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Mandel - la speranza

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 11 agosto 2010 · 27 min di lettura

Un discorso del 1992 a Managua

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Ernest Mandel

 

FACCIAMO RISORGERE LA SPERANZA

(da Viento Sur, n. 4, 1992)

 

 

Dal secondo numero di prova del notiziario elettronico della rivista spagnola VIENTO SUR, vientosur@vientosur.info, che comincerà in settembre a uscire regolarmente ogni mese, riporto un documento ricavato dall’Archivio della rivista, che l’aveva pubblicato nel 1992. Mi sembra interessante e lungimirante nel prevedere, in caso di rinuncia a una prospettiva di lotta coordinata di tutti gli sfruttati di ogni paese, contro tutti gli sfruttatori nazionali e internazionali, che si apra una “spirale ineludibile di riduzione dei salari, della protezione sociale, delle condizioni di lavoro in tutti i paesi, perché le multinazionali possono sempre sfruttare un paese con salari più bassi, trasferirvi la produzione industriale o ricattare il movimento operaio perché faccia a priori concessioni”. Naturalmente l’ottimismo sul possibile ruolo del Brasile in caso di una vittoria del PT si spiega con la data: nel 1992 il PT non aveva conosciuto ancora minimamente l’adattamento alla società capitalistica che lo caratterizza oggi e che è iniziato al momento della vittoria di Lula, dopo che diverse vittorie elettorali scippate con la frode, lo avevano spinto a cercare alleanze più che ambigue. Di seguito pubblico il testo di Mandel in lingua spagnola. (a.m. 12/8/2010)

 

Il titolo dell’articolo è lo stesso dell’intervento di Ernest Mandel (1923-1995) al III Incontro del Forum di Sao Paulo (Nicaragua, luglio 1992). Il Nuevo Diario (Managua, 19 luglio 1992) dichiarava in quell’occasione: «Di fronte agli esponenti dei vari partiti politici latinoamericani ed europei, Mandel ha esposto argomenti che apparentemente non stavano in agenda. Ha invitato a soffermarsi a riflettere sulle questioni che poneva”. Raccomandando « di sciogliere i nodi politici che frenano le idee», la testimonianza di uno dei più illustri marxisti del XX secolo è valso – a parere del quotidiano sandinista – ad «aprire un poco le cortine dell’incertezza per fare entrare il sole, forse per la prima volta, nella sinistra latinoamericana». Pubblichiamo di seguito (con sottotitoli redazionali) la parte sostanziale dell’intervento di colui che è stato il principale dirigente della IV Internazionale (Segretariato Unificato). Sia la sua analisi, sia la sua proposta continuano ad avere la valenza di un contributo imprescindibile agli attuali dibattiti sul socialismo e sulla costruzione di un’alternativa anticapitalista. (Viento Sur)

Restituire credibilità al socialismo

 

Agli occhi della larga maggioranza delle masse su scala mondiale, le due principali esperienza storiche per costruire una società senza classi, quella stalinista-poststalinista-maoista e quella socialdemocratica, sono fallite.

Pur comprendendo benissimo le masse che questo fallimento è anche quello di un obiettivo sociale radicale, questo non implica un bilancio negativo dei cambiamenti importanti nella realtà sociale afavore degli sfruttati. In questo senso, il bilancio dell’attività del movimento operaio internazionale, e di tutte le tendenze impegnate continua ad essere molto positivo.

Questo, però, è un po’ diverso dalla convinzione di milioni di lavoratori che tutte le lotte immediate sfocino, sempre più, nella lotta per il rovesciamento del capitalismo e nell’avvento di una società senza sfruttati, senza ingiustizia o violenza massiccia. In mancanza di questa convinzione, le lotte immediate sono frammentate e discontinue, senza obiettivi politici complessivi.

L’iniziativa politica è in mano all’imperialismo, alla borghesia e alle loro agenzie. La conferma si è avuta in Europa orientale, dove il crollo delle dittature burocratiche ha portato non a un’iniziativa politica in direzione del socialismo, ma ad iniziative di forze favorevoli alla restaurazione capitalista. Lo stesso comincia a riproporsi nell’ex Unione Sovietica.

Le masse nell’Europa dell’Est e nell’ex Urss, per non parlare di paesi come la Cambogia, identificano la dittatura stalinista e poststalinista con il comunismo, il marxismo, il socialismo e respingono tutto ciò. Si sbagliano. Stalin ha ucciso un milione di comunisti e ha represso milioni di operai e di contadini, e questo non è stato frutto del marxismo, del socialismo, della rivoluzione. È stato il prodotto di una sanguinosa controrivoluzione. Tuttavia, il fatto che le masse vedano comunque le cose in modo diverso è un dato oggettivo che pesa sulla realtà politica e sociale su scala mondiale.

La crisi di credibilità del socialismo spiega la principale contraddizione della situazione mondiale: le masse continuano a lottare in molti paesi a livelli ben più ampi che mai nel passato. L’imperialismo, la borghesia internazionale, non sono capaci di schiacciare il movimento operaio come hanno fatto negli anni Trenta e all’inizio degli anni Quaranta in Europa, in Giappone, nelle grandi città e in tanti altri paesi. Le masse lavoratrici, però, non sono ancora disposte a battersi per una soluzione globale anticapitalista, socialista e perciò siamo entrati in un lungo periodo di crisi mondiale, di disordine mondiale, in cui nessuna delle due principali classi sociali è prossima ad ottenere la sua vittoria storica.

Il principale compito dei socialisti-comunisti è quello di restaurare le credibilità del socialismo nella coscienza e nella sensibilità di milioni di uomini e donne. Cosa che non si potrà realizzare se non si hanno come punto di partenza le preoccupazioni di queste masse. Qualsiasi modello alternativo di politica economica deve includere queste proposte, che devono essere quelle che aiutano nella maniera più concreta ed efficace le masse a lottare con successo per i propri bisogni.

Possiamo formularle in un modo quasi biblico: eliminare la fame, vestire gli ignudi, dare a tutti una vita dignitosa, salvare la vita di coloro che muoiono per mancanza di una protezione medica che sarebbe possibile, generalizzare l’accesso gratuito alla cultura eliminando l’analfabetismo, universalizzare le libertà democratiche, i diritti umani, eliminare la violenza repressiva in tutte le sue forme.

Dare impulso senza restrizioni ad ampie lotte di massa

 

Non vi è nulla di dogmatico o di utopistico in questo. Le masse, pur non essendo ancora disposte a battersi per la rivoluzione socialista, possono perfettamente raccogliere queste sfide, se sono formulate nel modo più concreto possibile. Possono scatenare ampie lotte nelle forme più varie e combinate, ma – ripeto – dobbiamo cercare di essere quanto più concreti possibile nelle proposte: quale tipo di produzione alimentare è possibile? Con quale tecnica agronomica? In quali luoghi? Quale materiale di costruzione si può produrre? In quale luogo, nazionalmente, tenendo conto di un contesto internazionale più ampio, ecc.?

Se esaminiamo le condizioni per la realizzazione di questi obiettivi si arriva alla conclusione che questo implica una radicale ridistribuzione delle risorse esistenti. Implica altresì la radicale revisione della maniera in cui si decide l’impiego di queste risorse, un cambiamento alla radice delle forze sociali che detengono il potere di decidere di questa utilizzazione. Dobbiamo convincerci che la masse che lottano per questi obbiettivi non abbandoneranno questa lotta quando la realtà dimostra implicazioni di questo tipo.

È una delle sfide storiche del movimento socialista: essere in grado di sospingere, senza restrizioni, lotte di massa amplissime per raggiungere gli obbiettivi oggi maggiormente sentiti dall’umanità.

È politicamente realizzabile questo modello alternativo nel mondo e nella società contemporanei, senza un obbiettivo di presa del potere o di partecipazione ad esso concretizzabile a breve o media scadenza? Credo che formulare il quesito in questa forma sia un errore. Certo che non si deve assolutamente relativizzare il potere politico. Ma la concreta forma di lotta per il potere, e ancor più le forme concrete del potere statale, non devono essere decise in anticipo e, soprattutto, la formulazione degli obbiettivi concreti e delle forme concrete di lotta per conquistarlo non vanno subordinate ad alcuna considerazione pseudo realistica di ciò che è o non è realizzabile sul terreno politico a breve scadenza.

Al contrario, obbiettivi e forme di lotta vanno decisi senza pregiudiziali politiche né estremistiche né opportuniste di qualsiasi natura. La formula deve essere quella del grande tattico Napoleone Bonaparte, ripetuta tante volte da Lenin: «Ci si impegna, poi si vedrà».

È così che il movimento operaio internazionale, nella fase della sua espressione di massa generalizzata più impressionante, ha condotto le proprie campagne per due obbiettivi centrali: la giornata di otto ore lavorative e il suffragio universale.

Può l’imperialismo contemporaneo, o per meglio dire l’imperialismo alleato con il grande capitale, impedire che questi obbiettivi si raggiungano in America Latina? Può bloccare ogni ingresso di capitali e il trasferimento di tecnologie, con l’aggiunta delle pressioni del Fmi e della Bm?

Anche qui, credo che formulare così l’interrogativo ci induca in errore. La verità è che nessuno può rispondere in anticipo a una domanda del genere. Dipende in ultima analisi dai rapporti di forza. Ma neanche i rapporti di forza sono prestabiliti, cambiano di continuo. E le lotte per obbiettivi precisi accessibili a larghe masse è appunto la maniera per modificarli in favore dei lavoratori e degli altri strati sfruttati ed oppressi. […]

In queste condizioni esistono molte variabili di risposte adeguate a una lotta vincente per l’annullamento immediato del pagamento degli interessi sul debito estero. È assai poco probabile che l’insieme dei governi dell’America Latina e, più ancora, del Terzo mondo, si muovano in questa direzione, ma se un paese come il Brasile, nel caso di una vittoria elettorale del PT, intervenisse in questo modo, è impossibile prevedere in anticipo la reazione dell’imperialismo. Può esserci un blocco economico, ma è oggettivamente più difficile un blocco nei confronti del Brasile, il paese più sviluppato dell’America Latina, che non nei confronti di Cuba, per non parlare del Nicaragua. E il Brasile avrebbe la possibilità di rispondere con un’offensiva politica, con una Brest-Litovsk politico-economica, rivolgendosi ai governi di molti paesi e alle masse di tutti i paesi dicendo: “Siete d’accordo che si punisca il nostro popolo perché sta cercando di eliminare la fame, le malattie, le violazioni dei diritti umani? La risposta delle masse lavoratrici del mondo non è prestabilita, può essere insufficiente, può essere positiva. Ma si tratta di una grossa battaglia che può trasformare la situazione politica mondiale. Consentirebbe qualcosa di più della trasformazione dei rapporti di forza, consentirebbe di recuperare la speranza in un mondo migliore.

Realizzare iniziative comuni, nazionali e internazionali

 

Occorre affrontare questo ordine di problemi partendo da un’impostazione metodologica fondamentale di Marx: la lotta per il socialismo non è l’imposizione preliminare dogmatica e settaria al movimento reale delle masse di un qualsiasi obbiettivo prefissato. Non è altro che l’espressione cosciente di questo movimento, che si limita a sviluppare gli elementi costitutivi della nuova società che ha cominciato a svilupparsi già nel seno di quella vecchia.

Illustreremo questo modo di affrontare i problemi in rapporto a quelli centrali del mondo contemporaneo.

Le multinazionali dominano settori sempre più ampi del mercato mondiale, rappresentano una forma qualitativamente superiore di concentrazione internazionale del capitale. Questo porta a un’internazionalizzazione sempre più ampia della lotta di classe.

Purtroppo, la borghesia internazionale ha, in questo senso, maggiore preparazione e un modo di procedere ben più coeso della classe lavoratrice. Sostanzialmente, per la classe operaia e il movimento operaio ci sono solo due possibili risposte al comportamento delle multinazionali: o ripiegare nel protezionismo e nella difesa della cosiddetta “competitività nazionale”, vale a dire nella collaborazione di classe con il padronato di ciascun paese e con ogni singolo governo, contro i “giapponesi”, i “tedeschi”, i “messicani”, cioè per gli sfruttatori e sfruttati insieme; oppure la solidarietà con gli operai di tutti i paesi contro tutti gli sfruttatori internazionali e nazionali.

Nel primo caso, si apre una spirale ineludibile di riduzione dei salari, della protezione sociale, delle condizioni di lavoro in tutti i paesi, perché le multinazionali possono sempre sfruttare un paese con salari più bassi, trasferirvi la produzione industriale o ricattare il movimento operaio perché faccia a priori concessioni.

Nel secondo caso esiste almeno la possibilità di una spirale ascendente che aumenti progressivamente i salari e la protezione sociale dei paesi meno sviluppati, riducendo positivamente la diversità delle condizioni di benessere.

Il secondo modo di reagire non si contrappone in alcun modo allo sviluppo o alla creazione di posti di lavoro nei paesi del Terzo mondo. Implica sì un diverso modello di sviluppo, non orientato verso le esportazioni di bassi salari, ma volto all’ampliamento del mercato nazionale, alla soddisfazione dei bisogni elementari della popolazione.

La lotta per questa risposta internazionalista all’offensiva delle multinazionali richiede fin da ora che si realizzino iniziative comuni a livello sindacale, soprattutto al livello di delegati combattivi, critici, indipendenti, di base, in tutte le fabbriche del mondo che lavorano per la stessa multinazionale o nella stessa branca industriale. Questo è già cominciato , in maniera ancora molto limitata ma reale: il progetto del Mercato Comune Nordamericano, il tentativo di trasformare il Messico in una vasta area di montaggio [maquiladora] apre la strada a questa risposta e questo può estendersi all’insieme dell’America Latina in risposta alla cosiddetta “iniziativa delle Americhe”.

Dall’altro lato, i cosiddetti nuovi movimenti sociali non fanno che esprimere l’angustia di vasti strati sociali abbandonati dalla dinamica del tardo capitalismo. Tale dinamica comporta il rischio che questi strati si spoliticizzino sempre più e possano costituire la base sociale di attacchi di destra, anche neofascisti, alle libertà democratiche. Ogni politica di “contrattazione sociale”, di consenso pseudo-realistico con la borghesia, crea la sensazione che non esistano altre scelte politiche di fondo, rafforzando questo pericolo. È quindi vitale che il movimento operaio instauri un’alleanza strutturale con gli emarginati, organizzandoli, facilitandone l’autorganizzazione, difendendoli, stimolandoli a conquistare la dignità e la speranza.

Su tutti questi terreni occorre lavorare in modo non dogmatico, intervenendo senza la convinzione di possedere la verità assoluta, la risposta finale. La costruzione del socialismo è un immenso laboratorio di esperienze nuove ancora indefinite. Si deve apprendere dalla pratica, soprattutto da quella delle masse stesse. Per questo motivo dobbiamo essere aperti al dialogo e alla discussione fraterna all’interno di tutta la sinistra, sostenendo con fermezza quelli che sono i principi di ciascuna tendenza, di ciascuna organizzazione.

In un senso più ampio, dobbiamo renderci conto che la posta in gioco oggi nel mondo è drammatica: si tratta letteralmente della sopravvivenza fisica dell’Umanità. La fame, le epidemie da miseria, le centrali nucleari, il deterioramento dell’ambiente naturale, tutto questo rappresenta la realtà del vecchio e del nuovo disordine capitalista mondiale.

Ogni anno nel Terzo mondo 16 milioni di bambini muoiono di fame o di malattie perfettamente controllabili. Questo equivale al 25% del complesso dei morti della Seconda Guerra mondiale. Auschwitz e Hiroshima inclusi. Ogni quattro anni si vive una guerra mondiale contro i bambini; è questa la realtà dell’imperialismo e del capitalismo di oggi.

Questa realtà disumana produce effetti ideologici e politici disumani. Nel Nordest del Brasile, la mancanza di vitamine nell’alimentazione dei poveri ha creato una nuova razza di pigmei, di uomini nani con un’altezza fisica inferiore di trenta centimetri alla media del paese. Sono ormai milioni, e la classe dominante e i suoi agenti chiama questi disgraziati “uomini topi”, con tutto quel che comporta questa disumanizzazione ideologica, simile a quella sviluppata dai nazisti.

Con la graduale restaurazione capitalistica nell’Europa dell’Est e in Urss, tutta questa barbarie, tutto questo arretramento sociale comincia a riprodursi. La privatizzazione delle grandi società nell’ex Urss può produrre tra i 35 e i 40 milioni di disoccupati e l’abbassamento del 40% de redditi dei lavoratori.

La natura emancipatrice del socialismo

 

Il socialismo può recuperare validità e credibilità se è disposto a identificarsi completamente con la lotta contro queste minacce. Questo presuppone tre condizioni:

La prima è che non si subordini a nessun costo il sostegno alle lotte sociali delle masse a qualunque progetto politico, dobbiamo stare incondizionatamente al fianco delle masse in tutte le loro lotte.

La seconda condizione è la propaganda e l’educazione tra le masse dell’obbiettivo globale, di un modello di socialismo che raccoglie in sé le principali esperienze e forme di coscienza nuova degli ultimi decenni. Dobbiamo sostenere un modello di socialismo che sia completamente emancipatore su tutti i campi della vita. Deve essere un socialismo sulla base dell’autogestione, femminista, ecologista radical-pacifista, pluralista, che espanda qualitativamente la democrazia, internazionalista, pluripartitico. Ma è decisivo che sia fondato sull’emancipazione di coloro che producono.

Questo è irrealizzabile senza la scomparsa progressiva del lavoro salariato, senza la progressiva scomparsa della divisione del lavoro tra quelli e quelle che producono e coloro che amministrano ed accumulano. I produttori devono detenere il reale potere di decidere come si produce, che cosa si produce, e come si impiega una parte crescente del prodotto sociale. Questo potere deve essere guidato in maniera pienamente democratica, deve cioè esprimere le convinzioni effettive delle masse. Questo è irrealizzabile senza pluralità di partiti, senza che le masse abbiano la possibilità di scegliere tra diverse varianti concrete degli obbiettivi centrali del piano economico e, inoltre, è irrealizzabile senza la radicale riduzione della giornata e della settimana lavorative.

Esiste, nella pratica, consenso sul peso sempre più esteso della corruzione e della criminalità nella società borghese e delle società postcapitaliste in via di scomparsa. Ma occorre capire che questo è strutturalmente connesso al peso del denaro nella società. È utopistico, irrealistico, sperare nella moralizzazione della cosiddetta società civile e dello Stato senza il radicale ridimensionamento dell’incidenza del denaro e delle economie di mercato.

Non si può sostenere una visione coerente del socialismo senza opporsi sistematicamente all’egoismo e alla ricerca di .vantaggi individuali, indipendentemente da tutte le conseguenze per l’intera società; la priorità va data alla solidarietà e alla collaborazione. E questo, appunto, implica il drastico ridimensionamento del peso del denaro nella società

La terza condizione e il totale rifiuto da parte dei socialisti-comuniati, di qualunque pratica sostituzionista, paternalista, verticistica. Dobbiamo riflettere e trasmettere il contributo principale di Marx alla politica: l’emancipazione dei lavoratori non può che essere opera degli stessi lavoratori. Non può essere opera di Stati, governi, partiti, dirigenti presunti infallibili, o da esperti di qualsiasi genere.

Tutti questi organismi sono utili, ed anche indispensabili, nel cammino dell’emancipazione, ma non possono fare altro che aiutare le masse a liberarsi, non sostituirsi ad esse. Non è solamente immorale, è impraticabile cercare di assicurare la felicità della gente contro le sue stesse convinzioni. Si tratta di una delle principali lezioni che si possono ricavare dal crollo delle dittature burocratiche nell’Europa dell’Est e nell’ex Urss..

La pratica dei socialisti e dei comunisti deve essere assolutamente conforme ai loro principi. Non dobbiamo giustificare alcuna pratica alienante od oppressiva. Dobbiamo in pratica realizzare ciò che Marx definiva imperativo categorico, lottare per sconfiggere le condizioni in cui gli esseri umani sono alienati e umiliati. Se la nostra pratica è conforme a questo imperativo il socialismo recupererà una forza formidabile e una legittimità politica che lo renderà invincibile.

Ernest Mandel

 

Viento Sur, 1992, 4

 

 

 
“Hagamos renacer la esperanza”, es el nombre que se le dio a la intervención de Ernest Mandel (1923-1995) en el III Encuentro del Foro de Sao Paulo (Nicaragua, julio 1992). En aquella ocasión, el Nuevo Diario (Managua 19-7-92) comentaba: “Mandel, ante los representantes de los diversos partidos políticos latinoamericanos y de Europa, exhibió recursos que al parecer no estaban en la agenda. Ello motivó a sentarse a reflexionar sobre las cuestiones que planteaba”. Recomendando “desamarrar los nudos políticos que atascan las ideas”, el testimonio de uno de los más destacados marxistas revolucionaros del siglo XX sirvió -según el diario sandinista- para “descorrer un poco las cortinas de la incertidumbre para que el sol entrara, quizás por primera vez, en la izquierda latinoamericana”. Lo que ahora publicamos (con subtítulos de la redacción), es parte sustancial de la intervención del que fuera principal dirigente de la IV Internacional (Secretariado Unificado). Tanto su análisis como su propuesta, siguen tendiendo el valor de una contribución imprescindible a los debates actuales sobre el socialismo y la construcción de una alternativa anticapitalista.


Restaurar la credibilidad del Socialismo

A los ojos de la gran mayoría de las masas a escala mundial, las dos experiencias históricas principales para construir una sociedad sin clases, la estalinista-postestalinista-maoísta y la socialdemócrata, han fracasado.

Seguro que las masas entienden muy bien que ese fracaso es el de un objetivo social radical de conjunto, lo que no implica una balance negativo con respecto a cambios importantes en la realidad social a favor de los explotados. En ese sentido, el balance de más de ciento cincuenta años de actividad del movimiento obrero internacional, y de todas las tendencias comprometidas, sigue siendo muy positivo.

Pero eso, es algo diferente a la convicción de millones de trabajadores en el sentido de que todas las luchas inmediatas desemboquen, cada vez más, en la lucha por el derrocamiento del capitalismo y el advenimiento de una sociedad sin explotados, sin injusticia o violencia masiva. En ausencia de tal convicción, las luchas inmediatas son fragmentadas y discontinuas, sin objetivos políticos de conjunto.

La iniciativa política está en manos del imperialismo, de la burguesía y de sus agencias. Eso se confirmó en Europa Oriental, donde la caída de las dictaduras burocráticas condujo no a una iniciativa política en dirección al socialismo, sino a iniciativas de fuerzas favorables a la restauración capitalista. Lo mismo comienza a repetirse en la ex Unión Soviética.

Las masas en Europa Oriental y en la ex URSS, para no hablar de países como Kampuchea, identifican la dictadura estalinista y postestalinista con el comunismo, el marxismo, el socialismo y rechazan todo eso. Se equivocan. Stalin mató a un millón de comunistas y reprimió a millones de obreros y campesinos, y esto no fue producto del marxismo, del socialismo, de la revolución. Fueron producto de una contrarrevolución sangrienta. Pero el hecho que las masas vean todavía las cosas de modo diferente, es un hecho objetivo que pesa sobre la realidad política y social a escala mundial.
Esa crisis de credibilidad del socialismo, explica la contradicción principal de la situación mundial: las masas siguen luchando en muchos países a escalas más amplias que nunca en el pasado. El imperialismo, la burguesía internacional, no son capaces de aplastar al movimiento obrero como lo han hecho en los años treinta y al inicio de los cuarenta en Europa, en Japón, en las grandes ciudades y en muchos otros países. Pero las masas trabajadoras no están todavía dispuestas a luchar por una solución global anticapitalista, socialista, por esa razón hemos entrado en un largo período de crisis mundial, de desorden mundial en el cual ni una ni otra de las dos principales clases sociales están cercanas a obtener su victoria histórica.

La tarea principal de los socialistas-comunistas, es la de restaurar la credibilidad del socialismo en la conciencia y en la sensibilidad de millones de hombres y mujeres. Esto será irrealizable si no tiene como punto de partida las principales preocupaciones de esas masas. Todo modelo alternativo de política económica, debe incluir esas propuestas, deben ser aquellas que ayuden en el modo más concreto y más eficaz a las masas a luchar de manera exitosa por sus necesidades.

Podemos formularlas de un modo casi bíblico; eliminar el hambre, vestir a los desnudos, dar vivienda digna a todos, salvar la vida de los que mueren por falta de protección médica posible, generalizar el acceso gratuito a la cultura por la eliminación del analfabetismo, universalizar las libertades democráticas, los derechos humanos, eliminar la violencia represiva en todas sus formas.

Impulsar sin restricciones, luchas amplias de masas

Esto no tiene nada de dogmático ni utópico. Las masas aunque no están todavía dispuestas a luchar por la revolución socialista, pueden, perfectamente, aceptar esos desafíos si son formulados del modo más concreto posible. Pueden desencadenar amplias luchas en las formas más diversas y combinadas, por ello repito que debemos intentar ser lo más concretos posibles en las propuestas: ¿qué tipo de producción alimentaria es posible? ¿con qué técnica agroquímica? ¿en qué lugares? ¿qué material de construcción se puede construir? ¿en qué lugar, nacionalmente, condicionadamente a escala internacional más amplia, etc.?

Cuando examinamos las condiciones para realizar estos objetivos, se llega a la conclusión que eso implica una redistribución radical en los recursos existentes. Implica también una revisión radical del modo en el cual es decidida la utilización de esos recursos, un cambio radical de las fuerzas sociales que tienen el poder de decisión sobra esa utilización. Debemos de estar convencidos que las masas que luchan por esos objetivos no van abandonar esa lucha cuando la realidad demuestra esas implicaciones.

Ese es uno de los retos históricos del movimiento socialista: ser capaz de impulsar sin restricciones, luchas de masas amplísimas para alcanzar los objetivos más sentidos de la humanidad hoy.
¿Es políticamente realizable ese modelo alternativo en el mundo y la sociedad de hoy, sin un objetivo de toma o de participación del poder realizable a corto o mediano plazo? Creo que formular la pregunta de esa forma es una trampa. Claro que no se debe de ninguna manera relativizar el poder político. Pero la forma concreta de lucha por el poder, y aún más, las formas concretas del poder estatal, no deben ser decididas de antemano. Y, especialmente, no se debe subordinar la formulación de los objetivos concretos y de las formas concretas de lucha para lograrlo, a cualquier consideración seudo-realista de lo que es o de lo que no es realizable en el terreno político a corto plazo.

Al contrario, se deben determinar los objetivos y las formas de lucha sin prejuicios políticos ni izquierdistas, ni oportunistas de cualquier naturaleza. La fórmula deber aquella del gran táctico que fue Napoleón Bonaparte y que Lenin repitió muchas veces: “Nos comprometemos y después veremos”.

Es de esta manera que el movimiento obrero internacional, en el período de su expresión masiva universal más impresionante, condujo sus campañas por dos objetivos centrales: la jornada de ocho horas de trabajo y el sufragio universal.

¿Puede el imperialismo hoy en día, o mejor dicho, el imperialismo aliado al gran capital, impedir la realización de estos objetivos en los países de América Latina? ¿Puede bloquear todos los ingresos de capital y la transferencia de tecnologías, además de las presiones del FMI y del Banco Mundial?
De nuevo creo que la formulación misma de la pregunta nos hace caer en una trampa. La verdad es que nadie puede responder de antemano a esa pregunta. Depende en última instancia de las relaciones de fuerza. Pero esas relaciones de fuerza no están pre-establecidas, cambian continuamente. Y las luchas por objetivos precisos accesibles a amplias masas es precisamente una forma de modificar las relaciones de fuerzas, a favor de los trabajadores y demás capas explotadas y oprimidas (…)

En esas condiciones hay muchas variables posibles de respuestas dignas a una lucha exitosa por la anulación inmediata del pago del servicio de la deuda externa. Es muy poco probable que el conjunto de los gobiernos de América Latina y aún más, del Tercer Mundo, actúen en ese sentido, pero si un país como Brasil en el caso de una victoria electoral del PT actuara así, no se puede predeterminar de antemano la reacción del imperialismo. Puede haber un bloqueo económico, pero es objetivamente más difícil un bloqueo a Brasil, el país más desarrollado de América Latina, que el bloqueo a Cuba, por no decir Nicaragua. Y Brasil tendría la posibilidad de responder con una ofensiva política, con un Brest-Litovsk político-económico, dirigiéndose a los gobiernos de muchos países y a las masas de todos los países diciendo: ¿está ustedes de acuerdo que se castigue a nuestro pueblo porque está intentando eliminar el hambre, las enfermedades, las violaciones a los derechos humanos?
La respuesta de las masas trabajadoras del mundo no esta pre-establecida, puede ser insuficiente, puede ser positiva. Pero es una gran batalla que puede modificar toda la situación política mundial. Permitiría algo más que la modificación de las relaciones de fuerzas, permitiría la recuperación de la esperanza de un mundo mejor.

Concretar iniciativas comunes, nacionales e internacionales

Hay que enfocar esta problemática alrededor de un enfoque metodológico fundamental de Marx: la lucha por el socialismo no es la imposición dogmática y sectaria de antemano de cualquier objetivo pre-establecido al movimiento real de las masas. No es otra cosa que la expresión conciente de ese movimiento que no hace más que desarrollar los elementos constitutivos de la nueva sociedad que se desarrolla ya en el seno de la vieja sociedad.

Ilustremos esa forma de enfocar la problemática en relación a los problemas centrales del mundo de hoy.

Las compañías transnacionales dominan sectores cada vez más amplios del mercado mundial, representan una forma cualitativamente superior de centralización internacional del capital. Eso conduce a una internacionalización cada vez más amplia de la lucha de clases.

Desafortunadamente, la burguesía internacional tiene en ese sentido mucho más preparación y una actuación mucho mas cohesionada que la clase trabajadora. Fundamentalmente para la clase obrera y el movimiento obrero no hay más que dos respuestas posibles a las actuaciones de las transnacionales: o un repliegue hacia el proteccionismo y la defensa de la llamada “competitividad nacional”, es decir, la colaboración de clases con la patronal de cada país y el gobierno de cada país, contra “los japoneses”, “los alemanes”, “los mexicanos”, es decir por explotadores y explotados todos juntos; o la solidaridad con los obreros de todos los países contra todos los explotadores internacionales e nacionales.

En el primer caso, se abre una espiral inevitable de reducción de los salarios, de la protección social, de las condiciones de trabajo en todo los países, porque las transnacionales pueden siempre explotar un país con salarios mas bajos, transferir la producción fabrica allá o chantajear al movimiento obrero para hacer concesiones de antemano.

En el segundo caso, hay al menos la posibilidad de una espiral ascendente que progresivamente aumente los salarios y la protección social de los países menos desarrollados, reduciendo las diferencias de bienestar de un modo positivo.

Esta segunda forma de reaccionar no se opone de ninguna manera al desarrollo o a la creación de empleos en los países del Tercer Mundo. Implica si, otro modelo de de desarrollo, no orientado hacia las exportaciones de bajos salarios, sino orientado hacia la ampliación del mercado nacional, hacia la satisfacción de las necesidades elementales del pueblo.

La lucha por esta respuesta internacionalista a la ofensiva de las compañías transnacionales, necesita desde hoy concretar iniciativas comunes a nivel sindical, especialmente a nivel de delegados combativos, críticos, independientes, de base, en todas las fábricas del mundo trabajando para la misma transnacional o en la misma rama industrial. Eso ya se inició de manera todavía muy limitada pero real; el proyecto del Mercado Común Norteamericano, la tentativa de transformar a México en una vasta zona maquiladora, abre el camino a esta respuesta y esto puede extenderse al conjunto de América Latina como respuesta a la llamada “Iniciativa de las Américas”.

De otro lado, los llamados nuevos movimientos sociales no hacen más que traducir la angustia de amplias capas sociales abandonadas por la dinámica del capitalismo tardío. Esta dinámica implica el peligro que esas capas se despoliticen cada vez más y puedan constituir una base social para ataques derechistas, incluidos neofascistas contra las libertades democráticas. Toda política de “contrato social”, de consenso seudo-realista con la burguesía produce la impresión que no hay opciones políticas fundamentales y fortalece ese peligro. Por eso es vital que el movimiento obrero establezca una alianza estructural con los marginados, organizándolos, facilitando su auto-organización, defendiéndolos, instándolos a conquistar la dignidad y la esperanza.

En todos estos terrenos hay que operar de forma no dogmática, actuando sin la visión de poseer la verdad absoluta, la respuesta definitiva. La construcción del socialismo es un inmenso laboratorio de experiencias nuevas todavía indefinidas. Se debe aprender de la práctica, en primer lugar de la práctica de las mismas masas. Por esa razón, debemos estar abiertos al diálogo y a la discusión fraternal en el seno de toda la izquierda, defendiendo con firmeza lo que son los principios de cada corriente, de cada organización.

En un sentido mas amplio debemos darnos cuenta que lo que está en juego hoy en el mundo es dramático: es literalmente la supervivencia física de la Humanidad. El hambre, las epidemias de miseria, las centrales nucleares, el deterioro del ambiente natural, todo es la realidad del viejo y del nuevo desorden capitalista mundial.

Cada año en el Tercer Mundo 16 millones de niños mueren de hambre o de enfermedades perfectamente controlables. Eso es igual al 25 por ciento de todos los muertos de la Segunda Guerra Mundial., incluido Auschwitz e Hiroshima. Cada cuatro años se vive una guerra mundial contra los niños, esa es la realidad del imperialismo y el capitalismo hoy.

Esta realidad inhumana produce efectos ideológicos y políticos inhumanos. En el Nordeste de Brasil, la falta de vitaminas en la comida de los pobres ha producido una nueva capa de pigmeos, de hombres enanos que tienen una altura física reducida en treinta centímetros en promedio de los habitantes del país. Son ya millones, y la clase dominante y sus agentes llama “hombres-ratas” a esos desgraciados, con todo lo que implica esa deshumanización ideológica, semejante a aquella que desarrollaron los nazis.

Con la restauración gradual del capitalismo en Europa Oriental y en la ex URSS, toda esa barbarie, todo ese retroceso social comienza a reproducirse. La privatización de las grandes empresas en la ex URSS puede producir entre 35 y 40 millones de desocupados y una baja de los ingresos de los trabajadores del 40 por ciento.

El carácter emancipador del socialismo

El socialismo puede recuperar vigencia y credibilidad si está dispuesto a identificarse totalmente con la lucha en contra de esas amenazas. Eso supone tres condiciones:

La primera, es que bajo ninguna condición se subordine el apoyo a las luchas sociales de las masas a cualquier proyecto político, debemos de estar incondicionalmente al lado de las masas en todas sus luchas.

La segunda condición, es la propaganda y la educación entre las masas del objetivo global, de un modelo de socialismo que integra las principales experiencias y formas de conciencia nueva de las últimas décadas.

Debemos defender un modelo de socialismo que sea totalmente emancipador en todos los terrenos de la vida. Ese socialismo debe ser autogestionario, feminista, ecologista, radical-pacifista, pluralista, extendiendo cualitativamente la democracia, internacionalista, pluripartidista. Pero es decisivo que sea emancipatorio para los productores directos.

Esto es irrealizable sin la desaparición progresiva del trabajo asalariado, sin la desaparición progresiva de la división social del trabajo entre aquellos y aquellas que producen y aquellos que administran y acumulan. Los productores deben tener el poder real de decidir como se produce, qué se produce, y como se utiliza una parte mayor del producto social. Ese poder debe ser conducido de manera plenamente democrática, es decir, debe expresar las convicciones reales de las masas. Eso es irrealizable sin pluralidad de partidos, sin posibilidad de las masas de escoger entre diversas variantes concretas de los objetivos centrales del plan económico y, además, esto es irrealizable sin la reducción radical de la jornada y la semana de trabajo.

Hay prácticamente un consenso sobre el peso cada vez más amplio de la corrupción y de la criminalización en la sociedad burguesa y en las sociedades postcapitalistas en desaparición. Pero se debe entender que ello está estructuralmente ligado al peso del dinero en la sociedad. Es utópico, es irrealista, esperar la moralización de la llamada sociedad civil y del Estado, sin la reducción radical del peso del dinero y de las economías de mercado.No se puede defender una visión coherente del socialismo, sin oponerse de manera sistemática al egoísmo y a la búsqueda de ganancias individuales a pesar de todas las consecuencias para la sociedad en su conjunto, la prioridad debe ser la solidaridad y la cooperación. Y eso presupone, precisamente, una reducción decisiva del peso del dinero en la sociedad.

La tercera condición, es el rechazo total de parte de los socialistas-comunistas a toda práctica sustituista, paternalista, verticalista. Nosotros debemos reflejar y transmitir la principal contribución de Marx a la política: la liberación de los trabajadores no puede ser más que la obra de los trabajadores mismos. No puede ser obra de Estados, gobiernos, partidos, dirigentes supuestamente infalibles, o de expertos de cualquier tipo.

Todos estos órganos son útiles, incluso indispensables en el camino de la emancipación, pero no pueden hacer mas que ayudar a las masas a liberarse, no sustituirlas. No es solamente inmoral, es impracticable intentar asegurar la felicidad de la gente contra sus propias convicciones. Esa es una de las principales lecciones que se puede sacar del derrumbe de las dictaduras burocráticas en Europa Oriental en la ex URSS.

La práctica de los socialistas y comunistas debe ser totalmente conforme a sus principios. No debemos justificar ninguna práctica alienadora u opresiva. Debemos en la práctica realizar lo que Marx llamaba imperativo categórico de luchar por derrotar las condiciones en las cuales los seres humanos son enajenados y humillados. Si nuestra práctica es conforme a ese imperativo, el socialismo recuperará una formidable fuerza y legitimidad política que lo hará invencible.