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Mandel - la speranza
Un discorso del 1992 a Managua
Versione di lettura convertita dal file originale.
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Ernest Mandel
FACCIAMO RISORGERE LA SPERANZA (da Viento Sur, n. 4, 1992)
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Dal secondo numero di prova del notiziario elettronico della rivista spagnola VIENTO SUR, vientosur@vientosur.info, che comincerà in settembre a uscire regolarmente ogni mese, riporto un documento ricavato dall’Archivio della rivista, che l’aveva pubblicato nel 1992. Mi sembra interessante e lungimirante nel prevedere, in caso di rinuncia a una prospettiva di lotta coordinata di tutti gli sfruttati di ogni paese, contro tutti gli sfruttatori nazionali e internazionali, che si apra una “spirale ineludibile di riduzione dei salari, della protezione sociale, delle condizioni di lavoro in tutti i paesi, perché le multinazionali possono sempre sfruttare un paese con salari più bassi, trasferirvi la produzione industriale o ricattare il movimento operaio perché faccia a priori concessioni”. Naturalmente l’ottimismo sul possibile ruolo del Brasile in caso di una vittoria del PT si spiega con la data: nel 1992 il PT non aveva conosciuto ancora minimamente l’adattamento alla società capitalistica che lo caratterizza oggi e che è iniziato al momento della vittoria di Lula, dopo che diverse vittorie elettorali scippate con la frode, lo avevano spinto a cercare alleanze più che ambigue. Di seguito pubblico il testo di Mandel in lingua spagnola. (a.m. 12/8/2010)
Il titolo dell’articolo è lo stesso dell’intervento di Ernest Mandel (1923-1995) al III Incontro del Forum di Sao Paulo (Nicaragua, luglio 1992). Il Nuevo Diario (Managua, 19 luglio 1992) dichiarava in quell’occasione: «Di fronte agli esponenti dei vari partiti politici latinoamericani ed europei, Mandel ha esposto argomenti che apparentemente non stavano in agenda. Ha invitato a soffermarsi a riflettere sulle questioni che poneva”. Raccomandando « di sciogliere i nodi politici che frenano le idee», la testimonianza di uno dei più illustri marxisti del XX secolo è valso – a parere del quotidiano sandinista – ad «aprire un poco le cortine dell’incertezza per fare entrare il sole, forse per la prima volta, nella sinistra latinoamericana». Pubblichiamo di seguito (con sottotitoli redazionali) la parte sostanziale dell’intervento di colui che è stato il principale dirigente della IV Internazionale (Segretariato Unificato). Sia la sua analisi, sia la sua proposta continuano ad avere la valenza di un contributo imprescindibile agli attuali dibattiti sul socialismo e sulla costruzione di un’alternativa anticapitalista. (Viento Sur)
Restituire credibilità al socialismo
Agli occhi della larga maggioranza delle masse su scala mondiale, le due principali esperienza storiche per costruire una società senza classi, quella stalinista-poststalinista-maoista e quella socialdemocratica, sono fallite.
Pur comprendendo benissimo le masse che questo fallimento è anche quello di un obiettivo sociale radicale, questo non implica un bilancio negativo dei cambiamenti importanti nella realtà sociale afavore degli sfruttati. In questo senso, il bilancio dell’attività del movimento operaio internazionale, e di tutte le tendenze impegnate continua ad essere molto positivo.
Questo, però, è un po’ diverso dalla convinzione di milioni di lavoratori che tutte le lotte immediate sfocino, sempre più, nella lotta per il rovesciamento del capitalismo e nell’avvento di una società senza sfruttati, senza ingiustizia o violenza massiccia. In mancanza di questa convinzione, le lotte immediate sono frammentate e discontinue, senza obiettivi politici complessivi.
L’iniziativa politica è in mano all’imperialismo, alla borghesia e alle loro agenzie. La conferma si è avuta in Europa orientale, dove il crollo delle dittature burocratiche ha portato non a un’iniziativa politica in direzione del socialismo, ma ad iniziative di forze favorevoli alla restaurazione capitalista. Lo stesso comincia a riproporsi nell’ex Unione Sovietica.
Le masse nell’Europa dell’Est e nell’ex Urss, per non parlare di paesi come la Cambogia, identificano la dittatura stalinista e poststalinista con il comunismo, il marxismo, il socialismo e respingono tutto ciò. Si sbagliano. Stalin ha ucciso un milione di comunisti e ha represso milioni di operai e di contadini, e questo non è stato frutto del marxismo, del socialismo, della rivoluzione. È stato il prodotto di una sanguinosa controrivoluzione. Tuttavia, il fatto che le masse vedano comunque le cose in modo diverso è un dato oggettivo che pesa sulla realtà politica e sociale su scala mondiale.
La crisi di credibilità del socialismo spiega la principale contraddizione della situazione mondiale: le masse continuano a lottare in molti paesi a livelli ben più ampi che mai nel passato. L’imperialismo, la borghesia internazionale, non sono capaci di schiacciare il movimento operaio come hanno fatto negli anni Trenta e all’inizio degli anni Quaranta in Europa, in Giappone, nelle grandi città e in tanti altri paesi. Le masse lavoratrici, però, non sono ancora disposte a battersi per una soluzione globale anticapitalista, socialista e perciò siamo entrati in un lungo periodo di crisi mondiale, di disordine mondiale, in cui nessuna delle due principali classi sociali è prossima ad ottenere la sua vittoria storica.
Il principale compito dei socialisti-comunisti è quello di restaurare le credibilità del socialismo nella coscienza e nella sensibilità di milioni di uomini e donne. Cosa che non si potrà realizzare se non si hanno come punto di partenza le preoccupazioni di queste masse. Qualsiasi modello alternativo di politica economica deve includere queste proposte, che devono essere quelle che aiutano nella maniera più concreta ed efficace le masse a lottare con successo per i propri bisogni.
Possiamo formularle in un modo quasi biblico: eliminare la fame, vestire gli ignudi, dare a tutti una vita dignitosa, salvare la vita di coloro che muoiono per mancanza di una protezione medica che sarebbe possibile, generalizzare l’accesso gratuito alla cultura eliminando l’analfabetismo, universalizzare le libertà democratiche, i diritti umani, eliminare la violenza repressiva in tutte le sue forme.
Dare impulso senza restrizioni ad ampie lotte di massa
Non vi è nulla di dogmatico o di utopistico in questo. Le masse, pur non essendo ancora disposte a battersi per la rivoluzione socialista, possono perfettamente raccogliere queste sfide, se sono formulate nel modo più concreto possibile. Possono scatenare ampie lotte nelle forme più varie e combinate, ma – ripeto – dobbiamo cercare di essere quanto più concreti possibile nelle proposte: quale tipo di produzione alimentare è possibile? Con quale tecnica agronomica? In quali luoghi? Quale materiale di costruzione si può produrre? In quale luogo, nazionalmente, tenendo conto di un contesto internazionale più ampio, ecc.?
Se esaminiamo le condizioni per la realizzazione di questi obiettivi si arriva alla conclusione che questo implica una radicale ridistribuzione delle risorse esistenti. Implica altresì la radicale revisione della maniera in cui si decide l’impiego di queste risorse, un cambiamento alla radice delle forze sociali che detengono il potere di decidere di questa utilizzazione. Dobbiamo convincerci che la masse che lottano per questi obbiettivi non abbandoneranno questa lotta quando la realtà dimostra implicazioni di questo tipo.
È una delle sfide storiche del movimento socialista: essere in grado di sospingere, senza restrizioni, lotte di massa amplissime per raggiungere gli obbiettivi oggi maggiormente sentiti dall’umanità.
È politicamente realizzabile questo modello alternativo nel mondo e nella società contemporanei, senza un obbiettivo di presa del potere o di partecipazione ad esso concretizzabile a breve o media scadenza? Credo che formulare il quesito in questa forma sia un errore. Certo che non si deve assolutamente relativizzare il potere politico. Ma la concreta forma di lotta per il potere, e ancor più le forme concrete del potere statale, non devono essere decise in anticipo e, soprattutto, la formulazione degli obbiettivi concreti e delle forme concrete di lotta per conquistarlo non vanno subordinate ad alcuna considerazione pseudo realistica di ciò che è o non è realizzabile sul terreno politico a breve scadenza.
Al contrario, obbiettivi e forme di lotta vanno decisi senza pregiudiziali politiche né estremistiche né opportuniste di qualsiasi natura. La formula deve essere quella del grande tattico Napoleone Bonaparte, ripetuta tante volte da Lenin: «Ci si impegna, poi si vedrà».
È così che il movimento operaio internazionale, nella fase della sua espressione di massa generalizzata più impressionante, ha condotto le proprie campagne per due obbiettivi centrali: la giornata di otto ore lavorative e il suffragio universale.
Può l’imperialismo contemporaneo, o per meglio dire l’imperialismo alleato con il grande capitale, impedire che questi obbiettivi si raggiungano in America Latina? Può bloccare ogni ingresso di capitali e il trasferimento di tecnologie, con l’aggiunta delle pressioni del Fmi e della Bm?
Anche qui, credo che formulare così l’interrogativo ci induca in errore. La verità è che nessuno può rispondere in anticipo a una domanda del genere. Dipende in ultima analisi dai rapporti di forza. Ma neanche i rapporti di forza sono prestabiliti, cambiano di continuo. E le lotte per obbiettivi precisi accessibili a larghe masse è appunto la maniera per modificarli in favore dei lavoratori e degli altri strati sfruttati ed oppressi. […]
In queste condizioni esistono molte variabili di risposte adeguate a una lotta vincente per l’annullamento immediato del pagamento degli interessi sul debito estero. È assai poco probabile che l’insieme dei governi dell’America Latina e, più ancora, del Terzo mondo, si muovano in questa direzione, ma se un paese come il Brasile, nel caso di una vittoria elettorale del PT, intervenisse in questo modo, è impossibile prevedere in anticipo la reazione dell’imperialismo. Può esserci un blocco economico, ma è oggettivamente più difficile un blocco nei confronti del Brasile, il paese più sviluppato dell’America Latina, che non nei confronti di Cuba, per non parlare del Nicaragua. E il Brasile avrebbe la possibilità di rispondere con un’offensiva politica, con una Brest-Litovsk politico-economica, rivolgendosi ai governi di molti paesi e alle masse di tutti i paesi dicendo: “Siete d’accordo che si punisca il nostro popolo perché sta cercando di eliminare la fame, le malattie, le violazioni dei diritti umani? La risposta delle masse lavoratrici del mondo non è prestabilita, può essere insufficiente, può essere positiva. Ma si tratta di una grossa battaglia che può trasformare la situazione politica mondiale. Consentirebbe qualcosa di più della trasformazione dei rapporti di forza, consentirebbe di recuperare la speranza in un mondo migliore.
Realizzare iniziative comuni, nazionali e internazionali
Occorre affrontare questo ordine di problemi partendo da un’impostazione metodologica fondamentale di Marx: la lotta per il socialismo non è l’imposizione preliminare dogmatica e settaria al movimento reale delle masse di un qualsiasi obbiettivo prefissato. Non è altro che l’espressione cosciente di questo movimento, che si limita a sviluppare gli elementi costitutivi della nuova società che ha cominciato a svilupparsi già nel seno di quella vecchia.
Illustreremo questo modo di affrontare i problemi in rapporto a quelli centrali del mondo contemporaneo.
Le multinazionali dominano settori sempre più ampi del mercato mondiale, rappresentano una forma qualitativamente superiore di concentrazione internazionale del capitale. Questo porta a un’internazionalizzazione sempre più ampia della lotta di classe.
Purtroppo, la borghesia internazionale ha, in questo senso, maggiore preparazione e un modo di procedere ben più coeso della classe lavoratrice. Sostanzialmente, per la classe operaia e il movimento operaio ci sono solo due possibili risposte al comportamento delle multinazionali: o ripiegare nel protezionismo e nella difesa della cosiddetta “competitività nazionale”, vale a dire nella collaborazione di classe con il padronato di ciascun paese e con ogni singolo governo, contro i “giapponesi”, i “tedeschi”, i “messicani”, cioè per gli sfruttatori e sfruttati insieme; oppure la solidarietà con gli operai di tutti i paesi contro tutti gli sfruttatori internazionali e nazionali.
Nel primo caso, si apre una spirale ineludibile di riduzione dei salari, della protezione sociale, delle condizioni di lavoro in tutti i paesi, perché le multinazionali possono sempre sfruttare un paese con salari più bassi, trasferirvi la produzione industriale o ricattare il movimento operaio perché faccia a priori concessioni.
Nel secondo caso esiste almeno la possibilità di una spirale ascendente che aumenti progressivamente i salari e la protezione sociale dei paesi meno sviluppati, riducendo positivamente la diversità delle condizioni di benessere.
Il secondo modo di reagire non si contrappone in alcun modo allo sviluppo o alla creazione di posti di lavoro nei paesi del Terzo mondo. Implica sì un diverso modello di sviluppo, non orientato verso le esportazioni di bassi salari, ma volto all’ampliamento del mercato nazionale, alla soddisfazione dei bisogni elementari della popolazione.
La lotta per questa risposta internazionalista all’offensiva delle multinazionali richiede fin da ora che si realizzino iniziative comuni a livello sindacale, soprattutto al livello di delegati combattivi, critici, indipendenti, di base, in tutte le fabbriche del mondo che lavorano per la stessa multinazionale o nella stessa branca industriale. Questo è già cominciato , in maniera ancora molto limitata ma reale: il progetto del Mercato Comune Nordamericano, il tentativo di trasformare il Messico in una vasta area di montaggio [maquiladora] apre la strada a questa risposta e questo può estendersi all’insieme dell’America Latina in risposta alla cosiddetta “iniziativa delle Americhe”.
Dall’altro lato, i cosiddetti nuovi movimenti sociali non fanno che esprimere l’angustia di vasti strati sociali abbandonati dalla dinamica del tardo capitalismo. Tale dinamica comporta il rischio che questi strati si spoliticizzino sempre più e possano costituire la base sociale di attacchi di destra, anche neofascisti, alle libertà democratiche. Ogni politica di “contrattazione sociale”, di consenso pseudo-realistico con la borghesia, crea la sensazione che non esistano altre scelte politiche di fondo, rafforzando questo pericolo. È quindi vitale che il movimento operaio instauri un’alleanza strutturale con gli emarginati, organizzandoli, facilitandone l’autorganizzazione, difendendoli, stimolandoli a conquistare la dignità e la speranza.
Su tutti questi terreni occorre lavorare in modo non dogmatico, intervenendo senza la convinzione di possedere la verità assoluta, la risposta finale. La costruzione del socialismo è un immenso laboratorio di esperienze nuove ancora indefinite. Si deve apprendere dalla pratica, soprattutto da quella delle masse stesse. Per questo motivo dobbiamo essere aperti al dialogo e alla discussione fraterna all’interno di tutta la sinistra, sostenendo con fermezza quelli che sono i principi di ciascuna tendenza, di ciascuna organizzazione.
In un senso più ampio, dobbiamo renderci conto che la posta in gioco oggi nel mondo è drammatica: si tratta letteralmente della sopravvivenza fisica dell’Umanità. La fame, le epidemie da miseria, le centrali nucleari, il deterioramento dell’ambiente naturale, tutto questo rappresenta la realtà del vecchio e del nuovo disordine capitalista mondiale.
Ogni anno nel Terzo mondo 16 milioni di bambini muoiono di fame o di malattie perfettamente controllabili. Questo equivale al 25% del complesso dei morti della Seconda Guerra mondiale. Auschwitz e Hiroshima inclusi. Ogni quattro anni si vive una guerra mondiale contro i bambini; è questa la realtà dell’imperialismo e del capitalismo di oggi.
Questa realtà disumana produce effetti ideologici e politici disumani. Nel Nordest del Brasile, la mancanza di vitamine nell’alimentazione dei poveri ha creato una nuova razza di pigmei, di uomini nani con un’altezza fisica inferiore di trenta centimetri alla media del paese. Sono ormai milioni, e la classe dominante e i suoi agenti chiama questi disgraziati “uomini topi”, con tutto quel che comporta questa disumanizzazione ideologica, simile a quella sviluppata dai nazisti.
Con la graduale restaurazione capitalistica nell’Europa dell’Est e in Urss, tutta questa barbarie, tutto questo arretramento sociale comincia a riprodursi. La privatizzazione delle grandi società nell’ex Urss può produrre tra i 35 e i 40 milioni di disoccupati e l’abbassamento del 40% de redditi dei lavoratori.
La natura emancipatrice del socialismo
Il socialismo può recuperare validità e credibilità se è disposto a identificarsi completamente con la lotta contro queste minacce. Questo presuppone tre condizioni:
La prima è che non si subordini a nessun costo il sostegno alle lotte sociali delle masse a qualunque progetto politico, dobbiamo stare incondizionatamente al fianco delle masse in tutte le loro lotte.
La seconda condizione è la propaganda e l’educazione tra le masse dell’obbiettivo globale, di un modello di socialismo che raccoglie in sé le principali esperienze e forme di coscienza nuova degli ultimi decenni. Dobbiamo sostenere un modello di socialismo che sia completamente emancipatore su tutti i campi della vita. Deve essere un socialismo sulla base dell’autogestione, femminista, ecologista radical-pacifista, pluralista, che espanda qualitativamente la democrazia, internazionalista, pluripartitico. Ma è decisivo che sia fondato sull’emancipazione di coloro che producono.
Questo è irrealizzabile senza la scomparsa progressiva del lavoro salariato, senza la progressiva scomparsa della divisione del lavoro tra quelli e quelle che producono e coloro che amministrano ed accumulano. I produttori devono detenere il reale potere di decidere come si produce, che cosa si produce, e come si impiega una parte crescente del prodotto sociale. Questo potere deve essere guidato in maniera pienamente democratica, deve cioè esprimere le convinzioni effettive delle masse. Questo è irrealizzabile senza pluralità di partiti, senza che le masse abbiano la possibilità di scegliere tra diverse varianti concrete degli obbiettivi centrali del piano economico e, inoltre, è irrealizzabile senza la radicale riduzione della giornata e della settimana lavorative.
Esiste, nella pratica, consenso sul peso sempre più esteso della corruzione e della criminalità nella società borghese e delle società postcapitaliste in via di scomparsa. Ma occorre capire che questo è strutturalmente connesso al peso del denaro nella società. È utopistico, irrealistico, sperare nella moralizzazione della cosiddetta società civile e dello Stato senza il radicale ridimensionamento dell’incidenza del denaro e delle economie di mercato.
Non si può sostenere una visione coerente del socialismo senza opporsi sistematicamente all’egoismo e alla ricerca di .vantaggi individuali, indipendentemente da tutte le conseguenze per l’intera società; la priorità va data alla solidarietà e alla collaborazione. E questo, appunto, implica il drastico ridimensionamento del peso del denaro nella società
La terza condizione e il totale rifiuto da parte dei socialisti-comuniati, di qualunque pratica sostituzionista, paternalista, verticistica. Dobbiamo riflettere e trasmettere il contributo principale di Marx alla politica: l’emancipazione dei lavoratori non può che essere opera degli stessi lavoratori. Non può essere opera di Stati, governi, partiti, dirigenti presunti infallibili, o da esperti di qualsiasi genere.
Tutti questi organismi sono utili, ed anche indispensabili, nel cammino dell’emancipazione, ma non possono fare altro che aiutare le masse a liberarsi, non sostituirsi ad esse. Non è solamente immorale, è impraticabile cercare di assicurare la felicità della gente contro le sue stesse convinzioni. Si tratta di una delle principali lezioni che si possono ricavare dal crollo delle dittature burocratiche nell’Europa dell’Est e nell’ex Urss..
La pratica dei socialisti e dei comunisti deve essere assolutamente conforme ai loro principi. Non dobbiamo giustificare alcuna pratica alienante od oppressiva. Dobbiamo in pratica realizzare ciò che Marx definiva imperativo categorico, lottare per sconfiggere le condizioni in cui gli esseri umani sono alienati e umiliati. Se la nostra pratica è conforme a questo imperativo il socialismo recupererà una forza formidabile e una legittimità politica che lo renderà invincibile.
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Ernest Mandel
Viento Sur, 1992, 4
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