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Cambiamento climatico

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 30 aprile 2010 · 94 min di lettura

Un testo importante per la discussione sul cambiamento climatico e sulle cause profonde delle cosiddette "catastrofi naturali", che va ricollegato all'articolo Catastrofi inserito nella sezione "all'ordine del giorno"

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Versione di lettura convertita dal file originale.

Traduzione dal testo comparso in Europe Solidaire sans Frontières; poi pubblicato in Inprecor N. 551/552 – luglio-agosto 2009, con qualche piccola modifica redazionale (intertitoli).

Rapporto sul cambiamento climatico

di DANIEL TANURO*

*Versione rielaborata del rapporto presentato da Daniel Tanuro al Comitato Internazionale (CI) della Quarta Internazionale (QI) nel febbraio 2009. Il rapporto è stato adottato come base per la redazione di una risoluzione «Clima» al congresso della QI.

Ci auguriamo che il rapporto susciti altri contributi, sia da parte di membri del CI della QI che hanno partecipato alla discussione del testo, sia da parte di militanti impegnati nella lotta sul cambiamento climatico e che lavorano in particolare sul legame tra l’ecologico e il sociale. Con la pubblicazione di tali contributi, speriamo di alimentare uno sforzo di riflessione collettiva.

Sommario

  • I. LA MINACCIA CLIMATICA: (…) 

  • II. I LIMITI FISICI  

  • III. LA RISPOSTA CAPITALISTA 

  • IV. COSTRUIRE UN MOVIMENTO DI LOTTA (…) 

  • V. APRIRE LA VIA A UNA (…) 

_________________________________________________________________________________________________

I. LA MINACCIA CLIMATICA: CAUSE, RESPONSABILITA’ IMPATTI SOCIALI ED ECOLOGICI

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1. Il cambiamento climatico è un fatto senza precedenti.

Il cambiamento climatico è un fatto. Nel XX secolo, la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0,6°C, il livello dei mari è salito di 10/20 cm, i ghiacciai si sono ritirati in proporzioni importanti quasi ovunque, nel Nord Atlantico è cresciuta la violenza dei cicloni, e si è registrato un numero maggiore di eventi meteorologici estremi quali tempeste, inondazioni e siccità.

Non si tratta di variazioni periodiche (come ad es. il fenomeno «El Niño»), ma di cambiamenti profondi e di lungo termine, che traducono un importante squilibrio globale del sistema climatico. Il motore di tali squilibri – l’aumento della temperatura media della superficie – è di un’ampiezza senza precedenti da almeno 1300 anni.  L’aumento è fortemente correlato con un altro fenomeno, questo senza precedenti da 800.000 anni: l’aumento della concentrazione di carbonio nell’atmosfera, sotto forma di gas carbonico e di metano – due gas il cui contributo all’effetto serra è ben stabilito dalla fisica da molto tempo. [Notato per la prima volta dallo scienziato svedese Svante Arrhenius nel 1896. Ndt.]

La spiegazione secondo cui il riscaldamento attuale ha come causa principale l’aumento delle emissioni di gas-serra è sicura a più del 90% e non è più oggetto di contestazioni credibili sul piano scientifico. È ben stabilito che il riscaldamento attuale è senza precedenti e differisce radicalmente dalle altre fasi di riscaldamento che la Terra ha conosciuto nel corso della sua storia. Nel corso dei periodi interglaciali del passato, le variazioni naturali nella posizione della Terra in rapporto al Sole, o dell’attività solare, creavano un riscaldamento che favoriva lo sviluppo della vita e tale sviluppo determinava a sua volta un aumento della concentrazione atmosferica di CO2, la quale accentuava ulteriormente il riscaldamento. Oggi, la catena della causalità è invertita: i fattori naturali spiegano soltanto una parte limitatissima  del riscaldamento (dal 5% al 10% circa); l’essenziale deriva da un aumento rapidissimo delle concentrazioni atmosferiche di CO2 e di metano, dovuto alle attività umane. In altri termini: in passato il cambiamento climatico causava l’aumento dell’effetto serra, oggi l’aumento dell’effetto serra determina direttamente il cambiamento climatico.

2. L’espressione «cambiamento climatico» è ingannevole: ci troviamo di fronte a un rivolgimento brutale, irreversibile sulla scala umana del tempo.

L’espressione «cambiamento climatico» è ingannevole: evoca una modifica graduale mentre ci troviamo di fronte a un brutale rivolgimento, la cui velocità sta accelerando. È dovuto a tre tipi di attività economiche che aumentano la concentrazione atmosferica dei gas-serra:

(i) Le foreste, le praterie naturali, i suoli e le torbiere trattengono il carbonio sotto forma di materia organica. La deforestazione, la trasformazione delle praterie in terre da coltivo, il prosciugamento delle zone umide e le cattive pratiche di coltivazione hanno l’effetto di liberare il carbonio. D’altra parte, l’uso eccessivo di fertilizzanti nitrati artificiali (17,9% delle emissioni) provoca emissioni di ossido nitroso, un altro gas-serra;

(ii) Qualsiasi combustione si traduce nell’emissione di gas carbonico (CO2). Ma c’è una grande differenza tra la CO2 proveniente dalla combustione di biomasse, da un lato, e la CO2 proveniente dalla combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale). La prima è riciclata senza problemi dagli ecosistemi (piante verdi e oceani) che assorbono e rigettano in permanenza CO2 («ciclo del carbonio»). La seconda, al contrario, può essere riciclata solo entro certi limiti. Ora, da due secoli, la combustione di combustibili fossili immette molto rapidamente e di continuo nell’atmosfera importanti quantità di CO2 (56,6% delle emissioni);

(iii) Certi processi industriali sono responsabili dell’emissione di gas-serra (gas fluorati) sconosciuti in natura.

Il carbonio è presente naturalmente nell’atmosfera solo a concentrazioni molto deboli, ed è precisamente per questa ragione che le attività umane possono avere un impatto tanto importante sul sistema climatico. La quantità globale di gas-serra [d’ora in poi anche GS] che immettiamo attualmente nell’atmosfera è circa due volte superiore alla capacità di assorbimento naturale. Il resto si accumula, determinando l’aumento dell’effetto serra, dunque della temperatura, e tale accumulo tende ad aumentare con il riscaldamento. Il meccanismo principale del riscaldamento si riassume quindi in una saturazione del ciclo del carbonio da parte delle emissioni di gas provenienti dalle attività umane.

Questo riscaldamento è irreversibile su scala umana. Anche se le concentrazioni atmosferiche di GS venissero stabilizzate immediatamente, il riscaldamento farebbe sentire i suoi effetti per circa mille anni, poiché la temperatura delle enormi masse delle acque oceaniche impiega moltissimo tempo a omogeneizzarsi. In assenza di una stabilizzazione, il meccanismo subirebbe inevitabilmente una drastica accelerazione e scatenerebbe fenomeni molto pericolosi, come lo scioglimento delle calotte di ghiaccio polari, o la liberazione delle enormi quantità di metano contenute nel permafrost, le terre in permanenza ghiacciate, o nel fondo degli oceani.

Sarebbe errato e pericoloso contare sul fatto che l’esaurimento dei giacimenti di carbone, petrolio e gas naturale si produca in tempo per proteggere l’umanità da questi colossali rischi. In effetti, le riserve provate di combustibili fossili, (in particolare di carbone) sono ampiamente sufficienti per provocare un’accelerazione incontrollabile. In questo caso, la Terra rischierebbe in definitiva di ritrovare le condizioni che non ha conosciuto da 65 milioni di anni e che l’umanità non ha di conseguenza mai sperimentato: un globo senza ghiacci, in cui il livello dei mari supererebbe di circa cento metri il livello attuale.

3. Lo sconvolgimento climatico non è dovuto alla «attività umana» in generale, ma al modo di questa attività dopo la Rivoluzione Industriale capitalista.

Lo sconvolgimento climatico non è dovuto all’«attività umana» in generale, come dicono i media e i rapporti del GIEC [o ICCP in inglese) ma al modo di questa attività dopo la Rivoluzione Industriale capitalista, in particolare alla combustione dei combustibili fossili. La causa del fenomeno sta fondamentalmente nella logica capitalistica e produttivistica di accumulazione, il cui centro di gravità storico è situato nelle metropoli imperialiste.

Il decollo economico della Rivoluzione Industriale non si sarebbe potuto fare su grande scala senza il carbone. Sarebbe tuttavia riduttivo imputare il cambiamento climatico indistintamente al «progresso» in generale. In realtà sono apparse molto presto nuove possibilità di sfruttamento delle energie rinnovabili, che avrebbero permesso di conciliare uno sviluppo ragionevole con la protezione dell’ambiente. Queste sono state scartate sistematicamente dalla logica capitalista di accumulazione. A questo riguardo c’è uno stridente contrasto tra il continuato disinteresse per il fotovoltaico (scoperto nel 1839) e l’entusiasmo immediato dei paesi capitalisti (e non capitalisti) per la fissione atomica. Lo sviluppo della filiera nucleare non sarebbe stato possibile senza consistenti investimenti pubblici, consentiti nonostante i terribili pericoli di questa tecnologia. Il potenziale solare non ha mai beneficiato di un simile interesse.

Nel corso dello sviluppo capitalista, i grandi gruppi energetici hanno acquistato un peso determinante che gli ha permesso di configurare il sistema energetico in funzione dei loro interessi. Il potere di questi gruppi non deriva soltanto dal fatto che l’energia è indispensabile per qualsiasi attività economica e che gli investimenti energetici sono di lungo termine, ma anche dal fatto che il carattere limitato e appropriabile dei giacimenti dei combustibili fossili offre la possibilità di imporre prezzi di monopolio, dunque di prelevare un sovrapprofitto importante, stabilizzato sotto la forma di rendita energetica.

Il ruolo chiave del petrolio in quanto fonte abbondante e a buon mercato di carburante liquido ad alto contenuto energetico ha permesso in particolare ai capitali sempre più concentrati e centralizzati che controllano il settore, di occupare una posizione strategica sul piano economico come su quello politico. Assieme ai produttori di carbone, gli elettrici e i grandi settori dipendenti dal petrolio (automobile, costruzione navale e aeronautica, petrolchimica) le multinazionali del petrolio hanno impedito l’utilizzo delle risorse energetiche, delle tecnologie e degli schemi di distribuzione alternativi, spingendo invece al sovraconsumo e limitando il progresso dell’efficienza energetica, sia dei sistemi che dei prodotti.

Per capire l’ingranaggio del cambiamento climatico, conviene completare l’analisi integrando la tendenza del capitalismo in generale alla concentrazione e alla centralizzazione, alla incessante sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto, alla standardizzazione delle tecniche e alla sovrapproduzione di beni di consumo di massa per il mercato mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale, questa tendenza si è tradotta in particolare nella fabbricazione di milioni di automobili individuali. Questa produzione, se ha «tirato» l’onda lunga espansiva delle «trenta gloriose» [annate ‘45-‘75], ha contribuito a fare esplodere l’uso dei combustibili fossili e quindi delle emissioni.

Più vicino a noi, la mondializzazione capitalista neoliberista, l’esportazione massiccia di capitali verso i paesi emergenti, la produzione a linea snella per il mercato mondiale, lo smantellamento dei trasporti pubblici (in particolare delle ferrovie) e la crescita spettacolare del trasporto aereo e navale sono venuti a dare un nuovo impulso al fenomeno.

4. Anche i paesi del «socialismo reale» hanno una pesante responsabilità: rinunciando alla rivoluzione mondiale, hanno imitato il produttivismo e copiato le tecnologie capitalistiche.

Nell’analisi del cambiamento climatico non può essere elusa la responsabilità dei paesi che hanno tentato di impegnarsi su una via alternativa al capitalismo. A causa principalmente della loro degenerazione burocratica, questi paesi hanno adottato il produttivismo e hanno portato a un livello senza precedenti lo spreco delle risorse naturali, in particolare energetiche.

La Russia zarista era un paese arretrato. Dopo la guerra, la rivoluzione e la guerra civile non sarebbe stata possibile una ripresa senza ricorrere ai combustibili fossili. Ciò contribuisce in parte a spiegare l’assenza di riflessione in prospettiva da parte dei teorici sovietici sull’inevitabile vicolo cieco, a temine, di un sistema basato su fonti non rinnovabili, ma altri elementi devono indubbiamente essere messi in conto (vedi cap. 5). Quel che sembra certo è che l’ulteriore sviluppo economico dell’URSS avrebbe permesso di esplorare altre scelte energetiche, ma che la dittatura staliniana e la degenerazione del «socialismo in un paese solo» hanno bloccato tale possibilità.

Abbandonando la prospettiva della rivoluzione mondiale, puntando su una coesistenza pacifica con l’imperialismo nella speranza di garantire i propri privilegi, soffocando il pensiero creativo, la burocrazia staliniana ha scelto anche di mettersi al seguito dello sviluppo tecnologico dei paesi capitalisti sviluppati – trainato dalle tecnologie militari – e di imitare il sistema energetico capitalista, fatto su misura per i bisogni del capitale. Questa logica raggiunse il culmine sotto Kruscev, con l’illusione di raggiungere e superare gli USA. Essa comportò in particolare lo sviluppo insensato dell’energia nucleare, che doveva portare alla catastrofe di Cernobil.

Basato su un sistema di premi alla tonnellata di materiali consumati, il modo burocratico di interessamento materiale dei direttori ai risultati della produzione ha costituito un fattore specifico di spreco. Il risultato fu un sistema energetico ancora più inquinante e sprecone del modello capitalista di riferimento e ancora meno efficiente.

Infine, il disprezzo per i bisogni delle masse, la loro esclusione dalle decisioni politiche e la volontà di mantenerle in uno stato di atomizzazione sociale hanno condotto a scelte fortemente irrazionali in tutta una serie di ambiti (pianificazione del territorio, architettura, urbanesimo,…per non parlare della collettivizzazione forzata dell’agricoltura). Tali scelte hanno avuto l’effetto di aggravare lo spreco delle risorse e l’inefficienza energetica dell’insieme, senza contare le gravi conseguenze in altri ambiti, in particolare in materia di inquinamento e di salute pubblica.

È così che dopo la seconda guerra mondiale le emissioni dell’URSS e di alcuni paesi dell’Europa centrale hanno cominciato a rappresentare una parte significativa delle emissioni mondiali. Il confronto tra le tonnellate di gas di carbonio emesse per persona e per anno in questi paesi con le tonnellate emesse all’epoca nei paesi capitalisti sviluppati dimostra bene la responsabilità specifica del «socialismo reale» nello sconvolgimento del clima. Poco prima della caduta del Muro, ad esempio, la Cecoslovacchia emetteva 20,7 tonnellate di CO2 per persona all’anno e la RDT 22 tonnellate per persona all’anno. A titolo di confronto, gli USA, il Canada e l’Australia – i più importanti emettitori di CO2  del mondo capitalista sviluppato – emettevano a quell’epoca rispettivamente 18,9, 16,2, e 15 tonnellate per persona all’anno, per un PIL per abitante largamente superiore.

5. I cambiamenti climatici sono portatori di conseguenze catastrofiche per l’umanità e gli ecosistemi.

Il cambiamento climatico è portatore di conseguenze catastrofiche per l’umanità e gli ecosistemi.  Non c’è alcun dubbio che i suoi effetti negativi superano nettamente gli effetti positivi, anche per un aumento di temperatura limitato. Secondo il GIEC [1]:

► Per ogni aumento di temperatura tra +1°C e +5°C, si dovrebbe intensificare la siccità nelle regioni subtropicali e nelle regioni tropicali semiaride. A partire da +2°C, altri milioni di persone potrebbero essere soggette ogni anno a inondazioni costiere. A partire da +3°C, circa il 30% delle zone umide costiere andrebbe perduto.

► Già da ora, il riscaldamento diminuisce i raccolti dei piccoli coltivatori e la presa dei piccoli pescatori, che producono mezzi di sussistenza per le popolazioni locali. A partire da +1°C si prospettano consistenti perdite di produttività di certi cereali nelle regioni tropicali, e a partire da +3,5°C una perdita di produttività per tutti i cereali a quelle latitudini. Nelle regioni temperate (alta latitudine), i modelli indicano un aumento di produttività per certi cereali a partire da +1°C, ma una diminuzione di produttività sempre più generalizzata a partire da +3,5°C.

► Già da ora, i sistemi sanitari sono confrontati a un carico supplementare dovuto alla malnutrizione, alla diarrea, alle malattie cardiorespiratorie e infettive, il cui aumento è una conseguenza dei cambiamenti climatici. La morbilità e la mortalità accresciute in occasione di canicole, inondazioni e siccità si fanno già sentire, così come la modificazione delle aree di distribuzione di certi insetti portatori di malattie (la zanzara anofele che trasmette la malaria, la zecca che trasmette la malattia di Lyme,…). Inoltre, la combustione dei combustibili fossili contribuisce all’inquinamento dell’aria, in particolare per via delle particelle sottili, una delle cause maggiori dell’aumento estremamente preoccupante di malattie respiratorie come l’asma.

► A partire da +1°C, si stima che il 30% delle specie animali e vegetali correrà un rischio accresciuto di estinzione. Un aumento di +5°C significherebbe estinzioni significative di specie su tutte le regioni del globo. Queste proiezioni sono tanto più allarmanti in quanto altri fattori (come l’utilizzo dei suoli) contribuiscono già oggi a un’ondata di estinzioni più importante e più rapida di quella che la Terra ha conosciuto all’epoca dell’estinzione dei dinosauri, circa sessanta milioni di anni fa.  Al di là dei suoi importanti aspetti estetici, affettivi e culturali, tale impoverimento radicale della materia vivente costituisce una grave minaccia.  La biodiversità condiziona infatti le capacità di adattamento degli ecosistemi, in particolare degli ecosistemi coltivati, ad esempio le possibilità di selezione di piante da coltivo adattate ai cambiamenti climatici.

► A partire da +2,5°C circa, dal 15% al 40% degli ecosistemi terrestri comincerebbero a emettere più CO2 di quanta ne assorbano, il che significa che la saturazione del ciclo del carbonio crescerebbe e che il riscaldamento si autoalimenterebbe con un effetto a valanga incontrollabile («runaway climate change»).

Sul piano umano, secondo certe proiezioni, il numero di vittime supplementari di questi flagelli tenderebbe a crescere sempre più rapidamente in funzione dell’aumento della temperatura. Per un aumento di +3,25° (in rapporto al periodo preindustriale), che si colloca circa a metà delle proiezioni del GIEC, le inondazioni costiere causerebbero tra 100 e 150 milioni di vittime da adesso al 2050, le carestie fino a 600 milioni e la malaria 300 milioni, mentre la penuria di acqua potrebbe colpire fino a 3,5 miliardi di persone in più.

Queste stime sono evidentemente soggette a incertezze più o meno gravi. Inoltre, gli impatti sono in funzione di fattori sociali che possono aumentarli o ridurli in qualche misura, soprattutto se il riscaldamento rimane limitato. Resta che, con una politica invariata, l’ampiezza generale della minaccia è considerevole.

6. Già ora i popoli del Sud pagano un pesante tributo allo stravolgimento climatico di cui saranno le principali vittime.

Tra il 2000 e il 2004 sono state registrate in media ogni anno 326 catastrofi climatiche, che hanno causato 262 milioni di vittime, circa tre volte di più che tra il 1980 e il 1984. Oltre 200 milioni delle vittime vivevano in paesi non membri dell’OCSE che hanno solo una responsabilità marginale nell’aumento dell’effetto serra. Per gli anni 2000-2004 un abitante su 19 è stato colpito da un disastro climatico nei paesi in via di sviluppo. La cifra corrispondente per i paesi dell’OCSE è di 1 su 1500 (79 volte di meno). [2]

In mancanza di politiche adeguate, questa ingiustizia climatica è destinata ad accentuarsi per raggiungere proporzioni drammatiche. Lo riconosce il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo [UNDP]: a causa del cambiamento climatico, non saranno realizzati neanche gli “Obiettivi del Millennio”, già notoriamente insufficienti. In caso di catastrofe climatica, alcuni tra i paesi più poveri rischiano di cadere in una spirale di regressione sociale ed economica senza via d’uscita. Ad esempio, l’immensa maggioranza delle centinaia di milioni di esseri umani minacciati dall’aumento del livello degli oceani vivono in Cina (30 milioni), in India (30 milioni), in Bangladesh (15-20 milioni), in Egitto (10 milioni) o in altri delta – in particolare il Mekong, il Niger – (10 milioni)… Con un aumento di un metro del livello degli oceani, un quarto della popolazione del Vietnam dovrebbe sfollare.

L’aumento dell’insicurezza alimentare è un’altra manifestazione clamorosa dell’ingiustizia climatica. Secondo alcune fonti, il potenziale di produzione agricola dei paesi sviluppati potrebbe aumentare dell’8% entro il 2080, mentre quello dei paesi in via di sviluppo diminuirebbe del 9%. L’America Latina e l’Africa sarebbero i continenti più colpiti, con perdite di produttività superiori al 12%, fino al 15%. In alcune regioni dell’Africa subsahariana e dell’Asia, la produttività dell’agricoltura non irrigua potrebbe ridursi a metà nei prossimi 20 anni, secondo il GIEC. Le conseguenze rischiano di declinarsi in termini di dipendenza accresciuta rispetto all’agroindustria capitalista, di dominazione crescente da parte dei latifondisti, di crescita della povertà e delle carestie a danno dei piccoli contadini, di esodo rurale e di degradazione dell’ambiente.

7. L’esempio del ciclone Katrina mostra i pericoli anche per i lavoratori e i poveri dei paesi sviluppati.

Nel settembre 2005, il ciclone Katrina che ha colpito New Orleans ha mostrato che di fronte al cambiamento climatico le frazioni più povere della classe operaia nei paesi sviluppati sono poco meglio attrezzate delle masse dei paesi dominati: vivono nelle zone più esposte alle catastrofi, non hanno mezzi per fuggire, (o hanno paura di farlo per il timore di non poter tornare e di perdere tutto) e i loro beni sono poco o niente assicurati.

Katrina ha causato la morte di 1500 persone e lo sfollamento di altre 780.000. 750.000 di queste non erano coperte da alcuna forma di assicurazione. New Orleans contava il 28% di poveri (media USA: 12%) e il 35% di poveri tra la popolazione afroamericana (media USA 25%). I quartieri dove vivevano sono stati i più colpiti. Il 75% della popolazione nei quartieri allagati era nera.

Dato che i poteri pubblici non si sono fatti carico dell’evacuazione, 138.000 dei 480.000 abitanti della città sono stati presi in trappola. Senza acqua potabile, senza elettricità, senza telefono, hanno atteso più di cinque giorni prima di essere soccorsi. Nella immensa maggioranza si trattava di lavoratori poveri, disoccupati, bambini poveri, persone anziane senza risorse. Questo bilancio è inseparabile dalla politica di classe, imperialista e razzista della borghesia USA in generale e dell’amministrazione Bush in particolare.  A partire dal 2003, per finanziare la «guerra contro il terrorismo», lo Stato federale ha diminuito sistematicamente il bilancio del servizio incaricato della manutenzione delle dighe; per l’anno 2005 tale servizio aveva ricevuto appena un sesto dei mezzi richiesti. Questa politica arrogante e brutale è continuata dopo la catastrofe, tramite una strategia di ricostruzione finalizzata a cacciare i poveri dalla città e ad attaccare le conquiste sociali dei lavoratori (soppressione del salario minimo in particolare).

Questo bilancio è anche inseparabile dalle altre ineguaglianze sociali che caratterizzano la società capitalista, in primo luogo le ineguaglianze imposte alle donne. Non è per caso che le donne afroamericane (e i loro figli ) hanno pagato il prezzo più alto della catastrofe. Da un lato, le donne sono in prima linea di fronte alle minacce climatiche, dato che rappresentano l’80% degli 1,3 miliardi di esseri umani che vivono al di sotto della soglia di povertà. Dall’altro lato, esse sono colpite in modo specifico a causa della loro oppressione. Nei paesi meno sviluppati, i cambiamenti climatici implicano, ad esempio, l’aggravamento [del compito] della raccolta di legna per riscaldamento [e cucina] e la riduzione dei redditi derivanti dai lavori agricoli, due compiti svolti soprattutto dalle donne. Nei paesi sviluppati, la precarietà del lavoro, il lavoro a tempo parziale e i bassi salari colpiscono in particolare le donne, che di conseguenza hanno meno possibilità di premunirsi contro gli effetti dei CC. In entrambi i casi, le conseguenze colpiscono ancor più duramente le donne sole con figli, e tra questi le figlie.

II. I LIMITI FISICI E UMANI DEL SALVATAGGIO DEL CLIMA

8. L’urgenza è massima. Sembra che ormai neanche una rapida e radicale riduzione delle emissioni di gas-serra permetta di non oltrepassare la soglia di pericolosità.

Secondo il GIEC, il mantenimento delle tendenze attuali in materia di emissioni implicherebbe entro il 2100 un aumento della temperatura media alla superficie compreso tra +1,1 e +6,4°C in rapporto al 1990.

L’ampiezza della forchetta si spiega con la doppia incertezza che deriva da un lato dai modelli climatici e dall’altro dagli scenari di sviluppo umano.

Tra il 1990 e il 2006, l’aumento osservato delle temperature si è situato nella parte alta della forchetta delle proiezioni. Su questa base empirica si è portati a concludere che l’umanità rischia di trovarsi, a un termine relativamente breve, di fronte a uno scarto termico di almeno +4,5°C in rapporto alla fine del 18° secolo.

Un tale scarto rappresenterebbe un cambiamento delle condizioni di esistenza almeno tanto importante quanto quello che separa l’epoca attuale dall’ultima glaciazione, 20.000 anni fa. Ma invece di prendere dei millenni, il cambiamento potrebbe prodursi in qualche secolo o persino meno. Questa rapidità diminuisce fortemente le possibilità di adattamento tanto per le società umane quanto per gli ecosistemi.

Nel 1996 la UE si poneva come obiettivo della propria politica climatica un aumento massimo di 2°C. La decisione era stata presa sulla base delle stime di allora della soglia di pericolosità. Da allora le stime sono state riviste al ribasso, e gli esperti pongono la soglia attorno a 1,7°C. Si constata effettivamente che con un simile aumento i rischi sono già molto alti, in particolare in tre ambiti: declino della biodiversità, innalzamento del livello degli oceani e produttività agricola dei paesi tropicali e subtropicali.

La temperatura media della superficie della Terra è già aumentata di 0,7°C rispetto al periodo preindustriale, e un riscaldamento differito di 0,6°C è probabilmente già avviato [«nella pipe-line» lett. Nel condotto: riferimento allo scarto temporale tra l’immissione di CO2 nell’atmosfera e l’aumento della temperatura]. Di conseguenza, il margine di manovra per salvare il clima è estremamente stretto. L’urgenza deve essere considerata massima.

I gas-serra hanno una durata di vita più o meno lunga nell’atmosfera (150 anni circa per la CO2.) Ne consegue che la stabilizzazione della temperatura implica non una stabilizzazione delle emissioni ma una loro riduzione, tanto più rapida e drastica quanto più basso è l’obiettivo di stabilizzazione.

Lo scenario più radicale messo a punto dal GIEC nel suo quarto rapporto di valutazione (2007) consiste in una stabilizzazione della concentrazione atmosferica di CO2 tra le 350 e le 400 parti per milione (ppmm), corrispondenti a 445-490 ppmm di CO2 equivalenti [3]. Questo scenario implica (i) di ridurre le emissioni globali dal 50 all’80% da ora al 2050 e (ii) che la quantità di gas-serra emessa su scala mondiale cominci a diminuire al più tardi nel 2015.

I paesi sviluppati sono responsabili di oltre il 70% del cambiamento climatico, dato che bruciano combustibili fossili da più di 200 anni. Gli sforzi dei paesi sviluppati e dei paesi dominati devono dunque essere suddivisi in funzione delle responsabilità storiche.

La CO2 è un prodotto inevitabile di ogni combustione e la combustione dei combustibili fossili assicura l’80% della fornitura di energia su scala mondiale. Gli obiettivi suesposti rappresentano dunque una sfida colossale. Significano niente meno che l’abbandono quasi totale dell’uso dei combustibili fossili, da realizzare in meno di un secolo, il che necessita una mutazione economica e sociale estremamente profonda.

Anche se gli obiettivi suesposti fossero raggiunti l’aumento della temperatura supererebbe leggermente i 2°C: il GIEC lo quantifica in equilibrio tra 2 e 2,4°C (in un millennio circa). In altri termini, non sembra più possibile non superare la soglia di pericolosità. Se ne può trarre una sola conclusione razionale: gli obiettivi di riduzione più vincolanti si impongono non come una vaga indicazione di un obiettivo da raggiungere nella misura del possibile, ma come un «must» [dovere assoluto] inevitabile.

9. Gli obiettivi da adottare sono ancor più imperativi in quanto i rapporti del GIEC sottovalutano certi parametri dei cambiamenti climatici.

Per avere la misura della dimensione della sfida, conviene precisare che le conclusioni del GIEC si basano su ipotesi riduttive, cosicché la prudenza dovrebbe ordinare di prendere come base dell’azione da svolgere le proiezioni più pessimistiche e considerarle come il minimo necessario.

La necessità di questa prudenza dipende in particolare da due elementi:

  1. a)il GIEC sottostima i fenomeni non lineari. Uno dei principali fattori di incertezza delle proiezioni consiste nella grande complessità dei fenomeni detti non lineari, quali la possibile dislocazione delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide. Contrariamente allo scioglimento dei ghiacci, che è un fenomeno continuo, la dislocazione delle calotte procede per balzi e fino ad oggi non è modellizzabile. Ciò contribuisce senza dubbio a spiegare che l’aumento osservato del livello degli oceani è stato di 3mm/anno dal 1990 al 2006, ossia del 60% in più delle proiezioni dei modelli. La quantità totale di ghiaccio accumulata in Groenlandia e in Antartide equivale rispettivamente a 6 metri e 60 metri circa di aumento del livello degli oceani. Ora, secondo alcuni specialisti, la concentrazione di CO2 è sul punto di superare – nell’altro senso – la soglia qualitativa corrispondente alla formazione della calotta antartica, 35 milioni di anni fa. Un collasso parziale brutale sarebbe quindi possibile a breve o medio termine. Questo potrebbe comportare un innalzamento di parecchi metri del livello degli oceani in meno di un secolo. È una delle minacce più gravi che il cambiamento climatico fa pesare a breve o medio termine. 

 

b)        Il GIEC sovrastima la diminuzione spontanea dell’intensità di carbonio dell’economia. Per produrre un’unità di PIL è necessaria una certa quantità di energia fossile, quindi un certo volume di emissioni. Si constata empiricamente che questa «intensità di energia» e questa «intensità di carbonio» dell’economia sono diminuite abbastanza regolarmente dall’inizio della rivoluzione industriale. [5] Se tale tendenza continuasse, va da sé che lo sforzo necessario per ridurre le emissioni in una data proporzione sarebbe minore che non se l’intensità rimanesse stazionaria o aumentasse. I lavori del GIEC si basano su questa ipotesi. Ora, l’ipotesi è contraddetta dalla realtà osservata negli ultimi anni: a partire dal 2000 si nota un superamento rispetto alle previsioni, dovuto in particolare agli investimenti massicci del capitale in Cina e India che hanno comportato la costruzione in quei paesi di numerose centrali a carbone che producono elettricità a buon mercato – e prodotti a buon mercato per il mercato occidentale. Secondo certe fonti, il 17% dell’aumento delle emissioni mondiali dal 2000 sarebbe dovuto all’aumento dell’intensità di carbonio dell’economia, in altre parole all’impiego di tecnologie più inquinanti.

10. La riduzione delle emissioni alla fonte è la sola strategia strutturale. La riduzione delle emissioni derivanti dalla combustione dei combustibili fossili prioritaria.

La riduzione della concentrazione atmosferica di carbonio si può realizzare in teoria seguendo tre vie: protezione e sviluppo delle foreste («pozzi di carbonio»), cattura e sequestro della CO2, riduzione delle emissioni alla fonte. Soltanto la riduzione delle emissioni offre una soluzione strutturale.

Dato che la deforestazione è la seconda causa di emissioni di gas-serra, la protezione delle foreste esistenti è un mezzo per non aggravare il cambiamento climatico, ma non è una soluzione strutturale:

(i) perché una foresta matura emette tanto carbonio (attraverso la respirazione) quanto ne assorbe (attraverso la fotosintesi),

(ii) perché il riscaldamento, a partire da un certo punto, farà sì che le foreste emettano più carbonio di quanto ne assorbono.

Gli alberi in crescita assorbono più carbonio di quanto ne emettono. A certe condizioni sociali ed ecologiche, piantare alberi può dunque essere un mezzo transitorio di lottare contro i cambiamenti climatici. Ma non si tratta di una soluzione strutturale poiché: (i) l’estensione delle foreste è limitata dalle superfici disponibili e (ii) il carbonio assorbito viene liberato quando si abbattono gli alberi (o qualche tempo dopo, in funzione dell’uso della legna).

La «cattura e sequestro del carbonio»(CSC) consiste nell’isolare la CO2 del fumo in uscita dalle fabbriche inquinanti per iniettarlo in seguito a grande profondità in strati geologici stagni. I siti di stoccaggio possibili sembrano di una grande capacità. L’entusiasmo per questa tecnologia si spiega per il fatto che permetterebbe di utilizzare le riserve di carbone, che sono molto più importanti delle riserve di petrolio o di gas. È chiaro tuttavia che neanche la CSC è una soluzione strutturale: i serbatoi hanno per forza di cose una capacità limitata, e solo la CO2 emessa dalle grandi imprese può essere catturata.

La riduzione alla fonte delle emissioni di gas-serra costituisce dunque fondamentalmente la sola risposta strutturale al problema della saturazione del ciclo del carbonio. Si possono attuare strategie di riduzione per tutti i gas in questione, ma la riduzione radicale delle emissioni di CO2 prodotta dalla combustione dei combustibili fossili costituisce l’asse strategico del salvataggio del clima: (i) perché la combustione dei combustibili fossili è la causa principale del riscaldamento, (ii) perché la CO2 è di gran lunga il principale gas-serra e (iii) perché la sua durata di vita nell’atmosfera è relativamente lunga.

Oltre a questi motivi tecnici, va da sé che, dal punto di vista sociale, non si può mettere sullo stesso piano da un lato la riduzione delle emissioni di CO2 fossile prodotta dal trasporto automobilistico o aereo, e dall’altro quella delle emissioni di metano prodotto dalla coltivazione del riso, o le emissioni di CO2 non fossile prodotta dall’agricoltura praticata bruciando le stoppie dai popoli indigeni che vivono della foresta.

11. La diminuzione assoluta del consumo di energia nei paesi sviluppati condiziona il passaggio alle rinnovabili e il salvataggio del clima.

La riduzione radicale delle emissioni di CO2 fossile implica il ricorso simultaneo a due leve: (i) la sostituzione del petrolio, del carbone e del gas naturale con le energie rinnovabili; (ii) la riduzione del consumo di energia.

Il potenziale tecnico dell’energia solare nelle sue diverse forme (eolica, solare termica, solare fotovoltaica, idraulica, marina) equivale da 7 a 10 volte al consumo mondiale di energia.[6] Potrebbe aumentare in misura considerevole nei prossimi decenni grazie ai progressi della ricerca scientifica e tecnica. La decarbonizzazione totale dell’economia mondiale senza ricorso al nucleare e senza regresso sociale non è dunque un’astrazione.

Però, questo enorme potenziale tecnico non autorizza uno scenario nel quale le energie rinnovabili verrebbero semplicemente a sostituire le fonti fossili, mentre per il resto tutto rimarrebbe immutato. In effetti, (i) l’energia solare è diffusa, (ii) si presenta sotto diverse forme più o meno utilizzabili in diverse regioni del globo, (iii) la maggior parte di tali forme è intermittente, cosicché il loro impiego necessita lo sviluppo di sistemi di stoccaggio dell’energia, con ricorso a nuovi vettori e infrastrutture ad hoc.

Significa che la transizione verso le rinnovabili implica la costruzione di un nuovo sistema energetico internazionale, decentralizzato, diversificato, economo, orientato verso la massimizzazione dell’efficienza, basato unicamente sullo sfruttamento del potenziale solare. Si tratta di un’impresa gigantesca e che necessita di investimenti importanti. Dunque un’energia che, almeno nelle prime fasi della transizione, non può che essere in maggior parte di origine fossile: dunque fonte di ulteriori emissioni – o… nucleare –: dunque fonte di pericoli ecologici, sociali e politici inaccettabili.(vedi oltre)

Si è visto che, per non superare troppo i 2°C di aumento della temperatura, le emissioni mondiali dovrebbero cominciare a diminuire al più tardi nel 2015. Ne deriva che le emissioni supplementari generate dalla transizione devono essere obbligatoriamente compensate da qualche altra parte. In altri termini, concretamente, l’urgenza e la gravità della situazione climatica sono tali che il passaggio alle rinnovabili, allo stato attuale delle conoscenze, offre una soluzione soltanto se è strettamente condizionato da una drastica riduzione del consumo di energia nei paesi più «energivori». Una tale riduzione implica a sua volta una diminuzione – non proporzionale ma nondimeno importante – degli scambi di materia, vale a dire della produzione e del consumo materiali.

La lotta contro il CC conferma dunque in modo decisivo le considerazioni ambientali più generali sull’insostenibilità del ritmo sempre più rapido al quale l’economia capitalista preleva risorse dall’ambiente naturale, senza tenere conto del tempo necessario alla loro ricostituzione.

12. La diminuzione del consumo di energia dei paesi sviluppati deve essere drastica. Può essere sinonimo non solo di mantenimento delle conquiste ma anche di progresso sociale.

La riduzione del consumo di energia riguarda essenzialmente i paesi capitalisti sviluppati, dove il potenziale di riduzione delle emissioni tramite l’economia di energia è grandissimo. Lo dimostrano le differenze tra i paesi: ad esempio, un abitante degli USA consuma in media 8 tep [tonnellate equivalenti di petrolio] all’anno, uno svizzero 4 tep/anno, per un livello di vita paragonabile.

Le stime correnti dei potenziali di riduzione, pur essendo molto elevate, sono largamente sottostimate. In realtà esse ignorano la maggior parte dei meccanismi strutturali che fanno della società capitalista una macchina per lo spreco dell’energia e delle risorse: tendenza alla sovrapproduzione e al sovraconsumo, produzioni inutili o dannose (industria della pubblicità, produzione di armi, ecc.), produzione separata di calore ed elettricità, mediocre efficienza energetica degli apparecchi di tutti i tipi, delocalizzazione massiccia della produzione verso i paesi emergenti che producono per il mercato dei paesi capitalisti sviluppati, ipertrofia del trasporto dovuta alla produzione just in time per il mercato mondiale e alla flessibilità del lavoro, obsolescenza accelerata dei prodotti, aberrazione delle distruzioni/ricostruzioni dovute alle guerre, pianificazione capitalista assurda del territorio (espansione delle periferie, parchi industriali, ecc.), senza contare la frenesia di possesso materiale dei ricchi e la compensazione del malessere sociale di massa tramite il consumo compulsivo.

13. Non è più possibile salvare il clima senza la partecipazione del Sud. Il diritto allo sviluppo dei popoli del Sud si può concretizzare solo con il ricorso alle tecnologie pulite.

Nemmeno gli sforzi più drastici da parte dei paesi sviluppati basterebbero ormai a salvare il clima. Al di là di una dilazione di appena qualche anno, una certa partecipazione dei paesi dominati, in primo luogo dei grandi paesi emergenti, è diventata indispensabile. Le cifre del GIEC, stabilite sulla base delle responsabilità storiche differenziate, specificano che questi paesi devono «deviare sostanzialmente rispetto allo scenario di riferimento» entro il 2020 (2050 per l’Africa). Una deviazione dal 15 al 30% rispetto allo scenario di emissioni «business as usual»[“affari come il solito”, cioè continuare come ora] può essere realizzata tramite una combinazione di protezione delle foreste e aumento dell’efficienza energetica. Ma, indipendentemente dalle strategie sociali, la concretizzazione del diritto fondamentale allo sviluppo sociale ed economico esige imperativamente la messa in opera di tecnologie pulite, affinché questi paesi possano saltare lo schema economico basato sui combustibili fossili.

14. Non basta lottare contro i cambiamenti climatici, bisogna adattarsi alla parte ormai inevitabile del fenomeno. È una sfida cruciale per i popoli del Sud.

Nemmeno una riduzione estremamente radicale  e rapida delle emissioni di gas-serra permetterebbe di impedire il cambiamento climatico, i cui effetti si fanno già sentire. Ogni strategia di lotta, qualunque sia, deve dunque articolare l’attenuazione (mitigation) del fenomeno e l’adattamento alla parte ormai inevitabile dei suoi effetti, e questo su scala mondiale, in funzione delle responsabilità storiche dei paesi e delle loro capacità. In generale, attenuazione e adattamento sono legati, cosicché, quanto più forte e rapida sarà la prima, tanto più la seconda sarà limitata, e inversamente. Al di là dei 2°C di aumento della temperatura rispetto al periodo preindustriale, l’adattamento diventerà sempre più problematico e costoso. A partire da un certo livello, diventerà impossibile – salvo al prezzo di catastrofi umane con centinaia di milioni di vittime e disastri ecologici di enorme ampiezza.

L’adattamento non si limita alla costruzione o al rafforzamento di infrastrutture di protezione delle popolazioni (dighe contro le inondazioni o l’innalzamento del livello delle acque, bacini di espansione [per raccolta di acque di alluvioni improvvise], sistemi di drenaggio, ecc.) da un lato, e il rafforzamento dei mezzi di intervento in caso di catastrofe dall’altro. Il cambiamento climatico incide su tutte le sfere della vita sociale e su tutti gli ecosistemi, e rischia di incidere ancor più in avvenire. Misure di adattamento devono essere prese in moltissimi ambiti: gestione delle risorse idriche, pianificazione del territorio, agricoltura, silvicoltura, salute pubblica , politica ambientale (in particolare, salvaguardia delle zone umide e delle mangrovie), abitudini alimentari, assicurazione contro i rischi, ecc.

L’adattamento costituisce una sfida cruciale per i paesi dominati, dove gli effetti del cambiamento climatico si fanno già sentire nel modo più netto. I paesi sviluppati investono massicciamente nell’adattamento per sé stessi. Ora, essendo i principali responsabili del CC, tocca a loro pagare le spese relative all’adattamento dei paesi meno sviluppati. In base alle stime del PNUD [Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo], questo implica un trasferimento finanziario Nord-Sud di 86 miliardi di dollari all’anno fino al 2015

Al di là degli aspetti tecnici, la misura di adattamento più importante è in realtà la soppressione della povertà e la drastica riduzione delle ineguaglianze sociali. Infatti, la capacità di adattamento è direttamente in funzione delle risorse, dei diritti sociali e dell’efficacia dei sistemi di protezione sociale. L’adattamento costituisce dunque una sfida particolarmente importante per le donne dei paesi più poveri, e pertanto per la società nel suo insieme, poiché il lavoro delle donne assicura circa l’80% della produzione alimentare.

15. Il livello della popolazione è un parametro dell’evoluzione del clima, non una causa del cambiamento climatico. Il proseguimento della transizione demografica è auspicabile, ma nessuna politica di controllo della popolazione permette di affrontare la sfida climatica.

L’evoluzione della popolazione mondiale influisce evidentemente sugli scenari di stabilizzazione del clima: per una popolazione di sei miliardi, dividere per due le emissioni è come dire che ogni essere umano può emettere 0,5 tonnellate di carbonio all’anno; per una popolazione di nove miliardi, a parità di tutto il resto, le emissioni dovrebbero essere divise per tre, di modo che la quota annuale di carbonio sarebbe ridotta a circa 0,25 tonnellate/persona. Ma questa presentazione aggregata trascura il fatto che un paese come gli USA, ad esempio, con il 5% della popolazione mondiale consuma il 25% delle risorse energetiche ed è responsabile di un quarto delle emissioni di gas-serra.

I paesi sviluppati emettono da otto a venti volte più CO2 per persona e per anno che i paesi dominati. Se si considera il periodo 1950-1990, si constata che: (i) l’aumento della popolazione nei paesi cosiddetti «in sviluppo» ha contribuito nettamente meno all’aumento delle emissioni di CO2  che l’aumento del consumo nei paesi sviluppati e anche meno dell’aumento della popolazione di questi paesi; (ii) se i paesi del Sud avessero bloccato la loro popolazione al livello del 1950 ma adottando il livello di emissione di CO2  per abitante del Nord, il riscaldamento sarebbe molto più grave di quello che conosciamo; (iii) al contrario, se le emissioni per abitante dei paesi del Nord fossero state uguali alle emissioni per abitante dei paesi del Sud, il riscaldamento sarebbe nettamente meno grave di quello che conosciamo, anche in assenza di qualsiasi politica di controllo demografico.

La demografia, in particolare quella dei paesi in sviluppo, non può dunque essere indicata come la causa principale, e neanche come una causa particolarmente importante, del cambiamento climatico. L’aumento della popolazione, prima nei paesi sviluppati, poi nei paesi dominati, è essa stessa un prodotto del modo di produzione e di consumo creato con la Rivoluzione Industriale. La sovrappopolazione relativa è un tratto fondamentale della legge della popolazione del capitalismo, che ha bisogno in permanenza di un «esercito di riserva». Dai rapporti del GIEC emerge che questo sistema minaccia di provocare una catastrofe climatica. Bisogna dunque metterlo in discussione con urgenza. È il solo modo di affrontare la sfida del riscaldamento nel tempo molto breve che ci è concesso da un lato, e nel rispetto dei diritti umani, in particolare dei diritti delle donne, dall’altro.

La transizione demografica è ampiamente avviata nei paesi in sviluppo, dove progredisce più rapidamente del previsto. Per una serie di ragioni ambientali è auspicabile che tale transizione prosegua. Questo passa per il progresso sociale, lo sviluppo di sistemi di sicurezza sociale, l’informazione delle donne e l’estensione del loro diritto a controllare la propria fecondità (compreso il diritto all’aborto in buone condizioni). Si tratta per forza di cose di una politica di lungo termine. Salvo il ricorso a mezzi di una barbarie inaudita, nessuna politica di controllo della popolazione permette di rispondere all’urgenza climatica.

III. LA RISPOSTA CAPITALISTA

16 L’azione delle lobby capitaliste ha fatto perdere 30 anni nella lotta per il clima

I primi avvertimenti scientifici relativi al rischio di un riscaldamento globale risalgono al 1957. Nel 1958 fu fondato l’Osservatorio di Mauna Loa (Haway) che, dalla sua creazione, conferma l’accumulazione accelerata di gas-serra nell’atmosfera. Tuttavia si sono dovuti attendere più di 20 anni perché l’ONU convocasse una prima Conferenza mondiale sul clima (Ginevra 1979) e più di 30 anni perché fosse fondato il Gruppo di Esperti Intergovernativo sull’Evoluzione del Clima (GIEC). Due anni dopo la sua fondazione, il GIEC adottava il suo primo rapporto di valutazione (Ginevra 1990), le cui conclusioni sono state confermate dai tre rapporti successivi.

Un primo passo simbolico nel senso dell’azione internazionale raccomandata dal GIEC fu compiuto in occasione del Vertice della Terra (Rio 1992), nel corso del quale 154 paesi firmarono la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (CCNUCC). La convenzione adottò l’importante principio delle «responsabilità comuni ma differenziate» e fissò per «obiettivo finale» di «stabilizzare le concentrazioni di gas-serra nell’atmosfera a un livello che impedisca qualsiasi perturbazione antropica pericolosa del sistema climatico». Ma questo livello non era precisato e il testo si limitava a formulare il voto che gli Stati diminuissero volontariamente le loro emissioni cosicché queste ritornassero nel 2000 al loro livello del 1990. Bisognerà attendere il 1997 – quarant’anni dopo i primi avvertimenti dei ricercatori – perché sia concluso a Kyoto il primo trattato climatico vincolante.

L’estrema lentezza della presa di coscienza del pericolo si è potuta spiegare in un primo tempo con l’incertezza e il carattere molto diversificato degli effetti del cambiamento climatico. Ma in un secondo tempo, un ruolo centrale è stato svolto dalle lobby capitaliste. Infatti fin dagli anni ’80, rappresentanti dei settori del capitale USA più legati ai combustibili fossili hanno istituito e finanziato generosamente strutture di lobbying che hanno letteralmente comprato scienziati scettici, giornalisti e rappresentanti politici allo scopo di evitare che il consenso crescente tra i climatologi conquistasse i decisori e l’opinione pubblica.

Giocando un po’ su «la Scienza», un po’ sulla diffidenza nei confronti di questa, un po’ sui sacrifici richiesti dal Protocollo di Kyoto, un po’ sull’insignificanza di questo, le lobby hanno fatto di tutto perché la realtà del cambiamento climatico fosse sistematicamente riportata al rango di ipotesi incerta e contestata, o persino di ubbia religiosa apocalittica o di complotto internazionale contro l’American way of life [stile di vita americano].

Con la loro azione diversificata, le lobby hanno conquistato un’influenza egemonica sui rappresentanti politici statunitensi a tutti i livelli. Visto il ruolo dominante degli USA in quanto superpotenza imperialista, ciò ha loro permesso (i) di pesare in misura determinante in momenti chiave del processo internazionale di negoziato sul clima (Conferenza dell’Aja, 2000), (ii) di fornire «argomenti» a numerose forze capitaliste sulla scena internazionale. Alla fine la «scomoda verità » si è imposta, compreso alla classe dominante americana. Ma l’azione delle lobby ha fatto guadagnare 30 anni alle multinazionali delle energie fossili e perdere 30 anni all’umanità.

17. Il Protocollo di Kyoto, unico trattato internazionale vincolante fino ad oggi, non solo è totalmente insufficiente: il mercato del carbonio messo in opera aumenta l’ingiustizia sociale e climatica.

Il Protocollo di Kyoto (1997), primo tentativo dei governi di fornire una risposta d’insieme al cambiamento climatico, impone ai paesi industrializzati di ridurre le loro emissioni del 5,2% rispetto al 1990 nel corso del periodo 2008-2012. È una banalità dire che il trattato è totalmente insufficiente. Il 5,2% di riduzione delle emissioni non mette i paesi sviluppati sulla via di una riduzione dal 25 al 40% nel 2020 e dall’80 al 95% entro il 2050. La mancata ratifica statunitense implica una riduzione effettiva solo dell’1,7%. Gli obiettivi sono ulteriormente indeboliti dal fatto che sono messi sullo stesso piano le riduzioni strutturali di emissioni da un lato, e gli aumenti temporanei di assorbimento di carbonio da parte delle foreste dall’altro. Inoltre, le emissioni del trasporto aereo e marittimo (2% del totale delle emissioni) non sono messe in conto.

Le quote di riduzione assegnate agli Stati vengono ulteriormente ammorbidite dai tre «meccanismi di flessibilità»: il Meccanismo di Sviluppo Pulito (MDP/CDM), la Messa in Opera Congiunta (MOC/JI) e il Commercio dei Diritti di Emissione (Emission Trading). Il commercio dei diritti permette alle imprese dei paesi sviluppati sottoposte a obiettivi di riduzione e che li superano, di vendere diritti di emettere le tonnellate di carbonio corrispondenti. Lo MDP (e la MOC in subordine) permettono ai paesi sviluppati di sostituire una parte degli sforzi da realizzare, con investimenti che riducono le emissioni nei paesi del Sud (e dell’Est). Tali investimenti generano «crediti di emissione» (o diritti certificati) negoziabili. Tutto questo dispositivo è presentato come la prova che il clima può essere salvato da meccanismi capitalistici, creando un mercato del carbonio per scambiare i diritti e i crediti di emissione. In realtà, una buona parte dei diritti e dei crediti non corrisponde ad alcuno sforzo di riduzione strutturale, e più del 50% dei crediti dell’MDP non corrisponde neanche ad alcuna riduzione reale di emissioni. Quanto allo scambio dei diritti, l’esperienza del sistema messo in opera dall’Unione Europea dopo il 2005 (ETS) dimostra che in pratica il «cap and trade» ha come risultato che gli obiettivi di riduzione (cap) sono fissati in funzione degli imperativi di redditività dei gruppi, e che i più grandi inquinatori si rafforzano realizzando enormi sovrapprofitti (che non sono neanche tenuti a investire in tecnologie pulite).

Con i suoi meccanismi, il Protocollo si inserisce nell’offensiva mondiale delle classi dominanti contro il mondo del lavoro, nell’offensiva imperialista nei confronti dei paesi dominati e nella battaglia capitalista per l’appropriazione e la mercificazione delle risorse naturali: i paesi imperialisti possono acquistare crediti di carbonio a basso prezzo invece di ridurre le proprie emissioni, ostacolando nel contempo la capacità futura dei paesi in sviluppo di ridurre le loro; l’MDP e la MOC, legati al commercio dei diritti, permettono alle multinazionali di aprire nuovi mercati ai loro investimenti nei paesi in sviluppo o in transizione e di intensificare i ricatti a carico dei lavoratori; lo sviluppo del mercato del carbonio apre un campo di attività supplementare al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale e getta la basi di un neocolonialismo del carbonio; la ripartizione tra i paesi delle quote di emissione sulla base dei volumi di gas-serra emessi nel 1990 sancisce l’ineguaglianza di sviluppo tra Nord e Sud; la privatizzazione e la mercificazione del diritto di emettere carbonio e l’appropriazione degli ecosistemi capaci di assorbirne costituiscono una presa di controllo capitalista sul ciclo del carbonio terrestre, dunque un’appropriazione potenziale globale della biosfera che regola tale ciclo; Kyoto non tiene conto degli sforzi che i grandi paesi in sviluppo possono realizzare fin da ora. Le classi dominanti di questi paesi hanno perciò un comodo pretesto per bruciare combustibili fossili o distruggere foreste il più a lungo possibile, in nome dello sviluppo.

Allo stesso tempo, il Protocollo contiene un certo numero di misure di regolazione: la riduzione delle emissioni è quantificata e legata a scadenze; sono previste sanzioni in caso di inadempienza; i meccanismi di flessibilità possono essere usati solo come «complemento» delle riduzioni interne [dei paesi sviluppati]; gli investimenti nell’energia nucleare non sono inseribili nel quadro dell’MDP; il ricorso ai crediti derivanti da investimenti nei pozzi forestali è limitato (persino bandito da alcuni Stati)… La pressione costante che le lobby capitaliste esercitano contro queste misure indispensabili esprime l’antagonismo tra i limiti fisici da rispettare per stabilizzare il clima da un lato e la logica dell’accumulazione per il profitto dall’altro.

18. La realtà del cambiamento climatico e le sfide dell’approvvigionamento energetico mentre inaspriscono la concorrenza intercapitalista costringono le classi dominanti a prospettare una risposta globale al CC.

Di fronte all’ampiezza e alla solidità crescenti del consenso scientifico rispetto alle manifestazioni sempre più evidenti del riscaldamento e sotto la pressione delle opinioni pubbliche, le classi dominanti hanno dovuto cominciare a prospettare una strategia vincolante, più ambiziosa del Protocollo di Kyoto e di più lungo termine.

Il fatto che questa svolta sia iniziata in Europa e in Giappone prima che negli Stati Uniti si spiega con la situazione specifica dei tre grandi blocchi capitalisti. Il Giappone e l’UE cercano di ridurre la loro forte dipendenza energetica migliorando l’efficienza energetica e diversificando le loro risorse. Sperano di trarne vantaggi competitivi sul mercato del carbonio in via di formazione, sul mercato delle tecnologie «verdi», e in particolare sul mercato del nucleare. Al contrario, i settori del petrolio e del carbone hanno un peso molto importante nella struttura del capitalismo USA, che ha inoltre costruito un’alleanza geostrategica con le monarchie petroliere del Golfo.

L’Unione Europea è in prima fila. Dopo il vertice dell’Aja (2000) ha svolto un ruolo motore nella messa in opera del Protocollo di Kyoto senza gli Stati Uniti, tramite il negoziato degli accordi di Marrakesh. Nel 2005 veniva lanciato il mercato europeo dello scambio dei diritti, la cui esperienza servirà probabilmente da modello a un futuro mercato mondiale dei diritti. Nello stesso anno, al vertice del G8, Tony Blair avanzava per la prima volta la proposta di una riduzione del 50% delle emissioni globali entro il 2050, adottata al vertice di Toyako  nel 2008.

In questo contesto, la posizione degli Stati Uniti e dei loro alleati nel dossier climatico è diventata sempre più insostenibile. Mentre l’amministrazione Bush continuava a rifiutare riduzioni obbligatorie legate a scadenze precise e a contestare il trattamento differenziato dei paesi imperialisti e dei paesi dominati, un numero crescente di settori del grande capitale USA cominciavano a pronunciarsi a favore di una politica di contingentamento delle emissioni. Quattro ragioni combinate sono intervenute in questa progressiva svolta: (i) il timore che il costo dell’inazione superi a termine quello dell’azione; (ii) la convinzione che, essendo inevitabile una riduzione pianificata delle emissioni, è meglio anticiparla e organizzarla secondo regole globali; (iii) il timore che la politica climatica dell’UE e del Giappone dia un vantaggio significativo ai concorrenti nel campo delle tecnologie «verdi»; (iv) la prova portata dall’UE dei vantaggi di una strategia di «cap and trade» associata al sistema MDP.

Questo riallineamento della classe dominante USA si è concretizzato in numerose iniziative su scala delle imprese, delle federazioni di imprese, delle municipalità e degli Stati. A poco a poco, gli scettici sul cambiamento climatico hanno perso la loro egemonia, al punto che otto proposte di legge a favore di un contingentamento più o meno importante delle emissioni sono state depositate alla Camera dei Rappresentanti. Questa evoluzione si è tradotta con qualche sfumatura nel programma dei due candidati alla successione di G.W. Bush.

Una evoluzione parallela si è prodotta nelle classi dominanti dei grandi paesi emergenti, in particolare la Cina, il Brasile, il Sudafrica, il Messico e l’India (in misura minore). In un primo tempo, le borghesie di questi paesi si limitavano ad affermare il loro diritto allo sviluppo e a rimandare ai paesi sviluppati tutta la responsabilità dell’azione da svolgere per salvare il clima. Questa posizione è diventata insostenibile a causa dell’accelerazione del cambiamento climatico e dei suoi concreti impatti sociali ed economici, del maggior posto della problematica clima/energia nella politica generale dell’imperialismo, e della viva inquietudine delle popolazioni in certi paesi… Senza dimenticare questa doppia constatazione ineludibile: il riscaldamento colpisce e colpirà più duramente i paesi dominati, quindi una stabilizzazione a un livello non pericoloso per l’umanità è impossibile senza una certa partecipazione di questi paesi allo sforzo di riduzione delle emissioni. Le classi dominanti dei grandi paesi emergenti, indotte ad accettare il principio di una collaborazione allo sforzo mondiale, si preparano a negoziarne duramente le condizioni con l’imperialismo, allo scopo di difendere i propri interessi capitalistici. Certi governi (Cina, Messico) giocano d’anticipo fissando unilateralmente i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, al fine di evitare il più possibile di farsi imporre condizioni troppo sfavorevoli da parte delle potenze imperialiste.

In generale, una certa evoluzione è favorita in tutti i paesi dalla prospettiva di tensioni crescenti nel campo dell’approvvigionamento degli idrocarburi, dovute all’impoverimento delle riserve. Al di là degli alti e bassi dovuti alla congiuntura e ai movimenti speculativi, tale tensione avrà per effetto di mantenere elevato il prezzo del petrolio, e di conseguenza di tirare verso l’alto anche i prezzi degli altri combustibili fossili e quelli degli agrocarburanti, e di conseguenza quelli dei prodotti agricoli. L’insieme di questi elementi spiega perché la linea dell’amministrazione americana è stata battuta alla conferenza di Bali (dic. 2007) e come questo abbia prodotto il risultato di uno sblocco relativo dei negoziati in vista di un nuovo trattato internazionale che dovrebbe costituire il seguito di quello di Kyoto.

19. Le politiche capitaliste in elaborazione per il periodo 2012-2050 sono ancora più liberiste di Kyoto e lasciano presagire un aumento della temperatura media alla superficie tra 2,8 e 4°C, o ancor più. È un enorme crimine contro l’Umanità e il suo ambiente naturale.

Il “percorso” adottato a Bali si riferiva in modo preciso alle conclusioni quantificate da trarre dal rapporto del 2007 del GIEC (vedi sopra, cap. 8). L’inchiostro di questo testo non era ancora asciugato che il G8 si pronunciava a favore di una riduzione delle emissioni globali del 50% nel 2050, senza menzionare né la parte alta della forchetta di riduzione globale avanzata dal GIEC (85%), né l’obiettivo di riduzione relativo ai paesi sviluppati (dall’80 al 95% entro il 2050), né gli obiettivi di riduzione intermedi per questi paesi (dal 25 al 40% entro il 2020), né la diminuzione delle emissioni globali a partire dal 2015.

All’inizio del 2008, la Commissione Europea proponeva agli Stati membri e al Parlamento un «pacchetto energia-clima» (20% di riduzione delle emissioni, 20% di aumento dell’efficienza energetica e 20% di energia rinnovabile – di cui il 10% di agrocarburanti nei trasporti – entro il 2020). Questo «pacchetto» è inferiore alle raccomandazioni del GIEC e incompatibile con l’obiettivo adottato dal Consiglio nel marzo 1996 di un aumento massimo di 2°C. [7]. Nell’autunno 2008, nel contesto della ‘crisi finanziaria’ scatenata dall’affare dei subprimes e delle recessione capitalista, parecchi Stati membri (in particolare Italia, Polonia e Cechia) e settori industriali (automobile, siderurgia) hanno contestato il contenuto e soprattutto le modalità del «pacchetto». Il Consiglio del dicembre 2008 ha mantenuto la formula simbolica 20-20-20(10), ma, per l’essenziale, è solo più una [formula di] facciata. I padroni hanno ottenuto larghissima soddisfazione su due punti chiave: la gratuità dei diritti di emissione per i settori «esposti alla concorrenza internazionale» e per le centrali a carbone dei nuovi Stati membri, e la massiccia esternalizzazione degli sforzi verso i paesi in sviluppo, tramite l’MDP (circa il 70% delle riduzioni di emissioni potrà essere delocalizzato al Sud).

Un orientamento analogo si profila negli Stati Uniti. Il programma «energia clima» di Barak Obama prevede di ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050. L’obiettivo appare impressionante, ma corrisponde appena alla cifra inferiore della forchetta di riduzione proposta dal GIEC per i paesi sviluppati (mentre gli USA dovrebbero stare nella parte superiore della forchetta, visto il loro livello di emissioni). Per il 2020 Obama ha promesso di riportare le emissioni USA al loro livello del 1990, che implica una riduzione del 20% rispetto al presente. Ancora una volta, l’obiettivo sembra impressionante. In realtà è nettamente inferiore alle cifre del GIEC, e inferiore all’obiettivo che gli USA avrebbero dovuto conseguire nel 2012 se avessero ratificato il Protocollo di Kyoto. Obama ha ancora annunciato un sistema «cap-and-trade », con la vendita all’asta di tutti i diritti di emissione e l’utilizzo dei proventi della vendita per finanziare una riforma del sistema energetico da un lato, e i programmi di attenuazione dei costi della riforma per gli strati sociali più sfavoriti dall’altro. Si può prevedere che, come in Europa, il padronato USA eserciterà il massimo di pressione su questo progetto e che otterrà soddisfazione, in nome della competitività. Pertanto il costo sociale della politica «energia-clima» anche qui non potrà che aggravarsi, e la sua efficacia ecologica ridursi, seguendo in questo la traiettoria del «pacchetto» europeo. Ugualmente, è probabile che, come in Europa, la possibilità per le imprese americane di sostituire le riduzioni di emissioni con acquisti di crediti di carbonio del MDP aumenterà man mano che gli obiettivi climatici diverranno più ambiziosi e vincolanti. La proposta di legge Dingell-Boucher, ad esempio, offre la possibilità alle imprese di acquistare sufficienti crediti di carbonio per differire qualsiasi riduzione delle emissioni fino al 2029.

La politica clima-energia presentata da Barak Obama durante la campagna elettorale costituisce un elemento decisivo di un orientamento che mira a cercare di salvaguardare l’egemonia declinante dell’imperialismo USA. La svolta rispetto all’amministrazione Bush si evidenzia in particolare sui seguenti punti: (i) volontà di indipendenza energetica rispetto al petrolio del Medio Oriente e ai regimi instabili della regione; (ii) sviluppo di un mix di soluzioni alternative i cui assi principali sono il carbone, gli agrocarburanti, il nucleare e l’efficienza energetica; (iii) accettazione della necessità di obiettivi di riduzione vincolanti e quantificati delle emissioni USA in quanto condizione indispensabile per riprendere in mano il negoziato di un accordo internazionale sul clima che coinvolga i grandi paesi emergenti; (iv) ricerca di un’alleanza con la UE di fronte ai paesi emergenti sulla questione della partecipazione di questi allo sforzo climatico, e con i paesi emergenti di fronte alla UE su altre questioni, come la filiera energetica; (v) sostegno massiccio al capitale USA nel campo delle tecnologie energetiche cosiddette «a basso [contenuto di] carbonio».

20. Le condizioni da soddisfare per salvare il clima equivalgono alla quadratura del cerchio per il capitalismo. Incapace di risolvere la difficoltà, tenterà di respingerla con una fuga in avanti tecnologica , unita ad una nuova estensione della sfera mercantile.

Cominciare a ridurre le emissioni globali al più tardi nel 2015, ridurre le emissioni dei paesi sviluppati dall’80 al 95% in poco più di quaranta anni, diminuire radicalmente i bisogni energetici di questi paesi, trasferire massicciamente tecnologie pulite verso i paesi in sviluppo e finanziarvi l’adattamento indispensabile: queste condizioni da soddisfare per stabilizzare il clima al miglior livello possibile equivalgono alla quadratura del cerchio per un sistema produttivista.

Incapace di risolvere la difficoltà, il capitalismo tenterà di respingerla con una fuga in avanti. Sul piano tecnologico, la sua risposta si basa principalmente sui seguenti elementi:

(i) sfruttamento delle importanti riserve conosciute di carbone (200 anni circa al ritmo di estrazione attuale) come fonte di energia sempre più importante per la produzione di elettricità (con sviluppo delle tecniche di cattura e sequestro del carbonio), e anche per la produzione di carburanti di sostituzione del petrolio nel settore dei trasporti;

(ii) Sviluppo massiccio degli agrocarburanti di prima generazione (etanolo a base di zuccheri, diesel a base di oli vegetali) e di seconda generazione (etanolo a base di cellulosa) nel settore dei trasporti, che implica un’importante modificazione nell’utilizzo delle terre, in particolare nelle regioni tropicali e subtropicali, più produttive, e un aumentato ricorso alle tecnologie della «ingegneria genetica»;

(iii) Sviluppo del petrolifero offshore [al largo delle coste] in profondità e sfruttamento delle risorse petrolifere non convenzionali (oli pesanti, sabbie e scisti bituminosi);

(iv) Sfruttamento del giacimento di economia di energia tramite l’aumento dell’efficienza energetica, in primo luogo nei settori della produzione elettrica e dell’industria (grosso potenziale di riduzione delle emissioni nei paesi emergenti e in transizione), ma anche nel settore delle costruzioni e dei trasporti (in funzione della domanda solvibile). Ma la capacità del capitalismo di sfruttare questo potenziale è limitata dalla domanda solvibile;

(v) Sviluppo combinato del nucleare, dell’eolico e del solare (termico e fotovoltaico). Assimilazione di fatto del nucleare alle rinnovabili, aumento importante del numero di centrali e sviluppo di nuove tecnologie nucleari (centrali di 4a generazione, surgeneratore) che permettano di fare fronte ai limiti dei giacimenti di uranio conosciuti (circa 60 anni allo stato attuale del parco di centrali);

(vi) Massimo utilizzo dei pozzi di carbonio (piantagioni di alberi, protezione delle foreste esistenti e delle zone umide, pratiche coltive a basso [contenuto di] carbonio,…), valorizzazione dei rifiuti come fonte di energia. La messa in opera di queste risposte tecnologiche passa per la creazione di un mercato mondiale del carbonio con la fissazione di un prezzo unico del carbonio, un accordo sull’equivalenza tra aumento dell’assorbimento e riduzione delle emissioni, accordi commerciali, lo stabilimento di norme, di quote (eventualmente incluse quote individuali scambiabili), tasse, incitamenti e meccanismi di misura e rendiconto, ecc..[La messa in opera] implica anche e soprattutto un nuovo trattato internazionale ancor più neoliberista del Protocollo di Kyoto, che associ i paesi imperialisti, i paesi emergenti e il resto del mondo, che fissi il contributo di ciascuno allo sforzo globale e permetta la massima delocalizzazione delle riduzioni di emissioni dai paesi capitalisti sviluppati verso i paesi in sviluppo.

La delocalizzazione costituisce un elemento chiave della politica climatica capitalista. Per l’imperialismo si tratta di attenuare al massimo i costi della transizione energetica utilizzando i paesi dominati come esportatori di agrocarburanti e di crediti di carbonio a buon mercato. Questi possono essere generati sia dalla salvaguardia delle foreste esistenti sia da nuove piantagioni di alberi, sia soprattutto da investimenti «puliti» nelle rinnovabili o nell’efficienza energetica. Questo progetto si inquadra nell’offensiva generale dell’imperialismo verso i paesi in sviluppo, condotta attraverso il FMI, la BM, e l’OMC. Ma la sua messa in opera è complicata dal riaggiustamento dei rapporti di forza mondiali derivante dall’ascesa dei grandi paesi emergenti.

Pur concedendo a parole che il cambiamento climatico è «il maggior fallimento del mercato» (N. Stern), la risposta capitalista basata su più mercato, dunque più merci, tende a invertire completamente le priorità: invece di servire a ridurre il consumo energetico pur soddisfacendo i bisogni umani reali, lo sviluppo delle rinnovabili e i progressi dell’efficienza energetica servono ad aprire nuove opportunità all’accumulazione capitalista, dunque all’aumento dell’offerta energetica. La riduzione delle emissioni è subordinata agli imperativi del profitto. In pratica, l’obiettivo dell’aumento della percentuale di energia di origine rinnovabile si sostituisce a quello della riduzione globale delle emissioni di gas-serra.

21. Oltre a essere totalmente insufficiente per stabilizzare il clima, la risposta capitalista è gravida di altre conseguenze ecologiche estremamente minacciose per l’umanità.

L’opzione nucleare fa pesare una gravissima minaccia sulla sopravvivenza del genere umano. La questione delle scorie rimane senza soluzione, il rischio di fughe radioattive è impossibile da eliminare totalmente, e il pericolo di proliferazione delle armi nucleari – quindi di impiego effettivo di queste armi – è inseparabile dalla tecnologia. È il caso di aggiungere che la tecnologia nucleare rappresenta una scelta tecnicamente irrazionale, inefficiente dal punto di vista della protezione del clima, incoerente con la rivoluzione energetica necessaria. L’efficienza energetica di una centrale nucleare (30%) è inferiore a quella di una centrale a gas; il bilancio del carbonio, mediocre sulla scala dell’insieme della filiera, non può che appesantirsi a causa dello sfruttamento di giacimenti di uranio sempre meno ricchi; le risorse di minerale sono limitate (le riserve conosciute di uranio rappresentano 60 anni di consumo allo stato attuale del parco [di centrali]); una risposta al CC basata sul nucleare è totalmente impraticabile, visto il numero di centrali che si dovrebbero costruire (circa una per settimana per 50 anni), il tempo di costruzione e il costo; il tutto-nucleare è impossibile: questa tecnologia (2,7% dell’energia consumata nel mondo, 17% dell’elettricità) non potrebbe mai coprire più di una frazione limitata dei bisogni umani; infine, l’asse dell’alternativa energetica può essere fondato solo sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica, che implicano una radicale decentralizzazione del sistema energetico, completamente all’opposto dell’ultracentralizzazione nucleare. La considerazione vale anche per il costoso progetto di ricerca sulla fusione nucleare (ITER). Un progetto completamente inutile, poiché l’umanità ha già la fortuna di beneficiare di una centrale a fusione nucleare senza pericolo, gratuita, che funzionerà per 4,5 miliardi di anni e che ricicla essa stessa le sue scorie: il Sole.

Gli agrocarburanti, oltre a non coprire che un’infima frazione dei bisogni energetici nel campo dei trasporti, hanno già dimostrato ampiamente i loro effetti perversi. Inevitabilmente, la logica della produzione per il profitto, fa sì che la produzione di etanolo e biodiesel per la domanda solvibile passa davanti alla soddisfazione del diritto fondamentale all’alimentazione, davanti ai diritti delle comunità indigene e davanti alla protezione dell’ambiente. Anche in questo caso l’irrazionalità tecnica è puntualmente presente in quanto il bilancio energetico globale della produzione di agrocarburanti è negativo nella maggior parte dei casi. Il passaggio agli agrocarburanti di seconda generazione di per sé non elimina i pericoli. Anche supponendo che regole abbastanza rigide impediscano di dedicare terreni di coltivo alla produzione di etanolo da cellulosa, la domanda proveniente dai trasporti è tale che bisognerebbe dedicare enormi superfici di altre terre – o di zone marine – alla monocultura produttivista, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di inquinamento da pesticidi e di distruzione della biodiversità.

La critica formulata rispetto agli agrocarburanti vale, mutatis mutandis, per le risorse petrolifere non convenzionali: lo sfruttamento degli oli pesanti, delle sabbie e degli scisti bituminosi necessita di un enorme dispendio di energia e di un grande spreco di altre risorse (in particolare acqua) e il suo impatto ambientale è particolarmente pesante. Inoltre, in molti casi i giacimenti sono situati in regioni abitate da comunità indigene, i cui diritti sono in tal modo minacciati.

Data l’urgenza e per ragioni sociali, la cattura e sequestro del carbonio potrebbero essere accettabili a titolo provvisorio, nel quadro di una strategia di uscita rapida dai combustibili fossili: in particolare permetterebbe di pianificare la riconversione dei minatori. Ma non è in questa ottica che viene attualmente presa in considerazione. Si tratta, al contrario, di un nuovo tentativo capitalista di respingere i limiti fisici senza curarsi delle conseguenze. I governi parlano di «carbone pulito», ma è un mito se si tiene conto della penosità dell’estrazione, dell’inquinamento da polveri, delle conseguenze per la salute e dell’impatto ecologico delle miniere.

La lotta contro il CC rischia di dare un forte impulso alla «ingegneria genetica», con un aumento qualitativo dei rischi inerenti a questa tecnologia. Ad esempio, la produzione di alberi geneticamente modificati (OGM a crescita rapida per aumentare la capacità dei pozzi di carbonio, OGM a basso tenore in lignina o ad alto tenore di cellulosa, ecc.) aumenta in misura considerevole i rischi di allergie. La minaccia più pericolosa potrebbe però venire dalla « ingegneria genetica » nella produzione di agrocarburanti di seconda generazione, nella quale la messa a punto di batteri e di microalghe geneticamente modificati moltiplica le minacce in termini di disseminazione e ibridazione.

22. La risposta capitalista implica l’inasprimento degli attacchi contro i salariati, i contadini poveri, le donne, le comunità indigene e i poveri in generale, come pure un’accentuazione delle ineguaglianze sociali.

Quale che sia il «mix energetico» scelto, implicherà un rincaro dell’energia che colpirà doppiamente il mondo del lavoro: rispetto ai propri bisogni energetici da un lato, e ai prodotti di consumo dall’altro, poiché i padroni ripercuoteranno l’aumento dei prezzi dell’energia sui prezzi delle merci.

Dato che l’energia è una componente del capitale costante, il suo rincaro inciderà sul tasso di profitto, il che indurrà il padronato  a moltiplicare gli attacchi contro i salari, i meccanismi di indicizzazione, la protezione sociale e, più in generale, lo inciterà ancora di più a tentare di aumentare il tasso di sfruttamento in tutti i modi possibili.

Già ora si constata che il mercato mondiale del carbonio offre ai capitalisti nuovi mezzi per esacerbare la concorrenza tra i lavoratori. Questi sono sottoposti in particolare a una nuova forma di ricatto all’occupazione e agli investimenti che mira sia a farli cedere davanti ai diktat neoliberisti delle multinazionali, sia a manipolarli per tentare di imporre misure protezioniste o regali alle imprese. Dall’altro lato, i diversi incitamenti e gli altri strumenti di mercato che puntano ad aprire il mercato delle energie rinnovabili e ad aumentare l’efficienza energetica favoriscono non solo il padronato ma anche le classi medie agiate, la piccola borghesia salariata, e gli strati superiori del proletariato, aggravando in tal modo l’ineguaglianza nella distribuzione dei redditi, nell’accesso alla mobilità, ecc.

L’instaurazione ancora ipotetica di quote di carbonio individuali e scambiabili, intensificherebbe ancor più questa tendenza inegualitaria, in quanto i più poveri sarebbero indotti a vendere le loro quote per acquistare beni di consumo.

Nei paesi dominati, la politica climatica capitalista dà un nuovo impulso alla separazione dei produttori dai loro mezzi di produzione tradizionali – in primo luogo la terra – dando come risultato sia l’esodo rurale, sia la trasformazione [di quei produttori] in operai agricoli (piantagioni energetiche, sfruttamento di idrocarburi….), sia il loro spostamento verso zone meno favorevoli o la riconversione nella «industria turistica». Tutte queste situazioni comportano un degrado dell’autonomia e delle condizioni di esistenza della maggior parte – in particolare delle donne, dato il loro ruolo centrale nella produzione alimentare – come pure maggiori attacchi contro le comunità indigene e i loro diritti.

23, Incapaci di creare le condizioni sociali di una riduzione strutturale delle emissioni, i governi capitalisti dei paesi sviluppati utilizzano la lotta contro il cambiamento climatico come pretesto per fare accettare l’austerità.

Per la borghesia, la tesi del cambiamento climatico «provocato dall’Uomo» arriva a puntino per giustificare, in nome della scienza, l’austerità e i sacrifici, mentre la popolarizzazione delle minacce del riscaldamento crea un terreno propizio alla promozione delle merci del settore «verde» dell’economia. Ma imputando a «l’Uomo» quello che è un prodotto della Rivoluzione Industriale capitalista, la propaganda borghese contribuisce a creare un ambiente mortifero e irrazionale, combinando misantropia, fatalismo, cinismo individualista e nostalgia reazionaria.

Il risultato più pericoloso di questa confusione deliberatamente orchestrata è la ripresa delle tesi maltusiane o neomaltusiane che imputano la «crisi ecologica» principalmente o esclusivamente alla popolazione… dunque ai poveri perché fanno più figli dei ricchi… dunque ai paesi in sviluppo perché il tasso di fecondità delle donne vi è generalmente più elevato che nei paesi sviluppati. Queste tesi, ammantate in passato di considerazioni religiose, sono oggi impacchettate in una pseudoscienza che devia dai concetti dell’ecologia scientifica (quali la «capacità di carico») per naturalizzare le relazioni sociali. Alcune di queste campagne possono contare sulla collaborazione di scienziati i cui lavori nel campo dell’ecologia non fanno altro che tradurre gli a priori borghesi, come si vede chiaramente nel caso della cosiddetta tesi della «tragedia dei [beni] comuni». Forze politiche ultrareazionarie tentano in tal modo di utilizzare la paura del cambiamento climatico per dare maggiore eco alle loro campagne di odio contro gli immigrati, contro i richiedenti asilo, contro il diritto delle donne a disporre del loro corpo, o contro l’aiuto ai paesi in sviluppo. Sette religiose e correnti religiose reazionarie integrano la minaccia climatica in un discorso escatologico che predica la sottomissione all’ordine stabilito.

A termine, si può temere che il fallimento prevedibile della sua politica climatica induca il capitalismo a optare per regimi forti che attuino una politica dirigista, al fine di mobilitare tutti i mezzi disponibili, come in periodo di guerra. Una tale politica implicherebbe inevitabilmente nuovi attacchi contro i diritti sociali e democratici.

24. La risposta capitalista alla sfida climatica moltiplica i rischi di guerre per le risorse.

Nei paesi maggiormente fragilizzati dalla mondializzazione capitalista e dall’aggiustamento strutturale, le ripercussioni dei cambiamenti climatici accrescono le probabilità di crisi che sfocino in situazioni caotiche, con conflitti armati tra signori della guerra. Aggravando la penuria in un certo numero di regioni già sottoposte a un intenso stress idrico, il cambiamento climatico acutizza l’importanza del controllo delle risorse di acqua e crea le condizioni di guerre per l’acqua tra Stati. Ma il pericolo più grande potrebbe venire dall’esacerbazione della concorrenza per l’appropriazione non solo delle risorse energetiche fossili declinanti, ma anche delle nuove risorse energetiche. La sfida clima-energia si inserisce così nel quadro più ampio del passaggio da un mondo bipolare (imperialismo-paesi dominati) sotto l’egemonia USA, a un mondo tripolare (imperialismo-paesi emergenti-paesi meno avanzati) nel quale infuria la battaglia per il comando imperialista.

IV. COSTRUIRE UN MOVIMENTO DI LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

25. La lotta contro il cambiamento climatico non sarà vinta con una combinazione di lobbying [iniziative di pressione ], azioni mediatiche spettacolari e campagne a favore di cambiamenti di comportamento dei consumatori individuali, ma con la mobilitazione di massa.

La lotta per il clima è politica e richiede in primo luogo la costruzione di rapporti di forza sociali. La lotta può essere vinta, come dimostra l’esempio dell’Australia, dove la mobilitazione di massa (150.000 manifestanti nel novembre 2007) ha ottenuto un primo successo parziale: la sconfitta del governo conservatore allineato sulla politica di G.W. Bush, e la ratifica del Protocollo di Kyoto da parte del nuovo governo. Di fronte all’urgenza climatica e alla politica criminale dei governi capitalisti, noi operiamo in tutti i paesi per la costruzione di un possente movimento di massa unitario, coordinato su scala mondiale, nella tradizione delle mobilitazioni contro la guerra e contro la corsa agli armamenti («single issue campaign » [campagna su un solo tema]).

Lo scopo di tale movimento non è di elaborare piattaforme raffinate ma di costringere i governi ad agire come minimo in conformità alle conclusioni più prudenti derivanti dai rapporti di valutazione del GIEC, nel rispetto del principio delle «responsabilità comuni ma differenziate», dei diritti sociali e democratici, così come del diritto di tutte e tutti ad un’esistenza umana degna di questo nome. Difendiamo questo obiettivo contro le correnti che abbassano gli obiettivi di riduzione delle emissioni in nome del realismo, ma anche contro quanti Ii denunciano come insufficienti (cerchiamo di fare aderire questi ultimi, chiedendo «al minimo» il rispetto delle conclusioni «più prudenti» del GIEC). La nostra preoccupazione è di trarre vantaggio dalla legittimità del GIEC per realizzare la più ampia unità d’azione e nel contempo porre in stato d’accusa la duplicità dei governi, che adottano le «sintesi per i decisori» nelle conferenze internazionali sul clima, ma non ne tengono conto in pratica.

La mobilitazione di massa in difesa del clima è un compito arduo. La difficoltà deriva dalle caratteristiche del cambiamento climatico, in particolare dalla sua relativa progressività attuale, così come dal doppio scarto, spaziale e temporale, tra cause ed effetti. È necessario quindi un ampio lavoro di diffusione dell’informazione scientifica sul riscaldamento e sulle sue ripercussioni. Deve essere rivolto in particolare ai gruppi militanti dei diversi movimenti sociali e delle formazioni politiche di sinistra. Questi gruppi hanno un ruolo decisivo: sono i soli capaci di stabilire il legame concreto tra la minaccia climatica globale e i problemi sociali particolari, in particolare sul piano locale, e di dedurne strategie che permettano di combinare lotta sociale e lotta per il salvataggio del clima. Significa che la costruzione del movimento deve essere concepita come la tessitura di una rete delle resistenze sociali esistenti sui diversi terreni, con azioni convergenti coordinate e manifestazioni puntuali pluraliste su una piattaforma minima comune. Il lavoro di tessitura sarà facilitato dalla costituzione di comitati, di fronti o di coalizioni per il clima, come si possono sviluppare nel quadro della Global Climate Campaign [Campagna Globale per il Clima].

26. All’interno del movimento per il clima è necessario costruire una corrente di sinistra, che leghi la lotta per il clima con la giustizia sociale.

La mutazione necessaria è di una tale ampiezza da non poter essere ottenuta senza la mobilitazione e la partecipazione attiva degli sfruttati e oppressi che costituiscono l’immensa maggioranza della popolazione. La politica climatica capitalista rende impossibile tale partecipazione poiché è tanto inaccettabile sul piano sociale quanto è nociva su quello ambientale. Questa implica infatti il rafforzamento della dominazione imperialista, della concorrenza e della violenza capitaliste; dunque dello sfruttamento, dell’oppressione, dell’ineguaglianza sociale, della concorrenza tra lavoratori, della violazione dei diritti e dell’appropriazione privata delle risorse.

In particolare, la strategia capitalista non dà alcuna risposta alla sfida capitale dell’occupazione, dei salari e delle conquiste sociali per milioni di lavoratori occupati nei settori forti emettitori di gas-serra, come le industrie del petrolio, del carbone, del cemento, del vetro, della siderurgia e del settore dei trasporti. Una tale politica non può che scontrarsi con resistenze sociali legittime. Invece di favorire la presa di coscienza del pericolo climatico, questa rischia di gettare alcuni settori della popolazione nelle braccia degli scettici sul cambiamento climatico. Il rischio è particolarmente importante nelle categorie professionali colpite in pieno dall’aumento dei prezzi dell’energia e là dove il peso sociale dei piccoli padroni (agricoltori, pescatori, autotrasportatori) potrebbe favorire reazioni corporative violente e disperate, che eserciterebbero una forte pressione sui governi.

Le grandi ONG ambientali cercano di radicalizzare gli obiettivi climatici dei governi senza vedere che questa radicalizzazione implica allo stesso tempo l’accentuazione degli attacchi contro gli sfruttati e gli oppressi. È un vicolo cieco. Noi sosteniamo la necessità di una lotta combinata a favore del clima e della giustizia sociale. All’interno del movimento ampio operiamo per la costituzione di un polo di sinistra che leghi queste due dimensioni e che si batta di conseguenza contro le ricette basate sugli strumenti di mercato (prezzo del carbonio, stimoli fiscali a favore delle rinnovabili, acquisto di diritti [di emissioni] e di crediti, ecc.). Questo polo cerca di raggruppare elementi delle sinistre sindacale, ecologista, altermondialista, femminista, terzomondista, la sinistra dei «decrescenti» [sostenitori della decrescita], membri di organizzazioni della sinistra radicale, scienziati critici, ecc. Contribuisce alla costruzione di un movimento ampio nella pratica e sul terreno politico, prendendo tutte le iniziative che permettono di fare progredire l’idea di una politica climatica alternativa.

27. La difesa del clima deve assumere un posto importante nelle piattaforme e nelle lotte dei movimenti sociali.

Nella prospettiva di una mobilitazione ampia, radicata nelle lotte esistenti, noi ci battiamo perché la difesa del clima diventi una preoccupazione fondamentale per i movimenti sociali e trovi una traduzione concreta nelle loro piattaforme rivendicative su tutti i terreni: Ad esempio:

(i)  la lotta per la pace: la produzione di armi e l’impiego delle armi costituiscono una follia inaccettabile rispetto al cambiamento climatico … che è in sé stesso un’ulteriore possibile causa di conflitti;

(ii)  la lotta contro la povertà, per il diritto allo sviluppo e alla protezione sociale: la capacità di adattamento al CC è direttamente proporzionale al livello di risorse e di sviluppo. L’ineguaglianza sociale accresce la vulnerabilità e impedisce la mutazione energetica;

(iii)  la lotta delle donne: i bisogni dell’adattamento al CC, in particolare, rafforzano l’importanza e l’urgenza delle rivendicazioni specifiche delle donne per l’uguaglianza dei diritti, per una cura sociale dei bambini, contro la doppia giornata di lavoro, per il diritto all’aborto e alla contraccezione;

(iv)  la lotta per il lavoro: la riduzione radicale del consumo di energia, il riassetto del territorio e delle città, la cura della biodiversità, lo sviluppo dei trasporti pubblici e la sostituzione delle fonti rinnovabili a quelle fossili offrono una gigantesca riserva di posti di lavoro;

(v)  la lotta per l’accesso alla terra, all’acqua e alle risorse naturali, e per un’agricoltura organica contadina: le comunità rurali che praticano un’agricoltura organica intensiva in mano d’opera sono le più in grado di aumentare la capacità dei pozzi di carbonio e di ridurre le emissioni di gas-serra del settore agricolo;

(vi)  la lotta contro la mondializzazione e la liberalizzazione dei mercati agricoli: causa di rovina per le popolazioni rurali, di fame, di esodo rurale e/o di saccheggio degli ecosistemi, la liberalizzazione dei mercati agricoli è anche una importante fonte di emissioni dirette (trasporto dei prodotti di esportazione) e indirette;

(vii)  la lotta per il diritto di asilo: di fronte all’aumento del numero dei rifugiati ambientali, in particolare climatici, la libertà di circolazione è indispensabile e costituisce la sola risposta degna dell’umanità;

(viii)  le lotte delle comunità indigene per i loro diritti: con le loro conoscenze e il loro modo di sfruttamento degli ecosistemi, in particolare forestali, queste comunità sono le più capaci di preservare e sviluppare i pozzi di carbonio;

(ix)  la lotta contro la flessibilità e la precarizzazione del lavoro, contro l’aumento del tempo di lavoro: gli orari tagliati, flessibili, le campagne capitaliste a favore dell’aumento della  mobilità della mano d’opera, costringono i salariati all’uso dell’auto. La produzione «just in time » è una delle principali fonti di emissioni di gas-serra nel settore dei trasporti. La riduzione del tempo di lavoro è una condizione necessaria allo sviluppo su scala di massa di comportamenti alternativi in materia di consumi e di tempo libero;

(x)  la lotta contro le privatizzazioni: per un settore pubblico di qualità nei campi dei trasporti, dell’energia e dell’acqua. Solo un settore pubblico di trasporti gratuiti e di qualità può conciliare il diritto di tutte e tutti alla mobilità e la riduzione delle emissioni. La liberalizzazione della produzione di elettricità complica l’introduzione nella rete delle fonti rinnovabili intermittenti. Solo un’impresa pubblica che non lavori per il profitto può affrontare la sfida consistente nel sopprimere in 2 o 3 decenni la totalità delle emissioni nel settore dell’edilizia. Per quote individuali gratuite di acqua ed energia, fissate in funzione dei bisogni sociali vitali, non scambiabili, associate a tariffe rapidamente crescenti al di là delle quote e a un tetto assoluto di consumo.

28. La sfida climatica è essenziale per la sinistra sindacale. Implica di andare al di là della lotta per la ridistribuzione delle ricchezze.

Le direzioni delle grandi confederazioni sindacali internazionali hanno l’orientamento di accompagnare la politica climatica capitalista in cambio della possibilità di modificarne alcune modalità. L’orientamento si concretizza in una specie di «Green Deal» [Accordo Verde] basato sull’illusione che le tecnologie verdi permetteranno di riassorbire la disoccupazione e daranno impulso a una nuova onda lunga di prosperità ed espansione capitalista. La condizioni sociali e le ripercussioni ambientali di una ripresa durevole del capitalismo non sono prese in considerazione. Al contrario, le burocrazie sindacali accettano gli imperativi produttivistici e di redditività capitalistici tanto quanto gli strumenti della politica climatica dominante: aiuti pubblici alle imprese «verdi», «fiscalità ecologica», Meccanismo di Sviluppo Pulito, Scambio di Diritti di Emissioni, persino sostegno all’energia nucleare e agli agrocarburanti. Questa politica cogestionaria rischia di rendere il movimento sindacale, in particolare il movimento sindacale dei paesi sviluppati, corresponsabile delle catastrofi climatiche e delle loro ripercussioni sui poveri nei paesi poveri. Questa politica non può che seminare la divisione tra i lavoratori su scala internazionale e tra settori nei diversi paesi.

Data l’importanza della sfida climatica ed energetica, è decisivo per la sinistra sindacale impadronirsene e farne un elemento centrale della sua lotta per un cambiamento di orientamento delle organizzazioni dei lavoratori. Questa lotta è tanto più difficile in quanto dal punto di vista strategico non passa in primo luogo per lo sviluppo di nuove produzioni, nuove merci e nuovi mercati nel campo delle tecnologie verdi –dunque per il «rilancio dell’economia»– ma per la lotta prioritaria per la diminuzione del consumo di energia, la soppressione delle produzioni inutili o nocive, la riconversione dei lavoratori e delle lavoratrici occupati/e in questi settori, ecc. C’è qui un ostacolo considerevole, che illustra il dramma dell’incatenamento dei salariati al modo di produzione capitalista dal quale dipendono per la loro esistenza quotidiana. Questo ostacolo può essere superato soltanto mettendo in discussione la proprietà capitalista per mezzo di rivendicazioni come:

(i) la messa sotto statuto pubblico delle attività decisive dal doppio punto di vista del salvataggio del clima e del soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali, vale a dire in primo luogo l’esproprio senza indennizzo delle imprese capitaliste che controllano l’estrazione, la conversione e la distribuzione dell’energia;

(ii)  la messa sotto statuto pubblico della ricerca e dei risultati della ricerca associata ad un rifinanziamento nel quadro di programmi internazionali mirati alla messa a punto prioritaria di alternative tecnologiche, in primo luogo nell’ambito delle rinnovabili e dell’efficienza energetica;

(iii) un piano di transizione a tutti i livelli (globale, regionale, nazionale, locale) verso una società senza combustibili fossili, nella quale la produzione e il consumo siano rilocalizzati nella misura del possibile, e i salariati dei settori «fossili» beneficino di una riconversione con il mantenimento delle conquiste sociali, sotto il controllo dei lavoratori. Di fronte alla sfida, la sinistra sindacale deve uscire da una visione ristretta, incentrata sulla ridistribuzione delle ricchezze, per contestare la concezione stessa della ricchezza e il modo in cui le ricchezze sono prodotte, vale a dire il modo di produzione dalle sue fondamenta. Solo allora si potranno liberare le risorse di immaginazione e creatività necessarie alla mobilitazione dei lavoratori su obiettivi concreti. Questa impostazione accresce l’importanza di rivendicazioni quali la riduzione del tempo di lavoro (con diminuzione delle cadenze, senza perdita di salario e con assunzioni proporzionali) e il controllo operaio (sulle cadenze, la produzione, l’energia, ecc.)

29. Il trasferimento massiccio di tecnologie pulite verso i paesi dominati e il finanziamento dell’adattamento agli effetti del cambiamento climatico in quei paesi richiedono l’annullamento del debito e un fondo speciale, alimentato da prelievi sostanziali sui profitti capitalisti.

Tali mezzi devono essere posti sotto il controllo democratico delle popolazioni e delle loro organizzazioni sociali. Poiché implica la partecipazione dei paesi dominati, il salvataggio del clima necessita di una suddivisione degli averi e dei saperi su scala mondiale. Deve dunque essere legato a:

(i)  l’annullamento del debito del terzo mondo e la restituzione ai popoli degli averi che le dittature dei paesi del Sud hanno piazzato nelle banche occidentali;

(ii)  l’eliminazione del segreto bancario, la soppressione dei paradisi fiscali, la tassazione dei patrimoni, la tassazione dei movimenti speculativi, ecc.;

(iii)  l’aumento sostanziale dei bilanci dei paesi imperialisti destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo;

(iv)  la creazione, oltre a questo aiuto, di un fondo mondiale unico per l’adattamento dei paesi in sviluppo agli effetti inevitabili del CC e per il trasferimento delle tecnologie pulite verso il settore pubblico di quei paesi, senza condizioni finanziarie;

(v)  l’alimentazione di questo fondo per mezzo di un prelievo sui profitti e sovrapprofitti dei settori economici più responsabili del cambiamento climatico (in particolare settori del petrolio, del carbone, dell’automobile, della produzione di elettricità);

(vi)  la soppressione del regime dei brevetti nella sanità e nelle tecnologie che permettono di produrre beni di consumo e servizi essenziali (trasporti, industria leggera, acqua ed energia, comunicazioni) affinché tutte le popolazioni del pianeta possano accedere ai beni fondamentali;

(vii)  un sistema di compensazione finanziaria per i paesi del Sud che rinunciano a sfruttare le loro risorse di combustibili fossili.

Tuttavia, nemmeno la ridistribuzione delle ricchezze tra Nord e Sud è sufficiente ad affrontare la sfida climatica. Il modello capitalista di sviluppo, che subordina le economie dei paesi del Sud agli imperativi dell’accumulazione nel quadro della mondializzazione della produzione e degli scambi, è rigorosamente incompatibile con la necessaria deviazione delle emissioni dal 15 al 30% da qui al 2020 (2050 per l’Africa). Questo obiettivo non può essere raggiunto se non per mezzo di uno sviluppo endogeno, che risponda ai bisogni della grande massa della popolazione, dunque legato a una riforma agraria a favore dell’agricoltura contadina e a un riorientamento della produzione verso il mercato interno. Conciliare diritto allo sviluppo umano e salvataggio del clima necessita dunque di misure contro le classi dominanti locali, che prendono a pretesto il diritto allo sviluppo per rifiutare qualsiasi ostacolo alla combustione dei combustibili fossili, saccheggiano le risorse naturali, si appropriano delle foreste, fanno da intermediari per la vendita dei crediti di carbonio, producono agrocarburanti ed esportano derrate agricole o prodotti industriali a buon mercato per i mercati dei paesi sviluppati. Per impedire che servano ad alimentare questo modello di sviluppo, socialmente ed ecologicamente nocivo, i fondi e i mezzi tecnologici messi a disposizione dei paesi del Sud, devono essere posti sotto il controllo democratico delle popolazioni e dei loro movimenti sociali. La lotta contro il cambiamento climatico conferma quindi la teoria della rivoluzione permanente per i paesi coloniali e semicoloniali.

30. La risposta al cambiamento climatico deve integrare tutte le grandi sfide ecologiche in una prospettiva di sviluppo veramente sostenibile.

La storia del capitalismo è punteggiata di crisi ambientali «risolte» senza una visione ecologica d’insieme, con l’adozione di risposte tecnologiche parziali, subordinate agli imperativi di redditività, i cui effetti ambientali nefasti appaiono più tardi. La distruzione totale delle foreste europee è stata evitata grazie allo sfruttamento del carbone, causa maggiore del cambiamento climatico; l’esaurimento dei suoli è stato evitato grazie all’uso massiccio dei concimi chimici, fonte di gas-serra, causa di inquinamento e di eutrofizzazione delle acque; lo sviluppo del buco della fascia di ozono è stato frenato con il ricorso a gas refrigeranti che contribuiscono in misura significativa all’aumento dell’effetto serra, ecc…. Risolvere la crisi climatica/energetica seguendo lo stesso  metodo da apprendisti stregoni rischia di avere conseguenze ancor più temibili, in particolare in due ambiti: l’accresciuto ricorso al nucleare e agli organismi geneticamente modificati. Opporsi a queste tecnologie è uno dei compiti più importanti per la sinistra. Bisogna denunciarli in quanto simboleggiano la follia della crescita capitalista senza limiti, come il tentativo assurdo del sistema di saltare sulla sua testa per mantenere nonostante tutto l’accumulazione generatrice di profitto.

Più in generale, la sfida climatica mette assieme tutte le questioni ambientali. La risposta deve dunque integrare tutte le grandi sfide ecologiche, in particolare:

(i) la difesa della foresta tropicale nel rispetto dei diritti delle comunità indigene che vivono delle sue risorse (pozzi di carbonio);

(ii) la difesa della biodiversità;

(iii) la gestione razionale e pubblica delle risorse di acqua;

(iv) la lotta contro l’avvelenamento della biosfera da parte delle circa 100.000 molecole emesse dalla petrolchimica che non esistono in natura, alcune delle quali non possono essere decomposte dai suoi agenti riduttori;

(v) l’eliminazione dei gas distruttori dell’ozono stratosferico e la loro sostituzione con composti che non abbiano un altro impatto ecologico pericoloso;

(vi) la lotta contro l’inquinamento atmosferico e le sue conseguenze per la salute umana (asma, malattie cardiovascolari) e per gli ecosistemi (acidificazione, ozono troposferico).

31. Denunciare lo scarto tra i piani capitalisti e le raccomandazioni degli scienziati. A partire dai movimenti sociali stringere legami con scienziati critici. Porre le questioni della proprietà del sapere e del ruolo sociale della ricerca.

La pretesa dei governi che tentano di far credere che la loro politica climatica capitalista e liberista è basata su «la scienza» deve essere combattuta vigorosamente. Per far questo si tratta di denunciare l’abisso che separa gli obiettivi dei governi dalle conclusioni più prudenti da trarre dai rapporti del GIEC. Però, questa denuncia implica l’assimilazione dell’essenziale della conoscenza scientifica, pur criticando i presupposti ideologici e sociali dominanti veicolati dalla grande maggioranza degli esperti. La sinistra deve dunque stringere relazioni con scienziati, invitarli a comunicare le loro conoscenze ai movimenti sociali, interpellarli a partire da questi sulla loro posizione politica generale, sollecitarli a esprimersi sulla contraddizione tra le soluzioni razionali globali che la lotta contro il riscaldamento richiede da una parte, e l’ultra-compartimentazione delle scienze al servizio della razionalità capitalista parziale dall’altra. Dato il posto che la conoscenza scientifica ha preso nell’elaborazione della politica climatica, stringere relazioni tra i movimenti sociali e ricercatori critici e umanisti, laboratori o associazioni ha un’importanza non trascurabile.

In questo contesto noi sviluppiamo un punto di vista più generale sul ruolo della scienza e della ricerca nella lotta per il salvataggio del clima nella giustizia sociale. Non rifiutiamo le soluzioni tecnologiche né i concetti di sviluppo e di progresso. Al contrario, ci battiamo affinché la ricerca scientifica e tecnica sia liberata dall’egemonia del capitale, cosicché il suo potenziale possa essere massicciamente e rapidamente posto al servizio dello sviluppo sostenibile delle fonti energetiche rinnovabili, del progresso nell’efficienza energetica e della gestione razionale delle risorse. Per questa ragione, esigiamo il massiccio rifinanziamento pubblico della ricerca, l’arresto dei contratti che legano le università all’industria e al capitale finanziario, la definizione democratica delle priorità della ricerca in funzione della transizione, nella giustizia sociale, verso una società ecologicamente sostenibile.

32. Combattere la colpevolizzazione, ma assumere la sobrietà energetica nella misura di quanto è socialmente possibile.

La sinistra combatte i discorsi colpevolizzanti dei governi che addossano la responsabilità del riscaldamento e del salvataggio del clima al comportamento individuale di ciascuno, senza distinzione di classe. Tali discorsi ignorano l’ineguaglianza sociale, la colpevolezza del capitalismo e distolgono l’attenzione dai profondi cambiamenti strutturali necessari nel modo di produzione. Ma non ne deriva che la sinistra possa evitare di porre la questione dei comportamenti individuali, o rifiutare qualsiasi azione nella sfera del consumo. Tutto il contrario.

È un’illusione credere che il clima potrebbe essere salvato da un movimento di «contagio culturale» contro il sovraconsumo: in assenza di cambiamenti strutturali, le rotture individuali possono solo tradursi in uno stile di vita monacale, assai poco «contagioso» . Ma è altrettanto irrazionale puntare su ipotetici balzi in avanti scientifici rivoluzionari per non mettere in discussione il sovraconsumo e le pratiche individuali che ne derivano. L’urgenza climatica impone di prendere qui ed ora le decisioni necessarie sulla base delle soluzioni tecnologiche conosciute e della diagnosi scientifica esistente. Un atteggiamento basato sulla fede nel progresso, la credenza in un deus ex machina tecnologico, serve solo a giustificare l’inazione, mentre i sostenitori del contagio culturale hanno almeno il merito di agire per salvare il clima.

Invece di opporre le azioni nella sfera del consumo ai cambiamenti strutturali nella sfera della produzione, la sinistra deve concepire le prime come un mezzo per sottolineare la necessità dei secondi. Da un lato, la coscienze della gravità del riscaldamento e delle sue conseguenze è incompatibile con il proseguimento di certi comportamenti che tradiscono un disprezzo flagrante e cinico per l’ambiente; nella misura di quanto è socialmente possibile, un’esigenza etica elementare vuole che quanti hanno i loro bisogni fondamentali soddisfatti diano prova di sobrietà energetica e agiscano in maniera conseguente per evitare di contribuire allo sconvolgimento climatico. Dall’altro lato, le pratiche sociali alternative, le campagne e le mobilitazioni democratiche, anche minoritarie, che contestano il produttivismo e il consumismo, possono avere una funzione positiva e importante nella formazione della coscienza collettiva che cambiamenti strutturali sono necessari anche nella sfera della produzione, e che tali cambiamenti possono accompagnarsi a una migliore qualità della vita.

Sosteniamo quindi le campagne e le azioni democratiche contro l’invadenza pubblicitaria, l’appropriazione capitalista dello spazio pubblico, lo spreco delle risorse naturali, il tutto automobile, l’esplosione del trasporto aereo, [quelle] per il boicottaggio dei prodotti derivanti dalla distruzione della foresta equatoriale, ecc. legandole alla necessità di cambiamenti strutturali.

33. Sviluppare una pratica di soccorso popolare in caso di catastrofe.

Il cambiamento climatico accresce in misura considerevole il rischio di siccità, inondazioni, frane e altre catastrofi che colpiscono più in particolare i lavoratori e i poveri. Nei paesi in sviluppo tali catastrofi potrebbero raggiungere in certi casi dimensioni estreme. Di fronte a questa minaccia dobbiamo prepararci a intervenire con i movimenti sociali su due diversi terreni: il terreno rivendicativo, consistente nel mettere gli Stati davanti alle loro responsabilità; e il terreno dei soccorsi diretti, popolari e solidali, presi in carico dalle popolazioni locali e dalle loro organizzazioni con l’aiuto delle reti militanti su scala mondiale. L’esperienza acquisita nelle catastrofi naturali mostra infatti che i soccorsi popolari sono più rapidi, più direttamente orientati verso i poveri e i bisogni reali e poco costosi. In più, favoriscono lo sviluppo di altri rapporti sociali, di contestazione dell’ordine stabilito.

V. APRIRE LA VIA AD UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA

34. L’incapacità dei governi di prendere le misure necessarie per salvare il clima è radicata strutturalmente nelle leggi fondamentali del capitalismo.

La concorrenza spinge ogni proprietario di capitali a sostituire i lavoratori con macchine che, aumentando la produttività del lavoro, permettono di ricavare un sovrapprofitto in più del profitto medio e di ottenere quindi un vantaggio competitivo. Questa corsa alla rendita tecnologica, che si accelera nel corso dello sviluppo, accentua la tendenza del sistema alla sovrapproduzione e di conseguenza al sovraconsumo. Sovrapproduzione e sovra-consumo implicano inevitabilmente un aumento del volume della produzione materiale. Questo, a sua volta, necessita di prelevamenti accresciuti di risorse, (in particolare energetiche) da un lato, e di scarichi più massicci di rifiuti dall’altro. La tendenza alla de-materializzazione, all’efficienza nell’utilizzo delle risorse e alla trasformazione dei rifiuti in materie prime può frenare questo movimento d’insieme ma non impedirlo. Un capitalismo stazionario costituisce una contraddizione in termini: dato che l’economia capitalista ha per scopo la produzione di valore, cioè di una forma generale ed astratta dei valori di scambio, ne deriva che il capitalismo, secondo la formula di Marx, non conosce altro limite che sé stesso.

È in questo quadro che conviene analizzare il cambiamento climatico. Nel corso dei suoi 200 anni circa di storia, il sistema ha prelevato nell’ambiente naturale le risorse energetiche fossili abbondanti che gli hanno assicurato un elemento di capitale costante a basso prezzo. Scoria invisibile di questo consumo produttivo, la CO2 si è accumulata nell’atmosfera, a un punto tale che la quantità globale emessa attualmente equivale a due volte la capacità di assorbimento da parte degli ecosistemi.

Sul lungo periodo si osserva logicamente una forte correlazione tra le tonnellate di CO2 emessa e le onde lunghe di espansione o di stagnazione capitalista. Così, le «trenta gloriose» [vedi cap.3], caratterizzate dalla produzione di massa dell’auto e di altri beni di consumo di massa, coincidono con un aumento talmente importante delle emissioni che la concentrazione atmosferica di gas-serra è stata portata a un livello durevolmente vicino a quello che può causare una catastrofe climatica di grande ampiezza. Dopo un leggero arretramento e una stabilizzazione negli anni ‘70-‘80, le emissioni globali hanno poi ripreso a crescere in seguito alla mondializzazione capitalista della produzione e dei trasporti, della trasformazione della Cina in «officina del mondo» e della ripresa USA tirata dall’indebitamento.

Il riscaldamento planetario e l’esaurimento inevitabile a termine delle risorse fossili si presentanno allora come ostacoli fisici, limiti contro i quali la macchina va a sbattere senza essere capace di ammetterne l’esistenza e, soprattutto di trarne tutte le conclusioni pratiche indispensabili. Il CC mostra che il sistema capitalista, basato sull’accumulazione potenzialmente illimitata di valore che comporta una rotazione accelerata del capitale, si rivela incapace di integrare effettivamente le nozioni di limiti fisici e di ritmi ecologici.

35. Il CC porta la crisi del capitalismo contemporaneo a un livello di globalità senza precedenti e contribuisce a farne una crisi sistemica epocale, una crisi di civiltà.

Il riscaldamento traduce in termini fisici la tesi formulata in termini politici dai marxisti rivoluzionari oltre 60 anni fa: le condizioni oggettive per una società non capitalista non sono soltanto mature, ma hanno già cominciato a marcire. La crisi climatica è la manifestazione più clamorosa e globale di questo marcire. Il «capitalismo della terza età», non essendo stato eliminato e sostituito da un sistema non produttivo, ha portato l’umanità a compiere passi decisivi e irreversibili verso un degrado estremamente grave dell’ambiente che minaccia di aggravare le condizioni di esistenza di centinaia di milioni di esseri umani. Se non verranno prese a brevissimo termine le misure radicali suscettibili di arrestare questo ingranaggio, l’umanità dovrà affrontare una serie di catastrofi di grande ampiezza, dalle conseguenze sociali e politiche incalcolabili.

Sul piano economico, la politica di brutale austerità condotta nel quadro dell’onda lunga recessiva aperta all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso si è tradotta in una situazione senza precedenti che si prolunga da 25 anni: una ripresa del tasso di profitto senza ripresa del tasso di accumulazione del capitale, con il mantenimento di una disoccupazione di massa, crescita della miseria, esplosione delle ineguaglianze. L’incapacità prolungata del sistema di rilanciare un’onda lunga espansiva traduce un esaurimento storico che rimanda in ultima istanza a una difficoltà crescente a compensare la caduta tendenziale del saggio di profitto medio con l’aumento del tasso di sfruttamento, e alle contraddizioni che ne derivano per la realizzazione del plusvalore.

Sul piano sociale, il capitalismo è potuto uscire dalla Grande Depressione solo con lo schiacciamento del movimento operaio, il fascismo, la guerra, e al doppio prezzo di un’inflazione permanente e di uno squilibrio irreversibile del sistema climatico. L’apertura di un nuovo periodo storico di prosperità della società capitalista avrebbe bisogno di passare attraverso uno «choc esogeno» di un’ampiezza paragonabile almeno alla cura da cavallo degli anni trenta. La recessione aperta dall’affare dei “subprime” indica che, nonostante le sconfitte del movimento operaio, non esistono le condizioni di una nuova onda lunga espansiva.

Sul piano ambientale, anche nell’ipotesi che massicci aiuti pubblici alle imprese (cioè un nuovo trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale) accelerassero la diffusione delle tecnologie pulite, una ripresa capitalista durevole – sul modello delle «trenta gloriose» – implicherebbe inevitabilmente parecchi anni di consumo accresciuto di energie fossili, dunque un’accelerazione delle emissioni di gas-serra più che sufficiente a precipitare la catastrofe climatica. In altri termini, la lotta contro il CC pone una scelta fondamentale di civiltà: proseguimento del produttivismo capitalista a spese dell’ambiente o alternativa non capitalista?

36. Risolvere congiuntamente e strutturalmente la crisi climatica e la crisi sociale non si può fare se non rompendo con la logica dell’accumulazione del valore, sostituendo la produzione di utilità (valori d’uso) alla produzione di merci.

La stabilizzazione del clima a un livello coerente con il principio di precauzione richiede che le emissioni globali comincino a diminuire al più tardi nel 2015, per essere ridotte dal 50 all’80% entro il 2050, e ancor più entro la fine del secolo. Si tratta di raggiungere questo obiettivo senza il nucleare, senza produzione su scala di massa di agrocarburanti per il mercato mondiale, e solo con un ricorso marginale alla cattura-sequestro del carbonio. Allo stato attuale delle conoscenze è possibile, lo si è visto, soltanto con una riduzione significativa del consumo globale di energia, condizione per l’introduzione delle rinnovabili.

A questo fine, l’aumento dell’efficienza energetica e la diminuzione dell’intensità di carbonio fossile nell’economia non saranno sufficienti. Indipendentemente dalla questione, decisiva sui piani sociale e politico, della ripartizione degli sforzi (Nord-Sud, Nord-Nord, Sud-Sud), una certa decrescita della produzione materiale globale è dunque oggettivamente necessaria.

Ora, il capitalismo è fondamentalmente produttivista. Non è capace di rispondere ai bisogni sociali, alla sua maniera (pervertita dalla merce), se non quando gli sfruttati e gli oppressi lo obbligano con le loro lotte a lasciare cadere le briciole della crescita dalla tavola dell’accumulazione. All’interno di questo sistema, una decrescita della produzione e del consumo materiali si può concretizzare solo temporaneamente per mezzo delle crisi di sovrapproduzione, che comportano l’aggravamento della crisi sociale, la miseria, la disoccupazione, la crescita delle ineguaglianze.

Significa che la sfida climatica conferisce oggettivamente un’urgenza imperiosa all’alternativa anticapitalista e squalifica le strategie di partecipazione alle istituzioni borghesi allo scopo di una ipotetica trasformazione graduale. In effetti, spezzare la spirale di accumulazione incompatibile con la salvezza del clima non è possibile se non si sostituisce la produzione di valori d’uso per la soddisfazione di bisogni reali (per forza limitati) alla produzione di merci per l’accumulazione di valore (potenzialmente illimitata).

Cambiamenti strutturali nella sfera della produzione (e dei trasporti in quanto attività produttiva) sono dunque decisivi. Sono questi che creeranno la base materiale di cambiamenti nella sfera del consumo. Tali cambiamenti esigono non soltanto un trasferimento massiccio di ricchezza dal capitale al lavoro, ma anche una rimessa in discussione del diritto di proprietà capitalista.

Queste due dimensioni si congiungono nella rivendicazione di nazionalizzazione con esproprio dell’insieme del settore del credito (banche e assicurazioni), che assume quindi un’importanza strategica decisiva. La lotta contro il CC apre così la possibilità di rivitalizzare l’impostazione del programma di transizione: da un lato dando una nuova base alla necessità per l’umanità di una via d’uscita non capitalista, dall’altro dando una giustificazione oggettiva e solida a un insieme coerente di rivendicazioni concrete che, prese globalmente, sono incompatibili con il funzionamento normale del sistema capitalista.

Le domande specifiche possono variare fortemente da paese a paese, da regione a regione, in particolare in funzione del livello di sviluppo, della formazione sociale, delle caratteristiche degli ecosistemi, delle specificità dei sistemi energetici, ecc. In generale, il loro carattere transitorio sarà determinato dal fatto che appariranno adatte a risolvere insieme la crisi ecologica/climatica e la crisi sociale. La creazione di posti di lavoro nelle attività socialmente utili, il diritto all’energia, alla casa e alla mobilità (trasporti pubblici gratuiti), la lotta contro l’inquinamento e le sue conseguenze sulla salute, il prelievo responsabile delle risorse del mare, delle foreste e dei laghi,… sono altrettanti terreni decisivi, dove possono essere avanzate proposte che articolano riduzione delle emissioni, gestione razionale dei flussi di energia e di materia, riduzione delle ineguaglianze sociali, crescita dei diritti democratici e arretramento del dominio delle merci.

In questa articolazione, la questione dell’efficacia ecologica/climatica (riduzione delle emissioni) non è un dettaglio marginale. Al contrario, deve ricevere un’attenzione particolare, per l’importanza oggettiva della lotta contro il riscaldamento in quanto questione globale, dalle implicazioni sociali di ampia portata, ma anche perché le proposte anticapitaliste sono più efficaci delle ricette capitaliste rispetto al clima, cosa che non può che approfondire la crisi di legittimità del sistema di fronte a una sfida che è esso stesso costretto a riconoscere come decisiva.

37. Per il fatto stesso della sua natura di gigantesco problema globale, da risolvere con urgenza per evitare catastrofi ancora più gravi, il CC offre un’opportunità eccezionale di introdurre la necessità di un’alternativa anticapitalista «dall’alto» in termini eminentemente pratici, razionali e immediati.

Di fronte al CC, l’ampiezza colossale delle misure da prendere in un tempo molto breve (due generazioni), può avere effetti contraddittori sullo stato d’animo delle masse: meccanismi di censura e di incredulità, risposte ciniche, esacerbazione dell’angoscia latente generata dall’insicurezza dell’esistenza nel capitalismo della terza età. Questi sentimenti possono essere recuperati e manipolati dai governi borghesi, ma anche da tendenze mistiche che offrono pseudo soluzioni irrazionali ed escatologiche. Possono essere recuperati anche da correnti reazionarie che naturalizzano i rapporti tra l’umanità e il suo ambiente e, a partire da questo, tendono invariabilmente ad arrivare a conclusioni neomaltusiane, potenzialmente barbare. I rischi di recupero sono resi più reali dal basso livello della lotta di classe, con una forte predominanza di conflitti a carattere difensivo (nei quali le considerazioni ambientali tendono il più sovente a essere marginalizzate).

Sarebbe tuttavia errato prendere a pretesto questa situazione difficile per accontentarsi di rivendicazioni molto immediate di fronte al CC (per non parlare di eludere la questione, rinviandola a tempi migliori o a un luminoso futuro). La situazione richiede al contrario di combinare audacemente l’agitazione sulle rivendicazioni immediate con una propaganda anticapitalista ampia, radicale, globale, semplice e diretta. È indispensabile per porsi al livello oggettivo della sfida, nella sua doppia dimensione ecologica e sociale, e dunque per presentarsi come chi offre uno sbocco. Ed è possibile poiché, per il fatto stesso della sua natura di enorme problema globale, da risolvere con urgenza per evitare catastrofi ancora più gravi, il CC offre un’opportunità eccezionale di introdurre la necessità di un’alternativa anticapitalista «dall’alto», in termini eminentemente pratici, razionali e immediati.

A causa dell’urgenza, è possibile toccare direttamente il senso etico, la coscienza e la ragione di larghe masse di persone su questioni fondamentali come l’indispensabile necessità, per combattere efficacemente il CC, di mettere in opera tutti i mezzi pertinenti disponibili, indipendentemente dal loro costo; di considerare l’atmosfera, l’acqua, il suolo, le risorse genetiche, l’irraggiamento solare e l’energia in generale come beni comuni dell’umanità; di ridistribuire le ricchezze e di sviluppare il settore pubblico per mobilitare tutti i mezzi disponibili. È possibile farlo con grande autorità, basandosi in modo critico sulle conclusioni scientifiche degli esperti, il che conferisce una legittimità supplementare all’alternativa anticapitalista.

La crisi del progetto socialista, un elemento ineludibile del quale è il bilancio estremamente negativo del «socialismo reale», pesa gravemente sulle capacità di resistenza e di contrattacco degli sfruttati e degli oppressi. Utilizzando pienamente le possibilità che il CC offre di rifondare la prospettiva anticapitalista radicandola in una problematica totale, insieme ecologica e sociale, i marxisti rivoluzionari possono contribuire alla ricomposizione del movimento operaio internazionale attorno a un progetto globale di società e anche di civiltà.

38. La saturazione del ciclo del carbonio e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili significano che, a differenza dal passato, l’emancipazione dei lavoratori non è più concepibile senza tenere conto dei principali limiti naturali.

L’opposizione alla crescita non costituisce, in sé, né un progetto di società o di civiltà, né una strategia per la mobilitazione sociale ampia a favore di un’altra società. (soprattutto se la decrescita si misura sul Prodotto Interno Lordo, che non considera altro che la quantità di valore, indipendentemente dalla qualità dei bisogni umani ed ecologici). La diminuzione della produzione e del consumo materiali è immediatamente necessaria per il salvataggio del clima, poiché il capitalismo ha trascinato l’umanità troppo oltre  in una via senza sbocco. Da un lato essa non pregiudica per niente le possibilità di sviluppi futuri, dopo che il sistema climatico sia stato stabilizzato. Dall’altro lato non costituisce altro che un criterio quantitativo della transizione necessaria verso un’economia senza carbonio fossile.

Per non rischiare di portare a conclusioni reazionarie, questo criterio quantitativo deve essere combinato a criteri qualitativi: ridistribuzione delle ricchezze, riduzione del tempo di lavoro senza perdita di salario, sviluppo del settore pubblico. Se tali criteri sono soddisfatti, e per poco che riguardi le produzioni inutili o dannose, la riduzione della produzione materiale è compatibile con la crescita del benessere, della ricchezza e della qualità di vita dell’immensa maggioranza dell’umanità, grazie a investimenti sociali nei settori dell’istruzione, della salute, della cultura, della vita associativa, dei trasporti collettivi, della pianificazione del territorio, e della gratuità dei servizi vitali.

Il sistema capitalista è certamente inseparabile dalla crescita della produzione e del consumo materiali, ma questa è un effetto, non una causa. È la produzione di valore, in quanto forma astratta dei valori di scambio, che comporta la tendenza permanente all’accumulazione senza limiti della ricchezza a un polo, e provoca allo stesso tempo l’accumulazione ininterrotta della miseria all’altro. Una politica climatica che non tenesse conto di questa duplice realtà sarebbe quasi certamente votata alla sconfitta. Il punto cruciale e la leva dell’alternativa anticapitalista restano dunque fondamentalmente quelli definiti dal progetto socialista: la mobilitazione degli sfruttati e degli oppressi contro un sistema basato sulla corsa al (sovra)profitto, la proprietà privata dei mezzi di produzione, la produzione di merci, la concorrenza e il salariato. Ma questo punto cruciale e questa leva non bastano a definire l’alternativa.

La saturazione del ciclo del carbonio costituisce in effetti la più evidente e globale dimostrazione del fatto che, a differenza dal passato, l’emancipazione dei lavoratori non è più concepibile senza tenere conto dei principali limiti naturali: limite dei giacimenti di risorse non rinnovabili su scala storica, velocità di ricostituzione delle risorse rinnovabili, leggi di conversione dell’energia, condizioni di funzionamento degli ecosistemi e dei cicli biologici, ritmi di questi. La concisa definizione di Lenin – il socialismo è i soviet più l’elettricità – è dunque obsoleta: un’elettricità prodotta come (a partire dalle rinnovabili o dai fossili?), in quali quantità, con quali impatti ambientali?

Se si vuole costituire un’alternativa globale all’altezza della doppia sfida ecologica e sociale – in realtà un’unica sfida ecosociale – il progetto socialista deve chiarire queste questioni. A questo scopo non basta affermare che il socialismo deve integrare le questioni ecologiche, in altri termini che i socialisti devono capire meglio le sfide ecologiche, sviluppare rivendicazioni ecologiche e partecipare alle mobilitazioni in difesa dell’ambiente. La vera sfida consiste piuttosto nell’integrare il progetto socialista nell’ecologia globale del super-ecosistema terrestre. Ciò significa che lo sviluppo deve essere concepito non soltanto allo scopo di soddisfare i bisogni umani, ma anche in funzione della sua sostenibilità per l’ambiente, accettando in più che la complessità, le incognite, e il carattere evolutivo della biosfera conferiscono a questa impresa un grado irriducibile di incertezza.

Integrare il socialismo nell’ecologia implica da parte dei socialisti una «rivoluzione culturale». Questa è indispensabile per superare la visione compartimentata, utilitarista e lineare della natura come la piattaforma fisica a partire dalla quale l’umanità opera, come il magazzino dove preleva le risorse necessarie alla produzione della sua esistenza sociale, e come la discarica dove depositare i rifiuti di questa attività. In realtà, la natura è tutto insieme la piattaforma, il magazzino, la discarica e l’insieme dei processi viventi che, grazie all’apporto esterno dell’energia solare, fanno circolare la materia tra questi poli riorganizzandola costantemente. I rifiuti e il modo come ne disponiamo devono dunque essere compatibili per quantità e qualità con le capacità e i ritmi di riciclaggio da parte degli ecosistemi, al fine di non compromettere il buon funzionamento di quella sottile pellicola che è la biosfera. Ora, il buon funzionamento dipende dal numero e dalla diversità degli operatori, così come dalla qualità e dalla complessità delle molteplici catene di relazioni che li uniscono, e l’equilibrio dei flussi determina in fin dei conti la disponibilità delle risorse per l’umanità.

In questo contesto, la nozione di «dominio della natura», piena di certezza positivista, deve essere abbandonata. Ormai, il solo socialismo realmente possibile è quello che soddisfa i bisogni umani reali (vale a dire liberati dall’alienazione delle merci), determinati democraticamente dagli stessi interessati, avendo cura di interrogarsi prudentemente sull’impatto ambientale di tali bisogni e del modo in cui sono soddisfatti.

39. Il grosso errore ecologico di Marx non è di avere considerato la natura come un deposito illimitato di risorse, ma di non avere applicato il suo stesso concetto di «gestione razionale degli scambi» al campo particolare dell’energia, mentre lo aveva applicato a quello dei suoli.

Nel XIX secolo, i lavori di Liebig sull’esaurimento dei suoli consecutivo alla rottura del ciclo dei fertilizzanti dovuta all’urbanizzazione e all’internazionalizzazione dei mercati agricoli, avevano indotto Marx a stabilire che, dato che il lavoro è la mediazione obbligata tra l’essere umano e la natura, la sola libertà possibile consisteva nella gestione razionale degli scambi di materia tra l’umanità e l’ambiente. L’idea che  il «metabolismo» tra la società e la natura è determinato storicamente e che il genere umano, poiché produce coscientemente la propria esistenza sociale, deve assumere la responsabilità di una «gestione razionale» degli scambi con la Terra, è di una notevole attualità e può rivaleggiare con le migliori concettualizzazioni contemporanee della problematica ecologica globale. Attesta che Marx, nonostante alcune formulazioni ambigue , non ignorava i cicli naturali e aveva coscienza del carattere finito delle risorse in un ambiente finito. Trattandosi della «gestione razionale » dei suoli, questa coscienza trovava una traduzione programmatica forte: infatti è per ristabilire il ciclo di nutrimenti in particolare che Marx ed Engels sostenevano l’abolizione della separazione tra città e campagna. Questa rivendicazione era per loro tanto importante quanto l’abolizione della separazione tra lavoro manuale ed intellettuale, alla quale è d’altra parte legata.

Il grosso errore ecologico di Marx non è dunque di avere considerato la natura come un deposito illimitato di risorse da sfruttare, ma di non avere applicato il suo stesso concetto di «gestione razionale degli scambi» al campo particolare dell’energia, mentre lo aveva applicato a quello dei suoli. Nell’analisi della Rivoluzione Industriale, Marx non ha colto che il passaggio dalla legna al carbone significava l’abbandono di un’energia di flusso rinnovabile a vantaggio di un’energia di deposito, esauribile, il cui sfruttamento non poteva che contravvenire alla «gestione razionale » degli scambi di carbonio tra la società e il suo ambiente.

Gli autori del Manifesto Comunista avevano visto chiaramente la tendenza capitalista a esaurire le due sole fonti di tutta la ricchezza: «la Terra e il lavoratore», e questa griglia di lettura aveva loro permesso di anticipare magistralmente la dinamica che avrebbe portato la grande industria e l’agricoltura capitaliste a darsi la mano per impoverire insieme l’operaio delle città, l’operaio dei campi e la fertilità di suoli, ma non hanno visto che la corsa capitalista verso le fonti fossili esauribili avrebbe condotto inevitabilmente l’umanità in una vicolo cieco energetico.

Nella concezione materialista della storia, le tecnologie non sfuggono alla regola che vuole che le attività umane sono determinate socialmente e storicamente. Si citerà in particolare il fatto che lo stesso Marx ha criticato violentemente il carattere di classe del macchinismo capitalista. Però, il fatto di non avere notato l’importanza del passaggio dalla legna al carbone lo ha portato a lasciare nel vago la questione del carattere di classe delle fonti di energia. All’epoca della Rivoluzione Industriale questa vaghezza non aveva conseguenze pratiche: le stesse macchine a vapore erano impiegate per trasformare in energia meccanica e in calore l’energia chimica della legna e del carbone. Ma la situazione è cambiata con l’utilizzo del petrolio e soprattutto con l’energia nucleare. Questa obbliga a pronunciarsi chiaramente: o è una tecnologia da respingere e le fonti energetiche non sono neutre, o le fonti energetiche sono neutre e le tecnologie per sfruttarle non sono da respingere in quanto tali. Nel secondo caso ci si mette in contraddizione con la tesi di partenza sulla determinazione storica e sociale delle tecnologie, vale a dire che si fa rientrare dalla finestra il tecnocratismo che Marx aveva cacciato dalla porta.

I successori di Marx portano una pesante responsabilità per il fatto che il concetto di «gestione razionale degli scambi di materia tra l’umanità e la natura» e la problematica connessa della divisione tra città e campagna sono cadute nell’oblio nel XX secolo. A partire dalla fine del XIX, l’invenzione dei concimi di sintesi sembrava aver risolto il problema della fertilità dei suoli, elemento chiave della riflessione ecologica svolta nel Capitale. Ora, nessun autore marxista si è preoccupato di sapere se questa soluzione era compatibile con la«gestione razionale degli scambi di materia» tra l’umanità e la natura. Soprattutto, nessuno di loro, anche tra i rivoluzionari, ha fatto propri i concetti che Marx aveva applicato alla questione dei suoli per analizzare sotto l’angolo del «metabolismo sociale » la combustione dei combustibili fossili (o lo spreco di altre risorse non rinnovabili).

Le cause di questa sorprendente carenza restano da analizzare nei particolari. L’arretratezza della Russia, la controrivoluzione staliniana, il produttivismo socialdemocratico e una certa presa di distanza dei marxisti del XX secolo rispetto all’evoluzione delle scienze della natura hanno avuto una parte. Ma bisogna anche criticare un ottimismo esagerato, una speranza irrazionale che le scienze e le tecniche permetterebbero sempre di trovare una soluzione «dall’alto» alle impasse ecologiche capitaliste. Il CC mette in discussione in modo radicale questa fede nel progresso, che è la ragione più importante per la quale i marxisti, dagli anni 70 del secolo scorso, hanno avuto e continuano ad avere difficoltà considerevoli a collocarsi rispetto alle sfide ambientali. Per questo, integrare il progetto socialista all’ecologia è condizione fondamentale della vitalità rivoluzionaria del marxismo.

40. La questione energetica è al centro dell’alternativa. La prospettiva di un «comunismo solare» si iscrive nella continuità del pensiero di Marx sul «metabolismo sociale », approfondendolo e traendone nuove conclusioni. Questo approfondimento giustifica sostanzialmente l’uso del nuovo concetto di ecosocialismo.

La questione energetica è al centro della sfida climatica e dell’alternativa. È dunque decisivo per i marxisti superare le ambiguità e le impasse dei loro predecessori (compreso Marx) in questa materia. La nozione di sistema energetico – definito come il modo di produzione visto sotto l’angolo della conversione dell’energia –, permette di stabilire che il sistema capitalista si caratterizza per:

(i) l’appropriazione quasi totale delle fonti di energia, dei convertitori e dei vettori e la loro trasformazione in merci (compresa la mercificazione della forza lavoro messa a disposizione dei datori di lavoro da parte dei convertitori umani);

(ii) l’utilizzo preponderante dei combustibili fossili generatori di rendita e di gas-serra;

(iii) la centralizzazione e concentrazione del capitale proprietario delle fonti e dei convertitori, che porta a una centralizzazione sempre più spinta dl sistema stesso;

(iv) un’efficienza energetica mediocre e uno spreco importante, dovuti alla ricerca prioritaria del profitto, ma anche alla struttura centralizzata, alla separazione dei siti di produzione dai principali mercati, alle produzioni inutili, alla mancanza di pianificazione economica tra settori, alla meccanizzazione a oltranza;

(v) la mondializzazione dell’approvvigionamento, la protezione militare delle vie d’accesso alle fonti energetiche e la volontà di tutela imperialista sui paesi produttori;

(vi) la formazione di reti sempre più interconnesse e centralizzate;

(vii) la costituzione attorno alle fonti fossili, principalmente del petrolio, di un potente complesso energetico-industriale che raggruppa l’automobile, l’aeronautica, la costruzione navale e la petrolchimica;

(viii) l’integrazione crescente dell’agroindustria a questo complesso, per via dei fertilizzanti, della produzione di biomassa energetica e della messa in opera dell’ «ingegneria genetica» ;

(ix) la tendenza, inerente alla logica di accumulazione del capitale, ad aumentare sempre più l’offerta e la domanda, il che si traduce, nel campo energetico, nel ricorso in particolare alla tecnologia nucleare.

Considerata dal punto di vista energetico, la trasformazione socialista della società esige imperativamente la distruzione di questo sistema centralizzato, anarchico, sprecone, inefficiente, intensivo in lavoro morto, basato su fonti non rinnovabili, e orientato verso la sovrapproduzione tendenziale di merci. Deve essere sostituito da un sistema decentralizzato, pianificato, economo, efficiente, intensivo in lavoro vivo, basato esclusivamente sull’energia solare e orientato verso la produzione di utilità reali, durevoli, riciclabili e riutilizzabili. Questa trasformazione non riguarda soltanto la «produzione» di energia in senso stretto, ma l’insieme dell’apparato industriale, l’agricoltura, i trasporti, il tempo libero e la pianificazione del territorio.

La sfida energetico/climatica porta a concepire la rivoluzione socialista non solo come distruzione del potere dello Stato borghese, creazione di uno Stato proletario che comincia a deperire fin dalla sua formazione e instaurazione progressiva dell’autogestione da parte delle masse, ma anche come inizio di un processo di distruzione del vecchio apparato produttivo capitalista e della sua sostituzione con un apparato alternativo che metta in opera altre tecnologie e altre filiere al servizio di scopi determinati democraticamente. Questo sconvolgimento storico estremamente profondo non può cominciare realmente che dopo la vittoria della rivoluzione socialista su scala mondiale, allorché l’abolizione delle principali ineguaglianze di sviluppo avrà permesso di soddisfare il diritto elementare di ciascun essere umano ad un’esistenza degna di questo nome. Postula in particolare la realizzazione preliminare dell’autonomia alimentare e dell’autonomia energetica dei diversi paesi. Lungi dall’essere sinonimo di stagnazione o dell’arresto dello sviluppo umano, implica al contrario un progresso importante tanto delle scienze e delle tecniche quanto della capacità sociale di metterle in opera democraticamente, con la partecipazione attiva di tutte e tutti, nell’ambito di una cultura di «prendere cura con prudenza» della biosfera, per la quale sarà prezioso l’apporto delle comunità indigene.

Il marxismo rivoluzionario ha generalmente considerato che, quando siano soddisfatti i bisogni umani fondamentali, lo sviluppo qualitativo dell’umanità soppianterà lo sviluppo quantitativo. Tale concezione è coerente con quella di Marx, per il quale la vera ricchezza risiede nel tempo libero, nelle relazioni sociali e nella comprensione del mondo. La prospettiva di un «comunismo solare» si iscrive nella continuità logica di questo pensiero non produttivista approfondendolo e traendone conclusioni nuove in termini di rivendicazioni, di compiti e di programma. Questo approfondimento giustifica sostanzialmente l’uso del nuovo concetto di ecosocialismo. Espressione concentrata della lotta comune contro lo sfruttamento del lavoro umano e contro la distruzione delle risorse naturali da parte del capitalismo, l’ecosocialismo non procede da una visione idealista e chimerica su «l’armonia» da stabilire tra l’umanità e la natura, ma dalla necessità materialista di gestire gli scambi di materia tra la società e l’ambiente secondo la ragione ecologica, vale a dire nel modo più compatibile possibile con il buon funzionamento degli ecosistemi.

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[1] SPM, IPCC 2007. NB: gli scarti di temperatura sono dati in rapporto al 1999 e devono essere aumentati di 0,7°C per indicare lo scarto in rapporto al periodo preindustriale.

[2] PNUD/UNDP, Rapport mondial sur le DH [Développement Humain/Sviluppo Umano]

[3] Gli «equivalenti CO2 » tengono conto dell’insieme dei gas-serra come se si trattasse di CO2.

[4] Una «deviazione sostanziale» corrisponde a uno scarto dal 15 al 30% rispetto allo scenario di riferimento.

[5] L’intensità in energia e l’intensità in carbonio designano rispettivamente la quantità di energia consumata e la quantità di carbonio emesso sotto forma di gas per produrre un’unità di PIL.

[6] Conviene aggiungere la geotermia, sola fonte energetica non solare, ma il suo potenziale è marginale.

[7] Obiettivo portato al 30% in caso di accordo internazionale che comporti riduzioni analoghe da parte degli altri paesi industrializzati e una partecipazione significativa allo sforzo da parte dei paesi emergenti. Questo obiettivo rimarrebbe comunque nella parte bassa della forchetta delle raccomandazioni degli esperti.