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Maitan - La seconda internazionale

Archivio Critica comunista e Bandiera rossa · pubblicato il 24 agosto 2009 · 44 min di lettura


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PER UN BILANCIO

DELLA SECONDA INTERNAZIONALE

di Livio Maitan*

Nel suo congresso del giugno scorso, l’Internazionale socialista ha celebrato contemporaneamente due anniversari: il bicentenario della Rivoluzione Francese e il centenario della fondazione della Seconda Internazionale. «Il nostro movimento – si legge nella risoluzione votata – è rafforzato ancor oggi da queste due aspirazioni». In realtà, mentre il bicentenario ha provocato un’ondata inesauribile di celebrazioni e di pubblicazioni, il centenario è passato quasi inosservato. In un certo senso, è un segno dei tempi: l’internazionalismo non è più di moda e gli stessi partiti socialdemocratici non sembrano dare troppa importanza a una internazionale le cui riunioni appaiono assai più come incontri diplomatici che come assise di un’organizzazione operaia.

Ma, al di là del congresso e dell’anniversario, la socialdemocrazia internazionale non si è stancata, negli ultimi tempi, di celebrare la vittoria che avrebbe riportato su tutte le altre correnti del movimento operaio, in primo luogo sulla corrente staliniana. In altri termini, festeggia una specie di rivincita storica.

Tutti sanno che, chiusa la fase dell’immediato dopoguerra, in cui i partiti comunisti avevano realizzato progressi più o meno considerevoli nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, i partiti socialdemocratici erano riusciti ad affermare, o riaffermare, un’indiscussa egemonia nel movimento operaio, sia sul terreno politico sia su quello sindacale. Cosa ancora più importante, una svolta di grande portata ha avuto luogo a partire dalla fine degli anni ’70 e dagli inizi degli anni ’80 in paesi come la Francia, lo Stato spagnolo e la Grecia, in cui i partiti socialisti capovolgevano  a loro favore i rapporti di forza e riportavano successi elettorali che consentivano il loro inserimento al governo, il più delle volte senza il ricorso a coalizioni. Ricordiamo, d’altra parte, che la socialdemocrazia conservava la sua egemonia incontestata nei paesi capitalisti industrializzati di altri continenti (Canada, Australia, Nuova Zelanda e anche Giappone).

L’Italia sembrava un’eccezione. Nonostante i successi parziali del Partito socialista e l’attivismo di Bettino Craxi, i rapporti di forza restavano largamente favorevoli al Partito comunista.

Una rivincita storica?

L’evoluzione del Pci nel corso degli ultimi decenni, che ha portato alle decisioni degli ultimi congressi e alla proposta di Occhetto di rinunciare persino al nome del partito e di aderire all’Internazionale socialista, può essere considerata a giusto titolo dalla socialdemocrazia come una sua incontestabile vittoria. Sembra infatti che si realizzi la profezia che il vecchio riformista Filippo Turati aveva formulato rivolgendosi a coloro che si accingevano a fondare un nuovo partito: «Quand’anche voi aveste impiantato il partito comunista e organizzati i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocato e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualche cosa che rimanga come elemento di società nuove, voi sareste forzati, a vostro dispetto – con convinzione ma lo farete perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta; e dovrete farlo perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe».

II brav’uomo non poteva ovviamente prevedere che la sua profezia si sarebbe dimostrata fondata anche per paesi in cui il capitalismo è stato rovesciato (sia pure, senza Soviet) e i cui dirigenti si sforzano disperatamente di far dimenticare il loro passato, cambiano il nome dei loro partiti, rendono omaggio ai socialdemocratici, bussano alla porta della loro Internazionale. Anche nell’Urss esistono ormai gruppi e correnti che si richiamano esplicitamente a concezioni socialdemocratiche mentre si levano voci che contestano il valore storico della rivoluzione d’Ottobre, condannano Lenin e rivalutano le concezioni strategiche dei menscevichi. Anche Gorbaciov fa del suo meglio per far scomparire le differenze tra socialdemocratici e comunisti.

È davvero straordinaria ironia della storia – un’ironia molto amara per i rivoluzionari – che proprio coloro che nulla hanno fatto per farla avanzare e vincere, che sono stati spettatori passivi o addirittura si sono schierati dall’altra parte della barricata, possano apparire agli occhi non solo di burocrati opportunisti che  hanno perduto ogni fiducia in se stessi, ma anche di larghi settori delle masse, come i salvatori provvidenziali che indicherebbero la via e assicurerebbero l’aiuto necessario per superare la crisi attuale. Ecco un altro crimine dello stalinismo, e non certo il meno grave!

Per completare il quadro, soprattutto a partire dal suo congresso del 1976 e dall’avvento alla presidenza del “rinnovatore” WiIly Brandt, l’Internazionale socialista ha realizzato progressi considerevoli per il superamento del suo carattere tradizionalmente eurocentrico. Grazie ad adesioni successive, dopo quelle già ottenute dalla rifondazione nel 1951, accresceva la sua presenza e la sua sfera d’influenza in una serie di paesi dell’America Latina e, in misura minore, di altri continenti.1

Così l’Internazionale socialista e i suoi partiti più rappresentativi, per esempio la socialdemocrazia tedesca e la socialdemocrazia svedese, possono sviluppare un’azione abbastanza sistematica ed efficace per influenzare movimenti popolari, partiti e organizzazioni sindacali. II loro scopo è di neutralizzare o controbilanciare l’influenza della burocrazia sovietica, come pure quella della direzione cubana, e di cercare mediazioni tra le forze della regione e gli Stati Uniti. Soprattutto quando sono al governo, si preoccupano contemporaneamente di tutelare gli interessi specifici delle loro borghesie. Cercano poi di esercitare un’influenza su organizzazioni rivoluzionarie che, data la difficoltà di reperire le risorse necessarie per il loro funzionamento, chiedono a volte l’aiuto di organismi europei di varia natura, tra cui istituzioni e centrali sindacali controllate, appunto, da partiti socialdemocratici. Indipendentemente dalle intenzioni, rapporti del genere non possono, alla lunga, restare senza conseguenze e sono in ogni caso una leva nelle mani della socialdemocrazia internazionale.

Infine, le concezioni dell’Internazionale socialista, le sue norme di funzionamento e la sua pratica non hanno conosciuto nessuna evoluzione nel senso di un rafforzamento dell’unità politica e organizzativa rispetto al momento della ricostituzione e al periodo tra le due guerre. Per riprendere un’espressione famosa, è un’internazionale casella postale, ancor più della sua antenata di prima del 1914.

Le sue risoluzioni e le sue dichiarazioni, in linea generale, si limitano a esprimere buone intenzioni e sono del tutto ipocrite, nella misura in cui quelli che le votano sanno benissimo che in ogni caso ogni partito fa quello che vuole. Dal 1951 i congressi non sono mai stati teatro di dibattiti paragonabili a quelli che in altre epoche hanno attirato l’attenzione di tutto il movimento operaio internazionale.2
Resta che i partiti socialdemocratici dispongono di un’organizzazione internazionale, al contrario dei partiti comunisti, staliniani o post-staliniani. Questi ultimi, non solo hanno seppellito nel 1943 l’Internazionale comunista stalinizzata – non saremo certo noi a dolerci di questo funerale – e successivamente l’effimero surrogato rappresentato dal Cominform3, ma hanno addirittura rinunciato a convoca­re conferenze internazionali con obiettivi limitati. Ciò è il risultato delle contraddi­zioni tra le caste burocratiche al potere, di quella logica del socialismo in un paese so­lo, che porta inevitabilmente a considerare come prioritari gli interessi del proprio Stato e che ha condotto non solo al conflit­to tra l’Urss e la Yugoslavia e a quello, an­cora più grave e duraturo, tra l’Urss e la Cina, ma anche a vere e proprie guerre tra paesi “fratelli”. Conflitti di interessi sono sorti pure tra la burocrazia sovietica (e ci­nese) e i gruppi dirigenti di partiti comuni­sti dei paesi capitalisti, che subivano gli effetti della loro integrazione nelle istitu­zioni e nei meccanismi della società bor­ghese. Oggi, il cosiddetto movimento co­munista internazionale, in quanto tale, non esiste più ed è del tutto improbabile che rinasca dalle sue ceneri in futuro.

L’Internazionale socialista ha mantenu­to, invece, un funzionamento più o meno regolare, pur non superando i suoi limiti intrinseci. Dal 1951 ha tenuto diciotto con­gressi e una serie di conferenze o incontri regionali in Europa, nell’ America Latina, in Asia e in Africa. I suoi organismi diret­tivi si sono riuniti di frequente votando in­numerevoli risoluzioni su problemi sia ge­nerali sia settoriali. Alla base di questa relativa consistenza e stabilità è la larga con­vergenza tra le sue principali componenti assai più che l’adesione a una ideologia e a orientamenti comuni. Nonostante il suo allargamento su scala mondiale, conti­nua infatti ad avere le sue cittadelle in Europa occidentale, cioè in paesi abbastan­za omogenei sia dal punto di vista socio-e­conomico, sia da quello della struttura e del­la situazione del movimento operaio. Di qui la sostanziale affinità di interessi tra le diverse burocrazie politiche e sindacali, le une e le altre profondamente integrate nel­le istituzioni della società capitalista, si trovino congiunturalmente al governo o all’opposizione.

Questa affinità è, in ultima analisi, più forte dei contrasti che scoppiano perio­dicamente e riflettono, più o meno diretta­mente, i conflitti di interesse e di orienta­mento tra le diverse borghesie. Non fosse che per valorizzare di più il loro ruolo na­zionale e internazionale, i partiti socialde­mocratici hanno interesse a stabilire e man­tenere rapporti organici con partiti o movi­menti latino-americani, africani o asiatici che, pur avendo una origine e, il più delle volte, una natura sociale qualitativamente diversa, delineano progetti riformisti di de­mocratizzazione e razionalizzazione con u­na prospettiva niente affatto anticapitalista e solo parzialmente e congiunturalmente in conflitto con progetti imperialisti. In terzo luogo, nella crisi che sconvolge le società di transizione burocratizzate dell’Europa orientale, i partiti socialdemo­cratici appaiono come poli d’attrazione a­gIi occhi di gruppi, movimenti e strati so­ciali che cercano interlocutori diversi dai partiti borghesi e dalle grandi istituzioni internazionali ufficiali.

Assistiamo a una rivincita storica della socialdemocrazia, a un rilancio su scala mondiale dei suoi valori, delle sue conce­zioni e dei suoi strumenti organizzativi? Sono in molti a esserne convinti e ad agi­re perché una simile prospettiva si concre­tizzi. A noi spetta di contrastare l’offen­siva politica e ideologica in pieno svolgi­mento con una triplice demistificazione: a livello teorico, a livello di bilancio storico e a livello di analisi della situazione attua­le e della sua dinamica.

Un bilancio da non dimenticare

È assolutamente straordinario a qual punto non solo i dirigenti socialdemocratici, ma anche quelli di molti partiti comunisti affrontino i problemi attuali e prospetti­no soluzioni “nuove” partendo dal presup­posto, più o meno esplicito, che tutto il passivo storico del movimento operaio va attribuito allo stalinismo e che la socialde­mocrazia ha ben poco da rimproverarsi. Alcuni richiami sintetici non sono, dun­que, inutili.

Ricordiamo innanzi tutto che bilanci della socialdemocrazia sono già stati fatti a­gli inizi della prima Guerra mondiale in scritti ben noti di Lenin e di Trotskij,4 poi nei testi dei primi congressi dell’In­ternazionale comunista e, negli anni ’20 e ’30, da Trotskij e dall’Opposizione di si­nistra. Va precisato che questi bilanci non sono esclusivamente appannaggio dei marxisti rivoluzionari; sono stati fonda­mentalmente confermati da analisi e auto­critiche di militanti e dirigenti di ben diver­sa provenienza e da molteplici contributi di storici legati o no al movimento ope­raio. Aggiungiamo che si sono sviluppate a varie riprese (anche in Italia), correnti po­litiche e ideologiche secondo cui, in segui­to a sconfitte decisive del movimento operaio di cui erano stati, in tutto o in parte, responsabili, i partiti socialdemocratici non avevano più nessun avvenire.5 Ne­gli anni ’60, poi, nel momento in cui diri­genti del Pci, come Amendola, tracciavano una prospettiva di riunificazione del movi­mento operaio, il loro punto di partenza e­ra che né la corrente comunista né la cor­rente socialdemocratica avevano realizzato i loro obiettivi storici. Dieci anni più tar­di, Enrico Berlinguer aveva tratto, per par­te sua, la conclusione che si doveva sce­gliere una “terza via”, distinta “sia dal socialismo reale che dalla socialdemocrazia”.

Va da sé che un bilancio che descrivesse il percorso storico della socialdemocrazia come una serie ininterrotta di insuccessi e di tradimenti sarebbe altrettanto erroneo che i bilanci apologetici che ci si vuole far digerire ora. Ripetiamolo per evitare ogni malinteso e ogni falsa polemica: per tutto un periodo i partiti socialdemocratici, co­me i sindacati, le cooperative e le associazioni culturali sotto la loro influenza, han­no rappresentato la forma di gran lunga prevalente, se non esclusiva, di organizza­zione della classe operaia. Sono stati gli strumenti che hanno consentito alla classe operaia di strappare, soprattutto in Europa occidentale, conquiste economiche, sociali e politiche importanti, migliorando così a proprio favore i rapporti di forza tra le clas­si, né nessuno può contestare il ruolo che hanno continuato a svolgere in questo sen­so negli anni ’20 e ’30.

Dopo la seconda Guerra mondiale, è an­cora sotto l’egemonia della socialdemocra­zia che la classe operaia di molti paesi ha riconquistato quello che aveva perduto e poi esteso le sue conquiste parziali sul ter­reno economico e sociale e su quello poli­tico. Durante tutto questo itinerario, però, il movimento operaio socialdemocratico non si è sottratto a una fondamentale con­traddizione: proprio nella misura in cui conquistavano posizioni, le organizzazioni socialdemocratiche si integravano ancor più nei meccanismi e nelle istituzioni del­la società borghese subendone i condiziona­menti. Una burocrazia formatasi nelle loro file che, nel contesto dato, trovava le con­dizioni favorevoli per svilupparsi, diventa­va la forza motrice di questo processo. È quella che abbiamo definito la dialettica delle conquiste parziali, una dialettica che, in condizioni di relativo equilibrio politico e sociale, opera inevitabilmente. La responsabilità dei dirigenti riformisti – e neoriformisti – consiste nel fatto che, lungi dal prendere coscienza del pericolo e dall’agire per contrastare la tendenza in at­to, ne sono divenuti prigionieri e l’hanno stimolata al massimo, dimenticando che tutte le conquiste parziali sono necessaria­mente precarie e rinunciando, in ultima a­nalisi, al fine storico del loro stesso movi­mento: il rovesciamento del sistema capita­listico. Questa involuzione si è sviluppata sino in fondo negli ultimi decenni, ma la contraddizione che abbiamo descritto ha o­perato sin dall’inizio. Tanto è vero che Bernstein, il revisionista per anto­nomasia, di cui va tuttavia riconosciuta l’onestà intellettuale, scriveva, già nel 1896, in una lettera a Kautsky: «Noi facciamo quello che fanno tutti i partiti radicali, con la differenza che lo nascondiamo dietro un linguaggio del tutto sproporzio­nato alle nostre azioni e ai nostri mezzi». Ma è soprattutto alle svolte cruciali che questa contraddizione ha pesato in modo di­sastroso, paralizzando le organizzazioni, impedendo loro di reagire e spingendole a rinunciare alla loro identità e ad abdicare di fronte alle classi dominanti.

In un libro, che certamente non si pre­figge di stroncare la socialdemocrazia, François Fejtö sintetizza nei termini se­guenti il bilancio dell’Internazionale socia­lista: «La storia dell’Internazionale sociali­sta è segnata da sconfitte memorabili. 1914: i partiti e i sindacati socialisti della Germania, della Francia e degli altri paesi occidentali, nonostante il numero impres­sionante dei loro aderenti, si rivelano inca­paci di impedire la guerra più stupida della storia mondiale, che rende inevitabili lo smembramento e la decadenza dell’Europa. 1919: il movimento operaio, in seno al quale erano esistite fino ad allora speranze rivoluzionarie e pratiche riformiste, si scin­de in due e i militanti rivoluzionari più at­tivi entrano nella III Internazionale, fondata da Lcnin. 1933: il settore più solido del so­cialismo europeo, la socialdemocrazia tede­sca, incapace di padroneggiare la crisi eco­nomica, incalzata e corrosa da un partito comunista che pratica la politica del tanto peggio tanto meglio, capitola di fronte al nazismo. 1935-1939: le esperienze di fron­te popolare, intraprese per sbarrare la strada ai fascismi in ascesa, non contribuiscono a rialzare il prestigio dei partiti socialisti che vi partecipano, si arenano e si disgrega­no, avvantaggiando soprattutto i comuni­sti che si collegano con Mosca. Più tardi, nei paesi occupati dai nazisti, i partiti so­cialdemocratici, decimati dall’occupante, impreparati al lavoro clandestino, sono e­clissati nella resistenza dai comunisti e hanno bisogno di molto tempo per ripren­dersi».6

A parte qualche espressione e qualche valutazione discutibile, l’essenziale è det­to: come bilancio storico, non è molto brillante!

Effettivamente, nel 1914, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto svolgere il suo ruolo, la II Internazionale non solo non ha saputo evitare la catastrofe mondia­le, ma si è letteralmente disintegrata e i suoi partiti, salvo rare eccezioni, si sono assunti direttamente la responsabilità della guerra associandosi alle classi dominanti e partecipando al delirio sciovinista.

Analogamente, nel 1939-1940, l’Inter­nazionale va in frantumi una seconda volta e, nonostante le resistenze e dopo qualche oscillazione, i suoi partiti rinunciano alla loro indipendenza di fronte alla borghesia. Nessuna lezione era stata seriamente tratta dal fallimento del 1914 e le rettifiche ab­bozzate erano andate esattamente in direzio­ne opposta a quello che sarebbe stato ne­cessario. L’Internazionale, ricostruita nel 1923, con il nome di Internazionale ope­raia socialista (IOS), sfumava anche le pro­clamazioni anticapitaliste e anti-imperiali­ste puramente retoriche di prima della guer­ra. Le rivendicazioni pacifiste a favore del disarmo, un leit motiv di quel periodo, era­no per lo più adattate alle esigenze dei vari Stati e delle istituzioni internazionali di cui questi Stati erano membri.7
Nonostante le critiche espresse al con­gresso di ricostruzione, la Società delle na­zioni veniva presentata come l’ancora di salvezza e i partiti socialdemocratici agiva­no come gruppi di pressione nei suoi con­fronti. Risultato finale: alle pesanti respon­sabilità per la catastrofe della prima Guerra mondiale si aggiungevano responsabilità non meno pesanti per lo scoppio della se­conda.8

Fascismo, nazismo e fronti popolari

I partiti socialdemocratici non hanno avuto un ruolo meno nefasto negli avvenimenti interni dei vari paesi. A rischio di farci trattare da “paleomarxisti”, restia­mo convinti che, se la crisi rivoluzionaria che si era creata alla fine della prima Guer­ra mondiale in alcuni paesi europei non è stata sfruttata a favore della classe operaia e dei suoi alleati ed è sfociata in “restaura­zioni democratiche” e, successivamente, nell’instaurazione di regimi fascisti, la re­sponsabilità principale va attribuita pro­prio ai partiti socialdemocratici. Ciò vale in primo luogo per la Germania, dove i so­cialdemocratici hanno contribuito in misu­ra decisiva alla ricostruzione dello Stato borghese dalle rovine della guerra, ricorren­do anche alla repressione sanguinosa con­tro i settori più radicalizzati della classe o­peraia.9 Ciò vale anche per l’Italia dove, nell’aprile 1920, il Psi a maggioranza mas­simalista e la centrale sindacale a direzio­ne riformista hanno rifiutato la loro solida­rietà agli operai di Torino impegnati in u­no sciopero generale e hanno fatto la stes­sa cosa nel settembre dello stesso anno al momento dell’occupazione delle fabbriche da parte di mezzo milione di operai. Agendo in questo modo, hanno aperto lo strada all’avvento del fascismo (ricordia­mo, d’altra parte, che il Partito comunista è stato fondato solo nel gennaio del 1921).
Infine, nessuno può sospettarci di mini­mizzare il ruolo catastrofico avuto dal Partito comunista e dal Comintern staliniz­zato al momento della presa del potere da parte di Hitler. Ma questo ruolo non deve far dimenticare la responsabilità non meno grave del Partito socialdemocratico, che a­veva puntato continuamente su sterili com­promessi e rifiutato, come i comunisti, o­gni prospettiva di fronte unico operaio, pri­ma di cadere senza combattere. La stessa Ios ha criticato, a posteriori, la sua sezio­ne tedesca, rimproverandole in particolare di non aver fatto appello alla mobilitazio­ne delle masse contro la destituzione del governo prussiano da parte di Von Papen. Effettivamente, il Spd aveva avuto un at­teggiamento di tolleranza nei confronti del governo reazionario di Brüning, votando ad­dirittura per lui in varie occasioni. Aveva puntato sullo Stato, sulle sue istituzioni, sulla polizia e sull’esercito, nella speranza che si sarebbero opposti all’attacco nazista.10 A un dato momento, si era impegna­to a lanciare una grande offensiva se Hitler avesse tentato di prendere il potere, ma que­sta proclamazione non aveva avuto nessun effetto pratico.
Un bilancio complessivo, che non pre­tendiamo di fare nell’ambito di questo arti­colo, dovrebbe prendere in considerazione altri avvenimenti significativi, tra cui le vicende del movimento operaio austriaco. Non possiamo ritornare qui sull’analisi del­la crisi in Austria alla fine della prima Guerra mondiale.11 Ricordiamo che an­che dopo la vittoria di Hitler la classe ope­raia austriaca è stata protagonista di lotte e­roiche e soprattutto dell’insurrezione del 12 febbraio 1934. Ma la responsabilità principale della sconfitta di questa insurre­zione ricade sul Partito socialista, che ave­va avuto una politica esitante, di continui arretramenti, e che si è dimostrato incapa­ce di agire risolutamente al momento cru­ciale. È stato lo stesso Otto Bauer a fare in proposito uno dei commenti più perti­nenti scrivendo che «questo enorme parti­to, che rappresentava il 90% dei lavorato­ri, due terzi della popolazione viennese, la schiacciante maggioranza della popolazio­ne urbana e industriale dell’ Austria, com­plessivamente il 41% della popolazione, e che aveva 600.000 aderenti e un milione e mezzo di simpatizzanti, era divenuto a un certo momento impotente». Sempre Otto Bauer, nel suo libro Tra due guerre mondia­li?, ha affermato, più in generale, che l’e­sperienza aveva «distrutto l’illusione del socialismo riformista, secondo cui la clas­se operaia avrebbe potuto trasformare paci­ficamente e gradualmente l’ordine capitali­sta in ordine socialista limitandosi a usare le istituzioni democratiche e a dare un con­tenuto socialista alle forme democratiche senza nessun salto rivoluzionario». Pur­troppo, questa riflessione non induceva Bauer a correggere il suo metodo e la sua concezione ed era completamente ignorata dai suoi confratelli ed eredi, più o meno le­gittimi.
Come abbiamo visto, anche un autore abbastanza favorevole alla socialdemocrazia come François Fejtö include nel numero delle «sconfitte memorabili» della socialdemocrazia l’esperienza dei fronti popolari. Effettivamente, l’enorme potenziale dell’ascesa rivoluzionaria del 1936 in Francia è stato dilapidato dal Partito socialista, con la complicità del Pcf, al punto che in tre anni si è passati dall’occupazione delle fabbriche allo scoppio di una nuova guerra mondiale e allo sfaldamento del movimento operaio.12 Il l0 luglio 1940, dei 142 deputati socialisti presenti su 150, 108 hanno votato i pieni poteri al Maresciallo Pétain (28 contrari e 6 astenuti). Per quan­to riguarda la Spagna, i crimini dello stali­nismo anche in quel paese e la critica ne­cessaria alla politica imposta dalla burocra­zia sovietica e dall’Internazionale comuni­sta non possono far dimenticare che i so­cialisti ne hanno condiviso in grandissima parte la responsabilità. Dopo tutto, sono stati dei socialisti come Caballero e Prieto a dirigere governi che hanno condotto alla tragica sconfitta del popolo spagnolo.

Poiché la socialdemocrazia internazio­nale vuole ora apparire come l’avversaria più intransigente dello stalinismo, si im­pone un’altra messa a punto. Nel 1936, al momento del primo processo di Mosca, Leone Trotskij subiva le peggiori vessazio­ni da parte del governo “socialista” norve­gese, che arrivava ad impedirgli di querelare gli staliniani che lo calunniavano in altri paesi e di difendersi dalle accuse che gli ve­nivano lanciate. Più in generale, l’Ios e l’ Internazionale sindacale di Amsterdam, di­retta da riformisti, respingevano l’invito di Trotskij di associarsi alla commissione che doveva esaminare, sul piano dei fatti, le imputazioni della “giustizia” sovietica contro di lui ai processi di Mosca e, in genere, i partiti socialisti erano molto ri­servati in materia per non turbare i rappor­ti con i partiti comunisti nella stagione dei fronti popolari. Otto Bauer, che dopo tutto non era il peggiore dei socialdemocra­tici, non esitava a scrivere nel marzo 1937: «Per quanto crudeli, rivoltanti e peri­colosi, i metodi usati dai dirigenti di Mosca per distruggere il trotskismo sono tuttavia storicamente e politicamente cor­retti per la difesa da queste tendenze».

Il secondo dopoguerra

Non ritorniamo qui sulle ragioni, strutturali e politiche che sono all’origine del rilancio dei partiti socialdemocratici dopo la seconda Guerra mondiale, in particola­re nei paesi dell’Europa capitalista.13 In realtà, questi partiti sono stati perfettamen­te funzionali alla ricostruzione del conti­nente su basi capitalistiche e alla formazio­ne del nuovo blocco imperialista battezza­to Alleanza atlantica, e hanno svolto un ruolo di primo piano in questa impresa. Non hanno esitato, in certi casi, ad attacca­re direttamente settori della classe operaia. Il “socialista” francese Jules Moch, mini­stro degli Interni, ha diretto la repressione che mirava a spezzare e a “normalizzare” il movimento operaio una prima volta nell’autunno del 1947 e una seconda volta, un anno più tardi, durante il grande sciope­ro dei minatori (2.000 minatori in prigione e 6.000 licenziati).
Partiti socialisti hanno egualmente con­tribuito alla realizzazione dei progetti di so­stituzione del colonialismo tradizionale con forme “nuove"”di sfruttamento impe­rialista. Vi hanno contribuito soprattutto quando hanno avuto responsabilità gover­native. In questi casi, sono stati complici e anche diretti protagonisti di repressioni sanguinose e di guerre vere e proprie con­tro popoli in lotta per la loro liberazione. Basti ricordare la complicità dei socialisti francesi nella guerra per la riconquista dell’Indocina, nei massacri del 1945 in Algeria (45.000 morti a Costantina e a Setif), e poi nel Madagascar (di nuovo deci­ne di migliaia di morti, sacrificati sull’alta­re dell’Unione francese!), per non parlare dei crimini di cui questi “socialisti" si so­no macchiati durante la guerra d’Algeria (nel 1956, il governo di Guy Mollet chie­deva e otteneva, con l’appoggio del Pcf, i poteri speciali per schiacciare la rivoluzio­ne nazionale in quel paese). Da parte loro, i governi laburisti britannici hanno condot­to campagne militari in Malesia e nel Kenya ed è stato un governo laburista a realizzare l’operazione di decolonizzazione dell’ India su basi neocoloniali e con una di­visione di cui i popoli del subcontinente pagano tuttora il prezzo. Infine, assume un significato quasi simbolico il fatto che l’ultima azione militare internazionale del più classico stile coloniale, quella di Suez contro l’Egitto nasseriano nel 1956, sia stata condotta congiuntamente dal conser­vatore britannico Eden e dal “socialista” francese Guy Mollet.14 La presenza nell’Is di partiti o movimenti nazional-po­pulisti e decisamente neocolonialisti di paesi sottosviluppati ha avuto e ha ancora una funzione perfettamente complementare ai progetti socialdemocratici nei paesi capi­talisti industrializzati. Un esempio elo­quente è quello del Senegal, paese in cui un partito “socialista” al potere dall’indo­mani dell’indipendenza ha contribuito in modo decisivo all’instaurazione di una socie­tà neocoloniale e collabora da sempre con il suo corrispondente francese (ancor più si­stematicamente dall’inizio dell’era Mitter­rand).

Episodi particolarmente drammatici hanno illustrato a più riprese la natura e il ruolo di questi partiti “fratelli”. Per esem­pio, proprio nel momento in cui si apriva a Lima nel 1986 il congresso dell’Is, il go­verno dell’Apra, partito legato a questa in­ternazionale, non esitava a far uccidere cen­tinaia di prigionieri in rivolta, provocan­do reazioni di sgomento tra i delegati. Più di recente, nel febbraio 1989, quando gli invitati al sontuoso banchetto di insedia­mento del nuovo presidente del Venezuela Carlos Perez, membro dell’Is, non aveva­no ancora finito di digerire, costui faceva massacrare dall’esercito centinaia, se non migliaia, di persone nei quartieri poveri di Caracas (per fare un parallelo un po’ maca­bro, molte di più in termini relativi e di più forse anche in termini assoluti che a Pechino nel mese di giugno scorso!).

Nei paesi capitalisti industrializzati, il ruolo della socialdemocrazia è apparso an­cor più chiaramente dopo la fine del boom prolungato dell’economia capitalista e so­prattutto negli anni ’80. Anche nel suo ul­timo congresso l’Is ha rivolto delle criti­che alle scelte politiche ed economiche dei partiti conservatori, le cui conseguenze sono note.

Non contestiamo affatto che esistano differenze tra partiti conservatori e partiti socialdemocratici. Ma le critiche dell’Is so­no in larga misura ipocrite: i suoi partiti non hanno contrapposto, né contrappongo­no, orientamenti realmente alternativi a quelli dei partiti borghesi. Accettano più che mai di agire nel quadro del sistema ca­pitalista, rispettando le esigenze dell’accu­mulazione del capitale o, per usare la loro terminologia, le compatibilità dell’econo­mia di mercato.

Ciò comporta, più concretamente, l’accet­tazione delle ristrutturazioni industriali, delle concentrazioni crescenti, della politi­ca di austerità, dello smantellamento pro­gressivo dello Stato sociale, ecc. Il bilan­cio dei governi socialisti in Francia, in Spagna e in Grecia è assolutamente elo­quente in merito.

Per applicare una politica che contrasta con gli interessi e le aspirazioni della clas­se operaia e di altri strati popolari, i gover­ni socialisti ricorrono a metodi e pratiche molto poco democratici. Si servono degli apparati statali, anche i più reazionari, che rinunciano in partenza a rinnovare anche parzialmente, e fanno concessioni di ogni sorta agli alti burocrati,  ai generali, ai capi della polizia, ecc. Ciò è particolarmente gra­ve nel caso dello Stato spagnolo, il cui ap­parato resta fondamentalmente quello eredi­tato dal franchismo.

In Francia, Mitterrand sfrutta senza scru­poli i meccanismi della costituzione golli­sta, che aveva denunciato come autoritaria per oltre vent’anni, e i suoi governi non si peritano di ricorrere, quando lo ritengono u­tile, al famigerato articolo 49.3, che per­mette di imporre decisioni facendo astrazio­ne dal voto del parlamento.

Neppure il governo greco del Pasok, do­minato da un capo carismatico dalle forti inclinazioni autoritarie, è stato un esem­pio luminoso di democrazia.

C’è forse bisogno di ricordare, d’altra parte, che è stato un governo diretto dal Spd a far adottare in Germania il Berufsverbote, la legge delle discriminazio­ni professionali nel pubblico impiego, cioè una legge che prende di mira qualsiasi persona che appartenga o sia sospettata di appartenere a organizzazioni comuniste?

Qualche parola, infine, su una delle mi­stificazioni più diffuse e troppo di rado contestate. I socialdemocratici hanno sem­pre contrapposto il loro funzionamento in­terno, presentato come democratico, al fun­zionamento dei partiti comunisti, confon­dendo peraltro a bella posta il centralismo democratico come lo concepiva Lenin e il centralismo burocratico di marca stalinia­na. La realtà è ben diversa. Nella misura in cui sono caduti abbastanza rapidamente sotto il controllo e la direzione di pesanti apparati che facevano valere, in ultima ana­lisi, i loro interessi e i loro orientamenti indipendentemente dagli interessi e dalle a­spirazioni dei militanti, i partiti socialisti hanno avuto molto raramente un funziona­mento veramente democratico.

Oggi, dopo le trasformazioni che hanno subito nella loro composizione negli ulti­mi decenni e in seguito alla loro integra­zione sempre più profonda, anche a livello economico, nelle istituzioni e nei meccani­smi della società borghese, sono soprattut­to delle macchine elettorali e in ogni caso non sono i militanti che prendono sovrana­mente le decisioni che contano. Le tenden­ze di opposizione sono scomparse, o hanno margini di azione sempre più ristretti: la loro rappresentanza è limitata seriamente da norme statutarie o da regolamenti, sia nei congressi sia negli organismi di dire­zione.

Chi ha seguito, per esempio, gli ultimi congressi del Psf, del Psi e del Psoe ha po­tuto constatare che, di norma, i conflitti e le differenziazioni restano all’interno degli apparati e non riguardano i problemi di fondo. Le decisioni più importanti sono prese in circoli ristretti, se necessario con l’intervento senza appello di leader inconte­stati e glorificati come Mitterrand, Gonzalez e Craxi. I congressi come tali non sono che rumorose messe in scena, con una esibizione insolente di grandi mez­zi.15

Ciò non ha niente a che vedere con una reale democrazia interna e costituisce una rottura con le migliori tradizioni degli stes­si partiti socialdemocratici, all’interno dei quali si sono confrontate in passate tendenze e frazioni e i cui dirigenti, pur es­sendo dei riformisti con inclinazioni pater­nalistiche, apparivano alle masse come tri­buni del popolo e non come personaggi che fanno sfoggio delle loro funzioni isti­tuzionali.

Uno iato tra teoria e pratica

Lo iato tra dichiarazioni programmatiche e pratica reale costituisce una caratteristica permanente della socialdemocrazia internazionale. Abbiamo menzionato ciò che scriveva Bernstein già nel 1896. Ottant’anni dopo, Willy Brandt rimproverava all’organizzazione interna­zionale di cui stava per diventare presiden­te, di votare troppe risoluzioni senza preoc­cuparsi se sarebbero state effettivamente applicate. Ci sembra utile ripercorrere, sia pure sinteticamente, alcune tra le tappe più significative dell’itinerario program­matico della socialdemocrazia internazio­nale.

La II Internazionale, che una decina d’an­ni dopo la sua fondazione doveva riunire la grande maggioranza del movimento ope­raio organizzato, aveva adottato un’impo­stazione programmatica fondamentalmen­te anticapitalistica, proclamando che fine dei partiti membri era la presa del potere politico. Questo era affermato del tutto e­splicitamente, per esempio, al secondo congresso (Bruxelles, 1891) – che, tra l’al­tro, precisava il quadro programmatico e organizzativo con l’espulsione degli anar­chici – e confermato dal congresso di Londra, nel 1896. A partire dal 1900, i con­gressi erano spesso teatro di dibattiti di grande portata teorica e politica. Era il ca­so del congresso di Parigi (1900) e di quel­lo di Amsterdam (1904), in cui si svilup­pava la famosa polemica sul revisionismo partendo, da un lato, dall’offensiva lanciata sul piano teorico da Bernstein, dall’altro, dalla partecipazione del socialista francese Millerand al governo borghese Waldeck-­Rousseau. A Parigi si dichiarava che «la lotta di classe proibisce ogni alleanza con una qualsiasi frazione della classe capitali­sta», ma si aggiungeva subito dopo «salvo circostanze eccezionali». Ecco un primo e­sempio di apparente rigore programmati­co, di fatto diluito con una messa a punto che permetteva a ogni partito di fare quello che voleva. Ad Amsterdam la posizione a­dottata era ancora più netta e sistematica, ma il contesto era tale che Bernstein pote­va dichiarare che «il revisionismo, sconfit­to al congresso, ha la meglio nella prati­ca».

Il congresso di Stoccarda (1907) è stato probabilmente il più importante che abbia mai avuto luogo: doveva stabilire l’atteg­giamento dell’Internazionale sul problema dei sindacati, sulla questione coloniale e su quella della pace e della guerra. A propo­sito di sindacati, il congresso sottolineava la complementarità tra organizzazione po­litica e organizzazione sindacale, affermando che anche quest’ultima doveva essere a­nimata da «uno spirito completamente so­cialista». Quanto alle colonie, respingeva una mozione di destra che parlava di «colo­nizzazione riformata» come mezzo per faci­litare l’evoluzione dei popoli coloniali, e a­dottava un testo la cui conclusione era che «i parlamentari devono opporsi al regime di sfruttamento estremo e di schiavitù che infierisce nelle colonie esistenti, esigere delle riforme e cooperare con tutti i mezzi all’educazione dei popoli all’indipenden­za». Nonostante un certo radicalismo verba­le, di ispirazione più morale che stretta­mente politica, la porta era aperta per le de­viazioni successive. La risoluzione sulla guerra è stata considerata tradizionalmente come la più importante mai adottata in proposito dalla II Internazionale e si è sot­tolineata in particolare l’importanza di un emendamento presentato da Rosa Luxem­burg, Lenin e Martov e accettato dal con­gresso. Ma proprio quanto è detto in que­sta risoluzione – e in quella di Basilea nel 1912 – mette in risalto l’abisso tra le dichiarazioni più o meno solenni e l’atteg­giamento assunto dai partiti membri pro­prio quando avrebbero dovuto agire nel sen­so che essi stessi avevano indicato.

Al congresso di rilancio della loro inter­nazionale, nel 1923, i partiti socialdemocra­tici mettono l’accento sulla propaganda pa­cifista, che costituirà un tratto essenziale della loro attività nel periodo tra le due guerre. La risoluzione votata afferma, tra l’altro, che la classe operaia deve condurre la lotta per la pace «innanzi tutto contro la borghesia imperialista del proprio paese, con tutti i mezzi parlamentari ed extra­parlamentari di lotta di classe di cui dispo­ne, e l’azione internazionale deve essere sempre di più unificata». Nello stesso tem­po, nell’intento – non sappiamo se inge­nuo e cinico – di dimostrare che si era ap­presa la lezione del 1914, si precisa che l’Ios «non è solo un strumento per i compi­ti della pace, ma uno strumento egualmen­te indispensabile durante tutta una guerra". Disgraziatamente, come abbiamo visto, queste buone intenzioni non eviteranno un’altra esplosione dell’Internazionale all’i­nizio della seconda Guerra mondiale. L’Ios si sfalderà già dopo Monaco (ottobre 1938) e il suo organismo esecutivo entrerà in crisi sette mesi dopo. Il suo segretario, Friedrich Adler, denuncerà il fatto che da otto anni non c’era stato nessun congresso e da sei anni nessuna conferenza e definirà l’Ios «un apparato senza vita politica».

In realtà, i congressi dell’Ios non sono mai stati un’occasione di dibattiti come quelli che avevano avuto luogo nei con­gressi dell’anteguerra. Un certo numero di partiti partecipano a governi, assumendosi la parte, per ripetere l’espressione immorta­le di Léon Blum, di «gestori leali del capi­talismo», hanno preoccupazioni diplomati­che e le questioni teoriche e le dichiarazio­ni programmatiche li interessano sempre meno (la teoria è lasciata a “specialisti”, un po’ franchi tiratori, come Otto Bauer). Tuttavia, contrariamente a quanto sarebbe accaduto dopo la seconda Guerra mondiale, l’Ios diffonde ancora qualche testo che fa appello all’unità dei lavoratori per la con­quista del potere e l’instaurazione del socia­lismo; per esempio, una risoluzione del congresso di Bruxelles (agosto 1928). Ma questa stessa risoluzione non dà prova di grande perspicacia analitica quando, pur de­nunciando la minaccia di una disoccupazio­ne tecnologica, prevede che la ristabilizza­zione economica continuerà e in condizio­ni di crescente prosperità. Dopo lo scop­pio della grande recessione, al congresso di Vienna del 1931, i socialdemocratici si preoccupano soprattutto di respingere, per bocca di Otto Bauer, ogni idea di sfruttare la crisi a fini rivoluzionari.

Rettificano solo parzialmente il tiro do­po la sconfitta del 1933 in Germania. Alla conferenza di Parigi, che ha luogo nello stesso anno, dirigenti tra i più rappresenta­tivi come Friedrich Adler, Otto Bauer e Léon Blum, pur prendendo ancora una vol­ta le distanze dal “bolscevismo”, dichiara­no che il socialismo deve mantenere il suo carattere proletario e rivoluzionario, e la ri­soluzione più importante dice che la di­struzione del capitalismo e la costruzione di un ordine socialista sono storicamente possibili. Purtroppo, qualche mese dopo, l’atteggiamento dei socialisti austriaci al momento dell’insurrezione del 12 febbraio e poi il comportamento dei socialisti fran­cesi e spagnoli all’epoca dei fronti popola­ri dimostrano che queste affermazioni ave­vano un valore puramente letterario.

Dopo conferenze preparatorie tenute tra il 1945 e il 1950,16 il congresso della seconda ricostruzione (Francoforte, 1951) adotta una dichiarazione, che è paragonata al Manifesto comunista del 1848 e all’in­dirizzo di fondazione della I Internazionale (1864), e che costituisce effettivamente il principale punto di riferimento programma­tico dei socialdemocratici durante quasi qua­rant’anni. Il testo, che comprende un preambolo e quattro parti, parte da un’ana­lisi critica del capitalismo che, pur avendo sviluppato «immense forze produttive», ha privato «la grande maggioranza dei lavora­tori di qualsiasi influenza sulla produzio­ne», reso più acuta la lotta di classe e por­tato sia all’espansione imperialista e allo sfruttamento coloniale, sia al fascismo. Condanna contemporaneamente il comuni­smo che «ha diviso il movimento interna­zionale dei lavoratori e ritardato così per de­cine d’anni la realizzazione del socialismo in molti paesi» e che è divenuto lo stru­mento di un «nuovo imperialismo», quello dell’Unione Sovietica. Il testo continua in­dicando l’obiettivo di una pianificazione e­conomica nella libertà17 e, riprendendo un motivo conduttore degli anni ’30, riaffer­ma il rapporto intrinseco tra socialismo e democrazia (nella fattispecie, ciò comporta una critica di quello che stava accadendo nell’Europa orientale). Afferma che «il so­cialismo vuole abolire il regime capitali­sta sostituendolo con una società economi­ca in cui l’interesse collettivo prevalga sul conseguimento del profitto». Elenca inol­tre i diritti economici e sociali, che devo­no essere garantiti da una democrazia socia­lista e ribadisce la natura umanistica della tradizione socialista. Nell’ultima parte, au­spica il superamento delle sovranità nazio­nali, «l’instaurazione di una democrazia in­ternazionale e di un ordine giuridico che ga­rantiscano la libertà dei popoli e il rispetto dei diritti dell’uomo». L’Onu è presentata come «un passo importante verso l’instau­razione di una comunità internazionale». In pratica, i principali partiti dell’Is aveva­no già scelto il loro campo inserendosi nell’Alleanza atlantica.
Undici anni dopo, in occasione di un Consiglio generale a Oslo, l’Is pubbliche­rà un’altra dichiarazione sulle questioni in­ternazionali – “Il mondo moderno; pro­spettive socialiste” – in cui preciserà ulte­riormente le sue concezioni, dichiarando, tra l’altro, che suo scopo ultimo è la for­mazione di un governo mondiale.18

A partire dalla metà degli anni ’70, con­gressi, conferenze e consigli generali vota­no una serie di testi che tendono a definire una posizione sui problemi dei paesi sotto­sviluppati e sul nuovo ordine economico internazionale. In particolare, il congresso di Vancouver del 1978 precisa come segue gli obiettivi da raggiungere: sviluppo equi­librato tra le diverse regioni del mondo, so­luzione del problema del debito, stabilizza­zione dei prezzi delle materie prime, acces­so dei paesi sottosviluppati ai mercati in­ternazionali dei prodotti industriali, libera scelta delle tecnologie da adottare, protezio­ne delle risorse energetiche, codice interna­zionale per controllare le multinazionali. Questa problematica è ripresa al congresso di Madrid nel 1980. Lo stesso anno testi presentati come ancora più importanti so­no votati dalla conferenza regionale dell’Internazionale socialista per l’America Latina e la zona dei Caraibi. La dichiarazio­ne detta “di Santo Domingo” tiene conto del­le esigenze di propaganda dei partiti mem­bri della regione. Comincia affermando che «la politica imperialista nella regione ha lasciato tracce indelebili» e continua di­cendo che «oggi il potere egemonico assu­me forme più sofisticate di controllo con il dominio delle società multinazionali, al­leate alle borghesie nazionali monopolisti­che e sotto l’influenza straniera, che produ­cono nella regione regimi autoritari e re­pressivi». Dopo una denuncia dei regimi e­sistenti in quel periodo nel Cile, in Argentina, in Uruguay, nel Salvador e nel Guatemala, dice che «la democrazia forma­le ha dimostrato il suo carattere inoperante, nel senso che non garantisce la libertà e la partecipazione effettiva del popolo. Rivendichiamo una democrazia con parte­cipazione popolare, che permetta alla classe lavoratrice di godere i frutti del progres­so in un sistema pluralista che assicuri la piena occupazione e una giusta distribuzio­ne dei redditi». Ritorna infine sulla necessi­tà di lottare per un nuovo ordine economi­co internazionale.

L’elaborazione politica e programmati­ca dell’Is in quanto tale è stata completata da testi adottati da alcuni partiti membri. L’esempio di gran lunga più famoso è quello del programma votato dal congresso straordinario del Spd a Bad Godesberg, nel 1959.19 Accanto ai richiami tradizionali sul legame indissolubile tra libertà e giu­stizia («l’una è presupposto dell’altra») e tra democrazia e socialismo («il sociali­smo non si realizza che con la democrazia e la democrazia si concretizza con il socia­lismo»), il programma dichiara in termini non meno generici che «tutti i popoli devo­no sottomettersi a un ordine giuridico in­ternazionale che disponga di un sufficiente potere esecutivo. La guerra non può essere uno strumento politico. Tutti i popoli de­vono avere eguali possibilità di partecipare al benessere mondiale. I popoli in via di sviluppo hanno diritto alla solidarietà de­gli altri popoli». Riafferma la fedeltà del Spd ai principi democratici e si pronuncia per il bando dei «mezzi di distruzione mas­siccia» e contro l’installazione sul territo­rio della Rft di «mezzi di distruzione atomi­ca e di altra natura». Gli obiettivi economi­ci sono precisati nei paragrafi che hanno maggiormente attirato l’attenzione e che comportano l’accettazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, con attribu­zione al settore pubblico di un ruolo subor­dinato. Quanto ai paragrafi sui sindacati, vi si legge che «i sindacati devono lottare per una giusta partecipazione dei lavoratori ai benefici del lavoro sociale e per il dirit­to di co-decisione nella vita economica e nella vita sociale». È un’idea che doveva successivamente concretizzarsi con la coge­stione.20 A proposito dei problemi in­ternazionali, niente di particolarmente nuo­vo rispetto alla dichiarazione di Franco­forte e ad altri testi socialdemocratici (coo­perazione e solidarietà internazionale, carat­tere vincolante dei principi dell’Onu, ecc.). Il coronamento è la solenne proclamazione secondo cui il Spd si è trasformato da «par­tito della classe operaia in partito popola­re». È dunque a Bad Godesberg più che a Francoforte che l’impostazione classista e anticapitalista della socialdemocrazia viene sfumata definitivamente e la concezione ri­formista gradualista del passaggio a una so­cietà socialista è sostituita fondamental­mente dall’idea di una razionalizzazione, modernizzazione e democratizzazione della società capitalista, che non è più rimessa in discussione in quanto tale.21

Un punto di arrivo: la dichiarazione di Stoccolma

Al suo ultimo congresso (Stoccolma, giugno 1989), l’Is ha ritenuto necessario dotersi di un nuovo testo programmatico. Ha votato una dichiarazione di principi che pretende addirittura di fissare le prospet­tive per il XXI secolo. Questa dichiarazio­ne riflette l’evoluzione dei partiti membri durante gli ultimi decenni e cerca di deli­neare un’ideologia più corrispondente alla pratica reale dei partiti più rappresentativi dell’Europa capitalista ai tempi della ri­strutturazione e dell’austerità e, in minor misura, dei partiti che sono stati o sono al governo in America Latina.22

In realtà, nonostante le pretese di novi­tà, la dichiarazione si limita a ribadire prin­cipi enunciati infinite volte, per esempio, sul legame tra democrazia e socialismo (a questo proposito usa quasi le stesse parole del programma di Bad Godesberg), sull’ eco­nomia mista e sui problemi della pace e della guerra. Gli obiettivi presentati con le formule più pretenziose restano fumosi (per esempio, quello di «una nuova società democratica mondiale»). Nella misura in cui rappresentano, del tutto parzialmente, delle innovazioni, sono ancora meno socia­listi e più vagamente democratici di quelli fissati nel passato. Ciò vale in particolare per l’impostazione di problemi come quel­lo dell’ambiente, quello delle nuove tecno­logie, quello della situazione internaziona­le e quello della lotta delle donne. Le solu­zioni abbozzate restano nel quadro di una razionalizzazione e democratizzazione del sistema, escludendo ogni salto qualitativo rivoluzionario.

A proposito dell’ambiente, non c’è la benché minima allusione alla logica del profitto, né a quella dei meccanismi che o­perano nelle società di transizione burocra­tizzate, e ci si limita a proporre misure del tutto vaghe, in una prospettiva riformista moderata. Con la stessa impostazione si af­frontano i problemi delle nuove tecnolo­gie. Per quanto riguarda la situazione mon­diale, partendo dalla constatazione, di per sé corretta, dell’ internazionalizzazione cre­scente dell’economia, se ne traggono anco­ra una volta solo conclusioni molto va­ghe, ispirate da un wishfull thinking, sulla necessità di una cooperazione, di un con­trollo democratico, di una trasformazione dell’economia, in teoria a vantaggio dei paesi sottosviluppati. Si possono condivi­dere una serie di osservazioni incontestabi­li e ormai quasi banali sui problemi delle donne, ma le misure suggerite sono del tut­to limitate. Tra l’altro, si spiega che biso­gna superare «gli atteggiamenti patriarca­li», ma non si rimette affatto in discussio­ne la famiglia patriarcale. Peggio, in un momento in cui in molti paesi è in pieno sviluppo una controffensiva reazionaria contro le donne, non c’è una sola parola sull’aborto e sulla necessità di difendere il diritto all’aborto dove è minacciato.

In conclusione, la dichiarazione di Stoccolma è un documento ideologico pro­pagandistico, che risponde soprattutto all’e­sigenza dei partiti socialdemocratici di sfruttare a loro vantaggio la crisi delle so­cietà di transizione burocratizzate e dei par­titi comunisti, presentandosi come la sola alternativa valida. Si potrebbe chiedersi, an­cora una volta, se i partiti socialdemocrati­ci restano partiti qualitativamente diversi dai partiti borghesi, o se si debba ormai ac­cettare l’interpretazione secondo cui avreb­bero perduto ogni connotazione di partiti o­perai e sarebbero sempre più simili a parti­ti come il Partito democratico degli Stati Uniti.23 La nostra opinione è che, nono­stante tutte le involuzioni che abbiamo sottolineato e il ruolo che svolgono ora, i partiti socialdemocratici restano, in ultima analisi, partiti del movimento operaio, per le forze sociali che li appoggiano, per il posto che occupano nella dinamica socio-­politica dei loro paesi e per le loro origini e le loro tradizioni. Non a caso, del resto, la stessa dichiarazione di Stoccolma ha vo­luto riaffermare una continuità rispetto al­la II e alla I Internazionale.

Non bisogna dimenticare neppure che, nonostante conflitti a volte molto gravi (come quello, per esempio, tra il Psoe e l’Ugt nello Stato spagnolo), uno dei punti di forza essenziali dei partiti socialdemocra­tici consiste sempre nei loro legami strut­turali con il movimento sindacale, che so­no qualitativamente diversi dai rapporti in­trattenuti a volte con i sindacati da partiti borghesi (a livello elettorale, di lobbyes parlamentari, ecc ).

Quali prospettive?

Ultimo interrogativo: nel periodo che ci sta di fronte, partiti dell’Is potranno realmente assumere un ruolo determinante in quelli che noi definiamo i tre settori del­la rivoluzione mondiale? Potranno mante­nere indefinitamente la loro egemonia nei paesi in cui la detengono da lunga data, conquistarla in altri e condurre con succes­so la loro lotta per realizzare gli obiettivi che si sono fissati a Stoccolma e prima di Stoccolma?

Nei paesi capitalisti industrializzati, sal­vo rivolgimenti rivoluzionari che non rien­trano certo nei progetti socialdemocratici, le tendenze che operano attualmente a livel­lo socio-economico non saranno rovescia­te né attenuate. Ci saranno continue ristrut­turazioni, concentrazioni sempre più spin­te, e l’economia mondiale sarà sempre di più condizionata da gigantesche multina­zionali. Va da sé che il prezzo di tutte que­ste operazioni sarà pagato da strati sempre più ampi della popolazione lavoratrice e che i fenomeni di impoverimento e di e­marginazione che si sono sviluppati duran­te gli anni ’80, anche nei paesi cosiddetti ricchi, si aggraveranno.24 Che tutto que­sto possa avvenire senza rimettere in que­stione le acquisizioni delle lotte operaie, le libertà sindacali e, più in generale, i diritti democratici, è un pio desiderio. In un simi­le contesto, i socialdemocratici non avran­no molte possibilità di far passare i loro progetti, per modesti che siano, e i loro margini di manovra si restringeranno. Nella migliore delle ipotesi, potranno con­tinuare ad apparire agli occhi di settori del­la classe operaia come il minor male, ma ci sarà sempre meno gente disposta a dar loro credito per un reale cambiamento. I dirigenti sembrano coscienti di queste diffi­coltà ma, per trarsi d’impaccio, persistono nel loro metodo tradizionale, che consiste nell’abbassare il tiro, nel diluire ulterior­mente il loro programma e nell’adattarsi ancora di più alle esigenze delle classi do­minanti; questo non solo dove sono al go­verno, ma anche dove sono all’opposizio­ne (l’evoluzione a destra del Partito laburi­sta britannico è significativa in merito).

Nei paesi sottosviluppati, dove le forze dell’Is restano incomparabilmente più limi­tate che in Europa occidentale, non si vede come la socialdemocrazia potrebbe progre­dire sostanzialmente e assumere un ruolo e­gemone. Anche i partiti “fratelli” più forti – che non sono, ricordiamolo ancora una volta, dei partiti operai – attraversano gra­vi crisi e, come minimo, stanno perdendo terreno. Ciò vale evidentemente, in America Latina, per l’Apra peruviana, che rischia una disfatta alle prossime elezioni e la cui esperienza governativa ha comun­que registrato un insuccesso clamoroso, co­me per l’Azione democratica venezuelana, il cui governo deve fare i conti con un mal­contento popolare che potrebbe provocare nuove esplosioni. Neppure il Partito rivo­luzionario domenicano sembra godere di buona salute ed è difficile dire in quale mi­sura il Partito socialista cileno, che resta un partito operaio, potrà superare la disper­sione delle forze su cui contava in passato. In Africa, il Partito socialista del Senegal è da tempo squalificato di fronte alle mas­se e subisce la crisi più seria della sua sto­ria. Nei paesi arabi e, più in generale, nel Medio Oriente, le possibilità dell’Is sono quasi nulle, a causa del ruolo nefasto del Partito laburista di Israele, che non è con­trobilanciato dal fatto che l’Is include nelle sue file il Partito socialista progressista di Walid Jumblatt.

Invece, l’ipotesi che la socialdemocra­zia intervenga con un certo successo nella crisi delle società di transizione burocratiz­zate appare non priva di fondamento e me­riterebbe un’analisi esauriente. Ci limitere­mo qui a qualche rapida considerazione. In primo luogo, fa parte del suo quadro orga­nizzativo l’Unione socialista dell’Europa centrale e orientale, che comprende partiti socialdemocratici della Bulgaria, della Cecoslovacchia, dell’Estonia, dell’Unghe­ria, della Lettonia, della Lituania, della Polonia, della Romania e della Jugoslavia. Si tratta di partiti per lungo tempo in esi­lio, con scarsi legami all’interno. Ricor­diamo che i partiti che esistevano in Europa orientale alla fine della guerra sono stati sottoposti dal 1947 a fortissime pres­sioni da parte dei partiti staliniani perché accettassero una fusione.25 Le unifica­zioni che hanno avuto effettivamente luo­go, hanno portato in pratica alla scompar­sa delle correnti socialdemocratiche, i cui dirigenti in parte sono stati eliminati, in parte hanno capitolato. Di recente, vecchi socialdemocratici si sono allineati sulle correnti riformiste gorbacioviane dei parti­ti comunisti. L’esempio più clamoroso, ­poi seguito da altri, è quello dell’ungherese Rezso Nyers, che non solo è diventato un capofila del “nuovo” partito, ma ha già chiesto l’adesione all’Internazionale socia­lista. D’altra parte, partiti socialdemocrati­ci si sono costituiti o ricostituiti in Ungheria, in Cecoslovacchia, nella Ger­mania orientale, in Romania e in Bul­garia. In Polonia, a parte il Partito sociali­sta diretto da Lipski e l’ala neosocialdemo­cratica dell’ex-Poup, esiste un settore di Solidarnosč che si richiama a idee socialde­mocratiche e potrebbe domani costituire un’organizzazione o un movimento politi­co su queste basi.26

Non è facile prevedere in quale senso po­tranno evolvere e quale ruolo potranno ef­fettivamente svolgere questi partiti o que­ste correnti, vecchie e nuove. Ma è incon­testabile che le idee della socialdemocrazia e i suoi partiti più rappresentativi dell’Eu­ropa occidentale esercitano attualmente u­na notevole forza di attrazione, in particola­re in ambienti che, dopo aver rotto con la burocrazia al potere, cercano una via diver­sa dalla restaurazione capitalista e ripon­gono fiducia nella socialdemocrazia come . corrente storica del movimento operaio.

Quello che partiti o correnti di orienta­mento socialdemocratico potranno fare in pratica in questo o quel paese dell’Europa orientale, se riusciranno ad affermarsi e ad a­vere un peso anche a livello governativo, è un problema ben diverso. Ancora una volta, ogni previsione sarebbe azzardata. Ma bisogna partire dal fatto che i socialde­mocratici hanno un’impostazione riformi­sta gradualista a tutti i livelli, il che li in­duce a respingere ogni prospettiva rivolu­zionaria di rovesciamento del potere buro­cratico. Puntano essenzialmente su un pro­cesso di autori forma dei regimi esistenti, o di trasformazione graduale: di qui il loro appoggio a Gorbaciov come al governo di coalizione polacco.

Convinti fautori dell’economia di mer­cato, accolgono con favore ogni decisione che faciliti le privatizzazioni e la formazio­ne di joint ventures e sono dunque in al­leanza con le correnti burocratiche che agi­scono in questo senso. Tale sarebbe la lo­ro politica anche nel caso che accedessero al governo, da soli o con altri. In altri ter­mini, potrebbero diventare «gestori leali» dei regimi burocratici, assumendosi ancora una volta un ruolo conservatore.

Tutto questo non sarebbe assai probabil­mente che temporaneo. Se scoppieranno nuove crisi e si svilupperà una vera rivolu­zione, non potranno assumervi un ruolo e­gemonico.

Novembre 1989

 

* Da Bandiera Rossa, n. 2, a, 1990, pp. 20-35.

1Nel febbraio del 1989 veniva pubblicata una lista ufficiale di dieci partiti membri e dieci partiti a titolo consultivo in America Latina, tre partiti membri in Africa e cinque partiti membri e due a titolo consultivo in Asia. In certi paesi, esiste più di un partito membro o di un partito consultivo. Come è noto, la socialdemocrazia non dispone di forze significative negli Stati Uniti. Nella lista dei partiti membri dell'IS sono annoverate due organizzazioni, i Democratic Socialists of America (DSA) e i Socialdemocrats Usa (SDUSA), che però non hanno che qualche centinaio di aderenti.

2Il più delle volte i congressi hanno una durata molto breve (per esempio, il congresso di Stoccolma non è durato che quattro giorni), il che rende impossibili reali dibattiti sui problemi affrontati, tanto più che il numero dei presenti è molto elevato.

3 Il Comintern (ufficio di informazioni), composto dal Pcus, dai partiti comunisti degli altri paesi dell' Europa orientale, dal Pci e dal Pcf, è stato costituito nel 1947 ed è stato sciolto nel 1956.

4 Ricordiamo, tra l'altro, l'analisi di Lenin sul fallimento della II Internazionale (volume 21 delle Opere complete) e l'articolo di Trotskij, “La guerra e la II Internazionale” (v. La guerre et la révolution, in Archives et documents,1974).

5 Una posizione del genere è stata assunta in Italia da correnti socialiste e in particolare dalla corrente liberalsocialista. Questa corrente, negli anni ’30, è stata rappresentata in primo luogo da Carlo Rosselli ed è stata rilanciata durante la guerra dal Partito d'azione. In particolare nella prima fase della seconda Guerra mondiale, una tale interpretazione sembrava rafforzata dalla debolezza estrema dei partiti socialisti e dalla loro partecipazione poco significativa alla resistenza antifascista militante.

6La social-démocra­tie quand meme, Robert Laffont, 1980, p.43.

7 V. a questo proposito l’articolo di Raimund Löw sul n. 14, nuova serie, di Quatrième Internationale.

8 La portata delle devastazioni ideologi­che subite dalla socialdemocrazia è ri­velata. tra l’altro, dal fatto che alle prime conferenze internazionali dopo la fine della seconda Guerra mondiale non sono stati ammessi i socialdemocratici tedeschi (all'inizio, neppure i socialisti austriaci). La tesi del­la responsabilità collettiva del popolo tedesco aveva trovato nelle file socialdemo­cratiche ferventi sostenitori.

9A parte i noti articoli di Trotskij, ricordiamo i capitoli sulla Germania dell'opera di Pierre Frank, Histoire de l'Internationale communiste, Editions la Brèche, 1979, quello di Pierre Broué, Révolution en Allemagne (l917­1923), Editions de minuit, 1971, e Arthur Rosenberg, Storia della repubblica tedesca, Edizioni Leonardo.

10 Ricordiamo che tra il 1919 e il 1933 il Spd ha partecipato a più riprese a governi diretti da suoi dirigenti o da rappresentanti di partiti borghesi.

11 Un'analisi della crisi austriaca alla fine della prima Guerra mondiale è stata fatta da Roman Rosdolski nel suo saggio Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, la “terza via” dell'austromarxismo, CELUC, 1979 (Traduzione curata da Antonio Moscato).

12 Non va dimenticato che nel gennaio 1937 il governo di fronte popolare ha sciolto la Stella nord-africana, organizzazione nazionalista che si batteva per l'indipendenza dell'Algeria.

13Sull' evoluzione della socialdemocra­zia, v., tra l'altro, gli articoli di Livio Maitan e Luigi Vitale sul n. 8, nuova serie, di Quatrième Internationale, e soprattutto il libro Profils de la social­démocratie européenne, Editions la Brèche, 1982.

14 Dato il carattere irresponsabile di questa avventura, criti­cata anche dagli Stati Uniti, il Consiglio dell'Is doveva condannarla, esigendo il ritiro delle truppe franco-britanniche (novembre 1956).

15 Il Psi, con il suo regime plebiscitario, costituisce un cattivo esempio anche a questo proposito. Per svolgere sino in fondo il suo ruolo di leader incontestato, Craxi si è fatto eleggere diretta­mente dai congressi, una volta persino per acclamazione.

16 Alla prima di queste conferenze, taluni avevano grandi illusioni sulle prospettive generali. Il britannico Harold Laski scriveva in un memorandum: «Se la Russia può collaborare con l’Internazionale socialista, in vent'an­ni l'Europa sarà un continente socialista».

17Nel preambolo si legge una frase in sé banale: «L'avvento del socialismo non può essere automatico. La sua realizzazione esige lo sforzo di tutti i suoi sostenitori». In realtà si tratta di una polemica contro l’idea dell'inevitabilità storica della caduta della borghesia e della vittoria del proletariato (attribuita abusivamente ai bolscevichi).

18 Il concetto di governo mondiale è stato ripreso più tardi da Enrico Berlinguer. Il Pci pretende, come al solito, che si tratta di un'idea originale.

19 A partire dal con­gresso di Essen, nel 1984, il Spd ha comin­ciato a elaborare un nuovo testo program­matico.

20 La legge sulla Mitbestimmung (co-­decisione) è stata adot­tata nel 1976. È lungi dal comportare una ve­ra parità tra rappresen­tanti operai e rappre­sentanti del capitale.

21 Bruno Kreisky, dirigente “storico” del Partito socialista au­striaco, ha usato un'e­spressione sofisticata per giustificare la col­laborazione di classe: «la concertazione so­ciale è una sublimazio­ne della lotta di clas­se».

22 Per dare un'idea del testo, basti dire che il termine, e a maggior ragione il concetto, di capitalismo e persino quelli di imperialismo non sono mai usati. Lo stesso vale per l'idea e l’espressione di classe operaia. che sono del tutto assenti, tranne che in un riferimento molto vago. La dichiarazione usa una volta l’espressione «lavoratori» e un'altra «operai», senza attribuirvi un particolare significato di classe.

23È vero che l'idea di una trasformazione dei partiti socialisti in partiti democratici pro­gressisti (a parte l’analogia poco perti­nente con il Partito democratico) circola oggi anche nel movimento operaio.

24 Le recenti vicende della socialdemocrazia svedese sono eloquenti. Il 15 febbraio il premier socialdemocratico Carlsson annunciava un drastico piano di austerità che prevedeva, tra l'altro, un blocco di prezzi e salari sino alla fine del 1991 e la sospensione del diritto di sciopero per la stessa durata. La sospensione del diritto di sciopero veniva poi ritirata in seguito alle mobilitazioni di massa di protesta. Ma comunque il governo veniva messo in minoranza al parlamento, per il ritiro dell'appoggio del PC e dei Verdi.

25 Per la precisione, la prima unificazione ha avuto luogo nel 1946 in Germania o­rientale, con la forma­zione del Sed.

26 Esiste in Polonia anche il Partito socialista polacco-rivoluzione democratica, che re­spinge le concezioni socialdemocratiche. Dopo che questo articolo era stato scritto, si sono delineate altre “candidature”. Lo stesso malcapitato Poup polacco, ribattezzato all'ultimo congresso “Partito socialdemocratico polacco”, ha esposto l'intenzione di chiedere l’ammissione all'Internazionale socialista.