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Togliatti segretario del Comintern

Archivio Critica comunista e Bandiera rossa · pubblicato il 6 settembre 2009 · 45 min di lettura

Il ruolo di Togliatti nel cruciale decennio 1934-1944

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TOGLIATTI SEGRETARIO DEL COMINTERN

Questo articolo è uscito sul n. 12/13 di “Critica comunista”, giugno-settembre 1981, ed è poi diventato il Capitolo I della Parte III (Il contesto internazionale) del libro: ANTONIO MOSCATO, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Piero Lacaita editore, Manduria- Bari-Roma, 1988. Ha quasi trenta anni, ma torna di attualità in un periodo in cui su “Liberazione” si riscopre Togliatti e perfino la difesa del Patto Ribbentrop Molotov… (a.m. 6/9/2009)

L'ultimo libro della lunga serie dedicata da Paolo Spriano alla storia del movimento operaio italiano e del Partito comunista affronta il periodo 1935 -1944, in cui Togliatti fu associato al ristretto vertice del Comintern contribuendo in misura notevole alla elaborazione della sua strategia e alla concretizzazione delle sue scelte tattiche1. Un periodo difficile, complesso, scomodo, su cui in genere gli scritti agiografici sorvolano disinvoltamente. Da qui l'interesse intrinseco del libro, accresciuto senza dubbio dalla collocazione di Spriano, che del PCI non è solo uno degli storici più prestigiosi, ma è anche membro del suo Comitato centrale.

Paolo Spriano, certamente, non è lo «storico ufficiale» del PCI, dato che questo partito ha sottolineato in più occasioni negli ultimi anni di voler escludere un'ingerenza diretta nell'attività culturale, compresa quella storica, dei suoi militanti. Lo ha ricordato lo stesso Giorgio Amendola nell'introduzione alla sua Storia del PCI, di fatto e a volte anche esplicitamente in polemica con quella, ben più ampia e rigorosa, dello stesso Spriano. Tuttavia molte delle ammissioni significative e delle considerazioni polemiche che si incontrano nelle pagine di questo libro acquistano un significato ben diverso, agli occhi di un militante comunista, quando vengono da uno storico che è anche un dirigente del partito e sono pubblicate dalla casa editrice ufficiale del PCI.

Così, pur non apportando contributi sensazionali e non aggiungendo molto a quanto già si conosceva, se non su punti marginali, il libro finisce per avere un interesse notevole perché contribuisce alla ricostruzione di un periodo della storia dell'Internazionale comunista a partire da fonti interne (gli archivi del PCI e, sia pure in piccola parte, quelli della stessa IC)2,

Al libro, per giunta, giova di essere stato concepito originariamente come ampia introduzione al volume IV delle Opere di Palmiro Togliatti: se presentare come opera sostanzialmente nuova un testo a cui sono state aggiunte solo poche pagine e da cui non sono state sempre eliminate neppure le frasi più specificamente connesse alla presentazione degli scritti di Togliatti è una scorrettezza editoriale, ciò tuttavia ha facilitato una trattazione sistematica, più per problemi che rigorosamente cronologica, agganciata al dato concreto dei principali articoli e discorsi del dirigente dell'IC.

La prima parte del volume è dedicata alle premesse del VII Congresso dell'IC, e allo specifico ruolo di Togliatti «Ercoli» nel preparare la svolta dal socialfascismo ai Fronti popolari. Qua e là traspare un tono apologetico, che finisce per forzare gli stessi fatti riportati fino a ricavarne una lucidità e una originalità di Togliatti che è largamente contraddetta dai testi pubblicati nel IV volume delle Opere. In particolare Spriano avalla i tentativi di presentare Togliatti come un precursore della ripresa della politica di fronte unico dopo la sconfitta tedesca, che erano contenuti nell'introduzione al III volume delle Opere (1929-1935) curato da Ernesto Ragionieri, che a tale scopo stiracchiava qualche mezza frase, qualche sfumatura quasi impercettibile nei suoi articoli e discorsi del 1933-1934, fino a ricavarne un' anticipazione della futura linea e una dissociazione dalla vecchia3. Ma per ogni frase ambigua e «problematica» riportata da Ragioneri, la semplice consultazione del contesto in cui era inserita fornisce decine di frasi volgarmente allineate con i peggiori luoghi comuni del «terzo periodo». Sicché, l'operazione di recupero di un Togliatti a disagio nel periodo estremista e quindi proteso a modificare la linea del Comintern si riduce nel migliore dei casi a qualche notazione psicologica sulla maggiore produttività di «Ercoli» negli anni dei Fronti popolari rispetto a quelli precedenti, in cui pure, purtroppo, si era guardato bene dal tacere4.
Togliatti, come è noto, era stato buchariniano fino al dicembre 1928. Tuttavia, fin dal luglio di quell'anno, sentendo arrivare l'uragano su Bucharin, aveva preferito defilarsi da Mosca, lasciando Angelo Tasca come rappresentante del PCd'l presso il Comintern5. Tasca aveva continuato a ritenersi spalleggiato dal CC del suo partito e da Togliatti, che ancora a metà dicembre gli aveva scritto approvandone il comportamento sulla «questione tedesca» innescata dal caso Wittorf-Thalmann6. In realtà, Togliatti stava preparando il suo sganciamento definitivo da Bucharin e da Tasca con un cinismo incredibile. Aveva annunciato a Tasca di aver concordato con l'inviato dell'IC, Manuilskij, due diversi testi del CC sulla questione tedesca: una risoluzione pubblica, con concessioni a Stalin, e un documento riservato, indirizzato alla direzione del partito russo, in cui sarebbero state espresse severe critiche al regime interno del PC tedesco e della stessa IC. Tuttavia, a Mosca arrivò il testo ufficiale (sempre che quello riservato sia mai stato scritto!) e Tasca si trovò isolato dal suo partito in uno scontro con Stalin estremamente aspro (Tasca, tra l'altro, tra lo stupore generale, osò interrompere a gran voce Stalin mentre stava pronunciando la sua requisitoria contro «l'opportunismo poltrone» di Humbert-Droz e dello stesso Tasca, nel corso della riunione del Presidium dell'IC del 19 dicembre 1928)7. Togliatti doveva rapidamente passare dal doppio gioco e dalla reticenza a una dissociazione esplicita e volgare da Tasca: già il 2 marzo 1929, in un rapporto al CC del PCd'I, «Ercoli» proponeva di «sconfessare, condannare senza alcuna esitazione e senza alcuna riserva di nessun genere il compagno Serra» (Tasca), che veniva colmato di invettive, soprattutto per aver sposato le concezioni buchariniane sull'URSS. Togliatti si premuniva dal rischio di essere coinvolto nella caduta di Bucharin dal continuo richiamo di Tasca al passato consenso per il suo operato, affermando che «il metodo di servirsi con ampiezza di nostre citazioni, in un tentativo infantile di porci in contraddizione con noi stessi», si basa sull'utilizzazione di alcune «verità elementari» che in Tasca «non rappresentano altro che il materiale sotto al quale egli cerca di nascondere il cane putrido del suo pensiero opportunista, del suo pensiero che non collima in niente con il nostro, del suo pensiero nel quale le direttive attuali dell'Internazionale vengono negate e rivedute».
Non a caso, subito dopo, Togliatti aggiungeva: «noi dobbiamo riconoscere che la definizione che il compagno Stalin ha dato di Serra, affermando che egli è un opportunista ipocrita, corrisponde del tutto alla verità»8.
Da allora Togliatti non avrebbe mai dimenticato di sottolineare il suo totale accordo con qualsiasi affermazione di Stalin. Si potrebbe ricavare agevolmente un'antologia degli orrori dagli scritti di Togliatti del terzo periodo: si potrebbe spaziare dal plauso incondizionato per l'espulsione di Trotskij, «fornitore di letteratura antisovietista alla stampa fascista internazionale» e sostenuto da «insignificanti gruppi di opposizione che vivono degli escrementi della Internazionale comunista»9, alle ripetute affermazioni sull'impossibilità di una vittoria nazista in Germania, grazie alla giusta politica della KPD e alla faccia dello «schiamazzo disfattista dei trotskisti» (dovuto al fatto che Trotskij, nel settembre 1932, confondeva «l'inizio con la fine della rivoluzione»)10.
Sulla Germania, in particolare, la cecità indotta nel sofisticato Ercoli dal totale allineamento a Stalin risalta ancor più se messa a confronto con gli scritti di Trotskij con cui sistematicamente polemizza (senza rinunciare mai a deformarne grottescamente le reali posizioni, con uno stile che il «raffinato intellettuale» Palmiro Togliatti conservò per tutta la vita)11.
D'altra parte lo stesso Spriano, pur affermando (senza documentarlo) che, rispetto agli errori del terzo periodo, «Togliatti farà buon uso dell'autocritica»12, finisce per ammettere altrove che in realtà tutta l'opera del dirigente italiano nel periodo staliniano è indistinguibile da quella del Partito comunista sovietico, con cui esisteva un «legame di ferro» («questa era la nostra parte, questa era la nostra bandiera, questa era la nostra vita», dirà lo stesso Togliatti nel 1956, quando recalcitrò più di altri dirigenti comunisti di fronte alla «destalinizzazione» kruscioviana). Con una formulazione degna del migliore stile togliattiano (quel «levigare la verità jusqu'à l'effacer», di cui aveva parlato Tasca, commentando la risoluzione del dicembre 1928 già ricordata) Spriano afferma infatti:
In altri termini, una lettura della sua azione politica di questo decennio che privilegiasse la ricerca delle novità di una elaborazione dottrinale, lungo la grande linea storica togliattiana del rapporto tra democrazia e socialismo, sarebbe una lettura non solo partigiana ma monca, ché si verrebbe a perderne la sostanza decisiva, data dall'impegno di una lotta senza quartiere e a smarrire persino, all'interno di un contesto siffatto, il tipo di iniziativa e di riflessione personale che Togliatti porta avanti, pur adeguandosi ad ogni piega, ad ogni zig-zag della situazione, a ogni svolta della politica estera sovietica, alla necessità di adattamento ad essa dell'intero movimento comunista internazionale13.

Così la «riflessione personale» di Togliatti, su cui tanto aveva insistito Ragionieri, finisce per risultare assolutamente non documentata, se non dalle ripetute testimonianze (da Tito a Humbert-Droz, a Ernest Fischer) che descrivono un Togliatti lucido e disincantato, dietro i cui occhiali balenava a volte un lampo che rivelava un distacco intellettuale dalle squallide idiozie che erano volta a volta accreditate come la verità ufficiale. Valga, per tutte, la testimonianza di Tito:

Si trattava di un'intelligenza rara. Guardava a tutto in modo singolare, indagatore. Scrutava anche me in questo modo mentre, seduto di fronte a lui dall'altra parte del tavolo, parlavamo. Parlava con una certa dose di ritegno ma anche con una blanda forma di ironia14.

Ma subito dopo Tito precisa che «in realtà, più tardi, mi accorsi che intorno a noi c'erano numerosi agenti che seguivano tutti, sicché quella sua riservatezza era ben motivata». Così, in definitiva, queste testimonianze su una «rara intelligenza», che commentava con «blanda ironia» (e tantissima prudenza!) il terribile mondo in cui era inserito, finiscono per essere un'aggravante, una volta messe a confronto con quel che poi Togliatti scriveva in quegli anni.

Uno dei temi su cui, anche secondo Spriano, Togliatti avrebbe dato un contributo importante ed originale all'elaborazione dell’IC sarebbe quello della natura del fascismo. Il testo fondamentale sarebbero le Lezioni sul fascismo tenute alla scuola dell'Internazionale a Mosca nel gennaio 1935, nel quadro di un Corso sugli avversari dedicato a fascisti, socialisti massimalisti, repubblicani e anarchici, messi ancora elegantemente sullo stesso piano. La grande novità sarebbe la scoperta del fascismo come «regime reazionario di massa»:

Il fascismo non significa soltanto la lotta contro la democrazia borghese, noi non possiamo adoperare questa espressione soltanto quando siamo in presenza di questa lotta. Dobbiamo adoperarla soltanto allorquando la lotta contro la classe operaia si sviluppa su una nuova base di massa con carattere piccolo-borghese15.
Ci sembra incredibile che Spriano dimentichi che siamo nel 1935 e che questa banalissima osservazione arriva quindi ben due anni dopo la vittoria di Hitler, e per giunta senza un'ombra di autocritica o di ammissione parziale della correzione di tiro, ribadendo anzi indirettamente una delle più grossolane sciocchezze del «terzo periodo»: per attaccare Trotskij, infatti, Ercoli lo accusa ancora di confondere fascismo con bonapartismo, perché aveva definito il governo Brüning bonapartista. Così, anziché correggere il grave abbaglio della KPD e dell'IC, che avevano etichettato come fascisti i governi borghesi che avevano preceduto Hitler (attenuando quindi la lotta contro il nazismo, che non avrebbe rappresentato un salto di qualità rispetto a un regime già «fascistizzato»), Ercoli, ancora nel 1935 e proprio mentre recuperava parzialmente un'analisi del fascismo che era stata di Gramsci oltre che di Trotskij, riproponeva ai suoi fiduciosi discepoli una nuova versione della vecchia mistificazione. Naturalmente, poi, alla radice della concezione attribuita a Trotskij Togliatti scorge «il disconoscimento della definizione del fascismo come dittatura della borghesia»16.
La grossolana calunnia nei confronti di Trotskij è tutt'altro che marginale e casuale: già nel marzo del 1933, in una riunione di UP del PCI, Togliatti aveva commentato l'appello al Fronte unico lanciato dall'IC il 3 marzo osservando che si potevano fare due errori: «dire che è una nuova linea e quindi cadere nella posizione dei trotskisti; dire che non vi è niente di nuovo e quindi non comprendere l'importanza della cosa»17. A questo «giusto mezzo», che di fatto esclude non solo reali autocritiche, ma persino una adeguata argomentazione delle ragioni di ciascuna «svolta», Togliatti si atterrà certamente, evitando più di qualsiasi altra cosa di ammettere che, sia pure in qualche minima parte, si accoglieva una delle critiche dell’opposizione, di cui non rinuncerà mai a falsificare le reali posizioni.
D'altra parte, per due ragioni diverse, il rilancio del fronte unico, dopo anni di identificazione della socialdemocrazia («socialfascismo») come «nemico principale», non era effettivamente se non in minima parte una riscoperta della tattica elaborata al III e IV Congresso dell’IC e riproposta per anni con tenacia da Trotskij e dall'Opposizione di sinistra. Da un lato, anche negli appelli del 1933 e 1934 rimane larga traccia dell'impostazione del terzo periodo, con la riproposizione di una nuova variante del «fronte unico dal basso» a fini di «smascheramento»; dall'altra, nelle prime timide concretizzazioni italiane compare immediatamente un «allargamento» a forze non proletarie, sia pur concepito in termini di «manovra»18.
La definizione della socialdemocrazia come «socialfascismo» sarà d'altra parte dura a morire e riaffiorerà nelle pagine di Togliatti più volte in varie occasioni, e con nuove sfumature: ad esempio, durante la prima «offensiva per il fronte unico», nel maggio 1933, si affermava tranquillamente che la posizione del principale esponente socialista, Pietro Nenni, era «come sempre, la più favorevole al fascismo» e si concludeva anzi: «la linea politica di Nenni è chiara: è contro il fronte unico. Essa è la linea del fascismo e di Mussolini in seno al movimento operaio»19.
D'altra parte, anche senza andare a riprendere le frasi infuocate con cui Togliatti nel 1940 bollerà sulle «Lettere di Spartaco» i «socialisti traditori e vili», accusandoli di presentare la guerra «come una guerra per la libertà e contro il fascismo», vale la pena di ricordare che perfino subito dopo il VII Congresso dell'IC Manuilskij (che insieme a Togliatti era il più stretto collaboratore di Dimitrov nella direzione del Comintern) ribadì la validità dell'affermazione di Stalin secondo la quale «il fascismo e la socialdemo­crazia non sono antitetici ma gemelli»20. Lo stesso Manuilskij, in una nota riportata da Togliatti senza alcun commento in appendice a una sua lettera a Giuseppe Dozza, aveva detto esplicitamente, nel gennaio 1936, che in Italia il problema del fronte unico si poneva «diversamente che in tutti gli altri paesi. Non coi socialisti ma coi fascisti»21.
L'insistenza di Togliatti e del PCd'I su una tattica di penetrazione nei sindacati fascisti e nelle altre organizzazioni di massa del regime fascista era ben nota. A più riprese, tra l'altro, aveva raccomandato la stessa tattica ai comunisti tedeschi, già prima della vittoria di Hitler22. Tuttavia è evidente che qui si tratta di qualcosa di diverso da una tattica per utilizzare gli spazi esistenti nelle uniche organizzazioni di massa legalmente esistenti.
Spriano, che aveva già ricostruito esaurientemente nel terzo volume della sua Storia del partito comunista italiano il dibattito che si intrecciò intorno al famoso appello ai «fratelli in camicia nera» (dibattito molto aspro con le altre forze antifasciste, ma non senza strascichi all'interno dello stesso partito)23, ritorna ora sull'argomento utilizzando nuovo materiale, come la lettera a Dozza già citata, in cui, oltre al consiglio di Manuilskij, lo stesso Ercoli suggeriva senza mezzi termini: «Politicamente puntare verso organizzazioni fasciste, quadri fascisti, ecc. Se in una fabbrica 80% fascisti passivi e 15% fascisti convinti, puntare su 15% e fare lì una breccia. Problema successione non attuale»24.
Naturalmente, lo scopo era quello di far nascere un'opposizione dall'interno del fascismo alla guerra di Etiopia. Ma i mezzi scelti erano senz'altro scandalosi, e soprattutto inutili o controproducenti. Da un lato si provocava inevitabilmente all'interno dello schieramento antifascista una nuova frattura, una nuova ondata di diffidenza verso i comunisti; dall'altro, non si scalfiva neppure lontanamente la forza del fascismo, a cui al contrario si dava una credenziale di movimento popolare e di cui si rispolverava il dimenticato «programma del 1919», un miserabile pastone demagogico a cui si attribuiva grottescamente una persistente validità. I nemici non sono più il fascismo e neppure il capitalismo, ma i «magnati» e «pescecani», che vengono indicati nome per nome (neppure una ventina tra industriali e agrari appartenenti alla vecchia nobiltà), mentre non c'è il minimo attacco a Mussolini (che viene citato solo per un suo scritto demagogico del 1919 con il quale i firmatari dell'appello dicono di essere stati d'accordo allora e di esserlo ancora!)25.
Spriano riconduce questo testo, che non fu scritto da Togliatti ma ebbe la sua firma insieme a quelle di decine di dirigenti comunisti (il testo era rivolto «al popolo italiano», ma non dal PCd'I in quanto tale, bensì da decine di quadri comunisti dell'emigrazione), a una «matrice francese», rilevando le molte analogie con gli appelli ai cattolici e alle stesse Croix-de-feu rivolti nello stesso periodo da Thorez26. Tuttavia, lo stesso Spriano, ricordando la nota di Manuilskij, non può nascondere la vera ispirazione di questa politica, che ha origine a Mosca e non a Parigi. Casomai (e anche questo si trova nel libro di Spriano, sia pure con le consuete sfumature che ne attenuano il significato, soprattutto di fronte a chi già non conosce bene l’argomento), si può pensare a una specificità italiana per un. particolare interesse della burocrazia sovietica a mantenere buoni rapporti col fascismo. In varie occasioni i comunisti italiani avevano avuto sgradevoli sorprese su questo terreno (nel 1929 Tasca, ad esempio, scoprì che la stampa russa salutava la presenza ad Odessa del «quadrumviro» Italo Balbo, uno dei più feroci massacratori di proletari, come il «magnifico capo generale Balbo»)27 e certo Togliatti era perfettamente al corrente delle concessioni fatte dall'URSS a Mussolini anche durante la guerra di Etiopia. Giuliano Procacci, uno storico anch'esso militante e dirigente del PCI, ha documentato, in un recente volume di grande interesse sull'atteggiamento delle internazionali operaie di fronte alla guerra di Etiopia, che l'URSS continuò tranquillamente a rifornire di petrolio durante la guerra l'Italia (a cui assicurava il 22% del fabbisogno nazionale).
In questo contesto non stupiscono le fumose teorizzazioni del Comintern sull'insufficienza delle sanzioni («ci vogliono le sanzioni proletarie»), o quelle ben più esplicite di Manuilskij («immaginate che gli Stati borghesi non applichino a fondo le sanzioni e che il solo Stato che segue il consiglio della II Internazionale sia l'URSS. Chi ci guadagna? Gli Stati capitalisti che hanno mantenuto rapporti con l'Italia. Chi ci perde? Non l'Italia, ma l'URSS»)28. Si tratta della stessa logica con cui i dirigenti socialdemocratici tedeschi escludevano la possibilità di uno sciopero contro la guerra nel 1914, sostenendo che così si sarebbe rafforzato l'orso russo, che avrebbe esteso l'autocrazia zarista distruggendo le conquiste del movimento operaio tedesco.
Appare così evidente perché un Togliatti, la cui identificazione con «il punto di vista dell'URSS» è sempre totale, mantenga nel periodo della guerra di Etiopia atteggiamenti a volte estremamente ambigui (mettendo, ad esempio, sullo stesso piano di pericolosità l'imperialismo italiano che ha già scatenato la guerra e quello britannico, accusato, naturalmente non a torto, di nutrire un sospetto amore per l'indipendenza dell’Abissinia). Lo stesso Spriano osserva che «in questo scorcio drammatico gli interventi di Ercoli riflettono puntualmente l'orientamento dell'Esecutivo dell'IC. Vi si riscontrano tutte le esitazioni e i distinguo che abbiamo già rintracciato nella condotta del Comintern»29.

Non stupisce, così, neppure che la rivista ufficiale del PCI, «Lo Stato Operaio», scriva in un editoriale del maggio 1936 dedicato alla conquista di Addis Abeba:

I nostri soldati, le camicie nere, si sono battuti con coraggio, hanno affrontato sacrifici grandissimi, hanno sofferto la sete e la fame, hanno compiuto uno sforzo che dimostra l'alta capacità di abnegazione e di resistenza del nostro popolo magnifico. È vero: i soldati e le camicie nere hanno combattuto per una causa ingiusta. Sono stati ingannati [...] Essi hanno creduto di combattere per fare grande, forte e felice il loro paese; e dietro questo mirabile ideale, per il quale val bene la pena di spendere anche la vita, migliaia di nostri fratelli sono morti e migliaia sono rimasti storpiati e ammalati per sempre30.

L'obiettivo è naturalmente quello di alimentare un presumibile malcontento delle «nostre» camicie nere, per spingerle a richiedere che i profittatori di guerra ne paghino le spese... Ma, intanto, quale inquietante adattamento alla mentalità sciovinista, che disinvoltura nell'identificarsi col «mirabile ideale» di far «grande e forte» il paese! Lo stesso Togliatti, pochi mesi dopo, dovrà intervenire in modo garbato per arginare gli «eccessi» di alcuni membri dell'UP, tra cui Mario Montagnana, «uno dei più autorevoli e vicini a Togliatti» (di cui era anche cognato). Montagnana, infatti, era arrivato a sostenere senza mezzi termini:

Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che non ci proponiamo di abbattere il fascismo: i rapporti di forza attuali non ci consentono l'adozione di questa parola d'ordine. Il programma fascista nel 1919 che noi vogliamo adottare presuppone l'esistenza del fascismo e non il suo abbattimento […]. Dopo la vittoria militare in Abissinia, in Italia non si crede più all'abbattimento immediato del fascismo. Il nostro obiettivo attuale, che noi certo modificheremo domani, sono le libertà democratiche in regime fascista. Vogliamo oggi migliorare il fascismo perché non possiamo fare di più: libertà, pace, un salario migliore: ecco ciò che noi dobbiamo continuare a perseguire31.
Questo, si badi, veniva affermato in una sessione del CC del settembre 1936, quando cioè era già divampata la guerra civile spagnola! La blanda correzione di Togliatti, in un colloquio avuto a Mosca nel gennaio e febbraio 1937, non riguardava, d'altra parte, che aspetti di forma, tranne per un punto: introduceva già l'idea, che non abbandonerà più, che in Italia è all'ordine del giorno ancora una volta una rivoluzione democratico-borghese (è vero che c'è già stata, osserva Togliatti, ma il fascismo ha riportato indietro l'Italia, e quindi i «problemi già risolti vanno risolti di nuovo»)32.
È difficile accertare in quale misura queste accentuazioni distensive verso il fascismo fossero suggerite dalla consapevolezza del grande interesse della diplomazia sovietica nei confronti dell'Italia, che ci si illudeva di poter staccare dalla Germania nazista. Quel che è invece chiarissimo è quale concezione del «fronte unico» avessero Togliatti e Manuilskij: da un lato, priva di qualsiasi connotazione di classe, dall'altro sempre finalizzata a una manovra contingente33. In queste operazioni «tattiche» (per il momento senza seguito concreto) sono già contenuti gli elementi essenziali che porteranno negli anni successivi i partiti formatisi nel Comintern alle più incredibili alleanze, come quella con Batista a Cuba (o anche, meno clamorosamente, ma non meno scandalosamente, alla partecipazione dei comunisti francesi alla repressione delle mobilitazioni indipendentiste in Algeria o in Madagascar durante la loro permanenza al governo).
Non a caso, su un solo punto pare che effettivamente Togliatti sia stato un «precursore lungimirante»: l'estensione dei Fronti popolari ai radicali e ad altre forze borghesi, sul cui programma veniva ricalcato il programma comune. Pare ormai accertato che, all'interno della troika dei massimi dirigenti del Comintern, Togliatti sia stato il più calorosamente propenso all'estensione del Fronte popolare ai radicali. Naturalmente, ciò non gli impedì di recarsi a Parigi a sconsigliare Thorez dal proporre per il momento tale estensione. Tuttavia, come apprendiamo da una testimonianza insospettabile (per il candore con cui descrive, dimostrando di non aver quasi mai capito di che si trattava, le vicende di cui è stato partecipe), subito dopo Togliatti si preoccupò di far sapere «ufficiosamente» a Thorez che in realtà era solidale con lui34.
D'altra parte, la posizione per il momento maggioritaria (Dimitrov e Manuilskij) era ben lontana, ovviamente, dal respingere per ragioni di principio quell'estensione, che appariva solo prematura e quindi meno efficace ai fini dei risultati da raggiungere. In particolare, Dimitrov temeva che, aprendosi troppo prematuramente ai radicali, si aiutassero i socialisti a inserirsi nel gioco escludendo il PCF; lo stesso Togliatti, d'altra parte, in una lettera a Manuilskij del novembre 1934, riteneva che i comunisti francesi avessero commesso «1'errore di presentare ai socialisti la loro proposta di creare un fronte popolare e il programma di questo fronte prima di lanciare l'azione e il programma tra le masse in una forma ben chiara e definita»35. Anche Togliatti, in definitiva, si preoccupava solo che potessero essere i socialisti a beneficiare della ripresa unitaria; la «divergenza» con Manuilskij e Dimitrov derivava da una sua maggiore fiducia nell'utilità di inserirsi - per ingabbiarlo e controllarlo - nel vasto movimento di massa che, dopo anni di immobilità e di arretramenti dovuti alla divisione del movimento operaio, stava nascendo in Francia. Nessun problema, per Togliatti come per Dimitrov, sul carattere interclassista della nuova alleanza. Per chi considerava i socialdemocratici come i fratelli gemelli del fascismo, i peggiori agenti della borghesia, ecc., già il fronte unico era interclassista: poco male se vi entravano altri partiti borghesi! E, in effetti, risulta chiaro che non solo il Ragionieri (sempre proteso alla difesa d'ufficio di Togliatti) ma anche Spriano è veramente convinto che il Fronte popolare sia effettivamente un'estensione e non la negazione della tattica di «fronte unico» che nel III e IV Congresso Lenin e Trotskij avevano concepito «per l'unità del fronte proletario».

Quella che era una tattica per impedire alle direzioni socialdemocratiche di dividere la classe operaia, tattica basata non su manovre o furberie, ma su un dato oggettivo (la comunanza di interessi di classe tra i militanti comunisti e quelli socialdemocratici), nel corso degli anni Venti si è ridotta a un espediente per raccogliere qua e là militanti attraverso lo «smascheramento» dei capi degli altri partiti.

Non è difficile far accettare ai militanti comunisti francesi o spagnoli, nel 1935-36, che la tattica sia estesa al massimo di «forze popolari», compresi i maggiori partiti della borghesia, che naturalmente entrano in un'alleanza solo se hanno garanzie precise sull'intangibilità della proprietà privata. Togliatti vi riuscì egregiamente, prima in Francia (dove nell'ottobre del 1935 raccomandava a Thorez di tener conto che stava nascendo nelle fabbriche «un movimento irresistibile» e che quindi «dovremo solo far attenzione a non impaurire i radicali»...), poi in Spagna, e nel 1944-47 in Italia.

Che il risultato di questo «successo» togliattiano sia stata una grave dispersione di energie rivoluzionarie in Francia, una tragica sconfitta in Spagna, e oltre un decennio di pesanti sacrifici per la classe operaia italiana e per migliaia di militanti comunisti (licenziati e incarcerati da una borghesia tutt'altro che riconoscente per l'aiuto ricevuto dal PCI durante la grave crisi che nel 1943-1945 scosse la società italiana), tutto questo conta poco per i tardivi apologeti del dirigente comunista italiano. Quel che più dispiace è che la stessa concezione dei Fronti popolari come «intelligente» e «originale» ampliamento del Fronte unico non sia difesa oggi solo da esponenti del PCI, ma anche da un giovane storico (per altri aspetti serio e scrupoloso) come Leonardo Rapone, che ha riproposto anche al recente Convegno di Follonica la sua incomprensione delle ragioni per cui Trotskij, dopo anni di battaglia tenace per il fronte unico, rifiuta la sua mistificante «estensione» interclassista lanciata dal VII Congresso36.
Togliatti, comunque, se fu ovviamente il maggiore responsabile della politica del PCI dopo il 1944, quando dopo un decennio di permanenza al vertice del Comintern37 poté ritornare a dirigere il suo partito, e se ebbe - come è stato già ricordato - un ruolo importante come inviato dell'IC presso il PCF in momenti importanti (oltre alla nascita del Fronte popolare, ne seguì ad esempio il difficile orientamento al momento del patto russo-tedesco del 1939), fu anche in momenti cruciali il massimo esponente dell'Internazionale comunista in Spagna.
A questo proposito, Spriano si affanna a dimostrare l'infondatezza delle testimonianze di Jesus Hernández, allora dirigente del Partito comunista spagnolo e ministro dell'Istruzione nel governo di Fronte popolare, che ha attribuito personalmente a Togliatti la direzione politica e a Vidali quella operativa dell'eliminazione di Nin. I dati portati da Spriano sono a mio parere convincenti, per quanto riguarda Ercoli. È molto difficile che fosse fisicamente presente in Spagna al momento della soppressione di Nin e della cosiddetta insurrezione di Barcellona. È molto difficile, perché da varie testimonianze più attendibili di quella di Hernandez (che fu un torbido personaggio quando era dirigente del PCE e, naturalmente, anche dopo esserne uscito) risulta che Togliatti era occupatissimo altrove fino al giugno 1937: stava a Mosca, dove coordinava la propaganda internazionale che doveva giustificare ed esaltare lo sterminio dei superstiti dirigenti bolscevichi38. È vero che Spriano ammette che Togliatti può essersi recato per brevi periodi in Spagna già prima del giugno 1937, ma è comunque del tutto secondaria la questione della sua partecipazione fisica alla decisione dello sterminio dei trotskisti (termine che, come è noto, comprendeva allora chiunque tentasse la più blanda critica da sinistra all'operato dei PCI e dell'URSS). Questo sterminio viene esaltato in ognuno degli scritti di Ercoli sulla Spagna, e nelle sue relazioni al Comintern egli si lamenta casomai continuamente dell'eccessiva «tolleranza» verso i trotskisti, assimilati sempre, anche nei rapporti riservati, ai fascisti.
Spriano esalta alcune parti dei rapporti di Togliatti al Comintern che criticano severamente il PCE per la sua incapacità organizzativa, ma anche per l'assenza di una tattica efficace verso gli anarchici. Secondo Spriano, emergerebbe «un Togliatti del tutto differente dallo stereotipo per il quale egli in Spagna avrebbe assolto alla funzione di persecutore di anarchici»39. Tuttavia, esaminate integralmente, queste osservazioni di Togliatti rivelano ancora una volta uno straordinario cinismo. Ercoli, infatti, raccomanda al PCE di seguire con attenzione il movimento anarchico e di capire che sarebbe utile «compiere sforzi per attrarre nuovamente gli anarchici alla collaborazione nel governo», piuttosto che pensare «che la controversia con gli anarchici debba essere regolata con le armi»40, ma perché sottolinea le contraddizioni esistenti all'interno dell'anarchismo e ha già verificato la disponibilità dei dirigenti della CNT a cavar le castagne dal fuoco alla borghesia, da bravi riformisti come sono dietro la crosta anarco-sindacalista. Tanto è vero che, poco dopo, insiste sulla necessità di «seminare discordia nelle loro file» e denuncia che esiste un'opposizione pericolosa, che ha «una sua ala illegale costituita dai trotskisti e dagli anarchici. Anche questi ultimi agiscono illegalmente e illegalmente pubblicano opuscoli, venduti come organo della F AI41.
Successivamente, Togliatti scriverà, con sollievo, che la situazione è migliorata e che il PCE ha avuto notevoli «successi», tra cui «una serie di misure straordinarie» come i «tribunali straordinari contro i diffusori di stampa fascista e trotskista»42. L'amalgama non mancherà mai in nessun rapporto di Togliatti: «I trotskisti» sono sempre i «trotskisti e fascisti», che elaborano piani per aprire il fronte a Franco43. Tutto il nuovo si riduce, quindi, alla raccomandazione di tentare un recupero dei militanti anarchici recuperabili (tramite i loro dirigenti opportunisti e facilmente manovrabili) e di non ignorare che esiste un problema di recupero di militanti «caballeristi». Togliatti assimila quasi sempre, s'intende, Caballero ai «trotskisti» del POUM, ma raccomanda di tener conto della fluidità del suo partito. Con quanta delicatezza e rispetto della democrazia operaia, lo dice questo brano di una lettera riservata «a D. e M.» (cioè a Dimitrov e Manuilskij).
I caballeristi hanno in mano la direzione regionale dei sindacati [di Valencia], e questo gli offre la possibilità di disporre di un giornale quotidiano, la Correspondencia de Valencia, organo dei sindacati di Valencia. Oggi questo giornale è l'organo di Caballero, e conduce contro il PC le più sporche battaglie. La questione è davanti alla segreteria da quando sono arrivato e i compagni garantiscono quotidianamente che cacceranno i caballeristi dalla direzione regionale dei sindacati e dalla redazione del giornale. Il loro piano consiste nel mettersi d'accordo con i socialisti (centristi) presenti nella direzione regionale e, disponendo assieme con essi della maggioranza, effettuare una specie di colpo di mano semilegale sul giornale, cacciando i redattori caballeristi e insediando una nuova redazione. Assicurano che la cosa può essere fatta con l'aiuto delle autorità ed ogni giorno promettono che si farà tutto in 24 ore. Per quanto mi riguarda li incito e li spingo energicamente in questa direzione […]44.
Togliatti si lamenta che i comunisti spagnoli non riescano a portare a termine un così bel piano (che sembra ricalcato sull' operazione con cui nel 1916 vertici socialdemocratici e generali prussiani liquidarono la redazione di sinistra del «Vorwarts», sostituendola con una addomesticata), e che, vista la loro incapacità nel manovrare le autorità, la situazione si è deteriorata al punto che «l'unica cosa da fare è di dare l'assalto al giornale con gli uomini e le armi del partito, con il rischio di avere contro la forza pubblica e con la certezza che un simile atto serrerebbe le file della fazione caballerista»45. Francamente, non mi sembra che l'immagine di Togliatti in Spagna scaturita da tutte le testimonianze di antistalinisti (e che Spriano, chissà perché colloca tra le «rappresentazioni demoniache tipiche della memorialistica della guerra fredda»)46, venga in pur minima parte intaccata da questa documentazione, che per giunta è probabilmente assai parziale, in primo luogo a causa della selezione operata a Mosca dai custodi dell'archivio del Comintern presso l'Istituto del marxismo-leninismo47.
Nel corso del periodo spagnolo, inoltre, Ercoli mantenne altre attività, su cui non abbiamo neppure un minimo di documentazione o di ammissione da parte del protagonista: egli «curava» infatti (le virgolette sono di Spriano!) quei partiti comunisti dell'Europa centrale di cui, allo scoppio della guerra, restava ben poco dopo l’energica «cura» a cui erano stati sottoposti. Sulle responsabilità di Togliatti nella distruzione del Partito comunista polacco, Spriano dice ancor meno di quanto già si sapeva, e che è pochissimo. Una conferma indiretta di una responsabilità di primo piano viene da una mezza ammissione di Togliatti (attraverso i suoi biografi ufficialissimi Maurizio e Marcella Ferrara) e anche dal fatto che la firma del PCI sia stata apposta alla dichiarazione di «riabilitazione» del partito polacco del 1956, insieme a quella del partito finlandese (il partito di Kuusinen), di quello bulgaro (il partito di Dimitrov) e, naturalmente, del PCUS48. D'altra parte, un dirigente della KPD, Herbert Wehner, ha ricordato che Togliatti svolse il ruolo di accusatore in uno dei «processi» a collaboratori tedeschi dell'IC49. Un altro dirigente dell'IC, il finlandese Arvo Tuominen, ha ricordato che Togliatti partecipò, in silenzio, alla seduta del Presidium in cui Béla Kun fu messo sotto accusa da Manuilskij, e che si concluse con l'uscita del «cittadino» Béla Kun scortato da due agenti della NKVD50.
Su tutte queste sue attività, Togliatti fu sempre riservatissimo, anche nel periodo della «destalinizzazione» (che inizialmente lo infastidì e preoccupò moltissimo, e a cui si decise a partecipare solo quando si convinse che restava entro limiti molto rigidi)51. Pare che in un solo caso abbia aiutato qualcuno, che non era però ancora troppo compromesso: Willy Munzenberg, che fu spedito in missione all'estero poco prima di un possibile arresto. Quando invece fu arrestato Paolo Robotti, che aveva sposato la sorella della moglie di Togliatti e con cui aveva rapporti di amicizia da anni, si guardò persino dall'informarsi sulla sorte della cognata, rimasta con un bambino in comprensibili difficoltà durante la lunga detenzione del marito52. Altre testimonianze dicono esplicitamente che Togliatti stracciò irritatissimo un biglietto con una richiesta d'aiuto fattagli pervenire chissà come da uno dei 104 comunisti italiani (su una comunità di circa 250!) finiti, spesso per sempre, nei gulag staliniani. Ma si tratta sempre di testimonianze che completano il ritratto umano (estremamente respingente), senza aggiungere o togliere qualcosa al giudizio storico sulle responsabilità di fondo che Togliatti si assunse difendendo e - nei limiti del possibile - abbellendo la politica della burocrazia stalinista.
Anche sul patto russo-tedesco, dopo un momento di esitazione, che lo portò a condividere per qualche tempo la posizione iniziale di Thorez, finì poi per essere in prima linea nell'esaltazione cinica della nuova politica. Ci sono pagine orrende nella pur ridottissima sezione delle Opere dedicata a questo periodo; si va da una maramaldesca esultanza per i «successi» dell'URSS in Finlandia ad articoli d'occasione scritti per riviste sovietiche su La lotta di Lenin contro il socialsciovinismo, in cui si infilavano disinvoltamente tra gli «apologisti e servitori del capitalismo» anche «il piccolo Giuda Trotskij, che attribuiva all'imperialismo una missione storica liberatrice» ed il «losco traditore Bucharin, che cadeva in estasi davanti alla prospettiva controrivoluzionaria di un solo trust mondiale capitalista»53.
Spriano, che originariamente scriveva per introdurre appunto un volume delle Opere in cui questi scritti sono compresi, manifesta un evidente imbarazzo, ed insinua (a proposito del giornaletto ciclostilato «Lettere di Spartaco») che «va tenuto presente che queste cose sono scritte anche perché si leggano a Mosca»54. Come se questo rappresentasse un'attenuante! Così, per un lungo periodo, il principale ed anzi unico organo pubblicato in Europa dai comunisti italiani sarebbe stato scritto per farlo «leggere a Mosca»! Che aberrazione!
Spriano si consola riportando che Togliatti (ma anche Dimitrov e Manuilskij) era infastidito dalle vergognose manifestazioni di esultanza dei superstiti comunisti tedeschi (molti altri, già stalinisti di ferro, sono stati a più riprese eliminati, e migliaia di essi sono stati consegnati a Hitler proprio in quei mesi), che salutano con piacere la notizia che le truppe naziste sono sfilate sugli Champs Elysées. Secondo Fischer, Togliatti avrebbe raccomandato ai compagni tedeschi di non perdere la testa e di «capire che il patto è, sì, un fatto compiuto, ma non tale da farci affidamento a lungo»55. È probabile poi che Togliatti (e anche Dimitrov) abbia cominciato a dubitare della durata dell'alleanza col nazismo proprio dopo i clamorosi successi ad ovest, che lasciavano le mani libere a Hitler per riprendere la marcia verso est preannunciata fin dal Mein Kampf. Tuttavia, il primo accenno a un superamento parziale dell'equidistanza tra i diversi «briganti imperialisti» (che poi, come è noto, era tutt'altro che «equidistante», e si riduceva spesso a uno scoperto fiancheggiamento della propaganda «di pace» dei nazisti), si riscontra in un testo del maggio 1941, che peraltro non risulta abbia mai avuto nessun tipo di diffusione e che comparve per la prima volta in una pubblicazione apologetica del 195156.
È assai più verosimile, invece, che Togliatti, ancora una volta in sintonia con Dimitrov, abbia accolto con particolare sollievo lo scioglimento del Comintern, di cui avevano già parlato nel 1940, quando Togliatti era giunto di nuovo a Mosca dopo un periodo di detenzione nelle carceri francesi (da cui era stato verosimilmente tirato fuori per interessamento dell'URSS, come accadde in quel periodo in qualche altro caso). In ogni caso, è chiaro che Togliatti (che pure continuerà fino all'ultimo a sottoscrivere aberranti celebrazioni di Stalin) preferisce concentrarsi di nuovo sulle vicende italiane, che dal 1941 segue quotidianamente commentandole dai microfoni di Radio Mosca e di Radio Milano Libertà (sempre da Mosca, ovviamente). Una conferma indiretta ma estremamente significativa è fornita dall'episodio del 1950-1951, quando Togliatti dovette manovrare con estrema abilità per eludere un pressante invito di Stalin a trasferirsi a Mosca per rilanciare e valorizzare il Cominform. Togliatti, che apprese la proposta di Stalin mentre era a Mosca, e che fu raggiunto lì dalla sgradevolissima notizia che quasi unanimemente la direzione del PCI appoggiava la decisione di «cederlo» a Stalin, riuscì a rinviare a lungo una decisione definitiva, ottenendo nel frattempo dal suo pericoloso protettore di poter ritornare «temporaneamente» in Italia, dove rimase per sempre.57
D'altra parte, da troppo tempo l'IC non era più che una finzione (dal 1935 non si era mai riunito un Esecutivo allargato, e non a caso alcuni dei rapporti di Togliatti dalla Spagna non sono più inviati a un organismo politico, ma personalmente agli altri due principali dirigenti, Dimitrov e Manuilskij) e, per quel che serviva, bastava benissimo l'ufficio esteri del CC del PCUS (il famoso «Istituto 84», che diventò la nuova denominazione dell'apparato del Comintern secondo la testimonianza di Cerreti)58. Lo si vedrà quando in Italia qualcuno tenterà di recalcitrare rispetto alle indicazioni di sostenere il governo Badoglio che venivano da Radio Mosca. Sarà Longo a rispondere seccamente in questi termini, che Spriano ricorda efficacemente:
Longo indovina perfettamente che la linea togliattiana proviene dalla volontà - comune con l'URSS - di imporre una soluzione più democratica all'assetto governativo del «regno del Sud», E aggiunge: «E voi pensate che, dato che lo scioglimento dell'Internazionale è una cosa seria e non è un trucco, Ercoli non abbia più nessun contatto di nessun genere, nemmeno personale, per sapere o almeno subodorare che cosa si pensa da parte dei compagni russi?»59.

E così taglia la testa al toro. L'Internazionale non c'è più, si tratta solo di «subodorare» cosa pensano i compagni russi... E chi, meglio di Ercoli, conosce quest'arte?

L'ultima parte del libro di Spriano è dedicata alla cosiddetta «svolta di Salerno», cioè alla battaglia politica che Togliatti dovette impegnare per orientare il partito verso una più disciplinata partecipazione all'unità nazionale, anche attraverso il rinvio della scelta tra monarchia e repubblica alla fine della guerra, e la partecipazione a governi diretti da esponenti monarchici assai compromessi col fascismo come Badoglio; ma su questo, a parte alcune sfumate ammissioni sulla totale sintonia di Ercoli con il rappresentante sovietico in Italia, il famigerato Vyščinskij (l'ex menscevico che aveva rappresentato la pubblica accusa nei grandi processi di Mosca), Spriano non apporta nulla di nuovo. D'altra parte, anche se gli scritti della «svolta di Salerno» sono contenuti nel IV volume delle Opere di cui il testo di Spriano era inizialmente l'Introduzione, su quel periodo si potrà più utilmente ritornare affrontandolo globalmente, insieme a tutta l'esperienza di partecipazione al governo del PCI nel periodo 1944-194760.

In ogni caso, una valutazione complessiva del libro non può essere negativa; nonostante alcune reticenze e i toni sfumati con cui si affrontano i temi più scabrosi, Spriano ha comunque il merito di non tacere, di difendere Togliatti senza nasconderne le responsabilità più pesanti nella direzione dell'Internazionale stalinizzata. Non è poco, trattandosi di uno storico del tutto interno al gruppo dirigente di un partito di formazione staliniana. Tuttavia, indubbiamente, mentre nelle sue prime opere, in cui ricostruiva le origini o le premesse del Partito comunista, Spriano poteva lasciar libero il suo indubbio talento di storico senza timore di immediate implicazioni politiche, mano a mano che si avvicina alla storia più recente e alle decisioni che ha condiviso come militante le preoccupazioni giustificazioniste finiscono per prevalere, al punto da rendere quasi incomprensibili ai «non addetti ai lavori» le ammissioni più gravi contenute tra le righe.

Due esempi: la questione Gramsci e lo scioglimento della Terza Internazionale. Sulla messa al bando di Gramsci a causa della sua opposizione alla «svolta» del 1930 è stato scritto moltissimo in Italia, a partire dalla biografia di Giuseppe Fiori del 196661. Spriano, a confutare l'immagine di un Gramsci in rottura col PCI ha dedicato il suo penultimo libro (forse il più debole della sua vasta produzione)62. Qui ne riprende gli elementi essenziali, senza nascondere il dissenso gramsciano, ma minimizzandolo alla luce di alcuni elementi fragilissimi; in particolare il fatto che Togliatti nel 1937 esaltasse la figura di Gramsci in un tendenzioso saggio che lo presentava come «capo della classe operaia italiana» e ne faceva un paziente studioso della lingua russa per poter studiare Stalin in carcere, pare a Spriano una conferma del superamento delle divergenze. Il piccolo particolare è che Togliatti scrive questa esaltazione di Gramsci solo dopo che questi è morto, mentre per anni di Gramsci non si parlava quasi più, se non in occasione di campagne per gli antifascisti incarcerati! A Spriano pare di poter affermare che
del tutto infondata e smentita da ogni documento appare l'ipotesi, che pure ebbe vasta udienza negli anni più recenti, secondo la quale sarebbe avvenuta una rottura formale col partito di Gramsci, una sua espulsione addirittura63.
Spriano gioca sull'ambiguità della sua categorica smentita: rottura formale, appunto, non vi fu, nel senso che non vi fu nessun documento che ne sancì l'espulsione dal collettivo del carcere. Eppure varie testimonianze di altri carcerati hanno chiarito che vi era stata un'interruzione di rapporti tra Gramsci e il collettivo del carcere, che non lesinava giudizi pesantissimi sul dirigente dissenziente (c'era chi lo bollava come intellettuale socialdemocratico, o «crociano per opportunismo»...)64.
Spriano ha ragione che non vi fu «espulsione» in senso stretto: ma deve sorvolare sul piccolo particolare che in molti altri casi l'espulsione fu differita fino al momento in cui una imminente liberazione faceva temere che lo scandalo del dissenso venisse alla luce fuori del piccolo mondo del carcere. Terracini, ad esempio, condivise, senza saperlo, le stesse critiche di Gramsci e dei «tre» alla svolta e al terzo periodo, e aggravò la sua posizione di fronte al vertice del partito criticando aspramente il patto russo-tedesco nel 1939. Eppure fu espulso solo nel 1943, quando la crisi del regime faceva ritenere prossima la liberazione dei detenuti politici (e indipendentemente dal superamento delle vecchie divergenze, dopo la nuova «controsvolta» del 1941!)65.

Le minimizzazioni di Spriano, quindi, finiscono, pur senza nessuna menzogna formale, per alterare sostanzialmente l'immagine dei reali rapporti tra Gramsci e il partito stalinizzato degli anni Trenta, almeno agli occhi di un lettore non altrimenti documentato.

Altrettanto avviene a proposito dello scioglimento della Terza Internazionale. Spriano non può negare che tra le ragioni per sopprimere anche formalmente i resti del Comintern (un'organizzazione che da tempo era «già finita nei fatti» e che lo stesso Dimitrov proponeva di sciogliere nel 1940)66 ci fosse il tentativo dell'URSS di «fornire prove di buona volontà» ai suoi alleati, dimostrando con un «gesto» simbolico «che l'URSS non insegue disegni di dominio mondiale attraverso una rivoluzione comunista». Egli cita, d'altra parte, la testimonianza del candido Cerreti, presente nell'apparato del Comintern al momento dello scioglimento e convinto della giustezza della decisione, perché consentiva a Stalin di «dare delle garanzie efficaci alle nazioni capitalistiche» («Stalin, uomo pratico e conseguente», scrive Cerretti, «era certamente pronto a pagare un prezzo per l'alleanza post-bellica [...]»). Ma, subito dopo aver ammesso tutto questo, Spriano lo mette in disparte recuperando interamente le motivazioni ufficiali:
Non si può ridurre, ovviamente, un avvenimento storico come lo scioglimento dell'Internazionale comunista a un gesto diplomatico. Le ragioni si ritrovano anche in una condizione generale assai più vasta. Sono le ragioni dei compiti nuovi a cui sono posti di fronte i vari «reparti» nazionali del comunismo mondiale, che richiedono una loro maggiore autonomia. Essa è essenziale ai fini stessi di una migliore coesione delle resistenze, la cui fusione si accresce nella svolta decisiva della guerra guerreggiata67.

Come si vede, a forza di sfumare e attenuare, Spriano riesce spesso a ottenere un effetto mistificante, anche senza tacere completamente gli argomenti più scomodi. Lo scopo evidentissimo è quello di rendere accettabile gran parte del passato del PCI, per poterne giustificare integralmente il presente. L'abbandono del vecchio metodo della menzogna pura e semplice dell' epoca d'oro dello stalinismo è in parte dovuto all'impossibilità di reggere in piedi il vecchio castello di menzogne, una volta finito il monolitismo del movimento comunista, ma in parte corrisponde a una scelta, che non è solo di Spriano, di ricercare un consenso attraverso un confronto diretto con gli argomenti degli avversari e dei concorrenti: nel campo della storia, significa evitare che le fasi più oscure del periodo staliniano vengano affrontate solo da studiosi estranei od ostili al PCI.

Ma, quali che siano le intenzioni soggettive e gli ostacoli ancora effettivamente frapposti a una più rigorosa valutazione critica della storia del movimento operaio, questo ed altri libri di Spriano (e ancor più quelli dedicati al movimento comunista internazionale da Boffa, Procacci e Guerra) introducono importanti elementi di riflessione all'interno del maggiore partito comunista del mondo capitalistico, in un momento in cui una brusca verifica dell'inconsistenza della politica del «compromesso storico» sospinge i suoi militanti a porsi interrogativi non contingenti sul suo ruolo, sulla sua strategia, che non possono non coinvolgere il processo storico in cui si è formato l'attuale gruppo dirigente.

1PAOLO SPRIANO, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell'Internazionale, Editori Riuniti, Roma, 1980, pp. 242.

2 Gli archivi del PCI sono stati, negli ultimi anni, messi con notevole larghezza a disposizione anche di studiosi non militanti, almeno per i periodi più lontani e per i problemi meno scottanti. Gli archivi dell'Internazionale comunista rimangono invece sostanzialmente chiusi anche per i ricercatori dei partiti comunisti occidentali. Tuttavia ad Ernesto Ragionieri, che era il curatore delle Opere di Togliatti (compito che aveva assolto per i primi tre volumi con notevole zelo giustificazionista), era stato concesso di condurre ricerche presso l'Archivio dell'Istituto del marxismo-leninismo di Mosca. Il frutto di queste ricerche è il blocco di nove scritti sulla Spagna (sette relazioni riservate, una lettera a Dolores Ibarruri e un documento preparato per il PC spagnolo) che sono stati pubblicati nell'ultima sezione del primo tomo del IV volume delle Opere, curato - dopo la morte di Ragionieri - da Paolo Spriano e Franco Andreucci.

3 Va segnalato peraltro che, tra le poche modifiche apportate al testo dell'Introduzione al vol. IV delle Opere di Togliatti prima della sua ripubblicazione come volume a sé stante, c'è qualche attenuazione - a distanza di meno di un anno - dei consensi espressi da Spriano nei confronti di opinioni di Ragionieri (Cfr. ad. es. PAOLO SPRIANO, Introduzione a PALMIRO TOGLIATTI, Opere, IV, 1, 1935-1944, Istituto Gramsci-Editori Riuniti, Roma, 1979, p. XVI e P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 12).

4Cfr. E. RAGIONIERI, Introduzione a P. TOGLIATTI, Opere, cit., III, 1, p. LXXXIII.

5 Sullo «sganciamento» di Togliatti da Bucharin, v. ANTONIO MOSCATO, Declino e caduta di N. Bucharin 1928-1929, in «Critica Comunista», a. I, n. 1, febbraio-marzo 1979, pp. 141-152; JULES HUMBERT-DROZ, L'Internazionale comunista tra Lenin e Stalin, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 224.

6 PIERRE FRANK, Histoire de l'Internationale communiste (1919-1943), La Brèche, Paris, 1979, t. II, pp. 618-621; cfr, anche J. HUMBERT-DROZ, op. cit., pp. 229-253. La principale fonte documentaria su quel periodo è comunque il vol. VIII, 1966, degli Annali dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli, curato da C. Berti e dedicato a un'ampia selezione di documenti dell'Archivio Tasca. La lettera di Togliatti del 17 dicembre 1928 è riportata integralmente, con ampia nota introduttiva, alle pp. 584-593.

7L'episodio, riportato da diverse fonti, è descritto minuziosamente da J. Humbert-Droz in una testimonianza riportata da GIORGIO BOCCA, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, pp. 176-177. La biografia togliattiana tracciata da Bocca si avvale di numerose testimonianze all'autore rilasciate da centinaia di dirigenti comunisti che collaborarono con Togliatti, ed è quindi, nonostante l'impostazione prevalentemente «giornalistica», un utile strumento complementare rispetto alle raccolte di fonti (che d'altra parte Bocca ha utilizzato abbastanza largamente).

8 P. TOGLIATTI, Opere, cit., II, pp. 670-671.

9Ivi, pp. 668 e 665

10P. TOGLIATTI, Opere, cit., III, 2, pp. 114-115 (Intervento al XX Esecutivo allargato dell'IC, del 2 settembre 1932; lo stesso testo apparve allora, rimaneggiato e reso anche più grossolano e volgare, sulla rivista ufficiale del PCd'I, «Lo Stato Operaio», a. VI, n. 9, settembre 1932, con il titolo: Contro le false analogie tra situazione tedesca e situazione italiana).

11Gli attacchi più pesanti e più inverosimili a Trotskij sono concentrati nel periodo 1932-1933: quanto più era assurda e indifendibile la linea del Comintern, tanto più Togliatti la sosteneva, attribuendo al suo più rigoroso critico posizioni che Trotskij non aveva mai avuto. Cfr., ad es., nel cit. vol. III, 2, delle Opere di Togliatti, le pp. 112-113, 180-181, 218, 234, 290, 301, e passim.

12 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 23.

13 Ivi, p. 12.

14 Ivi, p. 17.

15 Ivi, p. 28.

16P. TOGLIATTI, Opere, cit., IIl, 2, p. 535.

17 Cit., in E. RAGIONIERI, Introduzione a P. TOGLIATTI, Opere, cit., III, 1, p. CLX.

18 Una efficace ricostruzione delle oscillazioni e contraddizioni dell'IC durante la faticosa riscoperta del «fronte unico» si trova in P. FRANCK, op.cit., pp. 671-678; per quanto riguarda il «fronte unico all'italiana», già nella riunione dell'UP del 10 marzo 1933 Togliatti proponeva di estendere l'alleanza ai repubblicani (cfr. il passo di cui alla nota precedente).

19 P. TOGLIATTI, Opere, cit., III, 2, p. 209.

20 Cfr. V. M. LEJBZON, K.K. SIRINJA, Il VII Congresso dell'Internazionale comunista, Editori Riuniti, Roma, 1975, pp. 262-263. L'affermazione di Manuilskij era contenuta nel rapporto Bilancio del VII Congresso dell'IC, che fu letto nelle conferenze degli attivi di partito di Mosca e Leningrado subito dopo la conclusione del congresso.

21 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 55. La lettera di Togliatti con la nota di Manuilskij è pubblicata nel voI. IV, 1, delle Opere, cit., pp. 75-78.

22 P. TOGLIATTI, Opere, cit., III, 2, p. 121.

23 P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino 1970, vol. III, pp. 62-67 e 95-101.

24 P. TOGLIATTI, Opere, cit., IV, 1, p. 77.

25 P. SPRIANO, Storia del PCI, cit., pp. 64-65, e P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., pp. 62-64.

26 Ivi, p. 62 (Spriano riporta alcuni brani di discorsi di Thorez, tratti dal vol. IX delle Oeuvres, pp. 127 e 215 e sgg.).

27Annali, cit., VIII, p. 935.

28 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 39.

29Ibidem.

30 P. SPRIANO, Storia del PCI, cit., p. 62.

31 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 65.

32 Ivi, p. 69.

33Ragionieri afferma esplicitamente che le critiche di Togliatti ai comunisti francesi (perché si rivolgevano direttamente ai socialisti prima di aver cominciato una mobilitazione sugli stessi temi a livello di massa) «discendeva in ultima istanza da una concezione del rapporto con altre forze politiche inteso sostanzialmente come manovra». E. RAGIONIERI, Introduzione a P. TOGLIATTI, Opere, cit., III, 1, p. CXCIII.

34 GIULIO CERRETI, Con Togliatti e Thorez - Quarant'anni di lotte politiche, Feltrinelli, Milano, 1973, pp. 168-172.

35 E. RAGIONIERI, Introduzione, cit., p. CXCI.

36 Leonardo Rapone aveva già sviluppato la sua critica nei confronti di Trotskij nel capitolo sui fronti popolari del suo peraltro pregevole volume su Trotskij e il fascismo, Laterza, Bari, 1977, pp. 323 e sgg. Al proposito, si veda la recensione di MAURO VOLPI su «Critica comunista», a. I, n. 1, pp. 156-168. Leonardo Rapone, d’altra parte, è militante del PdUP, una organizzazione il cui massimo esponente, Lucio Magri, ha in varie occasioni, prima e dopo la sua uscita dal PCI, esaltato il ruolo di Togliatti e l'attualità del VII Congresso dell'IC. Cfr., ad esempio, LUCIO MAGRI, Il valore e il limite delle esperienze frontiste, in «Critica Marxista», a. III, n. 4, luglio-agosto 1965, e la relazione al convegno «La nuova sinistra e Togliatti» del 9-10-11 maggio 1975, pubblicato in volume come «Quaderno del Manifesto», n. 5, col titolo Da Togliatti alla nuova sinistra, Alfani editore, Roma, 1976.

37 Togliatti fu impegnato alla testa del Comintern dal settembre 1934 al marzo 1944, quando rientrò in Italia per assumere la direzione del PCI per assicurare l'allineamento alle esigenze della burocrazia sovietica (determinate dagli accordi di Teheran del 1943, poi definiti ulteriormente a Mosca nel 1944 e a Yalta nel 1945). Naturalmente dal maggio 1943 non era più formalmente dirigente del Comintern, che fu sciolto appunto in quel mese, ma rimase alla testa del suo apparato, ribattezzato «Istituto 84», secondo la testimonianza di G. CERRETI, op.cit., p. 282.

38 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 100, porta testimonianze in tal senso di Ernst Fischer e J. Humbert-Droz. Nelle Opere, cit., IV, 1, pp. 155-177, è riportato uno degli orribili articoli scritti da Ercoli su Gli insegnamenti dei processi di Mosca, apparso originariamente su «L'Internazionale Comunista», a. XVIII, nn. 10-11, ottobre-novembre 1936.

39P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 141.

40P. TOGLIATTI, Opere, cit., IV, 1, p. 256 (relazione dell'8 luglio 1937).

41Ivi, p. 261 (relazione del 30 agosto 1937).

42 Ivi, p. 298 (relazione del 28 gennaio 1928).

43 Ivi, p. 312 (relazione del 21-22 aprile 1938).

44 Ivi, p. 276.

45 Ivi, p. 277.

46 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 141.

47 Si veda la nota introduttiva al blocco di scritti sulla Spagna in P. TOGLIATTI, Opere, cit., IV, pp. 251-252. Le lacune della raccolta di scritti di Togliatti sono molto grandi, soprattutto per il periodo 1937-1940, ed è presumibile che a parte qualche imbarazzo dei curatori italiani il grosso delle censure provenga dai gelosi custodi degli archivi moscoviti. Comunque nella pubblicazione delle Opere di Togliatti sono state riscontrate da più parti lacune abbastanza significative: si pensi alla scomparsa del vergognoso omaggio a Stalin pronunciato da Togliatti al VII Congresso del Comintern, o agli scritti su Trotskij che sono stati pubblicati a cura di GIOVANNI SOMAI su «Critica comunista», a. I, nn. 4-5, sett.-dic. 1979, pp. 164-189.

48 ISTITUTI DI MARXISMO LENINISMO PRESSO IL CC DEL PCUS, Storia dell'Internazionale comunista, Progress, Mosca 1974, p. 455; G. BOCCA, Palmiro Togliatti, cit., p. 261.

49 Ivi, pp. 262-263.

50 Ivi, p. 260.

51È noto che Togliatti fu reticentissimo durante la prima fase delle rivelazioni kruscioviane; quando, dopo la parentesi del XXI Congresso, al XXII Congresso del PCUS Chruščëv riprese pubblicamente interi passi del famoso rapporto segreto del 1956 senza modificare una riga (e quindi ripetendo a distanza di sei anni che «bisognerà fare luce sulle circostanze oscure [...] dell'uccisione di Kirov», ecc.) Togliatti ebbe la conferma che non si sarebbe mai «fatta luce» e si impegnò più apertamente nella discussione e nella «ricerca storica» sullo stalinismo (senza mai aprire bocca, naturalmente, se non in qualche mezza ammissione cinica con collaboratori molto stretti, sulle vicende a cui aveva partecipato direttamente).

52PAOLO ROBOTTI, La prova, Leonardo da Vinci, Bari, 1965.

53P. TOGLlATT1, Opere, cit., IV, 2, p. 60.

54 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 186.

55Ivi, p. 192.

56Ivi, p. 196.

57 Ivi, pp. 211-216 e anche p. 180. Per l'episodio del 1950-1951 si veda invece G. BOCCA, op.cit., pp. 543-554.

58 G. CERRETI, op. cit., p. 282.

59 P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., pp. 218-219.

60 Sulle vicende del periodo, cfr. ANTONIO MOSCATO, I comunisti al governo L'esperienza della partecipazione ai governi di unità nazionale 1944-1947, Quaderni di formazione marxista, Milano, 1977 e anche, sul sito, Il PCI al bivio.

61 GIUSEPPE FIORI, Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Bari, 1966.

62PAOLO SPRIANO, Gramsci in carcere e il partito, Editori, Riuniti, Roma, 1977.

63Il testo di Togliatti è in Opere, cit., IV, 1, 199-231. Spriano parla di questo articolo in tono assai indulgente, ammettendo solo l'esistenza di «stridenti forzature propagandistiche», come l'operazione di unire «non sappiamo con. quanto fondamento, la voce del prigioniero al coro di esecrazione che si leva dalla stampa comunista nei confronti di Trotskij». In realtà Spriano dovrebbe sapere bene che non c'è nessun fondamento per l'attribuzione a Gramsci della definizione di Trotskij come la «puttana del fascismo». Non a caso questa frase, «citata» da Togliatti in varie occasioni, ma sempre successive alla morte di Gramsci, non compare in nessuno dei suoi appunti dal carcere, e non è confermata da nessuno dei compagni di prigionia. P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 95.

64 G. FIORI, op.cit., p. 297.

65UMBERTO TERRACINI, Intervista sul comunismo difficile, Laterza, Bari, 1978; i testi di lettere e documenti sui due periodi di dissenso rispetto alla linea del partito sono stati pubblicati da Umberto Terracini in due libri: Sulla svolta, carteggio clandestino dal carcere 1930-31-32, La Pietra, Milano, 1975, e Al Bando dal Partito - Carteggio clandestino dall'Isola e dall'esilio 1938-45, La Pietra, Milano, 1976.

66P. SPRIANO, Il compagno Ercoli, cit., p. 180.

67 Ivi, pp. 213-214.