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Maitan-Verifica del leninismo in Italia
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Livio Maitan
VErifica del leninismo in italia
(1968-1972)
La fase di lotta politica che si è aperta dopo il 7 maggio 1972 costringe i militanti rivoluzionari a un bilancio degli avvenimenti degli ultimi anni e a una riflessione critica sui risultati conseguiti.
I problemi che si pongono possono essere sintetizzati in tre constatazioni, che implicano tre scottanti interrogativi:
l) dopo quattro anni di una crisi che ha investito la società italiana in tutte le sue stratificazioni e in tutte le sue strutture, la Democrazia cristiana, espressione della classe dominante da oltre venticinque anni, ha mantenuto la propria egemonia su larghissimi strati piccolo-borghesi, urbani e rurali, e su settori non trascurabili di popolazione lavoratrice, rivelando per di più una considerevole forza di attrazione verso gli elettori delle più giovani generazioni;
2) il Partito comunista, benché la sua natura riformista e la sua incapacità di esprimere una strategia alternativa siano emerse, in un periodo di tensioni sociali e politiche estremamente acute, agli occhi di vasti settori di operai, di studenti, di intellettuali e di piccolo-borghesi radicalizzati, è apparso come una forza intatta, se non in espansione, che conserva la propria egemonia sulla maggioranza della classe operaia, su consistenti masse contadine e su strati non trascurabili di piccola borghesia;
3) nonostante il ruolo assunto, specie in determinati momenti, negli anni scorsi e la diffusa influenza, l'estrema sinistra è apparsa, alla luce di successive verifiche, come un fenomeno tuttora circoscritto e, quel che più conta, incapace di indicare e di rappresentare effettivamente un'alternativa globale alle organizzazioni riformiste. Non solo non è nato il nuovo partito rivoluzionario, ma neppure sono stati fatti passi sostanziali in tale direzione.
Rispondere a questi interrogativi – tra cui esiste ovviamente un rapporto di interdipendenza – è compito primario. Un'analisi puntuale è indispensabile per andare avanti, per stabilire gli obiettivi e gli orientamenti senza empirismi e impressionismi, con una visione di respiro sufficiente a cogliere le tendenze e i problemi principali.
La nostra valutazione è che, negli ultimi anni, sono esistite condizioni oggettive largamente favorevoli perché i rapporti di forza cristallizzatisi, nelle linee generali, nell'immediato dopoguerra, subissero radicali mutamenti e perché si progredisse considerevolmente sulla via della costruzione del partito rivoluzionario. Quindi è soprattutto sulla carenza dei fattori soggettivi che l'analisi critica deve essere diretta. È mancata la lucidità teorica e politica necessaria, è mancata la tempestività dell'impostazione e dell'iniziativa nei momenti decisivi, ha fatto difetto la capacità di resistere a pressioni congiunturali, interne e internazionali, di non cedere a suggestioni che dovevano inevitabilmente essere pagate a caro prezzo.
Detto in termini più espliciti, il tentativo della formazione di un partito di tipo leninista non è neppure stato fatto con il minimo indispensabile di coerenza e di consistenza. Non solo il leninismo è stato spesso – direttamente od obliquamente – messo in discussione nei suoi fondamenti, ma anche quando è stato accettato, ha subito grottesche adulterazioni, deformazioni eclettiche o centristiche.
Come è accaduto in altre epoche di ripensamento, anche nella fase attuale emergeranno assai probabilmente «nuove» teorizzazioni antileniniste, che pretenderanno di basarsi su un verdetto negativo della esperienza (segnatamente per i paesi capitalisti sviluppati). La verità elementare è che una verifica dell'eventuale inadeguatezza di partiti di tipo leninista alla soluzione dei problemi della lotta rivoluzionaria dell'Europa occidentale non è ancora stata fatta. In vari paesi, lo stadio dei partiti leninisti con un minimo di base di massa non è mai stato raggiunto.
In altri, i partiti comunisti, nati con la III Internazionale, peraltro il più delle volte con la confluenza di forze scarsamente omogenee e niente affatto educate al marxismo rivoluzionario, subivano rapidamente un'involuzione burocratica parallela alla burocratizzazione dell'URSS, abbandonando già dalla seconda metà degli anni '20 le concezioni e i metodi del leninismo. Né, ripetiamolo, un tentativo consistente di ricostruzione leninista ha avuto luogo in questi anni. Sarebbe, quindi, arbitrario ogni sforzo di addebitare a presunti limiti del leninismo, in particolare della concezione leninista del partito, l'impasse del movimento e dei gruppi rivoluzionari emersi o vivificati dall'ascesa del 1968. Certo è che, in assenza di un partito rivoluzionarlo quale era stato concepito da Lenin e dall'Internazionale comunista alla sua origine, nessuna crisi rivoluzionaria e nessun movimento di massa, per quanto impetuoso e caratterizzato da una dinamica oggettivamente anticapitalistica, hanno avuto lo sbocco della rottura del sistema e dell'avvento al potere del proletariato.
UNA SITUAZIONE PRE-RIVOLUZIONARIA
La fase apertasi agli inizi del '68, che ha avuto il punto più alto nell'autunno del '69, è stata caratterizzata da una crisi sociale e politica estremamente acuta, che ha assunto i tratti di una situazione prerivoluzionaria.
Ci sembra tanto più necessario ritornare su tale caratterizzazione, in quanto qualcuno potrebbe avere ora la tendenza a sottovalutare la profondità e la vastità del movimento di questi anni. E non sarà inutile richiamare alcuni criteri basilari.
Queste – schematicamente – le premesse di una ascesa che, in diverse forme e con diversi ritmi, doveva prolungarsi per circa quattro anni, investendo praticamente tutta la classe operaia della penisola, dagli strati occupati nelle industrie a più alto livello tecnologico agli strati delle industrie piccole e medie delle regioni o province più arretrate. Gli obiettivi delle lotte si fondavano sulla gamma più svariata di bisogni e di esigenze, andando da rivendicazioni che miravano a eliminare differenze connesse a distinzioni geografiche ormai del tutto prive di fondamento, a rivendicazioni che colpivano gangli vitali dell'attuale organizzazione capitalistica del lavoro. Per la stessa dimensione il movimento contestava – oggettivamente – il sistema come tale, acquistava una carica anticapitalistica sempre più esplicita ed era caratterizzato da vigorose tendenze egualitarie che sconvolgevano schemi tradizionalmente accettati e teorizzati dalle organizzazioni burocratiche. La globalità dell'attacco al sistema e ai suoi valori e l'adozione di metodi che privilegiavano l'azione diretta e la mobilitazione militante rispetto allo sciopero di routine conferivano ancor più precisamente al movimento una carica antiburocratica, per cui venivano rimessi in discussione strumenti e strutture cristallizzatisi nei venticinque anni precedenti. Per riprendere l'espressione leniniana, «gli strati inferiori»non erano più disposti a vivere come prima ed erano decisi a lottare per mutare radicalmente le loro condizioni, cominciando a creare nuovi rapporti di forza e mettendo in discussione praticamente tutte le forme dello sfruttamento cui li sottopone la società capitalistica.
Inutile insistere sull'elemento nuovo rappresentato dal movimento studentesco, che ha assunto in Italia dimensioni particolarmente imponenti, con mobilitazioni ricorrenti per oltre tre anni. Prodotto, da un lato, dei mutamenti intervenuti nella tecnologia e nella organizzazione del lavoro, dall'altro dello scoppio delle contraddizioni cosiddette periferiche, questo movimento ha avuto, verso la fine del '67 e nei primi mesi del '68, un ruolo fondamentale per sconvolgere gli equilibri politici preesistenti. È stato l'espressione più clamorosa della crisi della classe dominante ed è stato uno dei canali attraverso cui si è espressa la crisi della piccola borghesia (il che non implica in nessun modo una riduzione del movimento studentesco a movimento piccolo-borghese). È riuscito a realizzare larghe convergenze con la classe operaia in lotta ed è intervenuto come fattore politico rilevante non solo nelle prime manifestazioni del '67-68, ma anche successivamente, dopo che era entrato massicciamente in scena il proletariato (in particolare agli inizi del '70).
Il periodo '68-71 ha segnato anche una radicalizzazione di vasti strati di piccola borghesia. Lo sviluppo economico, con tutte le trasformazioni intervenute, i processi di concentrazione industriale, di espansione e di concentrazione del terziario, l'esodo rurale (che, oltre ai braccianti di certe zone tradizionali, ha investito vasti settori di contadini poveri), le tensioni determinate dal contrasto tra il maggiore accesso all'istruzione e la relativa contrazione degli sbocchi, la crisi delle ideologie ufficiali: tutto questo provocava profondi sconvolgimenti anche negli strati intermedi. Da un lato la piccola borghesia tradizionale subiva un processo di disgregazione e di parziale declassamento; dall'altro, la piccola borghesia più legata alla produzione o inserita nei servizi e nell'amministrazione era spinta ad approfittare della situazione di crisi generale per imporre le proprie rivendicazioni con mobilitazioni vigorose. Inoltre, in un contesto in cui crollavano i valori tradizionali, anche strati di intellettuali si radicalizzavano, riflettevano a loro modo le aspirazioni tormentate e gli smarrimenti delle classi medie e finivano col fornire una cassa di risonanza alle ideologie «contestatrici». La stessa crisi dei cattolici esprimeva le lacerazioni della piccola borghesia, assai più che effettivi mutamenti in strati operai.
Nonostante l'esodo verso le città e l'immigrazione, anche zone rurali erano scosse da tensioni rinnovate. Non solo, nel quadro delle mobilitazioni proletarie, scendevano impetuosamente in lotta – con risultati talora tutt' altro che trascurabili – braccianti e salariati agricoli, ma la radicalizzazione coinvolgeva addirittura strati di contadini poveri e medi che per venticinque anni avevano subito passivamente l'egemonia conservatrice (da fenomeni di «contestazione» non è rimasto indenne lo stesso feudo anticomunista bonomiano). È significativo che neppure mentre scriviamo, cioè in un periodo di accentuata controffensiva della classe dominante, sia stata possibile – salvo in casi circoscritti – una utilizzazione di strati rurali in funzione antioperaia e antidemocratica.
La crisi sociale e politica si traduceva in mutamenti rilevanti dei rapporti di forza tra le classi. Ed era nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, che siffatti mutamenti acquistavano l'espressione più significativa, con la demolizione dell'autorità padronale e con l'emergere di strumenti nuovi di democrazia operaia (delegati, consigli dei delegati, ecc.). Nel momento più alto della marea si imponevano forme embrionali di dualismo di poteri, l'indicazione più eloquente della profondità di una crisi che, per questo aspetto, era andata oltre la crisi rivoluzionaria francese del '68.
Per tutte queste ragioni, la situazione italiana tra il '68 e il '71 può essere legittimamente caratterizzata come una situazione prerivoluzionaria. La conclusione da ricavarne è che le condizioni oggettive erano favorevoli alla costruzione del partito rivoluzionario: perché forze sociali decisive si erano mobilitate e, in larga misura, con una dinamica anticapitalistica, perché il movimento si scontrava era del tutto improponibile nel contesto dato. La situazione internazionale approfondiva le contraddizioni oggettive del sistema e favoriva grandemente la presa di coscienza soggettiva.
A ciò va aggiunto che già all'inizio dell'ascesa era presente una intellighentsia anticonformista, che aveva riflettuto criticamente sulle esperienze del movimento operaio internazionale ed era divenuta un veicolo della problematica rivoluzionaria. In secondo luogo, dal movimento studentesco emergevano migliaia di quadri politici, maturati in un ambiente che stimolava tentativi di generalizzazione in connessione con esperienze militanti. Il peso di questi quadri è stato notevole durante tutto il periodo, in quanto essi hanno potuto fungere in un certo senso da rivoluzionari professionali, polivalenti nell'intervento, controbilanciando così, almeno parzialmente, il vantaggio che derivava alle burocrazie dalla utilizzazione del loro apparato permanente. Infine – e non si tratta certo del fattore meno importante – emergevano, soprattutto nella fase culminante del '69, nuclei consistenti di operai di ispirazioni e convinzioni rivoluzionarie, culturalmente superiori a coloro che avevano avuto una funzione analoga in occasioni storiche precedenti, non logorati dagli insuccessi e dalla routine e capaci di intervenire come stimolo e come guida nelle lotte.
OSTACOLI OGGETTIVI E CARENZE SOGGETTIVE
Passando ad analizzare le difficoltà, potremmo dire un po' paradossalmente che il primo ostacolo consisteva nella stessa grandiosità del movimento. Una crisi pre-rivoluzionaria di tali dimensioni poneva – e a scadenze molto rapide – alle avanguardie compiti sproporzionati rispetto all'accumulazione precedente e ai ritmi di crescita della nuova fase. Di qui, sia detto di passata, la tendenza troppo marcata alla ricerca quasi spasmodica dell'iniziativa più suscettibile di risonanza, alle forzature volontaristiche, ai continui raggiustamenti di tiro, agli spostamenti repentini da un settore all'altro. Il che rendeva più difficile ogni azione sistematica in profondità, con conseguenze inevitabilmente negative sulle possibilità di stabilire legami non episodici o saltuari non solo con le masse, ma con le stesse avanguardie operaie.
Ma questi ostacoli oggettivi hanno pesato, in ultima analisi, in relazione a radicali carenze soggettive.
Questo rilievo non inficia i fondamenti dell'entrismo in quanto tale. Al contrario, la validità dell'orientamento che i marxisti rivoluzionari hanno seguito, in Italia e in altri paesi, per molti anni, risulta confermata a negativo e, per un aspetto almeno, anche a positivo. A negativo, perché la rottura della continuità e la mancata tempestiva accumulazione dei quadri necessari sono state pagate a caro prezzo, in ultima analisi (con l'esaurimento del movimento più grandioso verificatosi dopo la fine della guerra). A positivo, perché l'ipotesi dell'enuclearsi dei quadri rivoluzionari dalle file delle organizzazioni tradizionali è stata confermata dalla provenienza dei quadri principali dei vari gruppi di estrema sinistra che, per periodi più o meno lunghi, hanno tutti militato nel PCI e, in misura minore, nel PSlUP.
Sennonché, il fatto che il numero di questi quadri fosse del tutto insufficiente, che essi mancassero della necessaria omogeneità e coesione, che non avessero legami stabili con strati operai, prima ancora che confrontarli con compiti assolutamente sproporzionati alle loro forze, li rendeva vulnerabili alle pressioni più disparate, scarsamente capaci di agire organicamente come quadri leninisti, immunizzati da tentazioni centriste o avventuriste. Così, molti di questi quadri, lungi dallo svolgere una funzione di avanguardia complessiva facilitando la maturazione del movimento e delle avanguardie nuove, finivano col diluirsi nel movimento stesso, col subirne la spontaneità e le contraddizioni e addirittura con il teorizzarle in una approssimativa ideologia spontaneista. Non dissimile l'atteggiamento assunto verso il maoismo e la rivoluzione culturale, interpretati alla luce di esigenze congiunturali e con moduli idealizzanti assai più che analizzati nella sostanza, e quindi inseriti nella ideologia del movimento, soprattutto per garantirle una dimensione internazionale (di qui il fenomeno del cosiddetto mao-spontaneismo, dai contorni meglio definiti in Francia, ma diffuso in Italia su scala più massiccia e con influenza meno effimera). L'atteggiamento più paradossale e irrazionale – dal punto di vista soggettivo – era quello di coloro che verso spontaneismo e maoismo avevano avuto in precedenza un atteggiamento critico corretto, ma poi «dimenticavano» come per improvvisa folgorazione quanto avevano assimilato (o mostrato di avere assimilato).
Tutto ciò non si sarebbe verificato – o si sarebbe verificato in misura molto più ridotta – se, prima dell'aprirsi della nuova fase o ai suoi inizi, si fosse enucleata dalle organizzazioni tradizionali una tendenza di sinistra consistente, dotata di chiarezza teorico-politica e di legami solidi, anche se parziali, con la classe operaia e le sue avanguardie. Nella individuazione delle responsabilità soggettive per la mancata valorizzazione delle condizioni oggettivamente favorevoli, la denuncia dell'impressionismo, dell'avventurismo e dei cedimenti dei quadri legati già nel '67-68 a gruppi rivoluzionari non può andare disgiunta dalla denuncia delle responsabilità di coloro che sono rimasti imprigionati nella routine delle organizzazioni burocratiche in un momento in cui l'iniziativa audace di forze propulsive esterne era una esigenza primaria ai fini della costruzione del partito rivoluzionario e quindi dello sbocco positivo del movimento che cominciava a delinearsi.
Espressione di una istintiva rivolta contro apparati sterilizzanti, privi di prospettive reali e svuotati di ogni credibile carica ideale, prima forma di presa di coscienza rivoluzionaria, favorito dall'assenza di nuclei leninisti consistenti, lo spontaneismo assumeva di fatto una parte di primo piano. Del resto, per circa un anno e mezzo – dalla fine del '67 alla tarda primavera del '69 – il movimento studentesco – il terreno più fecondo per lo spontaneismo – è stata la componente maggiore dell'ascesa. Già nella primavera del '68 erano scoppiate lotte operaie significative, ma per tutta una fase si era trattato in larga misura di conflitti settoriali o aziendali, e quindi larghi spazi per la «spontaneità» e per il localismo si erano aperti anche in questa direzione.
Lo spontaneismo dilagante si manifestava esplicitamente come tale o era racchiuso in formule più sofisticate. Ma il comune denominatore consisteva nella concezione secondo cui il partito e la direzione rivoluzionaria sarebbero usciti dal movimento stesso, che ne avrebbe determinato metodi e concezioni, nella convinzione che i gruppi rivoluzionari preesistenti erano, o sarebbero stati, superati dal movimento (allora, non dimentichiamolo, prevalentemente studentesco), e nella affermazione della convergenza su obiettivi di lotta e sui modi di intervento come base sufficiente di aggregazione. Come si è detto il maoismo, interpretato in chiave spontaneistica, forniva il supporto internazionale e, secondo taluni, l'elemento di una sintesi presentata come originale e tradotta nella formula «Lenin+Mao».
D'altronde, proprio per l'impatto delle posizioni dei dirigenti del PC cinese e della rivoluzione culturale, i tentativi di cristallizzazioni organizzative in direzione del partito – compiuti in contrapposizione alla epidemia spontaneistica – si svolgevano prevalentemente attorno a gruppi che si richiamavano a una rigorosa ortodossia maoista (PCd'I linea rossa prima e poi UCI; nel secondo caso, con una combinazione di settarismo maoista e di elementi populistici, non privi di matrici spontaneistiche). Le suggestioni del maoismo agivano peraltro, più in generale, nella piccola borghesia e nell'intellighentsia in via di radicalizzazione. Qui va individuata una delle radici delle fortune del1'UCI durante un breve periodo e successivamente, su basi diverse, di Lotta continua.
COME L'ESTREMA SINISTRA È MANCATA ALLA PROVA
Riprendendo quanto già detto, la prima fase della crisi, sino all'apertura delle lotte contrattuali del '69, è stata caratterizzata da un movimento ascendente, che racchiudeva una enorme carica di combattività e tendeva a svilupparsi con una dinamica anticapitalistica e antiburocratica, ma si esprimeva settorialmente, senza una effettiva unificazione e senza obiettivi politici d'insieme. In tale contesto, i nuclei che si erano venuti raccogliendo al di fuori delle organizzazioni tradizionali rinunciavano sostanzialmente a una precisa definizione teorico-politica, sulla base del presupposto – esplicito o implicito – che il «movimento era tutto» e avrebbe saputo produrre da sé la teoria e la direzione di cui aveva bisogno. Quanto ai quadri operai d'avanguardia, esprimevano spesso efficacemente la combattività e lo spirito di «ribellione» presenti in larghi strati delle masse ma, privi di formazione e di esperienza, non riuscivano ad acquisire una visione complessiva né a comprendere la stessa dinamica del movimento di cui erano parte. Benché. provenienti quasi sempre dagli strati decisivi della classe, non erano in grado di agire come suoi quadri organici.
Come ricorda lucidamente Ernest Mandel nello scritto che compare in questo stesso volume, il formarsi del partito rivoluzionario e l'assolvimento della sua funzione dipèndono dall'esistenza o meno di un rapporto organico fra i tre elementi necessari costituiti dai nuclei rivoluzionari che hanno assimilato la teoria marxista e colto le linee strategiche e tattiche corrispondenti alle esigenze della lotta, dagli operai di avanguardia organicamente inseriti nella classe e dalle masse che, via via che si sviluppa l'azione, individuano gli obiettivi essenziali da perseguire, acquistando consapevolezza dell'esigenza di infrangere le barriere del sistema. Per il periodo cui ci riferiamo, non si sarebbe, comunque, trattato di un'azione mirante a porre in termini immediati il problema del potere. Ma non c'è stato neppure uno sforzo sistematico per l'elaborazione di una strategia rivoluzionaria, né si sono registrati passi avanti per la costruzione del partito. Ciò è dipeso dalla immaturità dei fattori soggettivi, in particolare di quei nuclei rivoluzionari che, nel contesto dato, grazie all'interdipendenza dialettica, avrebbero potuto assolvere una funzione primordiale, agendo positivamente sulla maturazione degli operai di avanguardia che le lotte mettevano rapidamente in luce.
Una precisazione importante ai fini dell'analisi di tutto il periodo. Nel periodo cruciale che precede la fase culminante dell'ascesa, i gruppi che avrebbero guadagnato successivamente un'influenza più larga o non si erano costituiti, o non erano in grado di avere una parte di primo piano. La stessa Lotta continua nasceva nell'estate del '69 (tuttavia, aveva il vantaggio di rappresentare in un certo senso la continuità della tendenza spontaneista), Il Manifesto non operava ancora come raggruppamento autonomo e Avanguardia Operaia non aveva una dimensione nazionale e nella stessa Milano non era riuscita ad apparire come una forza consistente.
I mesi di giugno e luglio del '69 assumevano una importanza decisiva, non solo perché la pressione dal basso costringeva i sindacati a una svolta brusca sulla piattaforma per i contratti, ma ancor di più perché sorgeva a Mirafiori, per poi allargarsi a macchia d'olio, l'iniziativa della creazione dei delegati di reparto, eletti da un gruppo operaio omogeneo, indipendentemente dalla affiliazione politica e sindacale e revocabili in qualsiasi momento. Era un'iniziativa che rompeva con la prassi consuetudinaria delle organizzazioni sindacali, contrastando i disegni burocratici (anche se i burocrati erano abbastanza rapidamente costretti a far buon viso a cattivo gioco). In realtà, l'emergere dei delegati e dei consigli era come lo sbocco di un movimento «spontaneo» dalla dinamica anticapitalistica e antiburocratica e, dal punto di vista delle strutture, segnava il punto più alto del movimento in generale. Rappresentava oggettivamente un tentativo di tradurre in forme concrete i nuovi rapporti di forza che si erano venuti stabilendo e di mobilitare la classe operaia su un piano che trascendeva gli obiettivi economico-rivendicativi. Nei suoi distaccamenti più combattivi e più maturi la classe operaia si presentava alla ribalta come una classe che ha una funzione preminente nel processo produttivo e comincia a proporsi come direzione alternativa. In nuce, i delegati e i consigli dei delegati racchiudevano elementi di dualismo di poteri, sia pure limitatamente al microcosmo della fabbrica.
Proprio in questa occasione, di fronte a un problema decisivo per gli sviluppi successivi, nella quasi totalità i gruppi dell'estrema sinistra davano prova di una incomprensione politica piramidale e di uno sterilizzante settarismo. In parte, la sottovalutazione – se non il rifiuto aperto – del fenomeno dei delegati era una conseguenza della ubriacatura spontaneistica. Una coerenza astratta spingeva a rifiutare le deleghe di qualsiasi tipo, come se i pericoli di degenerazione dipendessero dalle forme e non dai contenuti. Il grido che veniva lanciato – «siamo tutti delegati!» – e che Lotta continua avrebbe fatto proprio riprendendolo anche più tardi, non poteva essere più eloquente, in quanto metteva a nudo la componente utopistica di tendenze largamente presenti in questi anni. Non di rado però l'opposizione a ogni «istituzionalizzazione» mascherava una deformazione più prosaica, un miscuglio di miopia e meschinità settaria. Nella misura in cui delegati e consigli dei delegati si fossero affermati come organismi nuovi di democrazia operaia, gli organismi sorti empiricamente in precedenza (in certi casi assolvendo temporaneamente una funzione positiva) si sarebbero trovati inevitabilmente in difficoltà. Di qui, nei promotori e nei sostenitori di comitati di base di vario tipo, un riflesso – più o meno consapevole – di autoconservazione che si accompagnava al timore di una nuova operazione trasformistica delle organizzazioni burocratiche.
Così la grande maggioranza dei militanti della sinistra rivoluzionaria, incapaci di cogliere le potenzialità dell'incipiente esperienza dei delegati e la sua dinamica possibile – possibile a certe condizioni che si trattava appunto di contribuire a creare – lungi dall'impegnarsi a fondo per la sua generalizzazione, la sua strutturazione organizzativa e la difesa del suo carattere più genuino, opponevano resistenze, si abbandonavano a paradossali teorizzazioni negative o, quanto meno, restavano passivi, arroccandosi nella difesa di qualche posizione conquistata – o che si affermava di avere conquistato.
L'inizio, nel settembre '69, della battaglia per i contratti avrebbe comunque creato problemi seri a organizzazioni rivoluzionarie ancora esigue e quindi in grado di influire su lotte settoriali e aziendali o in fasi preparatorie assai più che in una grandiosa mobilitazione nazionale delle più vaste categorie del proletariato. Non per nulla, del resto, dinnanzi ai pericoli di scavalcamenti e di esplosioni spontanee, i dirigenti sindacali procedevano alla denuncia anticipata dei contratti.
I gruppi dell'estrema sinistra non erano in grado di confrontarsi seriamente neppure su questo terreno. La critica al riformismo era un motivo ricorrente, ma era condotta in forme quasi esclusivamente ideologico-propagandistiche (per esempio, una parola d'ordine centrale era «lo Stato borghese si abbatte e non si cambia», in astratto inconfutabile, ma avanzata senza connessioni concrete con la tematica e gli obiettivi delle mobilitazioni in corso). Per di più, un'analisi diffusa continuava a porre l'accento sulla prospettiva dell'attuazione di un disegno riformista che avrebbe coinvolto direttamente lo stesso Partito comunista con il suo inserimento a livello di sistema di potere. Si trattava – non abbiamo atteso il '72 per affermarlo – di una prospettiva fondamentalmente errata, che da un lato sopravvalutava i margini oggettivi per un rilancio riformista, dall'altro partiva da una concezione unilaterale della natura delle organizzazioni burocratiche. È mancata una puntuale contrapposizione alla campagna dei riformisti con una campagna per obiettivi di natura transitoria, in grado di offrire una prospettiva mobilitante, partendo dai livelli di coscienza raggiunti, alle spinte anticapitalistiche largamente presenti nel movimento. Risultato di questa carenza; la sinistra rivoluzionaria non riusciva, neppure questa volta, ad apparire come portatrice di una globale linea alternativa, come polo credibile di coagulazione delle forze antagoniste al sistema.
La campagna per le riforme finiva in un vicolo chiuso e perdeva presto ogni vigore sullo stesso piano propagandistico. Il movimento restava, quindi, privo di obiettivi generalizzanti e non poteva che segnare il passo, indebolendosi come movimento complessivo. Senonché la carica conflittuale non era affatto esaurita. Nonostante la frammentazione, gli studenti erano ributtati periodicamente alla lotta dai problemi non risolti, soprattutto nella loro componente liceale. Quel che è più importante, la classe operaia, cosciente del suo accresciuto peso specifico sociale e dell'evoluzione favorevole dei rapporti di forza sui luoghi di lavoro, non intendeva essere privata in alcun modo delle conquiste del '69, passava di nuovo all'attacco per gli accordi integrativi e contro l'attuale organizzazione capitalistica del lavoro.
In una situazione del genere si aprono nuovi spazi per la sinistra rivoluzionaria, nella misura in cui, come si è detto, sussistono tensioni sociali acute, nella classe operaia continua a essere presente una carica antiburocratica e le lotte hanno, in prevalenza, un carattere settoriale. La combinazione di mobilitazioni generali di ampiezza talora considerevole (di cui il movimento studentesco costituisce di gran lunga il maggior supporto) e di interventi in lotte operaie significative consentono all'estrema sinistra di esercitare una influenza e di cristallizzare attorno a sé forze già presenti nel '68-69, ma che solo ora ricercano una collaborazione organizzativa, ed elementi che hanno riflettuto criticamente sull'impasse della grande ondata e sulla sterilità della prospettiva di riforme offerta dalle organizzazioni tradizionali. Non a caso proprio nel '70 si è sviluppato come raggruppamento autonomo di una certa consistenza Il Manifesto, Lotta continua ha allargato la propria sfera di influenza e Avanguardia Operaia ha avuto una crescente incidenza in mobilitazioni milanesi, estendendosi anche su scala nazionale. Il '70 è stato anche l'anno in cui la sezione italiana della IV Internazionale è riuscita a superare la crisi in cui era precipitata dalla metà del '68 e a conquistare gran parte dei quadri e dei militanti di cui ora dispone.
Certe manifestazioni milanesi dei primi mesi dell'anno meritano di essere ricordate in quanto rivelatrici delle persistenti potenzialità del movimento e delle possibilità che la sinistra rivoluzionaria aveva di cominciare ad apparire come un'alternativa a livello di massa. Particolarmente importante la manifestazione del 31 gennaio, che è stata una risposta di massa al rilancio della repressione, ha messo in luce il potenziale del movimento studentesco come movimento di massa ed è stata contraddistinta da una partecipazione consistente di giovani operai. In sostanza, si è trattato di una mobilitazione di fronte unico, cui le organizzazioni tradizionali hanno dovuto dare il loro apporto, contribuendo al successo, senza tuttavia poter imporre la loro egemonia. Se il contrattacco borghese abbozzato dopo la morte di Annarumma e la strage di Milano è stato procrastinato, ciò è dipeso anche dalla verifica dei rapporti di forza che l'avversario ha dovuto fare in occasioni come queste (non si dimentichino i commenti accorati del «Corriere della Sera» all'indomani del 31 gennaio e l'automatica ridicolizzazione della successiva manifestazione milanese dei fascisti).
Tuttavia, la valorizzazione delle potenzialità che sussistono e lo sfruttamento dei successi riportati con certe mobilitazioni (imponenti a Milano, ma tutt'altro che trascurabili anche altrove), con interventi di fabbrica settoriali, con campagne come quella sulla strage di Stato, continuavano a essere seriamente ostacolati dal persistere delle carenze che avevano avuto conseguenze deleterie già nelle fasi precedenti. Le stesse grosse manifestazioni erano il risultato più di convergenze congiunturali e tatticistiche che non il frutto di un disegno organico, adeguatamente maturato nei metodi e negli obiettivi.
Conseguenze deleterie il settarismo ha avuto anche nel movimento studentesco. La lotta serrata e spesso meschina tra gruppi – talvolta addirittura tra cricche – l'imposizione o i tentativi di imposizione di metodi che più che a rendere possibile il confronto politico e a facilitare le mobilitazioni tendevano a difendere, con le unghie e con i denti, zone di influenza – o presunte tali – il ricorso persino alla violenza fisica, il rifiuto sistematico di una polemica puntuale con il PCI avevano come risultato di accelerare la disgregazione del movimento universitario in quasi tutte le sedi, di frammentare lo stesso movimento medio, di creare un distacco tra militanti e masse studentesche e, in ultima analisi, di favorire un consistente ritorno della FGCI.
La fase tuttora in corso è cominciata con l'aperto contrattacco della classe dominante, a partire dalla primavera del '71. La classe operaia era costretta complessivamente sulla difensiva e la sinistra rivoluzionaria era esposta in prima linea agli attacchi dell'avversario, subendo la pressione crescente di un contesto oggettivo che diventava più difficile.
Uno degli assi della politica dei rivoluzionari doveva essere, nella nuova situazione, il fronte unico proletario. Questo in funzione della necessità di una risposta efficace alla borghesia e al suo comitato d'affari e, contemporaneamente, in funzione dei rapporti da stabilire o da consolidare con settori di massa sotto l'influenza dei partiti tradizionali e con i quadri organici emersi in questi settori.
Questa esigenza non è stata compresa dalla quasi totalità della estrema sinistra, anzi è stata il più delle volte esplicitamente negata. Non solo non è stato fatto alcuno sforzo per realizzare convergenze unitarie del movimento operaio in generale, ma neppure è stata sistematicamente perseguita una politica di fronte unico della sinistra rivoluzionaria. Spesso, l'analisi stessa della situazione è stata falsata con fughe in avanti, con il rifiuto di individuare le tendenze involutive e con una vacua quanto irresponsabile proclamazione di un maturare di sbocchi rivoluzionari a breve termine (da cui gruppi astrattamente più coerenti – come Potere operaio – traevano conseguenze operative, con il risultato di creare un diaframma ancora più spesso tra l'estrema sinistra e le masse e di finire inevitabilmente nell'avventurismo).
Il combinarsi di accresciute difficoltà oggettive con l'assenza di un disegno politico complessivo e con il persistente settarismo è alla base del declino dell'influenza dell'estrema sinistra, della sua diminuita capacità di mobilitazione. La manifestazione del 12 dicembre a Milano, con la rottura verificatasi durante la manifestazione stessa ad opera del Manifesto e con l'autoaccantonamento aprioristico di Avanguardia operaia mentre una mobilitazione massiccia era di vitale importanza, è stata una prima, vistosa indicazione della crisi: in particolare, quel giorno sono emerse crudamente l'assenza di una visione politica ad ampio respiro, l'incomprensione delle esigenze perentorie del momento, la tendenza a far prevalere le finalità specifiche sull'interesse comune. Il fallimento del comitato Valpreda – dopo che uno sforzo unitario, frutto della meditazione sugli effetti negativi del 12 dicembre, aveva dato risultati largamente positivi come la manifestazione del 23 febbraio a Roma e quella militante dell'11 marzo a Milano – è stato un'altra tappa di una parabola discendente, di cui nessuna manipolazione propagan-distica può nascondere la gravità. La riprova del terreno perduto è venuta il 23 giugno, con l'insuccesso della manifestazione contro l'attacco alla Statale. Insuccesso tanto più grave in quanto, per la prima volta dopo il 31 gennaio del '70, si era realizzata di fatto una convergenza tra estrema sinistra e sinistra tradizionale. Ma proprio questa esperienza faceva toccare con mano che una politica di fronte unico non si improvvisa e non può dare risultati quando sia il risultato di circostanze eccezionali, registrate a malincuore, e non di scelte deliberate. Questa considerazione vale per l'estrema sinistra, del tutto impreparata a una simile prospettiva, con la conseguenza che la manifestazione comune è apparsa a troppi militanti come una capitolazione di fronte al revisionismo; e vale per la sinistra tradizionale, assai più preoccupata di prendere le distanze dai «gruppetti» che animata dalla volontà di fare effettivamente blocco contro la repressione.
Come hanno indicato anche le elezioni del 7 maggio, conseguenza di tutti questi sviluppi è stato un riflusso verso il PCI e una parziale ortodossia sindacale di militanti e di quadri rivoluzionari o potenzialmente tali, emersi nella grande ascesa. Così la sinistra rivoluzionaria non solo deve subire le ripercussioni pesanti dell'involuzione politica, ma perde egualmente sul piano in fondo decisivo, cioè quello dell'accumulazione dei quadri che sono passati attraverso esperienze eccezionali e avrebbero dovuto essere messi nelle condizioni di fare un bilancio definitivo del fallimento del riformismo. Se non si perde di vista l'importanza capitale di questa accumulazione di quadri proletari organici prima di una nuova crisi e di una nuova ascesa del movimento delle masse, si misura in tutta la sua gravità la portata dell'insuccesso.
(Scriviamo queste pagine mentre è iniziata la battaglia per i contratti. Nella maggior parte dei gruppi sembra essersi prodotto, per il momento, un mutamento abbastanza profondo. Si possono constatare una larga accettazione delle piattaforme proposte dai dirigenti sindacali, o quanto meno la tendenza a collocarsi all'interno della dialettica fittizia che le burocrazie sollecitano – per esempio, con il dibattito sull'inquadramento unico – e un accodamento a stati d'animo di settori di massa che cominciano a subire il condizionamento della nuova situazione. Un'altra prova – con diverso segno – dell'inconsistenza di molti gruppi, delle loro propensioni centriste, della loro tendenza a cedere alle pressioni del movimento).
AUTOCRITICA NECESSARIA
La critica della sinistra rivoluzionaria deve comprendere un capitolo riservato ai Gruppi comunisti rivoluzionari, la sezione italiana della IV Internazionale. Una pesante responsabilità ci incombe nella misura in cui, avendo lavorato per un ventennio per costruire il partito rivoluzionario ed essendo riusciti in certi periodi, soprattutto tra il '65 e il '67, ad avere una parte di primo piano tra le forze critiche di sinistra, siamo giunti alle fasi cruciali della grande ascesa in una situazione di crisi molto grave e nella pratica impossibilità di incidere realmente sul movimento. Fare chiarezza sugli errori che abbiamo commesso è indispensabile non solo ai fini di un bilancio organico, ma anche e soprattutto per trarne i necessari insegnamenti.
Sgomberiamo preliminarmente il terreno da alcune critiche che ci sono state rivolte, a nostro avviso a torto. In primo luogo, respingiamo l'idea che il nostro errore di fondo sia consistito nell'adozione della politica entrista. Non è qui il luogo per l'esame critico di questa o quella ipotesi specifica avanzata a conforto della scelta entrista (certe ragioni di natura internazionale addotte nel '51-'53 corrispondevano a un'analisi che scontava erroneamente una corsa a ritmo rapido verso una nuova guerra mondiale, né si è realizzata l'ipotesi di una formazione centrista o centrista di sinistra, benché vari fenomeni, dalla nascita del PSIUP nel '64 a certi tratti del gruppo del Manifesto, stiano a dimostrare che non si trattava di un'ipotesi campata in aria). Il punto centrale resta che il movimento operaio, per un lungo periodo, si è espresso pressoché esclusivamente tramite le organizzazioni tradizionali ed era, quindi, giusto concentrare nel loro ambito il lavoro preparatorio per la costruzione del partito rivoluzionario (contrariamente a quanto pretendono deformazioni persistenti delle nostre concezioni, mai abbiamo ritenuto che l'azione nostra dovesse tendere a una «rigenerazione» delle organizzazioni burocratiche e sempre ci siamo mossi con la prospettiva di una inevitabile rottura). L'ipotesi che le prime differenziazioni critiche e una prima maturazione di quadri rivoluzionari sarebbero avvenute nelle organizzazioni riformiste e sagnatamente nel PCI, è stata peraltro confermata, come già abbiamo accennato, dal fatto che la quasi totalità di coloro che hanno avuto una parte di rilievo nell'estrema sinistra hanno percorso esattamente questa parabola.
Né può esserci addebitato come un errore il rifiuto – casomai non sempre espresso con tutto il vigore necessario – della tesi di coloro che nel '68 teorizzavano il «superamento» dei gruppi nel movimento studentesco. Non abbiamo mai peccato di settarismo nei confronti di questo movimento e sin dall'inizio ne abbiamo sottolineato energicamente le potenzialità come movimento politico di massa. Ma non abbiamo mai accettato che si facesse confusione tra il movimento e le avanguardie politiche complessive. Il bilancio odierno dice chiaramente che quello che si è frammentato ed estenuato è stato il movimento, mentre i gruppi non solo si sono mantenuti e hanno accresciuto – rispetto al '68 – le loro dimensioni, ma hanno addirittura assicurato al movimento una relativa continuità, stimolandone i rilanci successivi. I gruppi di maggiore incidenza hanno, in realtà, esercitato una funzione anche a livello di massa, in larghissima misura grazie ai rapporti con il movimento studentesco, cui hanno fornito quadri dirigenti e tra cui hanno guadagnato centinaia e migliaia di quadri intermedi, che sono stati il principale veicolo della loro influenza e il principale strumento di mobilitazione.
Il fatto stesso che i sostenitori di questa tesi siano finiti nelle direzioni più disparate – da Lotta continua al Manifesto – e che la maggioranza di essi abbia ceduto rapidamente alle suggestioni del maoismo prova il carattere cervellotico dell'ipotesi, che in realtà nascondeva un cedimento alla pressione di tendenze che la nostra organizzazione non era in grado in quel momento di contrastare. Lungi dal battersi effettivamente per costruire un'organizzazione marxista rivoluzionaria, trotskista, più consistente della nostra, tutti costoro hanno abbandonato le concezioni di fondo del trotskismo, dimostrando che la polemica contro forme organizzative, che eravamo accusati di erigere a feticcio, aveva ben più sostanziali bersagli teorici e politici.
Al di là degli ostacoli oggettivi su cui già ci siamo soffermati, alla radice della nostra crisi del '68 ci sono stati errori molto seri. In primo luogo, la svolta che ha posto fine all'entrismo è stata compiuta con ritardo, per una sottovalutazione delle forze che già operavano fuori della logica delle organizzazioni burocratiche. L'essere rimasti troppo a lungo invischiati in queste organizzazioni – che erano l'unico tramite di contatto con le forze sociali – ha ostacolato la nostra comprensione tempestiva di quanto di nuovo stava maturando e ci ha impedito di trarre al momento giusto la conclusione che l'azione indipendente era una imprescindibile necessità non solo per valorizzare i fermenti nuovi, ma anche per far maturare le forze ancora sotto l'egida delle burocrazie.
Inoltre, non avevamo compreso allora i limiti delle adesioni abbastanza larghe su cui avevamo contato in un determinato periodo. Per molti l'adesione alla IV Internazionale non era un'adesione dovuta all'assimilazione delle tesi e della metodologia del marxismo rivoluzionario, bensì un consenso alla critica della burocrazie tradizionali, formulata da militanti che partecipavano alla vita delle organizzazioni senza remore settarie, sapevano fornire una risposta a molti interrogativi teorici e politici e apparivano come parte integrante di un'organizzazione internazionale. L'errore grave è stato di aver ignorato o di aver completamente sottovalutato questo problema, trascurando, tra l'altro, l'indispensabile lavoro di formazione dei militanti (per lunghi anni non ha avuto luogo nessuna scuola di quadri nazionale e solo del tutto saltuariamente si sono svolte scuole locali).
Contemporaneamente, il processo di assimilazione e di selezione era ostacolato da una struttura troppo “liberale” dell'organizzazione che, se traeva origine dalla preoccupazione, di per sé giusta, di evitare la cristallizzazione settaria con tutte le inevitabili deformazioni, finiva però col favorire le tendenze centrifughe, il dilettantismo organizzativo e lo stesso inquinamento dell'organizzazione con elementi che non possedevano i requisiti del militante leninista.
BILANCIO E RESPONSABILITÀ DEI RIFORMISTI
L'analisi che abbiamo abbozzato fornisce – a nostro avviso – una risposta all'interrogativo posto all'inizio sull'insuccesso nella costruzione del partito rivoluzionario in un contesto per molti aspetti favorevole. In seguito a questo insuccesso, le organizzazioni tradizionali, e in primo luogo il PCI, hanno potuto uscire da un periodo in cui sono state messe seriamente in difficoltà assai più che in qualsiasi altro periodo precedente, mantenendo sostanzialmente la loro egemonia sulla classe operaia e su larghi strati delle masse lavoratrici in generale.
Forti di questa affermazione – di cui hanno apprezzato soprattutto la trascrizione elettorale, cioè i nove milioni di voti del 7 maggio – i burocrati sono passati baldanzosamente al contrattacco, celebrando la sconfitta dei «gruppetti» e denunciandone la irrimediabile sterilità. Visto che non abbiamo posto la sordina alla critica delle carenze e delle contraddizioni dell'estrema sinistra, non corriamo il rischio di fraintendimenti se affermiamo che responsabilità ben più schiaccianti incombono sulle organizzazioni riformiste che l'egemonia sulla classe operaia, con la conseguente possibilità di incidere profondamente sugli avvenimenti, detengono da oltre venticinque anni. È senz'altro motivo di riflessione critica per i rivoluzionari che una fase ricca di straordinarie potenzialità, di eccezionali mobilitazioni della classe operaia, di fermenti critici estremamente ricchi, si sia chiusa con un governo di restaurazione centrista, con un rilancio minaccioso della destra fascista, con il fallimento persino di un'unificazione sindacale moderata, con attacchi pesanti ai livelli di occupazione e un logoramento crescente delle stesse conquiste salariali del '69. Ma questo bilancio dovrebbe pesare assai di più su grandi organizzazioni che non sono riuscite a sfruttare la situazione favorevole neppure ai fini del loro disegno riformista. Le polemiche contro i «gruppetti» e le grida di gioia per l'insuccesso elettorale del Manifesto – riflesso del timore nutrito di vedersi colpiti sul terreno considerato decisivo – non valgono a mascherare questa realtà, né a nascondere la grave impasse di una strategia che, pur nel variare delle formule e della nomenclatura, resta la strategia democratico-riformista enunciata dal '44 con la cosiddetta «democrazia progressiva» di togliattiana e – non dispiaccia a pseudorivoluzionari nostalgici – staliniana memoria.
Non possono vantarsi certo di avere approfittato della congiuntura eccezionalmente favorevole per far evolvere sensibilmente i rapporti di forza rispetto ai partiti borghesi e di aver progredito effettivamente nella conquista delle alleanze tanto agognate. Non sono riusciti a intaccare il sistema di egemonia realizzato attorno alla DC, strappando alla sua influenza strati intermedi urbani e rurali e settori di masse popolari. La crisi profonda della piccola borghesia, che si è visto, è stata uno dei fenomeni più rilevati dello sconvolgimento sociale di questi anni, si è sviluppata senza che il PCI vi influisse seriamente o potesse sfruttarla a suo vantaggio. E oggi esiste il pericolo – non solo per il PCI, ma per il movimento operaio nel suo complesso – che l'ondata di riflusso di questi ceti rafforzi seriamente la conservazione restauratrice, offrendo una base all'estrema destra democristiana e ai fascisti della cosiddetta destra nazionale.
I retori del «nuovo» devono assistere a una vecchia storia che si ripete. Durante le crisi che scuotono la società capitalistica, le sue strutture e le sue ideologie, larghi strati di ceti intermedi vengono coinvolti nel turbine, operando quindi come un moltiplicatore della crisi. Sono questi i momenti in cui gli abiti e i pregiudizi conservatori subiscono una rapida e profonda usura e i piccolo-borghesi sono aperti a soluzioni radicali. Dipende dalla capacità del movimento operaio di indicare con chiarezza un'alternativa anticapitalistica, di agire effettivamente come nuova forza egemone, che questi ceti siano guadagnati alla battaglia per il socialismo, per il rovesciamento del sistema. Se il movimento operaio non è in grado di assolvere questo compito, se i suoi partiti neppure si prefiggono di operare come un'alternativa di potere, l'esplosione piccolo-borghese si indirizza in altre direzioni, alimentando gli «estremismi». E nella misura in cui la crisi si prolunga senza sbocco e le classi medie rischiano di fare le spese di ripetute prove di forza non risolutive tra le classi fondamentali, matura l'ondata di ritorno, che può condurre al ricomporsi, con le varianti necessarie, degli equilibri che si erano spezzati o, nell'ipotesi più negativa, all'instaurarsi di regimi dittatoriali o autoritari, imposti sfruttando la rabbia e la frustrazione piccolo-borghese.
È semplicemente ridicolo indicare nei «gruppetti», nelle loro azioni (anche in quelle effettivamente avventuristiche), in certa loro propaganda a volte stoltamente minacciosa, la causa della riscossa della DC in veste neo-centrista e dei successi della «destra nazionale». I veri responsabili della restaurazione che si sta tentando e dei varchi aperti ai fascisti sono i partiti operai tradizionali, che sono mancati ancora una volta a una prova decisiva, rinunciando esplicitamente a ogni prospettiva rivoluzionaria per un insipido gradualismo riformistico, in un periodo caratterizzato da tensioni. sociali e politiche drammatiche.
Resta da richiamare un punto di importanza fondamentale, e cioè quali siano le basi materiali del persistere dell'egemonia delle organizzazioni burocratiche (fenomeno, come tutti sanno, di portata internazionale). Le radici della burocratizzazione del movimento operaio sono state individuate volta a volta nella stratificazione interna della classe operaia stessa, nell'esistenza della cosiddetta aristocrazia operaia e, per quanto riguarda i partiti comunisti, nell'influenza esercitata dalla burocrazia sovietica. Tutti questi fattori hanno avuto indubbiamente un peso determinante e tuttora non si sono esauriti. Ma sono, tuttavia, intervenuti mutamenti rilevanti. Così, la classe operaia è venuta cambiando la sua composizione, con il declino progressivo dei vecchi mestieri e delle vecchie specializzazioni e con una sostanziale omogeneizzazione in rapporto alle trasformazioni introdotte nella tecnologia e nella organizzazione del lavoro. Così, il concetto di aristocrazia operaia, partecipe dei sovrapprofitti coloniali, quale era stato definito da Lenin nel saggio sull'imperialismo, richiederebbe, quanto meno, qualche correzione (la condizione privilegiata, più che essere propria di strati circoscritti della classe operaia dei paesi industrializzati, esiste per questa classe operaia nel suo complesso, nei confronti delle masse dei paesi coloniali o neocoloniali; l'esperienza ha ripetutamente dimostrato – sino al maggio francese e al '69 italiano – che alla testa di movimenti impetuosi, tendenzialmente anticapitalistici, si collocano strati operai di industrie di punta, che godono di retribuzioni più alte e di più favorevoli condizioni normative). Così, l'appoggio politico e materiale dell'URSS non ha più la portata che ha avuto tra gli anni ’20 e l'inizio degli anni '50, non fosse altro che per la caduta del prestigio della direzione sovietica, che ben pochi sono ormai disposti a considerare come fautrice di un'alternativa rivoluzionaria.
PER LA COSTRUZIONE DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO
L'esperienza del '68-'70 ha confermato che anche il movimento più impetuoso e più profondo, più ricco di una carica anticapitalistica e antiburocratica, giunge inevitabilmente a un vicolo cieco senza un partito rivoluzionario che elabori una strategia e una tattica e assicuri la guida necessaria. Senza un tale partito non c'è possibilità di rovesciamento del regime capitalista: e, in determinate condizioni, la sua assenza può addirittura ostacolare la maturazione di una situazione rivoluzionaria vera e propria, in cui si ponga perentoriamente il problema del potere.
L'esperienza ha confermato anche che la teoria rivoluzionaria non può nascere dal movimento e che se questa teoria manca, se manca la capacità di generalizzazione corretta e tempestiva, ciò viene pagato, prima o poi, a caro prezzo, con errori politici e tattici che compromettono i successi necessari nei momenti decisivi. Neppure nel periodo che abbiamo analizzato sono nate «spontaneamente» idee originali e illuminanti. Nella migliore delle ipotesi, sono emersi frammenti di idee o intuizioni unilaterali e, nella misura in cui se ne sono avute, le generalizzazioni sono state, di fatto, riesumazioni o riverniciature di concezioni che il movimento operaio aveva già conosciuto in altre fasi (basti pensare a certe tendenze neo-anarchiche, alle tendenze anarco-sindacaliste o pansindacaliste, alla tematica estremistica sulla negazione dei sindacati, ai germi di neo-borghesismo, alle aberrazioni da terzo periodo ecc.). In un certo senso, ciò era in larga misura inevitabile. Infatti, lo stalinismo aveva compiuto per decenni un'opera devastatrice e le forze che emergevano dalla sua crisi cercavano la loro strada muovendosi a tentoni, sperimentando di nuovo quello che già era stato sperimentato, ma senza che l'esperienza fosse adeguatamente tramandata, per la rottura quasi completa del filo prezioso della tradizione. Quanto ai gruppi che più si sono sforzati di formulare una concezione d'insieme, si sono richiamati al patrimonio del leninismo, pagando però al movimento – meglio alle sue suggestioni – il prezzo di adulterazioni maoiste, spontaneiste o estremiste.
Alla chiarezza sulla concezione del partito e alla assimilazione della concezione leninista nei suoi termini reali si deve accompagnare altrettanta chiarezza sulla natura delle organizzazioni riformiste, sulle cause del persistere della loro egemonia. Non ritorniamo su quanto abbiamo detto a questo proposito. Basti aggiungere che dal riconoscimento del dato di fatto del prolungarsi dell'influenza riformista discende l'esigenza di una politica rivolta ai militanti che tuttora la subiscono. Ogni sottovalutazione di questo compito costringerebbe la sinistra rivoluzionaria, specie nel contesto attuale, in un paralizzante vicolo chiuso.
Sarebbe ozioso cercar di precisare le ipotesi concrete per uno sbocco rivoluzionario in un momento in cui le condizioni oggettive non consentono di mettere all'ordine del giorno il problema del potere. Tuttavia, alcuni punti basilari vanno ribaditi:
l) contrariamente all'ipotesi gradualistica del PCI e ai vari farfugliamenti eclettici, l'avvento al potere della classe operaia comporterà necessariamente la rottura delle strutture dello Stato borghese, espressione politica di una società basata sullo sfruttamento e organizzato in modo da assicurare comunque l'egemonia delle attuali classi dominanti. In quali forme peculiari ciò avverrà non può essere determinato a priori: la violenza cui le classi sfruttate dovranno far ricorso dipenderà da fattori molteplici, tra cui i modi di dominazione politica e di repressione di cui si servirà nel momento dato la classe dominante, l'eventuale intervento dell'imperialismo internazionale, i tratti specifici della crisi del capitalismo nell'Europa occidentale, ecc.;
2) la maturazione di condizioni oggettive di una lotta per il potere comporterà il delinearsi di situazioni di dualismo di poteri, quali che siano le forme particolari che potranno assumere. Uno dei cardini di una strategia rivoluzionaria dovrà quindi consistere nella costituzione di organismi in cui il dualismo di poteri si concretizzi e che siano organismi di genuina democrazia rivoluzionaria. Da questo punto di vista, va sottolineato ancora una volta l'enorme significato della formazione nel 1969 dei delegati operai e dei consigli dei delegati – specie nelle esperienze meno inficiate da elementi spuri – che, in ultima analisi, hanno espresso una tendenza a imporre, sia pure embrionalmente e settorialmente, situazioni di dualismo di poteri. Disastrosamente miope si è rivelato l'atteggiamento assunto dalla quasi totalità delle organizzazioni rivoluzionarie nella fase decisiva, quando lo svuotamento successivo e il ricupero da parte della burocrazia sindacale non erano affatto lo sbocco ineluttabile (ineluttabile l'involuzione è stata dal momento che i rivoluzionari o supposti tali hanno rinunciato a una lotta conseguente per valorizzare le potenzialità esistenti);
3) in nessun caso – neppure in una fase pre-rivoluzionaria – i marxisti rivoluzionari devono assumere atteggiamenti di sottovalutazione delle rivendicazioni immediate, parziali, economiche o politiche. Rivendicazioni parziali, indipendentemente dalla loro portata intrinseca, possono costituire un punto di partenza di movimenti dalla dinamica più ampia e più profonda. D'altra parte, trascurare rivendicazioni del genere significherebbe lasciare via libera ai riformisti proprio su quel terreno che costituisce la base oggettiva dei loro persistenti rapporti con le masse.
Quanto alle linee di azione per stimolare il raggruppamento e la omogeneizzazione di quadri e militanti rivoluzionari, l'accento in questa fase deve essere posto più che mai sul lavoro nei sindacati e sulla corretta applicazione di una politica di fronte unico.
La politica di fronte unico corrisponde ad una imprescindibile necessità, in un momento in cui la classe dominante è all'attacco su vari fronti e non esita ad avvalersi dei metodi di repressione e di intimidazione più svariati, dalle iniziative reazionarie di settori della magistratura, decisi a servirsi dei codici di Mussolini, all'azione criminale delle bande neofasciste. Solo nella misura in cui saprà rintuzzare con successo questi attacchi, in cui uscirà vittoriosa da una fase in cui è costretta – complessivamente – sulla difensiva, la classe operaia potrà prospettarsi un rilancio offensivo, porre le premesse di una nuova ascesa. Convergenze e azioni unitarie sono, in un contesto del genere, possibili e necessarie. Compito dei rivoluzionari è lottare contemporaneamente contro il settarismo di chi non vuole capire che le stesse organizzazioni tradizionali sono già, e ancor più possono divenire, oggetto di attacchi e di repressioni, e contro il pavido opportunismo – in ultima analisi, niente affatto meno settario – dei burocrati riformisti, sempre tentati di prendere le distanze dall'estrema sinistra nella speranza stolida di mettersi al riparo dai colpi dell'avversario, dando garanzie di moderazione.
D'altra parte, proprio nella misura in cui avranno una parte effettiva nelle lotte comuni che si stanno svolgendo e che si preparano, i militanti rivoluzionari potranno stabilire quei legami solidi con le masse, o con strati consistenti delle masse, senza i quali sono condannati a restare relegati nel limbo del lavoro preparatorio. La partecipazione attiva alle battaglie sindacali e una ricerca sistematica del fronte unico possono costituire gli strumenti più efficaci per raggiungere questo scopo nell'attuale fase.
E così si potrà cominciare ad affrontare con successo il problema fondamentale che resta da risolvere, cioè quello della conquista durevole a posizioni rivoluzionarie di operai di avanguardia, quadri organici della classe. Non si tratta di fare concessioni a uno schematico operaismo, né di dimenticare l'importanza che hanno avuto e potranno avere in futuro il movimento studentesco e l'azione di militanti e quadri provenienti da questo movimento nel processo di maturazione critica di settori operai. Ma è una verità elementare che un passo decisivo nella costruzione del partito rivoluzionario sarà fatto solo nella misura in cui le avanguardie rivoluzionarie politiche, i nuclei rivoluzionari complessivi, che hanno fatta propria la teoria rivoluzionaria, sapranno assimilare politicamente e organizzativamente un numero consistente di quadri organici della classe, in grado di assicurare l'indispensabile tessuto connettivo tra partito rivoluzionario e movimento delle masse. Qui sta il punto decisivo. Sinché questo obiettivo non sarà realizzato le basi dell'organizzazione rivoluzionaria rimarranno precarie e ci sarà il rischio di costruire sulla sabbia.
Si sono indicati negli operai di linea e, più in particolare, negli operai impegnati nei punti più vulnerabili del processo produttivo, i quadri-chiave da guadagnare alla battaglia rivoluzionaria. Abbiamo già accennato all'inizio alle trasformazioni intervenute nella composizione della classe operaia, sottolineando come sia entrato in irrimediabile declino il tipo di operaio dotato di una professionalità o di una qualificazione tali da rafforzare oggettivamente la sua posizione e da consentirgli un più alto livello culturale, operaio che aveva avuto una funzione primaria nella organizzazione dei sindacati e dei partiti tradizionali all'interno della fabbrica. Non abbiamo ignorato che l'omogeneizzazione crescente del proletariato ha costituito un fattore importante della grande ascesa, né che operai collocati in posizioni-chiave hanno avuto una parte decisiva nel lancio di significative lotte. Respingiamo, tuttavia, ogni interpretazione angustamente sociologica.
Al di là dello specifico inserimento nel tessuto della classe e dello stesso generico livello culturale (oggi senz'altro più elevato per la generalità degli operai, rispetto non solo a cento o cinquanta ma anche a venticinque anni fa), l'elemento in ultima analisi decisivo resta l'esperienza politica maturata nella lotta. Non bisogna, tra l'altro, confondere operai animati da sentimenti di rivolta e in prima linea in certi scioperi o in certi scontri, ma politicamente poco formati, proclivi a fughe in avanti o a precipitosi ripiegamenti e quindi passibili di rapide demoralizzazioni, e operai rivoluzionari che hanno maturato una coscienza complessiva e sono in grado di sviluppare un lavoro sistematico indipendentemente dalle vicende congiunturali. Né sarebbe corretto identificare il quadro operaio da guadagnare con l'operaio medio. Senza la mobilitazione dello operaio medio non è possibile organizzare con successo uno sciopero e non sarà possibile una vittoria rivoluzionaria. Ma il quadro operaio indispensabile per la costruzione del partito deve essere un proletario d'avanguardia, a un livello di comprensione teorica e politica inevitabilmente superiore a quella del grosso della classe, che nella società capitalistica continua a pagare duramente il prezzo delle condizioni alienanti di lavoro e di esistenza.
La persistente egemonia riformista e l'influenza deleteria degli spontaneisti e dei mao-spontaneisti hanno reso e rendono difficile l'emergere di questi quadri organici della classe. Ma non si tratta affatto di figure mitiche, la cui comparsa sia relegata a un remotissimo futuro. Quadri che hanno ricavato le lezioni delle ubriacature spontaneistiche e degli infantilismi estremistici esistono concretamente in molte fabbriche importanti. Esistono egualmente quadri che, mobilitati per la prima volta o rivitalizzati nel 1968-'69 tramite i sindacati e lo stesso Partito comunista, hanno riflettuto e riflettono sul fallimento della strategia delle riforme e sull'impasse delle direzioni sindacali, travagliate dalle loro intrinseche contraddizioni e frustrate per l'insuccesso della tanto celebrata unificazione. Gli uni e gli altri stanno comprendendo sempre più a fondo che le posizioni di negazione degli strumenti elementari della classe sono irrimediabilmente sterilizzanti ai fini di una strategia di lotta complessiva, ma al tempo stesso la strategia complessiva necessaria – una strategia rivoluzionaria – non può essere espressa da quelle direzioni burocratiche che nella fase di grandi lotte degli ultimi anni hanno dato una nuova, eloquente dimostrazione della loro natura opportunista, della sostanziale paralisi cui sono condannate, nonostante la persistente influenza quantitativa.
Una organizzazione rivoluzionaria che – evitando le sommarie etichettature, le falsificazioni e le volgarità polemiche e il linguaggio da iniziati – sappia procedere a un bilancio esaurientemente argomentato e prospettare chiari orientamenti per la prosecuzione della lotta che non implichino negazioni o minimizzazioni della funzione dei sindacati, o una irresponsabile incomprensione della necessità di convergenze nell'azione e, contemporaneamente, non facciano la benché minima concessione ai burocrati e alla loro politica, potrà trovare una larga rispondenza e fare dei passi in avanti che trascenderanno la entità numerica del reclutamento. Sarebbe catastrofico che i quadri critici della classe emersi in questi anni andassero dispersi o fossero riassorbiti nella routine degli apparati. Ciò limiterebbe inevitabilmente la portata delle stesse lotte di questa fase e, più ancora, comprometterebbe quella accumulazione di quadri che è condizione necessaria perché siano sfruttate con successo, grazie a mutati rapporti di forza all'interno del movimento operaio, nuove ascese, quali ne siano le scadenze. A sperperare le potenzialità esistenti si contribuisce, peraltro, non solo con il pertinace settarismo o con estremistiche fughe in avanti, ma anche con tentativi, più o meno maldestri, di rettificare il tiro mettendo la sordina alla critica, rinunciando alla differenziazione su punti essenziali, accodandosi agli apparati, subendo la pressione di settori della classe in ripiegamento.
In questo nostro scritto abbiamo posto l'accento sulle contraddizioni e sulla inconsistenza delle organizzazioni dei gruppi della estrema sinistra e abbiamo cercato di mettere in risalto come nella dura battaglia per la costruzione del partito rivoluzionario non sia possibile prescindere dai militanti e dai quadri tuttora sotto l'influenza delle organizzazioni tradizionali. Non dovremmo, quindi, correre il rischio di essere fraintesi se, prima di concludere, ritorniamo ancora una volta sulla funzione che hanno avuto e dovranno avere le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria.
Ogni tendenza a sottovalutare le forze che sono emerse e hanno lottato negli ultimi quattro anni sarebbe una concessione ai burocrati che credono giunto il momento di sputare i rospi ingoiati nel 68-'69 e deve essere respinta con decisione. Indipendentemente dalle teorizzazioni e dalle specifiche prese di posizione, le organizzazioni dell'estrema sinistra sono state un'espressione della grande crisi, un riflesso dell'enorme carica combattiva e dello straordinario fermento critico che hanno pervaso non solo la classe operaia ma anche vasti strati della popolazione lavoratrice in generale e della piccola borghesia. Come abbiamo già detto, in fasi importanti dell'ascesa – all'inizio del '68 con il movimento studentesco, nella tarda primavera del '69 con le iniziative verso le fabbriche, nei primi mesi del '70 con le manifestazioni milanesi – l'estrema sinistra ha inciso realmente sulla situazione e in senso largamente positivo. La costruzione del partito rivoluzionario non potrà in nessun modo prescindere da queste forze, il cui agglutinarsi attorno a piattaforme omogenee sarà una delle tappe del processo.
Non si tratta di fare concessioni a un unitarismo astratto, né di sposare tesi federative – di cui del tutto fraudolentemente siamo stati in passato accusati di essere fautori. Si tratta di rendersi conto che, se saranno prese tempestivamente le necessarie iniziative, forze di diversa provenienza, in situazioni oggettive favorevoli e dopo la verifica dell'esperienza, potranno giungere progressivamente a comuni – e corretti – approdi. Del resto – oltre all'importanza vitale che una convergenza tra varie componenti del movimento rivoluzionario avrebbe ai fini della realizzazione di un fronte unico proletario complessivo – il confronto tra queste componenti è stato sempre considerato dai leninisti come uno dei modi di costruzione del partito. Che questo confronto avvenga effettivamente, nella maggiore chiarezza possibile, con un esame e una critica delle posizioni reali e non con arbitrarie deformazioni polemiche o, peggio, con le diffamazioni di stampo staliniano, è nell'interesse di tutti coloro che lottano per questo obiettivo. La questione del metodo non è formale. Lottare per l'egemonia è legittimo per ogni tendenza od organizzazione che sia convinta della validità delle proprie concezioni. Ma lottare con i procedimenti polemici tipici dei settari, degli staliniani o dei neostaliniani, o con stolida presunzione intellettuale, significa ostacolare – più o meno coscientemente – la chiarificazione necessaria e, in ultima analisi, rendere più difficile il compito di stabilire solidi rapporti con la classe operaia e le sue avanguardie.
Né ci sembra ci sia contraddizione tra l'affermazione della necessità del confronto e della lotta per l'egemonia nella sinistra rivoluzionaria e l'affermazione della necessità dei rapporti con la base delle organizzazioni tradizionali. Non si tratta di una dicotomia, ma di due aspetti inseparabili. Solo con un'azione consistente della sinistra rivoluzionaria è possibile incidere sui rapporti di forza con la sinistra tradizionale; e nella misura in cui ciò si verifica, crescono la maturità della sinistra rivoluzionaria stessa, la sua capacità di azione effettiva.
La battaglia per la costruzione del partito rivoluzionario sarà ancora lunga e dura. Ogni speranza di procedere speditamente cercando scorciatoie non è che un'illusione. Ma è una realtà che le condizioni maturate in questi anni sono senza paragone più favorevoli che in passato e che progressi consistenti potranno essere registrati, anche a scadenza non lontana, da coloro che avranno saputo meditare criticamente sulle esperienze fatte.
La nostra organizzazione ha tutti i requisiti teorici e politici per essere in prima linea nella nuova fase di una battaglia di portata storica, stimolata e aiutata dalle esperienze e dai successi registrati da altre sezioni della IV Internazionale nella stessa Europa occidentale.
25 luglio 1972
Questo testo è la seconda parte del libro: E. Mandel – L. Maitan, Il partito leninista, Quaderni di Bandiera rossa, Roma, 1972. La prima parte è già sul sito, col titolo Mandel – Teoria leninista. Non è stata ripresa qui l’Appendice, che ricostruiva le vicende del 1969 a Torino con due articoli di Renzo Gambino apparsi su “Bandiera rossa”.
1 V. I. LENIN, Il fallimento della II Internazionale, in Opere, Editori Riuniti, Roma, vo1.21, p. 191)
2La svolta dell'Internazionale comunista e la situazione in Germania, in I problemi della rivoluzione cinese, Einaudi, Torino, 1970.
3Nel maggio '68 in Francia si è determinata una crisi rivoluzionaria nella misura in cui la enorme mobilitazione degli operai, degli studenti e di vasti strati piccolo-borghesi e la crisi delle classi dominanti sono sfociati in una vacanza e in una paralisi di potere, che ponevano oggettivamente il problema di un potere alternativo. In Italia ciò non si è verificato in forma così diretta e concentrata. Per una polemica su questa caratterizzazione della situazione francese, rimandiamo al nostro libro PCI 1945-1969: stalinismo e opportunismo, Samonà e Savelli, Roma, 1969, p. 323.
4A questo proposito rinviamo, oltre che al saggio conclusivo del libro citato nella nota precedente, al nostro Il movimento operaio italiano in una fase critica, Samonà e Savelli, Roma, 1966.
5Non ci soffermiamo qui sui fattori internazionali – come la rivoluzione cubana e i movimenti rivoluzionari in America Latina, la guerra nel Vietnam, i conflitti nel movimento comunista mondiale, ecc. – che pure hanno avuto, come tutti sanno, una parte rilevante.
6Si tratta della risoluzione dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari del novembre 1971, riprodotta nel n.4 della rivista «IV Internazionale».
7Non va dimenticato, inoltre, che nel processo italiano c'è stata una certa sfasatura tra il punto culminante di mobilitazione delle varie forze. Il movimento studentesco universitario ha assunto la massima ampiezza nella prima metà del '68, mentre il movimento medio iniziava appena verso la fine dello stesso anno. Il culmine della mobilitazione operaia è stato raggiunto ovviamente nell'autunno del '69.
8Per la conoscenza dei presupposti dell'entrismo, v. La costruzione del Partito rivoluzionario, Roma, 1967.
9È singolare che gli autori della piattaforma del giugno '72 parlino di «suggestione della rivoluzione culturale» senza rendersi conto – a quanto sembra – che nel concetto di suggestione è implicita una nota negativa, almeno per chi accetti la metodologia critica materialistica.
10Ciò vale, in particolare, per la rivendicazione centrale degli aumenti eguali per tutti. contrastata con decisione dai burocrati, per esempio durante tutto il dibattito che ha preceduto il VII congresso della CGIL (metà giugno 1969).
11 La riscossa dei burocrati – nei luoghi in cui costoro non avevano potuto prendere l'iniziativa imponendo sin dall'inizio limiti deformanti all'esperienza – è stata facilitata grandemente dal carattere amorfo del corpo dei delegati. La mancanza di una strutturazione organizzativa adeguata – e perché questa carenza si perpetuasse si adoperavano stolidamente i mistici della «autonomia» e della «non-delega» – provocava uno stato di fluidità nel funzionamento più elementare del consiglio (in primis, a Mirafiori) che finiva con l'assicurare l'iniziativa agli apparati esistenti, cioè alla burocrazia sindacale che, per questa via, si rimetteva progressivamente in sella. Una significativa indicazione dell'atteggiamento di sottovalutazione delle potenzialità dei consigli dei delegati diffuso nell'estrema sinistra: i documenti dei CUB del periodo della lotta contrattuale del 1969, pubblicati da «Avanguardia Operaia», che pure affrontano tutta la tematica di allora, non parlano affatto dei consigli: come se non fossero neppure sorti! (v. il quaderno n.4 di «Avanguardia operaia», pp. 287-360).
12Nella primavera del '69 era opinione diffusa tra gruppi e comitati di base che le 40 ore [lavorative settimanali] e cospicui aumenti salariali non avrebbero potuto essere digeriti dal sistema e che proprio per questo neppure i sindacati li avrebbero rivendicati. Si comprende che il corso degli eventi turbasse non poco gli assertori di simili ingenue stupidaggini.
13Ciò si accompagnava al precisarsi di tendenze «pansindacaliste» in particolare nella FIM.
14Per un'analisi del movimento della statale, v. il volume Marxismo e movimento studentesco, Samonà e Savelli, Roma, 1970, e l'articolo “I cedimenti opportunistici e la crisi del gruppo Capanna”, in «Bandiera Rossa», n.15 gennaio 15 febbraio 1971.
15V. a questo proposito: Risposta alle tesi del Manifesto, Edizioni Bandiera Rossa, Roma casella postale 6158.
16Va osservato che una parte dei militanti operai dei gruppi, in frequente contatto con l'ambiente studentesco, tendono a «studentizzarsi», il che si riflette anche nel loro linguaggio e nei loro comportamenti. Per questo, nonostante la maturità politico-culturale a volte acquisita, hanno difficoltà a stabilire legami organici con consistenti strati della classe.
17Opinioni simili sono emerse, per esempio, nel dibattito della Conferenza nazionale della primavera 1968 (v. «Bandiera Rossa», 15 aprile 1968).
18Ciò non significa che nei limiti delle nostre forze non siamo stati presenti in movimenti reali a partire dalla metà del '69. E non crediamo, d'altra parte, che i limiti della nostra prassi ci abbiano impedito di cogliere le tendenze di fondo del movimento, di elaborare una linea adeguata, di sottoporre a un pertinente esame critico gli interventi e le concezioni dell'estrema sinistra. Da uno studio comparato del materiale prodotto durante questi anni da tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria non abbiamo niente da temere.
19Jeunesse Communiste Révolutionnaire, l'organizzazione giovanile di orientamento trotskista che ha avuto una parte di rilievo nel maggio francese e che, unendosi con la sezione ufficiale della IV Internazionale, ha dato poi vita alla Ligue Communiste, attuale sezione della IV Internazionale.
20Per la precisione, questi errori sono stati commessi sia da coloro che sono rimasti nell'organizzazione, sia da coloro che l'hanno lasciata nel '68-69.
21È un segno di restaurazione che abbia ricominciato a pontificare quel Petruccioli che nel '67-68 è stato come il simbolo di una disperata battaglia di retroguardia per arginare la marea che travolgeva le vecchie strutture studentesche (si ricordi il suo intervento repressivo contro i militanti della sinistra dell'UGI).
22 ERNEST MANDEL, La burocrazia, Samonà e Savelli, Roma, 1969.
23Vale la pena di richiamare qui che la definizione della natura di classe di un'organizzazione va fatta sulla base di tre criteri fondamentali, da applicare non l'uno separato dall'altro, ma nella loro interdipendenza. Questi criteri sono: la composizione sociale, l'ideologia e la collocazione oggettiva nel contesto sociale e politico dato. Richiamiamo pure che nella caratterizzazione leniniana di organizzazioni come i menscevichi e i social-rivoluzionari si intrecciavano tre motivi: 1) la valutazione come componenti del movimento operaio e contadino (questo è il senso di tutte le polemiche di molti anni con i menscevichi e, nello stesso 1917, della pressione per indurli a costituire un governo senza ministri capitalisti); 2) la valutazione che costituivano l'ultimo baluardo di difesa del vecchio sistema, nella misura in cui la gestione del potere era stata affidata a loro come ultimo ricorso; 3) la caratterizzazione come «democrazia piccolo-borghese» (per l'ideologia espressa e per la risultante a lungo termine dell'azione compiuta).
24In passato. in polemiche svoltesi anche all'interno del PCI, sono state utilizzate allo stesso scopo di revisione del leninismo le concezioni di Gramsci. Per una messa a punto, in particolare nei confronti di Lucio Magri, v. il saggio già citato, Il movimento operaio italiano in una fase critica, pp. 176 sgg.
25Su questo aspetto centrale della prassi del partito leniniano sorvolano pour cause gli apologeti del maoismo, anche i meno ortodossi. Va, del resto, notato che la vita interna della maggioranza dei gruppi non è affatto regolata da norme effettivamente centraliste-democratiche. Con il pretesto di non scimmiottare le organizzazioni tradizionali e per concessione allo spontaneismo, si è seguita il più delle volte una prassi informe e disinvolta, che permette la più ampia manipolazione da parte di nuclei o di cricche egemoni.
26 Per una critica alle Tesi del '70 si veda la già citata Risposta alle tesi del Manifesto. Quanto al metodo della polemica artificiosa – diremmo quasi diretta contro ignoti – ci riferiamo, per esempio, al ripudio del «colpo di mano insurrezionale di una minoranza», contenuta nel documento pubblicato il 14 marzo 1972. Avanguardia operaia, per parte sua, non ha affrontato, se non del tutto parzialmente questa tematica. Questa carenza va connessa alla caratterizzazione della crisi del 1968-69, ben diversa dalla nostra come da quella di altri gruppi della sinistra rivoluzionaria. Secondo Avanguardia operaia, si era infatti prodotta «una profonda crisi» che poteva essere definita «come l'agonia del regime politico succeduto al fascismo», ma tale crisi era, in ultima analisi, la gestazione di un nuovo tipo di regime borghese, in cui si sarebbe sviluppato un riformismo più organico del centro-sinistra con l'inserimento del PCI nell'area governativa (definito letteralmente «la linea di tendenza predominante» nel numero unico, novembre-dicembre 1969, mentre il numero 4-5 del marzo-aprile 1970 affermava: «La tendenza vincente a livello politico, già stravincente a livello economico, è quella riformista-neocapitalista»). L'analisi di A. O. non si differenziava a questo riguardo da quella del PCI (pur ovviamente divergendo radicalmente nel giudizio di valore sulla politica delle riforme), non riuscendo a cogliere il dato obiettivo essenziale dell'impossibilità di un'organica politica riformista nel contesto che abbiamo definito, per parte nostra, come pre-rivoluzionario. A. O. peraltro respinge esplicitamente siffatta caratterizzazione. «La fase delle lotte contrattuali – si legge nel già citato n. 4-5 – non si è affatto caratterizzata come fase pre-rivoluzionaria: il controllo dei sindacati e del revisionismo sul proletariato ha potuto vacillare in singoli momenti e situazioni, ma si è essenzialmente conservato e, alla fine, è pure risultato rafforzato, sebbene non ovunque. Il conflitto all'interno della borghesia, non è giunto a superare quella soglia oltre la quale il potere di questa classe entra in una crisi che prelude al suo disfacimento sotto i colpi del proletariato o alla reazione fascista». I criteri usati per definire una situazione pre-rivoluzionaria appaiono o errati (per la mancata distinzione tra ruolo oggettivo che la classe operaia può svolgere, per una certa fase, nonostante la persistente forza delle organizzazioni riformiste), o quanto meno imprecisi (l'ipotesi avanzata corrisponderebbe a una situazione non pre-rivoluzionaria, bensì rivoluzionaria tout court). Ma alla radice dell'errore è soprattutto l’incomprensione della natura del PCI e del fondamento materiale dei suoi persistenti rapporti con le masse (la tesi di A. O. è che si tratta di un partito borghese, quindi potenzialmente del tutto integrabile in una strategia neocapitalistica).
27Per la concezione degli obiettivi di transizione, rinviamo, tra l'altro, all'opuscolo Programma transitorio e rivoluzione socialista, pubblicato dai Gruppi comunisti rivoluzionari nel 1962, al nostro Il Movimento operaio italiano in una fase critica (capitolo terzo), all'articolo di A. Moscato sul numero 2 di IV Internazionale, oltre al Programma di transizione, redatto da L.Trotskij per il Congresso di fondazione della IV Internazionale (recentemente pubblicato in italiano dalle Edizioni Bandiera Rossa, casella 6158, Roma).
28Il gruppo dirigente cinese si è dichiarato contrario alla costituzione di un'organizzazione internazionale, rimanendo in sostanza fermo alle concezioni staliniane enunciate al momento del formale scioglimento della III Internazionale. In pratica, ha assicurato il proprio appoggio a partiti o gruppi che riteneva dessero maggiori garanzie di rigorosa ortodossia verso la politica di Pechino nelle sue varie oscillazioni. Comunque sia, i tentativi fatti ormai da oltre un decennio di creare partiti comunisti filocinesi e in condizioni per vari aspetti favorevoli, hanno registrato complessivamente un clamoroso fallimento. Quanto ai tentativi di collegamenti internazionali di gruppi non maoisti – o non maoisti ortodossi – sono stati compiuti per lo più su una base eclettica, senza che esistesse una reale convergenza di concezioni e di metodi, e non sono andati al di là della generica solidarietà o, peggio, della strumentalizzazione propagandistica.
29L'analisi puntuale della fase attuale e la determinazione delle prospettive delle lotte operaie a più lungo termine sono tanto più necessarie in quanto non è escluso che la conclusione senza uno sbocco positivo dal punto di vista della lotta per il potere della grande ondata del '68-69 alimenti ritorni di fiamma «marcusiani» circa la capacità della classe operaia ad assolvere la propria funzione di forza motrice rivoluzionaria.
30A questo proposito, v. Marxismo e sindacato, Samonà e Savelli, Roma 1970, dove si legge tra l'altro: «Nessun principio impone di creare comunque nuovi sindacati da contrapporre ai sindacati riformisti o neoriformisti, come nessun principio impedisce di farlo. Tutto dipende dalla valutazione che si dà di una determinata situazione, delle potenzialità esistenti, delle effettive possibilità di realizzazione. E criterio orientativo irrinunciabile deve essere la convinzione che un'organizzazione sindacale non ha senso se non ha una base di massa, se si riduce a mettere insieme gruppi limitati di lavoratori, non sfuggendo al dilemma, dai corni egualmente negativi, del particolarismo o del puro propagandismo. Essenziale per i rivoluzionari è essere presenti nei reali movimenti di massa proprio per poter combattere la burocrazia in tutte quelle sedi in cui si svolge la lotta per l'influenza sulla classe operaia» (p.16).