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Mandel-Teoria Leninista
Questo testo di Ernest Mandel è stato pubblicato in Italia nel 1972 dalle edizioni Bandiera Rossa nel libro Il partito leninista insieme al saggio di Livio Maitan, Verifica del leninismo in Italia, e ad alcuni articoli di Renzo Gambino sulle lotte alla FIAT nel 1969.
Versione di lettura convertita dal file originale.
Ernest Mandel
Che cos'è la teoria leninista
del partito
I. ATTUALITÀ DELLA TEORIA LENINISTA
DELL'ORGANIZZAZIONE.
Per avviare una discussione seria sul significato storico dell'attualità della teoria leninista dell'organizzazione, occorre prima determinare esattamente il posto e l'importanza che questa teoria riveste nell'ambito della storia del marxismo (o, per meglio dire, nel processo storico di sviluppo e di espansione del marxismo, che, come ogni altro processo storico, va ricondotto alle sue contraddizioni interne): nel quadro, quindi della stretta interdipendenza dello sviluppo della teoria e di quello della lotta di classe proletaria. Da questo punto di vista, la teoria leninista dell'organizzazione si manifesta come unità dialettica di tre elementi: una teoria dell'attualità della rivoluzione nei paesi sottosviluppati nell'epoca dell'imperialismo (teoria successivamente estesa fino a diventare, appunto, teoria dell'attualità della rivoluzione su scala mondiale, nell'epoca della crisi generale del capitalismo); una teoria dello sviluppo discontinuo e contraddittorio della coscienza di classe proletaria e della differenziazione delle sue tappe più importanti; infine, una teoria della validità di fondo del marxismo e dei suoi specifici rapporti sia con la scienza sia con la lotta di classe proletaria.
La caratteristica peculiare di questo approfondimento leninista della teoria marxista sta nel fatto che essa, partendo da angolazioni diverse, arriva a un unico nodo centrale: quello dell'individuazione della specificità della rivoluzione proletaria, o socialista.
II. LE PARTICOLARITÀ STORICHE
DELLA RIVOLUZIONE PROLETARIA
1. La rivoluzione proletaria è la prima rivoluzione vittoriosa nella storia ad avere come protagonista la classe che si trova al livello più basso della società; una classe che, è vero, dispone di una forza economica in potenza enorme, ma in realtà molto esigua, e che nel suo complesso è esclusa da ogni forma di partecipazione alla ricchezza sociale (considerata in contrapposizione al semplice possesso di beni di consumo che vengono costantemente utilizzati). Questa situazione è totalmente diversa da quella, per esempio, della borghesia o della nobiltà feudale, che si impadronirono del potere politico quando già avevano in mano il potere economico all'interno della società, o da quella degli schiavi, le cui rivoluzioni non ebbero mai esito vittorioso.
3. Così come è avvenuto per tutte le altre rivoluzioni sociali che si sono avute nel corso della storia, anche la rivoluzione proletaria si alimenta delle contraddizioni esistenti tra le classi e delle lotte di classe che queste contraddizioni provocano all'interno della società esistente. Ma, mentre le rivoluzioni avvenute in passato si limitavano a spingere la lotta di classe fino a raggiungere un punto culminante – perché non si trattava in quei casi di instaurare rapporti sociali completamente diversi e programmati consapevolmente – la rivoluzione proletaria può realizzarsi alla sola condizione che la lotta di classe, giunta al suo culmine, sfoci in un processo prolungato, sistematico e cosciente, di trasformazione di tutti i rapporti umani – in primo luogo attraverso una generalizzazione dell'intervento proletario autonomo, quindi attraverso un'azione di tutti i membri della società alla guida della società senza classi. La vittoria della rivoluzione borghese ha trasformato la classe borghese in una classe conservatrice, che è riuscita a realizzare innovazioni rivoluzionarie soltanto nel campo tecnico-industriale.
4. Diversamente da tutte le rivoluzioni del passato, che sono generalmente avvenute in un ambito nazionale (e persino regionale), la rivoluzione proletaria è per sua natura internazionale; sarà portata a termine soltanto quando sarà stata costruita dovunque una società senza classi. Pur dovendo necessariamente affermarsi in un primo momento a livello nazionale, la vittoria rivoluzionaria resta pur sempre incerta e precaria finché la lotta di classe non è riuscita ad infliggere una sconfitta decisiva al capitale su scala mondiale. Ma questo non può certo avvenire né in modo lineare né in una sola volta su tutti i fronti. La catena imperialista si spezza in un primo momento nel suo anello più debole e il movimento. attraverso momenti di slancio in avanti e ondate di riflusso del processo rivoluzionario, segue la legge dello sviluppo ineguale e combinato (non solo in campo economico, ma anche per quel che riguarda i rapporti di forza tra le classi: in nessun caso la coincidenza è automatica).
La teoria leninista dell'organizzazione costituisce un approfondimento del marxismo applicato ai problemi fondamentali della sovrastruttura sociale (Stato, coscienza di classe, ideologia, partito); rappresenta. insieme ai contributi di Rosa Luxemburg e di Trotskij (e in un certo senso di Lukács e di Gramsci) la scienza marxista del fattore soggettivo.
III. IDEOLOGIA BORGHESE E COSCIENZA DI CLASSE PROLETARIA
La formulazione di Marx: «L'ideologia della classe dominante è in ogni epoca l'ideologia dominante» sembrerebbe a prima vista contraddire la caratterizzazione della rivoluzione proletaria come rovesciamento cosciente della società ad opera del proletariato, come prodotto dell'attività cosciente e indipendente delle masse dei salariati. Una interpretazione superficiale di questa formula sembrerebbe indurre alla conclusione che sarebbe utopistico aspettarsi che le masse, manipolate come sono in regime capitalistico ed esposte all'influenza delle idee della borghesia e della piccola borghesia, intraprendano una lotta di classe rivoluzionaria contro questa società, per non parlare di una rivoluzione sociale.
Herbert Marcuse, che è giunto a una tale conclusione, è – per il momento – soltanto l'ultimo di una lunga serie di ideologi che, partendo dalla definizione marxiana di classe dominante, mettono in dubbio le potenzialità rivoluzionarie della classe operaia.
La categoria degli «operai avanzati» ha origine dalla stratificazione oggettiva, inevitabile, della classe operaia, derivante sia dalla sua origine storica, sia dalla sua collocazione in seno al processo sociale produttivo e dalla sua coscienza di classe. La costituzione della classe operaia come categoria oggettiva è, essa stessa, frutto di un processo storico. Certi settori di classe operaia sono composti da discendenti di operai delle città o di salariati agricoli o magari di contadini espropriati; altri ancora provengono dalla piccola-borghesia in possesso di qualche strumento di produzione (contadini, artigiani, ecc.). Una parte della classe operaia lavora in grandi aziende, la cui dimensione favorisce lo sviluppo di una coscienza di classe per quanto elementare (la coscienza cioè che i «problemi sociali» non si possono risolvere se non con l'azione e l'organizzazione collettiva). Un'altra parte invece lavora in piccole e medie aziende o nel settore terziario, in cui la conquista di talune garanzie economiche e la comprensione della necessità di larghe azioni di massa sono molto più lente di quanto non avvenga nelle grandi imprese industriali. Ancora, taluni strati di classe operaia sono concentrati da tempo in grandi città, possiedono un livello di istruzione, hanno già fatto l'esperienza dell'organizzazione sindacale e di una qualche formazione politica o culturale (organizzazioni giovanili, stampa operaia, corsi per lavoratori, ecc.), mentre invece altri vivono nei paesi o nelle campagne (questo vale per esempio per la maggioranza dei minatori europei fino agli anni Trenta), e non conoscono nessuna forma di vita associativa, ignorano pressoché totalmente ogni esperienza sindacale e non hanno mai avuto nessuna educazione politica o culturale all'interno del movimento operaio organizzato.
Certi settori della classe operaia sono nati in paesi indipendenti da un millennio e la cui classe dirigente ha oppresso per un lungo periodo altre nazioni. Altri operai sono nati in paesi che hanno lottato per decenni o per secoli per l'indipendenza nazionale; altri ancora vivevano in schiavitù o in servitù meno di cento anni fa. Se a tutti questi elementi storico-strutturali di differenziazione si aggiungono le capacità personali, diverse da operaio a operaio – non solo le differenze di intelligenza o di capacità, ma anche di energia, di forza di carattere, di combattività e di consapevolezza delle proprie forze – si capisce allora perfettamente come la stratificazione della classe operaia a diversi livelli (relativamente al grado di coscienza di classe) sia un corollario inevitabile della storia della classe operaia. E questo «divenire» storico della classe si riflette appunto, al momento dato, nei vari livelli di coscienza della classe operaia.
Va sempre tenuto presente, naturalmente, che il marxismo non avrebbe potuto nascere indipendentemente dallo sviluppo reale della società borghese e dalla lotta di classe che si andava inevitabilmente sviluppando al suo interno. C'è un legame inscindibile tra l'esperienza storica e collettiva della classe operaia in lotta e la sua elaborazione da parte del marxismo come coscienza di classe storica e collettiva nella sua forma più elevata. Ma sostenere che il socialismo scientifico è il prodotto storico della lotta di classe del proletariato, è diverso che dire che tutti o anche la maggior parte dei membri di questa classe possono con maggiore o minore facilità riprodurre questa scienza. Il marxismo non è un prodotto automatico della lotta e dell'esperienza di classe, ma il risultato di una produzione scientifica e teorica. Una tale assimilazione diviene possibile solo attraverso la partecipazione a quel processo di produzione, e tale processo è, per definizione, individuale, anche se è reso possibile solo dallo sviluppo delle forze sociali di produzione e dalle contraddizioni di classe del capitalismo.
IV. LOTTA DI CLASSE PROLETARIA E COSCIENZA
DI CLASSE PROLETARIA
L'unificazione (intesa come processo) della massa proletaria, dell'avanguardia proletaria e del partito rivoluzionario dipende dal passaggio dalla lotta di classe a livello elementare alla lotta di classe rivoluzionaria, o, più precisamente, alla rivoluzione proletaria, e dalle ripercussioni di questa trascrescenza sulla coscienza di classe delle masse dei lavoratori salariati.
La lotta di classe esiste da millenni, senza che per questo i protagonisti avessero coscienza di quel che facevano. Lotte di classe sono state condotte già molto tempo prima che esistesse un movimento socialista o, a maggior ragione, il socialismo scientifico.
La lotta di classe a livello elementare – scioperi, fermate per rivendicazioni salariali, riduzione dell'orario di lavoro o altro tipo di miglioramenti delle condizioni di lavoro – ha prodotto l'organizzazione elementare della classe operaia (i fondi di solidarietà, una prima forma di sindacato), anche se in forme transitorie e limitate nel tempo. Lotta di classe elementare, organizzazione elementare della classe operaia e coscienza di classe elementare sono dunque un prodotto immediato dell'azione, e solamente la prolungata esperienza di quest'azione può formare e promuovere la coscienza. Che le masse più larghe possano elevare la loro coscienza solo con l'azione è una legge storica.
Di un simile processo può dare un'idea lo schema seguente:
Masse: azione" esperienza"coscienza
Þ
Operai avanzati: esperienza"coscienza " azione
Þ
Nuclei rivoluzionari: coscienza " azione " esperienza
Se si inverte questo schema per trarne le conseguenze pratiche, si ha:
Masse: azione" esperienza " coscienza
à
Nuclei rivoluzionari: coscienza"azione"esperienza
à
Operai avanzati: esperienza"coscienza"azione
Questo schema rivela una serie di conclusioni relative alla dinamica della coscienza di classe, conclusioni già implicite nell'analisi precedente ma che possono ora essere meglio comprese per quello che è il loro ruolo e la loro effettiva portata. È relativamente difficile promuovere l'azione collettiva degli operai avanzati (dei capi naturali della classe operaia nella fabbrica), proprio perché il suo avvio non dipende né dalla semplice convinzione (come per i nuclei rivoluzionari), né della pura esplosione spontanea (come per le masse). L'esperienza pratica della lotta, che è la motivazione fondamentale dell’azione degli operai avanzati, è anche quella che appunto li frena al momento di impegnarsi in azioni di rilievo. Avendo assimilato gli insegnamenti delle azioni precedenti e sapendo che una singola azione non basta assolutamente a raggiungere lo scopo, costoro non si illudono minimamente sulla forza dell'avversario (per non dire sulla sua «generosità») e sulla durata del movimento di massa. In questo appunto consiste la più grande tentazione dell'«economicismo».
V. IL CONCETTO LENINISTA DI PIANO STRATEGICO CENTRALE
Neppure nel corso delle lotte operaie più dure e prolungate la massa dei lavoratori è mai stata, o non è stata sufficientemente, in grado di discernere quali fossero i suoi obiettivi di lotta (basti semplicemente pensare agli scioperi generali francesi del 1936 e del 1968, alle lotte degli operai tedeschi dal 1918 al 1923, o alle grandi lotte dei lavoratori italiani nel 1920, 1948, e 1969, oppure alle grandiose lotte di classe in Spagna tra il 1931 e il 1937).
L'esperienza della lotta non basta ad acquistare una chiara coscienza degli obiettivi di una lotta di massa prerivoluzionaria o rivoluzionaria su larga scala.
Questi obiettivi in realtà non dipendono soltanto dagli obiettivi immediati che hanno fatto partire la lotta, ma si possono definire soltanto partendo da un’analisi generale dello sviluppo dell'intera società, dalla fase storica cui è giunto il modo di produzione capitalistico e dalle sue contraddizioni interne, oltreché dai rapporti di forza nazionali e internazionali fra le classi.
È completamente illusorio credere che tutt'a un tratto, senza una prolungata e tenace preparazione, senza l'educazione di centinaia e migliaia di operai nello spirito di un programma rivoluzionario e senza l'esperienza pratica accumulata per anni da questi operai avanzati, nel tentativo di trasmettere alle masse questo programma, con il solo appoggio di azioni di massa, si possa formare tra le masse una coscienza adeguata dei compiti posti dalla situazione storica. Si potrebbe in effetti rovesciare l'argomentazione della Luxemburg e dire che il proletariato non realizzerà mai i suoi obiettivi storici se la formazione, l'educazione, la sperimentazione pratica dell'avanguardia nell'elaborazione e nell'applicazione all'agitazione del programma rivoluzionario non hanno preceduto l'esplosione delle lotte di massa, anche se poi soltanto queste lotte di massa rendono possibile lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria.
È appunto questa la lezione drammatica della rivoluzione tedesca dopo la prima Guerra mondiale, che naufragò precisamente sullo scoglio dell'assenza di un'avanguardia preparata.
Una volta che la presa del potere non è prospettata come un obiettivo remoto, il problema dello strumento per la presa rivoluzionaria del potere si pone immediatamente ai rivoluzionari. E qui, nuovamente, è mancata a Rosa Luxemburg la comprensione di quello che è l'elemento determinante nell'uso puramente polemico da parte di Lenin del concetto di «giacobino indissolubilmente legato all'organizzazione del proletariato cosciente». Lenin con questo concetto intendeva riferirsi non a un manipolo di congiurati blanquisti, ma a un'avanguardia impegnata ininterrottamente nella realizzazione del programma rivoluzionario, la cui attenzione quindi è concentrata su questi compiti, senza lasciarsi influenzare dagli inevitabili flussi e riflussi che i movimenti di massa subiscono di volta in volta.
Questa citazione dimostra che ciò che il giovane Trotskij sosteneva nella sua polemica contro Lenin erano la «vecchia tattica sperimentata» e l'ingenua «fede nell'inevitabilità del progresso» alla Bebel e Kautsky che prevalsero nella socialdemocrazia internazionale dalla morte di Marx fino alla prima Guerra mondiale. Il concetto leninista di coscienza di classe era incomparabilmente più ricco, contraddittorio e dialettico, proprio perché era basato su una lucida comprensione dell'attualità della rivoluzione.
VI. AVANGUARDIA RIVOLUZIONARIA
E AZIONE DI MASSA SPONTANEA
Quando Rosa Luxemburg dice che è impossibile fissare in base a una scadenza predeterminata il momento dello scoppio di una rivoluzione proletaria, ha perfettamente ragione e Lenin sarebbe stato d'accordo.
Anche Lenin, non meno di Rosa, era convinto che le esplosioni elementari delle masse, senza le quali è impossibile una rivoluzione, non si lasciano «sistemare» in schemi o «guidare'» da una serie di sottufficiali disciplinati. Lenin, come Rosa Luxemburg, riconosceva perfettamente lo spirito di inventiva e la capacità di iniziativa che sviluppa una concreta ed estesa azione di massa. La differenza tra la teoria leninista dell'organizzazione e la teoria che viene detta della spontaneità – e che può essere attribuita alla Luxemburg soltanto con qualche riserva – non sta dunque nel riconoscimento o meno dell'iniziativa delle masse, ma nella comprensione dei limiti di questa iniziativa. L'iniziativa delle masse è capace di moltissime realizzazioni, ma è incapace sia di concepire per parte sua il programma complessivo di una rivoluzione socialista nel corso della lotta, (per non parlare della edificazione socialista), sia di realizzare quella centralizzazione delle forze che è necessaria per consentire il rovesciamento di un potere statale, e del suo apparato repressivo, che sfruttano a pieno i vantaggi della loro «interna coesione». In altri termini: i limiti della spontaneità delle masse si manifestano proprio nella misura in cui diventa chiaro che non si può improvvisare il successo di una rivoluzione socialista. E la «pura» spontaneità della masse, in sostanza, non è che improvvisazione.
Del resto, la spontaneità «pura» non esiste nella storia reale del movimento operaio. Quando si parla di «spontaneità delle masse» ci si riferisce a quei movimenti che non sono stati programmati da qualche istanza centrale. Ma non si possono considerare «spontanei» in assoluto tutti quei movimenti che si verificano «senza una influenza politica esterna». Se si gratta un po' oltre la superficie di questi cosiddetti «movimenti spontanei», ecco che spunta fuori qua un militante di un «gruppo d'avanguardia» che ha promosso uno sciopero «spontaneo», là un vecchio membro di un'altra organizzazione di «sinistra», che, pur da molto tempo fuori dell'organizzazione, è in grado di reagire immediatamente, in una situazione esplosiva, quando ancora la massa anonima esita.
In un caso, si scoprirà che l'azione «spontanea» è il frutto di un lungo lavoro di opposizione sindacale o di un gruppo di base, in un altro, che è il risultato di contatti intrecciati pazientemente da tempo (e senza successo) magari da operai di una città vicina (o di una fabbrica vicina) in cui le forze «di sinistra» sono più forti. Neppure nella lotta di classe le cose piovono belle e pronte dal cielo! Ciò che contraddistingue le azioni «spontanee» dall'«intervento della avanguardia» non è che, nel primo caso, tutti quelli che partecipano alla lotta sono allo stesso livello di coscienza, mentre, nel secondo caso, l'«avanguardia» si eleva al di sopra delle «masse». La differenza non consiste neppure nel fatto che nelle «azioni spontanee» le parole d'ordine non sono portate «dall'esterno» tra i lavoratori, mentre un'avanguardia organizzata assume un atteggiamento «da élite» nei confronti delle rivendicazioni elementari delle masse, «imponendo» il proprio programma. Senza una certa influenza di elementi di avanguardia, non c'è mai stata nessuna azione «spontanea».
La differenza tra le azioni «spontanee» e quelle in cui «interviene l'avanguardia rivoluzionaria» consiste in primo luogo, se non esclusivamente, in questo: nelle azioni «spontanee» l'intervento è disorganizzato, improvvisato, discontinuo, non pianificato (e questo per quanto riguarda sia una sola fabbrica sia una determinata regione, una determinata città); mentre l'esistenza di un'organizzazione rivoluzionaria permette di coordinare l'intervento dell’avanguardia nella «lotta spontanea delle masse», di pianificarla, di sincronizzarla in maniera consapevole, di darle costantemente una forma organica. A questo, e a questo soltanto, si rifanno pressoché tutte le esigenze del «supercentralismo» leninista.
Solo dei fatalisti inguaribili (o dei deterministi meccanicisti) possono pretendere che ogni azione di massa non possa che svolgersi nel giorno in cui effettivamente si è svolta e che invece, nei casi in cui non si è avuto nessuno sbocco in azioni di massa, queste non erano in assoluto possibili.
Un fatalismo di questo genere (che la scuola di Kautsky-Bauer ha diffuso) in realtà non è che una caricatura della teoria leninista dell'organizzazione. Non è un caso, infatti, che molti avversari del leninismo, che non fanno altro che parlare di «spontaneità delle masse», sostengano questo volgare determinismo meccanicista e non riescano assolutamente a capire quanto esso sia contraddittorio a una «piena valorizzazione» della stessa «spontaneità delle masse».
VII. ORGANIZZAZIONE, BUROCRAZIA
E AZIONE RIVOLUZIONARIA
Nelle prime polemiche coi menscevichi Lenin ha sottovalutato questo pericolo di autonomizzazione dell'apparato e di burocratizzazione dei partiti operai. Il problema essenziale per lui era battere l'opportunismo degli accademici piccolo-borghesi e dei difensori piccolo-borghesi del «sindacalismo puro», ed egli perciò si burlava delle resistenze al «burocratismo» anche di certi suoi compagni. In realtà, poi, la storia ha dimostrato che il pericolo principale dell'opportunismo nella socialdemocrazia di prima della Guerra mondiale non veniva né dagli accademici né dai difensori del «sindacalismo puro», ma dalla burocrazia dello stesso partito socialdemocratico, e cioè da una prassi «legalitaria», che si riduceva, per un verso, all'elettoralismo e all'attività parlamentare, per un altro, alla lotta per alcune riforme immediate limitate al terreno economico e sindacale. (Basterebbe descrivere questa prassi per dimostrare quanto somigli a quella degli odierni partiti comunisti dell'Europa occidentale).
VIII. TEORIA DELL'ORGANIZZAZIONE, PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO, PRASSI RIVOLUZIONARIA
Solo dopo lo choc traumatizzante che ebbe il 4 agosto 1914 Lenin compì un passo decisivo su questo problema. L'organizzazione non è più concepita solamente per la sua funzione, ma anche per il suo contenuto. Non si tratta più solo di contrapporre l'«organizzazione» in generale alla «spontaneità» in generale, come Lenin aveva fatto nel Che fare? e in Un passo avanti, due passi indietro. A questo punto la differenziazione precisa si opera fra organizzazione oggettivamente conservatrice e organizzazione oggettivamente rivoluzionaria, partendo da criteri oggettivi (programma rivoluzionario, trasmissione di questo programma alle masse, prassi rivoluzionaria, ecc.). La volontà di lotta spontanea delle masse è ritenuta più importante delle azioni conservatrici e riformiste e persino dell'esistenza delle organizzazioni di massa.
Questo completamento della teoria dell'organizzazione dopo lo scoppio della prima Guerra mondiale è contemporaneo alla verifica della concezione leninista dell'attualità della rivoluzione. Mentre prima del 1914 quest'ipotesi si riferiva fondamentalmente alla Russia, a partire dal 1914 viene estesa a tutta l'Europa (quanto all'attualità della rivoluzione nei paesi coloniali e semicoloniali, Lenin aveva già definito le sue posizioni dopo la rivoluzione russa del 1905).
La differenza tra un «partito operaio» (dal punto di vista dei membri o anche degli elettori) e un partito operaio rivoluzionario (o il nucleo di un tale partito) non sta soltanto nel programma o nell'oggettiva funzione sociale svolta – incoraggiare e non smorzare tutte le azioni di massa oggettivamente rivoluzionarie, o le rivendicazioni e le forme di azione che mettono in causa le fondamenta del modo di produzione capitalistico e dello Stato borghese – ma anche nella capacità di trasmettere questo programma in modo educativo a un numero sempre più grande di operai.
Per precisare meglio questo punto: il pericolo che l'apparato si renda autonomo e sfugga al controllo è limitato alle organizzazioni «operaie» opportuniste e riformiste, o minaccia qualsiasi organizzazione, anche quando abbia un programma e segua una prassi rivoluzionaria? La burocrazia è una conseguenza inevitabile di ogni divisione del lavoro, compresa quella tra «direzioni» e «membri» all'interno di un partito rivoluzionario? Di questo passo, non si può arrivare a concludere che ogni organizzazione rivoluzionaria, appena supera una certa dimensione, è condannata a diventare, a un certo momento del suo sviluppo e dello sviluppo delle lotte di massa, un freno alla lotta del proletariato per la sua liberazione?
Se si accettasse un'argomentazione di questo tipo, resterebbe da tirare solamente una conclusione: la liberazione socialista della classe operaia e dell'umanità è impossibile. Infatti questa autonomizzazione e questa reificazione, presunte inevitabili, di ogni organizzazione sarebbero uno dei termini di un dilemma, di cui l'altro sarebbe inevitabilmente una condanna alla «falsa coscienza» piccolo-borghese e borghese di tutti i lavoratori non organizzati, di tutti gli intellettuali solo parzialmente impegnati nell'azione, di tutti coloro che sono coinvolti nel processo generalizzato della produzione di merci. Soltanto una prassi rivoluzionaria, che punti alla coscienza complessiva e all'arricchimento della teoria, può impedire che «l'ideologia della classe dominante» penetri anche tra singoli rivoluzionari. E questa prassi può realizzarsi soltanto in forma collettiva e organizzata. Se l'argomentazione sopra menzionata fosse corretta, se ne dovrebbe ricavare che i lavoratori avanzati, organizzati o no, sarebbero condannati a non raggiungere una coscienza di classe politica, o a perderla rapidamente.
Ma la realtà è che questa interpretazione è falsa perché identifica l'inizio di un processo col suo risultato finale, e perché, in maniera del tutto statica e fatalistica, fa derivare dal pericolo che le organizzazioni, anche quelle rivoluzionarie, sfuggano al controllo e acquistino una propria autonomia, l'inevitabilità che questo accada. E questo non è dimostrabile né empiricamente né in linea teorica. Giacché il pericolo di maggiori o minori deformazioni burocratiche in un'organizzazione rivoluzionaria di avanguardia, o più ancora in un partito rivoluzionario, non dipende solo dalla tendenza dell'apparato ad assumere una propria autonomia, come normalmente capita per tutte le istituzioni all'interno della società borghese, ma è anche in rapporto a tendenze opposte, per esempio: l'inserimento delle organizzazioni rivoluzionarie in un movimento internazionale indipendente dalle organizzazioni «nazionali» e capace di controllarle dal punto di vista teorico (non per mezzo di un apparato, ma attraverso la critica politica); la partecipazione alla lotta di classe e alle lotte rivoluzionarie che permettono una selezione costante dei quadri attraverso la prassi; il tentativo sistematico di superare la divisione del lavoro attraverso la garanzia di uno scambio continuo tra la fabbrica, l'università, e l'attività di funzionario: certe garanzie istituzionali (riduzione del salario dei funzionari, difesa delle norme di democrazia interna nell'organizzazione e della libertà di tendenza e di frazione, ecc.).
L'organizzazione rivoluzionaria è uno strumento per fare la rivoluzione. Le rivoluzioni proletarie non sono possibili senza una crescente iniziativa politica della classe operaia.
IX. TEORIA DELL'ORGANIZZAZIONE, CENTRALISMO DEMOCRATICO
E DEMOCRAZIA DEI SOVIET
I rapporti tra l'organizzazione rivoluzionaria (nucleo di un partito, partito) e le masse lavoratrici cambiano bruscamente a partire dal momento in cui sorge una situazione rivoluzionaria. In un momento simile il seme sparso dai gruppi rivoluzionari e socialisti coscienti comincia a germogliare e larghe masse possono pervenire immediatamente a una coscienza di classe rivoluzionaria. L'iniziativa rivoluzionaria di larghe masse può superare di gran lunga quella di molti gruppi rivoluzionari.
Non c'è dunque alcuna contraddizione di fondo tra una organizzazione rivoluzionaria secondo il modello leninista e una democrazia sovietica, ovverossia un potere esercitato da soviet che siano realmente tali. Al contrario, senza il lavoro sistematico di organizzazione di una avanguardia rivoluzionaria, il sistema dei soviet o cade sotto l'influenza delle burocrazie riformiste o semiriformiste (come in Germania tra il 1918 e il 1919), oppure perde la sua forza di penetrazione politica perché non riesce ad assolvere i compiti politici fondamentali (i comitati rivoluzionari spagnoli tra il giugno del 1936 e la primavera del 1937). È assurda l'idea che i soviet possano immediatamente omogeneizzare la classe operaia, facciano scomparire le differenziazioni ideologiche e le diversità di interessi e «ispirino» automaticamente e spontaneamente a tutta la classe operaia le «soluzioni rivoluzionarie» di tutti i problemi strategici e tattici. Inoltre, una concezione del genere è soltanto un pretesto per offrire a un ristretto gruppo di «dirigenti» autoproclamatisi tali la possibilità di manovrare larghe masse amorfe, nella misura in cui si impedisce alle masse di affrontare sistematicamente i problemi strategici e tattici della rivoluzione, cioè di discutere liberamente e di differenziarsi politicamente (questo è l'inconveniente del sistema jugoslavo di autogestione).
L'organizzazione rivoluzionaria permette di garantire ai lavoratori, nell'ambito del sistema dei soviet, uno spazio di iniziativa autonoma, determinato dalla coscienza di classe, ben più ampio di quello di un sistema di rappresentatività indifferenziata, ed ha appunto la funzione di stimolare questa stessa iniziativa, che è poi la caratteristica principale del sistema dei soviet. Un ampio margine d'iniziativa autonoma della «base» è compatibile con la concezione leninista dell'organizzazione? Certamente, poiché questa concezione, in quanto basata su una corretta strategia rivoluzionaria (cioè su una valutazione corretta del processo storico oggettivo), non significa nient'altro se non l'unificazione dell'iniziativa delle masse; l'organizzazione, cioè, rappresenta la memoria collettiva e lo strumento per coordinare le esperienze elaborate dalle masse.
X. SOCIOLOGIA DELL'ECONOMICISMO, DEL BUROCRATISMO
E DELLO SPONTANEISMO
Sottolineando che la concezione leninista dell'organizzazione è in realtà la concezione dell'attualità della rivoluzione proletaria, abbiamo già posto l'accento sul momento centrale della teoria leninista della coscienza di classe proletaria: il problema del soggetto della rivoluzione in regime capitalistico.
L'opportunismo e il settarismo, visti come posizioni ideologiche, trovano le loro basi teoriche in una definizione non dialettica del soggetto della rivoluzione. Per gli opportunisti, questo soggetto è l'operaio normale, per cui sono portati a riprendere servilmente i suoi pregiudizi, a «contemplarne religiosamente il didietro», per usare l'espressione di Plechanov. Se l'operaio si preoccupa soprattutto di questioni interne alla fabbrica, l'opportunista diventa un «puro sindacalista». Se gli operai sono travolti dal turbine di certe infatuazioni patriottiche, l'opportunista diventa socialpatriota o socialimperialista. Se gli operai cedono alla propaganda della «guerra fredda», egli se ne fa paladino: «le masse hanno sempre ragione». La manifestazione più penosa dell'opportunismo consiste nel fatto che il programma – anche quello elettorale – non si fonda più su un'analisi scientifica della società, bensì su sondaggi d'opinione. Ma questo opportunismo porta a una contraddizione insolubile. Per fortuna, gli stati d'animo delle masse sono instabili oggi gli operai si occupano solo di questioni interne alla fabbrica, domani scendono in piazza per manifestazioni politiche; oggi sono per la difesa della patria imperialista contro il «nemico esterno», domani sono disgustati della guerra e scorgono il nemico principale nella classe dominante del proprio paese; oggi accettano passivamente la collaborazione col padrone, domani fanno uno sciopero «selvaggio». Poiché le cose stanno in questo termini, la logica dell'opportunismo approda a questo: dopo avere giustificato l'integrazione nella società borghese sulla base del «comportamento della masse», non può che voltare le spalle alle masse stesse quando si mobilitano contro questa società.
Lavoro intellettuale e lavoro manuale, accumulazione e produzione si mediano in parecchi momenti della società borghese, sia pure a livelli diversi, per esempio nella fabbrica. Quello che in genere è contenuto nel concetto di «intellettuali», di «piccola borghesia intellettuale» o di «intellettuali tecnici», si riferisce in realtà a un certo numero di attività differenti, le cui relazioni con la lotta di classe reale sono molto varie. Si potrebbero distinguere soprattutto i seguenti gruppi (senza ovviamente pretendere di condurre, con questa classificazione, una indagine esauriente):
1. I mediatori effettivi tra il capitale e il lavoro nel processo di produzione, cioè i «sottufficiali») del capitale: capi e dirigenti il cui compito è vigilare sulla disciplina del lavoro nell'interesse del capitale e dell'impresa.
2. I mediatori tra scienza e tecnica, tra tecnica e produzione: assistenti di laboratorio, ricercatori scientifici, inventori, tecnologi, pianificatori, progettisti, disegnatori ecc. Diversamente dagli appartenenti alla categoria 1, questi strati non diventano il sostegno all'appropriazione del plusvalore; partecipano al processo materiale di produzione e proprio per questo sono per lo più non degli sfruttatori ma dei produttori di plusvalore.
3. I mediatori fra produzione e realizzazione del plusvalore: specialisti in pubblicità, istituti per la ricerca di mercato, enti scientifici del settore della distribuzione, specialisti del marketing, ecc.
4. I mediatori fra compratori e venditori della merce forza-lavoro. Qui troviamo in primo luogo i funzionari sindacali e, più in generale, tutti i funzionari delle organizzazioni burocratizzate di massa del movimento operaio.
5. I mediatori fra capitale e lavoro nell'ambito della sovrastruttura, i «produttori ideologici» (coloro cioè il cui lavoro consiste nel produrre ideologie): una parte dei politicanti borghesi, i professori borghesi di «scienze umanistiche», come si dice, i giornalisti, una parte degli artisti, ecc.
6. I mediatori fra la scienza e la classe operaia, i produttori di teoria che non sono stati incorporati professionalmente nella produzione ideologica della classe dominante e, essendo relativamente liberi dalla dipendenza materiale da questa produzione, sono relativamente capaci di impegnarsi nella critica dei rapporti borghesi.
Si potrebbe aggiungere un settimo gruppo, che è compreso in parte nel quinto, in parte nel sesto. In una società borghese classica, stabile, la professione dell'insegnamento ricade nella categoria 5, a causa sia dell'illimitato predominio dell'ideologia borghese, sia del carattere generalmente astratto e ideologico di ogni insegnamento professionale. Con la crescente crisi strutturale delle scuole medie e delle università nel neocapitalismo, però, si verifica un cambiamento dei suoi standard oggettivi. Da un lato, la crisi del capitalismo precipita una crisi generale dell'ideologia neocapitalista, che viene messa sempre più in discussione. Dall'altro, l'insegnamento serve meno come indottrinamento ideologico, astratto, e più come diretta preparazione tecnocratica per i futuri lavoratori intellettuali (delle categorie 2 e 3) che saranno incorporati nel processo di produzione. Ciò consente che il contenuto di questo insegnamento sia sempre più collegato a una coscienza recuperata dell'alienazione individuale e a una critica sociale dei campi collegati (ed anche alla critica sociale in generale ).
Non è difficile individuare quale categoria di intellettuali eserciti un'inf1uenza negativa sullo sviluppo della coscienza di classe del proletariato: in primo luogo i gruppi 3, 4, 5 (il gruppo 1 non va considerato, perché in ogni caso non ha a che vedere con le organizzazioni operaie). Ma la cosa più pericolosa per l'attività autonoma e la coscienza del proletariato è la simbiosi o la fusione dei gruppi 4 e 5, così come si è verificata – su vasto raggio – a partire dalla prima Guerra mondiale nei partiti socialdemocratici e in parte, ormai, anche nei partiti comunisti in linea con Mosca.
I gruppi 2 e 6 invece non possono che contribuire a rafforzare il proletariato e le organizzazioni rivoluzionarie, poiché forniscono le conoscenze indispensabili alla critica della società borghese e al successo delle lotte per il suo rovesciamento e cioè, in sostanza, al recupero, da parte della collettività dei produttori, dei beni di produzione.
Certamente, queste considerazioni non esauriscono il problema della sociologia dello spontaneismo. Dobbiamo domandarci: in quali strati del proletariato è più forte la diffidenza nei confronti degli intellettuali? Evidentemente in quelli che, per la loro condizione socio-economica, sono più esposti a conflitti col lavoro intellettuale. In primo luogo quindi gli operai delle piccole e medie aziende minacciati dal processo tecnico, inoltre quelli che, come autodidatti, sono emersi dalla massa grazie ai loro sforzi, e infine gli operai che sono arrivati ai vertici delle organizzazioni burocratiche; gli operai che, a causa del loro basso livello di istruzione e di cultura sono i più lontani dal lavoro intellettuale, che vedono perciò con la massima sfiducia e ostilità.
XI. INTELLIGHENTSIA SCIENTIFICA, SCIENZA SOCIALE
E COSCIENZA DI CLASSE
È vero però che la partecipazione degli intellettuali rivoluzionari russi alla costruzione del partito rivoluzionario del proletariato russo avveniva ancora sulla base di una selezione individuale e non aveva profonde radici sociali. E questo dopo l'Ottobre si ritorse inevitabilmente contro la rivoluzione proletaria, perché la massa dei tecnici non passò nel campo della rivoluzione, perché agli inizi i tecnici sabotarono l'apparato produttivo e quello dell'organizzazione sociale, perché si dovette in seguito «comprare» la loro collaborazione, e perché alla fine essi divennero l'elemento propulsore della degenerazione burocratica della rivoluzione.
Va inoltre sottolineato, ovviamente, che anche il proletariato, nel corso della terza rivoluzione industriale, è diventato di gran lunga più qualificato che in passato e dà prova di capacità di gestione delle fabbriche molto di più che ai tempi di Engels. Ma la possibilità di un controllo politico-sociale delle grandi masse sugli specialisti (possibilità su cui Lenin nel 1918 si faceva tante illusioni) esige delle capacità tecniche. Questo processo di controllo non può che essere agevolato dalla crescente fusione dei quadri tecnici col proletariato industriale e dalla partecipazione crescente degli intellettuali rivoluzionari al partito rivoluzionario.
Più si accresce la contraddizione tra la socializzazione oggettiva della produzione e del lavoro, da una parte, e, dall'altra l'appropriazione privata (più si esaspera cioè la crisi dei rapporti capitalistici di produzione), e più il neo-capitalismo si sforza di protrarre l'ora della sua fine stimolando l'innalzamento del livello dei consumi del proletariato, più la stessa scienza diventa una forza produttiva rivoluzionaria, in un duplice senso. Non solo, infatti, attraverso l'automazione e l'accumulazione crescente delle merci, produce una crisi del processo di produzione e di realizzazione del capitale, basato sulla produzione generalizzata di merci; ma sviluppa, del pari, la coscienza rivoluzionaria. In sostanza, la scienza non fa che lacerare i veli mistificatori della quotidiana realtà capitalistica. L'ostacolo principale allo sviluppo di una coscienza politica della classe operaia, oggi, consiste appunto, più che nella miseria o nella angustia del suo orizzonte, nel fatto che essa si trova costantemente sottoposta all'influenza delle ideologie e delle mistificazioni piccolo-borghesi e borghesi; proprio per questo il ruolo di demistificazione che assolvono le scienze sociali, quando esercitino una funzione critica, può assumere una portata realmente rivoluzionaria nel risveglio di una coscienza di classe fra le masse. Ciò richiede, tuttavia, una mediazione concreta col proletariato, che può venire soltanto dagli operai avanzati, per un verso, e, per altro verso, dall'organizzazione rivoluzionaria. Ma ciò, a sua volta, presuppone che l'intellighentsia rivoluzionaria scientifica non si metta, con atteggiamento masochista, al «servizio del popolo» per sostenere le lotte salariali. Essi devono invece, fornire agli strati operai più maturi e più critici le conoscenze scientifiche necessarie che essi non possono acquisire in base a una coscienza parcellizzata e che li mettano in condizione di comprendere e di afferrare in tutte le loro implicazioni lo sfruttamento nascosto e la dominazione di classe mascherata.
XII. PEDAGOGIA STORICA E FORMAZIONE
DELLA COSCIENZA DI CLASSE
Una volta capito che la teoria leninista dell'organizzazione cerca di risolvere il problema dell'attualità della rivoluzione e del soggetto della rivoluzione, è facile cogliere il nesso di questa teoria con quello che è il compito di una pedagogia storica: il problema, cioè, della traformazione della coscienza di classe embrionale, trade-unionista, in reale coscienza di classe, politica e rivoluzionaria. Questo problema può avere una soluzione solamente alla luce dell'individuazione della stratificazione della classe operaia sopra indicata: masse lavoratrici, operai avanzati, quadri rivoluzionari organizzati. Per acquisire una coscienza di classe effettiva, ogni strato ha bisogno di un processo pedagogico specifico, ha i suoi ritmi di sviluppo e di formazione e richiede una particolare forma di comunicazione con la classe e con la produzione teorica. Il ruolo storico del partito d'avanguardia concepito da Lenin può riassumersi nella articolazione di queste tre formule pedagogiche.
La coscienza di classe rivoluzionaria può svilupparsi soltanto se le masse accumulano esperienze di lotta che vadano oltre le rivendicazioni parziali, realizzabili nel quadro del sistema capitalistico. Queste rivendicazioni possono essere inserite in lotte di ampio respiro solamente da parte dei lavoratori avanzati, i quali discutano, propagandino e sperimentino in fabbrica, nei sindacati. nei comitati o nuclei aziendali questi obiettivi politici, che non derivano spontaneamente dall'esperienza quotidiana, finché la situazione sia matura perché queste rivendicazioni diventino l'obiettivo di grandi scioperi e grandi dimostrazioni, di campagne di agitazione, ecc.
Se la coscienza di classe delle grandi masse si forma solo attraverso esperienze di lotte oggettivamente rivoluzionarie, negli operai avanzati emerge, invece, dalle esperienze della vita, del lavoro e della lotta in genere, e non necessariamente da esperienze rivoluzionarie.
Essi non fanno che tirare le conseguenze naturali dai conflitti sociali quotidiani; riconoscono l'esigenza della solidarietà di classe, dell'azione collettiva e dell'organizzazione di classe; le forme organizzative e programmatiche di quest'azione e di questa organizzazione potranno essere definite solo tenendo presenti i singoli casi, in base alle condizioni oggettive e alle esperienze concrete. Comunque, l'esperienza di vita, di lotta e di lavoro degli operai avanzati li avvicina alla comprensione delle insufficienze dell’attività che cerchi semplicemente di riformare anziché abolire la società esistente.
L'azione dell'avanguardia rivoluzionaria consente agli operai avanzati questa comprensione. È ovvio che l'avanguardia non può svolgere questo ruolo di catalizzatore né automaticamente né indipendentemente dalle condizioni oggettive, ma solamente a condizione di essere all'altezza del suo compito; vale a dire solamente se il suo lavoro di elaborazione teorica, di propaganda e di diffusione di giornali, opuscoli ecc., corrisponde ai bisogni degli operai avanzati, si adegua alle leggi della pedagogia politica ed è contemporaneamente legato a un'attività pratica e a prospettive politiche che diano credito sia alla strategia rivoluzionaria, sia all'organizzazione che la sostiene.
È impossibile determinare in maniera scientificamente esatta le contraddizioni dell'attuale società neocapitalistica nel mondo intero o in un solo paese - o individuare le concrete contraddizioni dello sviluppo della coscienza di classe del proletariato circa il tipo di scontro capace di condurre a situazioni prerivoluzionarie, se non si assimila l'esperienza storica del movimento operaio internazionale, dalla rivoluzione del 1848 ai giorni nostri. Per le scienze sociali, la storia è l'unico laboratorio possibile. Privo della conoscenza degli insegnamenti della storia un marxista pseudorivoluzionario è paragonabile a uno «studente di medicina» che si rifiuti di entrare in sala di anatomia.
In questo quadro, bisogna richiamare l'attenzione sul fatto che ogni tentativo di «liberare» dalle «divisioni del passato» il movimento rivoluzionario che rinasce, testimonia incomprensione di fondo dell'origine storico-sociale delle differenziazioni del movimento operaio internazionale. Se prescindiamo dagli aspetti personali e casuali che accompagnano inevitabilmente queste differenziazioni, si vedrà che le grandi polemiche del movimento operaio internazionale dopo la fondazione della I Internazionale - la polemica fra bolscevismo e menscevismo, fra internazionalismo e social-patriottismo, fra sostenitori della dittatura del proletariato e sostenitori della democrazia borghese, fra trotzkismo e stalinismo, fra maoismo e kruscevismo – tutte queste polemiche riguardano i problemi di fondo della rivoluzione, della strategia e della tattica della lotta rivoluzionaria, i problemi derivanti dalla natura stessa del capitalismo, del proletariato e della lotta di classe. Per questa ragione, quindi, rimarranno vive finché non sarà risolto in concreto il problema della costruzione di una società senza classi su scala mondiale. Nessuna «tattica», per prudente che sia, nessuna «disponibilità al compromesso», per quanto larga possa essere, può impedire che, a lungo andare, queste questioni riemergano continuamente dalla pratica stessa. Voler eludere tale problema ha un unico risultato: anziché analizzare e risolvere questi nodi in maniera scientifica e programmata, li si affronta in maniera non sistematica, precaria e disordinata e senza una pratica e una conoscenza sufficienti .
Senza aver fatto l'esperienza di lotte rivoluzionarie le masse non possono acquisire una coscienza di classe rivoluzionaria; senza l'intervento cosciente dei lavoratori avanzati, che introducano obiettivi transitori nelle lotte operaie, non può esserci esperienza rivoluzionaria da parte delle masse; senza la propaganda degli obiettivi transitori non c'è possibilità per gli operai avanzati di influenzare le lotte delle masse in senso realmente anticapitalistico; senza programma rivoluzionario, senza assimilazione della storia del movimento operaio, senza applicazione al presente di questi insegnamenti e senza sperimentazione pratica della capacità dell'avanguardia rivoluzionaria di svolgere con successo almeno in alcuni settori e in certe situazioni un ruolo di direzione, non esiste nessuna possibilità di convincere gli operai avanzati dell'importanza delle organizzazioni rivoluzionarie, e quindi nessuna possibilità (o solo delle possibilità limitate) di far recepire ai lavoratori avanzati le soluzioni transitorie corrispondenti alle specifiche situazioni oggettive. Si vede chiaramente a questo punto come i diversi fattori dello sviluppo della coscienza di classe si connettano tra di loro e come costituiscano il fondamento ed esprimano l'attualità della concezione leninista dell'organizzazione. L'articolazione fra il processo di educazione delle masse attraverso l'azione, il processo di educazione degli operai avanzati attraverso l'esperienza e il processo di educazione dei quadri rivoluzionari attraverso la mediazione della teoria e della prassi rivoluzionaria costituisce l'unità del processo di costruzione del partito rivoluzionario. Apprendimento e insegnamento sono in costante interazione anche per quel che concerne i quadri rivoluzionari che devono essere scevri di ogni arroganza per le loro conoscenze teoriche.
La concezione leninista dell'organizzazione si basa sulla comprensione del fatto che la teoria non trova giustificazione se non in rapporto alla lotta di classe reale e nella sua capacità di trasformare la coscienza di classe potenzialmente rivoluzionaria di larghi strati di operai in coscienza di classe realmente rivoluzionaria.
Questo testo di Ernest Mandel è stato pubblicato in Italia nel 1972 dalle edizioni Bandiera Rossa nel libro Il partito leninista insieme al saggio di Livio Maitan, Verifica del leninismo in Italia, e ad alcuni articoli di Renzo Gambino sulle lotte alla FIAT nel 1969.
1 Questa concezione non è assolutamente un'invenzione di Lenin, ma rientra in una tradizione degli anni 1880-1905, che va da Engels alla dottrina classica della socialdemocrazia, passando per Kautsky. Nel programma di Heinfeld della Socialdemocrazia austriaca, elaborato nel 1888-89, si dice espressamente: «La coscienza socialista deve essere introdotta dall'esterno nella lotta di classe proletaria e non si sviluppa da sola, in modo organico, all'interno di questa lotta». Nel 1901, Kautsky pubblicava in «Neue Zeit» un articolo su Gli universitari e i proletari (a. XIX, vol. 2, 17 aprile 1901), in cui sviluppava il medesimo concetto (p. 89), in una forma che ispirò direttamente il Che fare? di Lenin. E' ben noto che Marx non ha sviluppato alcun concetto organico di partito; a volte egli ha anche rifiutato totalmente l'idea di un'organizzazione di avanguardia. Per altro verso, egli ha anche formulato una concezione che si avvicina molto a quella dell'«introduzione della coscienza socialista rivoluzionaria» nella classe operaia. Si noti il seguente passaggio di una lettera, scritta da lui il 1. gennaio 1870, del Consiglio esecutivo della I Internazionale al Comitato federale della Svizzera romanza: «Gli inglesi posseggono tutti i requisiti materiali di una rivoluzione sociale. Quel che non hanno è uno spirito di generalizzazione e la passione rivoluzionaria: solo il Consiglio esecutivo può porre rimedio a questo, e affrettare in tal modo lo sviluppo di un movimento veramente rivoluzionario in questo paese e quindi ovunque. I grandi successi che abbiamo già ottenuto a questo proposito sono testimoniati dai più saggi e distinti giornali della classe dominante (...) per non parlare dei cosiddetti membri radicali della Camera dei Comuni e della Camera dei Lords, che solo poco tempo fa avevano parecchia influenza sui dirigenti degli operai inglesi. Ci accusano pubblicamente di aver avvelenato e quasi soffocato lo spirito inglese della classe operaia, e di averla spinta verso il socialismo rivoluzionario». (Marx-Engels, Werke, Dietz-Verlag, Berlino 1964, vol. 16, pp. 386-7). Il concetto dell'«attualità della rivoluzione» in Lenin è stato precisato da Georg Luckács, prima in Storia e coscienza di classe poi nel suo saggio: Lenin. Teoria e prassi nella personalità di un rivoluzionario.
2 Ciò vale in primo luogo per la fondamentale categoria marxista di «prassi rivoluzionaria», che è stata sviluppata nell' Ideologia tedesca, sconosciuta in questo periodo.
3 Bisogna interpretare in questo senso la celebre notazione di Marx nelle prime pagine del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, in cui egli sottolinea il valore di autocritica della rivoluzione proletaria e della sua tendenza a ritornare su cose che sembravano già acquisite. Marx parla in questo contesto dei proletari ipnotizzati dall'infinita immensità dei loro propri scopi. (tr.it.. dl P. Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 52).
4Nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels dicono che «i comunisti non pongono principi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario» (tr. it.: E. Cantimori Mezzomonti, Einaudi, Torino 1953, cap. 2, p. 135). Nell'edizione inglese del 1888 Engels sostituì l'aggettivo «speciali» con «settari». Con il che egli intende che il socialismo scientifico tenta incontestabilmente di fornire al movimento operaio principi «speciali», ma solamente quelli che rappresentano il prodotto oggettivo dell’andamento generale della lotta di classe proletaria, cioè della storia contemporanea, e non quelli propri solo al credo di una setta particolare, cioè ad un aspetto del tutto occasionale della lotta di classe proletaria.
5 Questa idea è formulata da Trotskij senza possibilità di fraintendimento nell'introduzione alla prima edizione russa della Rivoluzione permanente (The Permanent Revolution, Merit Publishers, New York 1969. pp. 8-9; tr. it. di L. Maitan, Mondadori, Milano 1971). Anche Mao ha sviluppato quest'idea. All'esatto opposto si trova l'idea di un «modo di produzione socialista», o di un «socialismo come sistema sociale sviluppato», idea secondo la quale la prima fase del comunismo è considerata come qualcosa di statico, e non come una fase transitoria di uno sviluppo rivoluzionario permanente dal capitalismo al comunismo.
6 Cfr. la celebre frase di Lenin secondo cui per la borghesia imperialista non esiste «situazione economica senza sbocco».
7 Per questo la coscienza di classe borghese, o anche quella plebea-sempiproletaria agli inizi del XVI e XVII secolo si esprimeva ancora essenzialmente in forma religiosa; solo nella seconda metà del XVIII secolo, con la totale decadenza dell’ordine feudale assolutista, essa trovò la strada del materialismo esplicito.
8Il concetto gramsciano di «egemonia politico-morale», da esercitare su una classe oppressa in seno alla società prima ancora di conquistare il potere politico, esprime questa ipotesi in maniera particolarmente pregnante (cfr. A. GRAMSCI, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 1964, p. 236; Note sul Machiavelli, ivi, pp. 29-37, 41-50). Numerosi teorici marxisti criticano o ridimensionano questo concetto di egemonia (cfr., per es., N. POULANZAS, Pouvoir politique et classes sociales, Parigi 1968, pp. 210-22). A proposito del significato del consenso sociale generale con le basi materiali e morali del dominio di classe borghese cfr. J. R. Recoldi, Integración y lucha de classe en el neo-capitalismo mundial, 1968, pp. 152-7.
9 Ciò è espresso da Marx ed Engels nella frase seguente «la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun'altra maniera, ma anche perché la classe che l'abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società» (K. MARX, F. ENGELS, L'ideologia tedesca, tr. it. di F. Codino, Editori Riuniti, Roma 1958, p. 29). Vedi anche la seguente osservazione fatta da Marx nel 1850 contro la minoranza di Schapper della Lega Comunista: «La minoranza sostituisce un approccio dogmatico a quello critico e l'idealismo al materialismo. Per essa la forza motrice della rivoluzione è la pura forza di volontà e non le condizioni reali. Noi, al contrario. diciamo agli operai: dovrete affrontare 15, 20, 50 anni di guerre civili e lotte di popolo non solo per cambiare le condizioni, ma per cambiare voi stessi e diventare capaci di esercitare il potere politico. Voi, al contrario, dite: "Se non possiamo prendere il potere subito possiamo andarcene a letto"» (Karl Marx Enthullungen Über Kommunistenprocess zu Koln, Buchandl Vorwartz, Berlino 1914, pp. 52-3).
10 Cfr. Lenin: «Ed il nostro sapientone non vede che proprio nel momento della rivoluzione avremo bisogno dei risultati della lotta teorica (prerivoluzionaria, E.M.) contro i "critici" per combatterne energicamente le posizioni pratiche» (V. I. LENIN, Che fare?, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 226 n); 17 anni dopo, la rivoluzione tedesca doveva confermare tragicamente questa valutazione.
11 In questo contesto Lenin parla nel Che fare? di lavoratori «socialdemocratici» e «rivoluzionari») in contrapposizione ai lavoratori «arretrati».
12 N. BUCHARIN, La teoria del materialismo storico, Ed. Anthropos, Parigi 1967, pp. 317-9.
13 Cfr. il passo, non criticato da Engels, del Programma di Erfurt del Partito socialdemocratico, in cui i proletari sono caratterizzati come la classe dei lavoratori salariati separati dai mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro, e in cui la lotta di classe è vista come lotta oggettiva fra sfruttati e sfruttatori nella società moderna (indipendentemente dal livello di organizzazione e di coscienza dei lavoratori). Dopo la costatazione di questo dato oggettivo, esposta nei primi quattro paragrafi, si trova l'aggiunta seguente, alla fine della parte generale del programma: «Compito del Partito socialdemocratico è trasformare questa lotta della classe operaia in una lotta cosciente e compatta e di darle l'obiettivo che le impone la sua stessa natura». Vi si ritrova esplicitamente la conferma che ci possono essere «classi e lotta di classe nella società capitalistica, senza che la classe operaia in lotta sia cosciente dei suoi specifici interessi di classe». Nel paragrafo 8 il programma parla di «operai di tutti i paesi che hanno coscienza di classe» ed Engels propone a questo punto una modifica che sottolinea ancora una volta come egli distingua assolutamente il concetto di classe dal punto di vista «oggettivo» e «soggettivo»: «Anziché "che hanno coscienza di classe" (...), ai fini di una comprensione generale e della traduzione in lingue straniere direi: "con gli operai che hanno raggiunto la coscienza della loro situazione di classe" o qualcosa di simile» (F. ENGELS, Per la critica del programma del Partito socialdemocratico, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 1171-2).
14 V. I. LENIN: «Condizione fondamentale di questo successo (nel consolidare il partito E. M.) è stato, naturalmente, il fatto che la classe operaia, il cui fior fiore ha creato la socialdemocrazia, si distingue, grazie a cause economiche oggettive, da tutte le classi della società capitalistica per la sua maggiore attitudine all'organizzazione. Senza questa condizione l'organizzazione dei rivoluzionari di professione sarebbe stata un giocattolo, un'avventura» (Prefazione alla raccolta «Dodici anni», in LENIN, Opere, vol. 13, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 91).
15 Parecchi critici della concezione leninista dell'organizzazione, compreso Plechanov (Centralismo e Bonapartismo, in «Iskra», n. 70, estate 1904), si basano su di un passo della Sacra famiglia per sostenere il contrario. In questo passo si dice: «Se gli scrittori socialisti attribuiscono al proletariato questa funzione di significato storico-mondiale, ciò non accade affatto, come la critica critica pretende di credere, perché essi considerano i proletari come degli dèi. Ma, al contrario, perché nel proletariato pienamente sviluppato è fatta astrazione da ogni umanità, perfino dalla parvenza di umanità; perché nelle condizioni di vita del proletariato sono riassunte tutte le condizioni di vita dell'odierna società, nella loro forma più inumana; perché l'uomo nel proletariato ha perduto se stesso ma, contemporaneamente, non solo ha acquistato la coscienza teorica di questa perdita, bensì è stato spinto direttamente dalla necessità ormai incombente, ineluttabile, assolutamente imperiosa – dall'espressione pratica della necessità – alla ribellione contro questa inumanità: ecco per quali ragioni il proletariato può e deve emanciparsi. Ma esso non può emanciparsi senza sopprimere le proprie condizioni di vita. Esso non può sopprimere le proprie condizioni di vita senza sopprimere tutte le inumane condizioni di vita della società attuale, che si riassumono nella sua situazione. Esso non frequenta invano la dura, ma temprante scuola del lavoro. Non si tratta di sapere che cosa questo o quel proletariato, o anche il proletariato tutto intero, si propone temporaneamente come meta. Si tratta di sapere che cosa esso è e che cosa esso sarà storicamente costretto a fare in conformità a questo suo essere. La sua meta e la sua azione storica sono tracciate in modo sensibile e irrevocabile nella situazione della sua vita, come in tutta la organizzazione della odierna società borghese. Non occorre qui spiegare che una gran parte del proletariato inglese e francese è già consapevole del suo compito storico e lavora costantemente a portare questa coscienza alla più completa chiarezza» (K. MARX, F. ENGELS, La sacra famiglia, in Opere scelte, cit., pp. 166-7). A prescindere dal fatto che nel 1844-45 Marx ed Engels non erano certo in grado di fornire una teoria elaborata della coscienza di classe e dell'organizzazione proletaria (basta confrontare l'ultima frase riportata con quanto Engels scrisse quarant'anni dopo a proposito della classe operaia inglese per rendersene conto), questo passo dice esattamente il contrario di quel che Plechanov vuol fargli dire. Dice soltanto che la condizione sociale del proletariato lo predestina all'azione rivoluzionaria radicale (superamento della proprietà privata) e che l'obiettivo generale del socialismo si «inscrive» nelle sue condizioni di vita; non dice affatto che le «condizioni inumane di vita» sono la base ideale per mettere il proletariato in grado di assimilare «spontaneamente» tutte le scienze sociali, ma al contrario. Per quanto riguarda l'articolo di Plechanov, cfr. S. H. BARON, Plechanov, Standford University Press, 1963, pp. 248-53.
16 Oggi è ormai quasi dimenticato che anche il movimento socialista russo è stato fondato in larga misura da studenti e intellettuali, e che questi, circa tre quarti di secolo fa, si trovavano di fronte a un problema analogo a quello dell'intellighentsia rivoluzionaria di oggi. «Analogo», naturalmente, non significa «identico». Oggi infatti, rispetto ad allora, esiste un ostacolo in più, rappresentato dalle organizzazioni riformiste e revisioniste di massa della classe operaia, ma anche un potenziale ulteriore: quello costituito dall'enorme esperienza storica accumulata dal movimento rivoluzionario. Nel Che fare? Lenin parla esplicitamente della capacità degli intellettuali di assimilare «cognizioni politiche», vale a dire il marxismo scientifico (op. cit.. pp. 141-2).
17 Cfr. a riguardo: K. MARX, Miseria della filosofia, Editori Riuniti. Roma 1949. Una ricca e interessante descrizione delle forme nascenti dei sindacati e delle casse di mutuo soccorso dei lavoratori si trova in E. P. THOMPSON, The Making of the English Working Class, Londra 1968.
18 II carattere necessariamente discontinuo delle azioni di massa si spiega con la situazione di classe del proletariato stesso. Finché il proletariato non riesce a rovesciare il modo capitalistico di produzione, ogni azione di massa è limitata dalle possibilità di resistenza economica, fisica e psicologica dei lavoratori di fronte alla perdita del salario. Non riconoscere che queste possibilità, appunto, non sono illimitate, significherebbe non riconoscere le stesse condizioni materiali di esistenza del proletariato, che lo costringono, in quanto classe, a vendere la sua forza lavoro.
19 V. alcuni esempi dei primi anni dei sindacati metallurgici tedeschi, in Fünfundsiebzig Jahre Industriegewerkschaft Metall, Europaïsche Verlaganstalt, Francoforte sul Meno 1966, pp. 72-8.
20 Non possiamo soffermarci in dettaglio sulla descrizione delle differenze tra situazione rivoluzionaria e situazione prerivoluzionaria. Semplificando, potremmo distinguere una situazione rivoluzionaria da una prerivoluzionaria così: una situazione prerivoluzionaria è caratterizzata da lotte di massa su scala così vasta da minacciare la sopravvivenza dell’ordine sociale; in una situazione rivoluzionaria, tale minaccia si concretizza, sul piano organizzativo, nell'instaurazione di organismi di doppio potere ad opera del proletariato (vale a dire di potenziali organismi di gestione del potere proletario) e, dal punto di vista soggettivo, in rivendicazioni immediatamente rivoluzionarie da parte delle masse, rivendicazioni che la classe dominante non riesce più a respingere o ad «integrare» immediatamente.
21 V. più avanti le origini leniniste di questa strategia.
22 R. LUXEMBURG, “Organisationsfragen der russischen Sozialdemokratie”, in Schriften zur Theorie des Spontaneität, Amburgo 1970, pp. 71-2.
23 V. I. LENIN, Che fare?, cit., p. 138.
24 V. I. LENIN, op. cit., cap. V, passim. Veramente nel Che fare? si trovano anche indicazioni sui criteri organizzativi della centralizzazione, ma determinati esclusivamente dalle condizioni di clandestinità. Per quanto riguarda i partiti rivoluzionari «legali» Lenin si pronuncia a favore di una larga «democrazia»: «Il controllo generale (nel significato letterale della parola), esercitato da ognuno su ogni iscritto al partito nel corso della sua carriera politica, crea un meccanismo che funziona automaticamente ed assicura ciò che in biologia si chiama la "sopravvivenza dei più adatti". Per effetto di questa "selezione naturale"; derivante dal carattere pubblico di ogni atto, dall'eleggibilità e dal controllo generale, ogni militante si trova, alla fine, al proprio posto, assume il compito più adatto per le sue forze e per le sue capacità, sopporta lui stesso tutte le conseguenze dei suoi errori e dimostra dinanzi a tutti la propria capacità di comprendere i suoi errori e di evitarli» (LENIN, op. cit., p. 195). All'interno del partito polacco da lei fondato - anch'esso limitato da restrizioni di tipo strettamente cospiratorio - la Luxemburg accettava, da parte sua, un centralismo non meno rigido di quello dei bolscevichi (vedi il conflitto con la frazione di Radek a Varsavia, e le gravi accuse mosse contro di essa).
25 R. LUXEMBURG, op. cit., p. 74.
26 Cfr. a questo riguardo D. Lane, The Roots of Russian Communism, Assen 1969. Lane ha cercato di analizzare la condizione sociale dei membri della Socialdemocrazia russa e delle frazioni menscevica e bolscevica partendo dai dati grezzi del periodo 1897-1907 e le sue conclusioni sono che i bolscevichi avevano un numero di iscritti operai e di militanti attivi superiore a quello dei menscevichi (pp. 50-l).
27«Non c'è alcun dubbio che la Socialdemocrazia, in generale, conosce al suo interno una forte corrente centralizzatrice. Sorta sul terreno dell'economia capitalista, tendente naturalmente alla centralizzazione, e commisurata attraverso la lotta al quadro politico dei grandi Stati borghesi centralizzati, la Socialdemocrazia è fin dalla sua nascita un'avversaria esemplare di qualsiasi particolarismo e del federalismo su base nazionale. Abituata a difendere gli interessi complessivi del proletariato come classe di fronte agli interessi parziali o particolari del proletariato nel quadro di un dato Stato, la Socialdemocrazia presenta dovunque la tendenza a saldare tra di loro tutti i gruppi nazionali, religiosi, tutte le categorie della classe operaia in un solo partito compatto» (R. LUXEMBURG, op. cit., p. 72. Cfr. anche: Scritti politici, cit., p. 220).
28 V. la tesi enunciata da A. Gorz, secondo cui un partito nuovo può essere costruito solo «dal basso all'alto», una volta che la rete dei comitati di base e dei nuclei di fabbrica copra l'intero territorio nazionale (Ni trade-unionistes, ni bolchéviks, in «Les Temps Modernes», ottobre 1969). Gorz non ha capito che la crisi dello Stato borghese e del modo di produzione capitalistico non si sviluppa gradualmente «dalla periferia verso il centro», ma è un processo discontinuo che tende, a partire da un certo momento, verso una prova di forza decisiva. Se non c'è centralizzazione da parte dei gruppi rivoluzionari non si farà che agevolare la ripresa del controllo del movimento ad opera delle burocrazie riformiste, con la conseguenza di una rapida disgregazione dell'avanguardia in formazione (cosa che si è di fatto verificata in Italia esattamente al momento in cui Gorz scriveva il suo articolo).
29 Cfr. l'articolo di Rosa Luxemburg per la fondazione del KPD: Il primo congresso del partito: «L'avanguardia rivoluzionaria del proletariato tedesco si è costituita in partito politico autonomo» (p. 301). «Si tratta ormai di sostituire lo stato d'animo rivoluzionario indifferenziato con un'inflessibile determinazione rivoluzionaria, la spontaneità con la sistematicità» (p. 301) Der Gründungsparteitag der KPD, a c. di H. Weber, Europaïsche Verlaganstalt, Francoforte sul Meno 1969). V. anche a p. 301 l'estratto dell'opuscolo scritto da R. Luxemburg, Che vuole la Lega Spartacus?: «La Lega Spartacus non è un partito che abbia lo scopo di dominare sulle masse lavoratrici o attraverso di esse. La Lega Spartacus rappresenta soltanto la parte più decisa del proletariato, che ad ogni passo addita alla più larga massa della classe operaia quali sono i suoi compiti storici e chi difende in ciascun particolare momento della rivoluzione l'obiettivo finale del socialismo e in ogni avvenimento nazionale gli interessi della rivoluzione proletaria mondiale» (corsivo di E. M.). Si può a questo punto vedere in che consista questo nucleo essenziale del bolscevismo che Rosa Luxemburg non aveva ancora capito nel 1904, nel fatto cioè che «la parte più decisa del proletariato» deve essere organizzata separatamente delle «larghe masse». È una conferma completa della nostra tesi che, non appena la Luxemburg adottò il concetto del partito di avanguardia, venne anche lei accusata dai socialdemocratici (per giunta socialdemocratici «di sinistra») di volere «la dittatura sul proletariato» (M. Adler, Karl Liebknecht und Rosa Luxemburg, in «der Kampf», voI. 12, n. 2, febbraio 1919, p. 75).
30 Leon TROTSKY, Nos taches politiques, Ed. Pierre Delfont, Parigi 1970, pp. 123-9.
31 Ivi, p. 125.
32 Ivi, p. 186.
33 Leon . Trotskij, “La classe, il partito, la direzione”, in «Fourth International», n. 7, dicembre 1940, p. 193.
34 Le citazioni potrebbero essere numerosissime.
35 L'impossibilità per l'avanguardia rivoluzionaria di concentrarsi «spontaneamente» a livello nazionale si è manifestata chiaramente soprattutto al momento dello sciopero generale del Maggio 1968 in Francia.
36 Ma anche in questo caso questi embrioni di auto-organizzazione, in assenza di un’avanguardia rivoluzionaria organizzata che avrebbe potuto realizzare la necessaria preparazione, non sono stati capaci di neutralizzare in modo durevole, cioè di spezzare, la centralizzazione conservatrice degli apparati sindacali, del padronato e dell'apparato dello Stato.
37 Tr. it. di L. Maitan, Mondadori, Milano 1970.
38 Cfr., tra l'altro, G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, Sugar Editore, Milano 1970, pp. 197 sgg.
39 La difesa dei privilegi politici e materiali di queste burocrazie rappresenta il sostrato sociale su cui poggia la sovrastruttura di questa autonomizzazione e della sua giustificazione ideologica.
40 R. LUXEMBURG, Organisationfragen, cit., p. 77.
41 L. TROTSKY, Bilan et perspectives, in 1905, Ed. Minuit, Parigi 1969, p. 463.
42 Cfr., per es., gli attacchi di Clara Zetkin alla direzione della SPD (e sulla mancanza di carattere di Kautsky) nella corrispondenza a proposito della censura che questa direzione aveva esercitato, nel 1909, nei confronti della pubblicazione della Via al Potere (tr. it.: Laterza, Bari 1969) di Kautsky. Si faccia il paragone col rispetto che Lenin mostrò per Kautsky in quello stesso anno!
43 V. I. LENIN, Le krach de la II Internationale, in LENIN-ZINOVIEV, «Contre le courant», reprint Maspéro, Parigi 1970, p. 181.
44Ibidem.
45 LENIN, L'estremismo, malattia infantile del comunismo, in Opere scelte, cit. Si veda il passo sopra citato dell'opuscolo di Rosa Luxemburg, Che vuole la Lega Spartacus? Queste conclusioni presentavano un'elaborazione superiore a quella di Trotskij nel 1906 o a quelle di Rosa Luxemburg nel 1904; Rosa e Trotskij si facevano illusioni sulla capacità delle masse di risolvere il problema della presa del potere attraverso il loro slancio rivoluzionario, qualora il conservatorismo dell'apparato socialdemocratico fosse andato crescendo. In Sciopero di massa, partito e sindacato (tr. it. in Marxismo e sindacato, Samonà e Savelli, Roma 1970) Rosa Luxemburg sposta, sia pur provvisoriamente, il problema sugli strati diseredati e «disorganizzati» del proletariato, che prendono coscienza solo nel corso dello sciopero di massa. Anche Lenin negli scritti successivi al 19l4 ha posto espressamente l'accento su queste masse (in contrapposizione all'«aristocrazia operaia»), a mio avviso semplificando un po' troppo la questione. I lavoratori delle grandi fabbriche siderurgiche o metalmeccaniche, per es., che rientravano negli strati non organizzati del proletariato tedesco, si sono radicalizzati dopo il 19l8.
46 Questa crisi generale del capitalismo, e cioè l'inizio dell'epoca del declino del capitalismo, non va confusa con le crisi congiunturali, altrimenti dette crisi economiche periodiche, che si verificano tanto in periodo di ascesa che in periodo di declino del capitalismo. Per Lenin l'epoca aperta dalla prima Guerra mondiale è «l'epoca degli inizi della rivoluzione sociale» («Contre le courant», cit.).
47 Qui appunto risiede la debolezza più grave di questa concezione fatalista: partendo dalle tendenze a una crescente autonomia arriva automaticamente al “pericolo sociale”, senza comprendere nell'analisi la mediazione del potere sociale potenziale e dei privilegi sociali specifici. La tendenza degli uscieri e dei cassieri a fare i loro interessi, sottraendosi al controllo, non attribuisce loro il potere sulle banche o le grandi fabbriche – a parte il «potere» di rubare, il che tra l'altro è possibile solo a determinate condizioni. La determinazione di queste condizioni deve dunque andare oltre l'analisi delle tendenze all'autonomizzazione, per individuare il loro contenuto sociale.
48 Le regole formali che garantiscono il funzionamento del centralismo democratico – il diritto di tutti i membri all'informazione sulle divergenze presenti in seno alla direzione; il diritto alla formazione di tendenze prima dell'elezione della direzione e prima del congresso; la regolare convocazione dei congressi; il diritto alla verifica periodica delle decisioni della maggioranza alla luce delle esperienze fatte, vale a dire il diritto delle minoranze a tentare periodicamente di rettificare le decisioni maggioritarie; il diritto di organizzarsi in tendenze, ecc. – tutte queste regole rientrano naturalmente nelle misure per evitare la burocratizzazione. Nel nuovo statuto del partito, elaborato prima dell'agosto 1968 per il XIV Congresso del Partito comunista cecoslovacco, queste norme leniniste relative al centralismo democratico erano state formulate in maniera estremamente precisa. Gli esponenti del centralismo burocratico hanno reagito con l'invasione. La proposta di un ritorno alle norme leniniste del.centralismo democratico rappresentava infatti una delle principali «spine» per la burocrazia sovietica nello sviluppo della situazione cecoslovacca.
49 L. TROTSKY, Storia della rivoluzione russa, cit.
50 Dal 1905 al 1917 il partito bolscevico si è forgiato nell'ottica della «dittatura democratica degli operai e dei contadini», vale a dire nello spirito di una formula che intravedeva la possibilità di una coalizione tra partito operaio e partito contadino nel quadro del regime capitalista, cioè di uno sviluppo capitalistico dell'agricoltura e dell'industria della Russia. Lenin restò fermo a questa formulazione fino alla fine del 1916. Solo nel 1917 egli comprese che Trotskij aveva ragione quando, già nel 1905, prevedeva che la questione agraria non si sarebbe potuta risolvere se non nel contesto della dittatura del proletariato e della socializzazione dell'economia russa. Hartmut Mehringer (Introduction historique, in L. Trotsky, Nos taches politiques, cit., pp. 17-8, 34 sgg.) sbaglia completamente a collegare la teoria leninista dell'organizzazione alla sua validità strategica per il caso specifico della rivoluzione russa, a spiegarla in termini del ruolo «subordinato» (?) della classe operaia in questa lotta, e a ritrovare le origini della teoria trotskista dell'estensione graduale della coscienza di classe all'intera classe operaia nella teoria della rivoluzione permanente. A parte il fatto che Mehringer schematizza la strategia rivoluzionaria di Lenin in modo insufficiente e approssimativo, la posizione di Lenin era che il proletariato russo dovesse essere assolutamente indipendente nella sua opposizione alla borghesia russa, e dovesse svolgere una funzione egemone nella rivoluzione; e a parte il fatto che, come Lenin, anche la Luxemburg respingeva come prematuro qualsiasi tentativo di stabilire la dittatura del proletariato in Russia, e assegnava alla lotta rivoluzionaria del proletariato russo il semplice obiettivo di portare a termine i compiti storici della rivoluzione borghese (mentre contemporaneamente combatteva la teoria leninista dell'organizzazione), ci sembra ovvio che la teoria della rivoluzione permanente (cioè il compito di stabilire la dittatura del proletariato in un paese sottosviluppato) può essere compresa con un minimo di realismo solo concentrandosi al massimo sui compiti rivoluzionari in generale. In tal modo essa non si distacca dalla teoria leninista dell'organizzazione, ma conduce direttamente ad essa. A questo proposito vedi anche l'eccellente opuscolo di Denise Avenas, Economie et politique dans la pensée de Trotsky, Maspero, «Cahiers Rouges», Parigi 1970.
51 V. I. LENIN, Prefazione alla raccolta «dodici anni», cit.: «l'opuscolo Che fare? sottolinea ripetutamente che solo quando esiste una "classe veramente rivoluzionaria e che spontaneamente si leva alla lotta" ha un senso l'organizzazione che esso propugna» (p. 91). Altrove (p. 92) Lenin sottolinea che «solo l'ampliamento del partito con elementi proletari può, in connessione con un'aperta attività di massa, distruggere tutte le tracce del sistema dei circoli..» (la malattia dei «gruppi»).
52 Ho cercato di suffragare e dimostrare questa tesi in una antologia curata da me e intitolata Contrôle ouvrier, conseils ouvriers, autogestion ouvrière, Maspero, Parigi 1970.
53 Per Lenin il «ruolo dirigente del partito» all'interno del sistema dei soviet è un ruolo politico e non di sostituzione. Si tratta di convincere la maggioranza dei soviet della giustezza della politica comunista, e non di prendere il loro posto. Nell’opera fondamentale di Lenin, Stato e rivoluzione, non si parla affatto di un ruolo del genere. E nonostante il fatto che, durante il periodo più difficile di disordine e di guerra civile, Lenin si sia espresso talvolta in maniera estremamente dura sulle questioni tattiche, si possono tuttavia trovare senz'altro nei suoi scritti argomenti contro la formula «soviet senza comunisti», ma mai un solo argomento contro quella «comunisti senza soviet».
54 G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., pp. 335 sgg., sbaglia quando crede di poter individuare le radici della «teoria spontaneista» di Rosa Luxemburg nell'illusione di una rivoluzione «puramente proletaria». Anche nei paesi in cui l'importanza numerica e sociale del proletariato è diventata tale che il problema delle «alleanze» diventa una questione piuttosto secondaria, la necessità di un'organizzazione d'avanguardia distinta permane in una «rivoluzione puramente proletaria», date le differenziazioni presenti in seno al proletariato.
55 I maoisti cinesi ne sono un classico esempio, quando definiscono un'ala del loro stesso partito (e la maggioranza del loro Comitato Centrale, che ha portato alla vittoria la rivoluzione cinese) «esponenti della linea capitalista» o addirittura «capitalisti». Per i bordighisti italiani lo sciopero generale del 14 luglio 1948 non aveva niente a che fare con la lotta di classe proletaria perché i lavoratori entravano in sciopero in difesa del dirigente «revisionista» Togliatti. Si veda inoltre la brillante formulazione dello spontaneista francese Denis Anthier: «Quando il proletariato non è rivoluzionario, esso non esiste, ed i rivoluzionari non possono fare niente con esso; non sono essi che possono, interpretando il ruolo di educatori del popolo, creare la situazione storica nella quale il proletariato diviene ciò che esso è, ma lo sviluppo stesso «della società moderna» (Prefazione a L. TROTSKIJ, Rapporto della delegazione siberiana, Edizioni della Vecchia Talpa, Napoli 1970; p. 9 n.9. Anche questa citazione dimostra come oggettivismo e soggettivismo, portati agli estremi, coincidano. Dietro la facciata dell'«ultrasinistrismo» si scorgono i celebri «spontaneisti», Karl Kautsky e Otto Bauer, assentire entusiasticamente ed applaudire: e come spiegare che il proletariato, nonostante tutte le sue grandi lotte, non è riuscito a riportare la vittoria? «È colpa delle circostanze, le condizioni oggettive non erano mature». È molto facile capire a quali ridicole conclusioni approdi un simile fatalismo e determinismo meccanicistico, quando si è costretti a spiegare con «lo sviluppo stesso della società moderna» perché, in un certo determinato momento, la maggioranza dei lavoratori della fabbrica X o della città Y si sia espressa a favore della dittatura del proletariato e contro il riformismo, mentre quelli della fabbrica V o della città W non erano d'accordo. Eppure da questo dipende il successo o il fallimento della rivoluzione. Finché «lo sviluppo stesso della società moderna» non farà cascare, come un frutto maturo, tutte le fabbriche e tutte le città nel calderone della rivoluzione, questi signori «educatori del popolo» si guarderanno bene dall'esercitare violenza su questo «sviluppo» ed eviteranno di conquistare i lavoratori di W...
56 Pannekoek e Bordiga costituiscono due validi esempi di questi intellettuali esclusivamente contemplativi che, per decine di anni, hanno steso la sera i loro scritti rivoluzionari, lavorando il giorno come astronomo e come ingegnere. Sono esempi impressionanti dell'effetto devastatore che la divisione del lavoro esercita sulla capacità di esprimere una teoria adeguata alla complessità della realtà sociale nel suo insieme, anche ad opera degli intellettuali più perspicaci.
57 Questa critica è stata già mossa a Lenin e ai leninisti dagli economisti russi e oggi la si ritrova tra gli spontaneisti.
58 Cfr. al riguardo N. Poulantzas, Pouvoir politique et classes sociales, cit.
59È interessante notare che, dopo la scissione della Socialdemocrazia russa, c'erano più intellettuali, anche come «rivoluzionari di professione», tra i menscevichi che tra i bolscevichi. Cfr. in proposito D. LANE, op. cit., pp.47, 50.
60 D. LANE, op. cit., pp. 212-3, mette giustamente in risalto la prevalenza dei bolscevichi nelle città caratterizzate dalla presenza di grandi fabbriche, con una classe operaia insediata da vecchia data.
61 Nel suo ultimo lavoro, Zum allgemeinen Verhältnis von wissenschaftlicher Intelligenz und proletarischen Klassenbewusstsein, «SDS-Info», nn. 26-27, 22 dicembre 1969, HANS JURGEN KRAHL ha riportato una citazione di Marx a tale riguardo. Si tratta del passo non riportato dal testo definitivo del sesto capitolo del primo tomo del Capitale: Sesto capitolo: Risultati del processo di produzione indiretto, pubblicato per la prima volta nel 1933 negli «Archivi-Marx-Engels» in russo. Desiderei dedicare questo saggio, che doveva in parte servire a prolungare le discussioni fra noi e a farci meglio comprendere, a questo giovane amico deceduto così tragicamente.
62 Leon TROTSKIJ, Intelligentsia and socialism, New Park Publishers, Londra 1965.
63 L. TROTSKIJ, Die Entwicklungstendenzen der russischen Sozialdemokratie, in «Neue Zeit», a. II (1910), n. 28, p. 862.
64Fin dal suo primo libro polemico contro Lenin (Nos taches politiques, cit., pp. 68-71, ad esempio) Trotskij si era sforzato di rappresentare l'intera polemica leninista contro l'«economicismo» e «l'atteggiamento artigianale verso l'organizzazione» nel Che Fare? come una pura discussione tra intellettuali o, nel migliore dei casi, come un tentativo di guadagnare le forze più vive dell'intellighentsia piccolo borghese alla Socialdemocrazia rivoluzionaria. Egli non aveva capito che si trattava di respingere l’influenza revisionista piccolo borghese sulla classe operaia. La sua polemica contro Lenin dal 1903 al 1914 fu caratterizzata da una sottovalutazione delle catastrofiche conseguenze dell'opportunismo per la classe operaia e per il movimento operaio. Solo nel 1917 Trotskij superò, una volta per sempre, questa sottovalutazione.
65 AUGUST BEBEL, Briefwechsel mit Friedrich Engels, Den Haag 1965, p. 465.
66 La problematica della rivoluzione compariva soltanto quando si trattava di dare una risposta inevitabile all'eventuale soppressione del suffragio universale, oppure di fronte a una guerra. Per altro verso, Rosa Luxemburg, con la sua teoria dello sciopero di massa, aveva cercato di sviluppare alcune forme di lotta del proletariato capaci di rompere con le battaglie elettorali o semplicemente economiche, prendendo spunto dalla rivoluzione russa del 1905. Ancora oggi, Lelio Basso, in un'interessante analisi (Rosa Luxemburg Dialektik der Revolution, Europäische Verlagsanstalt, Francoforte 1969, pp. 82-3), cerca di presentare, come quintessenza della strategia luxemburghiana, una riconciliazione centrista delle lotte quotidiane con gli obiettivi finali, che si limita a «rendere più acute le contraddizioni» dello sviluppo oggettivo. Non è il caso di esaminare nei particolari il fatto che, come risultato di questo errore, sfugge a Basso il significato più profondo della strategia dello sciopero di massa.
67 Si veda la discussione sul programma al IV Congresso dell'Internazionale comunista (Protokoll des Viertente Kongresses der Kommunistischen Intemationale, Verlag der Kommunistichen Internationale 1923, pp. 404-48, tr. it., Samonà e Savelli, Roma 1971) che termina con la seguente dichiarazione della delegazione russa, firmata da Lenin, Trotskij, Zinov’ev, e Bucharin: «Dato che la polemica per decidere quale debba essere la formulazione degli obiettivi di transizione e in quale parte del programma debbano essere inseriti ha fatto sorgere, in modo assolutamente sbagliato, una cosiddetta opposizione di principio, la delegazione russa conferma all'unanimità che non si può scambiare per opportunismo l'introduzione di rivendicazioni di transizione nel programma delle sezioni nazionali come pure la formulazione generale di questi obiettivi e la loro giustificazione teorica nella parte generale del programma» (p. 542). Trotskij sembrava prevedere questa strategia già nel 1904, quando scriveva: «Il partito si basa sul livello di coscienza dato del proletariato (...) e cerca di radicarsi nel proletariato elevando questo livello (…)» (Nos taches politiques, cit., p. 126). V. Il programma di transizione; Edizioni Bandiera rossa, Roma, 1972.
68 G. LUKÁCS, Lenin, tr. it. di Guido D. Neri, Torino 1970, ha perfettamente ragione quando scrive che il partito rivoluzionario leninista non può «fare» nessuna rivoluzione, ma può però accelerare le tendenze che portano alla rivoluzione. Considerato in questi termini, il partito rappresenta tanto la causa che l'effetto della rivoluzione, il che contribuisce a superare la contrapposizione fra Kautsky («il nuovo partito deve preparare la rivoluzione») e Rosa Luxemburg («il nuovo partito si formerà attraverso le iniziative rivoluzionarie delle masse»).
69 HANS-JURGEN KRAHL (op.cit., pp. 13 sgg.) ha certamente ragione quando rimprovera a Lukács di «idealizzare» il concetto di totalità della coscienza di classe del proletariato e denuncia la sua incapacità di collegare carenza empirica e teoria astratta, che è anche incapacità di trasmettere la teoria rivoluzionaria alle masse lavoratrici. Sulla base di questo avrebbe però potuto concludere cha la trasmissione di questa teoria può realizzarsi solo a partire dalla teoria leninista dell'organizzazione – questo, anzi, è il nucleo centrale di questa concezione. Ma poiché egli introduce una separazione netta fra «il destino alienato dell’esistenza» e il processo alienato della produzione, corre – come Marcuse – il rischio di considerare «l'alienazione dei consumatori» come il problema centrale, e quindi di vedere nel «soddisfacimento dei bisogni ai più alti livelli» apparentemente consentito dal sistema neocapitalistico alla massa dei lavoratori un ostacolo allo sviluppo della coscienza di classe proletaria. Il tallone d'Achille del modo capitalistico di produzione resta ancora, come sempre, l'alienazione nell'ambito del processo di produzione; su questo terreno, e soltanto su questo, può avere presa una ribellione realmente rivoluzionaria, come hanno dimostrato gli avvenimenti francesi e italiani. Qui ritroviamo anche l'articolazione delle implicazioni relative alla trasmissione della coscienza di classe cui abbiamo accennato sopra. Con ciò noi, come Krahl (e come Lenin e Trotskij) evitiamo di confondere il concetto primitivo del «partito che sa tutto» con l'elaborazione della teoria rivoluzionaria, considerata come un processo di creazione specifica e permanente.
70 KAR
L MARX, Tesi su Feuerbach (tr.it. di Terza tesi: «La dottrina materialistica secondo cui gli uomini sono il prodotto delle circostanze e dell'educazione (...) dimentica che sono appunto gli uomini a modificare le circostanze e che l'educatore stesso ha bisogno di essere educato»).
71 K. MARX, F. ENGELS, L'Ideologia tedesca, cit.