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Moro - il dibattito sul Fronte Unico

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 8 settembre 2014 · 54 min di lettura

Uno scritto del "Moro" per i "Testi di lotta" di Izquierda anticapitalista, presenta il dibattito sul Fronte Unico nei primi quattro congressi dell'Internazionale comunista

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Miguel Romero

L’ORIGINE DELLA POLITICA

DI FRONTE UNICO

Dibattiti strategici

nell’Internazionale Comunista1

PRESENTAZIONE

Ecco uno scritto inedito che Miguel Romero mi affidò alcuni anni fa e che affronta uno dei problemi capitali della strategia rivoluzionaria nei paesi capitalistici sviluppati (una tematica già brillantemente affrontata in un altro “Testo di Lotta” da François Sabado)2. Debbo confessare, vergognandomene un po’, che a causa di impellenze legate all’attività militante e di altre priorità nella nostra politica editoriale, il testo dattiloscritto che qui trascriviamo, base di corsi tenuti da Moro all’Istituto Internazionale di Ricerca e Formazione (IRE) di Amsterdam, è restato diversi anni nel cassetto, in attesa di una formula opportuna per la sua pubblicazione (come presentazione di una raccolta di testi, come parte di un’antologia, come testo monografico…). Alla fine, su proposta di un’altra figura leggendaria del nostro movimento, Daniel Pereyra, vedrà la luce nel formato di “Testo di lotta” per soddisfare, in prima istanza, le esigenze di formazione di uno dei raggruppamenti di base di Izquierda Anticapitalista [Sinistra anticapitalista] di Madrid. Verrà sicuramente utilizzato anche in altri ambiti e ad altre latitudini per la sua qualità e la sua precisione espositiva, così tipica di Miguel, e per l’attualità straordinaria dei suoi contenuti, di fronte all’ascesa della reazione e dell’offensiva capitalista in atto.

Ci auguriamo che questa pubblicazione tardiva – purtroppo, in politica come nella vita, tutto si fa (e/o si impara) tardi… - serva come modesto ma sentito omaggio al compagno ed amico di recente scomparso.

Hasta la victoria siempre, Moro!

Andreu Coll

aprile 2014

 

INTRODUZIONE

L’Internazionale Comunista, tra il suo II e III Congresso, avviò una discussione che avrebbe occupato un posto centrale nei suoi dibattiti e nella sua pratica per oltre un quindicennio: la discussione sulla politica di “Fronte Unico” che, in realtà, avrebbe costituito un progetto di elaborazione di una specifica strategia per la rivoluzione socialista nei paesi capitalistici sviluppati. Si può affermare che questa è una discussione attuale e incompiuta: attuale, perché i problemi che cercò di risolvere la politica di Fronte Unico continuano ad esserci oggi, anche se ovviamente in situazioni oggettive e soggettive differenti; incompiuta, perché il corso dell’Internazionale Comunista, a partire dagli anni Venti, ha rappresentato un profondo arretramento su questo terreno e, soprattutto, perché la mancanza di vittorie rivoluzionarie in Occidente, ed anche di esperienze rivoluzionarie di sufficiente ampiezza a partire dal secondo dopoguerra, non hanno permesso che si realizzasse l’imprescindibile dimostrazione nella pratica della validità dell’intera strategia. Stando così le cose, è interessante esaminare le discussioni e le esperienze che diedero origine alla politica di Fronte Unico.

La vastità del tema ci obbliga a fare una selezione rigorosa e il meno arbitraria possibile all’interno di un periodo così lungo. I criteri utilizzati sono i seguenti.

  1. a)Limitarsi al’Europa e, all’interno di questa, prendere come punto di riferimento fondamentale la Germania, che fu anche il centro di attenzione e di sperimentazione dell’Internazionale Comunista (IC). 

  2. b)Fare soltanto i richiami essenziali allo sviluppo interno dell’Urss e della direzione del Partito bolscevico: anche se entrambi gli eventi ebbero un’indubbia influenza nell’IC, non crediamo avessero un’incidenza decisiva fino allo sviluppo pratico della teoria del “socialismo in un paese solo”, che possiamo fissare al 1935, e che richiederebbero per sé solo un testo a parte. 

  3. c)Concentrarci sulle discussioni direttamente politiche, senza addentrarsi in altri terreni importanti quali, ad esempio, la politica sindacale: è molto difficile documentarsi seriamente su di essa tenendo conto che molto grande fu la distanza tra risoluzioni dei Congressi dell’IC e dell’Internazionale Socialista Rossa (ISR) e la pratica di ogni singola sezione. 

  4. d)Concentrarsi sulla discussione della direzione dell’IC: 

  5. e)Sono state evitate il più possibile le note a pie’ di pagina, per inserirle nel testo per alleggerire la lettura. Le uniche due Schede riassumono i dati dell’”Azione di Marzo” del 1921 e la rivoluzione tedesca del 1923.3 Potrebbe valer la pena di leggerle prima dei paragrafi analitici su questi fatti che figurano nel testo. 

 

  1. I.IL COSTITUIRSI DELLA POLITICA DI FRONTE UNICO (FU) 

  1. 1.Il significato del II Congresso dell’IC (luglio 1920) 

 

La politica di FU si cominciò a formulare, tra il III e il IV Congresso dell’IC, come una svolta profonda rispetto alla linea stabilita nei precedenti congressi. Occorre quindi riferirsi brevemente alle condizioni e ai primi passi della fondazione dell’IC, come quadro di riferimento degli sviluppi successivi.

Già dall’epoca della Conferenza di Zimmerwald (settembre 1915), gli internazionalisti più radicali e più lucidi, Lenin e Trotskij, definirono il progetto della futura Internazionale Comunista come “l’Internazionale delle ultime lotte e della vittoria finale”. Era un’idea coerente con la gravissima crisi che agitava l’intero mondo capitalistico e con la convinzione dei socialisti rivoluzionari che fosse necessario sfruttare quella crisi per ottenere vittorie decisive sulla borghesia. L’Ottobre 1917 venne giustamente interpretato come la conferma che si trattasse della strada giusta, ma impose al contempo l’urgenza di avanzare per quella strada: nessuno in quei momenti credeva sul serio nella possibile sopravvivenza di una rivoluzione socialista isolata in un paese così arretrato come la Russia. Le idee centrali su cui si basa quindi l’IC nel marzo 1919 sono: il crollo parallelo del capitalismo e del riformismo incarnato nella II Internazionale e l’imminente rivoluzione europea. Il I Congresso avrebbe avviato il compito di instaurare una linea politica coerente con tali concezioni, compito che sarebbe culminato nel II Congresso, che prenderemo come riferimento per quel periodo.

Il II Congresso si riunì nel momento culminante dell’ondata rivoluzionaria del dopoguerra e, quindi, in condizioni favorevoli all’euforia e al volontarismo.

L’IC aveva conosciuto importanti progressi organizzativi. I delegati al II Congresso non erano più, a differenza di quanto era avvenuto nel I, “singoli” rivoluzionari per la maggior parte esponenti di organizzazioni fantasma o molto minoritarie. Erano perlopiù rappresentanti di organizzazioni reali, con incidenza significativa nei rispettivi paesi, che prefiguravano il grande balzo in avanti delle sezioni dell’IC nei mesi successivi al II Congresso (soprattutto in Germania, con la fusione in dicembre del KPD e della sinistra dell’USPD, che avrebbe dato vita a un grande partito con influenza di massa e circa 300.000 militanti).

Il compito centrale del II Congresso sarà quello di completare la messa a punto programmatica iniziata nel I, soprattutto con le Tesi di Lenin su “La democrazia borghese e la dittatura proletaria”. I bolscevichi capivano bene la necessità di questo compito e fu, sicuramente, questo uno dei loro motivi di fondo per la battaglia politica che condussero con i comunisti tedeschi per tutto il periodo della guerra sul bisogno di organizzare immediatamente la III Internazionale. La maggioranza delle tendenze rivoluzionarie nascevano radicalizzate dagli orrori della guerra imperialista e “illuminate” dalla vittoria d’Ottobre, ma avevano origini politiche molto diverse, continui scontri frazionistici tra le varie tendenze e scarsissima chiarezza sui problemi decisivi. Occorreva dar loro omogeneità programmatica, ed era questo il primo compito che proposero i dirigenti centrali dell’IC, compito che di per sé giustificava la necessità dell’IC.

È interessante segnalare il tipo di definizione programmatica che si realizzò, sintetizzata nelle famose “21 condizioni”, il cui contenuto si limitava ai grandi principi marxisti che riassumevano la rottura radicale con la II Internazionale e la concezione e i compiti del partito. Non troviamo nulla che si riferisca alla strategia, intesa come percorso verso la presa del potere, ed è difficile che possano costruirsi partiti, e ancor meno in condizioni rivoluzionarie, senza precise idee su questo terreno. In realtà, pensiamo che tali idee esistessero – ancorché non si fossero sviluppate coerentemente in nessuna risoluzione – a partire dalla generalizzazione del “modello russo”, che convertiva una versione piuttosto specifica dell’esperienza bolscevica in norma universale per la rivoluzione socialista.

Due furono gli elementi centrali di quel “modello”: il primo, pensare che una situazione del tipo “Febbraio 1917” si sarebbe riprodotta all’inizio della crisi rivoluzionaria in tutti i paesi europei; il secondo, l’interpretazione secondo cui la conquista dell’egemonia sulla Rivoluzione russa da parte del Partito bolscevico fosse avvenuta grazie a un “balzo” fulmineo del partito che, da una “piccola minoranza” in Febbraio, sarebbe diventato maggioranza nell’Ottobre. Entrambe le tesi erano gravemente errate.

Lo schema delle caratteristiche più significative a questo riguardo del Febbraio 17 si può presentare come segue:

  • -La borghesia russa si dimostrò incapace di ricostruire uno Stato borghese minimamente saldo, in forme democratico-parlamentari: le istituzioni democratico-borghesi instaurate non avevano tradizioni nel paese e furono fin dal principio estremamente deboli. 

  • -Anche l’apparato repressivo, in particolare l’Esercito, era indebolito e diviso in conseguenza della guerra. 

  • -Esisteva, in genere, una radicalizzazione contadina generalizzata. 

  • -C’era la tradizione dei Soviet e la grande esperienza politica della rivoluzione del 1905. 

  • -Infine, anche se la lotta per strappare la maggioranza nei soviet a menscevichi e “socialisti-rivoluzionari” fu durissima e può considerarsi un’opera magistrale di tattica rivoluzionaria, il riformismo russo non aveva niente di paragonabile, dal punto di vista dell’organica robustezza e del radicamento nella classe operaia, ai grandi partiti della II Internazionale, in particolare al SPD tedesco. D’altra parte, il Partito bolscevico era ancor meno paragonabile alle sezioni dell’IC dell’epoca, non solo per le sue qualità politiche, ma anche per la sua forza. L’idea del “balzo” era completamente sbagliata (anche se a volte difesa dallo stesso Lenin); in certo qual modo, era “inevitabile” effettuare questa deformazione della storia reale dei bolscevichi, e anche crederci. Come avrebbero potuto, altrimenti, delle sezioni dell’Internazionale nate da poco e per la maggior parte molto minoritarie ritenersi in grado di dirigere la lotta per il potere ritenuta imminente? La realtà è che il Partito bolscevico, come stava ad indicare il suo stesso nome, era stato l’organizzazione maggioritaria del movimento operaio russo almeno dal 1912 e solo in Febbraio, e per alcuni mesi, i bolscevichi persero la maggioranza, conservando in certi casi decine di migliaia di militanti, largamente sperimentati, il meglio dell’avanguardia operaia forgiatasi in un’esperienza politica particolarmente ricca.  

La base di questi errori stava nella situazione europea di quegli anni: la stessa profondità e gravità della crisi rivoluzionaria mascherava la specificità della rivoluzione in Occidente, dove in genere la forza politica ed economica della borghesia, le tradizioni democratico-parlamentari e la legittimità delle loro istituzioni, il peso della II Internazionale e la debolissima esperienza di ampie lotte rivoluzionarie creavano una serie di condizioni sostanzialmente diverse dal “Febbraio” russo.

Soltanto l’esperienza avrebbe dimostrato la natura di quegli errori, costringendo a pagare un prezzo durissimo. Finché non sopraggiunse questa esperienza, tuttavia, prese corpo nell’IC una teorizzazione estrema di questo tipo di linea: la cosiddetta “teoria dell’offensiva”, sviluppata soprattutto dai “comunisti di sinistra” tedeschi, in particolare da Lukács, e anche quella dell’“azione parziale”, che si deve a Bela Kun. Entrambe erano complementari fra loro e possiamo riassumerle così:

  • -Il movimento operaio è “oggettivamente” predisposto per la lotta rivoluzionaria, ma è “addormentato” dall’influenza riformista. 

  • -Bisogna dunque “svegliarlo” e per questo c’è bisogno dell’“azione indipendente del partito” (la cosiddetta “azione parziale”), che funga d’“esempio”, lanciando “la parola d’ordine giusta al momento giusto” e mobilitando le forze del partito, senza stare ad aspettare nessuno, confidando sul fatto che si sarebbero viste le masse trascinate nell’azione. 

  • -La tristemente famosa “Azione di Marzo”, di cui fu protagonista il KPD tedesco, avrebbe costituito la dimostrazione del disastro di quelle teorie. L’esperienza di quel fallimento darà vita alla politica di Fronte Unico. 

 

Scheda

L’“AZIONE DI MARZO”

 

Agli inizi del 1921, la Russia attraversava una terribile crisi politica ed economica: siamo nel momento di Kronstadt e alla vigilia dell’avvio della NEP (Nuova Politica Economica). Anche la Germania conosceva una delle sue tipiche crisi del dopoguerra. Nell’IC, o almeno tra i suoi emissari in Germania, c’era la convinzione che soltanto una rivoluzione vincente in Germania potesse salvare la Russia. Il nuovo partito tedesco era sicuramente molto forte (anche se politicamente minoritario rispetto al SPD, come indicavano le elezioni regionali di quel periodo, in cui il SPD ottenne 5.309.000 voti e il VKPD – nome ufficiale del partito - 1.440.000). Dal mese di Febbraio, la direzione la direzione del partito era nelle mani dei “comunisti di sinistra”, particolarmente influenzati da Radek (facevano parte di questa corrente, tra gli altri, Brandler e Thalheimer). La nuova direzione voleva dar prova delle capacità di “offensiva” del nuovo partito, superando la crisi aperta dalla sconfitta del Gennaio 1919. La “teoria dell’offensiva” era la linea ufficiale. Si parlava di “forzare il destino della rivoluzione”.

Fu però il governo prussiano a prendere realmente l’offensiva. A prescindere dalla convinzione che non vi fosse alcun effettivo pericolo di sollevazione comunista, nella regione di Mansfeld (zona petrolifera della Germania centrale, dove i comunisti avevano la maggioranza elettorale), il presidente del governo, Horsing, diede alla polizia l’ordine di disarmare gli operai. Per vari giorni i lavoratori della regione combatterono contro la polizia. Al di fuori della regione si levarono solamente isolate azioni di solidarietà. Il KPD chiamò allo Sciopero Generale, ma lo seguirono soltanto in 300.000. Nelle principali fabbriche scoppiarono scontri violenti tra lavoratori che seguivano il partito e lavoratori contrari alla lotta. In capo a qualche giorno, gli inviati dell’IC, in particolare Bela Kun, decisero di forzare ulteriormente la situazione. Per “stimolare” gli operai si organizzarono falsi attentati a sedi del partito, come pure diversi altri con esplosivi, uno dei quali al treno Halle-Lipsia. Niente di tutto questo, come c’era da aspettarsi, produsse risultati positivi ai fini dello sciopero. Quell’insuccesso costò al partito, oltre a una grave crisi di direzione, la perdita di circa la metà dei militanti (circa 150.000 su 360.000 - Dati forniti da: Kurt Flechtheim, Die KPD in der Weimarer Republik, Bollwerk, Offenbach am Main 1948 (tr. fr.: Le Parti comuniste allemand sous la Republique de Weimar, Ed. Maspero, Parigi, 1972).

  1. 2.La costruzione della politica di FU tra il III (giugno 1921) e il IV Congresso (novembre 1922) dell’IC 

 

Poco dopo il III Congresso, cominciano a manifestarsi i sintomi di un mutamento della situazione internazionale. La Grande Guerra è terminata da più di due anni. Solo in Russia c’è stata una rivoluzione che ha vinto. Il mondo capitalistico non è riuscito a superare la propria crisi, come avrebbero dimostrato gli avvenimenti successivi, ma è impegnato appieno nei compiti di ricostruzione, e in condizioni di lieve miglioramento della congiuntura economica.

Si è di certo verificata una profonda differenziazione e ricomposizione del movimento operaio: i comunisti avrebbero raccolto una parte fondamentale della radicalizzazione della gioventù operaia, in cui enorme era il prestigio della Rivoluzione russa. Tuttavia, il ritorno all’attività politica in condizioni “normali” delle larghe masse popolari avrebbe soprattutto consentito la ricomposizione della socialdemocrazia. Nel suo discorso su “La situazione economica e i compiti dell’IC”, Trotskij avrebbe così impostato il problema: “I meno bruciati dalla guerra sono la burocrazia operaia, la burocrazia del partito, dei sindacati e i parlamentari”. In tutti i paesi, gli Stati capitalistici hanno prestato la massima attenzione e avuto l’atteggiamento più cauto nei confronti di questa sovrastruttura, comprendendo in maniera eccellente che, senza di essa, la classe operaia non avrebbe potuto restare sottomessa per tutti quegli anni di spargimento di sangue”.

I comunisti si rendono conto che, per quanto si siano rafforzati, continuano ad essere minoritari nella maggior parte dei paesi. Il compito è quindi quello di conquistare la maggioranza dei lavoratori. Occorre tuttavia riuscirvi – ed è questa la seconda correzione rilevante – in una situazione di lotte sostanzialmente difensive.

Il precedente principale di risposta a questo tipo di problema sta nella “Lettera aperta” indirizzata al SPD e ai sindacati tedeschi, nel Gennaio del 1921, da Paul Levi a nome della direzione del KPD. Ricordiamo come si realizzò questo primo “esempio”, a lungo “modello” di riferimento della politica di FU.

Stava concludendosi la fusione tra il KPD e la sinistra del USPD. Il risultato era un grande partito comunista di massa che, con molta intelligenza, è consapevole fin dal primo momento di doversi conquistare ciò che Levi chiamava “la pesante massa organizzata”, vale a dire i settori maggioritari diretti dal SPD e dall’USPD. A questi si rivolse la “Lettera aperta”, proponendo l’azione comune per un programma difensivo elementare: adeguamento dei salari all’aumento del costo della vita: creazione di un’organizzazione di autodifesa proletaria; instaurazione di rapporti con la Russia; controllo della produzione tramite i consigli di fabbrica. Il SPD effettua una serie di consultazioni nei propri comitati regionali e il 90% dei voti sono a favore della collaborazione con i comunisti sulla base della Lettera. Nonostante questo, la direzione del SPD respingerà l’accordo. I comunisti continueranno per qualche tempo a fare propaganda con la Lettera e a denunciare il rifiuto del SPD, senza ottenere però alcun risultato pratico. La “Lettera aperta” rimase lettera morta e, poche settimane dopo, con una svolta di 180 gradi favorita indubbiamente dalla delusione per l’insuccesso della proposta, i comunisti tedeschi si sarebbero impegnati nell’“Azione di Marzo”.

Vale la pena di soffermarci un attimo a ricercare una spiegazione di questo tentativo fallito della politica di FU. In teoria, c’erano tutte le condizioni perché la proposta avesse successo:

  • -La prospettiva unitaria nell’azione; 

  • -Alcune proposte difensive e rispondenti alle esigenze dell’insieme dei lavoratori (e la votazione tra i quadri intermedi del SPD ne è buona prova); 

  • -Un adeguato rapporto di forza del partito che avanza la proposta. 

Che cos’è mancato, allora? Innanzitutto, ovviamente, la volontà della direzione del SPD, ma si tratta di un dato di partenza in ogni politica di FU: i riformisti non vogliono l’unità d’azione e bisogna forzarli, in maggiore o minor misura, ad accettarla.

Riteniamo che mancassero altri due elementi indispensabili.

Il primo è difficile da definire, ma torniamo a incontrarlo varie volte nelle esperienze di FU: mancava qualcosa che venisse “dal basso”, che non è solo volontà di azione unitaria dei lavoratori (questa c’è quasi sempre, salvo in fasi di forte arretramento), ma passaggio effettivo, spontaneo o semispontaneo, ad azioni unitarie di massa.

Il secondo elemento è la preparazione del partito a portare avanti questa politica: è evidente che una lettera, per corrette che ne siano le proposte, non può cambiare il comportamento di larghe masse. Sono i militanti del partito quelli che possono trasformare questa politica generale in una forza materiale, battendosi per essa, concretizzandola, convincendo il compagno di lavoro o del sindacato, o il vicino del quartiere. È questa attività, alla fine, quella che può contribuire a far nascere quest’azione “semi-spontanea” che determina le condizioni di realizzazione del FU.

Ma né il partito tedesco né l’IC nel suo complesso erano adeguatamente preparati, agli inizi del 1921, a condurre questa politica. La base teorica più seria che esistesse fino ad allora era L’estremismo, malattia infantile del comunismo, che sarebbe stata l’ultima grande opera di Lenin, pubblicata nel giugno del 1920. In questa si poneva la questione della necessità di una determinata tattica unitaria verso i partiti della II Internazionale, ma partendo dalla considerazione che la battaglia di fondo contro di essa sia già stata vinta dai comunisti. Quel che quindi Lenin propone ai comunisti britannici è che effettuino manovre di tipo formalmente unitario secondo la nota formulazione per cui “dobbiamo sostenere i riformisti come la corda sorregge l’impiccato”. Un’espressione brillante, ma il piccolo PC britannico non aveva la più remota possibilità di esercitare il ruolo del boia e di mettere il cappio intorno al collo di quell’enorme mostro burocratico che era il Partito Laburista.

Neanche Lenin era ancora arrivato a un’idea precisa sulla ricomposizione della II Internazionale e sulle condizioni in cui i comunisti occidentali sarebbero potuti riuscire a “conquistarsi le masse”. Le discussioni di bilancio sull’“Azione di Marzo” avrebbe consentito di avanzare - sia pur modestamente - su questo terreno.

Purtroppo, il bilancio giunse invelenito al II Congresso dell’IC. Levi aveva reso pubbliche durissime critiche a quell’azione nel suo opuscolo “La nostra via. Contro l’avventurismo”. Le critiche investivano non solo la direzione del KPD, ma la stessa IC. Vi si giudicava l’“Azione di Marzo”, con qualche esagerazione, come “il maggior putsch bakuniniano della storia”. Levi sarebbe stato espulso immediatamente dal KPD. E non va dimenticato che Levi appariva prima dell’IC il “creatore” della politica di FU.

Lenin e Trotskij condividevano la sostanza degli argomenti politici di Levi, ma ne riprovavano l’irresponsabilità sul piano organizzativo (“aveva perso la testa”, diceva Lenin, aggiungendo subito dopo “[…] ma almeno ha una testa da perdere”: allusione trasparente ai responsabili dell’”Azione di Marzo”). Poiché Levi si rifiutò di modificare il proprio atteggiamento organizzativo, la sua espulsione andava ratificata.

La direzione del KPD arrivò al III Congresso presentando l’“Azione di Marzo” come una vittoria e cercando di imporre la “teoria dell’offensiva” come linea generale dell’IC. L’attacco a Levi si accompagnò all’attacco contro qualsiasi politica unitaria verso la socialdemocrazia. All’inizio del Congresso, la stragrande maggioranza dei delegati condividevano l’opinione dei tedeschi. Lenin dovette gettare sul piatto della bilancia tutta la sua autorità per imporre un’intesa nella delegazione bolscevica e, su quella base, ricercare una posizione di compromesso nel Congresso, che ponesse freno al settarismo ed evitasse al contempo uno scontro aperto con il KPD:

La principale risoluzione del Congresso, “Tesi sulla tattica” è piena di questi compromessi. I problemi maggiormente chiariti sono:

  • -La necessità di “conquistarsi le masse” come impegno centrale (lo slogan “Verso le masse!” divenne la campagna centrale dei comunisti). 

  • -Allo scopo, era indispensabile partecipare alle lotte immediate, per obiettivi parziali “che servano non solo per portare le masse a lottare, ma anche per organizzarle”). 

C’è in questo un notevole passo avanti e una critica, implicita ma convincente, nei confronti dei sostenitori della “teoria dell’offensiva”. In compenso, si accetta un bilancio assolutamente trionfalistico dell’“Azione di Marzo”; si tiene fermo che la situazione della II Internazionale è di “tracollo” e, di conseguenza, non si decide alcuna consistente politica unitaria verso le sue sezioni e, infine, si sostiene: “il carattere rivoluzionario della fase attuale consiste esattamente nel fatto che le più modeste condizioni di esistenza delle masse operaie sono incompatibili con l’esistenza della società capitalista e perciò la lotta stessa per le rivendicazioni più modeste assume le dimensioni di una lotta per il comunismo”: è chiaro che questa tesi, molto confusa  se la si prende alla lettera, trasforma in carta straccia tutto ciò che si era sostenuto in precedenza sulla necessità della lotta per obiettivi parziali. Il problema è appunto che queste lotte non “prendono le dimensioni” di lotta per il comunismo. Ma era prematuro, o perlomeno così si pensava, spingersi oltre su quel terreno.

Si dovettero attendere le riunioni del Comitato Esecutivo Internazionale, che iniziarono nel dicembre del 1921, perché la politica di FU adottasse un contenuto chiaro e assumesse questo nome. Proviamo a riassumere il contenuto di fondo della risoluzione mediante il minor numero possibile di citazioni del testo originale: “Le illusioni ‘democratiche’ e riformiste degli operai (da un lato di quelli che si trovavano in condizioni migliori, ma, dall’altro, anche di quelli più arretrati e privi di esperienza politica), che erano rinate dopo la fine del macello imperialistico, appassiscono prima ancora di essere fiorite”. [Questo e gli altri brani riportati sono stati ripresi in traduzione italiana dalla Raccolta di Aldo Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria, Editori Riuniti, Roma, 1974, vol. I, pp. 521-531. Quello appena citato è a p.521 – Ndt]

[…] “sotto l’influenza degli attacchi sempre più forti del capitale, si è ridestata fra gli operai una tendenza spontanea e letteralmente inarrestabile all’unità, che va di pari passo con un aumento progressivo della fiducia nei comunisti da parte delle grandi masse lavoratrici.

Cerchie sempre più vaste di lavoratori cominciano solo ora ad apprezzare come si deve il coraggio dell’avanguardia comunista, che si è lanciata nella lotta per gli interessi della classe operaia in un momento in cui tutta l’immensa massa operaia era ancora indifferente, o aveva addirittura un atteggiamento ostile nei confronti del comunismo. […] I nuovi strati di operai politicamente meno sperimentati che si destano alla vita attiva sognano l’unione di tutti i partiti operai e di tutte le organizzazioni operaie in generale e sperano di accrescere in questo modo la loro capacità di resistenza nei confronti dei capitalisti. Nuovi strati operai, che spesso finora non avevano preso nessuna parte attiva alla lotta politica, si accingono a mettere alla prova, ricominciando tutto da capo, sulla base della loro esperienza, i programmi pratici del riformismo. Come questi nuovi strati, anche importanti strati operai che aderiscono ai vecchi partiti socialdemocratici non accettano più la campagna dei socialdemocratici e dei centristi contro l’avanguardia comunista e cominciano già a chiedere un’intesa coi comunisti. Ma, nello stesso tempo, essi non hanno ancora superato la loro fede nei riformisti, e masse importanti continuano ad appoggiare i partiti della Seconda Internazionale e della Internazionale di Amsterdam. Queste masse operaie non fondano i loro programmi e le loro aspirazioni in modo sufficientemente chiaro, ma nell’insieme questo nuovo atteggiamento si può ricondurre al desiderio di creare un fronte unico […].  [p. 522] Da questo punto di vista si tratta di un atteggiamento progressivo. Nella sostanza la fiducia nel riformismo è scossa. Nelle condizioni generali in cui si trova ora il movimento operaio è inevitabile che ogni seria azione di massa, anche se muove solo da richieste di carattere parziale, ponga all’ordine del giorno problemi più generali e fondamentali della rivoluzione. […]

Dopo essersi assicurati la libertà organizzativa di esercitare una influenza intellettuale sulle masse operaie, i partiti comunisti di tutti i paesi si sforzano ora di realizzare, in tutti i casi e in tutta la misura del possibile, un’unità più vasta e più completa dell’azione pratica di queste masse. […] [p. 522-523]

Mentre per gli strati operai relativamente privi di esperienza e che si destano solo ora a una nuova vita cosciente, la parola d’ordine del fronte unico rappresenta veramente il tentativo più sincero di coalizzare le forze della classe oppressa contro l’avanzata dei capitalisti, per i capi e i diplomatici della Seconda Internazionale, della Internazionale due e mezzo e della Internazionale di Amsterdam la parola d’ordine dell’unità è un nuovo tentativo di ingannare gli operai e di attirarli in modo nuovo sulla vecchia via della ‘collaborazione’ delle classi. […] [pp. 523-524]

Mentre si adattano ai principi dell’azione, i comunisti devono conservare incondizionatamente il diritto e la possibilità di esprimere la loro opinione sulla politica di tutte le organizzazioni della classe operaia senza eccezione, e non solo prima e dopo l’azione, ma, se necessario, anche nel corso dell’azione stessa. […] [p. 528]

I capi della Seconda Internazionale, della Internazionale due e mezzo e della Internazionale di Amsterdam hanno dimostrato finora con la loro condotta che essi lasciano cadere di fatto la loro parola d’ordine dell’unità quando si tratta di azioni pratiche. In tutti questi casi sarà compito dell’Internazionale comunista nel suo complesso, e di ciascuna delle sue sezioni in particolare, spiegare alle più larghe masse operaie l’ipocrisia dei capi della Seconda Internazionale, della Internazionale due e mezzo e della Internazionale di Amsterdam, che preferiscono l’unità con la borghesia all’unità con gli operai rivoluzionari […]. Ma il rifiuto di queste o quelle proposte pratiche dell’Internazionale comunista […] non ci indurrà a rinunciare […]. Nei casi in cui una proposta di lotta comune viene respinta dai nostri avversari bisogna fare in modo che le masse lo sappiano e imparino così chi è il vero distruttore del fronte unico dei lavoratori. Nei casi in cui la proposta venga accettata, bisogna cercare di intensificare la lotta e di innalzarla al massimo livello […]” [pp. 529-530]

 

Come si può verificare da questi estratti, si è verificato un cambiamento radicale nell’analisi della situazione del movimento operaio, pur persistendo valutazioni sia oggettiviste (“ogni seria azione di massa… pone all’ordine del giorno…”) sia soggettiviste (“… la fiducia nel riformismo è scossa”). Tuttavia, gli elementi di fondo della politica di FU – come politica volta a organizzare l’azione unitaria dell’insieme del movimento operaio nella lotta difensiva, e in cui la battaglia contro il riformismo si svolge all’interno dell’azione stessa e a partire dall’esperienza di questa – è nettamente delineata. Rimane, in certi punti, qualche ambiguità (oltre ai problemi esistenti circa la caratterizzazione delle condizioni del movimento operaio cui abbiamo già accennato), soprattutto il rapporto di forza che debbono avere i comunisti per riuscire a concretizzare efficacemente questa politica. Trotskij ha affrontato questo problema in un discorso precedente al CEI allargato del febbraio del 1922.

Dal III Congresso, nei suoi discorsi in vari organismi dell’Internazionale, Trotskij si distingueva nel proporre in modo particolarmente crudo la necessità della politica di FU: sostenne che c’era bisogno di “una strategia di temporanea ritirata” a causa dei mutamenti della situazione internazionale e nella coscienza dei lavoratori, fra i quali l’assenza di vittorie rivoluzionarie aveva determinato una crescita della credibilità riformista. Una posizione che sembra più chiara di quella che appariva nei testi ufficiali dell’Internazionale.

Nella riunione del CEI allargato, Trotskij intervenne per polemizzare con gli avversari della politica di FU, i delegati italiani, francesi e spagnoli. Terracini era il capo visibile di questa opposizione: era contrario alle lotte per obiettivi parziali (“Quale parola d’ordine ha lanciato il partito italiano negli ultimi mesi, in ogni occasione? L’impossibilità di realizzare lotte parziali e l’importanza di guidare il proletariato nell’azione generale. Ogni volta che i capi socialdemocratici cercano di sviluppare azioni parziali su qualche problema concreto, ci siamo opposti ricordando loro che il problema devono formularlo in un ambito più generale”); era contrario anche all’unità d’azione con i partiti socialdemocratici (“Per arrivare a un’azione comune occorrerebbe che la socialdemocrazia lasciasse cadere qualcosa del suo programma o che i comunisti rinunciassero al proprio”) e riteneva che la propaganda bastasse a conquistare la “quasi-maggioranza” dei lavoratori.

Trotskij concentrerà la polemica su questo punto. Dopo avere ironizzato sulla pittoresca espressione “quasi-maggioranza”, segnalando che “in russo” significava “minoranza”, partì dall’ipotesi che i comunisti avessero già conquistato, grazie alla propaganda, i 3/7 del proletariato: mancavano ancora altri 4/7. E concluse che i metodi utilizzati per guadagnarsi i 3/7 non sarebbero valsi per conquistare il resto. Per Trotskij, la funzione della politica di FU stava qui: era appunto una politica che richiedeva un’accumulazione preliminare di forze militanti. Il problema posto ha un’importanza enorme, perché la stragrande maggioranza delle sezioni dell’Internazionale dell’epoca erano ben lontane da un rapporto di forza di 3/7, vale a dire da una significativa influenza di massa, ancorché minoritaria rispetto ai riformisti. E si rischiava che gran parte delle discussioni e delle elaborazioni sul FU non servissero ai compiti di un’iniziale accumulazione di quadri, che non si possono risolvere nella propaganda. Crediamo che sia questa una delle cause della ben scarsa esperienza pratica che si sarebbe fatta della politica di FU e delle confusioni destinate a persistere su di essa.

Effettivamente, quando si arriva al IV Congresso il bagaglio delle esperienze di FU è pressoché inesistente e, se si è ottenuto qualche risultato, era ben magro e poco duraturo: è il caso della riunione delle tre Internazionali dell’aprile del 1922, che produsse soltanto un comunicato di impegno senza alcuna rilevanza. Poco dopo, inoltre, l’Internazionale due e mezzo rientrava nella Seconda Internazionale. I progressi della politica di FU al IV Congresso avverranno sul terreno teorico, estendendo la svolta politica impressa dall’IC all’elaborazione programmatica.

Abbiamo visto prima come nel I e nel II Congresso dell’IC si fosse raggiunta una definizione programmatica limitata ai grandi principi marxisti e come questo fosse coerente con le concezioni sulla possibilità “immediata” della presa del poter e sul carattere fondamentalmente “offensivo” dell’azione dei comunisti. A partire dalla svolta politica ipotizzata dalla politica di FU, era necessario porsi da un punto di vista assai diverso la questione del programma: non si poteva soltanto trattare di “risvegliare” le masse, ma di portarle dalle lotte immediate, difensive, alla lotta per il potere, anche se si continuava a ritenere, come si è visto, che il passaggio dall’una all’altra sarebbe stato molto rapido.

In un articolo pubblicato nel luglio del 1922, Radek comincia ad affrontare il problema, con l’impostazione polemica che lo contraddistingue: “L’epoca della rivoluzione che, su scala mondiale, durerà probabilmente decenni, rende impossibile per la sua stessa durata che le si risponda con una prospettiva generale. Questo pone i PC di fronte a una serie di problemi concreti, che fin qui sono stati risolti in maniera empirica. Si tratta di problemi economici e politici come, ad esempio, l’atteggiamento sulla difesa della democrazia borghese […] Dietro queste questioni emerge la questione della natura della fase attuale della rivoluzione mondiale, sapere cioè se dobbiamo avanzare obiettivi transitori, che non sono assolutamente la concrezione della dittatura del proletariato, come lo erano ad esempio gli obiettivi concreti del programma di Spartacus, ma obiettivi per portare la classe operaia a una lotta che, solo dopo essersi approfondita e generalizzata, potrà arrivare ad essere la lotta per la dittatura del proletariato”.

Ma l’incaricato della stesura del programma dell’IC era Bucharin, considerato il teorico della direzione, che era rimasto piuttosto ai margini delle discussioni politiche decisive di quei momenti, soprattutto quella sul FU. Bucharin presentò un testo piuttosto classico, diviso in quattro capitoli (la schiavitù capitalistica; l’emancipazione degli operai e l’ordine sociale comunista; il rovesciamento della borghesia e la lotta per il comunismo; la strada verso la dittatura del proletariato). Il contenuto di ciascun capitolo si incentrava sulle questioni di principio, trascurando in particolare i problemi connessi alla transizione verso la lotta per il potere. Bucharin riteneva che il programma dovesse contenere una sezione riguardante questo tipo di questioni, da lui definite “questioni tattiche”, che sarebbero potute cambiare“ogni quindici giorni, se necessario”. Ricorreva a una metafora che chiarisce ancor più le sue concezioni: questa sezione doveva essere una specie di “stanza a parte, in cui ogni genere di peccato sarebbe stato lecito”. Quel “tatticismo” aveva un fondamento politico: Bucharin escludeva una definizione programmatica coerente con la situazione difensiva esistente, perché riteneva che fosse meramente episodica e che si sarebbe dovuto rapidamente ripassare all’offensiva, secondo la messa a fuoco del I e II Congresso.

Fu il comunista tedesco Thalheimer a sostenere con maggior forza l’impostazione alternativa.

“La differenza specifica tra noi e i socialisti riformisti non consiste nel fatto che noi vogliamo togliere dal nostro programma le rivendicazioni di riforme, quale che sia il nome che gli si assegna, per metterle in “una stanza a parte”. Consiste nel fatto che noi mettiamo questi obiettivi transitori, queste parole d’ordine transitorie, nel più stretto rapporto con i nostri principi e i nostri obiettivi […]. Dobbiamo imparare a leggere la realtà. Io sostengo che il pericolo di opportunismo stia esattamente dalla parte opposta a quel che crede il compagno Bucharin: sta nella scelta delle strade che, partendo da una determinata situazione, portano al socialismo, alla dittatura del proletariato”.

Nel IV Congresso, questa discussione si risolse in favore dell’impostazione di Thalheimer, grazie al fatto che Lenin, ancora una volta, gettò sul piatto della bilancia la propria autorità, presentando una risoluzione della delegazione russa (Lenin, Trotskij Zinov’ev, Radek e lo stesso Bucharin che corresse il tiro) favorevole all’inserimento degli “obiettivi transitori” nel programma.

Ma da quel dibattito fino al 1928 il programma uscì dalle discussioni di fondo dell’IC, rimanendo a carico di una commissione presieduta dallo stesso Bucharin. Quando finalmente il VI Congresso discusse e approvò il programma, in questo non rimaneva più niente dei progressi compiuti nel IV Congresso. Esso codificava le concezioni politiche staliniste, senza alcun contributo valido ai problemi di strategia rivoluzionaria in Occidente di cui ci stiamo occupando. La critica marxista classica a questo programma è reperibile nel testo di Trotskij: L’Internazionale comunista dopo Lenin.

Il dibattito programmatico si concretizzò nella discussione sul “governo operaio”, una discussione di importanza eccezionale, non tanto sul terreno teorico, quanto sul piano pratico, perché fu determinante nella linea applicata dal KPD tedesco in quella che è forse la rivoluzione più decisiva del secolo: il 1923 tedesco, il cui fallimento decretò il corso della storia contemporanea.

Ci soffermeremo naturalmente su quel dibattito.

 

Nell’autunno del 1921, il KPD aveva ormai fatto proprie le basi della politica di FU, che in Germania avevano un immediato contenuto pratico, essendoci uno scontro aperto per l’egemonia tra due forti partiti di massa: il KP e il SPD. Tra l’altro, una coalizione parlamentare tra entrambi i partiti proponeva come prospettiva realistica un “governo operaio” in tutto il Reich. Alla fine, in alcune regioni importanti, quali la Sassonia e la Turingia, c’era la possibilità dell’ingresso dei comunisti in governi a direzione socialdemocratica, guidato nel caso della Sassonia dall’“ala sinistra” del partito.

In ottobre, il SPD propose al KPD e all’USPD la formazione di un governo di coalizione che, per avere la maggioranza parlamentare, doveva ottenere la “tolleranza” di qualche partito borghese. Il SPD chiese al KPD se sarebbe stato disposto a partecipare a quel governo e, di fronte alla risposta negativa del KPD, le trattative si interruppero.

Mentre, in Sassonia, il KPD appoggiava dall’esterno il governo regionale del SPD, anche a prezzo di votare leggi con le quali non era d’accordo, onde evitare che il governo cadesse, in Turingia, di fronte ad analoghi problemi, l’organizzazioni regionale del partito si muoveva in senso opposto.

Cercando di rendere omogenea la politica del partito e di approfondire il tema, Rote Fahne, portavoce del KPD, pubblico pochi giorni dopo un editoriale in cui si mostrava favorevole ad appoggiare un “governo operaio” che si fosse sorretto sulla mobilitazione extraparlamentare dei lavoratori, spiegando così questa posizione: “La lotta per un governo esclusivamente socialista [il senso di questa espressione equivale a “governo senza partiti borghesi”] ci porterebbe a scontri così duri che potrebbero accelerare gli sviluppi, e questo governo potrebbe trovare forme che faciliterebbero semplicemente l’appoggio” [l’editoriale allude implicitamente alla possibilità di partecipazione governativa del KPD; la forma ellittica utilizzata è sintomatica del carattere di “tabù” che aveva questo problema].

Poco dopo, il Comitato Centrale (CC) del KPD precisa e in parte corregge la posizione dell’editoriale: un eventuale governo operaio nazionale lo si considerava “bastione difensivo della borghesia” e, rispetto ad esso, si ammetteva soltanto “l’esigenza di alleggerirgli il peso nella sua lotta contro la destra”. La posizione rispetto ai governi regionali era più positiva, ma senza minimamente ammettere l’eventualità di parteciparvi.

Radek, incaricato dei rapporti con il KPD, criticò tali posizioni in una lettera indirizzata al CC. Sosteneva che il partito dovesse mantenere un atteggiamento positivo nei confronti del “governo operaio”, influenzare a suo favore le masse “e non cercare in partenza di convincerle che si trattasse di una cosa da nulla che facciamo insieme ad esse tenuto conto della loro ignoranza”. E aggiungeva: “Il governo dei Consigli si può ottenere con la forza sia nella rivoluzione contro il governo borghese come nella lotta dei lavoratori che si sviluppa in difesa del governo socialista creato per via democratica, se lo fa difendendo con onore gli interessi della classe operaia contro il capitale”. Radek informava che si trattava della sua personale posizione, ma che Lenin la condivideva, pur essendo poco informato sulla situazione tedesca.

Poco dopo, in un articolo pubblico, Radek spingeva ben oltre la propria posizione: “la classe operaia procederà per via democratica per tutto il tempo che sarà necessario, finché non abbia raggiunto per questa via la maggioranza parlamentare; allora instaurerà un governo operaio e, in base alle esperienze che farà della lotta che, con il supporto dei diritti democratici, la borghesia avvierà contro di esso, si vedrà costretto a iniziare la lotta per la dittatura”. È sorprendente che uno dei dirigenti centrali dell’IC di quell’epoca definisse uno schema per la presa del potere in cui occupa un ruolo strategico la costituzione di un governo operaio parlamentare. Lo stesso Radek avrebbe rettificato poco dopo le proprie opinioni, cosa che faceva con relativa frequenza. Tuttavia, questo tipo di posizioni danno un’idea della ricerca strategica in cui erano impegnati i comunisti e del carattere aperto che aveva la discussione, piena di tentativi e di approssimazioni successive.

 

Alla fine, nel gennaio del 1922, il CC del KPD approvò una risoluzione contenente la linea con la quale il partito avrebbe affrontato, per questo aspetto, la rivoluzione del 1923: “Partendo dalla consapevolezza che il governo operaio rappresenta una possibilità di ampliamento del potere politico del proletariato (ad esempio, sciogliendo gruppi controrivoluzionari legali o illegali, trasformando la giustizia e la politica in organi di classe del proletariato, mettendo in libertà i rivoluzionari condannati, espandendo i diritti dei consigli di fabbrica, ecc.), il KPD è disposto, a determinate condizioni, ad entrare nel governo operaio, sia nel Reich sia a livello regionale. L’ingresso dei comunisti in questi governi operai dipende dalla volontà di lotta delle masse operaie e dei partiti con base fra queste, come pure dalle concrete possibilità esistenti di rafforzare ed estendere il potere operaio”:

Con questi precedenti, il IV Congresso ebbe sul “governo operaio” uno dei suoi dibattiti più polemici. Zinov’ev fu incaricato di fare l’introduzione informativa di apertura della discussione che pose al centro la questione: il “governo operaio” andava inteso come sinonimo della dittatura del proletariato, un modo pedagogico, popolare di parlarne. Questa tesi avrebbe avuto un ruolo centrale negli anni successivi, nel periodo settario dell’IC. Ora, però, Zinov’ev l’argomenta con una certa prudenza, ma rifiutando chiaramente non solo qualsiasi possibilità che il “governo operaio” avrebbe eliminato la necessità della “guerra civile” nella lotta per il potere (su questo aspetto c’era un accordo unanime nell’IC), ma la sua stessa utilità come “strumento di transizione”, utile per preparare i compiti dell’effettiva lotta per il potere.

Contro Zinov’ev intervennero il comunista tedesco Meyer e Radek, le cui posizioni sarebbero alla fine state accettate da Zinov’ev, per lo stesso meccanismo che portò Bucharin ad accettare le posizioni di Thalheimer nel dibattito sul programma e, probabilmente, con la stessa inconsistenza, visto il corso degli avvenimenti successivi.

Meyer sostenne: “Il governo operaio differisce sostanzialmente da un governo socialdemocratico, in quanto non porta solamente l’etichetta di una politica socialista, ma realizza nella sua pratica una politica realmente socialista-comunista. In questo senso, la base di un governo operaio non sarà una base parlamentare, o lo sarà solo secondariamente […] Il governo operaio non è la dittatura del proletariato. È in primo luogo una parola d’ordine che presentiamo per conquistare e così convincere gli operai che la classe proletaria si deve organizzare in una lotta comune contro la classe borghese. Se questa parola d’ordine viene seguita o accettata dalla maggior parte della classe operaia, risulterà poi che il tentativo di realizzazione di questo governo operaio, almeno nella maggioranza dei paesi con una popolazione fortemente proletaria, porterà ben presto alla dittatura del proletariato, a fasi prolungate di scontro di classe molto acutizzate e, quindi, alla guerra civile in tutti i suoi aspetti”. E Radek, “mescolando” tutte le posizioni viste prima, sosterrà: “è chiaro che il governo operaio non è la dittatura del proletariato. È uno dei possibili punti di partenza verso questa […] se sviluppiamo nelle masse l’idea che il governo operaio sarebbe solo una schifezza se dietro di esso non vi fossero operai armati, che eleggono comitati, che spingono il governo in avanti e non gli consentono di fare compromessi con la destra, allora il governo operaio costituirà il punto di partenza della lotta per la dittatura del proletariato”.

Indipendentemente dall’accordo finale in una risoluzione piuttosto breve e meramente descrittiva, è chiaro che il problema del governo operaio non era stato chiarito a sufficienza nell’IC, come si sarebbe dimostrato qualche tempo dopo nella rivoluzione del 1923.

Così, con contraddizioni ma anche con progressi reali, si chiude la fase più creativa dell’IC alla ricerca di una strategia rivoluzionaria in Occidente. Di fronte al “modello russo” dei primi tempi, si abbozza ora una strategia che prende in considerazione i rapporti di forza concreti nel movimento operaio occidentale, i problemi posti dalle tradizioni parlamentari, il ruolo della lotta difensiva e gli obiettivi parziali, la necessità di un programma e di una strategia di transizione. Parafrasando Radek, i partiti comunisti vogliono apparire agli occhi dei lavoratori non solo come l’avanguardia nella lotta per il potere, per la dittatura del proletariato, ma anche come l’“elemento unificante” della classe nelle lotte concrete.

La rivoluzione del 1923 dimostrò, nella pratica della maggiore sezione dell’IC a parte il Partito bolscevico, il KPD, le gravi debolezze che permanevano nella strategia comunista. La sconfitta del 1923 avrebbe segnato un mutamento profondo nella situazione internazionale e avrebbe aperto nell’IC un arretramento politico di colossali dimensioni.

 

  1. II.LA RIVOLUZIONE TEDESCA DEL 1923 

Il Trattato di Versailles aveva imposto alla Germania il pagamento di indennizzi bellici enormi (e di fatto impossibili da pagare, come dimostrava un ancor giovane economista di nome Keynes).

L’11 gennaio del 1923, il governo francese di Poincaré, con l’appoggio del governo belga, invase la Ruhr allo scopo di ottenere i previsti indennizzi tramite il frutto del lavoro di quella zona, il principale bastione industriale tedesco. L’atto si basava sulle clausole del Trattato di Versailles in caso di mancati pagamenti. Il presidente del Reich, Cuno, con il sostegno del Reichstag (il Parlamento) fece appello alla “resistenza passiva” nella regione: gli abitanti si dovevano rifiutare di obbedire agli ordine dell’occupante.

Le truppe d’occupazione risposero con multe e detenzioni, anche di grandi industriali. Ne nacque una forte tensione nazionalista nell’area, che si manifestò soprattutto con atti di sabotaggio. Gli operai effettuavano lo sciopero e ricevevano un sussidio governativo. La prima reazione del KPD fu quella di sostenere lo sciopero operaio e di parteciparvi appieno, senza tuttavia dare fiducia alcune al governo Cuno. A Mosca si seguivano da molto lontano gli avvenimenti tedeschi: allora si viveva nel timore che il governo britannico di Lloyd George scatenasse una guerra.

Intanto, l’occupazione e la “resistenza passiva” nella Ruhr avevano provocato la completa disorganizzazione dell’economia tedesca, una delle cui peggiori ripercussioni era un’inflazione galoppante: nell’aprile del 1922, un dollaro equivaleva a 100 marchi; nell’agosto dell’anno successivo, era pari a a 4,6 milioni di marchi. Le vittime più colpite dall’inflazione erano i pensionati e la piccola borghesia urbana. Gli operai riuscirono a resistere per un po’, ma entro breve i salari vennero divorati dall’inflazione. Anche il funzionamento delle organizzazioni dei lavoratori si vedeva colpito dalla crisi; i maggiori sindacati sembravano incapaci di affrontare la situazione; gli operai ne uscivano a centinaia di migliaia e si riconoscevano sempre più nei comitati o consigli di fabbrica. Si moltiplicavano scioperi e manifestazioni, chiaramente rivolti contro i padroni e il governo.

In alcune regione crescevano i fascisti, in particolare in Baviera.

Il 29 luglio, il KPD prese l’iniziativa di una “giornata antifascista”, che venne vietata da tutti i governi regionali, compreso quello della Prussia il cui ministro degli Interni era socialdemocratico, e con l’esclusione di quelli di Sassonia e Turingia.

La direzione del KPD, dopo ampie discussioni, accettò i divieti.

Pochi giorni dopo, la situazione si aggravò, cogliendo il KPD di sorpresa. L’8 agosto Cuno chiese un voto di fiducia in Parlamento. La reazione operaia fu immediata, con una catena di scioperi in tutto il paese, scontri con la polizia, occupazioni di fabbriche, ecc. L’11 agosto, un’assemblea dei comitati della regione di Berlino lanciò un programma con i seguenti obiettivi: 1) dimissioni immediate del governo Cuno; 2) formazione di un governo operaio e contadino; 3) requisizione di viveri; 4) immediato riconoscimento ufficiale dei comitati di controllo operaio; 5) annullamento del divieto delle centurie proletarie (organizzazioni operaie di autodifesa armata); 6) introduzione immediata di un salario minimo operaio di 60 pfenning-oro; 7) ingresso in produzione di tutti i disoccupati; 8) annullamento dello stato d’emergenza e del divieto di manifestare; 9) liberazione immediata dei prigionieri politici operai. Ovviamente, il programma rifletteva la crescente influenza del KPD nelle fabbriche.

L’11 agosto Cuno si dimise. Il 12 si formò il governo diretto da Stresemann, presidente del Volkspartei, il partito della borghesia industriale, con la partecipazione del SPD. Tra le prime misure del governo vi fu quella di porre fine alla “resistenza passiva”, di promettere ai lavoratori un salario-oro per proteggerli dall’inflazione e alcune misure contro i fascisti. Tuttavia questa serie di misure sarebbero state assolutamente insufficienti per far fronte alla crisi senza l’aiuto del governo americano, che capì che era necessario evitare a ogni costo la rivoluzione in Germania. Lo strumento utilizzato fu il Piano Dawes, la cui misura fondamentale era un prestito al governo tedesco di 800 milioni di marchi-oro. Perché, tuttavia, gli obiettivi del piano funzionassero era tassativo che il governo Stresemann fosse preliminarmente riuscito a porre fine alla crisi rivoluzionaria in atto almeno dallo Sciopero Generale contro Cuno.

Nella classe operaia era avvenuta una profonda svolta a sinistra. In Sassonia, al congresso del SPD aveva vinto l’“ala sinistra”, con i tre quarti dei voti. Si decise di spezzare la coalizione con il Partito Democratico e intraprendere trattative con il KPD. L’accodo venne firmato il 10 ottobre, e nel governo entrarono tre ministri comunisti, tra cui Brandler. La stessa cosa accadeva in Turingia il 16 ottobre.

Gli iscritti del KPD triplicavano. Nell’estate, si può dire che fosse molto vicino ad avere il consenso della maggioranza del proletariato: costituiva perlomeno una forte minoranza nei sindacato ed era probabilmente maggioritario tra gli operai non sindacalizzati e nei comitati (aveva avuto la maggioranza in più di 2.000, tra cui quelli delle maggiori fabbriche). Questi eccellenti risultati di reclutamento erano il frutto dell’applicazione rigorosa della linea del Fronte Unico e della propaganda politica generale, che era stata esposta chiaramente da Brandler agli inizi del 1923: “per conquistare la fiducia delle masse ci servono, a mio parere, una serie di piccoli successi, grazie ai quali il proletariato tedesco veda chiaramente quanto questi si debbano alla direzione intelligente, efficace e seria del partito Comunista”. Si trattava in fondo della linea per una situazione “normale”, che non prevedeva alcun compito speciale per una situazione rivoluzionaria.

L’IC cominciò a prestare attenzione agli avvenimenti tedeschi a partire dallo sciopero contro Cuno. Allarmata dalla linea giustamente considerata “abitudinaria” della direzione del KPD, decise di intervenire. Vennero lanciati appelli alla solidarietà in tutto il mondo; si allertò la classe operaia sovietica, si promossero collette in grano e oro per aiutare la rivoluzione tedesca e si creò una commissione per le misure di preparazione militare dell’insurrezione (invio in Germania di ufficiali dell’Armata Rossa; addestramento miliare delle centurie; organizzazione dei compiti relativi all’esercito e alla politica, ecc.).

Fu convocata a Mosca una delegazione della direzione del KPD, di cui facevano parte Brandler ed esponenti della “sinistra” del partito, con l’obiettivo di elaborare un piano per l’insurrezione, che includeva l’insieme dei compiti militari come pure - di fronte all’insistenza di Trotskij, principale sostenitore del piano - la data dell’insurrezione, che venne fissata al 7 novembre. Brandler si lasciò convincere, anche se pare avesse avuto dubbi sull’esito del piano.

Per l’aspetto politico, il piano consisteva nella traduzione in pratica di una delle eventualità che si erano discusse durante i dibattiti del IV Congresso sul “governo operaio”: l’entrata nel governo della Sassonia per, in base alla sua autorità (Brandler era il responsabile della politica regionale), armare i lavoratori e fare appello allo Sciopero Generale in tutto il paese contro il governo di Stresemann. Gli sforzi essenziali, però, si concentrarono sulla preparazione militare dell’insurrezione.

Ma il 26 settembre, prendendo a pretesto una rivolta fascista in Baviera, il governo Stresemann decretò lo stato d’assedio nell’intera Germania, nominando di passata il generale Muller comandante militare in Sassonia. Il giorno dopo l’ingresso dei comunisti al governo, Muller pretese dal governo regionale lo scioglimento delle centurie operaie. Il governo non rispose a Muller e neanche armò i lavoratori. Il 20, le truppe della Reichswehr fanno il loro ingresso in Sassonia con la scusa di “proteggere” il governo da una presunta minaccia fascista dalla Baviera.

Il giorno seguente si riuniva a Chemnitz - una delle città “rosse” della Germania - la Conferenza dei consigli operai della Sassonia. Ora, il piano era che la Conferenza facesse proprio l’appello allo Sciopero Generale. Il KPD aveva pronti “corrieri” per trasmettere immediatamente la convocazione a tutte le regioni, e questo sarebbe stato il segnale dell’avvio dell’insurrezione.

Nella Conferenza, su 500 delegati 140 rappresentavano comitati di fabbrica, 122 organizzazioni sindacali, 79 commissioni di controllo operaio, 15 comitati d’azione, 16 comitati di disoccupati, 68 organizzazioni del KPD, 7 organizzazioni del SPD e 1 l’USPD. Quando però Brandler fece la sua proposta, il ministro del Lavoro, socialdemocratico di sinistra, Graupe, osservò che essa equivaleva al fatto che la Conferenza si arrogasse compiti spettanti al Parlamento regionale, minacciò di abbandonare la sala se si fosse messa ai voti la proposta di Brandler e propose in alternativa che si creasse una commissione paritetica SPD-KPD per esaminare il problema e sottoporre le proprie conclusioni alla Conferenza prima che questa si concludesse. Brandler ritirò la sua proposta e si adottò all’unanimità quella di Graupe. Le conclusioni della Commissione furono che se ne creasse un’altra che avrebbe continuato a esaminare il problema. La direzione del KPD decise quella stessa notte di abbandonare il piano dello Sciopero Generale e l’insurrezione. Solo ad Amburgo i comunisti avviarono l’insurrezione, che sarebbe stata schiacciata.

[Larisa Reisner (Hamburgo en las barricadas y otros escritos sobre la Alemania de Weimar, Ed. Era, Messico, 1981) ha scritto su questa insurrezione alcune delle pagine più belle ed emozionanti che si possano leggere sulle lotte dei lavoratori (dati ripresi soprattutto da Pierre Frank, Histoire de l’Internationale Communiste (1919-1043), Ed, La Brèche, Parigi, 1979)].

  1. III.BILANCIO DELLA SCONFITTA DEL 1923 

E CRISI DELLA POLITICA DI FU

Il bilancio della sconfitta del 1923

 

Il 1923 tedesco fu l’ultima occasione di concretizzare le potenzialità rivoluzionarie della situazione apertasi con l’Ottobre russo. Forse la consapevolezza di questo carattere di “ultima occasione” può aiutare a capire come abbia cercato di intervenirvi la direzione dell’IC: In ogni caso, tuttavia, la sconfitta determinò una svolta della situazione mondiale: le prospettive rivoluzionarie riappariranno in Europa solamente agli inizi degli anni Trenta. La sconfitta, inoltre, significava il fallimento della direzione dell’IC e delle sue principali sezioni, a parte la Russia. Come solitamente accade con gli insuccessi, si verificò un vastissimo scontro politico che sicuramente non contribuì a fare un buon bilancio dell’esperienza tedesca, né consenti di correggere adeguatamente la linea politica in base agli insegnamenti di questa. Va inoltre tenuto presente che nel partito russo era già cominciata la battaglia frazionista e che questa influenzava con forza le posizioni politiche che i capi delle frazioni adottavano nel dibattito internazionale. La morte di Lenin, a pochi mesi di distanza, avrebbe ulteriormente aggravato la crisi di direzione del partito e dell’Internazionale.

Non crediamo interessante, ai fini che ci siamo proposti, descrivere il dibattito di bilancio del 1923, dai contributi politici del resto piuttosto scarsi; con il passar del tempo, inoltre, alcuni dei suoi protagonisti, a partire da Trotskij, avrebbero rivisto le posizioni che avevano assunto “a caldo”. È invece opportuno, questo sì, sintetizzare in quattro punti i principali problemi strategici emersi nel 1923.

Innanzitutto, sui problemi del KPD e della sua direzione, che diventò il capro espiatorio su cui si riversò la responsabilità di tutti gli errori, da Trotskij a Zinov’ev, fino al punto che il termine “brandlerismo” divenne un epiteto corrente, usato sia dai “trotskisti” sia dagli “stalinisti”. Certamente, una situazione rivoluzionaria mette alla prova non solo una strategia ma anche, e soprattutto, un partito. Per dirla in altri termini, una situazione rivoluzionaria pone sul tavolo i problemi della traduzione in pratica della strategia, problemi che non si possono risolvere con l’elaborazione e la formazione teorica del partito. Non vi è motivo alcuno di pensare che agli inizi del 1923 il KPD avesse una comprensione della strategia rivoluzionaria inferiore, o più debole, della direzione dell’Internazionale nel suo complesso. Il KPD, però, era un partito che viveva fin dalla sua fondazione, ed anche dalla sua preistoria nella rivoluzione del 1919, una vita interna segnata dalle lotte di frazione e questo determinava le sbandate di linea che abitualmente provocano situazioni del genere. Era stato il pioniere del Fronte Unico con la “Lettera aperta” agli inizi del 1921; era passato immediatamente dopo a una linea “avventurista”, per influenza dell’IC, nell’“Azione di Marzo”; aveva sofferto immediatamente una grave crisi interna, con l’espulsione di Levi; di nuovo una svolta dopo il III Congresso verso la politica di FU, che, alla fine sembrava iniziasse a dare frutti nel lavoro quotidiano del partito. Questa tumultuosa esperienza avveniva per di più nel paese con la situazione politica più complicata d’Europa in quel periodo. Nell’estate del 1923, soprattutto per la situazione creata dallo Sciopero Generale e la caduta di Cuno, il KPD venne a trovarsi di fronte a una crisi rivoluzionaria, e cioè alla possibilità concreta e immediata di proporre la lotta per il potere. In una situazione di quel genere, il problema decisivo non è più la strategia (presupponendo che questa fosse di carattere rivoluzionario, come era nel KPD) ma la tattica del partito comunista, terreno su cui l’esperienza dei bolscevichi tra febbraio e ottobre del 1917 può sì essere presa ad esempio. Il problema dei “piccoli risultati”, - come diceva Brandler – del reclutamento, della propaganda…, del “lavoro normale”, non contano più. La sola cosa che conti è conquistare la maggioranza del paese per la distruzione dello Stato borghese esistente, in questo caso la Repubblica Democratica di Weimar, estendendo o creando gli organismi di massa adatti allo scopo. È vero che la direzione del KPD non fu in grado di risolvere questi problemi, ma non lo fu neppure, per altri motivi, neanche la direzione dell’IC.

Nella direzione dell’IC c’era una profonda sfiducia nella direzione del KPD, soprattutto da parte di Trotskij (che arrivò a dire nel settembre di fronte alla direzione del partito russo: “la direzione del KPD non vale niente” e per questo “la rivoluzione tedesca è destinata a morire”). Questa sfiducia può aiutare a capire l’intervento tardivo e “sostituzionista” della direzione dell’IC nell’organizzazione della rivoluzione a partire da agosto. Quel che tuttavia ci interessa mettere in rilievo è il contenuto dell’intervento, limitato praticamente agli aspetti militari, mettendo in secondo piano, nella maggior parte dei casi, gli aspetti politici, che erano quelli determinanti. Questa linea non è coerente con i progressi politici che si pensava di aver fatto al IV Congresso rispetto alla comprensione degli specifici problemi della rivoluzione in Occidente, e rappresenta un arretramento, in certo senso, rispetto al “modello russo”, incluso per l’aspetto di fissare da Mosca addirittura la data dell’insurrezione. Pensare che la spettacolare crescita d’influenza del KPD equivalesse alla possibilità di contare su una “maggioranza nazionale” per la lotta per il potere (che – insistiamo – significava in Germania distruggere le istituzioni democratico-borghesi di Weimar, in una battaglia frontale non solo contro la borghesia ormai relativamente in ripresa, perlomeno nelle sue capacità di manovra politica, dalle conseguenze della guerra, ma anche e soprattutto contro il potente SPD) era un calcolo gravemente errato: si davano per risolti i problemi che appunto andavano affrontati. In agosto probabilmente sono esistite le condizioni più favorevoli per questo, ma il KPD se le lasciò sfuggire. In settembre erano molto peggiori e l’IC pretese di risolverle con criteri più vicini alla “teoria dell’offensiva” che non alla linea del IV Congresso (in cui, per altro verso, come abbiamo accennato,c’erano ancora molti punti deboli o non chiari).

Il terzo ordine di problemi riguarda lo schema di FU applicato. Siamo di fronte a una questione della massima importanza, perché il 1923 costituirà l’unica applicazione pratica significativa della politica di FU che ci sia stata in Occidente in condizioni rivoluzionarie e anche perché la sconfitta del 1923 è servita come base teorica perché l’IC formulasse la cosiddetta politica di “FU dal basso”, degenerazione settaria della linea del IV Congresso. Affrontiamo questo problema, in vari aspetti.

 

2. Sul “governo operaio” e l’ingresso nel governo regionale di Sassonia

 

Si ricorderà come nella discussione del IV Congresso sul governo operaio una delle rare situazioni in cui si ritenesse accettabile la partecipazione governativa comunista nella società borghese fosse in un governo regionale e con l’obiettivo di utilizzarla al fine di armare i lavoratori e combattere a partire dal governo nazionale. Questa eventualità si presentò concretamente in Germania alla metà del 1923; si poteva quindi intendere che la si sarebbe sfruttata. Inoltre, la “socialdemocrazia di sinistra” era evoluta realmente a sinistra (il suo principale dirigente, Zeigner, definì il governo di coalizione con il KPD come un “governo di difesa repubblicana e proletaria”) e probabilmente in Sassonia esisteva una forte pressione di massa per l’ingresso del KPD nel governo. Che Brandler fosse il responsabile della polizia, in maggioranza composta da militanti socialdemocratici, è un sintomo del grado di fiducia che c’era all’interno della coalizione.

Si poteva pensare di essere di fronte a un’impeccabile applicazione della politica di FU. In realtà, però, mancava un aspetto essenziale. Il contenuto della politica di FU, gli obiettivi di questa, dovevano essere i compiti concreti indispensabili all’azione unitaria dei lavoratori nella situazione data. Il KPD non entrava nel governo per “governare”, per condurre una gestione delle funzioni pubbliche che fosse quella più favorevole ai lavoratori: vi entrava per preparare un’insurrezione. Più ancora, quali che fossero le sue intenzioni, la borghesia tedesca avrebbe considerato l’ingresso al governo del KPD un’immediata minaccia rivoluzionaria, e avrebbe risposta ad essa senza la minima esitazione e in tutta fretta. Il 1923 tedesco è una dimostrazione concreta di qualcosa che successivamente la storia europea ha confermato in maniera pesante: la direzione borghese non si lascia “ingannare” quando arriva una crisi rivoluzionaria; sente nitidamente il segnale d’allarme e prende l’iniziativa. Si ricorderà che il giorno dopo l’ingresso del KPD al governo, arriva l’ordine del generale Muller che riesce a colpire nel punto giusto per impedire l’insurrezione: lo scioglimento delle centurie operaie. Una settimana dopo arriva l’intervento militare, una volta avuta la dimostrazione dell’incapacità di reagire del governo.

La paralisi del governo dimostrava come su questo punto essenziale – l’armamento dei lavoratori e la sua naturale conclusione: l’appello allo Sciopero Generale in Germania – non c’era intesa tra Zeigner e Brandler. E dal momento che i comunisti erano in netta minoranza, la cosa più probabile era che si sarebbe applicata la linea di Zeigner, e così avvenne. Veniva meno strepitosamente un punto fondamentale della tattica: il governo non serviva come strumento di preparazione dell’insurrezione. Si poteva parteciparvi o meno, ma non lo si doveva considerare la chiave di volta del lancio della rivoluzione.

In questa esperienza emerge un problema più generale. Il FU era stato stabilito come una politica per una situazione “difensiva” e si era appena discusso sul suo ruolo in una politica “offensiva”, in particolare per la lotta per il potere. L’esperienza del 1923 indica che ciò che si verifica in queste situazioni è un’estrema polarizzazione politica tra il partito operaio che si schiera dalla parte del regime vigente e il partito operaio rivoluzionario, tra il SPD, il suo apparato centrale, e il KPD. Per questo aspetto, l’unità non ha alcun ruolo. Viceversa, è decisivo che vi sia unità “dal basso”, organismi che consentano l’intervento unitario della stragrande maggioranza popolare, e in special modo della classe operaia, in situazioni di scontro frontale dei suoi partiti maggioritari. Nella Rivoluzione russa questo ruolo lo assolsero i soviet. Nella rivoluzione tedesca Brandler cercò disperatamente all’ultimo minuto di farlo svolgere ai consigli di fabbrica. È vero che sviluppare questi organismi è un compito decisivo in una situazione rivoluzionaria ed è parte integrante della politica di FU. Ma la politica generale di FU, in quanto include la ricerca dell’unità d’azione delle organizzazione operaie nel loro insieme, non si può applicare come tale in una situazione rivoluzionaria.

 

  1. 3.Sulla legittimità “democratica” e la sua rottura 

 

Nell’estate del 1923 il KPD aveva conquistato l’egemonia della classe operaia nell’azione, ma non aveva ancora l’egemonia, la direzione politica per la lotta per il potere. L’esperienza del 1923 dimostra come, in Occidente, non esistesse tra le due egemonie un rapporto immediato, un passaggio automatico, neppure in una situazione rivoluzionaria. Rimane un ostacolo enorme, di natura politico-ideologica (resta anche, ovviamente, il problema materiale dell’organizzazione dell’insurrezione che, come si è visto, è l’unico preso in considerazione dalla direzione dell’IC): la rottura della “legittimità democratica” del regime borghese. Ricordiamo l’argomento di fondo di Graupe alla Conferenza di Chemnitz: i consigli operai si stanno arrogando competenze che spettano al Parlamento regionale, organo eletto a suffragio universale, in cui per giunta sono maggioritari i partiti operai che governano insieme in base a quella maggioranza. L’argomento di Graupe fu accolto all’unanimità. Tra le critiche che si rivolsero a Brandler nell’IC c’è quella di non aver sostenuto con sufficiente energia la proposta di convocare lo Sciopero Generale contro la posizione di Graube. Può anche darsi che fosse così, ma il problema essenziale non stava in una maggiore o minor dose di “energia”. Il problema era la consapevolezza dei delegati operai presenti alla Conferenza.

Non abbiamo l’assurda pretesa di rispondere qui in poche righe al problema più difficile da risolvere della strategia rivoluzionaria in Occidente (per la verità, non sapremmo farlo neanche in “moltissime righe”). Quel che possiamo fare è descrivere il problema che rivestì un ruolo fondamentale nel 1923: lo scontro tra una legittimità costituita, ancorché in crisi, di natura democratico-borghese, e una legittimità implicita, in costruzione, embrionale, inconsapevole per la maggioranze dei suoi protagonisti, di natura rivoluzionaria. Pensiamo possibile delineare meglio la questione ricorrendo come esempio a un tipo di lotta che si è dimostrata meglio in grado di risolvere il problema della lotta rivoluzionaria socialista: la rivolta contro l’oppressione nazionale.

Una situazione di oppressione nazionale vissuta come tale dalla maggioranza di un popolo ha come effetto immediato quello di indebolire o di infrangere la legittimità del potere costituito che opprime, anche quando questo sia di natura democratico-borghese. Il potere oppressore viene sentito come “estraneo”, il suffragio universale su cui si basa è quello di un “altro popolo”. Il solo fatto di “parlare” costituisce un’esperienza quotidiana dell’identità di un popolo oppresso come qualcosa di diverso, alternativo agli oppressori. La comunità oppressa, infine, ha forme naturali di organizzazione, non necessariamente politiche, e comunque non solo politiche, che possono configurare una legittimità alternativa, non solo nella lotta, ma nella vita quotidiana. Questo insieme di condizioni facilita la risoluzione dello “scontro di legittimità” (e, sia detto di passata, non è casuale che in tutte le rivoluzioni vincenti del XX secolo, ad eccezione della Rivoluzione russa, la questione nazionale abbia avuto un ruolo decisivo). È anche vero che queste condizioni specifiche delle lotte di liberazione nazionale mettono in ombra il problema della natura del potere da costruire dopo la vittoria della rivoluzione, ma il problema esula dall’ambito del presente testo.

Viceversa, la lotta operaia e la lotta rivoluzionaria socialista non hanno trovato una risposta convincente al problema. Nel movimento operaio dell’epoca di cui ci occupiamo, in particolar modo in Germania, era presente una considerevole rete di “contro-società” operaia, con sedi, stampa, una vera e propria cultura specifica. Esistevano anche tradizioni che, implicitamente, significavano una contestazione radicale del regime borghese: ad esempio, le milizie operaie armate per l’autodifesa. Nell’estate del 1923 c’era sicuramente e molto diffusa una sfiducia radicale nei confronti del Reichstag. Tuttavia, nella classe operaia non esisteva la convinzione che fossero loro, i lavoratori e le organizzazioni in cui si riconoscevano maggioritariamente – i consigli o comitati operai – il vero potere legittimo in Germania e che, per trasformare questo potere in realtà occorreva abbattere tutte le istituzioni del regime vigente, ormai “illegittimo”.

 

La tattica di Brandler a Chemnitz

 

Uno dei punti più controversi del 1923, criticato molto duramente dall’IC, fu la decisione di Brandler di sottoporre al voto della Conferenza di Chemnitz la convocazione dello Sciopero Generale, segnale dell’inizio dell’insurrezione. Si può dire che Brandler fece l’opposto di quel che decisero i bolscevichi in Ottobre (convocare l’insurrezione per decisione del partito, senza attendere l’approvazione del Congresso dei Soviet). Dato che la Rivoluzione russa vinse e quella tedesca fallì è facile giungere alla conclusione che l’esperienza storica ha consacrato come norma di validità universale la posizione bolscevica.

Non siamo convinti che questa sia la conclusione da ricavare dall’esperienza tedesca. In un movimento operaio profondamente e tradizionalmente diviso, spaccato in due metà, Brandler cercò di fare in modo che l’appello all’insurrezione fosse avallato da un organismo unitario. Tentò prima con il governo regionale e, quando fallì, cercò di farlo con la Conferenza di Chermnitz. Anche qui fallì, ma non crediamo che questo infici il criterio utilizzato. Al contrario, sembra assai discutibile la posizione dell’IC, in base al “modello russo”, che avrebbe dovuto essere il partito stesso a dare l’ordine dell’insurrezione. Molto probabilmente, il SPD avrebbe risposto con un “contrordine”. Sarebbe probabilmente esplosa la guerra civile nello stesso campo operaio. La capacita di “ristabilire l’ordine” dell’esercito si sarebbe rafforzata.

Più volte in quegli anni si ripeté che “l’Ottobre tedesco non si era concluso come l’Ottobre russo”. Ma, soprattutto, ’”l’Ottobre tedesco” non era “l’Ottobre russo”. L’IC aveva fatto molti progressi nella comprensione tecnica della natura specifica della rivoluzione in Occidente, ma nella pratica c’era ancora molta strada da fare.

 

Sull’utilità della politica di FU

 

In una risoluzione adottata il 3 novembre, subito dopo la sconfitta, il CC del KPD definiva la socialdemocrazia “complice del fascismo”. Era la prima volta che faceva la sua comparsa, sia pure in maniera embrionale, un concetto che avrebbe avuto ripercussioni catastrofiche per il movimento comunista internazionale: il “social-fascismo” come caratterizzazione della socialdemocrazia. La direzione dell’IC continuava dopo il 1923 a considerare il FU come asse della propria politica, ma dietro questi termini c’era un contenuto opposto a quello del IV Congresso: la linea ultrasettaria del “FU dal basso”, il cui obiettivo fondamentale era quello di “smascherare il social-fascismo”, non quello di consentire l’azione unitaria dei lavoratori. Possiamo dire che, in realtà, una delle conclusioni che la maggioranza della direzione dell’IC ricaverà dall’esperienza del 1923 sarà la necessità di abbandonare la politica di FU, anche se mai si curò di esplicitarlo per iscritto.

Era fallita in Germania la politica di FU? Crediamo che l’esperienza del 1923 avesse dimostrato l’enorme difficoltà di tradurla in pratica, i terreni in cui essa è imprescindibile, ma anche quelli in cui non si applica, o si applica in modo completamente diverso da quello previsto nelle risoluzioni dell’IC. Tuttavia, il problema di fondo che la politica di FU intendeva risolvere – vale a dire, come conquistare l’egemonia del movimento operaio a partire da una situazione minoritaria, di fronte a un’organizzazione maggioritaria riformista – e la risposta centrale data dal FU - e cioè, nell’iniziativa di massa dell’insieme del movimento operaio per gli obiettivi concreti indispensabili in ciascun momento –dopo il 1923 avevano ancora piena validità. Fu Trotskij, da solo, a cercare di dare continuità a questa politica e ad approfondirla nella fase successiva: ma Trotskij aveva idee, non le forze che permettessero di andare imparando dall’esperienza.

E, come aveva dichiarato lo stesso Trotskij nel suo discorso del 1922 cui abbiamo già accennato prima, nella politica di FU un elemento centrale è quello dei rapporti di forza. Aveva distinto la politica indispensabile per conquistare “i 3/7” della classe operaia da quella indispensabile a conquistare gli altri “4/7”. L’esperienza del 1923 consente di capire meglio questi crinali: l’utilità piena della politica di FU c’è solo in un periodo ristretto dal punto di vista dei rapporti di forza, ma assolutamente decisivo per la rivoluzione: la fase che va dal momento in cui i comunisti sono una forte minoranza con influenza di massa nel movimento operaio fino a che ne diventano, o stanno sull’orlo di diventarne, la maggioranza (fino alla tanto rievocata data dell’estate 1923 in Germania). Al di fuori di questo momento, la comprensione della politica di FU e della sua applicazione in momenti o situazioni o terreni concreti, è sempre utile per i comunisti, da quando sono una piccola minoranza fino alla vittoria rivoluzionaria. Ma è proprio in questa fase che la politica di FU costituisce l’asse indispensabile del lavoro comunista. È questo uno degli insegnamenti di quegli anni, in cui l’IC fu, con tutti i suoi errori e le sue debolezze, una direzione internazionale comunista e rivoluzionaria, come non ce ne è stata nessun’altra. Quel che venne dopo costituì la radicale rottura della continuità comunista.

 

Traduzione di Titti Pierini

1 Questo testo è stato scritto da Miguel Romero (el “Moro”), storico dirigente della Sinistra Anticapitalista (IA) dello Stato spagnolo e del Segretariato Unificato della IV Internazionale. È stato pubblicato come parte della collana “Textos de Combate” (“Testi di lotta”) dell’IA (Izquierda Anticapitalista spagnola).

2Si veda sul sito col titolo La crisi del 1929 e l’ascesa del fascismo, dedicato a La lotta per il fronte unico nella Germania degli anni 1930 di François Sabado e Patrick Le Moal.

3 Abbiamo scelto di mantenere la prima Scheda e di fare della seconda un nuovo Capitolo, per facilitare la lettura del testo. [NdE].