un'istanza organizzativa per pronunciarsi.