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Controriforma della giustizia

Archivio Critica comunista e Bandiera rossa · pubblicato il 16 marzo 2012 · 51 min di lettura

In un intervista del 1981 apparsa su Critica Comunista Emanuele Battain descriveva già il grave deterioramento della giustizia in Italia, dovuto all'azione congiunta dei settori più reazionari della magistratura e delle pressioni dei partiti operai (che esistevano ancora, ma stavano preparando il loro suicidio...).

Le manovre contro l'art. 18 erano già cominciate. La resistenza operaia le ha bloccate per trent'anni. Ci voleva un Monti per riuscirci!

Di seguito, due articoli che ricostruiscono la figura di questo straordinario avvocato rivoluzionario.

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Versione di lettura convertita dal file originale.

Dopo il 7 aprile

1 - Cosa è cambiato nella giustizia

italiana?

 

Un’attualissima intervista

del 1981 a Emanuele Battain

 

CRITICA COMUNISTA In base alla tua esperienza si può parlare di modifiche nel funzionamento della magistratura (nell'utilizzazione delle leggi esistenti, nella procedura, nelle garanzie per l'imputato) avvenute negli ultimi anni, al di là delle leggi speciali sull'Ordine pubblico?

 

EMANUELE BATTAIN È impossibile qui prendere in esame tutte le modifiche intervenute. Mi dispiace di dover essere quasi costretto a rimpiangere il famigerato codice Rocco, di cui devo riconoscere obiettivamente che, pur essendo ispirato da una dittatura, da una concezione autoritaria., tuttavia poneva dei limiti ben precisi ai poteri del giudice, anche nell'interesse dell'imputato. Probabilmente, questi limiti erano determinati da un sospetto e da una diffidenza del potere nei confronti dei suoi funzionari, diffidenza, peraltro, non del tutto infondata, come si vede dall'esperienza... Adesso, la realtà è che sono stati eliminati alcuni di questi limiti, di questi vincoli, per cui accade che - a parte l'instaurazione di tutta una serie di leggi fortemente limitative dei diritti del cittadino - i giudici possono finire per fare tutto quello che vogliono (o comunque si avvicinano molto a una soglia del genere).

Ad esempio, oltre ad avere l'obbligo di fare per direttissima (cioè subito, senza istruttoria predibattimentale e separandolo dal processo per reati connessi) il processo per alcuni reati (per esempio: armi) il giudice può separare il processo di un qualsiasi reato da quello relativo a un reato connesso, qualora ritenga (!) di potere così definire più prontamente uno o tutti i procedimenti, precedentemente riuniti.

Permettimi di ricordare, a questo proposito, l'art. 367, che è il cardine e secondo me una delle caratterizzazioni fondamentali del procedimento processuale italiano ante-modifiche, e che dice: «Interrogatorio nel merito: Il giudice contesta in forma chiara e precisa all'imputato il fatto che gli è attribuito, gli fa noti gli elementi di prova esistenti contro di lui e, se non può derivarne pregiudizio all'istruzione, gliene comunica le fonti. Invita quindi l'imputato a discolparsi e ad indicare le prove in suo favore. Se l'imputato rifiuta di rispondere, ne è fatta menzione nel processo verbale e si procede oltre nell'istruzione».

È da questo articolo che deriva la distinzione tra un processo accusatorio, tra un processo, come dire, di un paese moderno, che salvaguardi l'elementare diritto di difesa dell'imputato, e i processi dell'Inquisizione, la cui caratteristica era viceversa il segreto: si veniva interrogati senza sapere nemmeno di che cosa si fosse imputati, oppure si doveva cercare di capire dalle domande a che cosa mirassero. Secondo l'art. 367, invece, e secondo un processo che non sia quello dell'Inquisizione...

 

c. c. ... o della GPU...

 

E. B. ... e quelli che cosa sono stati, se non processi dell'Inquisizione, e tra i peggiori? L'analogia non è tanto forzata: in entrambi i casi il fine che si pone il potere schiaccia completamente l'interesse e il diritto dell'imputato a difendersi... Ma, riprendendo il filo, la caratterizzazione dell'art. 367, cui accennavo, è appunto che tutto il fatto che mi viene attribuito mi deve essere raccontato, e io devo avere il diritto di scegliere la mia linea difensiva, di scegliere se rispondere o no e, in ipotesi, anche di mentire a mio favore; non, invece, che io debba rispondere su una parte del fatto, e poi quello che dico venga utilizzato in altra sede, in un procedimento nel quale non so che cosa ci sia a mio carico.

Orbene, nel procedimento contro gli autonomi di Padova, arrestati 1'11 marzo 1980, con la scusa del reperimento di armi (avvenuta, peraltro, a istruttoria già iniziata, dopo aver effettuato gli arresti), si è proceduto per direttissima per una parte (nutritissima) dei reati attribuiti agli imputati (episodio della zona del Portello a Padova, fatti di violenza all'Università, attentati contro vari centri del cosiddetto «lavoro nero », ecc.), mentre per il reato di banda armata è ancora in corso l'istruttoria formale. Con la conseguenza che, per - asseriti - motivi di speditezza (circa tre mesi di processo, 50 imputati, 400 pagine di sentenza, depositata ovviamente dopo parecchi mesi dalla pronuncia!), gli imputati hanno dovuto rispondere senza conoscere in realtà tutti i fatti loro attribuiti!

Questo è un esempio. L'altro che ricordo è il processo di Bologna sui fatti dell'11 marzo 1977, il «processo Catalanotti» (dal nome del giudice istruttore che lo ha seguito). Anche lì veniva contestata solo una parte dei fatti, addirittura con punte grottesche, come dei verbali in cui c'era la deposizione di un testimone del quale si pubblicavano cinque righe, poi c'era scritto omissis, poi altre cinque righe, poi ancora omissis. Diventava così impraticabile per il difensore quella che è una norma elementare di difesa: potere cioè verificare l'intera deposizione, per vedere se ci sono contraddizioni, per esempio, e poi dimostrare che il teste non ricorda, .o dice il falso, o dice in parte il falso e in parte non ricorda...

 

c. c. ... mentre la versione senza omissis era a disposizione degli inquirenti...

 

E. B. … per un'altra inchiesta che, salvo errori, è ancora in corso. Quanto dicevo, dunque, già di per sé stravolge tutta la configurazione del processo.

Poi, però, secondo me, c'è un altro elemento, che non saprei definire. Non solo in questa materia, ma anche in altre (cause di lavoro, per esempio), abbiamo in Italia una grossa disgrazia: ogni tanto, qualcuno vuole «salvare la Patria»; abbiamo, ogni tanto, i «salvatori della Patria», quelli cioè che si sentono investiti del compito di far fronte a determinate situazioni, magari anche esistenti, di gravissima emergenza. Ora, se mettiamo insieme lo svincolo del giudice da una serie di norme restrittive (con poteri quasi illimitati che gli consentono di decidere come condurre il processo anche calpestando il principio fondamentale rappresentato dall'art. 367), con il fatto che il giudice si senta investito della missione di difendere a ogni costo la democrazia, l'avvenire, la Patria, l'Italia, e se ag­giungiamo a tutto questo anche il ruolo spaventoso dei mass-media (a di­sposizione solo di chi li può usare) e magari anche le iniziative di tutta una serie di autorità che, quando occorre, si dimenticano completamente della «separazione dei poteri» (si veda, subito dopo gli arresti del «7 aprile», l'intempestivo telegramma di congratulazioni con i giudici del presidente Pertini), è facile immaginare il risultato finale di tutti questi fattori concomitanti: in questa situazione ci vuole più coraggio ad assolvere un imputato che a condannarlo. Diventa assai difficile e scomodo non rinviare a giudizio, o assolvere, o anche soltanto rilevare che l'imputazione sarebbe meno grave (e che, quindi, l'imputato andrebbe scarcerato, il termine di carcerazione preventiva essendo più breve) quando si tratti di chi è additato come colpevole, senza che siano state però raccolte prove concrete o sufficienti sul suo conto.

 

C. C. Alludi al martellamento quotidiano dei mass-media contro i giudici di Genova, colpevoli di avere prosciolto imputati su cui polizia e carabinieri non erano riusciti a raccogliere prove?

 

E. B. Si, anche se non è l'unico caso. Mi pare che, se passassero i criteri che si vorrebbero imporre ai giudici, bisognerebbe riprendere tutti i processi (e sono moltissimi) in cui gli imputati sono stati assolti per assenza di prove. Basta pensare a tutti i processi in cui sono stati assolti noti mafiosi, di cui tutti pensano che abbiano commesso decine di omicidi, ma su cui non erano state raccolte prove. lo continuo a pensare che è stato giusto assolverli, perché altrimenti a chiunque, innocente, potrebbe capitare di essere portato sul banco degli imputati: a me, a te, o anche a Leo Valiani, per ipotesi...

 

C. C. A volte, sentendo tanti paladini di criteri «sbrigativi». di giustizia sommaria, alla Far West, senza perder tanto tempo a esaminare prove (e di questi paladini ce ne sono sempre di più anche nell'area dei partiti operai tradizionali, purtroppo), si pensa che bisognerebbe ricominciare una propaganda democratica elementare sui più celebri errori giudiziari che hanno mandato in galera per decenni degli innocenti in base a indizi labili e testimonianze addomesticate o interessate...

 

E. B. È vero. D'altra parte hai accennato di sfuggita a un elemento che si aggiunge, aggravandoli, a tutti i fattori di inquinamento già ricordati: al ruolo dei mass-media o alle iniziative discutibili delle autorità si somma infatti un ruolo estremamente negativo dello stesso movimento operaio organizzato, che si batte in prima linea per un inasprimento dei provvedimenti repressivi, per una maggiore «durezza» della magistratura (vedi polemiche sulla sentenza di Genova), in competizione con le forze più tradizionalmente e coerentemente conservatrici e autoritarie, a cui fornisce un prezioso avallo e che contribuisce, comunque, non ad operare i necessari chiarimenti politici, ma a fare di ogni erba un, fascio.

Il tutto, in una situazione che pone assai spesso problemi politici gravissimi di fronte a giudici che, quasi sempre, non capiscono nulla di politica... Si pensi, ad esempio, ai giudici dell'inchiesta «7 aprile », che hanno dovuto leggere montagne di documenti dell'Autonomia (già difficilmente decifrabili per chi abbia esperienza politica), con un bagaglio di informazioni che - da quanto dimostrano di capirne - non va oltre la lettura del «Corriere» o della «Repubblica». Ad esempio, nella requisitoria del processo «7 aprile», dopo aver premesso la tesi singolare che negli ordinamenti democratici moderni l'insurrezione armata non può avvenire sotto la forma di «golpe» in uno Stato dell'Europa occidentale (peccato che la Grecia ne faccia parte!...), si sostiene che la promozione dell'insurrezione, rivolta a fare insorgere una moltitudine (non meglio identificata) di persone, si sarebbe attuata attraverso la «propaganda» e 1'«istigazione» consistente in tutto ciò che negli anni Settanta, Negri, Scalzone, Piperno hanno detto o scritto pubblicamente in libri, riviste o convegni. Il che apparirebbe grottesco, se non fosse allucinante (dato che si tratta di un reato che prevede come unica pena l'ergastolo!), tanto più che si sostiene che questa pubblicistica avrebbe rappresentato un concretissimo «pericolo... per la sopravvivenza dello Stato»!

lo temo che questi giudici, che capiscono assai poco di politica ma che di politica sono costretti ad occuparsi, che si sentono - magari anche sinceramente - investiti della missione di difendere la democrazia, finiscano per aprire di fatto la strada a un'involuzione autoritaria estremamente grave e pericolosa.

Un altro elemento di pericolosissima degenerazione del procedimento penale va segnalato, e precisamente il peso riconosciuto - addirittura con evidenti forzature dell'art. 4 della legge antiterrorismo del dicembre 1979 (il ben noto «premio al delatore») - alla «chiamata di correo». Orbene, la chiamata di correo è sempre stata (e lo si ricava dai lavori preparatori al Codice Rocco, in cui si era prospettata l'ipotesi di prevedere il premio al delatore, ed era stata scartata) una fonte di prova sospetta o, comunque, una fonte di prova che, di per sé, non è una prova; bisogna che sia - si usa dire - «vestita», cioè confortata da elementi esterni, che sia logica, che corrisponda a determinate cose, che soprattutto non ci sia alcun dubbio che il «chiamante di correo» abbia un qualche interesse alla chiamata (perché l'altro gli è antipatico, o perché spera di avere una riduzione di pena, ecc., ecc.).

Ora, per fare un esempio, nel caso delle chiamate di correo del processo «7 aprile» (in particolare, Fioroni e Casirati) mi pare di solare evidenza che esse sono, direi per volontà di legge, inquinate dall'interesse processuale alla riduzione di pena. E invece, nella requisitoria del processo «7 aprile» si legge questa, francamente quasi incredibile, affermazione: «Ammesso per ipotesi [!?!] che un interesse processuale abbia determinato alcuni imputati a parlare; è certo che tale interesse non sarebbe valido al fine di sconfessare quelle ammissioni e accuse: l'art. 4 del DL 15 dicembre 1979 n. 625 presuppone proprio un siffatto movente quando determina una diminuzione di pena a favore di colui che abbia reso dichiarazioni utili all'individuazione di concorrenti nella commissione dei reati indicati nel citato art. 4».

Il che, se rappresenta una interpretazione, secondo me distorta, del citato art. 4, lascia letteralmente sgomenti perché rappresenta un avvicinamento, paurosamente veloce, ai principi processuali dell'Inquisizione e alle teorie (meglio, alle pseudoteorie) di Vyšinskij sulla confessione come regina delle prove, che fa a pugni con tutto il sistema processuale italiano, ripeto non «democratico», ma almeno «moderno».

Ho la sensazione che, una volta che passi l'idea (nel «7 aprile», Fioroni, Casirati...) che la chiamata di correo è la prova principe, e che essa passi nei processi politici, rischia di scardinare un po' tutto anche nei processi normali. Ho avuto l'esempio recente di un processo, non politico, in cui tutta una serie di imputati sono stati condannati sulla base di una chiamata di correo estremamente dubbia.

 

c. c. A questo punto, tracciato questo primo quadro della situazione, puoi dirci cosa è accaduto in questi ultimi tre anni per un «avvocato democratico »...

 

E. B. A un «avvocato democratico», non ti so dire esattamente. Posso provare ad accennarti cosa è accaduto a un militante come me, che di mestiere fa l'avvocato e che è impegnato da anni nella difesa di tutto l'arco delle forze del movimento operaio. Certo, anche gli avvocati «democratici» che hanno seguito le vicende dell'ultimo decennio hanno probabilmente subito dei contraccolpi, delle crisi, anche gravi, e alcuni sono addirittura passati su posizioni aberranti. Non può essere dimenticato che in tutte queste vicende, anche in quelle cui accennavo prima, hanno pesato i guasti profondi delle azioni e delle teorizzazioni terroristiche, che stravolgono completamente tutto.

Invece un avvocato come me, impegnato per quanto può attivamente nel movimento e che ha difeso sempre, e continua a difendere dal membro del PCI o del PSI agli autonomi, parte dalla concezione che, se si lasciano spazi alla repressione (anche il minimo spazio, anche sull'anello più debole della catena), si apre una breccia che viene poi pagata da tutti, anche dal compagno operaio che ha fatto un picchetto e magari ha dato una spinta al direttore, o ha detto parolacce, o ha minacciato un crumiro. Su questo, c'è l'assoluta insipienza del Partito comunista e anche del sindacato ufficiale, che non capiscono che quando passano determinati metodi o vengono colpite determinate persone, si creano i precedenti per un'applicazione estensiva dello stesso codice che c'è, per colpire più duramente tutta una serie di comportamenti operai che si cerca di assimilare alla violenza terrorista. Il clima politico è molto importante per l'applicazione del codice: tutta una serie di episodi, che potrebbero essere definiti da una giurisprudenza forcaiola «blocco stradale» o «violenza privata» (i picchetti sono legittimi, ma non è legittimo strapazzare il crumiro...), sono stati visti con un'ottica più comprensiva nell'ultimo decennio, almeno a Venezia, mentre ora vengono nuovamente additati dai mass-media come gravissimi reati, che solo un illecito «permissivismo» dei giudici lascia correre...

lo, personalmente, ho sempre considerato la difesa di tutto l'arco del movimento operaio come qualcosa di indispensabile. E allora è chiaro che una situazione di questo genere, che comporta un deterioramento impressionante del procedimento penale, una restrizione del diritto di difesa dell'imputato e del suo difensore e quindi un restringimento massiccio degli spazi di libertà democratica non può non preoccupare. Al tempo stesso, non posso non pormi degli interrogativi sul «cui prodest» questo processo involutivo.

lo non posso giudicare sul grado di consapevolezza che hanno molti protagonisti di questa degradazione profonda dei criteri giuridici vigenti (parlo, non so, dei Calogero, dei Catalanotti, di altri magistrati che si sono occupati di queste inchieste che non riguardano il partito armato ma che hanno cercato di confondere, perlomeno il primo, il partito armato con altri fenomeni, magari anche penalmente rilevanti, ma pur sempre completamente diversi e quindi da valutare, da capire per poterli affrontare efficacemente senza amalgamarli con il terrorismo, con le Brigate Rosse, facendo d'ogni erba un fascio, al di là delle loro intenzioni soggettive, e forse anche delle ispirazioni che stanno dietro di loro (il PCI, o comunque forze di sinistra che collaborano, magari senza saperlo, a un disegno estremamente pericoloso per il movimento operaio). E al tempo stesso (ed è quello che più angoscia) si direbbe che il movimento operaio nel suo com­plesso (non solo le sue direzioni!) non ne sia consapevole. In questo senso svolgono una funzione nefasta, da un lato. le azioni del partito armato, dall'altro, i mass-media, ispirati per un buon 80-90% direttamente dalla borghesia, ma affiancati efficacemente dalle direzioni dello stesso movimento operaio ufficiale (non solo il PCI o i sindacati, ma lo stesso PSI, che fa il pesce in barile, ma non ha in fondo una posizione meno forcaiola degli altri). Il risultato è che pochi si accorgono che gli strumenti introdotti in questi anni per lottare contro il terrorismo (e risultati abbastanza poco efficaci contro di esso), potranno essere usati, e cominciano già ad essere usati, contro il movimento operaio.

Eppure, l'esperienza di questi ultimi due anni lo ha già in parte dimostrato: si veda infatti l'episodio dei 61 licenziamenti alla Fiat, che sono stati l'antecedente dei 23.000 in Cassa Integrazione. Quei licenziamenti non sarebbero passati se una certa atmosfera sull'assenteismo, sulla necessità di «mettere ordine», non fosse penetrata, almeno in parte, anche all'interno del movimento operaio, intrecciata a una campagna contro i «violenti in fabbrica», in cui i più normali comportamenti della lotta di classe di questi anni finivano per apparire indistinguibili dal terrorismo.

E non si può certo negare che a creare questa «atmosfera», a ricreare cioè - almeno in parte - l'apparato di dominazione «ideologica», sotto il profilo della diffusione dell'idea della negatività di certi comportamenti, della ricostituzione di certi «valori», è stato estremamente funzionale il processo «7 aprile» e il battage che attorno ad esso hanno fatto i mass-media e, specialmente - con incredibile insipienza - le stesse organizzazioni ufficiali del movimento operaio.

Quando l'ho sostenuto, ho trovato incredulità intorno. Ma, se si riflette un momento, ripercorrendo la progressione che c'è stata («7 aprile»- «61» Fiat - poi, inasprimento del «7 aprile », fra la fine del 1979 e gli inizi del 1980 - attacchi delle Brigate Rosse - infine, i 23.000 della Fiat e, poi, la Montedison...), ci si rende conto che la reattività del movimento operaio a determinati attacchi è più debole, e non solo per ragioni economiche, strutturali, ma anche per l'effetto del terrorismo, da una parte, e delle reazioni al terrorismo in termini di restringimento delle libertà democratiche e di ricostruzione dell'apparato di dominazione ideologico, dall' altra.

 

c. c. In effetti, la stessa liquidazione della lotta alla Fiat, realizzata dai vertici sindacali con una vera e propria sopraffazione rispetto alla volontà dei delegati e degli operai in lotta, è stata presentata come una correzione di presunti errori dei delegati e delle «minoranze faziose» (insinuando che la lotta sarebbe stata imposta da pochi «violenti», più o meno esplicitamente assimilabili o collegabili ai nemici della democrazia, al partito armato...). Più in generale, pensi che la lotta al terrorismo abbia finito per indurre alterazioni importanti nella mentalità dei militanti dei partiti operai?

 

E. B. Non sono in grado di risponderti in modo netto, ma la mia sensazione è che ci siano già stati dei guasti profondi. Intanto, se in Italia si facesse un referendum sulla pena di morte (come, non a caso, propone Almirante), non saprei come andrebbe a finire. Vedo un grave disorientamento anche in seno alla classe operaia, dovuto in primo luogo agli sforzi per seminare confusione da parte di tutte le direzioni delle maggiori organizzazioni politiche e sindacali. Si tratta di una confusione pericolosa tra partito armato e altre formazioni, altre manifestazioni magari anche di violenza, che rispondono però a una logica. ben diversa da quella del partito armato. Si tratta di confusione sulla questione delle garanzie, che, di fatto, vengono presentate come un lusso, una pretesa assurda, mentre esse vanno riconosciute a tutti, compresi quelli del partito armato.

Fra l'altro - sembra un assurdo, ma non è così - tu ti trovi nella condizione che queste cose non le capiscono i giudici, non le capiscono i «protagonisti», che non si rendono conto che altri traggono i frutti politici della loro opera, totalmente diversi - con tutta probabilità - da quelli che essi si proponevano (e non si tratta del PCI, come pensano gli autonomi, ma in realtà del potere, che ha bisogno di preparare determinati strumenti, di ricostruire certi valori e ricostituire l'apparato di dominazione ideologica...), ma non le capiscono neanche, come dire, i tuoi «assistiti». Se tu guardi a tutto il comportamento dei vari «comitati 7 aprile», è un comportamento che rasenta a volte il grottesco. Per costoro, per esempio, dire: «Badate che la chiave di volta di questi processi è spostare l'opinione del movimento operaio, se non a livello di quello organizzato, almeno a livello di classe operaia», sembra veramente una cosa da fiaba, perché, siccome il «nemico principale» per loro è il PCI, dire che bisogna cercare di convincerne i militanti sembra totalmente assurdo. E invece, spostare l'orientamento del movimento operaio è la chiave di volta di una difesa efficace. Gran parte dei militanti del PCI non capiscono che l'atteggiamento del loro partito contribuisce a quell'operazione di ricostruzione di valori di cui parlavamo e che questa è finalizzata alla lotta contro comportamenti assai meno effimeri del terrorismo di questi anni (riaffermare che la violenza è un male in assoluto, che se non si deve usare contro il lavoro nero a un certo punto non va usata neppure contro il crumiro, vanno respinti i picchetti duri, i cortei interni, le assemblee vivaci in cui pesa la voce di chi è impegnato nella lotta... tutte cose che non hanno nulla a che fare col partito armato, che nelle fabbriche finisce per entrare solo di rimbalzo, sull'onda dei mass-media, e serve invece a «criminalizzare» i comportamenti che hanno accompagnato la grande ascesa delle lotte operaie in Italia iniziata nel 1969). Tuttavia, il fatto che questa operazione politica, assecondata da Pecchioli e Berlinguer, entri in conflitto con gli interessi, con le esperienze, con le aspirazioni dei militanti operai e sindacali (anche se tesserati al PCI) è l'elemento che deve rendere prioritaria la battaglia per rovesciare l'atteggiamento del movimento operaio di fronte al restringimento delle libertà democratiche che, in nome della lotta al terrorismo, ha aperto una serie di brecce nel sistema giuridico esistente.

 

C. c. Eppure, in alcuni casi, sia pure ancora limitati (per la scarsezza delle forze impegnate in questa battaglia), qualche successo si è ottenuto. Per esempio, all'Alfa Romeo si è riusciti a evitare che il sindacato accettasse passivamente (e. avallasse anzi con la sospensione cautelativa) l'arresto di un delegato combattivo il cui comportamento risultava chiaramente differenziato rispetto al partito armato, ma che ad esso veniva ascritto da un mandato di cattura...

 

E. B. Come tu stesso hai detto, si tratta di casi ancora limitati, e spesso ti senti in una condizione quasi disperata, con difficoltà enormi a fare una battaglia seria, in assenza di mass-media, di forze adeguate, di possibilità di fare un'opera efficace di controinformazione... Ti senti schiacciato tra la posizione puramente garantista, formale, alla radicale, e quella che non comprende i pericoli di involuzione introdotti dalla ricerca di soluzioni puramente militari al problema del terrorismo, attraverso l'inasprimento progressivo degli strumenti repressivi.

Sembra incredibile, d'altra parte, che il movimento operaio stenti a com­prendere non solo quel che gli si prepara, attraverso le brecce aperte nel sistema di garanzie giuridiche e di libertà democratiche, ma persino che è impossibile vincere il terrorismo con mezzi esclusivamente militari (è quel che invece hanno finito per capire, almeno in parte, persino generali come Dalla Chiesa o Capuzzo!). Sembra incredibile che quando alcuni giudici (se non erro, Vigna, Caselli, ecc.) avevano capito che il terrorismo attraversava una crisi grave, prima di tutto politica, e avevano proposto una soluzione del tipo «Offriamo la via della diserzione senza imporre di diventare delatore», non hanno avuto nessun appoggio, e ora, con qualche probabilità, quella crisi è stata almeno arrestata dopo il caso D'Urso e la rivolta di Trani, senza che si sia fatto un passo avanti nel ridimensionare il fenomeno, che ha indubbiamente un certo peso sociale...

Ma torniamo comunque alla questione postami: che ruolo ha oggi un avvocato? Il suo ruolo, tenuto conto di quel che ho detto fin qui, è stato completamente stravolto, perché, tra l'altro, la tendenza prevalente è quella di trasformare l'avvocato sempre in «favoreggiatore»: o dell'imputato (come se difendere il proprio cliente fosse un favoreggiamento!), o del giudice. C'è infatti una linea di una serie di avvocati che hanno suggerito ai loro clienti di «parlare». Nel processo «7 aprile», a mio parere, una serie di episodi sono, oltreché non provati, a tutto concedere, episodi ben datati, di cinque o sei anni fa, che andrebbero visti con l'ottica del 1975; non ha senso vederli alla luce di quanto successo negli ultimi anni, i più terribili anche dal punto di vista del terrorismo. Invece, i giudici tendono a considerare tutto come uno stesso fenomeno e a considerare di­mostrazione che uno si sia staccato dal terrorismo il fatto che «collabori»; ho visto così casi di assoluzione, per imputazioni anche gravi, di gente che ha «parlato», mettendo altri nei guai e, forse, anche infondatamente.

È vero che quel tipo di avvocato può sostenere: «Me ne infischio degli altri, difendo gli interessi del mio cliente e gli do suggerimenti che gli servono per venirne fuori». Ma, come nel caso, per esempio, dell'avv. Gentile, le cui dichiarazioni si sono lette su tutti i giornali, non si è detto: «Il mio compito è tirar fuori questo di galera», oppure: «Il mio compito è fargli prendere pochi anni invece di venti o dell'ergastolo, per cui gli consiglio di vendere anche sua madre », ma si è invece teorizzata, al fondo, una collaborazione con l'accusa. E questo principio della collaborazione con l'accusa, in base a un principio superiore, della difesa di determinati valori, ti porta per forza, più o meno lentamente, ai «Processi di Mosca», o di Praga o di Budapest...

E tu ti trovi stretto in questa situazione e, talvolta, con delle grosse preoccupazioni. Su questioni su cui non avresti avuto dubbi fino a due anni fa, ora ti trovi ad avere anche paura di fare un passo falso, che domani possa essere interpretato chi sa come e ti porti dentro... Perché, ormai, si mettono dentro gli avvocati con una facilità più unica che rara. Prendiamo il caso di Rocco Ventre, che è stato clamoroso. Costui legge su un fascicolo, su atti che sono stati pubblicati, una determinata notizia che riguarda il suo cliente: secondo me, la deve dare al suo cliente, non può nascondergliela, altrimenti tradisce il suo mandato. Tradire il mandato sarà punito con una pena lievissima, ma per un avvocato è la cosa più grave che ci possa essere; caso mai, deve rinunciare al mandato, dire: «ho paura di difenderti ». Non è simpatico, ma almeno è più corretto.

E invece, Rocco Ventre lo mettono dentro per favoreggiamento, perché ha comunicato quel che sapeva al suo cliente. E vorrei anche dire (e mi dispiace che siano fascisti) che nel caso di quell'avvocato che viene a sapere per un'indiscrezione del magistrato una determinata notizia, o si dimostra che lui era anche lontanamente consapevole che in base a questa notizia i suoi clienti avrebbero deciso di ammazzare il giudice Amato, e allora lo si imputa di concorso, o non sta in piedi l'accusa di favoreggiamento per aver comunicato una notizia che ha saputo. Se avessero, caso mai, imputato tutti e messo in galera il magistrato (ben più gravemente responsabile per l'indiscrezione, che costituiva di fatto violazione del segreto d'ufficio), processando a piede libero anche l'avvocato, sarebbe stato almeno più corretto. Questa breve divagazione dovrebbe dimostrare la difficilissima situazione in cui si svolge il compito della difesa oggi, a parte quanto ho già detto sull'art. 367, cioè sull'impossibilità di avere una visione globale.

Sta inoltre rischiando di verificarsi una fatto scandaloso: l'inchiesta del «7 aprile» è in piedi da quasi due anni. La seconda ondata (21 dicembre-24 gennaio), da oltre un anno. Sono stati raccolti 40 volumi di inchieste, per complessive 49.720 pagine. Il procuratore generale, di cui è stata depositata, insieme a tutte queste migliaia di pagine, la requisitoria di 155 pagine, ha avuto le carte, sembra, ai primi di ottobre, e ha avuto bisogno di due mesi e mezzo per stenderla, pur avendo seguito passo passo tutta l'istruttoria almeno da un anno. La requisitoria e gli atti erano pronti il 18 dicembre. Le cancellerie, solo per mettere ordine in questi fascicoli e fare l'indice hanno impiegato dal 18 dicembre al 23 gennaio. Per fare una copia di tutti gli atti, che costerà 10/12 milioni (ponendo quindi problemi drammatici) ci vorrà un mese e forse più. Io sto aspettando con curiosità quanto tempo ci daranno per esaminare finalmente gli atti, di cui non co­nosciamo nulla, perché siamo stati, di fatto, completamente estromessi (conosciamo solo quello che ha detto la stampa). L'art. 367 dice «gli fa noti gli elementi di prova esistenti contro di lui, e se non può derivarne pregiudizio all'istruzione, gli comunica le fonti»: ma appunto le fonti non ci sono state comunicate; molto spesso le contestazioni sono generiche; abbiamo la sensazione che tutta una serie di fatti siano affiorati dopo gli interrogatori dei nostri clienti (parlo dei miei, del 21 dicembre e 24 gennaio, interrogati subito dopo l'arresto), nel corso dell'istruttoria dei mesi successivi e non ce li abbiano contestati (mentre dovevano contestarceli). Non so quanto tempo ci daranno per esaminare gli atti e scrivere le memorie. Ho il dubbio che ci vogliano dare si e no un mese per fare le copie e venti giorni per fare le memorie, quando bisognerebbe invece cominciare a fare un lavoro fra le 50.000 pagine per capire quali sono le 500, o 1.000 o 3.000 che possono interessare per esempio me, quali altri, poi buttare giù le memorie, fare delle istanze istruttorie, perché la nostra attività durante l'istruttoria è stata zero. Abbiamo chiesto prove, ma non le hanno nemmeno prese in considerazione. Fra l'altro, andavamo al buio, perché non sapevamo, salvo che dagli interrogatori generici all'inizio, quali erano i fatti contestati ai nostri clienti.

Questo, per avere un'idea del livello a cui è arrivata la nostra situazione. A parte il fatto che, una volta applicato in questo caso questo modo di procedere, lo si può anche applicare ad altri casi, anche non politici.

 

c. c. Ci sono già ripercussioni anche in altra materia, a parte i processi in casi di terrorismo?

 

E. B. Non tutti i processi politici si riducono al «7 aprile» o ai processi all'autonomia padovana. Io, ormai dal 1953, seguo processi politico-sindacali. Prendiamo tuttavia quelli degli ultimi dieci anni: gran parte non sono in difesa di elementi dell'estrema sinistra, ma in difesa di operai, di sindacalisti, anche di attuali dirigenti di Camere del Lavoro. Tra il 1965 e il 1970, quando c'era un corteo, un blocco stradale, violenza privata, la polizia denunciava i sindacalisti, mentre poi ha cominciato per un certo periodo a denunciare il militante di Lotta continua o di altre organizzazioni extraparlamentari, poi l'autonomo padovano. Ma anche adesso continuo ad avere processi a operai di fabbrica e a sindacalisti. Con l'esperienza che ho in questo campo, non potrei dire che una determinata tendenza a comprendere quello che sta dietro alle battaglie sostenute, e quindi anche ad avere maggiore comprensione nell'affrontare casi del genere, sia completamente invertita. Tuttavia (e mi richiamo a quanto accennato prima sui mass-media, l'atteggiamento del movimento operaio, ecc.), si è dimostrato sempre, e adesso in particolare, che i processi che si svolgono nel vuoto, per intendersi, sono processi destinati a una condanna sicura. Non è tanto, o perlomeno non è solo, l'opera del difensore che può servire in questi processi, ma servono per esempio le prese di posizione, i manifesti, l'afflusso di gente al dibattimento; e questo, non per un'azione intimidatoria sul giudice, nient'affatto, ma, in primo luogo, perché queste cose riescono più della migliore parola del migliore avvocato di questo mondo a dare la dimensione sociale del problema e poi perché, come a negativo cosi anche a positivo, l'opinione pubblica, i mass-media, l'orientamento del movimento operaio hanno un'influenza enorme sui giudici. Il giudice, infatti, non è qualcosa di astratto dalla società in cui vive e quel pericolo del «salvataggio della Patria» di cui parlavo prima vale, se vuoi, in certo senso anche a positivo.

Il deterioramento, dunque, non si è ancora ripercosso, ma comincia a farsi sentire anche nei processi politico-sindacali, date le modifiche intervenute nel contesto politico più generale.

Nelle reazioni della gente comune agli avvenimenti, purtroppo tragici, che l'Italia vive da parecchio tempo, uno dei temi ricorrenti è quello di considerare, da un lato, le garanzie democratiche una specie di lusso che si può usare in momenti facili e che invece in momenti difficili è meglio accantonare; dall'altro lato, si arriva addirittura a considerare che si tratti di cose che non interessano il cittadino perbene. È la più grande sciocchezza, giacché il cittadino più dabbene di que­sto mondo può trovarsi - e facilmente si trova, specie in periodi turbinosi come questi - coinvolto per errore o per caso in una qualsiasi procedura (avrei decine di esempi da fornire). E avere a che fare con una giustizia che non dà garanzie è una cosa ovviamente grave per chi è responsabile (magari di qualcosa di meno di quello per cui è imputato), ma è in realtà pazzesco, gravissimo per chi, viceversa, non ha nulla da rimproverarsi. A volte si sente dire: «Chi ha la coscienza pulita può stare tranquillo». È vero esattamente il contrario. Chi ha infatti la coscienza sporca potrà pagare qualcosa di più, ma sempre per qualcosa che ha fatto, mentre chi non ha fatto nulla è sempre in perdita e non riceve neanche le scuse se, dopo sei mesi, otto mesi, un anno, due anni, viene assolto...

Su un altro punto è interessante vedere com'è la situazione giuridica dell'attuale processo. Mi limiterò a qualche breve cenno, per quanto riguarda la questione del processo del lavoro.

In questo caso, più che il problema «terrorismo», ha avuto e ha influenza, ai fini di un certo deterioramento di tutta una serie di conquiste fatte dai lavoratori, quel concetto di «salvataggio della Patria» di cui si diceva, il martellamento dei mass-media e, last but not least, le stesse posizioni delle organizzazioni dei lavoratori. È indubbio che, quando si parte con una linea che dice: «sacrifici - più serietà - più produttività», non ci si può stupire poi se per esempio la Cassazione, in materia di prescrizione, in materia di rivalutazione, in tutta una serie di materie, tende a rimangiarsi quello che si era conquistato nel corso degli anni.

Faccio un solo esempio. Nel 1966, la Corte Costituzionale aveva dichiarato costituzionalmente illegittimo un articolo del Codice Civile, quello in materia di prescrizione (estinzione di diritti per decorso del tempo senza che vengano reclamati: un istituto ovvio, altrimenti si potrebbe, per es., reclamare un credito sorto all'epoca di Napoleone Bonaparte...), nella misura in cui consentiva il decorso della prescrizione dei crediti di lavoro durante il rapporto di lavoro. Questo, naturalmente, rappresentava un notevole vantaggio per i lavoratori, ché altrimenti potevano chiedere sempre gli ultimi cinque anni rispetto al momento in cui si interrompeva la prescrizione con l'inizio di una causa, oppure almeno con una diffida. E, naturalmente, cosa succedeva? Che il datore di lavoro aveva tutto l'interesse a torchiare il dipendente, a non pagarlo, perché tanto, alla peggio, alla fine del rapporto, dopo venti anni, pagava gli ultimi cinque anni e gli altri passavano, come si usa dire, in cavalleria. Era una norma visibilmente vergognosa che la prescrizione decorresse nel corso del rapporto di lavoro: se ne era parlato infinite volte in convegni, controconvegni, proposte di legge, ecc. e il legislatore era rimasto latitante. A un certo momento è intervenuta la Corte Costituzionale. Siccome, però, questo ha comportato degli squilibri non indifferenti, specie nei bilanci soprattutto delle grandi aziende, piano piano la Cassazione e, entro certi limiti, la stessa Corte Costituzionale, hanno rimangiato questa decisione: e questo, da un punto di vista giuridico, è una cosa letteralmente pazzesca. Perché? Perché il principio è che quando una norma viene dichiarata costituzionalmente illegittima, dal giorno successivo alla pronunzia della Corte Costituzionale non esiste più, né è compito della magistratura rimpiazzarla.

Che cosa hanno fatto, viceversa? Si sono messi a interpretare che cosa volesse dire la Corte Costituzionale. Hanno detto: siccome la Corte Costituzionale in uno degli argomenti ha sostenuto che non era costituzionalmente legittimo che la prescrizione decorresse nel corso del rapporto di lavoro - di fatto perché il lavoratore si trovava in una posizione di debolezza, in quanto esposto alla possibilità di licenziamento -, poiché invece, con lo Statuto dei lavoratori si è introdotto un meccanismo (l'art. 18) per la reintegrazione nel posto di lavoro affidato a criteri oggettivi e a un elemento obiettivo esterno che è il giudice che valuta, spariva allora la minaccia del licenziamento, con il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato. L'interpretazione che si è data, allora, è stata che la Corte Costituzionale avesse voluto dire (cosa che viceversa non ha detto) che la norma era abrogata nella misura in cui consentiva il decorso della prescrizione durante il rapporto di lavoro nei casi in cui non c'era una garanzia di stabilità del posto di lavoro, o la garanzia di reintegrazione nell'ipotesi di licenziamento illegittimo. Si è quindi cominciato col dire, per esempio, che la sospensione del decorso della prescrizione durante il rapporto di lavoro non si applicava al Pubblico Impiego, dove c'era la stabilità del posto, e poi anche all'impiego privato, una volta entrato in vigore lo Statuto dei lavoratori, e quindi a decorrere da cinque anni dalla data di entrata in vigore dello Statuto stesso.

Ora, qui si tratta evidentemente di un enorme passo indietro, anche perché la stessa Corte di Cassazione di recente ha sostenuto che l'art. 18 non dà diritto alla reintegrazione di fatto, e cioè la sentenza del pretore che ordina la reintegrazione non è eseguibile coattivamente, ma al massimo dà diritto al fatto che si debba percepire la retribuzione, che è una cosa diversa. Di più: in un momento in cui, di fatto, dopo i 61 licenziati, si buttano fuori 23.000 operai dalla Fiat, si chiede di buttarne fuori altri 12.000 dalla Montedison, si profilano tutta una serie di licenziamenti per riduzione di personale, esclusi dalla garanzia dell'art. 18, voglio vedere chi e con quale faccia tosta possa venire a sostenere che oggi c'è ancora la possibilità di dire che il posto di lavoro è garantito e, quindi, il problema della minaccia di licenziamento come ritorsione all'azione giudiziale non esiste. Questo tanto più, se si tiene conto che tra quei 23.000 della Fiat c'è 1'80% delle cellule del PCI dei relativi settori, il 98% della cellula della LCR e c'è la gran massa di tutti gli attivisti di sinistra che hanno operato alla Fiat negli ultimi anni; il che vuol dire che, in realtà, il padrone oggi è di fatto in grado di usare l'arma della rappresaglia, magari nell'ambito di una riduzione del personale, oppure semplicemente col fatto che prima licenzia, poi magari paga, ma non reintegra nel posto di lavoro.

Intendiamoci. Queste posizioni della Cassazione sono, secondo me, così abnormi che ci sono dei giudici che resistono. Per esempio, alla pretura del lavoro di Venezia ci sono due giudici, uno dei quali applica, bon gré mal gré, la giurisprudenza della Cassazione e un altro, viceversa, che continua a ritenere che la sentenza della Corte Costituzionale sia pienamente operativa e quindi che la prescrizione non decorra durante il rapporto di lavoro. Il Tribunale di Venezia - Appello di lavoro - sinora si è mantenuto su una posizione simile al pretore di lavoro, cioè contrastante con la posizione della Cassazione. Ci sono, cioè, delle posizioni che resistono. Vi è però un indirizzo nettamente involutivo della giurisprudenza del lavoro, specialmente al livello di Cassazione, con una certa resistenza da parte di taluni pretori e di taluni Tribunali.

Genericamente, si può dire che da alcuni anni c'è una tendenza involutiva. E questa non è, secondo me, influenzata tanto dalla situazione del terrorismo, ecc., quanto dal concetto generale dell'«economia che si sfascia », della «necessità di intervenire per mettere ordine», dell'«assenteismo», del «costo del lavoro», ecc., e su questo ha un'incidenza enorme la linea politica delle organizzazioni sindacali. Con una linea d'austerità, non ci si può stupire, poi, se questa la applica anche la magistratura!

 

c. c. In che modo il terrorismo, quello vero, si avvantaggia per il suo re­clutamento delle retate di presunti terroristi «diffusi»?

 

E. B. È ovvio che non è facile rispondere, statisticamente. Secondo me, bisogna nettamente distinguere fra il «partito armato» e la violenza in genere (sia il cosiddetto terrorismo «diffuso», sia le varie forme di violenza).

Una cosa è chi ha stravolto il principio fondamentale dell'arte militare fissato da Clausewitz, che io credo sia ancora un pilastro: stravolgimento che avviene regolarmente tra i militari e i rivoluzionari e politici in genere con una deviazione militarista, i quali dimenticano che «la guerra non è altro che la politica portata avanti con altri mezzi». Se invece guardiamo alle azioni della violenza «diffusa», ad alcuni episodi anche sussunti nel processo dell'Autonomia di Padova dell'anno scorso, finito a luglio, si tratta sempre di «politica portata avanti con altri mezzi»: illegittimi, deprecabili, sbagliati (dal punto di vista del codice, dell'uomo medio, del rivoluzionario), ma è pur sempre un obiettivo politico quello che si persegue con un determinato mezzo. L'azione del «partito armato» invece è l'inverso, ed è la caratteristica deviazione dei militari, tanto è vero che il vecchio Clemenceau diceva che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari... Cioè: il discorso viene rovesciato e «la politica» diventa «la guerra portata avanti con altri mezzi»: si confonde, cioè, quello che può essere lo strumento di un determinato momento con l'obiettivo. E questa è una distinzione di fondo...

 

c. c. Che vale, però, più per i rivoluzionari che per il magistrato o l'uomo comune...

 

E. B. Ma è importante anche per il magistrato. A un certo momento, tutto il teorema di Calogero, e tutto il processo «7 aprile» con tutte le implicazioni possibili, su cosa si basa? Sulla concezione che c'è un unico sistema, planetario, al cui centro c'è Toni Negri, c'è l'Autonomia, e che tutto, in realtà, non è altro che un giuoco delle parti, diciamo. Si tratta, invece, di due cose diverse. E per affrontare un fenomeno, anche per combatterlo, bisogna capirlo.

Per quanto io segua ormai da anni i processi dell'Autonomia. non posso dire di essere un esperto sulla «produzione ideologica» dell' Autonomia stessa. Credo però si possa dire una cosa, pur con tutte le critiche da parte mia che, per quel poco che conosco, sono radicali nei confronti delle posizioni ideologiche dell'Autonomia più o meno organizzata o dei vari aspetti dell' Autonomia (che presentare come un tutto unico è una balla solenne): e cioè, che non si può negare che l'Autonomia esprima, malamente, o tenti di esprimere, delle situazioni di emarginazione, di rabbia, di voglia di reagire, di insoddisfazione arrivata a livelli di esasperazione per una situazione come quella italiana che, credo, non accontenti nessuno, neanche l'uomo medio. Tale esasperazione, emarginazione, rabbia, voglia indistinta di non accettare questo tipo di società, espressa in una determinata maniera, può essere una cosa; una volta che tu hai distrutto quell'area, senza sostituirla con qualche cosa che convogli positivamente, da un punto di vista ovviamente di trasformazione profonda della società, queste spinte, da che cosa può essere attratta? Dalle istituzioni, che sono poi quelle del terremoto, dello scandalo dei petroli, della Loockeed, ecc.? Evidentemente no. Dagli stessi partiti operai, che tali istituzioni si propongono, di fatto, di difendere? Ancora no. È ovvio che una parte non può che sentirsi attratta da chi si pone, come principio, quello di abbatterle, di trasformarle, di cambiarle (anche se, di fatto, finisce purtroppo per aiutarle, per rafforzarle, per farle stare in piedi) e la cui efficienza, diciamo così, è manifestata in determinate azioni militari. Tutto questo attacco, o questo mostruoso procedimento che è in corso da due anni non ha sicuramente aiutato la lotta contro il terrorismo. Del resto, i fatti hanno la testa più dura delle idee (mi pare lo dicesse Lenin, se non erro). Vivaddio! Negri sarà anche stato, come sostiene Calogero, il capo di tutto... però, in questi ultimi due anni, e proprio da quando è stato arrestato, da quando sono state fatte le ultime retate, sono avvenute le cose più sanguinose...

Tra l'altro, anche se non sulla base di dati di fatto precisi, io ho la sensazione che i brigatisti che si dichiarano tali, cioè gli appartenenti al «partito armato» che si dichiarano tali e che vengono arrestati in questo periodo, non abbiano origine dal movimento (salvo che in anni molto lontani). Invece, se ci rifletti e se è vera come a me pare vera la distinzione tra «partito armato» e «area dell' Autonomia» (anche dell' Autonomia violenta o delle violenze dell'Autonomia), per un anno l'opinione pubblica, e non solo questa ma anche le indagini, sono state deviate su una pista sbagliata, con tutte le conseguenze che questo ha e con tutte le implicazioni che si possono trarre da questo circa la domanda che ci si poneva agli inizi: perché si è fatto tutto questo, che significato ha, che funzione ha, in un disegno generale di precostituzione di strumenti giuridici, materiali e specialmente ideologici per attaccare la classe operaia, o determinate suoi componenti, o la sua forza e le espressioni di tale forza?

 

9 febbraio 1981

2 - L’esempio di Emanuele

(L’intervento al Convegno)

Parlando ai funerali di Emanuele Battain, il 24 agosto 2006, avevo concluso il mio breve discorso con l’auspicio che fosse possibile raccogliere e far conoscere la documentazione sul suo lungo lavoro di avvocato e militante, e avevo fatto appello alle tante autorità presenti per la concretizzazione di questo progetto [Riporto in appendice la trascrizione del mio intervento in quella occasione].

Non immaginavo certo che in pochi anni si sarebbe trovata una dignitosissima collocazione per l’archivio di Emanuele presso l’Iveser, e tantomeno che fosse possibile organizzare questo convegno, nonostante le molte difficoltà incontrate in questo periodo in Italia da tutte le iniziative culturali, specialmente se serie e non utilizzabili strumentalmente.

Il convegno giustamente vuole presentare all’esterno non solo l’archivio di Emanuele Battain, ma anche quelli di altri due avvocati veneziani, Gianni Milner e Luigi Scatturin, che furono suoi colleghi e amici, oltre a discutere vari problemi metodologici, e riportare diverse testimonianze. Sono stato colpito dai richiami alla figura eccezionale di Emanuele in alcuni dei primi interventi, tra cui quello di Mario Isnenghi, presidente dell’Iveser, e quello di Renato Alberini, presidente della Camera penale veneziana. Sapevo già che questa istituzione, insieme all’Ordine degli avvocati, aveva mantenuto l’impegno assunto al momento del funerale di Emanuele di contribuire alle spese per la sistemazione dell’archivio, ma non immaginavo che fosse intestato a lui un corso per la formazione etica dei giovani penalisti.

Cercherò quindi di ricostruire, per i tanti giovani avvocati che sono presenti in sala e che probabilmente non lo hanno conosciuto personalmente, le ragioni di tanta attenzione nei suoi confronti, un’attenzione di cui lui stesso si sarebbe probabilmente stupito, come sarebbe stato sorpreso il giorno dei funerali dal vedere presenti – nonostante la data – molti esponenti di tutte le sfumature della sinistra veneziana, con cui spesso aveva polemizzato senza peli sulla lingua: a partire dal sindaco, che era allora Massimo Cacciari, che volle presiedere la cerimonia e intervenne.

Premetto che nonostante la commozione e la stanchezza per il viaggio (ero arrivato direttamente da Lecce), avevo seguito con sorpresa quella sfilata di autorità tanto lontane da quell’avvocato rivoluzionario, marxista e libertario, a cui rendevano un omaggio imprevedibile.

Di Emanuele colpiva – ed è stata sottolineata da quasi tutti i discorsi pronunciati al suo funerale – l’assoluta coerenza tra le sue idee, le sue parole, le sue azioni. Una coerenza che può essere valutata a pieno solo al momento della morte, e che appare sempre più preziosa, soprattutto perché è diventata rarissima in chi partecipa alla vita politica.

Un’intera generazione – che è anche la mia e quella di Battain - era stata affascinata da Guevara, proprio perché “diceva quel che pensava e faceva quel che diceva”, per usare un’espressione di Eduardo Galeano; appariva sorprendente dopo decenni di menzogne socialdemocratiche o staliniane. Ma per Emanuele era naturale farlo, perché si riallacciava a un comportamento che era stato scontato alle origini del movimento operaio, e che si riscontrava infatti in moltissimi leader, da Lenin e Trotskij a Rosa Luxemburg e Gramsci, che pur tra le polemiche appassionate tenevano fermo il principio che “la verità è rivoluzionaria”.  Un principio che era progressivamente sparito in nome del “realismo” quando era stato necessario nascondere la brutalità del potere e il cinismo della collaborazione con l’avversario alle spalle della propria base sociale.

Ecco una delle ragioni per cui frequentando Battain si restava sorpresi da quella che poteva apparire ingenuità ai cinici, ma era un legame profondo con la tradizione migliore del movimento operaio.

Emanuele era nato il 3 febbraio del 1927, e aveva quindi conosciuto la dittatura fascista, la guerra, la Repubblica di Salò sorretta dall’occupazione nazista. Aveva maturato un atteggiamento antifascista e aveva partecipato alla resistenza collegandosi alle formazioni di Giustizia e Libertà, poi alla sinistra socialista che era forte nella Federazione giovanile del PSIUP nei primi anni del dopoguerra, dove aveva conosciuto Livio Maitan, di pochi anni più grande ma presto diventato un saldo punto di riferimento. Insieme avevano lasciato il partito socialista, che in quegli anni appariva (ed era) succube del PCI staliniano, sia pur passando per un errore di gioventù mai dimenticato o negato: la partecipazione brevissima al PSLI (che diventerà poi PSDI), che aveva motivato la scissione di Palazzo Barberini con un discorso apparentemente anticapitalista, oltre che fieramente avverso allo stalinismo.

Con Maitan e altri compagni di varie parti d’Italia Emanuele aveva incontrato in quegli anni le analisi politiche della Quarta Internazionale, di cui avevano costituito presto la sezione italiana, e di cui pubblicarono tenacemente, con il loro contributo di idee e di denaro, l’organo “Bandiera rossa”.

Emanuele condivise la scelta tattica della Quarta Internazionale negli anni Cinquanta, il cosiddetto “entrismo”, che riprendeva quella suggerita da Lenin ai comunisti britannici nel primo dopoguerra (l’entrata nel partito laburista in quanto maggior partito della classe operaia), e per questo si iscrisse al PCI, partecipando ai suoi dibattiti che soprattutto nel corso degli anni Sessanta divennero spesso roventi, sia su questioni internazionali (l’evidente crisi dello stalinismo, la repressione della rivoluzione ungherese, il conflitto URSS-Cina, la vittoria della rivoluzione cubana guidata da una direzione rivoluzionaria indipendente dal condizionamento sovietico), sia sulla rimessa in discussione della strategia seguita dal PCI in Italia che si manifestò dopo la morte di Togliatti dapprima con lo scontro tra Ingrao e Amendola, poi con la formazione del gruppo del Manifesto.

Sull’entrismo sono state diffuse molte interpretazioni malevole, ma proprio il comportamento di Emanuele Battain e la stima che egli seppe conquistare tra tanti militanti del PCI in quegli anni conferma che per lui, come per il suo (e mio) “maestro”, Livio Maitan, il significato prevalente non era certo quello di infilarsi negli organi direttivi per ottenere qualcosa, ma quello di collegarsi a quella parte notevole di base proletaria che nonostante la fede a volte cieca nei dirigenti, aveva un solido istinto di classe.

Quando l’ondata studentesca e operaia del 1968-1969 accelerò le contraddizioni nel PCI, ma rese anche evidente che diventava sempre più un freno alle lotte, Emanuele condivise la scelta di provare a costruire un’organizzazione rivoluzionaria indipendente. Ma cercò a lungo di mantenere i rapporti con le altre organizzazioni della “nuova sinistra”, spesso dirette da militanti usciti dal PCI in epoche diverse e in aspra lotta tra loro. Ho già accennato nella commemorazione che riporto di seguito che Emanuele era “quanto di meno settario si possa immaginare, si sentiva prima di tutto un militante del movimento operaio”. Per questo lo hanno stimato in tanti, non solo quelli più vicini a lui, ma di tutte le tendenze del movimento operaio, come ha ricordato un bel messaggio degli anarchici veneti della FAI.

Battain non riusciva a capire la grande frammentazione della “nuova sinistra”, e soprattutto che a lui fosse di fatto impedito di partecipare come avrebbe voluto ai nuovi raggruppamenti, perché gli si poneva come condizione la rottura con la Quarta Internazionale. E continuava ad avere la speranza di una ricomposizione, di un fronte comune della sinistra anticapitalistica: al punto che nel 1977, andò fiducioso a Bologna per seguire il “Convegno contro la repressione” (25/27 settembre) sperando che vi stesse rinascendo un nuovo ’68, mentre quel convegno segnò l'ultimo atto del movimento, e fu lacerato dai tentativi dell’Autonomia operaia di imporre la sua egemonia senza che si riuscisse a elaborare un programma e metodologie di lotta che permettessero la continuazione di quella esperienza.

Ma, naturalmente, quando fu necessario difese tutti quelli che venivano colpiti dalla repressione, o avevano bisogno di difesa legale nei confronti del padrone, tutti, anche quelli che avevano ripetuto vecchie menzogne staliniane nei confronti della sua organizzazione. E partecipò insieme a tanti avvocati di diverse tendenze della sinistra a grandi processi come quello detto del “7 aprile”, di cui parla ampiamente nell’intervista a “Critica comunista”, e a quello lunghissimo contro il Petrolchimico di Marghera.

Naturalmente molti di quelli che lo stimavano non conoscevano bene il suo itinerario politico, ma sapevano che era stato un difensore efficace e senza pregiudizi, e che nessuno lo aveva mai potuto accusare di ambizioni, di carrierismo, di interesse personale. Lo credo: aveva addirittura ritegno a chiedere di compensare il suo lavoro, al punto che una volta mi confessò che senza l’apporto della moglie Anita, professoressa di scienze, non sarebbe riuscito a mantenere la famiglia, dato che quel che entrava in cassa bastava appena a pagare la segretaria e le spese vive dello studio e degli spostamenti (dato che veniva chiamato a difendere compagni senza risorse non solo in tutto il Veneto, ma – come ho verificato di persona – perfino nella lontana Puglia).

E questo lo faceva con naturalezza. Non era un san Francesco d’Assisi o un san Martino che divide il mantello col povero: semplicemente si sentiva parte di un grande movimento, e aveva scrupolo a ricavare il minimo vantaggio dall’opera che prestava per convinzione profonda. D’altra parte non era una scelta puramente personale: lo stesso disinteresse l’ho incontrato altre volte, anche se sempre meno frequentemente.

Il riflesso di questa stima diffusa, anzi di una vera e propria popolarità di Emanuele, la si aveva camminando con lui per le calli di Venezia: ovunque a ogni passo veniva salutato con cordialità da qualcuno che aveva assistito, e anche da diversi colleghi, non sempre della sua stessa pasta (e di alcuni che non stimava molto tracciava per me subito dopo l’incontro casuale un quadretto vivacissimo con la sua ironia tagliente).

 

* * *

C’è un ultimo aspetto che vorrei ricordare di Emanuele: la lucidità politica. Ho un ricordo indelebile di molti suoi interventi acuti e problematici in riunioni nazionali della nostra piccola organizzazione, la LCR (Lega comunista rivoluzionaria), ma temo che tra le decine di migliaia di pagine di appunti manoscritti non sarà facile rintracciarne almeno una parte. Ma mi fa piacere di riprodurre un’intervista che gli feci io stesso nel 1981 per la rivista “Critica comunista”, di cui ero direttore, sulle trasformazioni in corso nella giustizia italiana. L’idea di intervistarlo era nata dopo aver ascoltato un suo intervento in una riunione della LCR. Rileggendola l’ho trovata ancora utile e anche, direi, profetica. Credo sia interessante per un giovane avvocato di oggi, ad esempio, scoprire che certi problemi erano già all’ordine del giorno trent’anni fa: la difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (contro il tentativo di annullarlo trasformando il reintegro in un semplice indennizzo senza riassunzione, come si è fatto ora a Melfi); le pericolose interpretazioni della Cassazione; le evidente divisioni nella magistratura; le inopportune intromissioni nelle vicende giudiziarie di un presidente pur stimato come Pertini, che Emanuele aveva conosciuto bene nel PSIUP; gli sconfinamenti di parte della magistratura in vicende politiche mal comprese, col rischio di creare “teoremi” campati in aria e di amalgamare fenomeni ben diversi tra loro, rafforzando involontariamente quel terrorismo che si voleva combattere. Ma rinvio alla lettura diretta di quell’intervista.

 

* * *

 

Un ultimo cenno alla possibile funzione degli archivi forensi: almeno quando raccolgono le tracce del lavoro di avvocati militanti come Emanuele Battain possono servire a ricostruire il quadro di un modo di funzionare del capitalismo italiano, che ha spadroneggiato per anni, e che ha portato l’Italia al dissesto, lasciando un bilancio catastrofico di disastri ambientali da risanare con le risorse pubbliche. Penso a quanto c’è voluto prima di arrivare a sentenze come quella su unaThissen Krupp che metteva in bilancio gli indennizzi per i probabili morti per mancanza di misure di sicurezza, o sull’Eternit che ha aspettato migliaia di morti tra i lavoratori e le popolazioni vicine allo stabilimento prima di ammettere l’esistenza di un pericolo; penso al Vajont, che prima della catastrofe aveva visto condannare la giornalista che aveva avvertito del pericolo, penso ai disastri ambientali provocati da Montedison, Enichem ecc. a Marghera. Tutte aziende che hanno avuto finanziamenti diretti e indiretti, e una totale copertura dagli organi dello Stato. Gli avvocati come Emanuele che hanno combattuto quelle battaglie si trovavano di fronte eserciti di principi del foro profumatamente pagati, ma hanno svolto un lavoro prezioso per noi, hanno realizzato una parte essenziale di quello che oggi si chiama “Audit cittadino”, per ricostruire dal basso la logica di una arroganza che ha distrutto l’Italia in nome del profitto.

Far conoscere questo loro lavoro non è solo il riconoscimento del loro impegno, è indispensabile per avviare una controffensiva perché paghi chi non ha mai pagato.

 

3 - Emanuele Battain

[Questa è una rielaborazione degli appunti che avevo preparato per la commemorazione del 24 agosto 2006: l'enorme afflusso di gente, che rendeva difficile restare a lungo nell'atrio di Ca' Farsetti senza soffocare, mi aveva spinto ad abbreviare in quell'occasione il mio intervento, di cui ho successivamente ripreso le linee generali.]

 

Ho incontrato per la prima volta Emanuele Battain all'inizio degli anni Sessanta, ma è dal 1968 che ho potuto conoscerlo e apprezzare meglio. In quell'anno il nostro rapporto si è stretto in primo luogo perché delle centinaia di compagni della sezione italiana della Quarta Internazionale eravamo rimasti in poche decine a resistere all'ondata maoista e/o spontaneista che aveva portato gli altri verso i più diversi lidi politici. Emanuele era amareggiato sia perché avrebbe mantenuto volentieri rapporti di collaborazione con molti compagni che continuava a stimare, e non aveva potuto farlo perché avevano posto la condizione che interrompesse il legame con la Quarta Internazionale, sia perché vedeva che la molla che aveva spinto quei militanti a lasciarci era l'adattamento alle pressioni dell'ambiente della nuova radicalizzazione giovanile, studentesca ma anche operaia, che era però diversa da città a città, e di fatto impediva anche a coloro che avevano ruoli dirigenti di primo piano nel loro territorio e un lungo passato in comune di coordinarsi e di lavorare per costruire un'organizzazione nazionale grande e radicata.

Emanuele era quanto di meno settario si possa immaginare, si sentiva prima di tutto un militante del movimento operaio: per questo in questi giorni lo hanno ricordato in tanti, non solo quelli più vicini a lui, di Bandiera Rossa o del PRC, ma di tutte le tendenze, come ha ricordato un bel messaggio degli anarchici veneti della FAI. Ma non aveva accettato di rompere con la Quarta Internazionale, che gli sembrava uno strumento ancora insostituibile per capire i processi in corso nel mondo, non scegliendo a caso un articolo qua o là, ma attraverso la discussione delle esperienze concrete dei suoi militanti in tanti paesi.

Come spesso diceva lo stesso Livio Maitan, solo di pochi anni più grande ma certo un punto di riferimento importante per Emanuele, la Quarta Internazionale era solo uno strumento, prezioso ma non insostituibile, se se ne trovava un altro migliore e più efficiente per realizzare gli stessi compiti. Ma certo non era convincente l'approdo di tanti compagni, da Venezia a Palermo, a un ottica tutta concentrata sulle possibilità di crescere adeguandosi alle condizioni locali, finendo - nonostante le migliori intenzioni - in una sorta di localismo.

Anche il nostro giudizio sul PCI, severo sulla sua strategia ma che non dimenticava la forza che gli derivava dalla sua tradizione e dal suo radicamento sociale, non era condiviso dalla "nuova sinistra" che in larga misura lo dava per spacciato, e lo stesso accadeva per quanto riguarda i sindacati, considerati "superati" e di cui fino al 1972 si sottovalutava la capacità di recupero e di attrazione sulle nuove leve operaie.

Ma oltre a trovarci sulla stessa lunghezza d'onda su questi atteggiamenti, con Emanuele ci legammo sempre più perché divenne il mio difensore in una serie di processi intentatimi a Bari, dove risiedevo e militavo. Venne diverse volte, sempre a sue spese perché sapeva che in pochissimi militanti, quasi tutti studenti, operai sottopagati e disoccupati, avevamo ingentissime spese per reggere la propaganda e l'agitazione in decine di fabbriche non solo a Bari ma nella relativamente vicina Taranto.

Aveva deciso di venire quando aveva saputo che gli avvocati del PCI (da cui ero uscito da poco) non volevano difendermi per settarismo. D'altra parte gli avvocati di area socialista volevano impormi una linea difensiva poco conveniente a un militante che non rinnegava il suo impegno pur respingendo le accuse infondate e pretestuose che gli venivano rivolte.

Una sua arringa mi è rimasta particolarmente impressa, e mi pare di risentire ancora le sue parole. Il caso era delicato: il 29 aprile del 1971, subito dopo un amnistia che aveva fatto cancellare una decina di processi pendenti nei miei confronti per le lotte del 1968 e 1969, fui fermato (con tanto di foto sul giornale locale) mentre stavo arrivando sul luogo in cui c'era stato un attacco poliziesco a un corteo spontaneo di lavoratrici della Standa, e fui denunciato per "radunata sediziosa" e "grida sediziose" in quanto presunto organizzatore del corteo (che non avevo fatto neppure in tempo a vedere da lontano). Solerti funzionari di PS avevano dichiarato che arringavo le ragazze della Standa con un megafono (che non avevo mai avuto).

Era chiaramente una montatura, ma difficile da "smontare", anche perché pochi giorni dopo ero stato espulso dalla CGIL, di cui ero dirigente provinciale, in una riunione a cui non fui neppure convocato, e senza che mi comunicassero almeno le accuse che mi venivano rivolte. Queste erano peraltro grottesche: la vera ragione dell'espulsione era aver promosso il 1° maggio un'assemblea "autoconvocata" nella sede della Camera del Lavoro, a cui avevano partecipato moltissimi lavoratori e parecchi dirigenti provinciali di vari sindacati, compresa la FIOM, non meno responsabili di me, ma "protetti" dai dirigenti nazionali di categoria. Il comunicato diffuso alla stampa naturalmente non faceva accenno a questo e mi definiva maoista e antisindacale, mentre non ero mai stato maoista, e avevo sempre militato nella CGIL, facendo molte tessere non solo al sindacato scuola di cui ero stato promotore a Bari, ma anche alla FIOM. Ma la cosa più grave era che nel comunicato, per giustificare l'espulsione, c'era anche un accenno al mio arresto di pochi giorni prima, che di fatto anticipava la mia condanna come "sedizioso"...

Emanuele trasformò il dibattimento in uno spettacolo, che fece accorrere, in un'aula in cui si discuteva una causa in sé del tutto marginale, molti curiosi. Dopo aver dimostrato che il gruppo "per l'Unità operaia" (era il nome con cui intervenivamo nelle lotte) non possedeva nessun megafono, e che, pur avendo prodotto centinaia di volantini (per alcuni dei quali ero stato anche denunciato), non ne aveva fatto neanche uno rivolto alla Standa, Battain disse al giudice che, in quanto esperto di cortei sindacali ("come avvocato difensore, ma anche come imputato"...), poteva ben dire che "assomigliano a tutto, meno che a una processione di educande". L'aula rideva e si riempiva di altri avvocati, giudici e anche poliziotti, che venivano a sentire questo insolito e sconosciuto avvocato che affermava con aria serafica di essere stato un imputato.

"Come si fa a distinguere dunque, proseguiva Emanuele, chi in un corteo lancia un grido e chi un altro? Signor presidente, conosco da molti anni il mio difeso, e ho l'onore di appartenere alla stessa organizzazione. L'accusa rivoltagli di aver gridato «Polizia venduta» è inverosimile. Il mio difeso è uno studioso rigoroso, uno storico, un marxista: come potrebbe stupirsi vedendo la polizia intervenire contro lavoratrici in sciopero? Si sarebbe stupito del contrario!" Ridevano tutti, compresi i poliziotti presenti, compresi alcuni di quelli che avevano organizzato la montatura.

Emanuele, con la sua ironia che rivelava l'attore dietro la toga dell'avvocato, proseguì dicendo che un simile grido poteva essere stato lanciato solo da qualche inesperta ragazza della Standa, stupita da quella carica immotivata. Ma le ragazze non erano imputate né imputabili, perché non erano più identificabili personalmente.

Il processo finì bene per quanto riguarda le accuse più gravi, ma il giudice (che poi avrebbe avuto un ruolo in "Magistratura democratica") spiegò a quattr'occhi a Battain che aveva preferito darmi 20 giorni con la condizionale per la partecipazione al corteo, che Emanuele stesso aveva definito rumoroso (insomma, una specie di condanna per "schiamazzi diurni", ironizzava Emanuele...). Il giudice sapeva bene che al corteo non c'ero neppure arrivato, ma con quella piccola condanna sperava di evitare un ricorso dell'accusa in Appello. E non si sbagliava.

Nel pomeriggio, in quella e in altre occasioni processuali, Emanuele volle fare con i giovani compagni operai e studenti che avevano aderito alla sezione della Quarta Internazionale a Bari, delle conversazioni (ma potrebbero essere definite vere e proprie lezioni) su come difendersi di fronte alla repressione e ai soprusi; mi pare di ricordare che ci dettasse alcune norme di "autodifesa legale". Ma ci spiegava anche semplicemente e in modo divertente il carattere di classe dello Stato... Sarebbe bello trovare qualche appunto di quell'attività, che credo sia stata realizzata anche in altre città, e pubblicarlo.

 

E qui veniamo al punto che mi sta più a cuore: Emanuele non aveva avuto tempo per scrivere le sue memorie. D'altra parte, probabilmente non ci aveva neppure pensato, per la sua proverbiale modestia. Eppure è molto importante conservare in altra forma la sua memoria.

Prima di tutto credo sia importante recuperare tutte le registrazioni delle sue arringhe, e salvarle dall'usura del tempo copiandole su CD da conservare sia in un possibile "Fondo Emanuele Battain" nel Centro Studi dedicato a Livio Maitan a Roma, sia nella struttura di Marghera dedicata alle lotte di quell'area, a cui Emanuele partecipò come militante e come avvocato. Ma dopo il primo "salvataggio" bisognerà scegliere cosa trascrivere, per farlo conoscere su scala più vasta con un volume (magari con CD allegato).

Più difficile il compito di esplorare e decifrare le decine di migliaia di pagine scritte nell'arco di molti decenni: sono moltissime, a volte su quaderni, più spesso sul retro di volantini. Partendo da quelle di riunioni a cui ho partecipato (come l'ultima di appena un mese prima della sua morte) e risalendo a quelle più importanti e drammatiche in cui pure ero presente, posso cominciare io stesso questo lavoro preliminare, che ha bisogno tuttavia di almeno un paio di borse di studio per impegnare per un anno o due qualche brillante laureando o laureato in storia, o in giurisprudenza per il lavoro di selezione e trascrizione degli appunti e delle arringhe.

La presenza alla commemorazione di Emanuele di tante autorità, dal sindaco ai presidenti dell'ordine degli avvocati e della camera penale, e di rappresentanti di partiti e di sindacati, rende non irrealistico questo progetto. Ma accanto e prima del lavoro di raccolta e selezione degli scritti di Emanuele, forse può essere utile cominciare a raccogliere in un libro tutte le testimonianze che i suoi moltissimi amici possono dare sulla sua opera e sulla sua umanità.

(Venezia 24 agosto 2006)