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Afghanistan-1989-2009

Archivio Critica comunista e Bandiera rossa · pubblicato il 3 dicembre 2009 · 37 min di lettura


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Afghanistan 1980

Premesse storiche

e problemi politici attuali*

di Antonio Moscato

 

L’Afghanistan rimane al centro della politica italiana. Appoggiare la guerra espellendo chi si opponeva, come il senatore Franco Turigliatto, è costato caro al PRC. Oggi un voto bipartisan (con un solo voto contrario, del SVP!) aumenta ulteriormente i fondi e garantisce l’impunità per ogni crimine commesso dalle nostre truppe: per quanto resta della sinistra, è una follia suicida, oltre che un crimine. Per difendere l’indifendibile, i mass media rilanciano periodicamente menzogne di ogni genere. Per questo ripropongo questo articolo, scritto pochi mesi dopo l’inizio della prima fase della guerra, che ricostruisce la storia di quello sfortunato paese e l’insensatezza dell’intervento sovietico, senza concedere nulla alla canea anticomunista… (2/12/09)

L'intervento dell'Armata rossa in Afghanistan ha provocato nella sinistra, vecchia e “nuova”, uno straordinario disorientamento, per certi versi più grave di quello suscitato da altre storiche malefatte della burocrazia sovietica, come l'invasione dell'Ungheria nel 1956 o della Cecoslovacchia nel 1968. La sostanziale unanimità delle prime reazioni (dal PCI e PSI - allineati senza difficoltà con la DC - fino a Lotta continua e all'Autonomia) rende meno evidente la drammaticità di questo disorientamento, che ha portato per la prima volta la quasi totalità del movimento operaio italiano, senza opposizioni di rilievo, ad avallare in pieno gli argomenti forniti, per scopi abbastanza evidenti, dalle centrali propagandistiche dell'imperialismo USA e di quello italiano.

Certo, il voto parlamentare del 12 marzo - con l'apparizione di una sessantina di «franchi tiratori», provenienti con ogni verosimiglianza dal gruppo comunista - ha portato alla luce una differenziazione fino ad allora sotterranea, frutto dello sgomento per la gravità delle concessioni politiche a senso unico all'atlantismo più grossolano e manicheo contenute nella mozione «unitaria».

Ma se questa differenziazione (e i suoi echi nel Comitato centrale comunista dei giorni successivi) ha indicato che una parte dello stesso gruppo dirigente del PCI ha dei dubbi sull'utilità di pagare letteralmente qualsiasi prezzo per ottenere finalmente una patente di maturità democratica e nazionale dagli amici della Lockheed e dei Caltagirone, non segna tuttavia neppure lontanamente l'avvio di un ripensamento sui prezzi già pagati. Lo stesso PdUP - che ha raccolto un indubbio successo tattico ottenendo l'allineamento di decine di parlamentari del PCI sulle sue posizioni - ha centrato la sua polemica solo sulle contraddizioni più clamorose, come lo scavalcamento a destra da parte del PCI nei confronti dei suoi più importanti partner europei come Willy Brandt, in base a considerazioni, di piccolo cabotaggio (e grande miopia), di politica italiana. L'articolo di Magri, che ammoniva il PCI sui pericoli che corre quando «vota per la NATO» ricordandogli che «in errori come questo potremmo facilmente inzuppare il pane», ribadiva al tempo stesso l'approvazione della «coraggiosa e positiva condanna espressa dal PCI contro l'invasione dell'Afghanistan».1

Così, anche in questa posizione relativamente più meditata, l'unica emersa visibilmente nella sinistra rispetto al coro delle esecrazioni unilaterali, non ci sono dubbi nel caratterizzare il comportamento dell'URSS come «atti avventuristici della sua politica di potenza», limitandosi a lamentare che il PCI non colga più «il nesso che reciprocamente li unisce all'analoga crescita di aggressività dell'altra superpotenza». L'obiettivo da raggiungere è, evidentemente, la serena equidistanza del saggio, che mette sullo stesso piano, come gli «opposti estremismi», anche le opposte superpotenze.

In queste argomentazioni, come in quelle dei timidi «critici» che si sono espressi nel Comitato centrale del PCI (Ledda, Valori, Libertini, Luporini), ci sembra di vedere il riflesso di un errore macroscopico, per certi aspetti tanto più grave in quanto non direttamente dettato da contingenti ragioni tatticistiche (come, in definitiva, è probabile sia avvenuto per l'opportunistica adesione data da Di Giulio alla mozione presentata dalla DC in parlamento, con il pretesto di evitare che fosse ancora peggiore...). Appiattire la politica della burocrazia sovietica (verso cui - non è difficile crederlo - siamo tutt'altro che indulgenti e che ci guardiamo bene dal giustificare, anche in questo caso) nella vuota e generica caratterizzazione di «superpotenza» le cui malefatte sarebbero semplicemente speculari e complementari rispetto a quelle dell'«altra superpotenza», può assicurare un posticino nel limbo dei non allineati, ma non spiega assolutamente nulla della politica mondiale e delle contraddizioni tremende in cui la cecità della gerontocrazia insediata ai vertici del Cremlino sta trascinando l'Unione sovietica.

Tanto per cominciare, significa accettare la mistificazione, largamente alimentata da tutti i mass-media, sulla lineare coerenza della politica dell'«orso russo» dagli zar a oggi, mettendo sullo stesso piano episodi tra loro diversissimi come l'invasione della Cecoslovacchia nel 1968 o dell'Ungheria nel 1956, l'annessione della Polonia orientale e degli Stati baltici e l'aggressione alla Finlandia nel 1939 e 1940, il sostegno all'Angola contro l'invasione sudafricana o quello all'Etiopia contro la rivoluzione eritrea. I più sofisticati evocano persino episodi lontani come la guerra di Polonia del 1920, per avvalorare la tesi di un'aggressività espansionistica quasi fisiologicamente connessa allo Stato nato dalla Rivoluzione d'Ottobre.

Si tratta di una mistificazione grossolana e foriera di pericolosi abbagli. Non ci piace nessuna - senza eccezione - delle imprese citate: persino sulla lontana invasione della Polonia, condotta da uno Stato sovietico le cui deformazioni burocratiche erano ben lontane dall'assumere la gravità e la sclerotizzazione odierna, riteniamo avesse ragione Trotskij nel considerare un grave errore il proseguimento della controffensiva dell'Armata rossa fino a Varsavia, per le ripercussioni che avrebbe avuto sul sentimento nazionale polacco. Persino sull'intervento cubano - ma appoggiato dall'URSS - in Angola, indubbiamente necessario ad arrestare un pericoloso contrattacco delle forze più ferocemente reazionarie dell' Africa, non abbiamo mai taciuto che in un secondo momento ha avuto risvolti negativi sull'assetto interno del giovane Stato africano, in cui la scelta di arrestare la rivoluzione alla fase democratica, dell'indipendenza nazionale, ha avuto come conseguenza la repressione delle tendenze marxiste e una rapida involuzione, che rende oggi l'Angola non molto diversa da altri Stati neocoloniali. Tanto meno possono esserci dubbi sul nostro giudizio nei confronti delle spartizioni concordate con Hitler nel 1939, o degli interventi per stroncare il pericoloso contagio del movimento dei consigli operai risorto in Ungheria nel 1956, o il «socialismo dal volto umano» nella Cecoslovacchia del 1968.

Ma come è possibile mettere insieme interventi così diversi, se non sulla base di un'analogia del tutto esteriore - l'invio di truppe fuori dai propri confini - e prescindendo dal contesto specifico?

Nel 1956 in Ungheria e nel 1968 in Cecoslovacchia l'intervento sovietico era dettato dal terrore che la rivoluzione politica spazzasse via le mostruose sovrastrutture poliziesche e burocratiche di quei regimi costruiti a immagine e somiglianza dell'URSS stalinizzata, senza mettere in discussione le acquisizioni di fondo realizzate con la soppressione del capitalismo e acquistando così una grande forza di attrazione sul proletariato sovietico e delle altre «democrazie popolari». Erano, di tutti gli interventi ricordati, certamente i più inequivocabilmente condannabili, per la loro logica esclusivamente controrivoluzionaria (sia pure sotto il velame ideologico della «salvaguardia delle conquiste socialiste dal pericolo di restaurazione capitalistica»). Ma come spiegarli con una logica «imperialista» (come dice la stampa borghese) o «di grande potenza» (come preferiscono Magri o Ledda), quando si tratta chiaramente del proseguimento all'esterno della lotta della burocrazia per difendere il proprio dominio dal pericolo di una rivoluzione politica, in cui la classe operaia riprenda in mano il potere usurpato da una casta parassitaria? E, al tempo stesso, come ignorare che la politica applicata dopo il 1956 in Ungheria (e in Polonia, dove non era stato necessario l'intervento diretto, ma il rischio era stato analogo), lungi dal comportare una spoliazione «imperialistica», si concretizzò in un aiuto massiccio per attenuare le tensioni economiche e migliorare il livello di vita, anche a costo di mantenere per anni «prezzi politici» per alcuni generi, con ripercussioni a catena sugli altri paesi del Comecon?2
E anche le tristi imprese compiute dalla burocrazia sovietica nel corso dell'alleanza con Hitler (che abbiamo ricordato nel numero 4/5 di questa stessa rivista, polemizzando con chi tenta ancora oggi di giustificarle), se dal punto di vista morale sono quanto di più infame sia stato mai fatto dallo stalinismo - per il sostegno strategico e politico fornito alla Germania nazista e per le abiette manifestazioni di buona volontà nei suoi confronti (come la consegna di migliaia di antifascisti tedeschi e austriaci) -, sono ugualmente assai male interpretabili alla luce della categoria «imperialismo», a meno che non si voglia stravolgere e banalizzare il concetto rendendolo onnicomprensivo e, quindi, inservibile.3

La logica che spinse allora la burocrazia stalinista all'accordo con Hitler e alle annessioni di territori polacchi e delle repubbliche baltiche (oltre al maldestro tentativo di ripetere l'operazione in Finlandia) non fu «imperialista» ma, a suo modo, difensiva. Fu il tentativo grossolano e illusorio di tutelare l'URSS di fronte agli evidenti pericoli di guerra nell'unico modo con cui una casta dirigente ottusa e sclerotizzata riusciva a concepire questa difesa: cioè, con misure burocratico-militari, con allargamenti territoriali che solo sulla carta rendevano più sicura la posizione militare sovietica e che, in realtà, non solo non escludevano affatto la possibilità di un conflitto, ma lo rendevano più pericoloso, per la presenza - proprio nelle zone di frontiera - di popolazioni annesse con un'operazione diplomatico-militare condotta sulle loro teste e, quindi, poco disposte ad assumere, di fronte all'invasione tedesca, l'atteggiamento eroico che caratterizzò la maggior parte delle popolazioni sovietiche dopo le prime settimane di guerra e che permise di riparare ai disastri provocati dall'impreparazione dell' Armata rossa decapitata da Stalin. E, nonostante fosse concepita in modo radicalmente sbagliato, inefficace, tale da disorientare e dividere ulteriormente il movimento operaio europeo, solo analogie esteriori potevano suggerire un'interpretazione di quella politica come l'approdo a una logica imperialista o al recupero di quella zarista.

Su questo terreno, Trotskij, mentre continuava la sua implacabile battaglia contro la burocrazia stalinista, non esitò a impegnare una durissima lotta contro le reazioni isteriche, moralistiche, irrazionali al Patto Ribbentrop-Molotov, anche a costo di dimezzare le già modeste forze impegnate nella costruzione della nuova Internazionale. Se Trotskij respingeva le teorizzazioni sull'«imperialismo sovietico» non era certo per tenerezza verso Stalin e i suoi accoliti, ma per non privarsi di uno strumento di analisi capace di cogliere la complessa e contraddittoria realtà dell'URSS e della sua casta dirigente, cercando «una soddisfazione puramente verbalistica» per sfogare l'indignazione di fronte al Patto e la rabbia per l'impotenza di fronte alla relativa stabilità della burocrazia.4 A un dirigente del Socialist Workers Party degli Stati Uniti (sezione americana della Quarta Internazionale), Sherman Stanley, Trotskij scriveva nell'ottobre 1939:

Il tuo argomento circa «l'impero operaio» degenerato non mi sembra sia un'invenzione molto felice. Sin dai primi giorni della rivoluzione d'ottobre i bolscevichi furono accusati di sostenere un programma di espansione zarista. Anche uno Stato operaio sano tenderebbe verso l'espansione, e le linee geografiche coinciderebbero inevitabilmente con le linee generali dell'espansione zarista, perché di solito le rivoluzioni non mutano le condizioni geografiche.

Ciò che rimproveriamo alla banda del Cremlino non è l'espansione e neppure la direzione geografica di tale espansione, ma i modi burocratici e controrivoluzionari dell’espansione.5

Al tempo stesso, Trotskij (che non a caso in quel periodo e proprio in riferimento a quella polemica sentì il bisogno di scrivere un ampio articolo in difesa della dialettica materialistica, ricercando nell'incomprensione o nel rifiuto di essa una delle premesse teoriche dello sbandamento politico provocato nelle file trotskiste dal patto russo-tedesco) aggiungeva:

Ma poiché in quanto marxisti guardiamo con obiettività gli avvenimenti storici, riconosciamo che né lo Zar, né Hitler, né Chamberlain hanno mai avuto l'abitudine, nei paesi occupati, di abolire la proprietà capitalistica e questo fatto, molto progressista, dipende da un altro fatto, e cioè che la rivoluzione d'ottobre non è stata eliminata del tutto dalla burocrazia e che quest'ultima è costretta, per la sua collocazione, a prendere provvedimenti che dobbiamo difendere, in una situazione data, contro i nemici imperialisti. Questi provvedimenti progressisti sono, naturalmente, di gran lunga meno importanti dell'attività generale controrivoluzionaria della burocrazia: ecco perché riteniamo necessario rovesciare la burocrazia...6
A noi, quelle considerazioni e, in particolare, quel metodo d'analisi continuano a sembrare validi, anche e soprattutto perché la burocrazia sovietica, dal 1939, ha continuato a farne di tutti i colori, certo, e ha aggiunto al suo curriculum non pochi crimini (tra cui, oltre a quelli già ricordati, non possiamo tacere il sostegno ai generali indonesiani dopo il colpo anti-Sukarno, il cordiale rapporto con la dittatura di Videla in Argentina, le oscillazioni a metà degli anni Sessanta prima di impegnarsi a sostenere la lotta del popolo vietnamita, ecc.), ma senza che sia emerso un salto qualitativo rispetto a quanto aveva già saputo fare aprendo la strada a Hitler o soffocando la rivoluzione spagnola e, soprattutto, senza che siano intervenute modificazioni di rilievo nelle strutture della società sovietica. (Continuiamo, da veteromarxisti, a ritenere che la natura sociale di uno Stato possa essere determinata solo a partire dalle sue strutture, dai rapporti di proprietà esistenti, ecc., e non dalle scelte politiche e dalle formulazioni ideologiche del suo gruppo dirigente.7)

Ma lasciamo pure da parte queste «vecchie» considerazioni generali e vediamo più in dettaglio alcuni problemi posti dall'intervento sovietico in Afghanistan.

Se valesse, per dei marxisti, il principio d'autorità, potremmo appellarci alle non poche voci che, da posizioni politiche al di sopra di ogni possibile sospetto di filosovietismo, hanno attribuito l'intervento sovietico in Afghanistan a una reazione di panico di fronte a un proprio indebolimento in un settore e in un contesto in cui non possono essere esclusi pericoli di conflitti di ampio respiro, interpretandolo, quindi, come un segno di debolezza anziché come un sintomo di una fase di aggressivo espansionismo. Dal socialista francese Rocard al deputato e scrittore svizzero Ziegler, all'ex ambasciatore americano a Mosca e ispiratore del Piano Marshall, Georges Kennan, non mancherebbero le pezze d'appoggio per ricollegare questo intervento sovietico - se proprio qualche cauta analogia va fatta - a quelli del periodo 1939-1940.

Ma queste «autorità» possono servire al massimo per smontare la crociata isterica lanciata dai soliti paladini dell'atlantismo con l'attiva e qualificata partecipazione di certi neofiti come Paolo Flores D'Arcais, che arriva a giurare sulla «verità strutturale della natura fascista» dell'URSS, pretendendo che chi non ne condivide tale semplicistica caratterizzazione debba addirittura rinunciare «a essere chiamato compagno». Compagno, per Flores, è solo chi, come lui, garantisce che «la guerra fredda degli anni '80 è, anzitutto, un prodotto della politica sovietica (...) nasce con l'invasione dell'Afghanistan, dopo essere stata annunciata dall'intervento dei generali russi e delle truppe cubane nel corno d'Africa».8
Tuttavia, i problemi di analisi sollevati dall'intervento sovietico sono ben maggiori di quello di rispondere a un Flores impegnato a difendere «la pace minacciata dalle scorrerie imperialistiche dell'Armata rossa»... Questa polemica su un presunto ruolo «destabilizzatore» della torpida e conservatrice burocrazia sovietica ci sembra addirittura preistorica, ci riporta alle scempiaggini della propaganda antisovietica su cui la DC vinse le elezioni del 18 aprile 1948 e ci appare totalmente fuorviante. Detto per inciso, la nostra condanna (per ragioni diametralmente opposte a quelle del signor Carter, beninteso!) dell'intervento sovietico in Afghanistan sarebbe certamente rimessa in discussione se esso veramente segnasse l'avvio di una svolta della politica sovietica che trasformasse quel pilastro della conservazione dello status quo in un centro di «sovversione» e di «destabilizzazione”. Ma non vediamo proprio gli elementi che ci dovrebbero far rimettere in discussione il nostro giudizio. Anche nel Corno d'Africa, anche nello scacchiere orientale, l'URSS continua a cercare di garantirsi amici e alleati, non solo prescindendo per quanto possibile dal regime interno, ma cercando anzi di evitare a ogni costo uno scontro con l'imperialismo americano e, quindi, caldeggiando con ogni mezzo un modus vivendi tra i propri alleati e gli USA.9
Venendo più specificamente al caso afghano, gli autori più diversi, purché ben documentati e non legati a contingenti esigenze di bassa propaganda, hanno riconosciuto che l'URSS fu colta di sorpresa e non manifestò grande entusiasmo per la caduta di Daud.10 In realtà, la burocrazia sovietica - da Stalin a Kruscev e a Breznev - aveva sempre considerato come soluzione ottimale il mantenimento di buoni rapporti con lo Stato afghano, per quanto potessero essere reazionari i suoi governanti, purché accettassero il mantenimento di rapporti privilegiati sul terreno commerciale - ma soprattutto militare - con Mosca.

Soprattutto dopo la sconfitta del re progressista Amanullah, avvenuta nel 1929 dopo dieci anni di tentativi riformistici (dall'abolizione del matrimonio delle bambine alla decisione di introdurre un'Assemblea nazionale basata sul suffragio universale di uomini e donne anziché sui capi tribali tradizionali, dall'avvio di una scolarizzazione di massa anche femminile alla campagna contro il velo iniziata con l'esempio della stessa regina), il massimo obiettivo del Cremlino era stato quello di ottenere da Zaher Shah prima, dal presidente Daud dopo, una sostanziale sicurezza sui 1.600 chilometri di frontiera comune (più o meno come - dopo la breve parentesi avventurista del 1940 - aveva stabilito con la Finlandia relazioni di buon vicinato, garantite da tutti i governi succedutisi dopo la guerra in quel paese, indipendentemente dal loro conservatorismo sul terreno interno).

Mai come in questo paese la costante della politica sovietica fu il man­tenimento dello status quo. Ma non è così facile mantenere uno status quo in un mondo così instabile e dilaniato da profondi conflitti di classe.

Già il colpo di Stato che nel 1973 aveva portato al potere Daud (già primo ministro di Zaher Shah e principe della casa reale) aveva per qualche tempo scosso gli equilibri congelati dopo la caduta del re Amanullah in una tetra restaurazione del regime feudale. Per qualche tempo, una parte degli uomini che si sono trovati ora alla testa dell'Afghanistan (in particolare Babrak Karmal) avevano tentato, con l'appoggio politico dell'URSS, di avviare un processo di riforme graduali e concordate con le vecchie classi dominanti, tendenti ad attenuare le contraddizioni più stridenti della vecchia società, avviando in maniera indolore una rivoluzione borghese che strappasse il paese alla sua arretratezza precapitalistica. Ma questa politica, così saggia sulla carta, era però - come cento altre esperienze analoghe hanno dimostrato - semplicemente irrealizzabile. Alcuni principi o capi feudali possono anche essere individualmente conquistati all'idea di introdurre gradualmente riforme modernizzatrici, ma nell'insieme finiscono sempre per essere paralizzati dai legami con il complesso della loro classe, rinnegando gli stessi progetti di riforma che possono aver approvato sulla carta, non appena si delinea intorno ad essi un concreto scontro tra le classi.

Così l'URSS, che aveva pensato di condizionare Daud attraverso i prudentissimi consiglieri del Parcham di Babrak Karmal, si trovò presto con i suoi uomini di fiducia imprigionati o esiliati nonostante il loro moderatismo e sostituiti da consiglieri reazionari ispirati e foraggiati dallo Scià Reza Pahlevi, ovviamente assai più tranquillizzanti per una classe feudale che si era spaventata delle più piccole promesse di riforme formulate nei primi mesi della repubblica di Daud.

Così, viceversa, le tensioni sociali, che sulla carta era stato previsto di attenuare e risolvere col gradualismo di Karmal, venivano inasprite e stimolate dalle ripercussioni della grande ascesa della rivoluzione iraniana.

Il rovesciamento di Daud, avvenuto il 27 aprile 1978, prima di essere portato a termine dal colpo di Stato dei settori «progressisti» dell'esercito, era stato preparato da straordinarie mobilitazioni di massa, che avevano risposto a un inasprimento della repressione con cui il regime cercava di fronteggiare la crescita dell'influenza del Partito democratico popolare afghano, le cui due frazioni - Khalq e Parcham - si erano riunificate da pochi mesi. Molte testimonianze confermano che il 19 aprile la partecipazione di decine di migliaia di studenti e lavoratori della capitale ai funerali del sindacalista Khyber, assassinato dalla dittatura il giorno precedente, aveva colto di sorpresa gli stessi dirigenti del piccolo PDPA, che si trovò alla testa di quella manifestazione e la guidò contro l'ambasciata USA.

Le prime settimane rivelarono chiaramente l'impreparazione del PDPA alla gestione del potere, che si era trovato a portata di mano con estrema facilità. L'ampiezza della contestazione di massa nei confronti del regime aveva disorientato i settori più conservatori dell'esercito e facilitato l'iniziativa degli ufficiali conquistati negli anni precedenti dalla penetrazione clandestina del Parcham negli apparati statali; questi avevano saputo egemonizzare anche i settori militari meno politicizzati o appena confusamente progressisti, di fronte al fallimento della repressione di Daud.

Il programma presentato da Taraki il 9 maggio 1978 prevedeva una so­stanziale gradualità nell'applicazione delle riforme annunciate e mai applicate da Daud, che dovevano essere sancite entro due anni da una nuova legislazione. L'unica misura concreta, che toccava però più della metà della popolazione, era l'annullamento dei debiti per i contadini poveri. Ma, già in giugno, si delineava un'accelerazione volontaristica che sembrava contraddire le raccomandazioni di prudenza da parte dell'URSS: la bandiera nazionale veniva sostituita dalla bandiera rossa; nel luglio veniva abolita l'usura; in agosto la frazione estremista prendeva definitivamente il sopravvento ed eliminava dal governo tutti gli esponenti dell'ala Parcham e gli ufficiali nazionalisti, il cui capo, il generale Abdul Kader, veniva arrestato insieme a diversi ministri. Lo stesso Babrak Karmal riusciva a sfuggire all'arresto e, grazie alla protezione sovietica, otteneva un dorato esilio come ambasciatore a Praga.

Quell'epurazione non fu giudicata allora solo come uno strascico delle vecchie polemiche tra Khalq e Parcham, ma anche come una presa di distanza rispetto all'URSS, che veniva privata dei suoi amici più fidati anche se, come già aveva fatto il 27 aprile, riconobbe il nuovo assetto del governo. La realizzazione del programma enunciato il 9 maggio veniva intanto accelerata bruscamente con una serie ravvicinata di decreti, che proclamavano la fine della diseguaglianza tra i sessi, una radicale riforma agraria e sostituivano la moneta nazionale colpendo gli speculatori e gli evasori, obbligati a rivelare i capitali accumulati per non vederseli ridotti in carta straccia.

Non era la politica auspicata dall'URSS. Al tempo stesso, com'era prevedibile, questa accelerazione delle misure antifeudali mette in sospetto gli Stati Uniti, che pongono all'ordine del giorno in una conferenza della NATO la questione dell' Afghanistan.

Ma, se la rivoluzione afghana ha all'esterno molti nemici e ha nell'URSS un alleato assai tiepido (anche se pressoché obbligato, nonostante le reciproche diffidenze), ha anche una tremenda debolezza interna. L'accelerazione brusca del programma nelle campagne ha disorientato i possibili sostenitori invece di conquistarli. L'esiguità del quadro dirigente è stata aggravata dalle faide interne, dalla repressione che colpisce ogni militante che esprima perplessità o dubbi e, ben presto, sarà aggravata dall'inizio di una guerra civile endemica, stimolata dai metodi amministrativi con cui i giovani attivisti del PDPA cercano di applicare nei villaggi i decreti governativi.

Gran parte dei giovani quadri del Khalq formatisi nel liceo di Stato Khushal-Khan-Kattak sono stati uccisi nei villaggi dove erano andati a organizzare l'alfabetizzazione convocando bruscamente uomini, donne, ragazzi e ragazze, senza tener conto dei pregiudizi esistenti sulla partecipazione di donne a riunioni pubbliche. Il ricorso alla pressione fisica, la richiesta di scorte di soldati di fronte alle prime resistenze hanno trasformato quasi ovunque quello che doveva essere l'inizio di un processo di liberazione in una spinta all'arroccamento intorno ai valori e alle gerarchie tradizionali, in contrapposizione a quello che appariva come l'ennesimo arbitrio imposto dalla capitale.

La stessa riforma agraria, che è inesatto definire timida o moderata, avendo fissato per le terre irrigue un limite massimo di sei ettari che indubbiamente avrebbe impedito il permanere di qualsiasi forma di grande proprietà terriera, si è presentata però come un'enunciazione di principio, non traducibile a breve scadenza in vantaggi concreti per i contadini senza terra. Nella maggior parte del paese, per giunta, le terre sono aridissime e, quindi, non divise, ma tradizionalmente a disposizione di chi voglia tentare di coltivarle, nelle annate in cui le piogge o le nevicate assicurano il minimo di umidità necessario per far germinare i semi; il potere da colpire, in questi casi, non era la proprietà della terra, ma il controllo delle poche acque e, soprattutto, l'usura che da secoli era l'unico mezzo che consentiva al contadino di sopravvivere fino al raccolto. Ma l'abolizione dell'usura senza organizzare altre forme di credito, l'assegnazione di terre senza l'organizzazione di un piano irriguo basato sulla nazionalizzazione e lo sfruttamento collettivo delle acque hanno determinato addirittura un peggioramento momentaneo delle condizioni dei piccoli contadini, ridottisi a rimpiangere l'usura che per secoli li aveva spremuti ma, in qualche modo, aveva anche assicurato la sopravvivenza nei periodi più difficili (salvo catastrofiche carestie, come quella del 1972 in cui morirono di fame e di colera 100.000 contadini).

Quel che ha gettato il maggior discredito sulle misure progressiste decise dal nuovo governo (accolto - si ricordi - con iniziale entusiasmo nei centri urbani, ma anche con benevola attesa nelle campagne, almeno dove l'isolamento non era così totale da far ignorare completamente gli avvicendamenti al vertice di un paese in cui 1'85% degli abitanti sono analfabeti e il 15% nomadi) è stata la tendenza a risolvere tutti i problemi politici ricorrendo a mezzi amministrativi. Il PDPA era un partito già poco numeroso (anche prima che i suoi quadri si assottigliassero in seguito alle lotte intestine esplose di fronte alle prime difficoltà), ma in cambio molti dei suoi militanti erano già prima del 1978 funzionari statali, ufficiali, insegnanti (il PDPA aveva una base prevalentemente urbana, in particolare a Kabul, dove il 40% della popolazione attiva lavora per lo Stato), e la tentazione di supplire alle mobilitazioni e all'autorganizzazione dei contadini inviando un funzionario scortato da trenta soldati per proclamare la riforma agraria in un villaggio è stata facilitata fortemente dalle «deformazioni professionali» acquisite già prima dell'andata al potere, nonché dalle concezioni paternalistiche e autoritarie introdotte dall'ideologia stalinista, sovrapposta per giunta a un partito essenzialmente non proletario ma nazionalista piccolo borghese.

Così, nella seconda metà del 1978 e per tutto il 1979, il nuovo regime ripeté in forma aggravata gli errori che avevano già portato alla catastrofe il tentativo riformista del re Amanullah nel 1919-1929. La liquidazione prima dei quadri del Parcham, poi di una parte di quelli dello stesso Khalq (e in particolare di Taraki), la repressione sempre più estesa e sempre più feroce quanto più impotente sono la premessa del primo intervento diretto dell'URSS nelle questioni afghane, con il tentativo di ristabilire l'ordine nel paese confinante attraverso il ritorno del «moderato» Babrak Karmal. Un tentativo sterile - crediamo - per tre ragioni di uguale importanza: il carattere tardivo dell'intervento, a guerra civile ormai generalizzata e in condizioni di tragico isolamento dei pochi sostenitori del governo; la debolezza di una direzione già decimata dei suoi migliori quadri dalla repressione di Amin e, per giunta, ora imposta da truppe straniere, il cui massiccio spiegamento, se è indispensabile ormai anche solo per la protezione degli stessi tecnici sovietici presenti nel paese, è tale però da privare di significato tutte le promesse di pacificazione; infine, la scarsa validità intrinseca del programma gradualistico e moderato di Babrak Karmal, che ne aveva già due volte provocato il fallimento di fronte alle enormi contraddizioni del paese. Se l'accelerazione terroristica tentata da Amin era stato un rimedio peggiore del male, lo era stato per la cecità burocratica con cui erano stati affrontati problemi politici immensi; ma il fallimento di questa esperienza non vuol dire affatto che sia possibile riproporre - per giunta dopo quel che c'è stato in questi due anni - la scelta di procedere a piccoli passi, per tappe separate e con il massimo gradualismo (oltre che, naturalmente, senza mobilitazione diretta delle masse...) sulla strada che dovrebbe portare l'Afghanistan fuori dal Medioevo. Era una scelta sostanzialmente utopistica, nonostante l'apparenza «realistica», nel 1973 e nel 1978: oggi è semplicemente inverosimile.

Non è difficile prevedere una nuova bancarotta dei dirigenti del PDPA, a meno che - caso improbabile, anche per la natura dei loro consiglieri - sappiano effettuare in tempo una correzione radicale dei loro errori e puntare ad allargare la loro base di consenso stimolando l'autorganizzazione delle masse, in primo luogo di quelle operaie (numericamente assai ridotte, ma non insignificanti e, a quel che sembra, finora non coinvolte nella generalizzata ostilità al regime), ma anche di quella piccola borghesia urbana che era stata la base naturale della crescita del PDPA prima del 1978, riproponendo contemporaneamente con mezzi diversi quella riforma agraria che è stata respinta per il modo burocratico con cui è stata attuata, ma che corrispondeva agli interessi a lunga scadenza delle masse contadine più povere.

Questa correzione, l'unica che potrebbe salvare a media scadenza la rivoluzione afghana permettendo alla sua direzione di porre in termini non velleitari o suicidi la questione del ritiro delle truppe sovietiche, è - lo ripetiamo - pressoché inverosimile. Ma questa facile previsione non ci esime dal porci una questione: nella guerra civile accesasi in Afghanistan prima e indipendentemente dall'intervento sovietico, da che parte ci saremmo schierati? Un atteggiamento di appoggio alla rivolta feudale e reazionaria sarebbe stato giustificato dagli errori e dai crimini della debole e burocratica direzione del PDPA?

A nostro parere, no. E tanto meno avremmo potuto schierarci con i capi tribali solo perché la loro carne da cannone, come per tutte le classi dominanti di tutte le epoche, è formata dai contadini «piedi scalzi» legati ad essi da rapporti secolari di dipendenza e che la rivoluzione non ha saputo conquistare, grazie agli errori della sua direzione.

O forse, in un'altra rivoluzione antifeudale - quella partenopea del 1799 - avremmo dovuto schierarci con i lazzaroni e le bande sanfediste organizzate dal cardinal Ruffo, solo perché avevano i piedi scalzi? O avremmo dovuto concludere che, per la loro astrattezza intellettuale e il loro moderatismo (o magari perché si appoggiavano sulle baionette della repubblica francese) i giovani capi di quella rivoluzione borghese meritavano di essere impiccati dai rappresentanti del vecchio ordine feudale e dai contadini che la superstizione religiosa teneva legati ai loro sfruttatori secolari? O avrem­mo potuto assiderci su una cattedra limitandoci a impartire lezioni, illudendoci che la nostra saggia equidistanza non significasse (come sempre significa) un avallo silenzioso alle vecchie classi che stavano approfittando degli errori e dell'immaturità di una giovane direzione rivoluzionaria?

L'esempio può sembrare provocatorio, ma - tenuto conto anche delle origini cattoliche, e non sempre progressiste, di tanto populismo confluito oggi nella vecchia e nuova sinistra (per non parlare delle formazioni terroriste...) - penso debba essere meditato. Naturalmente, senza tirarne fuori, neppure di straforo, un'assoluzione per le gravi responsabilità politiche del PDPA. Ma, dopo quanto abbiamo scritto, chi potrebbe pensare che sia questo il nostro scopo?

Al tempo stesso, riconoscere il carattere oggettivamente progressista della rivoluzione avviata dalle masse di Kabul e malamente diretta dal PDPA (oltre che già intrinsecamente fragile, per la stessa struttura sociale del paese), e la conseguente impossibilità per dei marxisti di essere neutrali tra questa rivoluzione antifeudale e lo schieramento reazionario messo insieme dai vecchi capitribù, dai proprietari terrieri, dal clero più conservatore e oscurantista, non significa affatto conferire una patente di nobile idealismo all'intervento di Breznev, che non è certo ispirato alla sensibilità per la rivoluzione afghana.

Non abbiamo un'ombra di dubbio che la burocrazia stalinista, che usurpa da oltre mezzo secolo il potere nel primo Stato nato da una rivoluzione proletaria, sia stata mossa esclusivamente da un riflesso difensivo, di autoconservazione dei suoi interessi, della sua sicurezza di fronte a un nuovo scacco politico. Non abbiamo dubbi che la responsabilità dell'attuale catastrofe, dello spaventoso rafforzamento delle forze reazionarie avvenuto in questo biennio ricada, in ultima analisi, sulla strategia della burocrazia sovietica prima che sulle specifiche rozzezze dei suoi discepoli afghani.

L'indifferenza per la rivoluzione e le sorti delle masse afghane ha pesato anche in altro modo: dall'atteggiamento arrogante dei consiglieri sovietici (non «colonialista», ma tipico di quello sciovinismo e di quella volgarità da parvenu che caratterizza da decenni il burocrate grande-russo - già bollati amaramente da Majakovskij) alla scarsità degli aiuti materiali al governo di Taraki nella fase più difficile. Basta pensare a cosa sarebbe suc­cesso se in Afghanistan (ma il discorso - per altri aspetti - vale oggi anche per il Nicaragua, domani per il Salvador!) fosse stata riversata una minima parte di quegli aiuti praticamente a fondo perduto che per anni hanno im­pinguato la borghesia e la burocrazia statale egiziana o indiana, come prez­zo per la loro effimera e interessata amicizia; basta pensare a cosa sarebbe successo se, un anno prima di mandare 60.000 soldati fossero stati inviati 30.000 trattoristi, tecnici dell'irrigazione, maestri, ecc., utilizzando allora quello straordinario punto di appoggio che è l'esistenza di milioni di sovie­tici che parlano le stesse lingue e hanno la stessa origine culturale e religiosa delle popolazioni afghane, ma che hanno oggi un livello di istruzione, di assistenza sociale e sanitaria, di alimentazione e di lavoro immensamente superiori a quelle che erano comuni sessanta anni fa e che sono rimaste immutate, o peggiorate, in Afghanistan. È questo che rimproveriamo, prima di ogni altra cosa, alla burocrazia sovietica, è questo che mettiamo nel conto lunghissimo dei suoi macroscopici errori, dei suoi crimini non solo verso la rivoluzione mondiale, ma verso la stessa sicurezza dell'URSS, che si ostina a ricercare con alleanze infide e con misure esclusivamente militari, per timore dell'unica difesa efficace: l'estensione e il consolidamento dei processi rivoluzionari.

È un timore ben fondato, d'altra parte, perché l'estensione della rivoluzione mondiale nei paesi ex coloniali, e a maggior ragione in quelli imperialisti, non potrebbe non avere ripercussioni nel senso dell'accelerazione della rivoluzione politica nel sistema stalinista, che perpetua solo con la repressione e l'immobilismo più ottuso sovrastrutture che non hanno più nessuna neppure indiretta giustificazione o ragion d'essere.

È per questo che non crediamo all'isterismo ipocrita di chi solo nell'intervento militare (oltre che solo in questo intervento militare, e non in quello francese nel Ciad o nel Centrafrica, o nei tanti perpetrati e oggi di nuovo progettati in America latina dagli USA) vede lo scandalo. L'intervento militare è stato l'ultimo anello - in sé non particolarmente più grave - di una catena di non casuali errori politici.

Noi condanniamo l'intervento perché, per moltissimi aspetti, aggrava la situazione che vorrebbe risolvere, perché continua a tradurre militarmente una linea politica di per sé fallimentare. Non abbiamo un'opposizione di principio moralistica agli interventi militari: se nella primavera del 1919 l'Armata rossa fosse riuscita ad assicurare - come i dirigenti bolscevichi avrebbero voluto - un sostegno tempestivo alla repubblica dei consigli ungherese e a quella di Monaco, !'intervento avrebbe avuto ripercussioni incalcolabili per la rivoluzione austriaca, tedesca e, quindi, per le stesse sorti del giovane Stato sovietico...

Nel caso specifico attuale, non abbiamo dubbi che a Breznev prema solo tenere in piedi l'ultimo governo che possa assicurargli in qualche modo la non ostilità di un paese con cui l'URSS ha 1.600 chilometri di frontiere in comune. Andavano bene Zaher Shah, Daud, Taraki, persino l'insicuro Amin prima che provocasse l'estensione e l'inasprimento della guerra civile; ma se cade anche Babrak, non c'è più una soluzione intermedia, non c'è più regime che possa essere un interlocutore dell'URSS, non c'è più spazio per un regime gestito insieme dalla debole borghesia e dalle vecchie classi feudali com'era il regime di Daud: c'è solo - a breve e medio termine - il trionfo della più cupa reazione feudale. È per questo che la burocrazia sovietica, contro i suoi progetti - e in base, non lo dimentichiamo, ai suoi interessi - finisce per dover impegnarsi tardivamente (e male) a fianco della fragilissima rivoluzione afghana.

Non la elogeremo per questo, non dimenticheremo le responsabilità passate, né sottovalutiamo i nuovi danni che può fare; ma non ignoriamo neppure che, contingentemente, sta combattendo, per sue ragioni, gli stessi nemici della rivoluzione afghana. Per questo, crediamo che oggi la parola d'ordine del ritiro immediato delle truppe sovietiche abbia poco senso per dei marxisti rivoluzionari, pur non intendendo con questo conferire in nessun modo una patente «progressista» alla burocrazia sovietica, che resta nel suo complesso profondamente controrivoluzionaria. Semplicemente, crediamo che uno sbocco positivo della rivoluzione afghana non possa essere in alcun modo accelerato o facilitato oggi da un ritiro delle truppe sovietiche, anche se il loro massiccio intervento è stato un grave errore: i danni fatti con l'intervento non verrebbero annullati da un ritiro, ma casomai aggravati, giacché il blocco reazionario potrebbe raccogliere i frutti dell'ondata emotiva suscitata dall'intervento per imporre stabilmente un regime di terrore bianco. L'intervento sovietico ha dato un colpo aggiuntivo alla già scarsa credibilità della direzione del PDPA, ma oggi le esigue possibilità di uno sbocco positivo stanno esclusivamente nelle misure politiche che riconsolidino e allarghino lo schieramento sociale progressista, permettendogli di riprendere l'iniziativa nella guerra civile e di affrontare da posizioni meno deboli il rapporto con l'URSS (compresa la questione del progressivo ritiro del contingente militare sovietico).

Non è inutile forse ricordare l'atteggiamento che prendemmo a proposito dell'intervento vietnamita in Cambogia, che era diretto contro un regime che aveva concentrato in sé il massimo delle aberrazioni dello stalinismo (ripetendo in modo caricaturalmente e tragicamente esasperato la politica di deportazioni in massa con cui fu attuata in URSS la collettivizzazione forzata delle campagne, ricercando un isolamento internazionale in cui si intrecciavano sciovinismo e settarismo forsennati), ma che criticammo perché attuato in modo burocratico-militare e, quindi, tale da indebolire politicamente la causa che voleva sostenere, facilitando al contrario una utilizzazione del sentimento nazionale sia da parte di Pol Pot, sia da parte degli Khmer Serei e dei sostenitori di Sihanuk.

Anche allora il duro giudizio su quell'intervento, in larga misura controproducente non si tradusse in una richiesta di ritiro immediato delle truppe vietnamite, che avrebbe significato semplicemente l'abbandono di un paese già sprofondato nel caos e in cui, sull'onda del risentimento nazionale, sarebbero tornati al potere i fanatici terroristi alla Pol Pot o i residuati dei precedenti regimi filoimperialisti, riemersi sull'onda dell'orrore per il «comunismo reale» che ha distrutto forse metà della popolazione di quello sventurato paese.

Un'ultima considerazione: crediamo sia particolarmente pericoloso non opporsi alla campagna propagandistica scatenata in tutto il mondo sul pericolo rappresentato dall'aggressività sovietica, e particolarmente sciocco e irresponsabile non accorgersi che questa campagna non è stata innescata o provocata da quell'intervento, ma solo alimentata con argomenti freschi e purtroppo convincenti (più efficaci comunque di quelli con cui si era tentato invano di ottenere lo stesso scopo negli Stati Uniti sfruttando l'occupazione dell'ambasciata di Teheran o, più grottescamente, la presenza del famoso battaglione russo a Cuba).

Gli Stati Uniti hanno accelerato negli ultimi due anni il loro riarmo, con notevoli investimenti che hanno permesso un accrescimento spettacolare - sia dal punto di vista quantitativo, sia e soprattutto da quello qualitativo - con l'applicazione massiccia dei micro-computers. Tuttavia, il trauma della sconfitta indocinese non è ancora stato superato nell'opinione pubblica degli Stati Uniti e il «riarmo politico» non è riuscito a tenere il passo di quello più propriamente militare, anche se alcune pericolose misure di reimpegno nel Golfo persico e nei Caraibi sono già state prese, senza reazioni significative sul piano interno. Persino per l'artificiosissima campagna scatenata sulla «terribile minaccia» rappresentata da un migliaio di soldati russi a Cuba - di scarsissima credibilità intrinseca - Carter è riuscito a mettere a segno come risposta un imponente rafforzamento del dispositivo militare nei Caraibi, con evidente funzione intimidatoria nei confronti del Nicaragua e del Salvador, oltre che direttamente di Cuba. (A parte lo spostamento nel Mar dei Caraibi di una parte notevole della flotta USA, in occasione di quella crisi venne rafforzato in modo spettacolare il contingente che occupa la base di Guantanamo in territorio cubano, inviando a terra i marines, non attraverso le comode attrezzature portuali e aeroportuali di cui gli occupanti dispongono nei 111 kmq della base militare, ma con un'esercitazione di sbarco che simulava un'invasione, per ricordare che era sempre possibile ripeterla a pochi chilometri di distanza.) Ma questa operazione, o il tentativo di lanciare una campagna razzista e sciovinista contro gli immigrati iraniani in USA, subito dopo l'occupazione dell'ambasciata di Teheran da parte degli studenti rivoluzionari islamici, non sono riusciti ugualmente a creare un clima bellicista negli Stati Uniti. Non sono mancati clamorosi insuccessi, come il cambiamento di posizione di Mohammed Ali (Cassius Clay), inviato come ambasciatore itinerante antisovietico in Africa e disorientato dalla scoperta dell'appoggio dell'URSS ai movimenti di liberazione africani (osteggiati invece dal suo governo), fino al punto di rilasciare dichiarazioni molto aspre contro l'amministrazione Carter che lo aveva grossolanamente strumentalizzato.

Non crediamo che questa campagna bellicista sia oggi tanto avanzata da far mettere già all'ordine del giorno come compito principale del movimento operaio una mobilitazione contro il pericolo di guerra. Non crediamo che questa campagna giustifichi la politica sovietica, che anzi le offre pretesti e argomenti, invece di indebolirla con un appoggio sistematico e coerente ai processi rivoluzionari antimperialistici nel mondo.

Ma non pensiamo neppure che, solo perché oggi ha avuto scarsi (pur se non insignificanti) successi, questo tentativo di riarmo politico e militare degli USA debba essere ignorato o sottovalutato,11 come fanno quei comunisti che votano mozioni del più vieto atlantismo alla Camera o quei socialisti che mascherano con un po' di stalinofobia il loro viscerale anticomunismo, e che magari prendono in prestito la (comprensibile) disperazione di gran parte dei dissenzienti russi per unirsi persino alla grottesca campagna per il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca.

Esaminando i vari problemi posti dall'esperienza afghana abbiamo mano a mano identificato dei compiti - strettamente intrecciati tra loro - che sono oggi di fronte alla sinistra rivoluzionaria.

In primo luogo, ci sono compiti di vigilanza e di lotta contro l'intossicazione bellicista, contro i tentativi di estendere la militarizzazione dell'Europa (in particolare con l'installazione dei missili Pershing), contro le sanzioni economiche o politiche con cui Carter e i suoi alleati hanno tentato di colpire Breznev, ottenendo invece il risultato di rafforzarlo. Le sanzioni di Carter, da un lato, hanno permesso al governo sovietico di fare appello a una mobilitazione intorno alla «patria rossa in pericolo», dall'altro tendono criminalmente ad accentuare gli squilibri economici dell'URSS, già acutizzatisi negli ultimi anni per l'impossibilità di garantire un'ulteriore sviluppo delle forze produttive nella gabbia soffocante imposta dalla pianificazione burocratica e che sarebbero irreparabilmente aggravati da un nuovo spostamento di altre risorse del paese verso le spese militari.

Ai sostenitori della «specularità» del riarmo delle «due superpotenze», anche senza entrare qui nel merito dei diversi obiettivi politici che si propongono (si pensi agli accenni sempre più frequenti negli USA alla necessità di «dare una lezione» che cancelli l'effetto della sconfitta indocinese e della caduta di Reza Pahlevi...), ricordiamo come - dal punto di vista economico - l'attuale accelerazione degli armamenti abbia effetti radicalmente opposti sui due paesi. Osservatori del tutto insospettabili di filosovietismo hanno definito il riarmo attuale «un'arma economica americana per danneggiare l'economia russa».

André Jallon, ad esempio, in uno dei molti articoli sulla politica di armamenti apparsi su «Le Monde diplomatique» nell'ultimo anno osserva: «Nei paesi occidentali, la produzione di materiale bellico è una necessità economica (...) per i paesi dell'Est l'industria bellica grava assai pesantemente sull'economia e costituisce un freno allo sviluppo».12 D'altra parte, lo stesso Brzezinski ha in varie occasioni indicato, con più o meno scoperto cinismo, analoghi concetti. O c'è forse qualcuno nella sinistra italiana che - con una logica da «tanto peggio tanto meglio» - crede che, di fronte a un peggioramento della situazione economica dell'URSS, la burocrazia possa essere spontaneamente travolta dal malcontento delle masse? Come dimenticare che il più ferreo dominio della burocrazia sul proletariato sovietico è stato instaurato proprio in anni in cui le difficoltà economiche erano tremende e che anzi, proprio per far fronte ad esse, fu giustificato (e in parte finì per essere inevitabile) il restringimento progressivo di ogni residuo della democrazia sovietica?

È qui che appare sempre più chiaramente come ci sia un legame sempre più stretto tra la rivoluzione dei paesi ex coloniali (che hanno ancora un lungo e difficile cammino da percorrere) e la rivoluzione politica negli Stati operai degenerati, in cui l'esigenza di abbattere la senescente burocrazia stalinista nasce al tempo stesso dall'insopportabilità del peso della sua gestione parassitaria delle risorse del paese e dalla pericolosità della sua politica estera, il cui sedicente «realismo» (continuare a sfuggire il pericolo della rivoluzione socialista mondiale) continua a rivelarsi sciaguratamente avventurista e foriero di nuove e reiterate catastrofi.

Oggi come oggi, a chi poteva rivolgersi per aiuto se non all'URSS la rivoluzione afghana (come ieri quelle dell'Angola, del Mozambico o, prima ancora, di Cuba)? Ma quali prezzi politici tremendi si pagano per il fatto che il più grande Stato operaio è diretto da un'ottusa e cinica burocrazia, che non ha più alcun legame reale con quei principi marxisti e leninisti a cui continua a richiamarsi a parole nella retorica di regime? E quale prezzo pagano le masse sovietiche per il tipo di politica che ha portato a sperperare risorse immense per finanziare un'industrializzazione egiziana o indiana, che non è servita a quei popoli ma che ha arricchito ulteriormente le loro classi sfruttatrici, senza assicurarsene - come ci si illudeva - la «gratitudine» e la duratura amicizia? Quale prezzo pagano oggi i sovietici, in risorse materiali e in sangue, per tentare di mantenere legato un Afghanistan che poteva invece essere un ben più saldo e forte alleato, grazie a un aiuto economico e politico che ne accelerasse e consolidasse la rivoluzione antifeudale, trasformandola in rivoluzione socialista?

La rivoluzione politica in URSS e negli altri Stati operai dell'Est è in prospettiva una necessità drammatica per la loro stessa sopravvivenza come Stati operai, e dalla vicenda della rivoluzione coloniale e dagli sciagurati interventi dell'URSS in essa trae nuovo alimento, come lo trarrebbe in maniera decisiva da un successo della rivoluzione socialista in uno dei paesi ad alto sviluppo capitalistico, che potrebbero fin dall'inizio affrontare la costruzione di una nuova società senza ripetere le tragiche «deviazioni» che hanno caratterizzato il primo tentativo.

Mai come oggi, per ciascun settore del movimento operaio e rivoluzionario del mondo, si rivela tragicamente utopistica l'illusione di costruire il socialismo in un paese solo, e il compito di assicurare una direzione cosciente alla rivoluzione mondiale - schernito come un sogno intellettualistico dopo la liquidazione della III Internazionale - si rivela una necessità vitale per sfuggire alla barbarie.

* [Da «Critica comunista», anno II, aprile maggio 1980]

1LUCIO MAGRI, Quando il PCI vota per la Nato, in «La Repubblica», 14 marzo 1980.

2Per certi aspetti, in Polonia, non sono ancora stati superati completamente ancor oggi i criteri politici di determinazione di molti prezzi (largamente al di sotto dei costi reali), giacché ogni tentativo di modificarli ha provocato vere e proprie rivolte operaie e ha determinato, tra l'altro, la caduta di Gomulka. [E non a caso, pochi mesi dopo, sarebbe riesplosa la lotta. Vedi nel sito il blocco di scritti sulla Polonia. NdA 2009]

3 Un esempio di quest'uso scorretto e fuorviante del termine «imperialismo» è emerso nel dibattito organizzato dal quotidiano «La Repubblica» sul tema “Ma l'URSS è il paese dell'imperialismo reale?”, con la partecipazione di Aldo Natoli, Rita di Leo e Giuseppe Boffa. Lo stesso Boffa, per rimangiarsi una precedente affermazione sull'esistenza di «elementi imperialistici nella politica sovietica», ha contrapposto al «significato più corrente» che «tende a indicare la volontà di un paese più forte di imporre le sue direttive a paesi più deboli», una singolarissima «definizione storico-scientifica dell'imperialismo [...] molto più precisa: un'organizzazione unitaria del mondo». In questo senso, che chissà perché Boffa considera «molto più preciso», l'URSS non sarebbe più imperialista. Che queste definizioni «storico-scientifiche» non abbiano più molto a che vedere col termine tradizionalmente usato in campo marxista emerge anche dal fatto che secondo Boffa ormai nel mondo «non si può nemmeno parlare di un vero sistema imperialistico, anche se di quel sistema restano vestigia importanti [...]» («La Repubblica», 13 febbraio 1980).

4«I compagni sono indignati a proposito del patto Stalin-Hitler», scriveva Trotskij, aggiungendo: «È comprensibile. Essi vogliono avere una rivalsa su Stalin. Molto bene. Ma oggi siamo deboli, e non possiamo rovesciare subito il potere del Cremlino. Allora alcuni compagni cercano una soddisfazione puramente verbalistica: cancellano di colpo dall'URSS il titolo di Stato operaio, così come Stalin priva un funzionario in disgrazia dell'ordine di Lenin. Trovo che ciò sia, caro amico, un po' puerile. La sociologia marxista e l'isterismo sono assolutamente inconciliabili» (Lettera a Sherman Stanley, in L. TROTSKIJ, In difesa del marxismo, Samonà e Savelli, Roma, 1969, p. 67).

5 Ivi, pp. 66-67.

6 Ivi, p. 67.

7 Su questi temi rinviamo all'articolo di ERNEST MANDEL, Una risposta a Sweezy, apparso nel n. 3 di «Critica Comunista» e, successivamente, sulla «Monthly Review»; sul sostanziale immobilismo delle strutture sovietiche si veda anche EZIO FERRERO, Il fallimento della riforma economica in URSS, in «Critica Comunista», n. 3 e l'articolo di B. Bastida in questo stesso fascicolo.

8 PAOLO FLORES D'ARCAIS, Una conferma: il regime sovietico si colloca tra i fascismi, in «Avanti Cultura» del 27 gennaio 1980.

9 Su questi aspetti si veda EDGARDO PELLEGRINI, Le lezioni del Corno d'Africa, in «Critica Comunista», n. 1 e LIVIO MAITAN, Cuba venti anni dopo, in «Critica Comunista», n. 6.

10 Cfr. A. DASTARAC e M. LEVENT, Afghanistan: l'éveil des nationalités, in «Le Monde diplomatique», fevrier 1980, e anche «“Le Monde diplomatique», janvier 1979. Secondo il giornalista americano Ernest Harsch, subito dopo l'insurrezione del 27 aprile 1978, che colse di sorpresa tanto Washington che Mosca, un funzionario del Dipartimento di Stato americano avrebbe dichiarato che non c'erano prove di una partecipazione sovietica al golpe che aveva rovesciato Daud (cfr. «Perspectiva mundial», 14 gennaio 1980).

11 A. DURET, Un nuovo corso nella politica imperialista?, in «Bandiera Rossa», 10 febbraio 1980.

12 A. JALLON, Les profits du désarmement, in «Le Monde diplomatique», août 1979.