I grandi nodi del Novecento › Archivio Critica comunista e Bandiera rossa
Scritti di Gianni Rigacci su Critica comunista
Versione di lettura convertita dal file originale.
Dei tanti scritti di Gianni Rigacci, oltre al libretto inedito dal titolo stimolante (Ma chi l’ha detto che non ci sarà un altro 1929), ho scelto tre saggi di un certo respiro, come esempi della sua ricchezza analitica e del suo metodo rigoroso.
1)La riforma fiscale cinque anni dopo (1980)
di Gianni Rigacci
Una spinta di massa
È opinione diffusa che lo Stato non funzioni. In grado di sostenerla, e non per sentito dire ma per casi vissuti, è la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. A ben guardare questa opinione diffusa è vera solo in parte:lo Stato, in quanto tale, è infatti una macchina perfettamente efficiente quando si tratta, per esempio, di finanziare capitalisti grandi e piccoli, siano essi «amanti del rischio» o bancarottieri, o quando si tratta di far pagare le tasse a chi lavora o ai vecchi pensionati. È invece una macchina assolutamente incapace di funzionare quando deve erogare servizi ai cittadini, intervenire in aiuto di popolazioni colpite da calamità, rispettare i contratti di lavoro stipulati coi propri dipendenti, eccetera.
Questi esempi, presi fra i tanti, non spiegano ovviamente certi modi particolarmente odiosi o di scandalosa inefficienza attraverso i quali lo Stato ha rapporti coi cittadini, ma rivelano come lo Stato, in quanto strumento che dovrebbe regolare la società, abbia un funzionamento alterno, fatto di rigore e di lassismo, a seconda della classe sociale che dovrebbe essere colpita o agevolata.
Se c’è un campo nel quale le due facce dello Stato si mostrano con maggior chiarezza è quello tributario. Fra le riforme chieste, anche con grandi lotte, dalla classe operaia italiana agli inizi degli anni Settanta, quella fiscale non era certo meno sentita di quelle della casa e della sanità. Dalle grandi masse non veniva tanto avvertito il fatto che fra i paesi industrializzati l’Italia non avesse ancora una imposta unica personale e progressiva sul reddito, come l’avevano da oltre mezzo secolo Germania, Olanda, Canada, Stati Uniti, quanto lo scandalo delle tasse non pagate dai capitalisti, dai proprietari terrieri, dai nobili, dai liberi professionisti, dai commercianti.
Il dato di fondo resta che dieci anni fa le masse erano nelle piazze per porre fine a una palese ingiustizia sociale (chi non ricorda i continui richiami all’articolo 53 della Costituzione?), perché cominciasse finalmente a pagare chi non aveva mai pagato, condizione indispensabile per una riduzione del carico fiscale ai tartassati da sempre.
Vista da questo punto di vista la riforma tributaria entrata in vigore nel 1973-74 può considerarsi completamente fallita. E non è fallita a causa dell’inflazione, che ha cominciato a galoppare con la seconda metà del 1979 (come da più parti viene sostenuto sottintendendo che sono sufficienti alcune modifiche per eliminare le attuali evidenti e, al di là di tutto, insostenibili sperequazioni), ma è fallita perché strutturalmente fondata su criteri discriminatori, su criteri di classe.
Il carattere di classe della riforma
Ben vengano indagini sulla riforma tributaria del 1973-74 per verificare cosa è cambiato in questi cinque anni, qual è oggi l’entità del prelievo fiscale, come si ripartiscono queste entrate, quale dinamica il sistema fiscale in vigore può avere: ma anche le ricerche più sofisticate rischiano di rimanere sospese per aria se non partono da una considerazione politica generale, che riguarda il dato strutturale sul quale è fondata la riforma tributaria.
Davanti a questa legge esistono due tipi ben distinti di contribuenti, la cui diversità deriva esclusivamente dalla collocazione sociale: quelli che hanno la possibilità di contrattare i loro redditi, e sono quelli (guarda caso) con i redditi più alti; e quelli che non possono contrattare alcunché, perché hanno redditi conosciuti da tutti, attesi al varco con la retribuzione, con la pensione, con il premio di produzione, con la tredicesima, con gli straordinari. Nei confronti di questi ultimi l’efficienza del fisco è straordinaria, raggiungendo la perfezione a ogni fine d’anno col famigerato conguaglio.
La consapevolezza di questa iniquità di partenza, se così possiamo chiamarla, fu aggirata dai legislatori varando, insieme alla riforma, il famoso progetto atena: un’anagrafe tributaria elettronica nazionale, che avrebbe dovuto permettere di effettuare una serie di controlli incrociati fra imposte dirette e indirette e ripristinare, almeno formalmente, la parità dei cittadini nei confronti del fisco.
Giuseppe Tedesco, su «Il Mondo», ha definito il fallimento del progetto atena come «uno dei più clamorosi insuccessi del fisco italiano». Forse sarebbe stato più corretto definirlo una ennesima truffa a danno dei lavoratori da parte del fisco italiano.
Cinque anni di aggiornamenti
Ma la riforma è fallita anche come strumento che avrebbe dovuto mettere fine a un sistema fiscale vecchio e farraginoso, regolato da una normativa contraddittoria, ponendo fine a una legislazione, come si soleva dire, tipicamente borbonica.
Negli ultimi cinque anni, infatti, sono stati emanati in media 500 provvedimenti all’anno tra leggi, decreti, circolari ministeriali, che hanno trasformato quello che doveva essere un modello di chiarezza in un caos indescrivibile. Molti di questi provvedimenti, sicuramente, si sono resi necessari a fini interpretativi di una legislazione che spesso si limita, non a caso, a determinare solo i principi generali; ma questi «successivi adeguamenti legislativi hanno creato nel nostro paese un mosaico di privilegi a tutela di interessi corporativi di cui è persino difficile [avere] una conoscenza esatta e completa».
La confusione legislativa non riguarda ovviamente le poche, semplici e chiarissime leggi riservate ai cittadini con reddito fisso, ma quegli
Di fatto si è trattato di
Situazione invidiabile per la dc, pronta a soffiare sul fuoco, ad alimentare la rabbia e insieme a strizzare l’occhio al piccolo borghese, avendo cura di presentarsi sempre come il partito in grado di difendere i grandi e piccoli privilegi molto meglio dei partiti a prevalente base operaia.
Quanto al sindacato, è solo nel settembre del 1978, dopo aver espresso un giudizio sostanzialmente positivo, o comunque non negativo, che si è accorto della natura classista della riforma tributaria e ha presentato una piattaforma unitaria dal pomposo titolo Questioni tributarie e riorganizzazione dell’amministrazione finanziaria, in occasione di uno dei soliti incontri col governo.
L’eccezionale incremento delle entrate
La riforma fiscale, vista sotto altri aspetti, è invece tutt’altro che fallita. Quando si passa, fra tasse dirette e indirette, dai 19.721 miliardi del 1975 ai 51.971 del 1979, con un incremento del 163%, si deve necessariamente parlare di successo spettacolare. Una vera e propria marcia trionfale, destinata a continuare se è vera la previsione che nel 1980 entreranno nelle casse dello Stato 61.640 miliardi. Solo gli speculatori sono riusciti, fra il 1975 e il 1979 – periodo in cui il costo della vita è aumentato complessivamente del 70% circa – a incrementare in modo così cospicuo le proprie entrate.
Al prelievo fiscale, concentrato fino al 1973-74 essenzialmente sui consumi di massa, si è sostituito un prelievo basato di fatto su due voci: i consumi di massa e le retribuzioni.
Per comprendere appieno gli effetti della riforma tributaria conviene però utilizzare altri dati. È norma diffusa considerare le entrate tributarie (tasse dirette e indirette più oneri sociali) in rapporto al prodotto interno lordo. Il metodo può lasciare qualche dubbio per l’indeterminatezza con la quale viene calcolato il prodotto interno lordo, ma è l’unico che consente confronti attendibili con altri paesi.
Per un decennio le entrate tributarie in Italia si sono attestate intorno al 30% del prodotto interno lordo; in cinque anni la percentuale è balzata al 34%, registrando un incremento che non ha eguali fra i paesi capitalistici più industrializzati, facendoci contemporaneamente, superare un ritardo che potremmo definire storico rispetto ai paesi aderenti alla cee.
È vero che in rapporto al prodotto interno lordo la percentuale delle entrate tributarie in Italia risulta sempre inferiore a quella degli altri paesi industrializzati; ma è anche vero che questo rapporto ha un senso a parità di reddito: non può essere ignorato infatti che il reddito medio esistente in Italia è molto più basso di quello dei paesi con i quali di solito si fanno questi confronti.
Suddividendo il totale delle entrate tributarie nelle tre voci dette sopra è possibile fare ulteriori considerazioni molto interessanti.
|
1975 |
1976 |
1977 |
1978 |
1979 |
Imposte dirette Imposte indirette Contribuzioni sociali |
8.570 22,8% 11.151 29,7% 17.866 47,5% |
12.334 25% 15.021 30,5% 21.910 44,5% |
16.458 26,5% 19.485 31,4% 26.191 42,1% |
22.403 29,3% 22.382 29,3% 31.624 41,4% |
26.041 28,8% 25.570 28,3% 38.813 42,9% |
totale |
37.587 100% |
49.265 100% |
62.134 100% |
76.409 100% |
90.424 100% |
Prodotto interno lordo
|
125.378 |
156.657 |
190.083 |
222.369 |
268.868 |
|
Rapporto entrate tributarie-prodotto interno lordo |
30% |
31,5% |
32,7% |
34,4% |
33,6% |
Sapendo come funzionano le statistiche nel nostro paese, è presumibile che i dati del 1979 debbano subire nei prossimi mesi alcuni aggiornamenti; dovrebbe trattarsi comunque di modifiche di entità non rilevanti.
Da questa tabella è possibile ricavare:
□ il contributo al totale delle entrate, derivante dagli oneri sociali e dalle tasse indirette, è diminuito, in cinque anni, rispettivamente di 4,6 e 1,4 punti: un totale di 6,2 punti, guadagnato ovviamente dalle tasse dirette;
□ dal 1975 al 1979 le entrate per imposte dirette sono aumentate del 260%, quelle per imposte indirette del 129%, quelle per contributi sociali del 11,7%;
□ a partire dal 1978 le entrate per tasse dirette hanno superato quelle per tasse indirette;
Miliardo più, miliardo meno, si tratta della cifra si cui sono aumentate le tasse dirette nel loro complesso. Questo dovrebbe significare che tutti i percettori di reddito non da lavoro dipendente nel 1979, con una inflazione del 20%, hanno percepito un reddito non superiore all’anno precedente (o sono riusciti ad aumentare le detrazioni previste dalla legge in modo eccezionale). Poiché la cosa appare poco probabile, ne consegue che l’area dell’evasione è aumentata nel 1979 in modo consistente.
□ La punta massima delle tasse indirette è stata raggiunta nel 1977. Poiché si tratta di tasse che rappresentano una percentuale di una grandezza monetaria, dovrebbero avere una andamento proporzionale all’inflazione. L’unica spiegazione al dato anomalo del 1979 è un aumento dell’evasione dell’iva.
□ I contributi sociali, in calo costante dal 1975, hanno registrato un aumento nel 1979. Le varie leggi e leggine che hanno ridotto negli anni scorsi gli oneri sociali pagati dalle aziende a fronte di ogni dipendente (fiscalizzazioni a pioggia, fiscalizzazioni del lavoro femminile) hanno certamente influito sui cali degli anni scorsi. La richiesta di ulteriori fiscalizzazioni, avanzata dal padronato italiano in questo momento, nasce anche dal dato del 1979, che interrompe una tendenza auspicata e difesa da numerosi economisti e, naturalmente, dai capitalisti. Il continuo confronto con gli altri paesi, dove la percentuale degli oneri sociali sul totale delle entrate fiscali è inferiore a quella registrata in Italia (ma la differenza, per esempio con Belgio, Germania, Francia, è oggi minima) mira allo stesso scopo.
A proposito di questa voce è aperto il dibattito sul come considerarla, se una tassa a carico dei datori di lavoro o a carico dei lavoratori. Poiché non è in relazione al reddito del capitalista, ma è rapportata a quello del lavoratore, potrebbe essere benissimo considerata alla stregua dell’iva, che si trova inclusa nei prezzi di ogni merce che si acquista. Con la differenza per il capitalista che il recupero dell’iva sulle merci che gli sono necessarie per una certa produzione avviene al momento in cui vende il prodotto finito, mentre il rimborso dell’iva sulla merce forza lavoro lo ottiene quotidianamente estorcendo plusvalore.
La riforma e la spesa pubblica
Il fisco è uno strumento formidabile in mano allo Stato. Tramite esso si può perseguire un aumento, magari selezionato, della spesa pubblica, oppure, manovrando opportunamente sulle varie voci, sulla progressività delle aliquote, sui controlli, mirare a una minore o maggiore giustizia distributiva. Infine, il fisco può essere usato come regolatore della domanda e dell’offerta in una fase economica difficile, di inflazione galoppante oppure di recessione.
Come si vede, il modo in cui viene usato questo strumento non è di secondaria importanza.
Sulla base dei risultati di sei anni di funzionamento della riforma fiscale, si può individuare con precisione cosa non si è voluto realizzare (la giustizia distributiva), mentre diventa difficile dire quale degli altri due obiettivi (aumento della spesa pubblica o uso keynesiano del fisco) è stato perseguito.
Per quanto riguarda la spesa pubblica alcuni dati possono offrire elementi di valutazione illuminanti. Fino al 1964 le entrate fiscali coprivano il 90% della spesa pubblica, mentre oggi coprono appena il 70%. La tendenza è quella di una forbice, che tende ad aprirsi anche perché ormai oltre il 10% delle entrate serve a pagare gli interessi dei debiti contratti in precedenza (fino al 1964 questa percentuale si aggirava intorno all’1%).
Davanti a queste cifre si può dire che il fisco è stato adoperato in funzione di un aumento cosciente della spesa pubblica? Molto probabilmente sì, anche se a questo proposito è necessario aggiungere alcune considerazioni.
Il disavanzo pubblico non è un dato che può essere preso come fine a se stesso, indipendentemente da quella che è la situazione economica in cui si verifica. In una fase di crisi, come è quella apertasi agli inizi degli anni Settanta, l’intervento nell’economia da parte dello Stato assume una importanza fondamentale.
Il prolungamento della scuola dell’obbligo o un sussidio decente ai disoccupati o ai sospesi dal lavoro, consentono di frenare tensioni sociali destinate a esplodere, oltre a ritardare la presa di coscienza da parte degli occupati della necessità per esempio di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro.
La fiscalizzazione a pioggia degli oneri sociali, una riduzione selezionata delle tasse indirette per aumentare la domanda di certi prodotti, prestiti a basso interesse, sono interventi che favoriscono i capitalisti e contemporaneamente scaricano su chi paga le tasse i costi di questi favori.
Le commesse statali, non ultime quelle militari, fonti di lauti profitti, rappresentano in una situazione di crisi un obiettivo perseguito con ogni mezzo: dal ricatto dei licenziamenti a operazioni che non hanno certo bisogno di essere spiegate.
In una fase di crisi la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti diventa la sbracata parola d’ordine di tutti i sostenitori (quando le cose vanno bene) dell’inventiva privata e, insieme, dello spreco causato da uno Stato disorganizzato e divoratore di risorse. La spesa pubblica diventa quindi un pozzo senza fondo: il deficit è cronico, in costante aumento. Non è un caso che il fenomeno sia generalizzato a tutti i paesi capitalistici.
Ma il pozzo non può essere considerato senza fondo. Esiste un limite oltre il quale certe contraddizioni del sistema non sono più rinviabili. La teoria keynesiana consentiva ampi margini di manovra con un tasso di inflazione prossimo allo 0%, buoni margini con un tasso intorno al 5%. Ma con l’inflazione che galoppa con incrementi annuali di due cifre la cosa si complica: i tagli della spesa pubblica e l’aumento delle entrate tributarie sono l’unico mezzo per evitare processi a catena difficilmente controllabili.
Riforma ed evasioni
Le indagini apparse negli ultimi mesi sulla stampa periodica e quotidiana hanno riportato all’ordine del giorno il problema dell’evasione fiscale. Fintanto che durerà l’eccezionale prelievo attuale sui redditi fissi le promesse (il «ride ben chi ride ultimo» di Andreotti; i controlli a sorteggio annunciati a ogni inizio d’anno e che nessuno sa mai come vanno a finire) non incanteranno più nessuno.
Stando ai dati del 1976, gli ultimi disponibili, il reddito medio dei commercianti era inferiore del 20% a quello degli operai; quello degli ingegneri, dei commercialisti, degli agenti di borsa, inferiore a quello degli impiegati; mentre gli impiegati con compiti direttivi avevano un reddito superiore a medici, avvocati e ai propri datori di lavoro…
Sarebbe però sbagliato additare al pubblico ludibrio, come da più parti viene fatto, categorie che non vanno certo famose per la loro onestà fiscale ma che rappresentano settori tutto sommato marginali di evasori fiscali. Stando alle stime approntate dal ministro di area socialista Reviglio, l’evasione dell’iva nel 1977 è stata di 4907 miliardi. Il 25% del totale l’ha evaso l’industria, il 30% i commercianti, il 10% i liberi professionisti, il 5% le ditte edili e, infine, il % gli alberghi e i pubblici esercizi.
Chi ha colpito Reviglio? Gli ultimi in classifica, quelli che evadono ogni anno 250 miliardi di iva e di conseguenza anche 150 miliardi di imposte dirette.
La ricevuta fiscale obbligatoria per gli albergatori e i pubblici esercizi ha diviso per alcuni mesi l’Italia. C’è chi l’ha definita un test eccezionale, chi una cosa assurda (come il predecessore di Reviglio, il repubblicano Visentini, che l’ha duramente attaccata in un articolo sul «Corriere della Sera». Lasciamo da parte Visentini e gli argomenti che ha adottato e vediamo di esprimere un giudizio più ponderato sull’uscita di Reviglio.
Primo dato. Evadere l’ iva per un proprietario di albergo o ristorante vuol dire prelevare ai consumatori una tassa per conto dello Stato e non girarla allo Stato. Agli occhi delle grandi masse la truffa è particolarmente sentita per il semplice motivo che non solo è chiaramente percettibile il meccanismo, ma è anche individuabile chi lo mette in pratica. Il «dagli all’untore» in una società in cui si riesce a convincere la gente a comprare prodotti assolutamente inservibili è un gioco da ragazzi.
Secondo dato. Davanti a una evasione iva di quasi 5000 miliardi l’anno, (e fanno 25.000 miliardi in lire 1977 da quando è entrata in vigore la riforma tributaria), davanti a una amministrazione del fisco burocratica e inefficiente, senza la possibilità di condurre controlli sistematici e in numero adeguato, che senso ha imporre svariate decine di milioni di ricevute fiscali all’anno per recuperare il 5% del totale dell’evasione dell’ iva?
Ma in Italia non viene evasa sistematicamente solo l’ iva. Il lavoro a domicilio e il doppio lavoro costituiscono una fonte di evasione fiscale tutt’altro che trascurabile: sfruttatori e sfruttati coalizzati contro il fisco, in un’alleanza che vede i primi prendersi il 70-80%, quando va male, dell’evasione e i secondi quello che resta. Secondo una indagine del ministero delle Finanze sull’evasione dell’irpef, nel 1977 non è stato dichiarato, e quindi non è stato tassato, il 25% dei redditi da lavoro dipendente. Ma contemporaneamente non sono stati tassati il 55% dei redditi da capitale e da impresa, il 70% dei redditi da fabbricati, il 92% di quelli dei terreni.
Per avere un’idea dell’entità, in cifra, di queste evasioni, e dando per scontata la veridicità dell’indagine, nel 1977 i lavoratori dipendenti non hanno dichiarato 15mila miliardi di reddito, presumibilmente tassabile al 10-15%, e tutti gli altri oltre 30mila miliardi, sicuramente tassabili a qualcosa di più del 10-15%.
Il panorama non sarebbe completo, e rischierebbe di portare fuori strada, se venisse a mancare la consapevolezza delle possibilità che la legge offre alle grandi società e alle banche di truffare lo Stato.
Il piccolo proprietario può sfuggire alla progressività addebitando una parte del reddito conseguito ai familiari. Si tratta di un vantaggio che non hanno i lavoratori dipendenti. Ma che dire del moltiplicarsi delle società fittizie, molte volte esistenti solo come cassetta fermo posta, aperte da società italiane nei diversi paradisi fiscali esistenti in Europa? Delle perdite sistematiche delle filiali in Italia delle grandi società petrolifere? Della costituzioni da parte di società immobiliari di società anonime praticamente esenti da tasse? Si tratta di evasioni colossali attuate nel pieno rispetto della legge. È infatti praticamente impossibile dimostrare la illiceità dei rapporti fra società italiane e, per esempio, le 40.000 filiali che queste stesse società hanno aperto nel Liechtestein: dimostrare cioè che la restituzione di un prestito oppure il pagamento di prestazioni di consulenza sono a fronte di prestiti e consulenze mai avvenute. Sarebbe difficile accertarlo per un Consiglio di fabbrica: figuriamoci per un gruppo di finanzieri!
Infondere fiducia, del resto, costa relativamente poco. E intanto si consentono al grande possessore di capitali, che acquista bot, interessi del 18% esenti da tasse, mentre al piccolo risparmiatore si danno interessi bancari dell’11% tassati al 18%.
Entrate tributarie e classi sociali
A riprova della iniquità dell’attuale sistema fiscale abbiamo già dimostrato come nel 1979 l’aumento delle tasse dirette si sia verificato esclusivamente torchiando a dismisura i lavoratori dipendenti. Abbiamo già dimostrato inoltre quali sono i mezzi leciti e meno leciti a disposizione di chi non ha reddito fisso, persona fisica o giuridica, per frodare il fisco; e come sia tutt’altro che priva di significato l’affermazione che ha pagare le tasse dirette siano sempre i soliti.
Le tasse indirette, con l’iva a scaglioni differenziati, consente di recuperare almeno in parte l’iniquità che si manifesta con le tasse indirette? Fanno parte delle tasse indirette una serie di imposte su oli minerali, tabacco, su certi prodotti alimentari (come birra, zucchero, caffè, banane), su energia elettrica, assicurazioni, bollo, eccetera.
Queste imposte rappresentano il 50% del totale delle tasse indirette (l’altro 5% è rappresentato dall’ iva).
Possiamo dire che a queste imposte contribuiscono i cittadini in rapporto ai loro redditi o piuttosto che ogni classe sociale vi partecipa in relazione al numero dei suoi componenti? È da ritenere che la seconda ipotesi non debba discostarsi molto dalla realtà.
Passiamo all’iva. Da un’indagine condotta dalla rivista del pci «Politica ed Economia» sull’incidenza dell’iva in relazione ai consumi delle diverse classi di reddito, è emerso che nel 1976 un reddito di 250mila lire al mese, pagava il 6,4% di iva, uno di 500mila (il doppio) il 7,3% e uno di un milione (il quadruplo) l’8,9%.
Si tratta di cifre che confermano cose risapute da tutti, ma che evidenziano come l’iva sia, nonostante una incidenza diversa a seconda dei prodotti, una imposta che si applica praticamente solo sui consumi di massa.
Alcune considerazioni conclusive
Esiste la possibilità in Italia di mettere in funzione un sistema fiscale meno inefficiente e iniquo dell’attuale? Gli esempi di altri paesi stanno a dimostrare che questo è possibile. Si può infatti trovare il modo di attenuare la progressività delle aliquote, come è certamente possibile far pagare un libero professionista almeno quanto paga un operaio. Ma il problema è un altro.
Le ingiustizie del sistema fiscale non possono essere viste come fini a se stesse, come una questione isolata dal contesto in cui si verificano. Il fisco che non funziona è solo un aspetto marginale, una conseguenza della vera ingiustizia di fondo di un sistema capitalistico: l’appropriazione privata da parte dei capitalisti del prodotto del lavoro altrui. Tutte le ricchezze di un paese (ivi comprese le fabbriche, i macchinari, le merci finite come le materie prime) sono il prodotto del lavoro della stragrande maggioranza della popolazione, di cui si appropria, in base al diritto borghese di proprietà una esigua minoranza assolutamente improduttiva. Far pagare le tasse a chi non ha reddito fisso significa di fatto mettere in discussione il diritto borghese alla proprietà. Significa innanzi tutto predisporre una serie di controlli decentrati in grado di stabilire i guadagni reali.
E chi può esercitare questi controlli nelle fabbriche, nelle banche meglio degli stessi lavoratori che in queste sono occupati? Chi ha più interesse a far pagare le tasse agli evasori di quelli che le pagano tutte senza remissione?
Certo, è necessario che aperti i libri contabili di ogni azienda, che venga eliminato il segreto bancario, che vengano predisposte misure severissime verso gli evasori (come per esempio l’esproprio senza indennizzo di tutte le loro proprietà), che vengano unificate tutte le banche in una sola banca statale (visto e considerato che la quasi totalità delle banche è di proprietà pubblica, non si capisce – o meglio lo si capisce molto bene – perché questo non avvenga).
Misure inaccettabili in un sistema capitalistico? Certo. Ma o si ha il coraggio di proporre queste cose o, in caso contrario, ci troveremo tutti gli anni a lottare per un aumento delle detrazioni e a lamentarci che a pagare siano sempre i soliti.
Gianni Rigacci
Nota bibliografica
Sulla questione fisco è stata pubblicata negli ultimi tempi una serie di testi di notevole utilità per capire l’argomento. Più o meno di facile lettura, rappresentano comunque uno sforzo che non ha precedenti nel nostro paese, almeno per quanto riguarda il pubblico al quale questi volumi sono indirizzati. Ne ricordiamo alcuni:
antonio pedone, Evasori e tartassati, Il Mulino, L. 3.000; (a cura di) silvano adriano e luciano violante, Le evasioni fiscali, De Donato, L. 5.000; sergio gambale, Struttura e ruolo del bilancio dello Stato in Italia, Il Mulino, L. 5.000; gracchus, Guerre fiscali, De Donato, L. 3.800.
Pubblicato in “Critica comunista” n. 8/9, luglio-ottobre 1980. Per altri scritti di Gianni Rigacci, si veda il sommario di Critica sul sito.
2) Sindacato: Quadri
A proposito dei «Quarantamila»
di Gianni Rigacci
Che lo si voglia o meno, la manifestazione dei « quarantamila » di Torino costituisce un fatto politico estremamente significativo; non tanto per il peso che ha avuto nelle conclusioni dello scontro alla Fiat, quanto per i riflessi che quella manifestazione, ampiamente propagandata, ha avuto su diverse centinaia di migliaia di lavoratori e sull'opinione pubblica più in generale.
Cercare di capire un fenomeno significa, innanzitutto, precisarne le dimensioni reali e il contesto in cui si è verificato. Per questo sono necessarie alcune puntualizzazioni:
i « quarantamila » non erano quarantamila ma molti meno; la cifra inizialmente diffusa dalla questura di Torino indicava in 10-12 mila i partecipanti;
il contributo di Agnelli alla riuscita della manifestazione è stato sicuramente determinante;
la manifestazione poteva essere efficacemente contrastata impiegando alcune migliaia di attivisti FLM, col compito di andare a spiegare fra i « quarantamila » e la gente che assisteva al corteo le ragioni delle forme di lotta alle quali la Fiat aveva costretto i lavoratori e qual era la posta in gioco;
dopo quel corteo era sicuramente possibile una contromanifestazione sindacale, con risposte politicamente adeguate alle parole d'ordine scritte sui cartelli dei quadri.
Per finire, non può essere dimenticato che quella manifestazione ha fatto comodo sia ad Agnelli e ai capitalisti in genere — per dimostrare che una parte dei lavoratori vuole finirla col sindacato dei cortei interni, dei picchetti, del controllo nei reparti, ecc. —, sia alle burocrazie sindacali - per chiudere una vertenza in modo da rafforzare una linea di collaborazione di classe da tempo avviata.
Crisi del sindacato e movimento dei quadri
Ma, chiarito questo punto, resta il problema che per la prima volta in Italia, dal 1968 a oggi, c'è stata una manifestazione di massa con una precisa caratterizzazione antisindacale; che quella manifestazione ha fatto rialzare la testa, un po' in tutte le fabbriche, ai vari sindacatini dei quadri fino a ieri più o meno clandestini; che tutta una serie di capi, capetti, impiegati collocati nei livelli più alti, frustrati da rapporti di forza in fabbrica in sostanziale equilibrio da oltre un decennio, ha cominciato a pensare alla rivincita e a vedere in queste strutture embrionali dei quadri possibili portavoce delle loro esigenze.
Certo che, finché il sindacato è riuscito a dare di sé l'immagine di una forza senza l'avallo della quale in fabbrica e nel paese niente poteva essere deciso, anche ai quadri è mancato uno spazio di manovra autonomo. E questa immagine, si badi bene, è rimasta sostanzialmente intatta anche quando, con l'Eur, è stata imboccata in modo aperto la strada dei sacrifici. Si trattava di « scelte autonome » del sindacato, che avevano un'idea forza: quella di presentarsi come la condizione necessaria per creare la premessa di cambiamenti favorevoli ai lavoratori; al di là di tutte le sofisticherie, questa è stata la ragione che ha fatto accettare l'Eur alla stragrande maggioranza dei lavoratori italiani. In quell'occasione, l'unica speranza dei quadri non poteva essere che quella di aspettare il garantito « secondo tempo », nel quale fare pesare le loro esigenze specifiche.
Ma, nel momento in cui ai sacrifici autonomamente concessi sono seguiti altri sacrifici imposti da governo e padronato (con l'avallo più o meno esplicito delle burocrazie sindacali), è emersa chiaramente agli occhi di tutti la crisi della strategia politica dell'Eur.
Non poteva essere diversamente: quando un sindacato non riesce a difendere gli interessi più elementari dei suoi aderenti (in questo caso della classe operaia nel suo insieme), quando addirittura lascia che i suoi rappresentanti più esposti, i delegati, vengano sbattuti fuori dalla fabbrica (basta pensare al caso dei « 61 » e a quanti sono i delegati compresi nei 23.000 a cassa integrazione della Fiat), allora si fa strada nella classe operaia la logica dell'autodifesa e, mentre i settori forti riescono a mantenere la loro compattezza, in altri più colpiti dalla crisi e con minori tradizioni si creano divisioni e i lavoratori meno sindacalizzati cominciano a pensare che l'azione più efficace sia quella individuale. Quest'azione poi diventa di gruppo quando strati di lavoratori con analoghe mansioni scoprono di avere perduto - per l'iniziativa sindacale (vedi scale mobili anomale), o perché la forza operaia ha impedito il perpetuarsi di forme padronali discriminatorie - privilegi materiali e morali. Scatta in questi casi la molla corporativa, che arriva a investire ben definiti settori di categorie, se non categorie intere.
L'errore del sindacato (meglio sarebbe dire delle burocrazie sindacali) non sta quindi nell'avere perseguito una politica di esasperato appiattimento salariale, come da più parti si sostiene, ma nell'avere volutamente rinunciato ad utilizzare la forza conquistata nel 1968-1969.
Il problema è politico. Alla base delle rivendicazioni operaie del 1968-1969 c'era un sostanziale rifiuto di quelle che oggi definiremmo le « compatibilità del sistema » e c'erano, insieme, le condizioni per concessioni da parte dei capitalisti. L'aggravarsi della crisi economica ha ridotto drasticamente questi margini, per cui non tenere conto delle compatibilità del sistema avrebbe, alla lunga, portato a uno scontro decisivo.
La burocrazia ha capito molto bene e in tempo che solo una correzione di rotta avrebbe potuto evitare questa eventualità.
A uno scontro decisivo con la classe operaia all'attacco ha preferito un ripiegamento dell'intero movimento, nella piena consapevolezza di un arretramento complessivo delle condizioni di vita dei lavoratori, dell'aprirsi di
un processo lacerante all'interno della classe operaia, del proliferare di tendenze corporative.
Le organizzazioni dei quadri
Queste considerazioni politiche non possono farci dimenticare alcune questioni che riguardano in modo specifico i cosiddetti quadri dell'industria, con i quali il movimento sindacale dovrà per forza misurarsi nel prossimo futuro. Negli ultimi mesi sono comparse sulla stampa numerose e dettagliate indagini sulle varie organizzazioni dei quadri esistenti che, aggiunte alle interviste concesse a piene mani dai loro presidenti, segretari regionali e nazionali, hanno consentito di fare un minimo di chiarezza su un fenomeno fino a ieri poco conosciuto.
La manifestazione di Torino non solo ha fatto aumentare in modo consistente gli iscritti (le varie organizzazioni dovrebbero contare, oggi, poco meno di 70.000 iscritti, su un totale di 800.000 quadri — secondo loro stesse stime - nell'industria), ma ha anche costituito una spinta eccezionale a ricercare forme di aggregazione più o meno permanenti.
Semplificando, tre sono le posizioni che si sono manifestate in questi ultimi mesi nei vari convegni e dibattiti dei quadri:
quella rappresentata dalla Sinquadri (5.000 iscritti, presente in particolare nelle aziende a PPSS), aderente alla Confederquadri, nella quale sono più forti le spinte per costituire subito un vero e proprio sindacato autonomo, con l'obiettivo di arrivare a un unico sindacato comprendente i dirigenti, sul modello esistente in Francia;
quella delle altre organizzazioni aderenti alla Confederquadri (Confederdia per l'agricoltura, Assiquadri per le assicurazioni, Coordinamento quadri Fiat), che si differenziano dalla precedente solo per una maggiore cautela nel perseguire l'obiettivo del sindacato autonomo dei quadri;
quella della Unionquadri (30.000 iscritti, presente nell'Enel, Sip, nel settore farmaceutico), che vuole rimanere un'organizzazione a carattere professionale, evitando scontri e contrapposizioni nette con le confederazioni sindacali, ma avendo, contemporaneamente, un rapporto privilegiato con le organizzazioni dei dirigenti.
Come si vede, si tratta di posizioni diverse, non superabili nel breve periodo e che riflettono in ultima analisi la fluidità dei rapporti fra le classi nel nostro paese.
Ma, se esistono diverse ipotesi organizzative, non esistono differenze apprezzabili per quanto riguarda le richieste di fatto centrate tutte su aspetti salariali. Ne è chiaro esempio la piattaforma votata all'unanimità nel convegno tenutosi a metà dicembre a Milano dalle varie organizzazioni aderenti alla Confederquadri, i cui punti ricalcano le proposte avanzate in varie interviste dal presidente della Unionquadri, il democristiano Rossitto.
In essa viene richiesto il punto differenziato della contingenza, lo scongelamento della contingenza ai fini dell'indennità di liquidazione, una nuova curva dell'IRPEF che tenga naturalmente conto degli stipendi più alti, un nuovo tetto per le pensioni e, infine, la revisione dell'articolo 2095 del codice civile che, prevedendo solo tre categorie professionali - operai, impiegati e dirigenti -, li priva di riconoscimento giuridico.
Partiti e capitalisti davanti al movimento dei quadri
Le risposte dei partiti, del sindacato e dei capitalisti al movimento dei quadri non si sono fatte attendere. Fra i partiti, PRI e PLI hanno immediatamente preso contatti coi loro leader, convocato convegni e tavole rotonde, proposto in parlamento una legge per la modifica dell'articolo 2095.
Un'operazione apertamente strumentale, una scoperta caccia al voto destinata a ottenere scarsissimi risultati, proprio per la collocazione sociale dei quadri schiacciati fra « l'incudine e il martello ». La DC, molto più prudentemente, si è limitata alla presentazione di una sua proposta di legge sull'articolo 2095. PCI e PSI sono stati impossibilitati a intervenire, essendo troppo identificabili con le organizzazioni sindacali.
Diverso l'atteggiamento assunto dalle cosiddette « parti sociali ». Il padronato, sia pubblico sia privato, non ha per il momento dimostrato eccessivo entusiasmo all'eventuale nascita di un sindacato autonomo dei quadri. Pur con diverse accentuazioni, Massacesi, Mandelli, Lucchini, Auteri (direttore del personale della holding Fiat), intervistati da « La Repubblica », non si sono pronunciati in modo molto diverso. La posizione degli industriali può essere sintetizzata con le parole di Auteri: « [...] fra un sindacato che si spezzetta e si corporativizza e uno che si fa carico dei problemi industriali, secondo una logica di impresa di tipo occidentale, scegliamo il secondo » (13 dicembre 1980). Ai quadri che meritano, sindacato permettendo, ci penseranno loro con gli aumenti di merito che già stanno dando, ma in misura molto limitata proprio per i vincoli sindacali ai quali sono sottoposti.
È una posizione tattica di attesa, considerato che per il momento la « questione quadri » investe in profondità le strutture del sindacato, indebolendolo, oppure è realmente ciò che pensano i capitalisti?
Fino al 1968, il padronato italiano ha potuto giocare la carta della divisione del movimento operaio: da una parte gli impiegati, dall'altra gli operai. I contratti prevedevano differenze normative profonde, tali da far sentire gli impiegati dei privilegiati. Il loro incessante aumento numerico, la parcellizzazione estesasi allo stesso lavoro impiegatizio, ha spinto in quella particolare stagione che è stato il 1968-1969 settori importanti di impiegati a lotte eccezionali, anche autonome (basta ricordare quella famosa dei tecnici del bunker della Snam a San Donato Milanese), che hanno completamente fatto saltare lo schema di riferimento precedente.
Il fatto che negli ultimi dieci anni sia rimasto pressoché costante il numero degli operai e sia aumentato quello degli impiegati del 50%; che i contratti abbiano normative poco diverse; che i processi di parcellizzazione del lavoro impiegatizio abbiano fatto passi da gigante, può tranquillamente fare escludere un recupero da parte padronale della categoria nel suo insieme.
Avere quindi un nuovo sindacato fra i piedi, anche se costituito dai più fedeli esecutori degli ordini padronali, non può che acuire tensioni nelle fabbriche e, per di più, non può che ridurre la discrezionalità del padronato, che non considera certo uguali tutti quelli che si sentono quadri.
Ci sembra, quindi, che la freddezza con la quale sono state accolte le iniziative dei quadri da parte padronale scaturisca da considerazioni molto semplici e non modificabili nel breve periodo. Strumentalizzarne il malcontento, giocare sulle loro iniziative, come nel caso della manifestazione di Torino, non vuol dire, infatti, un riconoscimento. Una delusione profonda per quei quadri che considerano le aziende « come un valore e non come un fatto negativo, perché l'azienda non si può intendere sempre e esclusivamente come un luogo di sfruttamento » (intervento di Arisio, presidente del Coordinamento quadri Fiat, alla tavola rotonda organizzata a Torino dal PRI il 19 dicembre 1980).
Il sindacato e i quadri
Non possiamo nasconderci che al sindacato italiano il movimento dei quadri ha posto non pochi problemi. Come pensa il sindacato italiano di affrontarli? Le posizioni comparse sulla stampa sono le più varie, pur avendo tutte quante alcune parti in comune: per un lungo periodo siamo stati costretti dalla base a trascurare i quadri; la situazione è ormai diventata insostenibile; tecnici, impiegati ad alto livello, i capi non devono essere lasciati alla mercé del padronato; tocca quindi a noi farci portavoce delle loro esigenze, anche a costo di mettere una pietra sopra a una pratica rivendicativa che ha caratterizzato tutto l'ultimo decennio. Il convegno tenutosi a fine dicembre, organizzato dalla CGIL, chiarisce molto bene la posizione della parte più prudente nelle autocritiche.
La presenza al convegno di Rossitto, presidente della Unionquadri, organizzazione favorevole a che i quadri restino un'associazione professionale, indica chiaramente la scelta di un interlocutore privilegiato e, insieme, la chiusura verso chi vuole costruire un sindacato autonomo.
Se trascuriamo i soliti cappelli fumosi, le solite dichiarazioni di principio che dicono tutto e niente, ci si accorge che le uniche proposte comprensibili, concrete, sono quelle salariali. Considerato intoccabile il punto di contingenza uguale per tutti (ma la UIL, parte della CISL e certi esperti dell'apparato tecnico della CGIL sono dichiaratamente per il punto differenziato), la CGIL propone di rivedere l'inquadramento unico, aumentandone i livelli, allargare i parametri « storici » 100-200 non più partendo dal 1° livello ma dal 3°, rilanciando il criterio della professionalità per i passaggi.
Per superare l'attuale mancanza di rapporti fra sindacato e quadri ci sono proposte diverse: considerata insufficiente l'ipotesi di una partecipazione dei quadri all'elezione dei Consigli di Fabbrica, si auspicano consulte dei quadri con le quali poi misurarsi, rappresentanze superiori alla loro consistenza numerica effettiva nei Consigli, ecc.
Quadri d'autore e stampe
Sul modo come il sindacato vuole affrontare questi problemi pensiamo sia necessario fare alcune considerazioni. Coi quadri, che arrivino tutti insieme a costituirsi in sindacato, autonomo o meno, i conti bisognerà farli.
Il problema da affrontare prioritariamente è la collocazione di classe di questi lavoratori, alla luce di quella che è l'attuale organizzazione del lavoro, profondamente modificatasi nell'ultimo decennio.
Nel suo ormai famoso saggio sulle classi sociali, Sylos Labini colloca tutti gli impiegati fra la piccola borghesia. L'inquadramento unico, pur non avendo risposto alle attese iniziali per quanto riguarda la possibilità che avrebbe dovuto offrire per modificare l'organizzazione del lavoro, ha però consentito di dare un colpo decisivo alle teorie di Sylos Labini.
L'intreccio operai-impiegati, e quindi il riconoscimento di pari professionalità e quindi di pari retribuzione, è ormai un dato acquisito. Resta il 7° livello (e — dove esistono — quelli superiori), nel quale sono collocati solo impiegati e dove molti si sentono quadri.
Pensare che si tratti esclusivamente di vecchi mastini delle catene di montaggio, che covano propositi di vendetta dopo dieci anni di martellante contestazione operaia, è completamente sbagliato. Negli ultimi dieci anni, per esempio, sono entrati nelle fabbriche centinaia di migliaia di diplomati e laureati che non hanno niente a che vedere con i loro predecessori. Né possiamo vedere l'industria italiana organizzata come una grande Fiat, catene di montaggio comprese. Accanto a fabbriche assimilabili alla Fiat ve ne sono moltissime altre che, per motivi diversi, non hanno niente a che vedere con l'organizzazione produttiva di Mirafiori.
E il tecnico, il laureato, lo specialista (termine con il quale subito dopo la Rivoluzione d'ottobre venivano indicati, se non tutti, almeno una parte di quelli che oggi si definiscono i « quadri ») sentono di essere diversi dall'operaio, ma anche di essere la rotella di un meccanismo che li stritola. Il ritorno al bel tempo andato è, in fondo, l'obiettivo di una parte minoritaria dei quadri, quelli che quel tempo l'hanno vissuto.
Negli uffici impiegatizi non c'è più il capo che comanda dispoticamente 40-50 impiegati, ma un gruppo di 5-6 tecnici, con un laureato a capo, che si occupano di un aspetto ben limitato del processo produttivo, con a disposizione apparecchiature inimmaginabili dieci anni fa.
Nei reparti, al capo non vengono più richieste nozioni tecniche, per il semplice motivo che sono diversi piccoli gruppi di lavoratori incaricati di fornirle. Al capo del reparto si richiede, innanzitutto, il rispetto dei programmi impostigli dai gruppi di lavoratori addetti a questa funzione. Suo compito primo diventa, quindi, preoccuparsi di spostare gli operai per far fronte alle assenze, risolvere problemi logistici, superare le disfunzioni che si presentano: fare, insomma, « girare » gli impianti.
Al capo reparto ex operaio, professionalmente capace, con iniziativa superiore alla media, riconoscente all'azienda che lo ha scelto fra tanti altri, si è sostituito un gestore, un burocrate nel più pieno significato della parola.
Il processo di proletarizzazione che ha investito gli impiegati nel loro insieme non ha risparmiato neanche i capi, nel senso che ne ha appiattito le funzioni, riducendo di conseguenza il loro potere decisionale.
Con la riduzione della professionalità richiesta, i quadri non potevano che vedere ridurre, inevitabilmente, anche il divario fra la loro retribuzione e quella degli operai.
Se, infatti, ci riflettiamo bene, fatte salve alcune aziende - dove forza della classe operaia, ma anche produzione particolare, hanno consigliato le direzioni a non marciare sulla strada degli aumenti di merito —, nessuno avrebbe potuto impedire al padronato di mantenere i parametri dei primi anni Settanta. Se ciò non è avvenuto, o se ne ha usufruito solo una piccola parte dei quadri, la spiegazione non può che essere politica e cioè, che lo stesso padronato considera insostituibile per gestire le fabbriche solo una piccolissima parte di quelli che si considerano quadri. Se volessimo indicare quanti sono oggi questi « indispensabili », verrebbe fuori, al massimo, un numero triplo degli attuali dirigenti (un decimo o poco più di quelli che vengono considerati dagli stessi quadri i potenziali quadri!).
Resta il problema della proletarizzazione degli impiegati: da più parti questo processo viene negato. Per quanto ci riguarda, siamo di parere opposto. Nelle inchieste condotte dal CESPE prima fra gli operai e poi fra gli impiegati della Fiat (ma vale anche per l'inchiesta Italsider), è emerso che, per imparare la mansione svolta al momento dell'indagine, aveva impiegato da un mese a un anno 1'80% degli operai, ma anche il 64% degli impiegati.
C'è qualcuno disposto a sostenere che la stessa inchiesta, se condotta quindici anni fa, avrebbe dato lo stesso risultato?
Alcuni problemi reali
Delimitare la questione quadri non può però farci dimenticare alcuni problemi, che riguardano gli impiegati nel loro insieme e in particolare quelli a più alto livello:
le acquisizioni normative nei contratti successivi al 1968 hanno in un primo momento fatto raggiungere agli operai, anche se non in tutte le categorie, certe condizioni degli impiegati (indennità di liquidazione, giorni di ferie, orario di lavoro); poi operai e impiegati a livelli più bassi hanno superato le differenze con gli impiegati a livelli più alti con la conquista del punto di contingenza uguale per tutti; per finire, è stata raggiunta la parità normativa, nel contratto del 1979, per quanto riguarda gli scatti di anzianità, ma non facendo raggiungere a tutti le condizioni di miglior favore esistenti, ma attuando il processo inverso, per cui, se gli operai hanno ottenuto dei miglioramenti, gli impiegati, nel loro insieme, hanno registrato un significativo arretramento;
l'inquadramento unico, nato con l'obiettivo di modificare l'organizzazione del lavoro, ha pesato in modo insignificante nel processo di riorganizzazione tecnologica degli ultimi anni e le riorganizzazioni sono avvenute indipendentemente dall'inquadramento unico; risultato finale: la classificazione in vigore risulta inadeguata alla realtà produttiva attuale, in basso ma anche in alto;
la difficoltà di definire il valore - in una realtà oggettiva e soggettiva come quella che stiamo vivendo - del lavoratore adibito al lavoro meno qualificato e, poniamo, il laureato; si tratta, in altre parole, di pronunciarci sull'appiattimento salariale verificatosi in questi ultimi dieci anni. Se escludiamo gli aumenti di merito, queste sono le variazioni frutto della contrattazione fra padronato e sindacato in una fabbrica che potremo definire campione:
Retribuzione tabellare mensile (paga base + 3* elemento + contingenza)
al 1° ottobre 1980 - Nuovo Pignone
Livello Retribuzione 1969 Parametri Retribuzione 1980 Parametri
1° 129.891 100 610.384 100
2° 147.523 114 632.534 104
3° 166.703 128 673.134 110
4° 179.977 139 700.584 115
5° 200.060 154 730.884 120
6° 226.750 175 768.984 126
7° 274.286 211 840.294 138
8° 944.394 (*) 155
9° 1.050.244 (*) 173
(*) Livelli aggiunti unilateralmente dall'azienda successivamente al 1971.
Dalla tabella emerge come, nonostante l'aggiunta di due nuovi livelli, il parametro fra il massimo e il minimo si sia notevolmente ridotto e come si siano anche ridotti i parametri fra i vari livelli; la riduzione è ancora più marcata se teniamo conto che il premio di produzione annuale è uguale per tutti. Va, inoltre, tenuto conto che il 1° e il 2° livello sono di passaggio; in pratica, se l'azienda per un paio d'anni non assume nessuno, questi due livelli restano vuoti. Trova conferma nella legge del valore un rapporto 100-135 fra il più basso livello, il 3°, e il 7°, che un laureato raggiunge dopo 4-5 anni? Sono una cifra realistica 170 mila lire al mese di differenza, che si riducono a 120 mila nette a causa del prelievo fiscale? E ancora: quanti livelli professionali-retributivi dovrebbero realisticamente esistere nelle fabbriche oggi?
L'ultimo punto riguarda la contingenza: l'aumento del costo della vita che colpisce una famiglia tipo si traduce, ogni trimestre, in una cifra uguale per tutti, al lordo, ma inversamente proporzionale se considerata al netto, subendo una tassazione intorno al 25% il lavoratore al più basso livello e superiore al 30% quello a livello più alto.
Queste considerazioni portano ad alcune conclusioni scontate: per esempio, che la contingenza deve costituire un recupero uguale per tutti e non dovrebbe, quindi, essere gravata di tasse; che la parità normativa operai-impiegati per quanto riguarda gli scatti doveva essere raggiunta senza penalizzare gli impiegati.
Restano le domande sul numero dei livelli che dovrebbero esserci oggi in una fabbrica e sulle differenze parametrali.
Sul numero dei livelli: se è vero che il processo produttivo avvenuto in questi anni consente oggi di acquisire il mestiere più rapidamente che in passato, non si vede per quale motivo un inquadramento unico professionale nato su sette livelli non debba non tenerne conto. Può darsi che i rapporti di forza non consentano di tradurre in pratica questa realtà, ma questo è un altro discorso.
Sulla questione dei parametri, punto centrale di ogni richiesta dei quadri, la questione è più complessa.
Per chi si richiama al marxismo, non si tratta di un problema nuovo. Sulla questione si sono pronunciati Marx in occasione della Comune di Parigi, Lenin prima e dopo l'Ottobre, Che Guevara subito dopo la rivoluzione vittoriosa a Cuba. Pur trattandosi di scritti riferiti a periodi storici nei quali il potere politico non era più in mano alla borghesia capitalistica, restano punti di riferimento obbligati.
Lenin nell'opuscolo Stato e rivoluzione, scritto alla vigilia della Rivoluzione d'ottobre, considerò come « fine immediato » un'organizzazione dell'economia nazionale in cui « i tecnici, i direttori, i contabili, come tutti i funzionari dello Stato, sono retribuiti con uno stipendio non superiore al salario di un operaio » e nell'opuscolo dello stesso periodo, I bolscevichi conserveranno il potere statale?, considerò la possibilità di una momentanea limitazione della politica di eguaglianza dei salari nei confronti degli « specialisti ».
Subito dopo la Rivoluzione si affermarono salari che variavano, dal più alto al più basso, nella misura di 3 a 2 (parametro 100-150). I postelegrafonici furono la prima categoria a far saltare questi limiti, varando paghe da un minimo di 216 rubli a un massimo di 800 rubli per i dirigenti.
Nel 1921, il principio egualitaristico saltò: vennero definiti 17 livelli salariali, dei quali i primi 9 rappresentavano gli operai manuali e i rimanenti il personale d'ufficio amministrativo: rapporto parametrale 1 a 2,7, dal 1° al 9° livello; 1 a 5, dal 1° al 17°. Nel 1923, la proporzione venne portata a 1, 3,5, 8 e gli «specialisti» non rientravano nelle diciassette categorie. Un ventaglio salariale giustificato solo in parte dall'affermazione, anche nell'URSS postrivoluzionaria, della teoria del valore; infatti, in quella situazione, giocò un peso rilevante il ricatto degli specialisti, attirati in altri paesi da condizioni di vita meno drammatiche di quelle che poteva assicurare il governo sovietico. Non sfuggiva comunque, a dirigenti bolscevichi come Preobrazenskij, il fatto che il sistema delle paghe differenziate « non ha nulla, e non può avere nulla in comune con il socialismo ». (Ben altro discorso dovrebbe essere fatto per le differenze di retribuzione accentuatesi nel periodo staliniano, in condizioni economiche e sociali che non offrivano giustificazioni di sorta.)
La realtà italiana di oggi non ha, evidentemente, niente a che vedere con la realtà dell'URSS dei primi anni Venti, di un paese nel quale era stato abbattuto il capitalismo, ma dove le condizioni erano di paurosa arretratezza. Ma la realtà italiana di oggi non ha niente a che vedere neanche con la realtà di dieci anni fa. Si pensi, per un momento, alla scolarizzazione di massa e a che cosa ha significato. In linea generale, un operaio entra in fabbrica oggi con 8-10 anni di scuola, un diplomato con 13, un laureato con 18. Venti anni fa, alla Fiat entravano gli emigranti meridionali, con livelli di scolarità decisamente inferiori.
Una risposta sui parametri potrebbe venire da una indagine seria e rigorosa sulla realtà degli altri paesi capitalistici avanzati.
Secondo un recente studio della International Management, citato da Glisenti sul « Corriere della Sera » del 23 novembre 1980, le differenze salariali fra colletti blu e colletti bianchi sono destinate a ridursi fino ad annullarsi. Si tratta di una previsione fondata su dati rilevati negli USA che, se veri, non possono non far riflettere: nel 1951, un laureato con 35 anni di anzianità percepiva una retribuzione superiore del 39% a quella di un operaio con la stessa anzianità; nel 1974, questa differenza si era ridotta al 15%, per arrivare all'8% nel 1978.
Ebbene, in Italia, se consideriamo tutte le voci della retribuzione annuale al netto, abbiamo oggi differenze parametrali non molto inferiori a quelle USA. Per essere più chiari: già un ritorno ai parametri del 1979, ai quali nel sindacato molti vorrebbero rifarsi per calibrare le richieste salariali dei prossimi contratti, porterebbe a differenze salariali molto più marcate di quelle registrate nel 1978 negli USA.
Queste offerte sindacali rischiano, quindi, di non trovare riscontro in una realtà che potremmo definire oggettiva, senza peraltro riuscire ad accontentare neanche le più moderate richieste salariali avanzate dai quadri nei mesi scorsi.
Pubblicato in “Critica comunista” anno III, aprile-maggio 1981, numero 11
3) Condizione operaia e progresso tecnologico
Investimenti e riorganizzazione
del lavoro: gli anni Settanta
di Gianni Rigacci
Una delle contropartite ai sacrifici decisi nel 1978 con la svolta sindacale dell'EUR avrebbe dovuto essere un massiccio rilancio degli investimenti dopo un decennio di presunto ristagno.
Che i sacrifici compiuti dai lavoratori in questi ultimi tre anni siano stati la molla che ha spinto i capitalisti a investire non ci sentiamo di giurarlo: fatto è che dopo un marcato incremento conseguito nel 1979, gli investimenti, soprattutto industriali, hanno conosciuto nel 1980 un vero e proprio boom. Per trovare un risultato analogo è necessario infatti ritornare al biennio 1967-1968.
Questo dato, ricavato dalla Relazione generale della situazione economica del paese, assume un particolare significato se teniamo conto di altri due dati: dal 1977 al 1980 i lavoratori dipendenti dell'industria sono aumentati di appena 3000 unità su un totale di 6.500.000 occupati, mentre la produzione industriale, fatto 100 il 1970, ha fatto registrare nel 1978 un dato medio di 127, nel 1979 di 132, nel 1980 di 142.
Da questi pochi elementi scaturiscono due considerazioni preliminari:
la parola d'ordine dei sindacati per « più investimenti » sottintendeva due conseguenze: a un allargamento della « base produttiva », cioè una maggior produzione, cosa che si è verificata e in misura decisamente superiore alla media registrata dai paesi nell'area dell'OCSE; b un aumento dell'occupazione, cosa che non è avvenuta essendo stati privilegiati investimenti di tipo sostitutivo rispetto a quelli di tipo espansivo;
convinzione comune, anche perché alimentata dalle direzioni sindacali ma soprattutto dal PCI, è stata per un lungo periodo quella di un capitalismo italiano votato per libera scelta alla stagnazione economica, assenteista o quanto meno incapace di reagire a una tendenza destinata a far uscire l'Italia dal gruppo dei paesi più industrializzati e a farla allineare a quelli (cosiddetti) in via di sviluppo. Ebbene, mentre tutto il dibattito era concentrato su questa questione, si verificava un processo di ristrutturazione tecnologica e organizzativa intensissimo, che molto probabilmente ha raggiunto il suo punto massimo con il 1980.
La scelta qualitativa degli investimenti effettuati nel 1980 emerge con molta chiarezza dalla citata Relazione: nel 1980, rispetto al 1979, i fabbricati non residenziali sono aumentati in volume del 3,8%, mentre sono aumentati di oltre il 17% quelli relativi a macchine e attrezzature (e all'interno di questa branca progressi superiori alla media sono stati registrati dagli investimenti in macchine per ufficio, calcolatori elettronici e macchine elettriche e non elettriche). Se consideriamo che il 1979 era già stato un anno estremamente positivo si ha la misura del fenomeno.
Il trascorso biennio, d'altra parte, non fa che confermare l'eccezionale dinamicità del capitalismo italiano di questo dopoguerra;
nell'industria metalmeccanica, facendo uguale a 100 il valore degli investimenti al 1966, l'Italia cresce a 208 nel 1970 e a 413 nel 1974, la Francia a 193 nel 1979 e a 266 nel 1974, la Germania diminuisce da 177 nel 1970 a 160 nel 1974; nella chimica nel periodo '70-74 gli investimenti crescono in Italia ad un tasso medio annuo del 6%, in Francia del 5%, nel Regno Unito dello 0,3%, in Germania flettono del 6%, in Francia del 5%, nei Regno Unito dello 0,3%, in Germania flettono addirittura ad un tasso annuo del 3,6% [Laura Pennacchi, su « Politica ed Economia »]
Alla luce di questi dati, ma non solo di questi pensiamo di poter tranquillamente affermare che l'industria italiana sia oggi, da un punto di vista tecnologico, complessivamente in grado di potersi misurare alla pari con l'industria dei paesi più avanzati: E a chi sollevava obiezioni su una presunta perdita di competitività rilevabile dal deficit commerciale registrato nel 1980 e nei primi mesi del 1981 in settori anche tradizionalmente attivi come quello dell'auto e siderurgico, la risposta è quanto mai ovvia: l'Italia, nel 1980, fra i paesi industrializzati, ha svolto il ruolo della locomotiva grazie a una inflazione a livelli record; davanti a una contrazione della domanda interna in tutti i paesi della CEE, il mercato italiano è stato per tutto il
1980 l'unico sbocco possibile per i capitalisti occidentali. Si è verificato, inoltre, un altro fenomeno che ha sicuramente inciso in modo più significativo del precedente: davanti alla possibilità di vendere i propri prodotti aumentati del 20% rispetto all'anno precedente in Italia oppure del 5, massimo 10% all'estero, è evidente che i capitalisti italiani hanno preferito vendere in Italia. Il deficit commerciale, infatti, non è tanto addebitabile all'aumento delle merci importate quanto alla diminuzione di quelle
esportate.
Investimenti e rapporti di forza fra le classi
Da un punto di vista degli investimenti e delle trasformazioni organizzative del lavoro, il decennio degli anni Settanta può essere diviso in due fasi distinte: la prima, che possiamo datare dal 1969 al 1975, nella quale i capitalisti si sono mossi sotto la spinta della contestazione operaia, avendo ben chiaro che ridurre la tensione esistente nelle fabbriche era un obiettivo imprescindibile per un recupero dei profitti; la seconda, che possiamo considerare iniziata col 1974, che ha visto i capitalisti muoversi, ovviamente per lo stesso motivo, ma con scelte sostanzialmente diverse dal periodo precedente.
Se teniamo conto che i profitti del 1980 hanno raggiunto i livelli del 1968, ma soprattutto che da tre anni sta aumentando, sistematicamente, la percentuale del prodotto interno lordo, cioè della ricchezza prodotta, che va alle rendite e ai profitti, possiamo concludere che i mutamenti verificatisi negli ultimi anni nel nostro paese hanno consentito alla borghesia di realizzare alcuni primi, significativi risultati, destinati, inevitabilmente, a riflettersi, se non si verificherà alcuna inversione di tendenza, anche nei rapporti politici.
Manca ancora in Italia uno studio specifico su cosa hanno significato nelle fabbriche l'autunno caldo del 1969 e gli anni immediatamente successivi. Sono saltate di colpo alcune delle condizioni economiche, sociali e politiche che avevano consentito altissimi profitti e insieme la trasformazione del paese da agricolo-industriale a essenzialmente industriale: i salari hanno recuperato gran parte della differenza che li separava da quelli europei, il serbatoio della mano d'opera disposta a qualsiasi tipo di lavoro costituito dalle regioni meridionali del paese si è esaurito, si è ricostituita una unità della classe superando le divisioni di categoria e sindacali.
Il fenomeno non è comprensibile in tutta la sua portata se ci limitiamo a considerare il 1969 come un momento che ha visto la classe operaia allinearsi a quella degli altri paesi europei. Certo, c'è stato anche questo: ma il problema per i capitalisti italiani è che la classe operaia non si è limitata a europeizzarsi, ma è andata parecchio oltre. Fenomeni di massa sconosciuti in altri paesi, quali il rifiuto di lavori pesanti e nocivi, il rifiuto della mobilità, degli straordinari e del cottimo, la messa in discussione della gerarchia aziendale, hanno investito praticamente tutte le fabbriche italiane.
La stessa legislazione ha dovuto adeguarsi, con lo Statuto dei diritti dei lavoratori, ai mutati rapporti di forza. I consigli di fabbrica sono stati lo strumento politico attraverso il quale la classe operaia è riuscita a esprimere questa carica anticapitalistica, che ha pochi precedenti nella storia del movimento operaio internazionale.
Questa situazione ha condizionato le scelte dei capitalisti per quanto riguarda investimenti e organizzazione del lavoro fino al 1973. Massicci investimenti sono stati effettuati, migliorando le condizioni ambientali, automatizzando operazioni rifiutate dai lavoratori, tentando forme organizzative che superassero le tradizionali catene di montaggio. Il massimo profitto era legato alla riduzione della tensione all'interno delle fabbriche. Visto a posteriori, possiamo affermare che si è trattato di un processo imposto, non organicamente inserito in una strategia compiuta da parte dei capitalisti.
Col 1974 ha cominciato a delinearsi invece un disegno organico centrato su tre assi fondamentali:
decentramento produttivo;
investimenti labour saving;
modifiche dell'organizzazione del lavoro, in un senso ben preciso per quanto riguarda gli impiegati, contraddittorio per quanto riguarda invece gli operai.
Decentramento produttivo
Con il 1976 l'occupazione nella grande industria, quella con oltre 500 dipendenti, ha cominciato a diminuire a un ritmo medio superiore all'l,5% all'anno. La stazionarietà dell'occupazione complessiva indica che vi è stata una crescita di occupati nelle piccole e medie aziende. Secondo una recente indagine della Federmeccanica il calo delle grandi aziende è stato compensato da un incremento sensibile degli occupati nelle aziende fino a 100 dipendenti e da un aumento, anche se meno sostenuto, nelle medie, quelle con occupazione compresa fra 100 e 500 dipendenti.
Una causa non trascurabile di questo fenomeno va ricercata nel decentramento, che dovrebbe aver visto aumentare, in questi ultimi anni, anche il numero delle unità produttive (i dati disponibili si fermano al 1975 e sono quindi poco significativi; il censimento previsto per quest'anno dovrebbe offrire, e non solo per quanto riguarda il numero delle unità produttive, utilissimi elementi di riflessione).
Da più parti e da diversi anni si sta sostenendo che il decentramento produttivo è ormai una scelta irreversibile del sistema e non un fatto congiunturale: una affermazione in sé corretta, ma troppo generica se non è accompagnata da una spiegazione delle cause che hanno determinato questa scelta.
Fino alla metà degli anni Settanta le grandi aziende utilizzavano in modo sistematico fornitori esterni specializzati in produzioni particolari e, in occasione di sovraccarichi, assegnavano a fornitori esterni, utilizzandoli come polmoni, parte della loro produzione abituale. Con la seconda metà degli anni Settanta l'assegnazione all'esterno di una parte del lavoro che in precedenza veniva fatto all'interno è diventata sistematica.
Davanti a una classe operaia non più manovrabile come in passato, i capitalisti non hanno trovato di meglio che agire per linee esterne, dividendola, rompendone l'unità. Il capitalista che in questi ultimi cinque anni ha mantenuto in casa, poniamo, il 70% della precedente produzione e ha assegnato a diverse decine di piccole fabbriche l'altro 30%, può anche trovarsi davanti ai suoi operai che rifiutano ritmi più alti, mobilità, straordinari, ecc., ma ha anche un consistente numero di operai che di fatto lavorano per lui e che hanno una forza contrattuale tale da non potersi opporre con successo a un attacco sistematico e continuo alle loro condizioni di lavoro.
Così come il controllo politico totale sulla classe operaia aveva suggerito i progetti di Mirafiori, di Rivalta, ecc., il non controllo ha fatto scoprire quello che va comunemente sotto il nome di decentramento produttivo. Semplificando al massimo, potremmo dire che la scelta del decentramento è la cartina di tornasole della debolezza del padronato italiano degli anni Settanta. E se in un primo momento i lavori eseguiti all'esterno riguardavano, essenzialmente, lavorazioni nocive e faticose contestate e rifiutate dagli operai delle grandi fabbriche, il fenomeno si è successivamente esteso a lavori operai e impiegatizi semplici, per poi riguardare anche lavorazioni complesse, tecnologicamente avanzate e lavori impiegatizi con alto
contenuto professionale.
I vantaggi ricavati dalla grande industria, da un punto di vista economico, sono molteplici:
ha ottenuto un aumento di produzione senza aumentare il numero dei propri dipendenti, anzi riducendoli complessivamente;
si è trovata a poter utilizzare le aree delle lavorazioni assegnate all'esterno;
ha ridotto le aree destinate a magazzino, nel senso che sono le stesse aziende del decentramento, alle quali possono essere imposte consegne programmate, a funzionare da magazzino;
ha potuto concentrare gli investimenti su lavori che richiedevano quantità ingenti di capitali, imponendo contemporaneamente alle aziende del decentramento, messe in concorrenza fra loro, investimenti non trascurabili (e sfruttamento sempre più marcato dei loro dipendenti);
ha ridotto il capitale circolante: il particolare o il gruppo finito viene pagato diversi mesi dopo il suo arrivo nella grande azienda, nel momento cioè in cui può essere utilizzato per il montaggio; invece in passato il particolare o il gruppo era pronto per essere montato dopo essere già costato il pagamento del materiale grezzo e la retribuzione dei lavoratori per eseguirlo;
ha ridotto complessivamente il costo del prodotto: è intuibile che le piccole e medie aziende abbiano un costo unitario per prodotto più basso delle grandi, tale da coprire più che abbondantemente sia eventuali tempi di lavoro maggiori derivanti da strutture organizzative meno efficienti, sia le spese dovute a nuove strutture rese necessarie nelle grandi aziende per coordinare il lavoro decentrato.
Quest'ultimo punto è indubbiamente il più importante e significativo: il decentramento trova la sua logica spiegazione se consideriamo che il piccolo e medio capitalista possono contare, rispetto alle grandi aziende, su ritmi più elevati, su mobilità e straordinari, su una gestione senza controlli del salario, sulla possibilità di evadere fisco e contributi (in particolare da parte dei piccoli), sul ricatto del licenziamento. Ma, detto tutto questo, il decentramento non può essere visto come un fenomeno destinato ad accrescere senza fine i profitti: esiste un limite economico, dato dal costo unitario del prodotto, e il controllo politico sulla classe operaia, anche il più totale, non può prescindere dai mezzi che vengono utilizzati per produrre.
In relazione alla qualità del lavoro decentrato pensiamo si possano tentare alcune conclusioni:
la prima fase, quella del decentramento del lavoro semplice, poco qualificato, è da presumere si sia ormai sostanzialmente conclusa. Il ritorno di queste lavorazioni nelle grandi fabbriche è praticamente da escludere. La concorrenza spingerà a investimenti tendenti ad aumentare la produttività nelle piccole imprese, il cui livello tecnologico medio può già essere considerato eccellente: se consideriamo l'inserimento in Italia delle macchine a CN, notiamo che dalle 400 macchine del 1970, destinate soprattutto alle grandi fabbriche, siamo passati alle 1500-1600 (stimate) del 1980, la gran parte delle quali acquistate dalle piccole e medie aziende;
continuerà invece il decentramento di lavorazioni qualificate che richiedono sempre più investimenti consistenti e trasferimento di know-how da parte delle grandi aziende. Un decentramento che non potrà certo appoggiarsi al lavoro a domicilio o alle piccole aziende artigiane: caso mai, saranno le medie aziende che si rivolgeranno a queste ultime per le parti meno impegnative. Questa tendenza dovrebbe portare a una trasformazione di aziende con produzione varia in aziende specializzate in un prodotto ben preciso, specifico, destinato a un ristrettissimo numero di acquirenti, appunto le grandi aziende, con tutto ciò che questo significa in termini di dipendenza economica. Nel settore tessile, per esempio, questa parcellizzazione del lavoro a livello di aziende è ormai un dato acquisito.
Non è da escludere, proprio per quanto detto, un impegno dei capitalisti maggiori del paese nella creazione di medie aziende tecnologicamente avanzate per prodotti specifici. (Si veda per quanto riguarda la FIAT l'articolo di Vincenzo Comito su «Politica ed Economia » del dicembre 1980.)
Resta da fare una ulteriore considerazione. L'epoca dei grandi complessi industriali con 50-60.000 e più dipendenti è forse definitivamente tramontata. Ma non solo e non tanto per la « turbolenza » operaia che ne deriva. In fondo i capitalisti giapponesi, che possono contare su una classe operaia fra le meno combattive del mondo capitalistico, hanno tracciato a tutti la strada, creando, al posto di una fabbrica dove si fa tutto, tante fabbriche dove si esegue un solo prodotto ben preciso, nelle sue diverse varianti. Il processo di taylorizzazione, che fino a ieri riguardava il singolo operaio legato alla catena di montaggio, riguarderà nel prossimo futuro anche le aziende. Lo sviluppo dell'informatica, della robotica, la necessità di raggiungere convenienti economie di scala sono gli assi portanti di un processo di cambiamento appena agli inizi.
Investimenti « labour saving »
Secondo una previsione dell'ufficio internazionale del lavoro, nei prossimi dieci anni un terzo degli attuali occupati svolgerà mansioni nuove e un quinto cambierà attività nell'ambito della stessa azienda (senza per questo essere « espulsi »). Solo un decimo, probabilmente, perderà il posto di lavoro. Si tratta della previsione di un istituto sulla cui neutralità è lecito avere più di un dubbio.
Per procedere con un minimo di organicità pensiamo necessario suddividere gli investimenti labour saving in relazione ai riflessi che si determinano sulle diverse categorie di lavoratori, anche se i confini sono, il più delle volte, difficilmente valutabili.
ROBOT Con l'inserimento dei robot fasi di lavoro svolte da operai vengono completamente automatizzate; il numero degli operai complessivo, a parità di produzione, si riduce; la riduzione dei costi è immediatamente valutabile.
MACCHINE A COMANDO NUMERICO (CN) Sparisce la figura dell'operaio di mestiere, sostituito da più lavoratori con mansioni specifiche, acquisibili in tempi molto brevi; si formano nuove figure: operatore alla macchina, programmatore, addetto alla manutenzione, agli utensili, alle attrezzature, ecc.; precisione e garanzia di ripetibilità consentono di eseguire lavorazioni impensabili su macchine tradizionali; i criteri di progettazione del prodotto si adeguano a questi nuovi mezzi di produzione; diventano superflue operazioni di controllo del prodotto. La riduzione dei costi non è misurabile solo dalla riduzione del tempo di lavoro, cioè dal numero inferiore di operai necessari a eseguire quel determinato prodotto, ma da diversi fattori che riguardano l'insieme della tecnologia sviluppata da una fabbrica.
CALCOLATORI E MINICALCOLATORI Il loro impiego è il più svariato; vengono inseriti per automatizzare lavori di ufficio tecnico e amministrativo, controllare interi processi produttivi (calcolatori di processo), esercitare, acquisendo informazioni in tempi reali, un controllo capillare della produzione, dei magazzini, delle forniture esterne. La riduzione dei costi è immediatamente percepibile solo nel caso sostituiscano lavoro vivo.
Robot
La prima grande azienda in Europa a installare robot è stata la FIAT nei reparti di saldatura e verniciatura. Si trattava di robot sofisticati, non completamente affidabili, dal costo molto elevato, inseriti con l'obiettivo di trovare una soluzione a un rifiuto esplicito da parte della classe operaia di lavorazioni pesanti e nocive.
Sul finire degli anni Settanta hanno cominciato ad apparire sul mercato robot, in grado di automatizzare singole operazioni, con alta affidabilità e flessibilità e a prezzi contenuti: dieci anni fa un robot « intelligente » costava oltre un miliardo di lire, attualmente si aggira sui 100-150 milioni.
Questa evoluzione presenta aspetti di estremo interesse: l'elevato costo della parte pensante ha impedito per diversi anni l'impiego di robot in singole fasi di lavoro: per intenderci, la fase eseguita dal singolo operaio. La convenienza stava quindi nell'utilizzare la parte pensante per un insieme complesso di fasi di lavoro che imponevano frequenti interventi di manutenzione e quindi impianti molte volte fermi.
Lo sviluppo dell'elettronica ha drasticamente ridotto il costo della parte pensante, consentendo un conveniente impiego di robot anche per fasi singole; da qui il loro moltiplicarsi soprattutto nell'industria meccanica e il superamento della fase di rigetto registrata dopo l'inserimento delle prime apparecchiature.
Un altro dato, oltre al risparmio di mano d'opera, caratterizza i robot: la flessibilità. Mentre le vecchie linee transfer (più macchine rigidamente collegato fra loro), non consentivano alcuna flessibilità, un robot permette, col semplice cambio del programma, di eseguire prodotti anche molto diversi fra loro purché simili. Un esempio significativo viene dal Giappone: la Nissan Datsun, nel suo stabilimento di Zema, con un sistema di assemblaggio automatizzato riesce a produrre 45 versioni di due modelli base di autoveicoli sulla stessa linea.
Si calcola che nel mondo capitalistico vengano attualmente utilizzati, complessivamente, 15.000 robot industriali, escludendo i cosiddetti bracci meccanici automatizzati (7000 in Giappone, 4000 in Europa, 4000 negli USA); il loro inserimento è avvenuto negli ultimi 8 anni, a un ritmo medio annuo del 20-30%. L'auto col 60% circa del totale, gli elettrodomestici con 1'11% e la meccanica varia con una percentuale inferiore sono, nell'ordine, i maggiori settori utilizzatori.
L'Italia, dove l'inserimento dei robot ha conosciuto dal 1976 uno dei più alti tassi di crescita del mondo, il 62%, è al quinto posto fra i paesi capitalistici come numero di robot installati e al terzo in Europa (dopo Svezia e RFT); inoltre è un paese produttore di queste apparecchiature, la metà delle quali viene esportata.
I dati quantitativi non rivelano un altro dato di estremo interesse: se dividiamo le spese complessive sostenute dalle aziende per acquistare robot e il loro numero, viene fuori che il costo medio di ogni installazione in Italia è superiore di quasi il 40% a quelle effettuate in Svezia e nella RFT: segno evidente che in Italia si è cercato di risolvere problemi più complessi e difficili.
Le prospettive di questo settore parlano di un incremento nel mondo, nei prossimi 2-3 anni, di almeno 10.000 nuovi robot. Secondo un recente studio della FIAT, il mercato USA dovrebbe, a prezzi costanti, quintuplicarsi nei prossimi cinque anni; entro il 1985 i giapponesi realizzeranno di sicuro linee di montaggio completamente robotizzate.
I 600 robot installati fino a oggi in Italia non hanno investito che in modo marginale la classe operaia: e questo anche dal punto di vista della riduzione degli occupati, se consideriamo un dato generalizzabile, quello registrato dalla Volkswagen, dove ogni robot svolge il lavoro di 3,7 operai.
È comunque necessario riflettere sull'evoluzione dei robot, soprattutto in relazione alla affidabilità raggiunta e alla diminuzione dei prezzi: in uno studio recente su una media industria, con una catena di montaggio di prodotti di media dimensione (tipo frullatore), è emerso che ogni lavoratore è sostituibile con una spesa che si aggira intorno ai 60-70 milioni. Tutto considerato, si tratta di un investimento ammortizzabile in 3-4 anni, senza tener conto che qualsiasi modifica del prodotto, al limite anche un prodotto completamente nuovo, non necessita di nuove spese in attrezzature. Non a caso in una recente intervista Vincenzo Nicolò, responsabile dell'area tecnologica del centro ricerche FIAT, così si è espresso a proposito dell'inserimento di robot industriali: « Ci stiamo muovendo nella direzione di una automazione che non si traduce in investimenti consistenti e che non comporta grosse rigidità ».
Macchine a comando numerico (CN)
L'Italia è un paese produttore e esportatore di macchine a CN. Il livello della produzione è tale da consentire ai costruttori italiani di concorrere tranquillamente sul mercato mondiale. Da un punto di vista dell'utilizzazione, l'Italia si colloca al quinto posto fra i paesi capitalistici avanzati, al terzo in Europa.
Negli ultimi dieci anni l'inserimento delle macchine a CN, se escludiamo il biennio 1971-1972, ha conosciuto nel nostro paese, come nel resto del mondo, una costante ascesa: nel 1978 il mercato italiano è più che triplicato rispetto al 1970. Fino alla metà dello scorso decennio la diffusione di queste macchine ha riguardato soprattutto le grandi aziende, ma negli ultimi anni la situazione si è notevolmente modificata: le macchine a CN entrate nella produzione corrente, e che potremmo definire tradizionali, hanno un mercato costituito prevalentemente dalle piccole e medie aziende.
L'evoluzione di queste macchine, in particolare per quanto riguarda la parte controllo in cui da alcuni anni viene inserito un minicomputer, consente oggi di evitare parte delle spese che prima erano necessarie per la programmazione. In passato il ciclo di lavoro veniva previsto dal programmatore e riportato su un nastro perforato; la cosiddetta ottimizzazione del ciclo richiedeva una verifica sulla macchina e un successivo intervento fuori macchina del programmatore sul nastro perforato.
Oggi la maggior parte delle macchine a CN consente qualsiasi modifica del ciclo, e quindi una modifica del nastro, sulla macchina stessa con una minima perdita di tempo. Un passo avanti decisivo, se teniamo conto che fino a pochi anni fa la macchina a CN richiedeva una serie di investimenti relativi alla parte programmazione tali da rendere conveniente solo un impiego di più macchine di questo tipo. Questa è la ragione che ha spinto anche molti artigiani all'acquisto di macchine a CN.
Per quanto riguarda le grandi fabbriche, queste sono andate sempre più orientandosi, quando non si è trattato di sostituire macchine obsolete, su macchine a CN con prestazioni e caratteristiche fuori dalla produzione tradizionale. La tendenza non è più quella ad acquistare una macchina, ma ad acquistare una macchina completamente attrezzata che faccia un preciso prodotto in un tempo preventivamente concordato fra il fornitore e l'acquirente. Le macchine a CN, anche acquistate in questo modo, mantengono la loro versatilità e interessano sia aziende con produzione di grande serie, sia quelle con produzione di prototipi.
Il numero elevato di macchine a CN in funzione in Italia (se ne contano oggi poco meno di 10.000) e la loro capillare diffusione hanno rappresentato una innovazione tecnologica e sociale rilevante. Questo nuovo mezzo produttivo ha inciso sulla progettazione del prodotto, ha dato un impulso eccezionale alla tecnologia degli utensili, ha rivoluzionato il settore delle attrezzature per macchine utensili e ha inciso profondamente sulla professionalità, sul mestiere tradizionale dell'operaio.
Diecimila macchine a CN sul totale del parco macchine utensili installate in Italia sono, tutto sommato, un numero abbastanza insignificante. Il problema è che interessati a queste macchine non sono solo gli operai che vi lavorano: ci sono anche i programmatori, gli addetti alla manutenzione (che si tende a eseguire preventivamente in modo da evitare che macchine il cui costo resta sempre abbastanza elevato restino ferme), i collaudatori (che non servono più), i progettisti (che devono tener conto di questi nuovi mezzi) e i capi e capetti ai quali viene richiesta una non facile gestione del personale essendo affidata ad altri (uffici appositi) quella tecnica.
Considerato che nel 1980 sono state inserite circa 1500 macchine a CN, che il tasso di crescita annuo dell'ultimo quinquennio è stato superiore al 25% e che siamo davanti a una innovazione tecnologica che sta attraversando un processo di semplificazione, pensiamo di poter concludere che la macchina a CN sia ormai un mezzo da considerarsi normale per l'intera industria.
Da un punto di vista sociale si tratta di una innovazione di grande rilevanza. Una nuova, più spinta parcelizzazione del lavoro sostituirà a un mestiere acquisibile, poniamo, in 10 anni, più mestieri acquisibili in pochissimi mesi. La rotazione fra i vari mestieri è forse l'unica arma in mano alla classe operaia per battersi contro questo taylorismo di ritorno.
Calcolatori e minicalcolatori
Si tratta, forse, del fenomeno più rilevante che abbia investito l'industria, e non solo l'industria, nell'ultimo decennio. La comparsa sul mercato di medi e piccoli elaboratori ha ampliato notevolmente il mercato di questi prodotti. Basti pensare che oggi in Italia oltre il 20% del totale degli elaboratori installati viene acquistato da aziende meccaniche con meno di 100 miliardi di fatturato annuo.
In relazione all'entità delle installazioni in Italia, il settore che ne ha il maggior numero è l'industria, seguito da quello del credito (oltre il 95% delle banche, con oltre 100 miliardi di mezzi amministrati dispone di un proprio centro elaborazione dati); vengono poi le assicurazioni e il commercio.
La comparsa del nuovo sistema cosiddetto word processing, anche per il costo molto limitato (15-20 milioni), è destinato a dare un impulso alla automazione del tipico lavoro di ufficio (battitura a macchina, stampa, posta automatica, ecc.).
Possiamo dire che gli effetti dell'informatica sui lavoratori sono contraddittori. Da una parte l'uso degli elaboratori ha determinato una parcellizzazione del lavoro impiegatizio che ricorda le parcellizzazioni teorizzate dal Taylor per gli operai, dall'altra consente la conoscenza di tutta una serie di dati in tempi reali tali da permettere una gestione delle aziende che dovrebbe essere la più razionale ed economica possibile.
Per essere più chiari possiamo fare alcuni esempi.
Attraverso un elaboratore è possibile effettuare le buste paga, eseguire i più complessi calcoli tecnici (è sufficiente inserire nel calcolatore le formule matematiche di riferimento), eseguire disegni meccanici, effettuare analisi di laboratorio e avere i risultati immediatamente, archiviare informazioni, ecc. Operazioni che riducono il numero degli impiegati necessari. Ma è anche possibile tenere costantemente sotto controllo le scorte di magazzino e, quindi, determinarle; controllare il carico di lavoro di macchine e operai prendendo decisioni per ottimizzarlo; verificare le consegne dei fornitori esterni emettendo contemporaneamente i solleciti, fino ad arrivare a proiezioni sulla produzione in relazione a ricerche particolari di mercato.
All'intuito del capitalista, alle decisioni del dirigente o del management intermedio basate sull'esperienza si va sempre più sostituendo un metodo oggettivo delle scelte, anche se è ovvio che l'oggettività ha un limite nei modelli di riferimento inseriti negli elaboratori.
I riflessi di questa nuova tecnologia sui lavoratori non sono facilmente sintetizzabili. Possiamo rilevare:
una riduzione del numero degli impiegati, che viene però, in generale, compensata dalla necessità di altri impiegati con mansioni arricchite (i tecnici che studiano il software), dal moltiplicarsi di nuovi uffici con compiti diversi (analisi costi, analisi di mercato, qualifica fornitori, ecc.) e da impiegati con mansioni routinarie (gli inseritori dei dati);
un moltiplicarsi dei capi intermedi e, insieme, una riduzione del loro potere decisionale;
una parcellizzazione del lavoro impiegatizio: non esiste più l'esperto dei tempi e metodi che eseguiva cicli di lavoro, prevedeva le attrezzature e assegnava i tempi, ma questa attività è oggi suddivisa fra più uffici, ciascuno con impiegati specializzati con confini ben delimitati del proprio lavoro.
L'introduzione dell'informatica nelle aziende ha fatto saltare in dieci anni gli schemi di classificazione che avevano retto a tutte le innovazioni del precedente mezzo secolo. A grandi linee, e fermandosi al nostro paese (al sesto posto nel mondo come utilizzatore di elaboratori), possiamo dire che in generale vi è stata una riduzione drastica delle differenze fra i vari lavori impiegatizi, nel senso che il tempo e le conoscenze necessarie ad acquisire l'esperienza per svolgere il lavoro potrebbero far pensare a un massimo di tre livelli di classificazione (escluso il ristrettissimo numero degli esperti del software).
Modifiche all'organizzazione del lavoro
Abbiamo visto come il capitalismo italiano, nel suo complesso, abbia sostanzialmente tenuto il passo dello sviluppo tecnologico migliorando, in molti casi, la propria posizione rispetto alla concorrenza. Basti pensare all'età media del parco macchine utensili, che è di 6-7 anni (contro i 20 della Gran Bretagna), al numero dei robot e di macchine a CN installate, ecc.
Dove il capitalismo non è riuscito a realizzare i risultati dei concorrenti stranieri è nell'organizzazione del lavoro nelle grandi fabbriche. Non a caso la rigidità della classe operaia, con tutto quello che si intende con questo termine, è il problema centrale dei capitalisti italiani.
Agli inizi degli anni Settanta, sull'onda della contestazione operaia, vennero portati avanti alcuni tentativi tendenti a superare le catene di montaggio: le isole di montaggio, introdotte in alcuni settori con grande pubbicità, sono rimaste a livello di esperimenti per molti anni, e in molti casi si è tornati, dopo un periodo di rodaggio, alla catena di montaggio.
Con il 1980 l'attacco alle conquiste operaie si è fatto più insidioso e più deciso. I risultati della contrattazione articolata, gli accordi aziendali che di solito vengono raggiunti fra un contratto nazionale e l'altro, sono la cartina di tornasole dei mutamenti nei rapporti di forza che si stanno verificando nelle fabbriche italiane.
Per parecchi anni questi accordi aziendali erano stati osteggiati dai capitalisti. Con il 1980 il loro atteggiamento è improvvisamente cambiato. Difficilmente battibile a livello generale, la classe operaia si è trovata a dover fare i conti fabbrica per fabbrica con un padronato che ha saputo muoversi con notevole abilità, giocando sulla crisi, sulla bilancia dei pagamenti in passivo, sull'inflazione galoppante che offriva in cambio di più produzione per addetto modifiche dell'organizzazione del lavoro, esempio le isole di montaggio, abbandonate di fatto da anni dal sindacato.
Numerose le fabbriche dove sono passati aumenti dei ritmi in cambio di aumenti salariali e di modifiche nell'organizzazione del lavoro (caso Alfa Romeo), premi in denaro per ridurre le assenze (secondo la Federmeccanica il premio di presenza è contenuto nell'8% dei contratti aziendali siglati nel 1980), premi in ore sempre per lo stesso scopo (vedi Zanussi, dove è stata escogitata una formulazione che potrebbe mettere i lavoratori gli uni contro gli altri). Per quanto riguarda le assenze, c'è addirittura un contratto nazionale, quello del tessile-abbigliamento, che prevede il non pagamento di giornate di malattia nell'ipotesi che il lavoratore ammalato non
venga trovato a casa dal medico fiscale in determinate ore.
Ma naturalmente il risultato più clamoroso l'ha ottenuto la FIAT. Dopo lo scontro dell'ottobre 1980, e permanendo i ricatti dei licenziamenti per assenteismo (diverse migliaia nel 1980) e quello della cassa integrazione, le assenze, stando almeno ai dati padronali, sono crollate (dal 13-149c al 5%), tanto da far dire ad Agnelli che « recuperi di produttività, anche importanti, sono ancora possibili nel nostro paese e con soluzioni che comportano per i lavoratori maggiori garanzie di quelle sperimentate altrove ».
Si tratta di risultati parziali, ma tutt'altro che disprezzabili, e destinati a generalizzarsi se non interverrà una controffensiva operaia.
Resta ai capitalisti italiani un nodo importantissimo da sciogliere: quello della determinazione delle retribuzioni.
Qualsiasi ulteriore recupero padronale nelle aziende, soprattutto nelle grandi, è legato alla possibilità di determinare unilateralmente una fetta significativa delle paghe dei lavoratori. Ma il discorso vale per le medie e anche per le piccole fabbriche, considerato che alla scala mobile non sfuggono neanche i padroncini. Gli aumenti di merito, che in queste fabbriche sono ormai una pratica corrente, potrebbero essere non solo più consistenti ma anche politicamente più significativi se ai lavoratori non disposti ad aumentare i ritmi e a fare straordinari il meccanismo della scala mobile arrivasse a garantire la metà o un terzo rispetto a quello che garantisce oggi. .
Non è infatti un caso che la scala mobile, uguale per tutti al lordo, inversamente proporzionale alla retribuzione per effetto del fiscal drag al netto, sia nell'occhio del ciclone da più anni e oggi più che in passato. Fintanto che gli aumenti annuali delle retribuzioni saranno di fatto fuori del controllo dei capitalisti sarà impedita qualsiasi azione di recupero di entità rilevante.
Nel supplemento economico del « Corriere della Sera » del 9 aprile scorso è comparso un articolo significativo dal titolo II cottimo non basta. In questo articolo si sostiene che la produttività è aumentabile solo se ai capitalisti viene ridata la possibilità di determinare unilateralmente buona parte del salario. Non è una grande scoperta ma semplicemente una conferma a quanto stiamo dicendo.
Il problema per i capitalisti è che la scala mobile non è modificabile fabbrica per fabbrica, in quanto riguarda, oltre i lavoratori dell'industria, anche quelli della pubblica amministrazione e i pensionati: in pratica quasi il 90% dei cittadini italiani in età di lavoro che non siano studenti.
Aspetti generali
Oltre a quanto detto, altri quattro punti vanno considerati:
nelle grandi fabbriche è in costante ascesa il numero degli impiegati, più che raddoppiati nell'ultimo trentennio (nell'industria manifatturiera sono passati dal 10 al 24% circa sul totale degli occupati). Da una indagine condotta in quattro grandi complessi (Snia Viscosa, Anic, Montedison, Olivetti), in quattro anni, dal 1975 al 1979, la percentuale di impiegati è aumentata rispettivamente dell'1,1% nelle prime due, del 3% nella terza e dell'11,3% all'Olivetti: il fenomeno è destinato a investire sicuramente anche le medie e piccole fabbriche;
sempre nelle grandi fabbriche, si sta dissolvendo il confine fra lavori operai e impiegatizi. Secondo Invernizzi, studioso di questi problemi, la proletarizzazione degli impiegati determina la progressiva perdita della vecchia specificità del lavoro impiegatizio; esiste oggi una integrazione strettissima fra il lavoro operaio e impiegatizio, sconosciuta fino alla fine degli anni Settanta;
rispetto alle condizioni di lavoro, esistono differenze molto marcate fra le piccole, le medie e le grandi aziende, sicuramente per la differente forza esercitata dalla classe operaia, ma non solo per questo: il decentramento dalle grandi alle piccole fabbriche e certe innovazioni tecnologiche sono fenomeni destinati a marcare ulteriori differenziazioni;
le possibilità di intervento del sindacato sull'organizzazione del lavoro, salvo momenti eccezionali in cui la classe operaia pone all'ordine del giorno, più o meno coscientemente, chi deve comandare nelle fabbriche, sono ridottissime; nel momento in cui si privatizzano le aziende a partecipazione statale che realizzano profitti, preludendo alla statizzazione di quelle private in perdita, è assolutamente impossibile incidere, salvo casi eccezionali, sull'organizzazione del lavoro. Va anche considerato che l'intensificazione dei ritmi coincide sempre meno con più fatica e sempre più con
lavori alienanti, privi di qualsiasi apertura professionale.
C'è un punto tuttavia che va rimarcato; negli ultimi anni la scienza ha dimostrato che non esiste più alcun lavoro nocivo, faticoso, monotono che non possa essere automatizzato. Acquisire la consapevolezza di questo significa rovesciare quel rapporto di sudditanza che i sostenitori della neutralità della scienza hanno imposto fino a oggi alla classe operaia.
Pubblicato in “Critica comunista”, anno III giugno-settembre 1981 numeri 12-13
Altri scritti di Gianni Rigacci sono pubblicati nel libro di cui riporto la copertina e il sommario (parziale):
Indice del libro
Presentazione 5
Economia e società (1979-1999) 7
Introduzione Antonio Moscato 9
La riforma fiscale cinque anni dopo Gianni Rigacci 21
A proposito dei «Quarantamila» Gianni Rigacci 39
Investimenti e riorganizzazione del lavoro: gli anni Settanta Gianni Rigacci 55
Economia. Rischio di catastrofe Eugenio Preo 77
Riflessioni sulla scala mobile dei salari Gianni Rigacci 83
Questo fisco fa schifo Gianni Rigacci 93
La gestione del caos Gianni Rigacci 101
Borse: il peggio deve ancora venire Gianni Rigacci 113
I costi economici della guerra Nato Gianni Rigacci 123
(…)
Il dibattito politico in Toscana 131
Contributi in onore di Gianni Rigacci 235
Il libro costa 18 euro e può essere ordinato a:
EDIZIONI ETS
Piazza Carrara, 16-19, I-56126 Pisa
info@edizioniets.com
www.edizioniets.com
1 antonio pesenti, Problemi e scelte di una riforma tributaria democratica, in «Politica ed Economia», settembre 1970, n. 2.
2 maria ricciardelli, …ma noi l’iva la paghiamo, in «Conquiste del Lavoro», 18 febbraio 1980.
3 alfredo forgione, Riforma tributaria e riforma delle strutture amministrative, in «Quaderni di Rassegna Sindacale», maggio-agosto 1978, nn. 72-73.
4 leonello rafaeli, Pagano sempre i soliti, in «Rinascita», 5-10-1973, n. 39.
5 egidio cappellini, in «L’Unità» del 17-10-1978.
6 Pubblicata integralmente in «Rassegna Sindacale» del 5-10-1979.
7 Dati finali sulle entrate tributarie del 1979 pubblicati in «Il Sole-24 Ore» del 16-5-1980.
8 «Il settore pubblico sa difendere dall’inflazione le sue entrate tributarie molto meglio di quanto lavoratori e pensionati difendano, con il meccanismo della scala mobile, i loro redditi da lavoro». (mario deaglio, Finanza pubblica: alcuni interessanti sviluppi rimasti soltanto intenzioni, in «Panorama Economico 1979»).
9 Lama in una conferenza stampa indetta il 28 novembre scorso da cgil-cisl-uil ha dichiarato che il problema non è quello del deficit, nonostante siano noti i rapporti esistenti tra la lotta all’inflazione e il disavanzo della spesa pubblica; il problema è la divisione nella società del peso di questo deficit: «E a pagare sono sempre i lavoratori a reddito fisso. Nella barca dell’economia del paese i lavoratori sono stati sempre ai remi, gli altri stavano al posto di comando o erano semplici passeggeri» (Da «Il Sole-24 Ore» del 28-11-1979). Possibile che ci debba volere una vita al segretario generale di un sindacato come la cgil per capire certe cose?
10 lorenzo scheggi e claudio torneo, Dopo l’oste, in «Il Mondo» del 22-2-1980.
11 Vedi la lettera di Benvenuto a Reviglio sull’«Avanti!» del 15-11-1979 e la risposta di Reviglio sull’«Avanti!» del 18/12/1979.
12 guido neppi modona, La ricevuta fiscale, in «La Repubblica» del 19-2-1980.
13 Relazione generale sulla situazione economica del paese (1979).