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Lidia Cirillo - La crisi del PCI
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PCI
Le ragioni di una crisi
di Lidia Cirillo
Riproduco questo articolo, apparso quasi trent’anni fa su “Critica comunista” (, a. III, num. 11, aprile maggio 1981), perché mi sembra possa essere utile oggi per capire da quanto tempo prima della “Bolognina” fosse già possibile cogliere i segni di una crisi profonda nel più grande partito comunista dell’Occidente (a.m.)
Esiste davvero la crisi del PCI?
La tentazione di negarla si fonda su reazioni comprensibili nella situazione italiana. Sono evidenti gli elementi che dovrebbero indurre alla prudenza: lo sforzo compiaciuto della stampa borghese che spia ogni segno di malessere del maggiore partito comunista del mondo capitalistico, amplificandone propagandisticamente la portata; la verifica della forza di attrazione che i partiti tradizionali hanno continuato a esercitare sulla classe operaia, anche dopo numerose e scottanti prove per la loro linea politica; la capacità innegabile della direzione del PCI di operare svolte e correggere il tiro ogni volta che i rapporti con la base diventino precari e conflittuali.
Eppure la crisi del PCI esiste, oggi probabilmente più acuta che in altri momenti del secondo dopoguerra.
Ma, per capirne la natura e le possibili conseguenze, bisogna partire dall'acquisizione di due dati. Il primo è che la crisi del PCI è il prodotto di effetti cumulativi, di fattori recenti e lontani della vicenda del movimento operaio italiano; il secondo è che questa crisi può restare ancora molto a lungo sotto il controllo dell'apparato di partito, oppure tradursi in un lento logoramento, oppure produrre forme di organizzazione capaci di dare parziali risposte all'attuale situazione politica, apparentemente senza via d'uscita.
Queste possibilità diverse sono legate in gran parte a elementi esterni alla crisi del PCI: alla situazione internazionale, per esempio; all'ampiezza e alla durata della recessione economica; all'esistenza di canali organizzativi - interni o esterni al partito - a cui il malessere della base possa riferirsi; alla capacità che una proposta politica alternativa avrà di farsi sentire e capire.
Dire, quindi, che esiste una crisi del PCI non vuol dire affatto fare previsioni sul suo possibile esito. Significa invece avere chiari quali elementi si stiano cumulando, al suo interno e nella situazione politica nazionale e internazionale, che renderanno sempre meno facili le svolte e gli accomodamenti tattici. Significa individuare possibili dinamiche, con la consapevolezza che potranno essere contemporaneamente differenti e in direzioni opposte. Significa - soprattutto - lavorare su un'ipotesi precisa: e cioè, che in questa crisi maturino le condizioni per evitare una sconfitta del movimento operaio, forse non vicina ma certo grave.
Il Partito comunista rappresenta, infatti, il canale organizzativo in cui si è sedimentata, ha potuto fare esperienze e riflettere la parte più consistente dell'avanguardia operaia che ha condotto le lotte dalla fine degli anni Sessanta. Solo se questi settori di classe - insieme di massa e politicizzati - riusciranno a trovare una direzione e una strategia diverse, l'attuale crisi potrà risolversi, senza marcire lentamente o precipitare d'improvviso prima che il movimento operaio sia riuscito a risolvere il problema della sua prospettiva.
Ogni scetticismo sulla possibilità che questa ipotesi ha di concretizzarsi è, ovviamente, autorizzato. Ma fare politica non vuol dire partecipare a un concorso a premi sugli esiti più probabili della crisi della democrazia borghese in Italia.
Molte cose possono ancora essere decise e cambiate. Del resto, per qualsiasi settore del movimento operaio il problema principale all'ordine del giorno dovrebbe essere come evitare una sconfitta, che si delinea chiaramente all'orizzonte politico se ci si attiene a dati puramente obiettivi, se si considera immutabile l'attuale assetto delle forze politiche operaie.
La direzione del PCI si pone da anni questo problema, a suo modo e con una logica che avrà effetti opposti a quelli desiderati, ma se lo pone.
A partire dal 1974-1975, sotto il trauma della “lezione cilena”, essa ha visto con maggiore chiarezza rispetto agli anni precedenti che la crisi sociale, politica ed economica in Italia correva obiettivamente verso un confronto con lo Stato e gli equilibri politici delle classi dominanti. Il suo sforzo di decelerare la corsa, di bloccarla, di disperdere i reparti più avanzati della classe operaia, è soprattutto un disperato tentativo di salvare le istituzioni democratico-borghesi messe in pericolo da conflitti di classe troppo acuti. È per questo che il PCI è divenuto - soprattutto negli ultimi anni - uno dei principali fattori d'ordine: più realista del re, più sollecito nella repressione degli stessi apparati repressivi dello Stato, più capace degli apparati ideologici delle classi dominanti di diffondere nella classe operaia l'ideologia della rassegnazione.
Nell'area a sinistra del PCI lo scetticismo sulle possibilità di produrre una rottura a sinistra nella sua base e nel suo quadro intermedio si basa su considerazioni apparentemente realistiche e sagge, dopo le superficiali illusioni del passato. Come sarà possibile rompere un legame così saldo che nemmeno le prove più evidenti e concrete riescono a spezzare? Come sarà possibile ora che le mobilitazioni hanno perso tanto in slancio e in ampiezza, quando non lo è stato nemmeno nel mezzo di una crisi prerivoluzionaria?
La questione è - per quanto possa apparire paradossale - che l'accettazione, anche se inquieta e preoccupata, del ruolo di fattore d'ordine del PCI rappresenta, almeno in una prima fase, un segno della maturazione politica della sua base. Il rapporto tra la conflittualità sociale e la stabilità delle istituzioni democratiche è chiaro a quella parte di militanti che si pone interrogativi politici più avanzati, che cerca risposte non congiunturali alla crisi italiana. Il problema di evitare il deteriorarsi della democrazia borghese, in cui il movimento operaio trova le condizioni più favorevoli al suo sviluppo e per la sua organizzazione, è avvertito dall'avanguardia operaia più politicizzata con la medesima preoccupazione del suo gruppo dirigente.
Se l'apparato del PCI è riuscito a fare ingoiare all'avanguardia operaia più sperimentata nelle lotte del mondo capitalistico una linea di collaborazione di classe così esplicita e diretta è perché l'ha messa di fronte a una questione reale, che la sua stessa maturazione politica nel corso degli anni Sessanta le ha consentito di verificare come tale.
Ciò che nemmeno questa avanguardia può vedere (perché sfugge alla sua esperienza diretta ed è contraddetto dalle ideologie con cui riesce a venire a contatto) è che gli sforzi di evitare lo scontro non possono impedire il deteriorarsi gravissimo della democrazia borghese, la scomparsa di conquiste storiche, la destrutturazione della sua forza e, quindi, della sua capacità stessa di mantenere forme di organizzazione come quelle che l'Europa ha conosciuto nel secondo dopoguerra.
Ciò che nemmeno questa avanguardia può vedere, da sola, è la linea di condotta alternativa a quella a cui le sue direzioni la costringono.
È per questo che la conquista della parte migliore della base del PCI non può fondarsi oggi solo su rivendicazioni più avanzate, su rifiuti più netti dell'austerità e dell'attacco ai diritti democratici.
È una battaglia che si può vincere solo se ci si colloca sullo stesso terreno su cui si trovano le domande politiche e le preoccupazioni della parte più politicizzata dell'avanguardia operaia: il terreno delle soluzioni politiche complessive, del potere politico, dei rischi di sconfitta, del quadro internazionale, dei rapporti con gli Stati e le forze sociali al di fuori della situazione italiana.
Ma, soprattutto, è una battaglia che si deve vincere. La posta in gioco degli esiti delle contraddizioni del PCI non è altro che la prospettiva futura della crisi italiana. Se questa classe operaia, se questo movimento operaio non faranno un salto qualitativo di coscienza, la conclusione della vicenda italiana è drammaticamente scontata.
PICCOLO DIZIONARIO DELLE CONTRADDIZIONI DEL PCI
U come URSS
La stampa borghese ha fornito negli ultimi mesi notizie dettagliate, interviste anonime e inchieste sulle tendenze filosovietiche all'interno del Partito comunista. L'interesse materiale e l'intento ideologico - quando non si tratti di pura e semplice broda giornalistica - sono fin troppo evidenti: ricondurre le inquietudini e le resistenze della base alla linea della direzione ai soliti burattinai che l'ideologia dominante ama vedere dietro i fenomeni sociali e politici. Tuttavia, la questione dei rapporti con l'URSS può diventare a breve termine un problema reale per l'apparato del PCI e per motivi in cui l'ex-Stato guida entra solo marginalmente.
Ma facciamo un passo indietro. Il graduale allentarsi dei rapporti con Mosca ha una vicenda assai lunga alle sue spalle. È la stessa linea del Cremlino che, nel secondo dopoguerra, impone ai partiti comunisti un'alleanza stabile con i partiti della democrazia borghese. L'ingresso del PCI nel governo di ricostruzione nazionale, che consente all'apparato statale borghese di superare la crisi in cui il fascismo l'aveva gettato e di consolidarsi, non è un esempio di autonomia dallo Stato guida, ma si adegua a direttive per l'intero movimento comunista internazionale che continuano a rispondere alle esigenze diplomatiche dell'URSS in quegli anni.
È questa stessa scelta - fatta inizialmente nell'ambito della linea e dei bisogni dello Stato guida - a creare le basi per un lento distacco.
Un processo simile a quello che aveva caratterizzato la socialdemocrazia, cioè con le stesse basi materiali, comincia ad avanzare. Forme parziali di integrazione nell'apparato statale, creazione di uno strato di parlamentari, di funzionari del partito e del sindacato, che trovano spazi e privilegi nella democrazia borghese, sono gli elementi concreti che rafforzano il legame con lo Stato nazionale e rendono più scomodo e precario quello che il PCI continua a mantenere con l'URSS, cioè con un altro Stato, di un altro campo economico e militare.
Non è un caso che, nel periodo in cui l'ingresso al governo è apparso all'apparato del Partito comunista come una possibilità concreta, vi siano state le prese di posizione più filoatlantiche e antisovietiche; è evidente che la prospettiva di un'integrazione assai più profonda nell'apparato statale esige per la borghesia italiana garanzie anche sul piano internazionale.
La direzione del PCI ha potuto affrontare il problema dei suoi rapporti con l'URSS con relativa serenità per il discredito che ha trasformato il primo Stato operaio da mito a modello negativo agli occhi di settori intellettuali, giovanili e di operai radicalizzati, soprattutto dopo il 1968.
Tuttavia, difficilmente il PCI potrà regolare i conti con l'ex-Stato guida. Il problema reale è oggi molto chiaro: l'esistenza di un settore legato all'URSS da fili più saldi e diretti di quelli del complesso dell'apparato rappresenta una minaccia alla stabilità interna del partito. Il rischio non è nella forza di un punto di riferimento ideologico, ormai logoro agli occhi di larga parte della stessa base e dello stesso elettorato del PCI; il rischio è di ben altra natura.
Un'opposizione interna con una qualche forma di organizzazione potrebbe diventare - al di là delle ragioni per cui è nata - uno stimolo alle critiche della base che la direzione riesce a controllare con le sue svolte e i suoi sforzi propagandistici, ma soprattutto per la mancanza di altri punti di riferimento credibili e di canali interni in cui le critiche possano maturare e confrontarsi.
Durante e dopo 1’“unità nazionale”, il dibattito interno alla direzione è stato certamente serrato e probabilmente anche drammatico, ma la coscienza che l'emergere di divergenze in senso verticale avrebbe potuto produrre meccanismi pericolosi si è tradotta in uno sforzo di autocontrollo anche maggiore che in passato. Il medesimo autocontrollo potrebbe essere imposto a gruppi di pressione più legati alle esigenze diplomatiche dell'URSS che a quelle complessive della strategia del partito? La direzione del PCI può anche non temere i contrasti con settori dell'apparato restati in qualche modo in più diretti rapporti con lo Stato guida di un tempo o essere comunque disposta a pagarne il prezzo. Ha tutte le ragioni, invece, di essere più cauta in un momento come l'attuale, in cui troppi nodi vengono al pettine contemporaneamente.
Difficilmente potrà tornare indietro nei suoi rapporti con l'URSS, ma può pagare ogni passo avanti in termini di controllo su settori militanti della propria base.
R come Recessione
Non è certo la prima volta che il PCI è scosso dai tremiti della crisi dello stalinismo e delle prospettive del movimento comunista internazionale.
Dopo il xx Congresso del PCUS e nel corso degli anni Sessanta una serie di fenomeni ne hanno mutato la fisionomia interna, oggi certamente diversa da quella degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.
Alla metà degli anni Cinquanta, ancora prima dei fatti d'Ungheria, maturò una crisi tra gli intellettuali di sinistra che investì in pieno il PCI e lo coinvolse in una discussione sulle prospettive strategiche del movimento operaio italiano. Erano gli anni in cui Colletti invitava il partito a tornare a Marx e a Lenin e l'antistalinismo degli intellettuali di partito assumeva talvolta anche un segno di sinistra.
Nel corso degli anni Sessanta proprio nel canale organizzativo del PCI maturarono alcune condizioni della radicalizzazione giovanile del 1968: una nuova generazione più laica verso il partito, insofferente alla mancanza di dibattito interno e di prospettive, radicalizzata dalle lotte dei paesi dipendenti, creò grossi problemi alla direzione e all'apparato.
Tuttavia, si trattava di fenomeni che non toccavano il rapporto tra apparato e base proletaria. È vero che il PCI viveva anche una crisi dei suoi rapporti con la classe operaia, che apparve chiaramente dal crollo della FIOM alle elezioni della commissione interna della Fiat nel 1955; essa era il prodotto soprattutto dei licenziamenti per rappresaglia politica, che avevano allontanato dalla fabbrica i quadri più attivi, l'avanguardia operaia che aveva vissuto l'esperienza della Resistenza.
La dispersione dell'avanguardia operaia portò difficoltà organizzative e politiche gravi al PCI in fabbrica, ma gli evitò anche un bilancio della sua linea nella classe. I militanti che avevano vissuto fino in fondo l'esperienza e che avrebbero potuto tirarne conclusioni politiche smisero di essere fisicamente parte della classe operaia; anche per questo la crisi non si manifestò mai come una lacerazione tra vertice e base, come la contraddizione tra una strategia e un'esperienza ed ebbe caratteri molto diversi da quella che contrapponeva settori di intellettuali prima e di giovani poi alla linea del partito.
La mobilitazione operaia degli anni Settanta ha consentito al PCI di ricostruire le sue strutture organizzative in fabbrica, che in numerose situazioni erano ridotte a ben poca cosa per il prevalere delle forme di organizzazione territoriali e la delega al sindacato.
Per la prima volta nel secondo dopoguerra, oggi i rischi di lacerazione compaiono nel cuore della base militante, nei nuclei forti operai che hanno rappresentato la roccaforte del PCI anche negli ultimi dodici anni.
Mentre la gioventù si allontana dal movimento operaio e appare sempre più inorganizzabile, mentre gli intellettuali dissidenti nell'area di influenza del PCI subiscono dall'ideologia borghese le pressioni più significative, maturano nell'avanguardia operaia fenomeni che potrebbero essere assai più dirompenti di quelli del passato.
Le lotte di massa e la crisi di regime degli anni Settanta hanno consentito la formazione di un largo strato di avanguardia operaia che ha accumulato rapidamente conquiste, esperienze, coscienza della propria forza. La direzione del PCI si trova a dover imporre - di fronte alle esigenze della crisi economica capitalistica e della recessione - rinunce pesanti in uno spazio di tempo assai limitato e a urtarsi quindi con la tradizione recente di lotte e con la coscienza delle proprie possibilità da parte dei settori più forti della classe. Dopo la crisi dell'“unità nazionale” e la prospettiva di un ingresso al governo a breve termine, l'austerità non appare più nemmeno giustificata dalla contropartita politica che avrebbe dovuto finalizzarla al nuovo modello di sviluppo.
Naturalmente, la direzione del partito ha numerose possibilità di mistificare la propria collaborazione con l'austerità borghese: presentare le sconfitte come il prodotto di rapporti di forza deteriorati (Fiat), insettarire la base contro il PSI per risparmiare il bersaglio democristiano e indebolire l'unità operaia, ridurre il rifiuto delle stangate governative a pure e semplici battaglie parlamentari i cui risultati sono già scontati, ecc.
Tuttavia, alla parte più politicizzata della classe operaia non può sfuggire la questione di fondo. Una grande forza, una prospettiva di potere che vengono gradualmente logorate da un governo debole e incapace; un'austerità che si impone di fatto senza alcuna contropartita visibile.
T come Terremoto
Il terremoto del 23 novembre ha segnato davvero una svolta nella linea del PCI; la rottura, tuttavia, non è stata con la Democrazia cristiana ma con un'illusione coltivata dopo la riflessione sulla “lezione cilena”.
La direzione del PCI, di fronte alla crisi italiana, non era solo giunta alla conclusione che bisognava impedire che la dinamica ascendente del movimento di massa portasse a uno scontro con l'apparato statale che aveva già dato segni di inquietudine e ringhiato minacciosamente dalle bombe di Piazza Fontana in poi. Essa era anche convinta che la domanda di potere e di governo che veniva dalle masse proletarie non poteva essere soddisfatta da un «governo delle sinistre» che implicasse l'emarginazione della Democrazia cristiana. In astratto, un governo del genere non contrastava affatto con la strategia del PCI; il partito aveva fatto, in passato, della battaglia alla rendita, al parassitismo, alle strutture di potere clientelari il cavallo della sua battaglia antidemocristiana. La logica avrebbe voluto che utilizzasse la grande radicalizzazione di quegli anni per liberare la società italiana - classe operaia e capitale - dalla famelica struttura parassitaria del sistema di potere democristiano.
Concretamente, la direzione del PCI sapeva perfettamente - al di là della propaganda e dell'ideologia -- che non è possibile separare le esigenze economiche di una classe dal sistema di potere che le consente di essere politicamente dominante.
In Italia, la borghesia ha spesso dato segni di aristocratica insofferenza nei confronti della volgare associazione a delinquere a cui si riduce oggi il suo maggiore partito: il « Corriere della Sera», soprattutto nel 1974-1975, ha denunciato quotidianamente gli aspetti peggiori della realtà italiana indotti dall'egemonia democristiana sul potere politico; dopo il terremoto, un fremito di sdegno ha nuovamente traversato una stampa assai meno libera di quanto lo fosse quattro o cinque anni fa, ma ugualmente scossa da una serie di episodi di allucinante malgoverno. Tuttavia, la nausea e la spocchia dei padroni verso i propri servi ladri non cambia una virgola della realtà politica italiana: non esiste oggi altro partito e altra struttura di potere che consenta alla borghesia di governare. La candidatura del PSI al ricambio della logora e screditata DC non si è concretizzata, finora, né in un consenso elettorale, né in un rapporto capillare con settori di massa paragonabili a quelli della Democrazia cristiana. Quest'ultima ha, tra l'altro, un vantaggio di cui il PSI non potrà godere: i suoi legami ideologici e materiali con il grande apparato conservatore della Chiesa cattolica, da cui nessuna forma di potere padrona le in Italia può prescindere.
La consapevolezza di questa elementare realtà è alla base del «compromesso storico» e spiega anche i motivi per cui le preoccupazioni del PCI per le sorti della democrazia borghese si sono tradotte nello sforzo di non creare un vuoto di potere, nel sostegno e nel puntello apparentemente gratuito e autolesionista alla Democrazia cristiana.
Perché allora la svolta dopo il terremoto del 23 novembre?
Nei giorni successivi al disastro del Sud, la direzione del PCI ha visto chiaramente i rischi e i limiti della propria linea. Gli scandali, le lacerazioni interne, il discredito del partito di maggioranza relativa, la sua crisi hanno mostrato quanto sia pericoloso legare le sorti delle istituzioni democratico-borghesi alla sopravvivenza della DC.
Nessuno meglio delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio poteva verificare il vuoto di potere e la disgregazione dell'apparato di Stato nel momento in cui il bisogno di aiuti, di assistenza, di direzione era più urgente. Per alcuni giorni una forma insolita di «dualismo di potere» - i soccorritori da una parte, la camorra dall'altra - ha mostrato senza mediazioni la reale natura del sistema di potere democristiano nel Mezzogiorno.
La svolta del PCI verso la cosiddetta “alternativa democratica” è stata quindi dettata dalla necessità di indicare una direzione alternativa a quella attuale nel caso essa dovesse sfasciarsi, venire meno, lasciare le classi dominanti senza un'espressione politica adeguata. Il PCI si è quindi candidato a un nuovo governo, ha indicato una possibile alternativa alla crisi democristiana, ma non ha affatto espresso un'intenzione di lotta.
Il comunicato della sua direzione era già chiaro, anche se lo scetticismo sulla svolta poteva allora sembrare un puro e semplice processo alle intenzioni. Il senso della dichiarazione e delle successive prese di posizione, ma soprattutto la prassi, si concretizzano più in un messaggio alla borghesia che in una reale opposizione alla DC: se quest'ultima non dovesse reggere, esiste una possibilità diversa di governo.
La prova di questa affermazione è che oggi il «compromesso storico» è forse più operante che mai, perché pochi governi hanno avuto tanto bisogno dei partiti operai al loro capezzale come quello del flaccido Forlani.
Già alla svolta di fine novembre mancava quella che avrebbe dovuto essere l'indicazione operativa più ovvia: la richiesta e l'appello alla mobilitazione per la caduta del governo. Non sarebbe certo stata una battaglia sanguinosa. Impotente, incerto, attaccato dalla stessa presidenza della Repubblica, impegnato in un reciproco scaricabarile tra i partiti, il governo era in quel momento più morto che vivo, vero e proprio “zombi” in una crisi politica acutissima. Suonava involontariamente ironica la giustificazione della direzione del PCI sul vuoto che si sarebbe creato con una crisi di governo, in un momento di emergenza per il Sud e le zone terremotate.
Non solo il vuoto c'era già, di fatto, non solo erano state proprio le organizzazioni operaie a riempirlo, dimostrando di essere l'unico potere capace di rispondere ai bisogni che il terremoto aveva creato; ma, dove il potere si ricostituiva e il governo tornava a essere capace di iniziative, ciò avveniva contro il Sud e contro le esigenze dei terremotati.
Nei mesi successivi, il governo democristiano ha potuto di nuovo godere della collaborazione e dell'opposizione formale del Partito comunista. Il voto sulla legge finanziaria è stata solo l'ultima occasione; l'assenteismo nella maggioranza e la ricomparsa di franchi tiratori democristiani avrebbero messo in guai seri Forlani, se il PCI non avesse rinunciato alla battaglia degli emendamenti in cambio dell'innalzamento del tetto di spesa.
La contraddizione tra l'ipotesi astratta dell'“alternativa democratica” e la prassi concreta di “compromesso” con la Democrazia cristiana ha alla base le medesime ragioni che avevano indotto il PCI a non cercare mai, nel corso di tutti gli anni Settanta, la prova di forza con il suo avversario politico. La borghesia continua a non disporre di una direzione di ricambio e la stessa alternativa di sinistra potrebbe non esserlo affatto. All'interno della logica e della strategia del Partito comunista non esiste, dunque, una possibilità concreta di lotta alla DC che, non a caso, recupera forze proprio quando sembra più vicina al collasso. Nel 1974-1975 sembrava prossima alla fine; nel 1976 e negli anni successivi ha recuperato gran parte della sua base elettorale. Alla fine del 1980 sembrava sul punto di cedere sotto il peso degli scandali e degli effetti del terremoto; pochi mesi dopo cominciava a ricostruire le sue fortune nel Sud, con l'uso della spesa pubblica per una ricostruzione ancora clientelare e speculativa.
Questa oscillazione tra il collasso e la protervia non è il prodotto di una sua propria vitalità interna, poiché poche forme di potere politico borghese sono oggi così logore, così prive di credibilità nazionale e internazionale come quello creato dalla DC nel secondo dopoguerra. Si tratta piuttosto della risultante tra una crisi ormai cronica e le operazioni di soccorso dei partiti operai, nelle forme diverse a cui è concesso a ciascuno.
La vicenda del terremoto ha messo in evidenza con maggiore chiarezza la difficoltà del PCI a essere governo o opposizione, la sua condanna a non poter essere né l'uno né l'altra. Per essere governo, dovrebbe imporre la propria presenza con una ripresa delle lotte e una mobilitazione così massicce da spezzare le resistenze fortissime di potenti centri di potere nazionali e internazionali. Ma questo vorrebbe dire rimettere in moto quella dinamica di scontro con l'apparato statale che il PCI ha tentato di arrestare dopo il trauma della “lezione cilena”. Per essere opposizione reale e non solo parlamentare, dovrebbe respingere attacchi a esigenze vitali delle masse (l'occupazione, il salario, i diritti democratici...), chiamare alla lotta, indicare l'obiettivo della caduta del governo e, di conseguenza, le alleanze e i contenuti di un'altra possibile direzione del paese. E tornerebbe quindi, per altra strada, allo stesso nodo irrisolto che gli impedisce di essere governo.
Si può ben dire, con le parole di un suo dirigente, che il PCI è «alla metà del guado », ma il rischio è che stia guadando una palude, in cui può affondare piuttosto che andare avanti o tornare indietro.
T come Terrorismo
Non c'interessa ora esaminare la linea del PCI sul problema del terrorismo; essa ha ragioni semplici, che sarebbero però tutt'altro che semplici da spiegare.
Ciò che importa è che l'atteggiamento della sua direzione (per esempio verso l'affare D'Urso) può chiarire meglio l'impasse pericolosa della strategia riformista in Italia. Durante la prigionia del magistrato e nelle settimane successive il PCI non ha mai smesso di polemizzare contro l'atteggiamento «meschino e imbelle» del governo Forlani, di accusare Craxi di essere un obiettivo fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Nei giorni successivi si è spinto fino a chiedere le dimissioni di un ministro che non aveva osato chiedere nemmeno nei giorni terribili del terremoto, quando fu chiaro che il clientelismo democristiano aveva provocato una strage da fare impallidire tutte le imprese terroriste messe insieme.
Le ragioni di tanta insolita fermezza contro il governo non risalivano solo alle preoccupazioni dell'apparato del PCI di agire come fattore d'ordine nella crisi politica delle istituzioni democratico-borghesi. C'era anche dell'altro. Al gruppo dirigente veniva offerta l'occasione di alzare la voce contro Forlani, di apparire una reale opposizione al governo sulla tematica meno pericolosa per i suoi rapporti con il movimento operaio da una parte, con la borghesia dall'altra.
La svolta di novembre aveva, in realtà, anche un'altra ragione oltre quella di indicare una possibilità diversa di governo di fronte alla crisi democristiana. Essa era anche una risposta allo sdegno della base e dell'elettorato del PCI, di un'area vastissima di opinione pubblica, dinanzi alle immagini dello scempio provocato dalla speculazione edilizia, dai governi democristiani nazionali e locali. Già lo scandalo dei petroli aveva sollevato la «questione morale» e costretto il PCI a prendere le distanze da Andreotti, il suo interlocutore privilegiato da anni, l'uomo che avrebbe incarnato l'anima democratica del partito borghese di maggioranza.
Dopo il terremoto prendere le distanze dall'intera DC, dalla DC in quanto partito e sistema di potere, diventava un'esigenza vitale per i rapporti con la propria base, l'elettorato, le masse meridionali. Ma prendere le distanze voleva dire, necessariamente, anche sottolineare un ruolo di oppositore senza, tuttavia, la possibilità concreta di giocarlo davvero. La direzione del PCI sa per esperienza che nella situazione italiana anche solo alzare la voce oltre un certo tono può diventare pericoloso, stimolare lotte, anticipare o rafforzare risposte di massa.
La tematica del terrorismo consente, invece, un'opposizione a buon mercato: è un argomento su cui la masse non hanno oggi alcuna possibilità di intervento attivo, che non mette in moto alcuna dinamica di mobilitazione per la difesa di bisogni concreti; è un argomento che passivizza, disorienta, intimidisce la classe operaia e la base militante del partito. Contemporaneamente, agli occhi delle classi e degli apparati dominanti, l'opposizione appare giustificata dai motivi d'ordine su cui la direzione del PCI non è mai paga di accumulare meriti.
Ma la fermezza forcaiola contro il terrorismo - che ha giustificato la licenza di uccidere della polizia garantita della legge Reale, le misure speciali di Cossiga, il lager dell'Asinara, la galera senza prove né processi e i meccanismi inquisitori messi in moto sui terroristi pentiti - comincia a dare i suoi frutti marci.
La petizione popolare fascista per la pena di morte ai terroristi ha lambito probabilmente anche la base del PCI. Non esistono ragioni per ritenere una pura e semplice calunnia ciò che la stampa ha scritto sulle reazioni alla petizione del MSI in alcuni settori dell'area influenzata dal Partito comunista. La logica della petizione non è sostanzialmente diversa da quella che la sua direzione ha proposto come rimedio al terrorismo: l'intensificazione della repressione, il rafforzamento dei poteri dell'apparato statale, la possibilità di esecuzioni sommarie se il bene supremo della sicurezza dello Stato (di questo Stato) lo richiede.
Ma, d'altra parte, nei settori più politicizzati e maturi del partito cominciano a nascere preoccupazioni, dubbi e interrogativi sull'atteggiamento del gruppo dirigente nei confronti del rapporto tra terrorismo e repressione. E si tratta di interrogativi che si sommano a quelli sulla questione del governo, del rapporto con la DC, di un'austerità di qualità nuova che, con gli episodi della Fiat e della Montedison, ha già dato due duri colpi alla capacità della classe di essere il soggetto e il punto di riferimento di una soluzione positiva alla crisi italiana.
Il nodo delle contraddizioni
L'elenco degli elementi di crisi presenti nel PCI potrebbe continuare ancora a lungo, ma l'obiettivo di questo articolo era assai più modesto che non quello di un'analisi compiuta dei fenomeni interni al maggiore partito operaio, delle origini e degli effetti della sua attuale crisi. Questa analisi potrà piuttosto risultare dall'insieme di riflessioni che «Critica Comunista» ha intenzione di continuare nei prossimi numeri e che ha già cominciato nei precedenti. L'ipotesi di lavoro ovviamente esiste e ogni esame di aspetti diversi della realtà del PCI ci riconduce ad essa.
Se ognuna delle contraddizioni a cui ci siamo riferiti - in questo e in altri articoli - viene srotolata fino al fondo del gomitolo, alla fine si trova invariabilmente il medesimo problema: non esiste alcuna soluzione favorevole alla classe operaia della crisi italiana che non comporti, prima o poi, un confronto con l'apparato dello Stato.
Prendiamo la crisi economica e i suoi effetti sui settori più forti della classe operaia. La posta in gioco dello scontro che è cominciato alla Fiat, è continuato alla Montedison e vedrà moltiplicarsi episodi della stessa natura, va ben oltre il posto di lavoro di decine e centinaia di migliaia di lavoratori.
Le esigenze di concorrenzialità delle merci italiane impongono una drastica riduzione della forza-lavoro occupata, che è anche la condizione per estendere i processi di ristrutturazione di cui il capitalismo occidentale ha bisogno per reggere il confronto con quello giapponese e tentare di trovare un nuovo equilibrio. La parte più forte e organizzata della classe operaia era riuscita a uscire indenne dalla crisi del 1974-1975: il padronato non poté far funzionare le leggi del mercato e poche altre volte emersero con tanta chiarezza i rapporti sociali che si celano dietro la loro apparente obiettività.
All'approssimarsi della recessione degli anni Ottanta, la borghesia italiana ha visto ridursi i propri margini di compromesso con la classe operaia, che ha dovuto colpire con maggior forza per reggere a una concorrenza più agguerrita e assicurarsi un posto nella riorganizzazione internazionale.
I licenziamenti - anche nella loro forma attuale, in cui ancora pesano i rapporti di forza sociali e politici consolidatisi nel corso degli anni Settanta - non sono solo perdita di un'acquisizione, sconfitta, demoralizzazione. Essi disperdono i settori più avanzati dell'avanguardia operaia, con un processo analogo a quello che vide i quadri del PCI e del PSI espulsi dalle fabbriche nel secondo dopoguerra e con l'aggravante che non sono davanti a noi venti anni di sviluppo economico ininterrotto. Essi sono anche un primo passo decisivo verso l'obiettivo di una profonda disarticolazione della forza e dei livelli di aggregazione operai, che tutto il capitalismo persegue dopo l'esperienza iniziata nella seconda metà degli anni Sessanta.
A questa realtà il PCI risponde semplicemente prendendone atto; non c'è più nulla nella sua linea nemmeno di letterariamente diverso da ciò che corrisponde alle esigenze obiettive del capitalismo. Nel caso della vicenda Fiat, l'opposizione ai licenziamenti, le proteste, l'appoggio alla lotta che la direzione del PCI non ha potuto fare a meno di esprimere non si sono accompagnati né a proposte né a una prassi coerente, capaci di battere le minacce che si addensavano sul più forte reparto della classe operaia. Nel corso della lotta, è stato evidente che ognuna delle due parti - Fiat e classe operaia torinese - tendeva a mettere sul proprio piatto della bilancia nuove forze per vincere la partita e che esistevano tutte le premesse per una generalizzazione dello scontro. È stata probabilmente la paura di questa dinamica a giocare un ruolo decisivo nell'atteggiamento della burocrazia sindacale.
Un'opposizione reale ai licenziamenti avrebbe dovuto concretizzarsi, prima di tutto, in una battaglia nazionale e unificata per liquidare la figura del lavoratore «esuberante» in maniera opposta a quella del padronato - diminuendo l'orario invece che la forza lavoro -; in secondo luogo, nel rifiuto di usare come criterio e valore assoluto le categorie di produttività, competitività, ecc., che fanno inevitabilmente pendere la bilancia dalla parte del padrone. Ma una linea del genere vuol dire oggi andare contro e mettere in pericolo esigenze vitali della borghesia italiana, innescare una dinamica di scontro, essere disposti a livelli altissimi di conflittualità.
E il terremoto? Una ricostruzione su basi diverse da quelle che sono all'origine della catastrofe è impossibile se non si rimettono in discussione lo stesso governo centrale, le sue scelte, la sua logica. Di fronte al vuoto e alla disgregazione dei giorni del terremoto, al PCI non restavano, in ultima analisi, che due strade: puntellare il vecchio potere, come concretamente ha fatto; candidare se stesso e l'intero movimento operaio ad un nuovo potere, come ha accuratamente evitato di fare. Una scelta del genere avrebbe messo in moto le forze, i poteri, le trame che i partiti operai temono senza combattere.
Tuttavia, deve essere chiaro che l'intero proletariato, le organizzazioni politiche e sindacali della classe, le stesse istituzioni democratico-borghesi pagheranno un prezzo altissimo a tanta apparente prudenza.
Cedere di fronte ai licenziamenti vuol dire preparare la sconfitta politica che i nuclei operai più forti erano riusciti a ostacolare, malgrado le difficoltà degli ultimi anni; cedere nel Sud vuol dire vedere il sistema di potere democristiano rafforzato e armato dal suo più stretto rapporto con la camorra; cedere sui diritti democratici vuol dire preparare il cappio in cui si potrebbe essere prima o poi costretti a infilare il collo.
La verità, di fronte a cui il PCI e le forze politiche operaie chiudono gli occhi, è che la democrazia borghese italiana è da un pezzo gravida di una rivoluzione a cui essi non vogliono fare da levatrice e che rischia di crepare insieme al grembo che la porta.
Questo discorso dovrà cominciare a entrare nel dibattito e nella riflessione dell'avanguardia operaia, almeno sotto la forma di interrogativi. È stato giusto escludere il processo rivoluzionario dall'orizzonte del movimento operaio? Le contraddizioni e la crisi della società italiana non riconducono invece di continuo a questa possibilità?