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Filograna. Un imprenditore salentino
Versione di lettura convertita dal file originale.
Ritratto di un imprenditore salentino (dispensa)
La resistibile ascesa di Antonio Filograna
Un libro agiografico e autobiografico, quindi, con l’immagine che l’imprenditore voleva dare di sé ai suoi dipendenti, dato che ad essi era destinato. Naturalmente viene accentuata l’immagine di un’infanzia e un’adolescenza povera e sacrificata, e viene fornita una prima chiave del suo successo: ha lavorato come apprendista in una bottega di calzolaio dai sette ai dodici anni , senza prendere un soldo di paga. Anzi sua madre doveva fare dei regali al “maestro” calzolaio Luigi Torsello, per “ringraziarlo” perché insegnava “l’arte” al discepolo. Il modello proposto ai dipendenti, dunque, è il sacrificio e la devozione, senza pretendere nulla, e anzi ringraziando…
D’altra parte Filograna ricorda il suo maestro Torsello non solo per l’abilità tecnica, ma anche per la capacità di trovare commesse (“produceva scarpe in serie per conto terzi, vale a dire per altri datori di lavoro”).
L’orario era pressoché senza limiti, soprattutto quando a dieci anni Filograna si convinse o fu convinto a lasciare la scuola (dove peraltro non aveva risultati eccellenti, anche per le frequenti assenze) e a recarsi fin dalle prime ore del mattino alla bottega di Torsello. Per un paio d’anni si trattava di iniziare alle cinque e mezzo del mattino restandovi fino a notte, poi dovette anticipare la sveglia alle tre, “e subito in bottega. Reddito zero”. Ma per incoraggiare i suoi dipendenti spiega che veniva ripagato “specializzandosi in tutte le fasi tecniche della lavorazione delle calzature, da quella di preparazione degli spaghi, alla cucitura, ai primi approcci del montaggio e della rifinitura.” Sottinteso: fate come me, e diventerete imprenditori.
Ma nel 1935, a quanto pare, questa situazione non soddisfaceva più Antonio Filograna, ormai dodicenne. Seppe che un medio calzaturiero di Casarano, Salvatore Nicolazzo, aveva bisogno di tre operai, perché “aveva vinto un concorso d’appalto governativo, doveva produrre scarpe per l’esercito”. Filograna si butta a capofitto, e, lavorando anche la notte, riesce a portare qualche lira a casa. Poi nel 1940 tenta la strada dell’emigrazione, agganciandosi a compaesani già inseriti a Milano. Scopre così nuove tecniche più moderne, ma decise anche di investire una parte dei guadagni (molto più consistenti di quelli mai raggiunti al paese) per frequentare la sera una scuola di taglio privata.
Quelle prime esperienze vengono interrotte dalla guerra. Sbandatosi come quasi tutti i soldati nel 1943, venne poi richiamato e spedito in Sicilia a dare la caccia al bandito Giuliano nel territorio di Montelepre. Un’anticipazione di quella utilizzazione dell’esercito per funzioni di polizia che si chiamerà poi “Vespri siciliani”.
Alla vigilia del Referendum istituzionale, mentre era in libera uscita nel centro di Palermo, vide “che l’intera banda Giuliano scorazzava per la città”, ed anzi osservò che si fermò nei centralissimi “Quattro Canti” a chiacchierare con un ufficiale della Celere. Gli parve assai strano, ed ebbe la sensazione di essere preso in giro. Ma quello che vide gli insegnò molte cose sull’importanza di un buon rapporto col potere politico. Appena congedato ritorna a Casarano, ancora sotto padrone. Entra in una ditta che aveva ampliato la sua attività in buona parte della provincia.
Così nell’ottobre 1947 comincia a produrre artigianalmente scarpe. Una dozzina nella prima settimana; una ragazza impiegata in un’azienda gliele rifinisce la sera con una macchina che lui non ha ancora, e le vende in una fiera di paese, con discreto successo..
Le prime scarpe erano “senza marca, senza nome, senza simbolo. Sembravano figlie di nessuno”. Ma il profitto era stato notevole: aveva investito diecimila lire, e ne aveva ricavato sedicimila e ottocento, con un guadagno netto di seimila e ottocento
Da allora il ritmo aumenta, sempre col solo aiuto di quella ragazza, che è stata sorpresa dal suo successo, e ha deciso di impegnarsi a fondo in quell’avventura. La seconda settimana le scarpe sono già ventiquattro. E dato che si vendono, prende due apprendisti. Non precisa se li pagava, o proponeva loro la stessa condizione che aveva conosciuta nella prima bottega di “mesciu Torsello”, ma solo che si cominciava alle quattro del mattino e “si smetteva (con l’intervallo dell’ora di pranzo) intorno alle ventidue o alle ventitré. A quell’ora gli apprendisti andavano a casa.” Di cena non si parla, e neppure se almeno il pranzo era stato offerto dal padrone…
Evidentemente l’allungamento illimitato e fuori da ogni possibile controllo dell’orario di lavoro di questi lavoratori, ovviamente senza che risultasse ai fini fiscali, dato che erano dipendenti di imprese concorrenti e ovviamente lavoravano in nero per Filograna sembra a questo padrone talmente lecito che ne parla lui stesso, salvo poi lamentare l’ostilità dei concorrenti che gli “mettevano, quando potevano, i bastoni tra le ruote”. Dopo aver proposto invano alle altre imprese del settore (che rifiutarono temendo che fosse un mezzo per fagocitarle) un’associazione che egli chiamava “cooperativa”, ma doveva essere piuttosto un “cartello” per fissare prezzi e quote di produzione e limitare la concorrenza, Filograna riuscì con vari mezzi a farne fallire diverse, rilevandone a volte i locali e le macchine, o anche solo alcuni operai e piazzisti per recuperarne i settori di mercato occupati in precedenza.
A meno di due anni dall’inizio, nel luglio 1949 deve prendere un nuovo locale, che presto diventa anch’esso stretto: nel 1953 costruisce un vero stabilimento sui 600 metri quadrati a acquistati in contrada Chiusura Grande, per contenere gli operai diventati già quaranta, e le macchine che è andato a comprare a Vigevano. All’inaugurazione, nell’aprile di quell’anno, intervengono il sindaco di quell’epoca e anche il vescovo di Nardò Corrado Ursi, di cui Filograna riporta commosso le parole del discorso augurale in cui esaltava la funzione sociale dell’imprenditore-benefattore: “era proprio come se avesse letto i miei pensieri”.
La partita difettosa era grossa: sessanta o settantamila paia di scarpe già consegnate all’estero, più una parte che era nelle mani di grossisti italiani. Filograna descrive minuziosamente quel che fece per salvare la sua “onorabilità”.
Press’a poco lo stesso avvenne con i clienti di oltre frontiera. Solo che in questo caso evitò di farle rientrare in Italia, e preferì rivendere le calzature sul posto a “rivenditori che si erano creati sbocchi di mercato in aree non nazionali”. Che vuol dire? Evidentemente che sapevano piazzare agli sventurati di qualche paese del terzo mondo o del “socialismo reale” quelle scarpe inservibili. Filograna se ne vanta, sostenendo che “anche in questo caso, dunque, il buon nome della Filanto era tutelato”; inoltre evitava “lo storno di valuta già incassata dagli istituti bancari a copertura del benestare all’export”, e ha il coraggio di lamentarsi che le scarpe difettose furono vendute a metà prezzo e in qualche caso con una decurtazione del 60% del prezzo inizialmente concordato. Si lamenta, ma dato che non servivano a niente, quelle scarpe venivano sempre pagate troppo, e quel che incassava Filograna era solo la percentuale datagli da chi le utilizzava per organizzare una truffa in qualche lontano paese.
Di errori nella produzione lo stesso Filograna ne desscrive almeno un altro: ad esempio, pochi mesi dopo il primo incidente, si rende conto che “si staccavano i coloranti sulla lissa, all’esterno dei tacchi. Forse anche in questo caso – ammette – si trattava di un errore nel quale eravamo incorsi per l’accelerazione dei tempi: ormai avevamo raggiunto stabilmente una produzione di 1.800 paia di scarpe al giorno”. Insieme alla moglie, racconta, passò le notti in fabbrica a correggere “personalmente le scarpe imperfette”, sperimentando empiricamente una nuova miscelazione degli “elementi chimici di base del colorante”. Riuscì a evitare in tempo la catastrofe, bloccando con durezza i fornitori che avevano saputo la notizia e si preoccupavano della sua solvibilità. E a quel punto pensò di ricorrere alla chiesa per avere un solenne avallo:
Corrado Ursi era proprio il vescovo che aveva benedetto la prima fabbrica, ed ora era stato promosso cardinale: cosa c’era di meglio per mettere in fuga le voci malevole, soprattutto dei concorrenti che aveva portato al fallimento impossessandosi del loro pezzo di mercato e dei migliori operai? Per giunta il discorso del cardinale Ursi fu quello che ci voleva, per trasformare in un’apoteosi la “stupenda cerimonia, alla quale presero parte le autorità civili e religiose, tutti i miei dipendenti, insieme con le loro famiglie, i numerosi amici che avevo”.
Così, incoraggiato e coperto dal cardinale, che “ha gettato un nuovo seme” nel suo cuore, Filograna continua la sua ascesa. Nel 1970 raggiunge le 2.000 paia al giorno, nel 1973 le 4.000, e poi punta a creare nuovi stabilimenti in zone in cui gli amministratori locali gli offrono il massimo di facilitazioni, appoggio e copertura. In particolare sviluppa a Patù un grande stabilimento, la PANFIL (Patù Antonio FILograna…) concepito per raggiungere la quota di 15.000 paia al giorno. La PANFIL peraltro, per evidenti ragioni fiscali, si chiama aveva come ragione sociale “Panfil-Winnetou”, con sede legale… nel Liechtenstein!
La scelta di Patù è in parte una ritorsione verso il comune di Casarano che ha respinto o meglio ridimensionato un progetto di ampliamento, in parte è legata alla concessione di un’area vastissima, e anche all’esistenza di legami profondi di amicizia e di affari con alcuni notabili locali, tra cui Luigi Puce, che lo presentano al sindaco della cittadina, con cui strinse subito “vincoli di amicizia”. Ma anche a un’altra ragione:
Appendice:
Si riportano stralci dell’inchiesta sulla condizione operaia nel Basso Salento svolta nei primi mesi del 2000 da un gruppo di studenti collegati alla cattedra di Storia del movimento operaio, e dal Circolo Universitario del PRC di Lecce, insieme a diversi operaie e operai di Casarano, Castrignano, Patù, Taurisano, ecc. Il lavoro è collettivo e quindi non firmato.
Un accordo vergognoso per la Filanto
Il 29 gennaio, nel corso di un’assemblea chiaramente preelettorale tenutasi nell’auditorio comunale di Casarano, dai discorsi di sindacalisti e politicanti sembrava che l'accordo con Filograna fosse ancora da definire. Filograna, si è detto, dovrebbe impegnarsi a garantire un posto di lavoro in piccole imprese, esterne alla Filanto, a tutti i suoi lavoratori cassintegrati. In realtà un accordo c’è, ed è stato firmato il 13 luglio 1999 sia dai rappresentanti nazionali di FILTA CISL, FILTEA CGIL E UILTA UIL (Stefano Ruvolo, Daniele Quiriconi e pasquale Rossetti), sia da quelli delle segreterie territoriali degli stessi sindacati (Ivan Pantaleo, Antonio Campoverde, Teresa Bellanova e Franco Nastrini) e non prevede nessuna soluzione concreta e stabile al problema dell’occupazione.
Prima di tutto dei sindacalisti con un minimo di rispetto per i lavoratori non avrebbero dovuto firmare un documento che nel preambolo accoglie e fa sue le bugie di Filograna. Infatti si dice che l’andamento negativo della Filanto sarebbe dovuto a fattori oggettivi: l’azienda sarebbe stata colpita da una “erosione della propria competitività per effetto […] della sempre maggiore concorrenza subita da parte dei paesi del Far East”. Ma chi ha portato i macchinari e avviato aziende più o meno regolari nel “Far East” (dietro l’espressione inglese si nasconde in primo luogo l’Albania…) se non lo stesso Filograna?
Poi il documento riporta tra i fattori oggettivi che determinerebbero la crisi il “mutamento della composizione e del livello del costo lavoro”, naturalmente perché sarebbero diventate insufficienti le sovvenzioni statali. Che strano, ogni provvedimento governativo negli ultimi anni ha sempre diminuito gli “oneri contributivi” per i poveri padroni. Ma evidentemente a Filograna non basta.
Quindi ha “dovuto” avviare “un programma di riorganizzazione ben definito” (Quale? Perché non si precisa cosa vuole ottenere?), per il “recupero della competitività”.
L’azienda, afferma l’accordo firmato dai sindacati confederali, non un documento privato di Filograna, “deve” impostare “un piano di investimenti e di marketing” per una migliore commercializzazione (in proprio e non in conto terzi), e quindi deve sbarazzarsi di una parte notevole degli operai che hanno creato la ricchezza dell’azienda.
Il testo dell’accordo naturalmente non dice “sbarazzarsi”, ma parla di “interventi per la riqualificazione delle risorse umane”, frase che vuol dire che i lavoratori eccedenti dovranno essere mandati a riqualificarsi fuori dell’azienda.
Per rendere più gradevole ai sindacati questa pillola amara (per i lavoratori, che comunque con le loro tessere e trattenute pagano lo stipendio ai burocrati confederali), l’accordo afferma che “gli interventi di riorganizzazione verranno predisposti in un quadro che intende privilegiare gli aspetti di concertazione e partecipazione, riconoscendo la centralità delle risorse umane e l’opportunità di coordinare l’azione con la crescita e il consolidamento del distretto calzaturiero leccese, attraverso sinergie organizzative, gestionali e produttive con le aziende locali”. Sfrondato del linguaggio mistificato del sindacalese, questa frase vuol dire che Filograna consulterà i sindacati confederali (la “concertazione”), per far passare le “sinergie” con le aziende locali a cui proporrà i lavoratori di cui si sbarazza.
Un processo alle intenzioni? Tutt’altro. Vediamo cosa “si conviene” dopo questo bel preambolo.
Il testo successivo, firmato senza battere ciglio da quei sindacalisti che abbiamo nominato, afferma che “le parti convengono sulla necessità di adottare un sistema costante di relazioni industriali, in grado di accompagnare il processo di riorganizzazione, per il risanamento e il recupero in termini di competitività dell’azienda”. Cioè, ci metteremo d’accordo come abbiamo fatto finora (da quando Filograna ha scoperto che era meglio lasciar entrare in fabbrica certi sindacati) per definire come l’azienda effettuerà il “recupero di competitività”. Della salvaguardia dei lavoratori, nemmeno una parola. Al contrario subito dopo si precisa che il “piano di riorganizzazione” consiste nella “esternalizzazione di alcune fasi produttive (taglio, orlatura, scatolificio, fustellificio, solettificio e componentistica), attraverso l’individuazione di società” operanti in zona, di cui si dice che dovrebbero rispettare “la normativa legislativa e contrattuale di riferimento”. Ma come potrebbe guadagnarci la Filanto, che tale normativa rispetta solo in parte, se “esternalizzasse (cioè mandasse fuori fabbrica tutte quelle lavorazioni) ad aziende che rispettassero veramente tutte le norme? E chi controllerà? Quei sindacati tanto accondiscendenti?
Siamo sospettosi? Vediamo che impegni prende la Filanto per i lavoratori “eventualmente coinvolti nel processo di esternalizzazione” (nel quadro del processo di riorganizzazione, di cui si precisa a questo punto che avrà la durata di un biennio), qualora “l’azienda interessata al riassorbimento non rispetti quanto previsto dal punto precedente”. Forse li richiamerà in fabbrica? Macché! La.Filanto “si impegna a favorire e promuovere la ricollocazione presso altre aziende”… Grazie, che sforzo!
Ma Filograna, con tanto di firma sindacale, prevede altre misure “per garantire una gestione non traumatica del processo di riorganizzazione”.
Prima di tutto il blocco del turn over, cioè nessuna assunzione per reintegrare gli operai che vanno in pensione o trovano un altro lavoro. Addio speranze di lavoro per i tanti disoccupati o giovani in attesa di prima occupazione.
Poi si parla di ricorso alla cosiddetta “autoimprenditorialità” (chiamata come al solito anche con la parola inglese “outsourcing”, che appare misteriosa e meno urtante), ma che consiste nell’incoraggiare ad arrangiarsi i “lavoratori interessati dal processo di riorganizzazione” (cioè buttati fuori dalla fabbrica). La Filanto non prende, come al solito, impegni precisi, ma “considera l’opportunità di favorire nuove ed alternative forme di occupazione”, rinviando il tutto al “tavolo locale” di concertazione, di cui si parla alla fine dell’accordo, auspicando che fornisca “strumenti di incentivazione e supporto”. Filograna non fornirà nulla, naturalmente, tranne nel caso gli “strumenti di incentivazione” siano tali che qualcuna delle microaziende familiari sia in grado di fornire, grazie al contributo pubblico e all’autosfruttamento del gruppo familiare qualche parte del prodotto alla Filanto (ma questo non lo dice).
Più concreta la parte sulla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria: durerà (salvo proroghe) due anni, e passerà dalle 600 unità già coinvolte fino a un massimo di 1050 unità. La CIGS sarà a zero ore, e prevede una rotazione, ma solo “compatibilmente con le esigenze tecnico-produttive”, su cui decide solo Filograna.
L’ultima parte dell’accordo prevede la costituzione del famoso “tavolo” che avrà sede presso il comune di Casarano con la partecipazione dei sindacati confederali, delle organizzazioni imprenditoriali, dell’azienda, della provincia e della regione, con la benedizione del Ministero del Lavoro. Un bel carrozzone.
L’accordo, già aggiornato in un nuovo incontro, accetta quindi scandalosamente le ipocrite affermazioni di Filograna sulle cause “oggettive” della smobilitazione dello stabilimento, senza ottenere in cambio il minimo impegno per la salvaguardia dell’occupazione. Che spudoratezza quella di chi ha organizzato il convegno del 29 gennaio con la parola d’ordine: “Filanto, non un posto di lavoro in meno nel Salento”, per ingannare ancora i lavoratori a nome dei quali ha firmato un simile accordo!
Relazione su due incontri con lavoratori della Filanto
(13/2 e 24/12/2000)
Le condizioni di lavoro
Prima di tutto, non ci sono dubbi che la crisi è stata provocata artificialmente per smantellare la produzione controllabile. Anche se i controlli della finanza o dell’ispettorato del lavoro sono sempre stati preannunciati, tanto è vero che un sabato che dovevamo lavorare, ci hanno detto di non venire più perché doveva arrivare un’ispezione, e altre volte hanno fatto andare a casa gli apprendisti, perché non si vedesse che lavoravano alla linea, che sarebbe vietato.
Gli straordinari ora si fanno meno, perché sarebbe scandaloso, ma si fanno lo stesso solo che non tanto il sabato, quanto allungando l’orario a fine turno. Per questo Filograna non vuole i pullman, ma obbliga a venire a lavorare in macchina, altrimenti li si vedrebbe arrivare pieni e partire mezzi vuoti. Infatti anche adesso che c’è la crisi e la maggioranza degli operai sono fuori, quelli che stanno dentro si sono rassegnati a lavorare mezz’ora al giorno dopo la fine dell’orario senza essere pagati e quindi senza che figuri, ma con la promessa che ad agosto avranno più ferie. [un altro operaio commenta: “vedrete come ve le daranno lunghe, le ferie”, per sottolineare che con un padrone così nessuna promessa verbale sarà mantenuta, e che molti di quelli che stando dentro credono di essere garantiti, possono finire fuori anche loro NdR]
Ora che ci sono tanti in CIGS e la paura del licenziamento è aumentata (ma c’è sempre stata, perché ad esempio un paio d’anni fa un operaio fu aggredito da un capo, reagì spingendolo via e poi si trovarono i testimoni che dissero che era stato lui ad alzare le mani e fu licenziato), quasi nessuno ha il coraggio di restare a casa quando sta male. Anche prima, dopo pochi giorni di malattia quando tornavi non trovavi più il tuo posto e ti mettevano a fare una lavorazione più pesante o nociva, e che comunque non conoscevi, e quindi eri in difficoltà. E se andavi a parlare col sindacalista della FILTEA-CGIL [il lavoratore ha fatto anche il nome, che non riportiamo qui, NdR] per chiedere un avvocato, ti dicevano che non era il caso.
Anche per andare al bagno, delle volte, ti facevano aspettare e ora è ancora peggio.
Ambiente e inquinamento
Alla Filanto ci sono sempre stati molti reparti inquinanti (un altro dice: “tutti”) con prodotti tossici di cui non conosciamo i componenti e soprattutto gli effetti. Non ci sono protezioni. Se uno si sente male non ha speranza. Uno che stava a un raschiatore con l’aspiratore rotto che gli provocava nausea per quello che doveva respirare, e protestò col capo, chiedendo che lo riparassero o lo cambiassero, ma il capo gli diceva “tu là devi morire”. Quando si è messo in malattia con un certificato per dieci giorni, gli hanno mandato la visita fiscale, che lo ha fatto tornare subito…alla stessa macchina rotta. Poi siccome vomitava ha provato un’altra volta, ed è successo lo stesso. Allora non gli rimase che fare sempre più errori (“imbrogliando le scarpe”), finché si sono decisi a spostarlo di posto. Ma ora, un po’ per la paura che hanno gli operai di essere messi sulla lista di quelli da eliminare, un po’ perché i medici della mutua hanno avuto pressioni, anche di politici della zona legati a Filograna, davvero non ci si può più ammalare.
Uno degli stabilimenti decentrati ha avuto per anni un capannone coperto con un ondulato di plastica che si poteva toccare alzando un braccio, in cui ovviamente si gelava d’inverno e si moriva di caldo l’estate. Alcuni portano documentazione sulle malattie professionali (poi non riconosciute), che non riportiamo perché sarebbe più facile l’identificazione di chi ha partecipato alle prime riunioni. Sarà possibile farlo appena ci saranno abbastanza operai per poter uscire già allo scoperto. Gli operai della FIAT di Lecce presenti all’incontro, portando la loro esperienza (e mettendo a disposizione i loro avvocati) suggeriscono che perfino le cause legali è meglio rinviarle a quando ci saranno tanti operai da allettare gli avvocati a portarle avanti seriamente, resistendo alle “tentazioni”. Infatti, dato lo strapotere di Filograna in tutta la zona, molti temono che potrebbero essere comprati se si trattasse di qualche operaio isolato, mentre quando verranno allo scoperto tutti quelli che hanno capito la strada della lotta e dell’autorganizzazione, saranno di più gli avvocati disposti a impegnarsi e a resistere alle lusinghe del padrone e dei tanti suoi “amici politici”.
D’altra parte le fabbriche di Filograna e soprattutto quelle dove sono state portate le produzioni “esternalizzate”, inquinano anche fuori, e non si sa dove vengono smaltiti i residui, che sono quasi sempre tossici. Un’operaia di una piccola fabbrica ha visto bruciare con fumi terribili dei residui del settore calzaturiero in Contrada Cupelle tra Ugento e Melissano, ma dopo breve discussione risulta che non ci sono prove se venivano proprio dalla Filanto. Certo che l’assenza di controlli c’è in tutta la zona e in tutto il settore.
Soprattutto già da anni alcuni capireparto, e alcuni lecchini ed anche una bella ragazza che era la pupilla del padrone, hanno aperto piccole fabbriche in qualche capannone, o hanno avviato produzioni a domicilio su base prevalentemente familiare. E lì di controlli proprio non se ne parla.
Il lavoro sommerso o sotterrato
Già da prima dell’annuncio della “crisi” e della ristrutturazione molte lavorazioni erano state mandate fuori, a fabbrichette clandestine e lavorazioni a domicilio. Ogni tanto qualche macchina usciva dallo stabilimento per essere istallata in qualche garage (a meno che fosse imballata molto bene, cosa che voleva dire che doveva fare un viaggio molto lungo, in nave, fino all’Albania o a un altro paese). D’altra parte la “modernizzazione” di Filograna punta a fare come Benetton, che dà tutto il lavoro fuori, affida le macchine e fornisce i programmi con i disegni dei tessuti. Anche in Italia, non solo in Turchia, così sfrutta il lavoro dei bambini.
Filograna fa poi una specie di gioco dei “quattro cantoni”, chiudendo una fabbrica qui e promettendone un’altra lì. Prima ha chiuso la Filanto di Patù, quando dopo vent’anni sono finiti o si sono ridotti contributi dello Stato, ora promette di aprirne una nuova sempre da quelle parti, e intanto ha chiuso la Filanto Boys a Casarano, ma soprattutto dice di voler fare tornare al paese di residenza una parte dei lavoratori, e non come operai, ma con l’illusione di essere “padroncini” (che lavorano più degli altri sfruttandosi da soli e sfruttando la famiglia). Filograna la chiama “autoimprenditorialità”, ma sono solo prestanome e saranno più sfruttati che sotto padrone diretto, se no perderanno la commessa. Li sta mettendo in concorrenza l’uno con l’altro.
Che sindacato?
A una domanda di un operaio di un’altra realtà (Lecce) se è stata mai eletta la RSU (rappresentanza sindacale unitaria) anche perché l’accordo è stato firmato dalle segreterie provinciali FILTA CISL, FILTEA CGIL E UILTA UIL “insieme alle RSA”, tutti rispondono che non hanno mai votato nessuno, e che “se la sono eletta loro”, cioè padrone e sindacati.
La situazione dopo l’entrata dei sindacati confederali in fabbrica, non ha cambiato molto rispetto a quando sulla Filanto stava scritto “Qui il sindacato non entra”. Inoltre quando per la prima volta alcuni provarono a organizzarsi, furono tutti perseguitati, per esempio mandando a lavorare a Patù (vicino a Capo Santa Maria di Leuca) chi era di Casarano o di paesi più a nord, e viceversa.
L’entrata della CGIL è stata non a caso contemporanea a una “conversione” di Filograna con l’avvicinamento alla “sinistra”, cioè l’appoggio a un sindaco diessino, le visite di D’Alema (e le cene, le gite in barca con lui, ecc.). Comunque Filograna aveva fatto entrare anche un sindacato di destra, e lo mantiene, così gioca su due tavoli, e i sindacalisti confederali sono ricattati: sanno che come sono entrati, possono anche uscire, e siccome ricavano un bel po’ di milioni dalle trattenute stanno molto attenti a non dare fastidio. Non solo il testo dell’accordo fa sue tutte le bugie di Filograna, ma poi a lui non basta e ritarda la firma per ottenere di più. E intanto sindacati così accondiscendenti non solo non fanno nessuna lotta (neppure ci pensano) ma non aiutano neppure i lavoratori a conoscere i loro diritti. Anzi nelle assemblee i sindacalisti dicono sempre: “dobbiamo aiutare il povero Filograna a mantenere i posti di lavoro”. E dei poveri lavoratori non parlano.
La situazione per quanto riguarda i diritti dei lavoratori è sempre stata catastrofica. Ad esempio quando a un operaio che ha avuto un infortunio danno una carta gialla che dovrebbe portare in amministrazione per avere l’integrazione rispetto a quanto ha pagato l’INAIL, molti non capiscono di che si tratta (alcuni non sanno quasi leggere) e quindi non ci vanno, e non ricevono i soldi spettanti. Alcuni pensano che in questi casi ne approfittano in amministrazione (infatti anni fa licenziarono tre impiegati che si erano appropriati di denaro che dovevano agli operai, anche se pare che poi li hanno riassunti e destinati ad altri stabilimenti di Filograna). Altri pensano che in genere è lo stesso padrone a incassare quei soldi, che in caso di assenze prolungate sono parecchi, ma è difficile provarlo. Un operaio precisa che questi casi sono precedenti all’arrivo del sindacato, perché ora i lavoratori hanno imparato a che serve la carta gialla, ma un altro gli risponde che hanno imparato da soli, e non per merito dei sindacalisti.
Il sindacato, se fosse veramente dalla parte degli operai, dovrebbe spiegare queste cose. Ad esempio, dei presenti alle prime due riunioni, nessuno ha mai ricevuto il contratto e uno non sapeva neppure cos’era.
Il rancore contro il sindacato, sentito come filopadronale anche per come è stato praticamente imposto ai lavoratori dopo anni in cui era tenuto fuori, è grandissimo. Uno degli operai dice che le cose sono addirittura peggiorate dopo la “sindacalizzazione”, perché prima poteva pulire le macchine prima delle 16 senza nascondersi. Magari il direttore lo rimproverava, ma poi lo lasciava fare, perché capiva che doveva andarsene in fretta alla fine dell’orario. Dopo l’entrata del sindacato non si è potuto più farlo.
La mancanza di informazione sui diritti ha portato perfino a casi in cui la cassa integrazione è stata notificata a chi era in malattia, interrompendola, mentre casomai era la malattia che poteva sospendere la cassa integrazione.
Anche i criteri per la mobilità sono arbitrari: il padrone aveva detto che sarebbero state protette le famiglie monoreddito, ma invece ce ne sono tante di lavoratrici in questa condizione finite fuori, mentre ci sono casi in cui in fabbrica sono rimasti marito, moglie … e amante. E la cassa integrazione è pagata con molto ritardo, cosa che per chi non ha altri redditi è una tragedia. A Filograna comunque i soldi non bastano mai: è arrivato al punto da trattenersi la cassintegrazione degli operai per un tempo necessario da far aumentare i suoi interessi (non è una novità, è una pratica che usa ogni mese anche con gli stipendi degli operai, da quando ha aperto la fabbrica, 40 anni fa). Addirittura circa 50 operai che si sono licenziati tra il 1999 e il 2000, chiedendo la liquidazione se la sono vista pagare a rate – cosa che è prevista solo in caso do fallimento della fabbrica, ma Filograna non si è dichiarato fallito.
Una nota di colore: un’operaia racconta che quando Filograna convoca i lavoratori per una “spiega” a fine orario (che può durare anche due ore, naturalmente non pagate, ma obbligatorie) parla di tutto. Una volta si è messo a dire che le operaie devono convincere i mariti a usare il “cappuccio” (cioè il preservativo), e ha detto che denuncerà tutti ginecologi della provincia se tante lavoratrici continuano ad andare in maternità.
Tutti concordano sulla necessità di rivedersi dopo aver fatto circolare questo piccolo verbale e anche il commento all’accordo ma hanno chiesto di vedere prima il verbale, per cambiare qualche cosa ed evitare che qualche spia possa identificare chi ha fornito le notizie. Bisogna muoversi con prudenza, per il regime di terrore, ma muoversi, se no tanto si finisce stritolati lo stesso.
1 Intervista ad un imprenditore del Salento. Antonio Filograna, a cura di Aldo Bello, edizioni Tipografia Matino, s.d.
2 Ivi, p. 38.
3 Ivi, p. 40-41.
4 Filograna precisa nell’intervista a Bello che “intorno alla mezzanotte del 14 dicembre”, il giorno che precedeva le nozze, si rese conto che c’erano ancora delle scarpe da finire. Pregò allora (era mezzanotte!) “alcune dipendenti di tornare la mattina seguente alle quattro, per completare l’intero stock. In questo modo saremmo stati tutti liberi per la cerimonia”, il banchetto e il ballo, che per tradizione cominciavano alle 18 e finivano alle 23. Ivi, pp.76-77.
5 Ivi, p. 64.
6 Ivi, p.67.
7 Ivi, p. 97.
8 Luigi Renna, L’imprenditore padrone. Rapporto sulla repressione antisindacale nel Basso Salento, Milella, Lecce, 1986, passim, riporta numerosi casi si interventi di autorità locali e parroci per far ritirare la delega al sindacato.
9 Intervista a un imprenditore, cit., pp. 98-101.
10 Ivi, p. 105.
11 Ivi, p. 156. I due corsivi sono miei, per sottolineare il termine estemporanei, eufemismo per mercato “mordi e fuggi”, ovviamente affidati ai “magliari” definiti blocchisti napoletani… I “sottomercati” non erano solo esteri: a chi scrive capitò di acquistare un bel paio di scarpe fiammanti al mercato di Lecce, e di vedere in pochi giorni staccarsi la suola, che era stata trattata con qualche prodotto chimico che rese vani gli sforzi di un pazientissimo vecchio ciabattino, che non riuscì a riattaccarla in nessun modo.
12 Ivi, p. 161.
13 Ivi, p. 166.
14 Ibidem.
15 Ivi, p. 187.
16 Cfr. anche: Luigi Renna, Eugenio Romano, Il caso Panfil. Storia di una sconfitta (?) annunciata, s.d. (ma 1987), tipogr. Graphosette, Taviano, e Luigi Renna, Sviluppo economico e relazioni industriali nel Basso Salento, Capone, Lecce, 1984.
17 Luigi Renna, L’imprenditore padrone, cit. pp 39-49 e passim. .
I racconti degli operai sono presentati in forma discorsiva, ed eliminando alcuni particolari per rendere impossibile l’identificazione. I commenti della redazione di “Inchiesta operaia” sono tra parentesi quadre […].