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Ricordando Gianni Rigacci
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Ricordando Gianni Rigacci
Mentre inserivo nel sito alcuni dei saggi scritti da Gianni Rigacci per “Critica comunista”, mi sono reso conto che molti nuovi compagni non hanno fatto in tempo a conoscerlo. Ho scelto quindi di ripubblicare qui anche il ricordo che ho scritto a caldo subito dopo la sua morte, apparso prima su Liberazione e poi, con qualche modifica, come prefazione del libro La joie de vivre. Omaggio a Gianni Rigacci comunista controcorrente pubblicato dalla ETS di Pisa.
Segnalo intanto che il 23 novembre 2009 è stata inaugurata la Biblioteca “Gianni Rigacci” presso l’Archivio del sessantotto, via G. Orsini 44, Firenze. Per gli orari di apertura, chiamare: 3333392724.
Con Gianni Rigacci ci siamo incontrati a Bari nel 1966. Il tramite era stato il futuro teorico dei DS Giuseppe Vacca, allora schierato nella sinistra ingraiana. Mi segnalò un caso strano: un tecnico comunista del Pignone Sud che, appena arrivato dal Nuovo Pignone di Firenze (anch'esso ENI), si era messo a disposizione del PCI e della CGIL. Era responsabile dell'Ufficio Tempi e Metodi (quello che organizza il cottimo), ed era disposto a fare quello che gli si chiedeva: se necessario anche a candidarsi per la CI, anche se poi in fabbrica sarebbe stato allontanato di sicuro dal suo incarico. Invece poteva formare con discrezione alcuni quadri operai del partito e del sindacato, spiegando loro tutti i segreti del meccanismo del cottimo.
Non lo avevano utilizzato, sembrava solo una curiosità da segnalare, e basta. Erano già cominciati notevoli intrallazzi tra PCI e CGIL, (che pure erano ancora diretti da quadri di estrazione operaia o bracciantile), e il padronato locale, delle Partecipazioni statali o anche privato, come il cavalier Calabrese, che distruggeva ogni forma di organizzazione sindacale, ma assumeva senza problemi ex funzionari del PCI, e anche figli e figlie di noti dirigenti sindacali, compreso il segretario della FIOM...
Rigacci mi colpì molto e continuammo a frequentarci ogni tanto: si era abbonato a "La sinistra" e a "Bandiera rossa", ma fino all'anno 1967-1968, quando mi trasferii stabilmente a Bari, poteva esserci solo un gradevole scambio di opinioni. D'altra parte io stesso avevo cominciato a verificare , come dirigente del sindacato scuola CGIL, le molte ambiguità del PCI barese e della Camera del lavoro che ne era la rigida cinghia di trasmissione.
A Bari, come in gran parte del sud, l'autunno caldo cominciò con un anno di anticipo rispetto al resto dell'Italia, con la lotta contro le zone salariali, che fu durissima, tanto più che in quasi tutto il settore privato non c'era più nessun tipo di organizzazione sindacale, e nelle Partecipazioni statali c'erano forme di collusione paralizzanti(salvo improvvise impennate repressive, come alle Fucine meridionali proprio nel 1968).
Gianni venne a sapere della nascita di un "gruppo operai-studenti" che – col nome "Per l'Unità operaia" – era riuscito a far scioperare le Officine Calabrese, che si trovavano in uno snodo essenziale della zona industriale. Il fatto che una carica della Celere non avesse spezzato un picchetto di poche decine di compagni, mentre un migliaio di operai rimasti sul piazzale rifiutavano di entrare, pur avendone la possibilità, ebbe una larga eco. Il picchetto si rafforzò con operai di fabbriche vicine e cominciò a venire con noi anche la compagna di Gianni, Laura (per lui, dirigente, era impensabile farlo, e anche al Pignone, per non entrare, aveva bisogno di un picchetto almeno simbolico). Rigacci però rimaneva tutta la mattina fuori dei cancelli e spiegava molti meccanismi dell'organizzazione aziendale agli operai della sua stessa fabbrica.
Era l'autunno del 1968 (ne sono sicuro, perché la vertenza delle zone per il settore pubblico si concluse prima di Natale) e durante un picchetto gli chiesi se la proposta di preparare compagni sul cottimo fatta anni prima a PCI e CGIL era ancora valida, e se la estendeva al nostro gruppo. Accettò subito. Cominciammo a vederci a casa sua, la sera tardi, con molte precauzioni (il capo del personale, ex comunista pentito, abitava al piano di sopra).
Grazie alle sue lezioni il Pignone Sud fu la prima fabbrica del sud in cui il cottimo saltò, già nell'aprile del 1969. Ci era stato facile, usando un metodo "maieutico" un po' truccato: farci raccontare dagli operai all'uscita dei cancelli tutte le modifiche introdotte, che noi conoscevamo in anticipo, in modo che il giorno dopo potevano stare su un volantino senza suscitare sospetti.
Al Pignone Sud fu creato uno dei primi Consigli di Fabbrica del Sud: per vincere le diffidenze dei burocrati sindacali e rispondere al bisogno diffuso di sottrarre al casino le assemblee appena conquistate, si chiamava "Consiglio di presidenza dell'Assemblea", ma era solo un nome: di fatto si eleggeva un delegato per ogni reparto. Gianni e alcuni altri operai e tecnici avevano facilitato il processo facendo circolare in fabbrica un centinaio di ciclostilati che riproducevano articoli dell'Ordine Nuovo gramsciano e il regolamento dei Consigli dei commissari di reparto torinesi del 1919...
Dopo il Pignone, toccò alla Calabrese, dove il cottimo era in fase di avvio, ed era preparato introducendo le bolle per la rilevazione dei tempi, ma senza ripercussioni immediate sul salario. Rigacci era stato contattato dal cavalier Calabrese, che gli aveva proposto di diventare capo del personale con una retribuzione altissima. Intanto gli aveva fatto ispezionare per vari giorni la fabbrica, che aveva già più di mille operai, ma era come un immenso agglomerato di officine precapitalistiche senza nessun criterio di organizzazione moderno. Gianni aveva capito che razionalizzare quella fabbrica introducendo il cottimo e comunque criteri di organizzazione diversi, significava "risparmiare" (e quindi licenziare) almeno un venti per cento della manodopera. Rifiutò, quindi, ma mise a nostra disposizione le sue conoscenze dello stabilimento. Gli operai della Calabrese con cui eravamo in contatto erano molto rozzi, ma combattivissimi. L'unica soluzione per bloccare l'introduzione delle bolle era semplice: spiegare a che servivano, e proporre di stracciarle senza discuterle. Il volantino, che ottenne lo scopo rapidamente, era stato illustrato con un disegno fatto dallo stesso Rigacci. Se il cavalier Calabrese avesse solo sospettato da dove veniva quel suggerimento, chissà che avrebbe fatto. A me, si limitò a farmi bruciare la 850 appena comprata...
Questo dunque era Gianni Rigacci quando l'ho conosciuto. Ho capito dopo perché era stato tanto semplice per lui schierarsi con noi, senza timore. Aveva cominciato come operaio in piccole fabbriche fiorentine, conseguendo con le scuole serali prima la terza media, poi un diploma di perito industriale. Industriale. Era stato assunto al Pignone come operaio, e poi come tecnico, fino a diventare dirigente del settore tempi e metodi. Aveva tentato di iscriversi all'Università, ma fallito il primo esame, rinunciò a proseguire. Solo molto più tardi, grazie alle 150 ore, si sarebbe brillantemente laureato in Scienze politiche con una tesi con Arfè.
Non aveva mai dimenticato la sua origine e la sua collocazione di classe. Rideva raccontando come durante le trattative che portarono alla fine del cottimo al Pignone lui sedeva tra i dirigenti e vedeva che tutti sbirciavano il volantino del gruppo "per l'Unità Operaia" che avevamo fatto insieme la sera prima, senza immaginare che lui ne fosse il primo responsabile.
Ma che avesse a che fare con la radicalizzazione della fabbrica, alla fine lo capirono. Dissolto il reparto Tempi e Metodi, Gianni fu trasferito di stabilimento in stabilimento del gruppo ENI, senza avere più una lira di superminimo; soprattutto fu tenuto lontano dal contatto con gli operai in produzione. A ogni trasferimento (a Schio, a Talamona, poi di nuovo a Firenze) Gianni doveva prendere un appartamento più piccolo e stringere la cinghia.
In cambio, non avendo più nulla da perdere, cominciò a firmare senza pseudonimi gli articoli su "Bandiera Rossa" e su "Critica comunista", di cui fu il prezioso redattore che seguiva le questioni economiche e sindacali. Dei suoi scritti economici si potrebbero riempire diversi volumi, ma non va dimenticato neppure che collaborò strettamente con altri compagni, e soprattutto con Livio Maitan, perfino trasferendosi a casa sua per rivedere e discutere l'ultima stesura di Tempeste sull'economia mondiale.
Gianni credeva molto al lavoro collegiale: aveva l'abitudine di far vedere quello che scriveva ad altri compagni prima di metterlo in circolazione: lo aveva fatto ancora una volta la mattina del 23 novembre, un'ora prima di morire, con la sua ultima nota sulla finanziaria, che aveva mandato via e.mail a Danilo per sapere se valeva la pena di inviarla all'indirizzario di Sinistra Critica. E nel piccolo gruppo dei GCR di Bari, quando erano arrivati i primi studenti, aveva imposto una metodologia rigidissima. Prima di tutto suddivisione dei compiti, assegnando spesso a qualche giovanissimo compagno il compito di preparare la relazione su una situazione o su un libro letto da segnalare agli altri, con grande pazienza e rispetto per le ingenuità di chi faceva i primi passi in politica, ma stabilendo tempi precisi per evitare sbrodolamenti e perdite di tempo. Aveva proposto e ottenuto che chi arrivava in ritardo alle riunioni avesse una specie di multa, con una modesta maggiorazione sulla quota pagata ogni settimana per l'autofinanziamento: "io mi alzo ogni mattina alle 6, e dopo 8 o 9 ore in fabbrica, non voglio stare ad aspettare per cominciare la riunione i comodi di uno studente che si è alzato magari due ore dopo, e non ha fatto nulla di faticoso". In realtà gli studenti che avevamo, pochi forse per questo, spesso si alzavano non alle 8 ma alle 5 per volantinare nelle 6 o 7 fabbriche che il GCR seguiva con continuità, ma l'obiettivo era quello di imporre una disciplina alle riunioni, dicendo che per abbattere il capitalismo bisognava essere più efficienti del capitalismo. Non lo sapevamo, ma erano le stesse cose che il Che aveva tentato di imporre nel Ministero dell'Industria all'Avana, non facendo entrare in riunione chi arrivava con un quarto d'ora di ritardo.
La puntualità nell'inizio e nella fine delle riunioni, era in genere realizzata senza problemi, tanto più che i figli Claudia e il piccolissimo Niccolò, costretti ad aspettare la fine della riunione in cui erano impegnati entrambi i genitori, premevano per andare a cena, a volte inscenando una minimanifestazione al grido di "fame, fame!"...
Ho accennato a Guevara, un amore che ci accomunava. A mano a mano che diventavamo anche amici personali, con un crescente scambio di opinioni anche fuori delle riunioni, in qualche raro weekend al mare in tenda, o nelle notti - meno rare - in cui ci era arrivata notizia che il PCI aveva dato l'allarme ai suoi quadri per qualche preavviso di possibile golpe, e andavo a dormire a casa sua, che era ancora insospettabile, avevamo scoperto che tutte e due le coppie agli inizi degli anni Sessanta avevano pensato di andare a Cuba come volontari, senza avere risposta dall'ambasciata a cui avevano scritto. Quando nel 1966 l'ambasciata cubana mi contattò proponendomi di andare, dato che dopo numerose defezioni aveva bisogno di docenti comunisti che sapessero bene lo spagnolo, non potevo accettare perché ero ormai impegnatissimo in Italia, in quel "pre-sessantotto" preannunciato dall'XI congresso del PCI e dall'eresia ingraiana. In quell'occasione l'addetta culturale cubana mi spiegò che nel 1961-1962 ricevevano troppe richieste di andare a Cuba, e non rispondevano se non a chi ritornava all'attacco una seconda volta...
La Cina lo aveva attratto meno, anche perché vedeva, dall'interno della fabbrica, gli effetti sciagurati del mito maoista sui gruppi "marxisti-leninisti". Ce n'erano almeno 3 o 4 che periodicamente si affacciavano sul piazzale a dare volantini predicatori e astratti, e quando c'era una lotta arrivavano anche altri, senza contatti e senza la minima conoscenza della situazione, magari ad attaccare "Per l'Unità operaia" come "tradunionista", come accadde nell'aprile 1969, mentre stava saltando il cottimo (un paio di questi maoisti, che erano allora nel "Circolo Lenin di Puglia, sono poi diventati dirigenti del PRC...).
Ma aveva seguito con attenzione l'evoluzione (o involuzione...) della Cina e quando, appena collocato in pensione (relativamente presto, avendo cominciato a lavorare a 16 anni), l'ENI, che già negli ultimi anni gli aveva offerto di andare come tecnico a vedere processi produttivi interessanti in altri paesi, gli propose di andare periodicamente in Cina per lunghi periodi a vedere perché uno stabilimento venduto "chiavi in mano" non decollava, accettò volentieri e ne trasse indicazioni importanti, rimaste inedite, ma che varrebbe la pena di ritrovare e pubblicare.
Tornando al 1969, l'effetto principale di quelle incursioni dei gruppi maoisti (che ricordavano un po' la caricaturale presenza degli "studenti" nel film di Elio Petri "La classe operaia va in paradiso"), era che gli operai gettavano a terra immediatamente tutti i volantini. Su consiglio di Gianni cominciammo a usare nel ciclostile l'inchiostro rosso, e in certi casi in cui era essenziale non essere confusi con i predicatori di passaggio, anche carta colorata. Ma quel che contava era la continuità, che Gianni aveva sollecitato e quasi imposto di fronte a qualche esitazione di studenti stanchi di alzarsi presto: anche in periodi in cui non c'erano scadenze di lotta, si interveniva settimanalmente con un foglio ciclostilato sulle due facciate, con una testatina "Informazione operaia", e molti brevi articoli con titoletti a sé. I compagni di Lotta Continua e certi maoisti trovavano "troppo lunghi" già i volantini di mezza pagina, ma i loro finivano in terra, e quelli pensati grazie all'apporto di Gianni, e che parlavano non solo delle altre situazioni operaie, ma anche di questioni internazionali (ne ricordo uno sulla repressione a Leningrado) erano accettati per la continuità e la concretezza.
Di quei volantini ho conservato se non una vera collezione, almeno parecchie decine. Anche se siamo stati in diversi a "scriverli", a partire dai compagni operai a volte perfino analfabeti di fabbriche come la Calabrese con cui venivano discussi riga per riga, potrebbero essere pubblicati sotto il nome di Gianni Rigacci, che fu l'ispiratore e il maestro di quel piccolo gruppo.
Del suo impegno nel PRC a Firenze e a livello nazionale, altri scriveranno. Vorrei ricordare tuttavia che anche nelle ultime settimane aveva scritto nella mail list della Sinistra critica, a cui collaborava frequentemente, puntuali e severe osservazioni sulla Finanziaria. L'ultima la mattina stessa della sua morte. Anche di questa parte della sua attività sarebbe importante che rimanesse traccia nella memoria del PRC. (23 11 06)
Antonio Moscato