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Tito e la Jugoslavia

Archivio Critica comunista e Bandiera rossa · pubblicato il 12 settembre 2009 · 22 min di lettura

Una rassegna di pubblicazioni uscite subito dopo la morte di Tito. Il saggio va letto in relazione ad altri, in via di inserimento, sulle vicende jugoslave, e soprattutto confrontato con i testi compresi nel libro sui Balcani.

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Rassegna

Tito e la Jugoslavia

di Antonio Moscato

Questa rassegna, uscita sul n. 12/13 di “Critica comunista” (giugno-settembre 1981) va collegata al libro L’Italia nei Balcani, già sul sito, e ad altri articoli segnalati nel testo e in via di inserimento.

La morte di Tito e soprattutto le prevedibili difficoltà di mantenere a lungo - senza figure carismatiche - i precari equilibri tra le differenti componenti della Repubblica jugoslava, hanno incoraggiato diverse case editrici a pubblicare libri dedicati al leader scomparso, alla storia del conflitto con Stalin e ai problemi attuali della società jugoslava.

Compagno Tito, il profilo biografico tracciato da Milovan Gilas, è pro­babilmente il più debole dei libri scritti da quello che fu il principale op­positore del dirigente comunista scomparso.1
Impastata in fretta, probabilmente con interventi redazionali maldestri (il libro è datato «l° marzo-30 aprile 1980» e nell'epilogo si ribadisce che «era già scritto quando, il 4 maggio 1980, fu reso noto il decesso di Josip Broz Tito », ma in realtà contiene continui riferimenti alla sua morte,2 nonché pezzi di altri scritti precedenti dell'autore), questa «biografia critica» finisce per oscillare tra una serie di notazioni personali, a volte acute ma spesso acrimoniose, e alcune discutibili «riflessioni» filosofeggianti del tipo: «Non c'è scampo: felicità e gloria non vanno d'accordo», «Ogni divinità ha il proprio "demone" e ogni dogma il proprio eretico», oppure: «È impossibile dare un giudizio definitivo sui capi politici, come è impossibile darlo su guerre e rivoluzioni ».3

Eppure, nonostante questi evidentissimi difetti, il libro contiene anche qua e là qualche osservazione e qualche dato interessante. La figura di Tito, col suo «scarso talento, se non per la politica» e col suo straordinario empirismo, finisce per emergere a tutto tondo, nonostante le frecciate malevole. Ad esempio, risulta che, già prima di lanciare l’appello alla lotta armata antinazista (per il quale Tito aspetterà il 22 giugno 1941, ossia il giorno successivo all'invasione tedesca dell'URSS), il dirigente comunista jugoslavo aveva cominciato a teorizzare - nel maggio 1941 - la possibilità di una presa diretta del potere:

Nel corso della conferenza, Tito espose una nuova tesi: la possibilità di una presa diretta del potere da parte dei comunisti, il ripudio della teoria della necessità di passare per due fasi rivoluzionarie successive, una democratico-borghese seguita da una proletaria, che fino a quel momento era stata fatta propria dal partito in conformità alle direttive del Comintern.4

Gilas insiste molto sull'empirismo di Tito, ma senza sminuirne il ruolo nel portare tutto il partito a quelle conclusioni, di fronte allo sfascio dell'apparato statale, dei partiti borghesi e della monarchia, che si erano disgregati al momento dell'invasione tedesca:

Per noi si trattava di cosa di per sé evidente, e tuttavia era indispensabile che qualcuno lo dicesse apertamente; e Tito fu il primo a farlo. Nessuno lo contraddisse, e ciò significa che avevamo ormai fatto gettito dei nostri precedenti cliché di una rivoluzione democratica e nazionale, premessa della quale era il sussistere di altri partiti, non soltanto in veste di alleati dei comunisti, ma anche di partecipanti, sia pure temporanei, alla gestione del potere. In effetti di partiti o forze del genere non ve n'erano più, a meno che noi comunisti, per paura di una lotta armata non li “inventassimo” lasciando il potere agli ufficiali oppure a gruppi reazionari. Tito parlò da pragmatico, non certo da teorico; era evidente, del resto, che ormai la prassi aveva decisamente il predominio sulla teoria.5
Gilas insiste molto sull'empirismo di Tito,6 ma senza sminuirne il ruolo effettivo e i meriti reali in momenti decisivi. Ad esempio, viene segnalata a più riprese la capacità di mantenere una sostanziale autonomia del partito di fronte alle pressioni di Mosca, cogliendo al tempo stesso il prezzo pagato per le concessioni verbali:
Tito informò il Comintern delle decisioni prese dal Comitato centrale. Mosca replicò con una critica abbastanza dura; Dimitrov sottolineava che in Jugoslavia ci trovavamo all'inizio di una lotta di liberazione nazionale, non già alle soglie di una rivoluzione proletaria, e Tito abbandonò la propria posizione - ma soltanto in apparenza, a parole. Tuttavia, in seguito, le parole si rivelarono non meno importanti dei fatti ne! senso che qualcosa delle tesi del Comintern sulla lotta nazionale entrò a far parte del nostro bagaglio ideologico [...].7
La ricostruzione del ruolo dello stesso Tito nel tenere testa alle pressioni del Cremlino, tendenti a fare adottare ai partigiani jugoslavi la stessa strategia di collaborazione di classe che fu imposta invece con successo ai comunisti italiani, greci, francesi, ecc., è ricca ed efficace, anche se non porta nulla di nuovo rispetto a quanto era ben noto da molte fonti, non solo jugoslave.8 Gilas ricostruisce gli episodi su cui si crearono prima attriti e poi lo scontro con 1'URSS, testimoniando come tutto il gruppo dirigente del partito (di cui fu fino al 1954 uno dei massimi esponenti) fosse profondamente stalinista e di come solo nel corso della fase più aspra dello scontro con 1'URSS si fece strada la convinzione di dovere ricercare una base ideologica per la differenziazione avvenuta su questioni molto concrete (dopo i primi attriti sul comportamento dell'Armata rossa sovietica sul territorio jugoslavo, gli scontri si erano accesi sulle società miste jugo-sovietiche e poi sulla questione delle federazioni con 1'Albania e la Bulgaria):
Tito non si riteneva molto ferrato nelle controversie ideologiche, astratte. Allorché lo scontro con l'URSS si accentuò e minacciò di minare la “nostra” ideologia di partito, Kardelj e io dovemmo convincere Tito che, senza una resa dei conti ideologica con il sistema sovietico e senza una fondazione ideologica delle nostre posizioni, avremmo perduto prospettive, certezze e stabilità. Quanto alla resistenza contro i sovietici, nella leadership suprema non vi furono divergenze d'opinioni, ma tutt'al più sfumature. Un gruppo di “teorici”, di cui facevano parte Kardeli, Kidric, Bakaric, io e alcuni altri, era per la dilatazione del conflitto anche al terreno teorico. Per questa corrente lo scontro con l'URSS era espressione di una crisi del leninismo e del “sovietismo” di stampo staliniano. Tito, Rankovic e i “pratici” tendevano invece a limitare il conflitto alla sfera del potere e dello Stato.9

Come è noto, le riflessioni di Gilas sul partito unico e sulla burocrazia (che cominciò a considerare come una nuova classe) portarono al suo progressivo isolamento e poi, al momento del riavvicinamento con 1'URSS, alla sua liquidazione politica e alla trasformazione in capro espiatorio. Gilas, ormai lontano da ogni possibilità di reinserimento attivo nella vita politica jugoslava, dopo ventisei anni di «esilio interno» (spesso interrotto da periodi di carcere), riesamina con un certo distacco le fasi delle prime differenziazioni empiriche rispetto al modello staliniano (che si ostina più volte a chiamare indifferentemente stalinista o leninista, pur ammettendo in vari punti che Stalin aveva trasformato profondamente il partito, introducendo ad esempio il monolitismo ideologico, prima inconcepibile). Così, ad esempio, ricorda come durante la guerra

Tito e Kardeli, i quali, come ex “moscoviti”, avevano conosciuto la maggior parte degli jugoslavi che erano stati arrestati nell'Unione Sovietica, parlavano con sollievo di come il potere sovietico ci avesse sbarazzato del gravame dei frazionisti.10

Ma Gilas non si limita ad attribuire ad altri questo atteggiamento:

Tutti coloro, me compreso, che occupavano posti direttivi in seno al partito, segui­vano fedelmente Stalin: era questa una precondizione assoluta per far parte del partito [...] avevamo un atteggiamento di assoluta inconciliabilità nei confronti di altri partiti e idee, come pure di ogni “deviazione” in seno al nostro partito.

Oggi parlo di “stalinisti” e “stalinismo”, ma a quei tempi espressioni del genere sarebbero state considerate assolutamente inammissibili. In Stalin noi vedevamo l'erede di Lenin, il vero rappresentante dell'unica forma di comunismo da noi ritenuta giusta. [...] L'espressione “stalinismo” non veniva usata per il semplice fatto che avrebbe significato un distacco tra Stalin e Lenin. Avevano in compenso ampia diffusione espressioni quali “fermezza e decisione staliniana” ovvero “profondità e chiarezza staliniane”, usate per definire qualcosa di positivo, qualcosa che rappresentava il non plus ultra. E naturalmente, conducevamo un'aspra lotta anche contro i trockisti, facendo nostra ciecamente l'opinione che si trattasse dei peggiori elementi fascisti, di informatori della polizia e agenti provocatori.11

Gilas, in sostanza, spiega il suo itinerario politico su due piani: un profondo turbamento di fronte alla realtà sovietica, ma anche rispetto alle realizzazioni della società jugoslava, che anche negli anni del massimo sforzo per una differenziazione dell'URSS rimane fortemente dipendente dal modello originario. Egli, ad esempio, descrive a più riprese con fastidio gli atteggiamenti «monarchici» di Tito, che vanno dal gusto per le divise eleganti e sfarzose anche negli anni di guerra, all'occupazione privata di tutte le regge e ville reali, alla costruzione di residenze sfarzose, fino ad altre manifestazioni addirittura grottesche (come il monumento al suo cavallo o la ripresa - solo superficialmente “laicizzata” - della tradizione dei re di Serbia di tenere a battesimo ogni nono figlio maschio dei propri sudditi...). Tuttavia, ne coglie a un tempo la derivazione dal modello sovietico (alla cui Costituzione del 1936, d'altra parte, ancora nel 1953, si ispirava lo stesso Kardelj) e la rispondenza a una concezione tradizionale del potere diffusa negli strati subalterni:

Agli occhi del popolo, i palazzi sono sede e simbolo del potere. I cosiddetti comuni cittadini, il popolo, gli uomini della strada, non sono certo troppo soddisfatti delle esorbitanti spese per la manutenzione di palazzi e il mantenimento dello sfarzoso tenore di vita dei potentati, ma lo considerano alcunché di naturale, di inevitabile: se è raro che alla ricchezza si unisca la magnificenza, essa si accompagna sempre al potere, anche qualora sia un semplice orpello. Dopo la rivoluzione nessuno più faceva propria la dottrina dell'origine divina del potere, e tuttavia il popolo ha continuato a considerare i poteri come alcunché di straordinario e di sublime: forse che essi non influiscono sui destini degli uomini e della nazione? E le persone comuni, sebbene non considerassero né bello né meritato il fatto che i funzionari comunisti si gettassero su palazzi e ville, non per questo ne hanno loro voluto: era sempre stato cosi, dopo rivolte e guerre, e ci si limitava a sorridere delle promesse dei comunisti che, con la loro ascesa al potere, tutto sarebbe stato diverso, che avrebbe avuto inizio un'era di abnegazione, di modestia, e di uguaglianza. Ragion per cui, il popolo non vide nulla di straordinario nell'insediamento di Tito nei palazzi reali: egli era il capo, il potere stava nelle sue mani.12
Probabilmente, Gilas considera un po' troppo fatalisticamente immutabile l'atteggiamento rassegnato della «gente comune» (si veda, ad esempio, in Polonia, l'ondata di indignazione nei confronti degli sfarzi feudali dei burocrati, presente anche all'origine del movimento contadino);13 ma egli insiste, comunque, sulla funzionalità dello sfoggio di un lusso sfrenato e dell'utilizzazione dei simboli regali «non soltanto in ragione dei propri impulsi interiori di parvenu, che lo inducevano a riallacciarsi a tradizioni monarchiche, bensì anche come surrogato della sua pochezza e ignoranza ideologiche».14 Al tempo stesso, spiega come tale atteggiamento, contrastante con le tradizioni del partito durante la clandestinità, finì per essere accolto ed accettato senza resistenze significative:
Prima e al di sopra di ogni altra cosa, Tito era, anche se non esclusivamente, il rappresentante e il capo degli strati medi del partito, dei suoi quadri intermedi. Nel periodo prerivoluzionario tale categoria di funzionari era composta da semiintelletuali o intellettuali che avevano rinunciato alla loro professione, da operai, per lo più ottimi ma scontenti della loro situazione, e soprattutto da idealisti, da esaltati e da qualche carrierista. In seguito alla conquista del potere, dal basso, da tutti gli strati sociali, affluirono nel gruppo di testa del partito individui assetati di successo e privilegi politici. La composizione sociale di questa classe mutò, non però la sua funzione sociale. Nel periodo prerivoluzionario e rivoluzionario, fu questa classe a sostenere il partito e la lotta, da essa provennero i funzionari, i dirigenti, gli eroi [...]. Dopo la conquista del potere, fu nelle loro file che si reclutarono soprattutto i politici di professione per il partito, lo Stato e via dicendo. Gli intellettuali sono i benvenuti in questo ceto, e lo erano per Tito finché non cominciavano a divenire «sputasentenze», finché si prodigavano con abnegazione per gli «ideali della classe operaia», in altre parole finché si sottoponessero allo strato intermedio summenzionato oppure in esso si confondessero,15

Come è noto, Gilas considera questo strato una «nuova classe», pur non fornendo elementi convincenti per dare una base rigorosa a questa definizione. Non è, tuttavia, questa la sede per riprendere la polemica con questa teoria, di dubbia utilità per una comprensione globale del fenomeno. D'altra parte, al di là della definizione, quel che risulta chiaro è il distacco profondo tra questi strati intermedi e le masse in nome delle quali parlano e, al tempo stesso, il legame concreto su cui si basa la profonda devozione a Tito del quadro intermedio di funzionari:

L'atteggiamento di Tito verso i quadri intermedi e il loro aumento numerico avevano per effetto di rafforzarlo, e sembrava che tra le due cose esistesse un legame immediato ed organico: le entusiastiche manifestazioni di massa, che si avevano persino quando Tito passava per andare a caccia, non erano soltanto il frutto di organizzazione e costrizione, bensì anche una manifestazione dell'entusiasmo degli apparati locali che facilmente si trasmetteva alle masse popolari «concordi» anche se apolitiche.

In tutti i momenti di crisi, Tito si è rivolto ai quadri intermedi, trovando in loro il sostegno più solido e più costante. Ha sempre intuito e saputo che erano qualcosa di più che non l'apparato del partito e dello Stato: i quadri intermedi sono la nuova classe, la nuova forza chiamata dalla “storia” a guidare e a cambiare, a impadronirsi di benefici e di privilegi e ad accaparrarseli. Ben difficilmente Tito ostacolava o criticava il lusso o la prodigalità dei funzionari, intervenendo solo in casi estremi, scandalosi dal punto di vista politico oltre che legale. Ma questo atteggiamento lassista egli non lo assumeva soltanto perché indottovi dalla sua stessa propensione a «peccati» simili, e neppure perché fosse corrotto, bensì piuttosto perché vedeva in questo una sorta di diritto naturale di conquista da parte dei funzionari. Nuove forze vittoriose si impossessano anche dell'economia, ritagliano leggi a loro misura, impongono la propria morale e le proprie costumanze, è stato sempre cosi, e cosi doveva essere una volta ancora, se non si voleva mettere in pericolo il potere, l'economia e «tutto quello per cui abbiamo lottato ».16
È evidente l'amaro pessimismo che ispira Gilas e la sua profonda sfiducia in ogni possibilità di ripresa di un movimento rivoluzionario antiburo­cratico. Assumendosene la propria parte di responsabilità, Gilas ricostruisce il processo che ha soppresso qualsiasi dialettica interna al paese (ed è significativo che ricordi come errori fatali che ha condiviso sia la persecuzione di piccole opposizioni democratico-borghesi non contrarivoluzionarie, sia quella dei “cominformisti”, a cui dedica molte pagine commosse e turbate che gli fanno onore).17 Egli considera, però, sostanzialmente irreversibile il processo involutivo, né vede le forze che possono ergersi contro l'attuale sistema politico, che nelle linee essenziali non considera diverso da quello delle «democrazie popolari» di più stretta osservanza moscovita. Il libro è stato scritto un mese prima della nuova ondata di scioperi iniziata in Polonia nel luglio 1980, ma dopo la crisi del 1970 e del 1976 in Polonia, e soprattutto dopo il manifestarsi di nuove tensioni sociali al livello operaio nella stessa Jugoslavia (si veda il “Dossier Jugoslavia” pubblicato nei nn. 8/9 di «Critica comunista», in particolare il rapporto sugli scioperi a cura di Neca Jovanov).

Così, pur dichiarando di non avere intenzioni di «formulare profezie e di fornire analisi dell'attuale situazione», Gilas finisce per farlo abbozzando un quadro estremamente grigio del “dopo-Tito”:

La Jugoslavia non gode, né all'interno né all'esterno, di quella stabilità che carat­terizza invece l'Unione Sovietica: il sistema jugoslavo è incompleto, non esiste una classe dirigente convincente, omogenea, non c'è neppure una nazione guida, e tanto meno sussiste la forza per esercitare un ruolo indipendente, imperialistico, a livello mondiale. La stabilità della “Jugoslavia di Tito” era legata al potere incarnato, con monopolistica durezza, dalla personalità di Tito. Ma personalità del genere non ce ne sono più; la struttura di potere reale si fondava sull'«equiparazione», vale a dire sulla paritetica partecipazione delle singole repubbliche al potere statale; con il suo predominio e la sua autorità, Tito ha permesso che tra le repubbliche si stabilisse una situazione di accordo e ne ha garantito il funzionamento. Divergenze di opinione anche minime - e dove mai non ne sussistono? - possono avere gravi conseguenze, perché i sovietici, non fosse che per motivi di “sicurezza”, sono pronti a cogliere l'occasione, e lo stesso i bulgari in nome dei loro eterni “diritti nazionali", e gli uni spalleggiano gli altri.

L'opera di Tito, la Jugoslavia del dopo Tito, può essere e con ogni probabilità sarà minacciata proprio in corrispondenza del suo perno, vale a dire il potere ideologico monopolistico; ma ciò comporterà inevitabilmente una minaccia anche per l'indipendenza del paese.18
I recenti moti del Kossovo, con l'ombra di un riavvicinamento sovietico-albanese in funzione antijugoslava, sembrerebbero giustificare il pessimismo. Ma, nonostante tutto, continuiamo a ritenere le vicende polacche non il frutto di un'irripetibile “anomalia” della Polonia, bensì un sintomo, certo non sufficiente a far prevedere meccaniche ripetizioni o trasposizioni, di una dinamica sociale profonda, in cui non operano solo le forze della conservazione burocratica e l'imperialismo, le uniche che Gilas vede in movimento.19

 

Di minore interesse sono poi gli altri libri recentemente apparsi sulla Ju­goslavia, di cui due sono a sfondo storico e un altro è dedicato al sistema dell' autogestione.

Il dito mignolo è essenzialmente una raccolta dei principali documenti sulla rottura tra URSS e Jugoslavia nel 1948 (il titolo riprende l'espressione usata allora da Stalin, che affermò che per liquidare Tito gli sarebbe bastato «alzare il suo dito mignolo»).20 La raccolta è introdotta da una breve Storia di una scomunica a cura di Giacomo Scotti, che è un comunista napoletano che vive a Fiume dal 1947 e che, al momento della “scomunica” del Cominform, preferì giudicare in base alla propria esperienza anziché in base alle calunnie di Praga (e agli ordini del PCI...).21 L'Autore ricostruisce brevemente, ma efficacemente, la genesi del conflitto fin dalla trasformazione della lotta di liberazione nazionale in guerra civile e in rivoluzione socialista (con gli attacchi di Mosca alle «brigate proletarie», all'uso della stella rossa sulle divise partigiane e, soprattutto, alla costituzione di un governo provvisorio contrapposto a quello monarchico, definita da Stalin «un tradimento verso l'Unione Sovietica, perché compromette gli accordi con i suoi alleati»,22 e fornisce poi tutti i documenti editi del carteggio tra i due partiti comunisti nel 1948. Tali documenti (o meglio un'ampia selezione di essi) sono pubblicati d'altra parte in appendice alle memorie di Edvard Kardelj, che fu a lungo il più stretto collaboratore di Tito ed è considerato il padre dell'autogestione jugoslava.23

 

Queste Memorie degli anni di ferro affrontano appunto gli anni difficili e complessi dell'affermarsi della nuova Jugoslavia contro chi, in base alla logica della spartizione del mondo in sfere d'influenza, voleva imporre la subordinazione del movimento partigiano alla monarchia e alla debolissima borghesia indigena, gli anni della rottura con l'URSS e della definizione di una fisionomia particolare del comunismo jugoslavo, per concludersi poco dopo il XX Congresso del PCUS. La testimonianza non aggiunge veramente nulla di nuovo a quanto già ben noto, a parte qualche nota di colore nella descrizione di alcuni colloqui con Stalin e una disinvolta rivendicazione delle pretese territoriali jugoslave, al momento dei trattati di pace. Abbastanza interessante (anche se quasi identica alla versione già fornita da Gilas nel 1962 nel suo Conversazioni con Stalin, che gli valse un nuovo arresto) la descrizione dell'atteggiamento di Stalin sulla Grecia:

La seconda questione che Stalin ci pose fu quella della Grecia. Disse apertamente: «È possibile che voi crediate nella vittoria dell'insurrezione in Grecia?» Gli risposi che non eravamo stati noi a organizzare l'insurrezione, ma i greci stessi. Noi non potevamo negare l'aiuto, avendo confini comuni, quell'aiuto che ogni movimento rivoluzionario non può non dare a una rivoluzione. E per quanto riguardava le probabilità di vittoria in Grecia, ciò dipendeva da vari fattori: dalla lotta del movimento operaio negli altri paesi, dalla situazione internazionale, dall'aiuto e dall'appoggio che la rivoluzione greca avrebbe ricevuto [...]- Stalin mi interruppe subito: «Se... se... se... Tutte le vostre aspettative partono da un "se". È una vera illusione credere che le forze occidentali lasceranno la Grecia ai comunisti. Voi vivete di illusioni insieme ai greci, creando così difficoltà politiche a tutti noi».24

Secondo Kardelj, quando i dirigenti jugoslavi obbiettarono che non potevano fare a meno di accogliere i feriti greci e assicurare loro rifugio, Stalin rispose che si augurava di sbagliarsi come era già accaduto con la rivoluzione cinese:

Non credevo nella vittoria dei comunisti cinesi. Ero convinto che gli americani avrebbero fatto di tutto per soffocare quella rivoluzione. Ho cercato di convincere Mao Zedong a fare la pace con Jang Jeshi e a formare con lui una specie di governo di coalizione. Ho invitato la delegazione cinese a Mosca: la delegazione arrivò e ascoltò tutto quello che avevo da dire; sorridevano e chinavano il capo in segno di assenso secondo il costume cinese, poi se ne andarono. Ritornando in Cina, Mao iniziò la sua grande offensiva rivoluzionaria e alla fine vinse. Come vede, anch'io posso sbagliarmi. Magari questo si verificasse nel caso della Grecia! Ma debbo ripetere che io non ci credo. La Grecia non è la Cina.25

Kardelj osserva che capì allora perché gli aiuti sovietici ai partigiani greci fossero insignificanti e perché, pochi mesi dopo, al momento della rottura con la Jugoslavia, l'insurrezione greca venisse definitivamente liquidata, addossando la responsabilità della sconfitta agli eretici jugoslavi.

Kardelj riferisce poi, con sostanziale convergenza rispetto a quanto aveva descritto già Gilas in passato, le tappe della ricerca di un'identità diffe­renziata rispetto all'ortodossia stalinista. Testimoniando anche sulla grave crisi personale attraversata al momento del crollo dei vecchi idoli, Kardelj descrive i tentativi di aprire una riflessione sulla degenerazione dell'URSS. Si tiene però abbastanza sul generico, e accenna solo di sfuggita all'atteggiamento di Tito, che era, secondo Gilas, molto conservatore e facilmente scandalizzato da giudizi troppo severi sull'insieme del fenomeno staliniano. Un particolare interessante risulta invece dall'accenno all'origine empirica della stessa autogestione che, prima di essere stata teorizzata, era stata sviluppata concretamente da diversi settori operai già durante la lotta di liberazione, e contrastata, ma non soffocata, quando «sotto l'influenza staliniana e la sua pressione dogmatica anche in Jugoslavia il burocratismo aveva trovato alimento e si era annidato nelle nostre file ».26 Nell'insieme, comunque, si tratta di frammenti di ammissioni e di osservazioni interessanti, all'interno di un lavoro reticente, generico, controllatissimo.

 

Sempre alla fine del 1980, è uscito un libro collettivo dedicato all'auto­gestione, di autori in prevalenza jugoslavi. Si tratta di un'ampia scelta delle relazioni alla Prima Conferenza internazionale sull'economia dell'au­togestione, tenutasi a Dubrovnik nell'ottobre 1978.27 Il periodo in cui si è svolta ha impedito che temi politici scottanti trovassero posto nella Conferenza; tuttavia, il materiale tradotto ha una qualche utilità documentaria, sia per quanto riguarda il funzionamento generale delle unità economiche autogestite e il loro stato giuridico, sia per vari problemi specifici: la determinazione di indicatori di profitto, il rapporto tra pianificazione e impresa autogestita, l'incidenza dei costi nella politica dei prezzi dell'autogestione, il ruolo dell'industria di piccola scala nell'occupazione in Jugoslavia. L'Introduzione di Renzo Stefanelli accenna con cautela alla maggiore lacuna del Convegno: il problema del sindacato è totalmente assente da tutte le relazioni, eppure è oggettivamente posto dalle esplosioni frequenti di scioperi anche in aziende «autogestite».

In realtà, tutto il materiale prodotto risente dell'impostazione fortemenre accademica della Conferenza, che ha prudentemente evitato di lasciare spazio a un dibattito politico di fondo sulla realtà jugoslava e perfino a un tentativo di analisi delle sue più gravi tensioni. Ci auguriamo che i riflessi della situazione polacca, con la sua eccezionale fioritura di dibattiti e di riflessione politica sullo stesso tema dell'autogestione e dell’autoorganizzazione dei lavoratori, possano sentirsi rapidamente in Jugoslavia, che è pur sempre, di tutti i paesi del «socialismo reale», quello meno isolato e più sensibile.

1 MILOVAN GILAS, Compagno Tito, Una biografia critica, Mondadori, Milano, 1980. Milovan Gilas è nato nel 1911 nel Montenegro e vive oggi a Belgrado in libertà vigilata. È stato membro del CC e dell'UP del Partito comunista; incarcerato e torturato dalla polizia monarchica prima della guerra, è diventato uno dei più stretti collaboratori di Tito durante la guerra; ministro, presidente del parlamento, inviato a Mosca e all'ONU, nel 1954 viene improvvisamente processato e destituito da ogni in­carico, espulso dal partito e poi ripetutamente imprigionato al momento del riavvicinamento tra Jugoslavia e URSS. Tra i suoi libri apparsi anche in Italia ricordiamo: La nuova classe, Il Mulino, Bologna, 1957; Conversazioni con Stalin, Feltrinelli, Milano, 1962; La società imperfetta, Mondadori, Milano, 1969.

2 Ivi, pp. 146, 189, 221 e passim.

3 Ivi, pp. 174, 190, 209 (si tratta dei titoli degli ultimi tre capitoli).

4 Ivi, p. 17.

5Ibidem-.

6 Gilas osserva, ad esempio,che «il suo sapere era superficiale; afferrava rapidamente ogni cosa, ma niente in profondità […]. Perfino nel campo del marxismo le sue conoscenza erano di scarsa entità, limitandosi alle opere principali di Marx, Engels, Lenin e Stalin, con qualche nozione di economia e storia. I “classici del marxismo” erano stati da lui appresi in gruppi di studio in carcere e alle scuole di partito a Mosca, quali il “credo” del nuovo potere, ma senza nessun approfondimento di sorta» (ivi, p. 13; cfr anche pp. 69 e sgg.).

7 Ivi, p. 18.

8 Una delle migliori opere di fonte jugoslava rimane la biografia di VLADIMIR DEDIJER, Josip Broz Tito, contributi per una biografia, EDIT, Fiume-Rijeka, 1953. La versione ufficiale di Tito sulla genesi di una strategia anticapitalistica nel corso della guerra antitedesca è contenuta nelle lezioni tenute alla scuola centrale di partito della Lega dei Comunisti, pubblicate anche in Italia: JOSIP BROZ TITO, I comunisti iugoslavi tra le due guerre, Editori Riuniti, Roma, 1978. Si tratta di un testo interessante per vari aspetti, compresa l'inequivocabile matrice stalinista che traspare nella descrizione delle sue lotte «contro il frazionismo nel partito» (dei «frazionisti» compaiono sempre solo i nomi e le malefatte, mai le posizioni politiche). Il testo è anche reticente, ovviamente, per quanto riguarda l'ascesa di Tito come primo dirigente del partito a Mosca, mentre venivano eliminati tutti i più conosciuti dirigenti comunisti jugoslavi (nel Comintern si parlava addirittura di sciogliere, dopo quello polacco, anche il partito jugoslavo).

9 M. GILAS, Compagno Tito, cit., pp. 65-66.

10 Ivi, p. 54.

11 Ivi, p. 55.

12 Ivi, p. 128.

13 Cfr., in questo stesso fascicolo [«Critica comunista», nn. 12-13, a. III, 1981, pp. 121 sgg.], la testimonianza della dirigente di Solidarnosc rurale Stanislawa Domaracka.

14 M. GILAS, Compagno Tito cit., p. 129.

15 Ivi, p. 84. Sulla selezione a rovescio dell'apparato, che finisce per assorbire sempre più la feccia della società, si vedano le lucide osservazioni di KARL S. KAROL, Società e potere dopo la svolta dell'estate 1980, in «Unità proletaria », nn. 1-2, a. 1981, p. 97.

16 Ivi, pp. 89-90.

17 Ivi, pp. 111-121 e 217.

18 Ivi, p. 212-

19L'anomalia polacca è anche il titolo di un libro di FRANCO BERTONE, collaborato­re abituale di «Rinascita», pubblicato recentemente dagli Editori Riuniti (Roma, 198). Naturalmente, non ci sogniamo minimamente di contestare l'esistenza di particolarità polacche non riscontrabili in altri paesi (a partire dal peso straordinario del cattolicesimo); dubitiamo tuttavia che le cause essenziali del movimento in atto in Polonia risiedano in quelle particolarità, anziché in contraddizioni profonde operanti in tutte .le società burocratizzate dell'Est. Le particolarità polacche (compresa la maggiore debolezza politica del quadro del partito, anche per le sue ripetute decimazioni in epoca staliniana), hanno facilitato l'esplosione aperta delle contraddizioni, senza esserne la causa. Si pensi, d'altra parte, al ben diverso giudizio sulla Polonia che circolava nel movimento comunista nel 1956, quando Gomulka era riuscito a evitare uno sbocco catastrofico all'ungherese utilizzando il suo prestigio di perseguitato dal regime di crisi.

20Il dito mignolo. Il carteggio Tito-Stalin che precedette la scomunica della Jugoslavia, a cura di GIACOMO SCOTTI, La Pietra, Milano, 1980.

21 Sulle iniziative del PCI contro la Jugoslavia, cfr. ADRIANO GUERRA, Gli anni del Cominform, Mazzotta, Milano, 1977, pp. 182-185.

22 G. SCOTTI, op. cit., p. 33.

23 EDVARD KARDELJ, Memorie degli anni di ferro, Editori Riuniti, Roma, 1980. Edvard KardelJ, nato a Lubiana nel 1910 e morto nel 1979, divenuto giovanissimo co­munista, dopo due anni di prigione si trasferì a Mosca, dove trascorse diversi anni. Durante la guerra diventò il principale esponente del movimento partigiano in Slovenia, poi vicepresidente del primo governo capeggiato da Tito; più volte ministro degli Esteri è capo della delegazione all'ONU.

24 Ivi, pp. 121-122.

25Ibidem.

26 Ivi, p. 141.

27 HORVAT, VACIC, ZUPANOV e AA.VV., Il sistema iugoslavo. Dall'impresa alla società autogestita: esperienze e progetto, De Donato, Bari, 1980.