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La seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI...)
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LA SECONDA GUERRA MONDIALE,
Il giustificazionismo del PCI sull'accordo Ribbentrop‑Molotov
La ricorrenza del quarantesimo anniversario dell'inizio della Seconda guerra mondiale ha fornito l'occasione non solo per i consueti articoli commemorativi, ma anche per un dibattito abbastanza esplicito sulle cause della Seconda guerra mondiale e le responsabilità dello stalinismo che si è sviluppato sulle pagine della stampa comunista coinvolgendo storici e dirigenti politici.
“Rinascita”, in particolare, ha dedicato all'argomento sette pagine del n. 33, del 31 agosto 1979, con una lunga intervista a Giancarlo Pajetta, numerose testimonianze sulle ripercussioni dell'accordo russo‑tedesco tra i comunisti italiani e francesi, un articolo di Enzo Santarelli sulla dinamica internazionale che portò alla guerra e un articolo di uno storico polacco (che la redazione ha dovuto ribattezzare “testimonianza”, probabilmente per imbarazzo per le grossolane reticenze sul ruolo dell'URSS affiancate a una grottesca apologia del ruolo della stessa Polonia di Pilsudski).
Contemporaneamente, sull'“Unità” dell'1 settembre, è apparso un articolo di Giuliano Procacci, che affrontava fin dal titolo (La sconfitta del '39) la polemica “nei confronti sia di un uso troppo estensivo, sia di un uso troppo limitato del senno di poi”, ricordando che, pur se conclusa con la vittoria antifascista del 1945, la Seconda guerra mondiale pone dei grossi interrogativi al movimento operaio:
Mi sembra utile chiedersi oggi se anche il 1939, come già il 1914, non rappresenti per certi aspetti anch'esso una sconfitta del movimento operaio europeo. Ci si può anche domandare se esso non sia anche una sconfitta maggiore di quella del 1914.
Procacci parte dalla considerazione sull'ampiezza delle condizioni più favorevoli per una lotta contro la guerra esistenti negli anni Trenta (dall'impetuoso movimento antimperialista che stava sviluppandosi nel paesi coloniali, all'orientamento pressoché unanime contro la guerra della cultura europea, che, nel 1914, era invece, in gran parte, bellicista e nazionalista).
Procacci, dopo aver ricordato le gravi responsabilità della socialdemocrazia, affronta quelle del movimento comunista, non solo per quanto riguarda l'avvento di Hitler al potere, ma anche per il periodo successivo al VII Congresso del Comintern, riconducendolo al “condizionamento esercitato sui partiti comunisti occidentali dal loro allineamento con la politica estera sovietica”, che però “contava in primo luogo e prevalentemente sulle proprie forze”. Procacci, che conclude l'articolo con un appello per la “terza via”, non rimprovera naturalmente ai partiti comunisti francese e spagnolo di aver subordinato una poderosa ascesa del movimento operaio nei loro paesi alle rispettive borghesie, in base alle esigenze di politica estera dell'URSS (aprendo la strada a due clamorose sconfitte del movimento operaio, che facilitarono largamente i piani di guerra nazisti), ma il fatto che “la lotta per la pace veniva ad identificarsi con la lotta per la difesa dell'URSS”:
Si trattava certo di considerazioni realistiche, e coloro che fondano il giudizio storico esclusivamente sul senno del poi, possono dire a buon diritto che esse sono state confermate dai fatti. Queste considerazioni implicavano però una sottovalutazione della lotta contro la guerra e il fascismo che esistevano fuori delle frontiere sovietiche.
La polemica è abbastanza esplicita, in primo luogo contro Amendola, principale esponente del giustificazionismo storico, il quale vede ogni cosa risolversi secondo un disegno provvidenziale che, attraverso luci ed ombre tutte inevitabili, porta al trionfo finale che cancella e riscatta ogni “imperfezione” manifestatasi lungo il cammino. Ma, di fatto, Procacci, polemizza anche con Pajetta che in tre pagine di intervista finisce per ridurre “la lotta contro il fascismo e la guerra” quasi esclusivamente alla politica estera sovietica, minimizzandone per giunta le tragiche incoerenze.
Il dibattito era stato aperto pubblicamente, d'altra parte, sulle colonne di “Rinascita”, al momento della pubblicazione del secondo volume della Storia dell'Unione Sovietica di G. Boffa. Una tavola rotonda con l'autore, Arrigo Levi, Giuliano Procacci e Giorgio Amendola (pubblicata su n. 16 di “Rinascita”, 27/4/79) registrò, da parte di quest'ultimo, un pesante attacco al libro, accusato di sottovalutare che l'anima dell'unità del popolo sovietico “è un partito a sua volta compatto e al centro del quale c'è l'autorità di Stalin, che di settimana in settimana guadagna prestigio fino all'esaltante vittoria”, mentre al contrario in Boffa ci sarebbe “un'accentuazione troppo critica della condotta sovietica, che pure portò alla vittoria del '45”.
Il giustificazionismo di Amendola si spinge a teorizzare la lungimiranza della stessa passività di fronte all'evidente preparazione dell'aggressione:
Soltanto sul terreno della difesa della patria Stalin poteva costruire l'unità nazionale. Qualunque altra iniziativa preliminare che non rendesse flagranti le violazioni, il saccheggio, lo stupro della santa terra madre non avrebbero creato quello che hanno creato primi mesi di guerra... L'esitazione di Stalin in quelle ore, la sua pretesa scomparsa, è soltanto un romanzo giallo...
Quanto al patto russo‑tedesco, Amendola sostiene che “è tutto da dimostrare che produsse conseguenze nefaste per l'URSS”. Anzi! L'unico inconveniente, per Amendola, erano le ripercussioni sul movimento operaio internazionale, ma, naturalmente, erano anch'esse inevitabili e quasi provvidenziali:
In quell'occasione nacque per la prima volta una differenziazione tra due concetti fino ad allora considerati indivisibili: interesse del movimento rivoluzionario internazionale e dello Stato sovietico. Non parlerei però di 'compromesso storico’ tra stalinismo e patriottismo, perché il patriottismo è il carattere dominante della nuova realtà sovietica dalla rivoluzione d'ottobre in poi.
Dopo questo breve saggio delle falsificazioni a cui ricorre Amendola quando scende sul terreno storico (considerandolo, da buon stalinista, un puro prolungamento delle sue scelte politiche), non possiamo ignorare tuttavia che alcune deformazioni, certo meno grossolane, ma per questo più insidiose, si riscontrano anche negli articoli e negli interventi degli storici comunisti meno acritici, soprattutto su alcuni avvenimenti cruciali, come il patto Ribbentrop‑Molotov, di cui, non a caso, tutte le testimonianze di dirigenti comunisti sollecitate da “Rinascita” nel n. 33 ripetono una totale giustificazione, magari dal punto di vista di chi fu allora toccato dal dubbio (come si presenta Paolo Bufalini).
Per queste ragioni, rinviando ad altra sede la questione, tutt'altro che marginale, delle cause che spingono anche i più rigorosi storici eurocomunisti a far concessioni al giustificazionismo su alcuni momenti essenziali della storia dell'URSS e del Comintern stalinizzato, riteniamo utile ricostruire le vicende che portarono alla Seconda guerra mondiale, cercando soprattutto di chiarire il significato reale dell'accordo tra l'URSS staliniana e la Germania nazista e le sue ripercussioni a vari livelli.
Le premesse del patto russo‑tedesco
La preoccupazione di evitare, o anche solo di ritardare, l'attacco nazista, era dunque più che legittima. Il vero problema è se il patto nazi‑sovietico fu efficace a tale scopo, se fu utilizzato correttamente dall'URSS, se non determinò un indebolimento del movimento operaio internazionale e della stessa Unione Sovietica. Inoltre, va visto se era effettivamente l'unica strada aperta di fronte all'URSS nel 1939, come si ripete abitualmente.
Nel 1939, l'URSS era effettivamente isolata. I governi inglesi e francesi erano apertamente condiscendenti con Hitler, mentre non nascondevano la loro ostilità verso l’URSS. Le trattative per un eventuale accordo militare, oltre che lentissime, erano affidate, da parte francese e inglese, a diplomatici di secondo piano, ovviamente non in grado di assumere impegni efficaci. La repubblica spagnola era caduta tragicamente (e con un penosissimo epilogo di cedimenti e tradimenti aperti di una parte dell'apparato militare) nel primi mesi di quell'anno, ma non era il solo caso di bancarotta della politica di Fronti popolari: anche in Francia, nel corso del 1938, il Fronte popolare era estromesso dal governo e sostituito da coalizioni borghesi, in cui un ruolo determinante era assunto dai radicali, spostati nuovamente a destra (mentre il movimento operaio, paralizzato e disorientato nella fase di ascesa delle lotte dall'accordo interclassista, tentava tardivamente una controffensiva, che si concludeva con la disfatta dello sciopero generale fallito del novembre 1938). Non c'è dubbio che, anche se ne era largamente responsabile proprio la politica sciagurata imposta al Comintern negli anni precedenti dalla burocrazia sovietica, la situazione internazionale doveva apparire pericolosissima per l'URSS, spingendola a guardare con favore a qualsiasi fattore nuovo che in qualche modo rompesse l'accerchiamento.
Dunque, non una specifica preoccupazione sulla debolezza militare, ma piuttosto un'inquietudine più generale sulla solidità del suo potere ebbe un certo rilievo tra le cause che spinsero Stalin a temere la guerra al punto di mostrarsi disposto a pagare letteralmente qualsiasi prezzo per evitarla.
A più riprese la politica estera sovietica aveva avuto, nel quadro delle sue cicliche oscillazioni, caute aperture verso una distensione con la Germania; soprattutto Molotov e lo stesso Stalin si erano più volte sbilanciati in tal senso. Stalin, tra l'altro, nel rapporto presentato al XVII Congresso del PCUS il 26 gennaio 1934 aveva smentito che l'avvento del regime fascista in Germania giustificasse i timori “di alcuni uomini politici tedeschi” su un mutamento della politica sovietica e in particolare che l'URSS diventasse sostenitrice del trattato di Versailles, come conseguenza della nazificazione della Germania:
La possibilità di un accordo dell'URSS con la Germania nazista era stata indicata in molti articoli da Trotskij fin dal 1933, e poi, con particolare insistenza, in tutto l'anno che aveva prececuto il patto. In particolare dopo Monaco, Trotskij aveva scritto (il 7 ottobre 1938) che “il compromesso sul cadavere della Cecoslovacchia non garantisce in alcun modo la pace: non fa che creare una base più favorevole per Hitler nella guerra che si prepara”, e ne aveva dedotto che:
Ancora più netta era la conclusione che nel marzo 1939 Trotskij aveva ricavato dal discorso di Stalin al XVIII Congresso (attirandosi naturalmente una nuova scarica di insulti per le sue inaudite “calunnie”):
Che cosa rappresenta il discorso di Stalin: un anello nella catena di una nuova politica in via di formazione, basata sul primi accordi già conclusi con Hitler, o soltanto un ballon d'essai, un'offerta unilaterale, fatta con la mano e con il cuore? Molto probabilmente, la realtà è più vicina alla seconda variante. Vincitore, Hitler non ha fretta di fissare una volta per tutte le sue amicizie e le sue inimicizie.
Dopo aver osservato che Hitler era interessato a che l'URSS e le democrazie occidentali si accusassero reciprocamente di “provocare la guerra”, Trotskij concludeva amaramente:
Abbiamo riportato questi passi non per fornire l'ennesima prova delle eccezionali capacità di previsione storica del grande esule, ma perché, essendo convinti che queste capacità non si basavano certo su una sfera di cristallo, ci sembra confermato indirettamente che la conclusione dell'accordo con Hitler non fu ‑ come in genere si ripete ‑ un gesto imprevedibile maturato improvvisamente, dettato solo da un'eccezionale situazione di accerchiamento e quasi imposto dalle scorrettezze anglo‑francesi durante le trattative per un accordo antitedesco nel periodo successivo a Monaco; le sue premesse erano già identificabili da tempo non solo nei gesti distensivi più volte tentati verso Hitler, ma anche nello stesso modo con cui, nelle fasi in cui prevaleva un orientamento antitedesco della politica estera sovietica, le alleanze diplomatiche venivano concepite con il massimo cinismo, usando come moneta di scambio la politica del Comintern e la sorte dei processi rivoluzionari (si pensi alla Spagna e alla Francia del 1936).
Che cosa fu realmente il patto Ribbentrop‑Molotov?
Una delle mistificazioni principali in circolazione in questo dibattito si basa su una reticenza di fondo: ci si riferisce sempre al patto di non aggressione del 23 agosto 1939 (ovviamente difendibile più facilmente) e non al protocollo segreto che lo accompagnò, e che fu sostituito poche settimane dopo da un vero e proprio trattato di amicizia, dalle pesanti implicazioni politiche, soprattutto per le sue gravi clausole segrete.
Roy Medvedev (che pure, a sua volta, sorvola sull'occupazione della Polonia orientale e sull'annessione delle repubbliche baltiche) non esita a dare una severa caratterizzazione di queste clausole:
Tuttavia, è proprio in uno degli aspetti più noti del patto, la spartizione delle zone di influenza nell'Europa orientale, l'aspetto forse più grave, non solo dal punto di vista morale. Pajetta, a quanto pare, non lo considera tale e dice di non aver avuto perplessità per la spartizione della Polonia, che in definitiva egli giustifica ancora:
Il piccolo particolare su cui Pajetta sorvola è che questa “reintegrazione” di territori già appartenenti all'impero zarista avvenne, in totale contrapposizione all'impostazione delle questioni nazionali da cui era nata l'Unione delle repubbliche sovietiche dopo l'Ottobre, senza neppure informare le popolazioni in questione, alle quali l'ingresso delle truppe russe apparve, come era, complementare e collegato all'invasione tedesca, di cui forniva in qualche modo una legittimazione.
La collaborazione si sviluppò, d'altra parte, persino sul terreno strettamente militare. Ph. W. Fabry, uno storico tedesco che rimprovera spesso a Hitler di aver trascurato gli interessi nazionali facendosi giocare dall'astuto Stalin (nonostante riporti scrupolosamente innumerevoli documenti che provano esattamente il contrario), segnala un episodio agghiacciante:
Questo atteggiamento sarà pagato con i risentimenti nazionali che continueranno a serpeggiare nella nuova Polonia anche in anni recenti, ma soprattutto al momento dell'invasione tedesca del 1941, che fu accompagnata da azioni di fiancheggiamento (anche se in misura inferiore ai desideri di Hitler) da parte di settori della popolazione locale o di nuclei infiltrativi dal tedeschi e tollerati da essa.
Solženicyn riferisce ad esempio (pur ridimensionando pesantemente il bluff tedesco dei cosiddetto Esercito di liberazione russo di Vlasov):
Anche la sfasatura tra l'invasione tedesca e l'occupazione russa dei territori orientali polacchi (che avvenne il 17 settembre) non servì molto a salvar la faccia, perché apparve un attacco proditorio a un morente, e fu preceduto da accuse di “provocazioni” e “sconfinamenti” che apparivano assurde nei confronti di uno Stato che stava dissolvendosi sotto i colpi tedeschi. La Germania, d'altra parte, aveva sollecitato più volte fin dal 3 settembre l'intervento sovietico concordato il 23 agosto, ottenendo risposte che tendevano a dilazionare l'intervento, dapprima per cause tecnico‑militari, poi apertamente di opportunità politica. Ecco come le presentava a Hitler l'ambasciatore tedesco von Schulemburg in un telegramma del 10 settembre 1939:
Le circostanze in cui avvenne l'occupazione dei territori orientali della Polonia, dunque, non facilitarono, come si sostiene oggi, la preparazione dello scontro successivo con la Germania nazista. Tra l'altro, la resistenza polacca, per quanto debolissima dopo due settimane di guerra con la Germania, si manifestò ugualmente. Molotov si vantò di aver avuto nell'operazione militare 737 morti e 1862 feriti. Quei morti, se non furono sufficienti ad acquistare meriti presso Hitler, furono sufficienti a scavare un solco ancor più profondo tra l'Unione Sovietica e il popolo polacco, impedendo, tra l'altro, che i 200 o 300.000 soldati polacchi che ancora restavano in armi dopo la sconfitta potessero raggiungere l'URSS, per costituirvi successivamente una forza in grado di pesare al momento di quello scontro russo‑tedesco, alla cui preparazione, ancor oggi, certi anacronistici “nostalgici” vorrebbero farci credere fosse proteso ogni pensiero dello Stalin del 1939!
Quanto alla “linea Curzon” su cui si attestò l'URSS, al momento della spartizione della Polonia, per basarsi su confini “etnicamente giustificati”, come ha sostenuto ancor oggi Pajetta (riferendosi alla rinuncia da parte sovietica ad alcuni territori polacchi che le erano stati assegnati nell'originaria spartizione definita nel protocollo segreto del 23 agosto 1939), vale la pena di ricordare come fu delineato il nuovo confine, e con quali contropartite. Ci atteniamo ancora una volta al documenti trovati negli archivi del Reich, visto che l'Unione Sovietica, che pure si dice erede di quella rivoluzione che aprì gli archivi del Ministero degli Esteri zarista, per mettere in pratica la fine e il ripudio di ogni diplomazia segreta, non ha pubblicato su quel periodo che qualche striminzito verbale sulle trattative fallite con Francia e Inghilterra nel mesi precedenti il patto con la Germania. Un telegramma dell'ambasciatore von Schulemburg a Hitler informava così su un colloquio avuto con Stalin il 25 settembre:
Stalin ha esposto quanto segue: nella sistemazione definitiva della questione polacca si doveva evitare tutto ciò che, in avvenire, poteva produrre contrasti fra la Germania e l'Unione Sovietica. Da questo punto di vista, considerava un errore lasciar l'indipendenza a un resto di Polonia. Ecco ora la sua proposta: sul territorio situato a oriente della linea, verrebbero attribuiti alla Germania tutto il voivodato di Lublino e la parte del voivodato di Varsavia che va fino al Bug. Da parte sua la Germania rinuncerebbe alla Lituania. [...]
Come si vede, l'arretramento rispetto alla spartizione originaria, avvenne sotto la forma di un baratto in cui Stalin cedeva a Hitler un pezzo di Polonia, ricevendo in cambio la Lituania, indipendentemente dal fatto che nessuno dei due aveva il minimo diritto su quei territori, se non quello che derivava dalla forza bruta, o al massimo dall'eredità “morale” rispetto alle conquiste degli zar da una parte, dei cavalieri teutonici dall'altra..
Le fonti storiche ufficiali e quelle memorialistiche ufficiose sovietiche (con le loro molteplici appendici in Occidente) tendono a nascondere la portata reale di quegli accordi, soprattutto continuando a ignorare i protocolli segreti, come se non fossero mai stati trovati negli archivi tedeschi, con tanto di firme autografe di Molotov accanto a quelle di Ribbentrop, e come se non fossero stati confermati dalla loro applicazione con le annessioni realizzate subito nei confronti delle regioni orientali polacche, nel corso del 1940 nei confronti di Estonia, Lituania, Lettonia e della Bessarabia. La stessa guerra di Finlandia viene presentata solo per il suo aspetto, pur gravemente pretestuoso, di tentativo di modifica dei confini per renderli più difendibili, sorvolando sulla proclamazione iniziale di un governo fantoccio, affidato al burocrate sovietico di origine finlandese Kuusinen, con le stesse tecniche che ‑ in assenza di significativa resistenza ‑ avevano permesso l'incorporazione dei tre Stati baltici. Su questo, anzi, gran parte degli stessi storici sovietici antistalinisti sono più che reticenti.
Si accenna, invece, spesso ad un'altra proposta di spartizione del mondo, quella ventilata da Hitler nel novembre 1940, insistendo sul rifiuto sovietico di accettare il terreno di discussione proposto dal nazisti (la spartizione dell'impero coloniale britannico tra Germania, Italia, Giappone e URSS). Amendola sposa integralmente tale versione, sia pur facendo altre ammissioni che dovrebbero essere imbarazzanti:
Affascinato dalla sagacia di Stalin, Amendola aggiunse: “Hitler prometteva l'India, ma l'URSS guardava più vicino, agli Stretti e ai Balcani”.
In realtà, il verbale dell'incontro, mai pubblicato dall'URSS, ma ritrovato negli archivi del Reich, afferma che Molotov interruppe più volte il discorso di Hitler per esprimere il suo accordo:
Ancora più esplicito il messaggio ufficiale inviato dal governo sovietico appena otto giorni dopo il rientro di Molotov:
Come si vede, Stalin guardava vicino, ma non rinunciava all'esca di una penetrazione nel Golfo Persico, che tra l'altro corrispondeva anch'essa a quella continuità con la politica estera zarista che aveva già mosso la sua politica annessionistica a ovest (quella che Pajetta ribattezza pudicamente “rivendicazioni nazionali delle repubbliche sovietiche”).
Naturalmente, nel novembre 1940, Hitler non aveva nessuna voglia di mantenere le sue promesse. Le truppe in Finlandia non sarebbero mai state ritirate, giacché erano parte dell'immenso schieramento che veniva approntato per l'invasione dell'URSS.
Il patto servì a guadagnare tempo e spazio?
Giorgio Amendola, nella sua Storia del Partito comunista italiano 1921‑1943, giustifica integralmente l'utilità dell'accordo con la Germania con questi argomenti:
È l'argomento principe degli apologeti della saggezza di Stalin. Con varie sfumature, lo ritroviamo in tutti i giustificazionisti. Esaminiamone punto per punto la fondatezza.
Gli ultimi due elementi che gli apologeti dell'infallibilità dell'URSS devono naturalmente tacere o liquidare con parole imbarazzate quando parlano del “tempo guadagnato” da Stalin, sono lo scompaginamento del movimento comunista internazionale da un lato, il rafforzamento logistico della Germania a un ritmo ben superiore a quello sovietico, dall'altro.
Abbiamo già accennato (v. nota 13) all'ampiezza delle forniture sovietiche alla Germania. Ma quel che conta di più è il loro significato strategico, che il pur prevenuto Fabry presenta in questi termini, tracciando il bilancio dell'accordo economico:
Quanto al colpo portato al movimento comunista internazionale, non c'è dubbio sia stato se non il più grave, certamente il più clamoroso di una pur lunga e terribile serie. Paolo Spriano (che degli storici comunisti è il meno reticente nell'affrontare questo terribile periodo) dice chiaramente:
Senza affrontare in questa sede le vicende del movimento comunista in quegli anni, che richiederebbero una trattazione lunghissima e porrebbero una problematica abbastanza diversa rispetto a quella finora affrontata, vale la pena di esaminare un solo aspetto di questa crisi: come fu valutata dal capi nazi-fascisti, incoraggiandoli dapprima a considerare l'URSS un alleato tranquillo, poi una facile preda. In particolare Ribbentrop, dopo i primi colloqui, considerava ormai liquidata ogni tradizione comunista della direzione sovietica, ricavandone conclusioni affrettate, probabilmente non condivise integralmente da Hitler, secondo la fonte di informazione, che è un verbale steso dal ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano, dopo un incontro con Hitler e Ribbentrop del l° ottobre 1939:
Anche in un incontro tra Hitler, Ribbentrop, Mussolini e Ciano del 10 marzo 1940, ritorna la caratterizzazione dell'URSS come uno Stato tradizionale, erede della politica panslava degli zar, e verso cui si può riprendere quindi la politica bismarckiana. È ancora Ribbentrop (che secondo fonti sovietiche avversò poi nel 1941 la dichiarazione di guerra, consegnandola in stato di sconvolgimento e presumibile ubriachezza e con visibile malcontento al rappresentanti dell'URSS) a teorizzare che non c'è pericolo ad avere rapporti col PC dell'URSS:
L'Ufficio Politico è costituito da autentici elementi moscoviti, i quali non si interessano più di altri paesi ed anzi avrebbero la tendenza a separare la Russia dal resto del mondo. [...] Effettivamente non si è riscontrato in Germania, dopo la conclusione del Patto, alcun tentativo di ingerenza sovietica nelle questioni interne tedesche.
Di fronte alla perplessità di Mussolini, lo stesso Hitler assicura che dal patto si hanno solo vantaggi:
In virtù dell'intesa con la Russia, la Germania ha libere le proprie spalle [ ... ] [e può] avere libere in Occidente molte divisioni le quali in altre condizioni si sarebbero dovute impiegare come copertura verso la Russia [ ... ]. La Russia sta attraversando una grande trasformazione storica. Essa ha rinunciato alla rivoluzione mondiale.
Mussolini rimane perplesso, ma ammette che in ogni caso la III Internazionale non è più un pericolo, perchè “ in seguito all'accordo russo‑tedesco si è ingenerata una grande confusione tra i partiti comunisti degli Stati Occidentali”. Ma Ribbentrop rincara la dose, garantendo che il Patto è veramente un buon affare, dato che, “perciò che concerne le materie prime, la Russia è molto generosa e dedica in parte il proprio, oro all'acquisto delle materie prime per la Germania”.
In effetti, l'Unione Sovietica, per mantenere i suoi impegni nonostante le difficoltà della sua economia a cui abbiamo accennato, non esitò a procurarsi all'estero, usando il suo oro, parte delle materie prime necessarie, spesso da nemici della Germania, come l'Inghilterra, che invano chiese garanzie che le forniture improvvisamente aumentate restassero in territorio sovietico. Ma il verbale di Ciano di quest'incontro al vertice nazi-fascista contiene un altro particolare, che dà il tocco finale a questo quadro:
Non c'è da stupirsi che, in questo clima, Mussolini abbia finito per illudersi in una trasformazione del comunismo russo in “una specie di fascismo slavo” e abbia tentato un'alleanza con Mosca (contro Berlino), che sollecitò con uno spudorato telegramma che diceva tra l'altro:
In realtà, le relazioni italo-russe non andarono molto avanti (ci fu una tirata d'orecchi di Hitler, che già stava avviando i preparativi per l'invasione dell'URSS, pur tenendoli nascosti al governo italiano fino al 15 giugno 1941!).
Probabilmente, i governi fascisti finirono per sottovalutare le caratteristiche che legavano l'URSS alla sua tradizione e alle sue origini rivoluzionarle, anche mentre i suoi dirigenti cercavano di agganciarla cinicamente e stolidamente al carro dei più famelici tra gli imperialisti, che pure avevano già mostrato di non esitare a procedere alla liquidazione brutale dei vari alleati subalterni, dopo essersene serviti per una certa fase. Sarà un errore fatale, per i nazisti, ma solo a lungo termine, nel senso che la guerra contro l'URSS si rivelerà ben diversa, dopo la prima fase, da quella che i capi nazisti avevano previsto, attribuendo al cittadini sovietici la stessa mancanza di ideali e di principi che avevano conosciuto nei loro dirigenti. Ma ciò non vuol dire certo che si tratti di un “lieto fine”: come dimenticare i milioni di morti che stanno in mezzo tra quella fase di irresponsabili leggerezze e di colpevoli condiscendenze sovietiche, che incoraggiò Hitler alla guerra, e la conclusione, simboleggiata dalla bandiera rossa innalzata sul Reichstag? Una conferma indiretta viene dalle riflessioni dello stesso Hitler, a guerra incominciata, esposte in un colloquio con Ciano del 26 ottobre 1941:
Ciano, che già allora era pieno di dubbi sulla politica in cui l'Italia si era impegnata, coglieva, nel verbalizzare, le contraddizioni di Hitler, che dava per liquidata l'URSS, ma insisteva ossessivamente sulla sorpresa per il suo potenziale militare, industriale (lamentando che i servizi segreti non avevano neppure il sospetto dell'esistenza di impianti in cui lavoravano fino a 65.000 operai, scoperti solo con l'invasione), e soprattutto per quello politico, in particolare per la straordinaria tenacia e l'eroica generosità con cui soldati mal diretti, mal collegati, senza copertura aerea, avevano retto per giorni alle armate hitleriane.
*Questo saggio è apparso inizialmente sul num. 4/5 della rivista “Critica comunista” (settembre-dicembre 1979) e successivamente come capitolo del mio libro Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Lacaita, Manduria-Bari, 1988 (I primi quattro capitoli, sulla storia della Polonia, sono già inseriti sul sito).
1 Già il 26 novembre 1931, Trotskij aveva scritto: “Se i fascisti tentano di impadronirsi del potere in Germania, non ne può non conseguire una mobilitazione dell'esercito rosso. Per lo Stato proletario si tratterà puramente e semplicemente della propria difesa rivoluzionaria nel significato più pieno della parola. La Germania non è solo la Germania. È il cuore dell'Europa. Hitler non è soltanto Hitler. È il candidato al ruolo di super‑Vrangel'. [Il barone Piotr. N. Vrangel' era stato uno dei più temibili capi delle guardie bianche durante la guerra civile]. Ma l'esercito rosso non è solo l'esercito rosso. È uno strumento della rivoluzione proletaria mondiale”. (Lev Trotskij, Scritti 1929-1936, a cura di Livio Maitan, Einaudi, Torino, 1962, pag. 291). Anche nell'aprile 1932 Trotskij aveva ribadito che l'URSS doveva prepararsi in tempo a fronteggiare il pericolo nazista: “Quando si è di fronte a un nemico mortale e quando la guerra sgorga necessariamente dalla logica di una situazione di fatto, è una leggerezza imperdonabile concedere al nemico il tempo di consolidarsi e rafforzarsi, di stabilire le proprie alleanze, di ricevere gli aiuti necessari, di elaborare un piano di attacco militare... e di permettere così che si precisi un pericolo enorme” (Lev Trotskij, I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali 1924-1940, Einaudi, Torino, 1970, pag. 350).
L'ammonimento di Trotskij venne sbeffeggiato in particolare da Togliatti, nell'intervento al XII Esecutivo allargato dell'IC del 2 settembre 1932 (riportato oggi in P. Togliatti, Opere, vol. III, t. 2, Editori Riuniti, Roma 1973, pagg. 104‑128) e in un articolo dello “Stato Operaio”, derivato da quell'intervento, il cui titolo rivelava già l'assurdo ottimismo di cui era impregnato: Contro le false analogie tra situazione tedesca e situazione italiana (in “Stato Operaio”, settembre 1932).
2 Giuseppe Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, I, 1971-1941, Mondadori, Milano, 1976, pag. 635.
3 G. Boffa, op.cit., I, pp. 586‑587; dati analoghi sono forniti da Roy A. Medvedev, Lo stalinismo; origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano, 1972, pag. 263‑264; un'ampia selezione della memorialistica militare sovietica è disponibile in italiano in: I generali di Stalin‑Storia della potenza militare sovietica attraverso le memorie dei suoi artefici, a cura di Sewerin Bialer, Mondadori, Milano 1972.
4 Il “romanzo giallo” di cui parla Amendola nella citata tavola rotonda su “Rinascita” del 27‑4‑'79, è in realtà documentato largamente e non si basa certo soltanto sull'affermazione di Chruščëv al XX Congresso. Si veda, ad es., R. Medvedev, op.cit., pp. 553‑554 e G. Boffa, op.cit., II, Milano, 1979, pp. 30‑31 e 37. La conferma del panico che invase Stalin e i suoi principali collaboratori è data dal ritardo di sei ore con cui venne dato l'ordine di rispondere al fuoco, annullando i precedenti ordini di “non cadere nelle provocazioni”, e dal silenzio radio durato fino a mezzogiorno del 22 giugno. Molte testimonianze riportano lo stupore dei cittadini sovietici, svegliati alle 3 di notte dai bombardamenti che colpirono decine di città non solo sul confine, i quali attesero invano indicazioni dalla radio, che continuò per tutta la mattina a trasmettere musica, notiziari sul piano quinquennale e i bombardamenti tedeschi della Scozia, e persino la consueta lezione di ginnastica! Ved. ad es., la testimonianza del colonn. Starinov, in I generali di Stalin, cit., pp. 215‑216.
5 Sulle precedenti relazioni russo‑tedesche, si veda Edward H. Carr, Il socialismo in un solo paese, II. La politica estera 1924‑1926, Einaudi, Torino, 1969, pp. 404‑417 e, dello stesso autore, Le origini della pianificazione sovietica, IV. L'Unione Sovietica, il Komintern e il mondo capitalistico 1926‑1929, Einaudi, Torino, 1978, pp. 40‑64. Sull'ampia e continuativa collaborazione militare russo‑tedesca avviata fin dai primi anni della Russia sovietica (in particolare attraverso la costruzione in territorio russo di fabbriche d'armi che il trattato di Versailles non consentiva alla Germania), si veda John Erickson, Storia dello Stato Maggiore sovietico, Feltrinelli, Milano, 1963, in particolare alle pp. 157‑175, 254‑287, 346‑351, e passim. La collaborazione rimase strettissima anche nel periodo in cui lo Stato Maggiore tedesco appoggiava apertamente Hitler nella scalata verso il potere, e persino dopo che Hitler divenne Cancelliere. Ad esempio il generale von Bockelberg, capo dello Heereswaffenamt (carica corrispondente a quella dello stesso Tuchačevskij), si recň in visita ufficiale in URSS l'8 maggio 1933, e aveva avuto in tale occasione il consenso per la prosecuzione della sperimentazione di armi chimiche in territorio sovietico (Ivi, p. 347).
6 G. Stalin, Questioni del leninismo, Ed. in lingue estere, Mosca, 1946, pp. 461‑529. L'apertura verso la Germania era così imbarazzante, che non comparve nella prima stesura del discorso pubblicata il 3‑2‑1934 sul n. 10-11 (a. XIV) de “La Correspondance Internationale” (furono saltati i riferimenti ai buoni rapporti con l'Italia e soprattutto a Versailles). Il testo integrale apparve però successivamente, nel n. 14 dell'11‑2‑1934.
7“La Correspondance Internationale”, a. XIX, n. 4, 22‑3‑1939, pp. 283 e 284; cfr. anche Philipp W. Fabry, Il patto Hitler‑Stalin 1939‑1941, Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 19.
8Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 1978, fornisce molti esempi della “disinvoltura” del governo sovietico, che ad esempio sviluppava una fiera campagna contro la penetrazione... giapponese in Etiopia, quando già erano evidentissimi i preparativi di aggressione italiana (Ivi, p. 15), o dichiarava che la Società delle Nazioni non poteva condannare un aggressore (l'Italia), mentre in altre occasioni altri aggressori (il Giappone in Manciuria) avevano beneficiato dell'impunità (Ivi, p. 57). Sulla Spagna, la storiografia eurocomunista mantiene una reticenza di fondo, continuando ad esaltare 1’aiuto militare sovietico e sorvolando sulle condizioni politiche ed economiche di quell'aiuto. In realtà, anche alcuni storici sovietici antistalinisti hanno parlato di “tradimento di Stalin verso la repubblica spagnola”, come ricorda Claudín, che però giustamente non si riferisce ‑ come i sovietici ‑ solo alla scarsezza delle armi fornite (non gratuitamente, per giunta, ma pagate con l'oro del Banco de España), bensì alle condizioni politiche che prepararono il terreno alla catastrofe. Claudín si riferisce, concordando in questo con l'analisi trotskista, all'imposizione di un assurdo rispetto del sistema capitalistico (prima vincere Franco, poi faremo il socialismo) e alla conseguente lotta a morte contro tutte le forze che avevano capito che solo un'armata rivoluzionaria, appoggiata sulle mobilitazioni anticapitalistiche già in atto, avrebbe potuto sconfiggere Franco. La riflessione di Claudín è particolarmente interessante per la sua provenienza dal vertice del PCE, che della politica di Stalin fu lo zelante esecutore (Fernando Claudín, La crisi del movimento comunista. Dal Comintern al Cominform, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 193, e più in generale pp. 162‑194). Sul ritardo di mesi prima dell'avvio degli aiuti sovietici, V. Pierre Broué, Emile Témine, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Sugar, Milano, 1962, pp. 399‑400.
9Ph W. Fabry, op.cit., pp. 32‑33. Fabry riferisce anche che l'incaricato d'affari sovietico a Berlino, Astakhov, si presentò due giorni dopo la sostituzione di Litvinov al Ministero degli esteri tedesco, per discutere il proseguimento di forniture militari della Skoda ex cecoslovacca, e “si spinse fino a domandare se la sostituzione del Commissario agli Esteri avrebbe indotto la Germania ad assumere un diverso atteggiamento nei confronti dell'Unione Sovietica” (Ivi, p. 33). Hitler, spiegando l'accordo a Mussolini in una lettera del 25 agosto 1939, disse di essersi deciso proprio in seguito alla sostituzione di Litvinov, e in una successiva visita a Roma Ribbentrop aggiunse che Hitler “ha l'impressione che la Russia non sia soltanto in procinto di divenire un normale Stato nazionale, ma sia già avanti su questa strada. Non ci sono più ebrei nelle posizioni chiave. Dopo la destituzione di Litvinov tutti gli ebrei si sono dimessi dalle alte cariche governative” (dagli Atti del processo di Norimberga, riportato da Ph. W. Fabry, op.cit., p. 282). Anche G. Haupt, nel breve profilo che completa l'autobiografia di Litvinov, presenta analogamente la sua eliminazione (Autobiografie dei bolscevichi, a cura di G. Haupt e J.J. Marie, vol. II, La nuova sinistra ‑ Samonà e Savelli, Roma, 1970, pp. 66‑67).
10Lev Trotskij, Guerra e rivoluzione, a cura di L. Maitan, Mondadori, Milano, 1973, p. 23.
11Ivi, p. 46. In tutti questi scritti Trotskij, mentre identifica la dinamica che prepara l'accordo con Hitler, non manca di ammonire l'URSS sul carattere suicida di tale alleanza. Anche nei primi commenti dopo la firma del patto, e in quelli, pieni di orrore, in cui comprende dalle dichiarazioni sovietiche (che accusavano la Polonia invasa dai nazisti di violazioni della frontiera sovietica) che l'URSS si prepara ad aggredire a sua volta la Polonia, Trotskij insiste continuamente sulla contraddizione di classe tra i due regimi, e quindi sull'inevitabilità di un conflitto tra l'URSS e la Germania, e, anche di fronte ai gesti più assurdi e criminali della direzione staliniana, come l'invasione della Finlandia, ribadisce la necessità della difesa dell'URSS (anche contro i suoi sciagurati capi, ma in primo luogo contro i nemici di classe che si preparano ad aggredirla).
12 R.A. Medvedev, op. cit. pp. 535‑536. Il testo del protocollo segreto è riportato integralmente in italiano da William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1962, pp. 586‑587, che ricostruisce anche la grande tensione nel gruppo dirigente nazista durante la spasmodica attesa di un assenso di Stalin all'accordo (il 19 agosto la flotta doveva salpare per raggiungere in tempo. le acque inglesi, e i due grandi gruppi di armate che dovevano invadere la Polonia dovevano iniziare il loro schieramento di guerra, ma in attesa della risposta di Mosca Hitler dovette, furibondo, sospendere gli ordini impartiti) (Ivi, p. 570). Shirer ricostruisce anche, sui verbali tedeschi, il clima di euforia della sera del 23 agosto a Mosca, che spinse Ribbentrop a riferire poco diplomaticamente la battuta che circolava a Berlino su una possibile adesione di Stalin al Patto anti‑Comintern. Stalin, lungi dall’offendersi propose allora un brindisi a Hitler con queste parole: “So quanto la nazione tedesca ami il suo Führer. Così mi piacerebbe bere alla sua salute” (Ivi, p. 585). Se quel brindisi non fu allora reso noto, poco dopo le masse tedesche poterono ugualmente apprendere, da una telegramma di auguri a Hitler, che Stalin amava il loro Führer!
13 R.A. Medvedev, op.cit., pp. 273‑274. Altri cenni e indicazioni bibliografiche su questa tragica vicenda, possono essere trovati nel mio L'opposizione internazionalista agli accordi di Yalta, in “Critica Comunista”, n. 2, aprile‑maggio 1979, e in A. Moscato, Introduzione a Roman Rosdolsky, Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria ‑ la terza via dell'austromarxismo, Celuc libri, Milano, 1979, p. 88 n. È inquietante la reticenza dei comunisti italiani su questo aspetto particolarmente scandaloso della politica staliniana, che evidenzia non solo l'assenza di princìpi, ma la convinzione che fosse possibile un accordo generale e di lungo termine coi regimi fascisti. D'altra parte, Procacci rivela che l'URSS, già durante la guerra di Etiopia, assicurò il 22% del fabbisogno italiano di petrolio (mentre il Comintern e il PCI dicevano che “non bastavano” le sanzioni, ci volevano “sanzioni proletarie” ... ); cfr. Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 182‑184. Tutte le fonti sovietiche, al tempo stesso, confermano che l'URSS continuò a fornire la Germania nazista di materie prime fino al giorno dell'invasione, nonostante le forniture tedesche fossero state sempre più rallentate da molti mesi (grottescamente i tedeschi poterono impadronirsi di 40 navi sovietiche che stavano scaricando materiali nei loro porti, mentre l'ultima nave tedesca aveva abbandonato Riga il 21 giugno). Le forniture alla Germania comprendevano 1.000.000 di tonnellate di granaglie, 900.000 tonn. di petrolio, 100.000 tonn. di cotone, 100.000 tonn. di cromo, 500.000 tonn. di minerale di ferro, 2,5 tonn. di platino e molti altri prodotti. Come si vede, molte di queste forniture avevano immediate implicazioni militari. Le forniture industriali e militari tedesche furono invece concepite in modo di non essere che in minima parte completate: ad es., l'URSS acquistò in Germania alla fine del '39 l'incrociatore Lützov, che venne però consegnato nella primavera del '40 senza motori e armamento. I lavori dovevano essere completati nei cantieri di Leningrado, ma i tecnici tedeschi e le parti da montare arrivarono così lentamente che il 22 giugno del 1941 l'incrociatore era ben lontano dal poter prendere il mare. L'ultimo ingegnere tedesco era partito dall'URSS il giorno prima. Testimonianza dell'ammiraglio Kuznecov, in I generali di Stalin, cit., pp. 165‑166. Per le forniture sovietiche, ivi, p. 513.
14 G. Pajetta, intervista su “Rinascita”, 31 agosto 1979, n. 33, p. 17.
15 Per Fabry, aver ottenuto solo questo fu un mezzo insuccesso per i tedeschi, che avevano chiesto qualcosa di più (“Stumpff aveva richiesto 'per urgentissimi motivi di navigazione' che la stazione radio ripetesse il più spesso possibile, durante il periodo in cui non trasmetteva, un suono continuativo con 1’inserito segnale di chiamata 'Richard Wilhelm 1.0.'”). I sovietici rifiutarono questa correità troppo palese, adducendo il motivo che “preferivano evitare scalpore”. In realtà i sovietici, salvando per il momento la faccia, facilitarono ugualmente in quel modo i bombardamenti notturni di Varsavia, collaborando di fatto all'aggressione (Ph. W. Fabry, op.cit., pp. 186‑187 e 193 n.
16Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag, I‑II, Mondadori, Milano, 1974, p. 260 e G. Boffa, op.cit., II, p. 33.
17Angelo Tasca (Angelo Rossi), Due anni di alleanza germano‑sovietica, La Nuova Italia, Firenze, 1951, p. 45.
18Ivi, pp. 56‑57.
19 Il disorientamento di gran parte dei militanti comunisti è confermato da moltissime testimonianze. Non mancarono tuttavia, anche a livello di base, atteggiamenti totalmente acritici, come quello documentato da un rapporto da Torino del 1940, citato da Spriano: “tra gli operai antifascisti all'annuncio del patto germano‑sovietico vi fu una grande sorpresa, poi si è pensato che fosse stato fatto con l'accordo dell'Inghilterra per fregare Hitler. La foto di Stalin pubblicata nei giornali alla firma del patto fu commentata: 'Guardate che faccia ha Stalin, è veramente soddisfatto, sembra che dica verso Ribbentrop: ti ho fregato e fregato bene'”. Anche l'entrata in Polonia trovò giustificazioni analoghe. “Anche i tedeschi avanzano ma loro fanno la guerra e una guerra vera, mentre l'esercito rosso viene acclamato quando arriva. Hai visto che è Stalin che comanda? Ha detto a Hitler 'tu sei venuto avanti abbastanza, ora basta, fin qui comando io, il petrolio me lo prendo io, la frontiera con la Romania è mia'. Nelle masse vi era grande animazione e si facevano già calcoli che l'Armata rossa passava prima in Romania, dopo la rivoluzione in Romania sarebbe stata la volta della Jugoslavia e dopo sarebbe finalmente stato il nostro turno” (Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, IV, Einaudi, Torino, 1976, pp. 18). La stessa fonte riferisce però che gli entusiasmi cominciarono a smorzarsi dopo l'invasione della Finlandia “tanto più che i fascisti, che fino allora nelle discussioni venivano messi con le spalle al muro, riprendevano l'offensiva e dicevano che Stalin era un falso e traditore che promette la pace e poi invade i piccoli stati inviando 50 uomini contro uno” (lbid.).
20Giorgio Amendola, Storia del Partito Comunista Italiano 1921‑1943, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 467
21Nazi‑Soviet Relations 1939‑1941, Washington 1948, pp. 233‑234, citato in I generali di Stalin, cit., p. 515 n.
22Ivi, p. 516 n.
23 G. Amendola, Storia cit., p. 393.
24I. M. Nekrič, Stalin aprì le porte a Hitler?, Tindalo, Milano, 1968, pp. 131‑135; Piotr Grigorenko, Stalin e la seconda guerra mondiale, Sugar, Milano, 1970, pp. 103‑118; I generali di Stalin, cit., pp. 217, 232, 239 e passim.
25Ivi, pp. 136 e 186.
26Ivi, p. 56. Un relativo rilancio della produzione industriale si ebbe nel 1941, ritornando al livelli del 1938 grazie a misure di estrema gravità, come l'inasprimento delle multe, il licenziamento dopo tre multe per ritardo sul lavoro, l'allungamento della giornata lavorativa da 7 a 8 ore e della settimana lavorativa da 5 a 6 giorni, il divieto di lasciare il proprio posto di lavoro per cercarne un altro, e la possibilità per le direzioni industriali di spostare d'autorità operai e tecnici da un'impresa all'altra, anche a distanza di centinaia di chilometri. Cfr. G. Boffa, op.cit., I, pp. 648‑649.
27P. Grigorenko, op.cit., pp. 120‑121. Per altri dati sulla perdita del vantaggio sovietico nella tecnologia militare durante le purghe del 1937-'38, cfr. Mario Silvestri, La decadenza dell'Europa occidentale, III, Equilibrio precario 1922-1939, Einaudi, Torino, 1979, pp. 440 e passim.
28R. A. Medvedev, op.cit., pp. 281‑282.
29 Sulla sacca di Kiev, in cui i tedeschi riuscirono a catturare 665.000 prigionieri, 3718 cannoni e 884 veicoli corazzati (cifre peraltro mai confermate o contestate dai sovietici), cfr. la testimonianza del Maresciallo I. Kh. Bagramian, in I generali di Stalin, cit., pp. 361-364, e pp. 550-551 n., nonché G. Boffa, op.cit., II, pp. 47-48.
30 Testimonianza del col. I. T. Starinov, in I generali di Stalin, cit., pp. 71‑72. Lo stesso Starinov riferisce sul caos dei trasporti in base alla sua personale esperienza: si trovò improvvisamente alla testa di un delicatissimo settore sperimentale delle ferrovie, senza aver mai avuto a che fare con i trasporti ferroviari se non come specialista in mine, con ricca esperienza in Spagna (Ivi, p. 73).
31Ph. W. Fabry, op.cit., p. 94. Dal canto suo, in due articoli scritti il 2 settembre 1939, Trotskij coglieva con lungimiranza i vantaggi immediati per l'URSS, compresa una “completa libertà d'azione negli Stati baltici” che appariva verosimilmente il prezzo pagato da Hitler per avere via libera in Polonia. Tuttavia concludeva, questi vantaggi sono estremamente aleatori; Stalin “a breve termine è molto perspicace, ma è cieco quanto alla prospettiva storica. Tattico chiaroveggente, non è però uno stratega”. “Nell'ultima guerra, causa principale della sconfitta della Germania fu la mancanza di materie prime e di rifornimenti. Nella guerra attuale Hitler conta con certezza sulle materie prime dell'URSS” (L. Troskij, Guerra e rivoluzione, cit., pp. 58, 63 e 65). Si noti che il 2 settembre non erano ancora note le implicazioni dei patti economici e militari stipulati nei giorni precedenti (alcune non furono mai rese note, se non dopo la guerra dagli storici che esplorarono gli archivi nazisti). Tuttavia la conclusione era nettissima: “La guerra si presenta come una questione di vita o di morte per i popoli, gli Stati, i regimi, le classi dirigenti. La Germania sta applicando a tappe il suo programma di dominazione tramite la guerra. Con l'aiuto dell'Inghilterra si è riarmata, nonostante l'opposizione della Francia. Con l'aiuto della Polonia ha isolato la Cecoslovacchia. Con l'aiuto dell'Unione Sovietica, vuole non solo invadere la Polonia, ma anche distruggere i vecchi imperi coloniali. Se riuscirà, con l'aiuto del Cremlino, a uscire vittoriosa dalla guerra attuale, la Germania costituirà un pericolo mortale per l'Unione Sovietica” (Ivi, p. 65).
32Paolo Spriano, Introduzione a Palmiro Togliatti, Opere a cura di Franco Andreucci e Paolo Spriano, IV, 1, 1935-1944, Editori Riuniti, Roma, 1979, pag. CXXXVI
33Ivi, p. CXXXVIII Spriano, accanto all'articolo di Dimitrov, ricorda giustamente lo squallido discorso di Molotov del 31 agosto al Soviet Supremo, in cui il patto tedesco‑ sovietico venne presentato come una “svolta storica”. È interessante notare che l'ambasciatore nazista a Mosca definì tale discorso “splendido”, e Hitler, in un grande discorso pronunziato davanti al Reichstag il giorno dell'invasione della Polonia, elogiò il discorso di Molotov dicendo che avrebbe potuto firmarlo “parola per parola”! (Ph. W. Fabry, op. cit., pp. 169 e 171).
34Galeazzo Ciano, L'Europa verso la catastrofe, Mondadori, Milano, 1947, p. 476.
35Ivi, pp. 517-526.
36A. Tasca, op.cit., p. 65 (le fonti di Tasca sono una dichiarazione di Ribbentrop riportata negli Atti del processo di Norimberga ai criminali di guerra nazisti, e la “Biblio 1939” pubblicata a Parigi nel 1940, sotto occupazione nazista, dalle Messageries Hachette).
37 Il telegramma di Mussolini, trasmesso da Anfuso all'Ambasciata di Mosca il 16 giugno 1940, è riportato integralmente tra i documenti inediti in appendice al libro di Tasca (Ivi, p. 186).
38G. Ciano, op.cit., pp. 679 e 684.
39Ivi, pp. 670-671.
40La Storia dell'Internazionale comunista pubblicata a Mosca dall'Istituto di Marxismo-leninismo presso il CC del PCUS a cura di A. Sobolev, K. Scirinia e altri, con la collaborazione di uno staff internazionale che va da Ulbricht a Emilio Sereni, passando per la Ibarruri, Ponomarév, Duclos, Codovilla, ecc (Ed. italiana presso Edizioni Progress, Mosca, 1974) ammette con qualche imbarazzo lo scioglimento del partito polacco, e accenna a quello della direzione del PC di Lettonia (Ivi, p. 455). Ma tale sorte investì anche altri partiti, di cui la Storia dell'IC non fa cenno. Lo stesso Pajetta racconta in un suo libretto di aver appreso in Estonia che “quel partito e quel gruppo dirigente a un dato momento quasi sparirono”. Il PC estone “giunse quasi ad annullarsi” dice Pajetta pudicamente, perchè “coinvolto nelle vicende sovietiche” (Gian Carlo Pajetta, La lunga marcia dell'internazionalismo, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 46). Sulla Polonia, in genere, le reticenze sono molte in ambienti comunisti italiani, per la mai chiarita questione della diretta responsabilità di Togliatti nello scioglimento del PCP. Non è a questo fine molto utile, d'altra parte, quanto scrive Deutscher in La tragedia del partito comunista polacco tra le due guerre, che ricerca nella storia precedente del partito e nella mai completamente distrutta influenza di Rosa Luxemburg le ragioni della decisione di Stalin, ma non può fornire molti dati di fatto sul provvedimento staliniano, circondato da una lunga e tenace omertà da parte dei protagonisti dello scioglimento e degli stessi sopravvissuti (Isaac Deutscher, Lenin, Frammento di una vita e altri saggi, Prefazione di Tamara Deutscher, Laterza, Bari, 1970, pp. 97‑152). È ben noto, d'altronde, che anche il PC italiano conobbe, con minore drammaticità, lo scioglimento del CC, avvenuto nel 1940 (Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, IV, cit., p. 23).
41 Sulla crisi del movimento comunista internazionale che si acutizzò nel 1939, e portò poi nel 1943 alla brusca e amministrativa chiusura dei Comintern, oltre al già citato Claudin, si veda Aldo Agosti, La Terza Internazionale, storia documentaria, vol. III, 2, Editori Riuniti, Roma, pp. 1161‑1218, con sommaria bibliografia sulle ripercussioni nei vari partiti comunisti alle pp. 1195‑1196. Una scelta lievemente più ampia di documenti di quel periodo (pur col discutibile criterio dei tagli interni che caratterizza quest'opera come quella di Agosti) è in Jane Degras, Storia dell'Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, III, 1929-1943, Feltrinelli, Milano, 1975. Si veda anche Adriano Guerra, Gli anni del Cominform, Mazzotta, Milano, 1975, pp. 28-50, Leonardo Rapone, Trotskij e il fascismo, Laterza, Bari, 1978, pp. 404-424; Giuliano Procacci, Aspetti e problemi della politica sovietica 1930‑1956 (relazione al convegno dell'Istituto Gramsci del 13-15 gennaio 1978 su Momenti e problemi della storia dell'URSS, pubblicati con questo titolo, a cura di Sergio Bertolissi, presso l'Istituto Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1978).
Si veda anche, in Storia del Socialismo, a cura di Jacques Droz, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1978, Annie Kriegel, La terza internazionale (Ivi, pp. 81-131) e Claude Lévy, Il socialismo nell'Europa di Hitler durante la seconda guerra mondiale (Ivi, pp. 559-625).
42È significativo che il più lungimirante uomo politico dell'imperialismo britannico, Winston Churchill, non avesse previsto l'accordo Hitler‑Stalin; anche dopo la sua stipulazione lo ritenne assolutamente precario. Non credeva potesse durare più di un anno, e attribuiva tale convinzione anche ai due protagonisti: “L'antagonismo tra i due imperi e i due sistemi era mortale. Ma senza dubbio Stalin pensava che la Germania sarebbe stata una nemica molto meno micidiale dopo un anno di guerra con le Potenze occidentali, e Hitler seguiva il suo metodo di 'uno per volta'. Il fatto che si fosse reso possibile un simile accordo segnava il punto culminante del fallimento della politica estera francese e britannica (Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, Da guerra a guerra, Oscar Mondadori, Milano, 1970, p, 416). Già in un rapporto del 21 settembre 1939 interpretava i nuovi confini europei come la premessa di un prossimo scontro tra Germania e URSS, e auspicava un riallacciamento dei rapporti con l'URSS (Ivi, vol. II, Guerra in sordina, pp. 61-62). Taylor, invece, che ricostruisce efficacemente la storia delle reciproche diffidenze tra inglesi e russi, concludendo che erano entrambe fondate, arriva alla conclusione che “è chiaro che Stalin pensava che il patto avesse valore non soltanto come manovra immediata, ma per un lungo periodo. Questo è strano, ma non insolito. Gli uomini privi di scrupoli spesso si lamentano quando gli altri li ingannano” (A.J.P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Laterza, Bari, 1965, pp. 315-316 e 344).
Churchill, che nell'aprile 1941 inviò un messaggio personale a Stalin con i dati dettagliati sulle concentrazioni di truppe tedesche sul confine orientale, conclude amaramente che “si può dubitare che mal errore nella storia abbia eguagliato quello di cui furono responsabili Stalin e i capi comunisti allorché sciuparono nei Balcani tutte le possibilità e attesero supinamente, o furono incapaci di prevederlo, il terribile attacco che stava per scatenarsi” (W. Churchill, op.cit., vol. V, La Germania punta a Oriente, pp. 403 e 408).
Sull'altra più importante e qualificata fonte che informò tempestivamente Stalin (pagando con la vita le imprudenze che aveva dovuto compiere per assicurare tempestivamente le informazioni necessarie), il comunista tedesco Richard Sorge, che operò a lungo in Giappone e in Cina come giornalista “nazista”, si vedano le biografie di F.W. Deakin e G.R. Storry, Il caso Sorge, Einaudi, Torino, 1966 e Oscar Mondadori, Milano, 1970, e Chalmers Johnson, La storia del dottor Sorge e di Ozaki Hotsumi, Editori Riuniti, Roma, 1965.